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“Divina Creatura. La donna e la moda nelle arti del secondo Ottocento”

A Rancate, la donna “nuova” di fine Ottocento

È una proposta di grande fascino quella che i curatori di “Divina creatura. La donna e la moda nelle arti del secondo Ottocento” sono riusciti al portare alla Pinacoteca Züst di Rancate, nel Canton Ticino.
La mostra, che fino a gennaio propone dipinti, abiti e sculture d’epoca, è stata realizzata grazie al coinvolgimento di Musei e collezionisti privati che hanno reso possibile testimoniare un periodo che vide significativi cambiamenti nel costume europeo.
Giovanni Boldini, Gaetano Previati, Federico Zandomeneghi, Giovanni Segantini, Giuseppe De Nittis, Pompeo Mariani, Pietro Fragiacomo sono fra le maggiori presenze che attraverso il ritratto, la pittura di genere e, per la prima volta, i ventagli dipinti da artisti, riportano un’atmosfera ottocentesca tutta al femminile, evidenziando un momento innovativo nel settore moda ed importante per l’emancipazione della donna.

 

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Charles Frederick Worth, Parigi, Abito da ricevimento in tre pezzi, circa 1871-1875

 

Alle origini dell’Haute-Couture

A metà Ottocento, è il sarto Charles Frederich Worth (1825-1895) a promuovere il rinnovamento dell’abito femminile.
Dopo aver fatto esperienza presso un grande magazzino a Londra, nel 1845 il giovane talento inglese parte per Parigi, si impiega presso un negozio di tessuti e qui conosce la futura moglie Marie Vernet, che lo aiuterà nella sua ascesa professionale.
Nei primi anni Cinquanta il couturier è già in società con un collega, mentre nel 1858 apre un atelier in proprio al n. 7 di rue de la Paix. Per lui lavorano più di venti persone.
Primo a ridurre i volumi delle gonne moderando l’uso della crinolina, Worth viene da subito indicato quale ideatore di capi dalla foggia moderna; i sui abiti, grazie all’importatrice americana Thomson arrivano oltre Oceano.
Presto il talento del sarto si fa largo negli ambienti aristocratici; apprezzato dalle principesse, trova favori anche presso Eugénie de Montijo, moglie dell’Imperatore Napoleone III, che diventa un’affezionata cliente. È la proclamazione definitiva del successo. Il nome della Maison Worth, che nel 1864 ottiene il titolo di fornitore ufficiale di corte, primeggia nel mondo della sartoria europea e per la prima volta nella storia della moda si comincia a parlare di Haute-Couture.

 

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Sartoria Worth, Parigi, Abito da ricevimento in due pezzi, 1885-1888

 

La moda entra nell’era moderna

Grazie alla vena creativa e allo spirito innovativo di Worth, nel corso del secondo Ottocento il lavoro del sarto comincia a distanziarsi da quello del semplice artigiano e si accosta sempre più a quello di artista, mentre tutto il settore moda subisce una piccola rivoluzione.
Nei migliori atelier parigini: Rouff, Paquin, Redfern, Cheruit, Doucet, Callot, le novità sfilano indosso a modelle che presentano gli abiti in anticipo sulla stagione; l’etichetta con la griffe della maison appare all’interno dei vestiti, e sul mercato cominciano a diffondersi cartamodelli e riviste illustrate dedicate alla moda e alle arti femminili, tra cui, in Italia, la celebre “Margherita”.

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Vittorio Corcos: “Le due colombe”, 1897, olio su cartone, cm 33,5×27 s/c (Collezione privata, Courtesy Enrico Gallerie d’Arte, Milano)

 

L’ampia gonna a palloncino volge al tramonto. La nuova tendenza indica una linea verticalizzante e aderente che dona al corpo sinuosità e avvenenza: in risalto lo stretto punto vita e accentuato il “lato B” delle signore, grazie all’inserimento di una sorta di cuscinetto nel retro del sottogonna.
Certo, si tratta ancora di abiti molto scomodi da indossare, sia per la quantità della stoffa utilizzata sia per la presenza del busto e della struttura rigida interna, ma un nuovo modo di vivere avanza e coinvolge anche la donna portandola fuori dalle mure domestiche. Risponde alla domanda di praticità e dinamicità la proposta di abiti meno sontuosi e dalle linee più disinvolte, ispirate a quelle dei completi maschili. Nasce così il tailleur. Messo a punto dal sarto inglese John Redfern negli anni Ottanta del secolo, è un insieme formato di gonna, camicia e giacca; un completo pratico ma elegante, che si può indossare in molte occasioni del giorno.

