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Collezionare Rubriche 

Il caso dei coniugi Wurts. Raccogliere e donare a cavallo tra XIX e XX secolo

Il contesto entro il cui la passione di George Washington Wurts si espresse, è personalissimo ma allo stesso tempo esemplificativo di un certo modo di praticare il collezionismo tra Otto e Novecento. Un modus operandi che vede coprotagonisti vicenda biografica e costume romano.
Membro del corpo diplomatico lui, moglie milionaria lei, gli statunitensi George Wurts e Henrietta Tower, tra il 1928 e il 1933 donarono allo Stato Italiano una Villa ed oltre quattromila oggetti d’arte.

 

Il collezionista americano George Washington Wurts e la seconda moglie Henrietta Tower in abiti da Corte. Palazzo Antici Mattei, Roma. Inizio XX secolo. (Roma, Biblioteca Nazionale di Palazzo Venezia)

 

George Washington Wurts proveniva da una famiglia di origine svizzero-tedesca. I suoi avi erano emigrati negli Stati Uniti intorno al XVIII secolo. I genitori e gli zii erano grossi imprenditori molto in vista a Philadelphia.
Conobbe l’Italia nel 1865, quale membro della delegazione diplomatica americana, lavorando a Torino e poi a Firenze negli anni in cui la città era capitale. Nel 1870, con lo spostamento dell’Ambasciata, si trasferì a Roma dove prese subito contatto con la folta comunità statunitense già da anni stabilmente residente, e presto anche confidenza con la migliore società cittadina, riscontrando col nostro Paese l’affinità elettiva che lo avrebbe accompagnato per sempre.
Nei primi dieci anni di permanenza in città, il diplomatico visse con la prima moglie Emma Hyde, giovane milionaria di Philadelphia, presso Palazzo Merighi in Piazza Venezia, uno stabile poi demolito in occasione della riconfigurazione di tutta l’area negli anni Ottanta del secolo.

 

 

Già all’epoca il collezionista aveva al suo seguito un bagaglio di oggetti comperati in differenti ambiti geografici e soprattutto provenienti da aria tedesca in ragione del desiderio di ricongiungersi in qualche modo con le sue radici. L’eterogeneo insieme, che negli anni si sarebbe accresciuto notevolmente grazie agli spostamenti di lavoro e ai viaggi nel mondo, come si usava allora, era disposto ad arredare un po’ tutti gli ambienti della casa.

 

 

Nel 1882 il diplomatico partì alla volta di San Pietroburgo dove rimase fino al 1892, spostandosi per brevi periodi in altre nazioni. Di quel periodo rimangono diversi oggetti in argento, ceramiche e sculture. Rientrò a Roma prima del secondo matrimonio con Henrietta Tower (1898), anch’ella ricca ereditiera di Philadelphia, con la quale si recò in viaggio di nozze in Giappone, in India e in Medio oriente acquistando meravigliosi arredi.

 

 

L’Italian way of life dei coniugi Wurts

George ed Henrietta Wurts, rientrati definitivamente a Roma nel 1898, si trovarono testimoni diretti del radicale rinnovamento architettonico e urbanistico della capitale del nuovo Regno.
Abitazione ufficiale della famiglia fu l’appartamento presso Palazzo Antici Mattei, un residenza prestigiosa da pochi anni lasciata dall’ambasciatore americano William Potter, e in cui George Wurts aveva già abitato quando al suo rientro da San Pietroburgo, nel 1892, non aveva più trovato Palazzo Merighi.
L’antica e nobile dimora, che situata in Centro si prestava ottimamente come casa di rappresentanza, non si adattava, però, alle esigenze della coppia desiderosa di entrare pienamente nell’Italian way of life, stile di vita fatto di leggerezza e svago, praticato nelle dimore fuori città dalla nobiltà locale e da una ristretta cerchia di stranieri.

 

 

Villa Sciarra, acquistata dai Wurts nel 1902, rispondeva, viceversa, proprio a questo bisogno.
Posta sul Gianicolo in zona suburbana, la dimora con ampio giardino rappresentava per i coniugi il luogo ideale per il soggiorno estivo e il divertimento, una seconda casa “fuori porta” da vivere e condividere con gli ospiti dell’alta società romana.
È qui che, in linea con i migliori salotti del tempo, la coppia teneva ricevimenti, serate danzanti e musicali. È qui che trovarono posto gli strumenti musicali della raccolta, e non solo quelli. La Villa, infatti, fu arredata con parte della collezione di George cresciuta nel frattempo a dismisura grazie agli ulteriori acquisti fino alla sua morte nel 1928: sculture, dipinti, porcellane, mobili e oggetti d’uso… non tutti necessariamente pezzi autentici.

 

 

Pratica collezionistica tra originali e copie “dall’antico”

Se ai primi del Novecento George Wurts ordinò a una fonderia belga la copia della statua di Settimio Severo