 

Gli anni del “paradiso delle signore”

La nuova moda, che si diffonde presso l’alta borghesia grazie ai laboratori sartoriali, giunge fino alle classi minori attraverso i primi Grandi magazzini aperti nelle principali metropoli europee, e la nascente arte tipografica offre ad essi un significativo contributo in termini di promozione del prodotto.
Sebbene in ritardo rispetto ad altri Paesi, anche in Italia i manifesti pubblicitari cominciano a colorare le strade, e mentre le riviste di settore riportano servizi dettagliati, sui quotidiani appaiono le cronache che commentano le toilette sfoggiate delle grandi dame alle feste esclusive. Tra le più celebri, quelle di un Gabriele d’Annunzio alle prime armi come giornalista della Tribuna.
È l’inizio di una nuova era imprenditoriale fatta di comunicazione e di ampi spazi in cui la merce, presentata in modo scenografico, cattura i clienti grazie ai prezzi contenuti in virtù dei grossi quantitativi presi all’ingrosso e ai prodotti realizzati in serie. È l’inizio dell’era dei consumi in ragione delle maggiori possibilità economiche delle classi sociali meno abbienti che, non più legate alla mera sussistenza, si permettono finalmente beni che non siano solo di prima necessità; una realtà europea in crescita, descritta magistralmente da Émile Zola nel suo Au bonheur des dames, romanzo del 1883 conosciuto da noi col titolo Al paradiso delle signore.

 

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Pietro Bouvier, “Un dono artistico”, circa 1888, olio su tela, cm 63×77 (Collezione privata, Courtesy Enrico Gallerie d’Arte, Milano)

 

Nei decenni in cui si va consolidando la consapevolezza del ruolo della donna anche nel mondo del lavoro, le italiane aspirano ad essere alla moda, attentissime a calibrare la propria immagine su quella offerta dalle signore più ammirate ed eleganti: dalla regina stessa, Margherita di Savoia, alle dame dell’aristocrazia, come la contessa Carolina Sommaruga sposata Maraini (1869-1959) alla quale – provenendo da famiglia svizzera – l’odierna a mostra a Rancate rende omaggio esponendo non solo il ritratto a firma Vittorio Corcos ma anche l’ambiente in cui visse (abiti, accessori, mobilio), soffermandosi vieppiù sulla sua personalità e le attività filantropiche cui si dedicò in vita.

 

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Vittorio Corcos, “Ritratto di Carolina Maraini Sommaruga”, 1901, olio su tela, cm 224×130 (Roma, Fondazione per Istituto Svizzero)

 

Il dipinto. Testimone di moda

Se l’irrompere della fotografia, specie nel formato carte de visite, veicola l’immagine di signore abbigliate in modo originale, sensuale e a volte provocante, la classe delle aristocratiche viene trasmessa soprattutto attraverso il ritratto mondano, genere artistico su commissione, cui si dedicano moltissimi pittori del periodo, tra cui: Bertini, Pagliano, Bianchi, Ciseri, Cremona, Boldini, Corcos, Troubetzkoy, Vela.
Proprio dai particolari presenti in queste opere tanto richieste, è possibile apprendere informazioni circa l’abbigliamento femminile, e non solo quello: anche il prestigio della famiglia cui esse appartengono, la loro ricchezza e il ruolo svolto in società, si palesano in questi documenti visivi che rispecchiano, in qualche modo, il gusto e il sentimento di un preciso momento storico.

 

Con grande efficacia, mostrano frammenti di moda anche gli artisti che si dedicano alla pittura di genere, in questo lasso di tempo in cui nelle arti domina il Realismo. L’esemplare obiettività con cui essi descrivono la vita quotidiana negli interni domestici e per le strade cittadine, nei caffè, a teatro; la meticolosa cura con la quale riportano scene in cui protagonista è la donna mentre legge, cuce, conversa con le amiche, offrono altrettante opportunità di zoomare sui particolari di abiti e accessori, anch’essi importantissimi componenti dell’outfit femminile ottocentesco. Come il ventaglio, ad esempio, spesso rappresentato nei dipinti ed esso stesso supporto su cui dare vita a vere e proprie opere d’arte autonome che, nel loro piccolo, evidenziano grande fascino esecutivo.

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Domenico Induno, “Donna allo specchio”, 1870, olio su tela, cm 85×65 s/c (Collezione privata,Courtesy Enrico Gallerie d’Arte, Milano)

Immagine di copertina: Edoardo Tofano, “Il ventaglio”, olio su tavola
(Collezione privata, courtesy Enrico Gallerie d’arte)


Scheda informativa
“Divina creatura. La donna e la moda nelle arti del secondo Ottocento”
Pinacoteca Cantonale Giovanni Züst, Via Pinacoteca Züst 2 – Rancate (Mendrisio), Canton Ticino, Svizzera
Fino al 28 gennaio 2018
Orario: da martedì a venerdì 9-12 / 14-18; sabato, domenica e festivi: 10-12 / 14-18; aperto anche l’8 e il 26 dicembre, l’1 e il 6 gennaio; chiuso il lunedì, il 24, 25 e 31 dicembre
Info. www.ti.ch/zuest

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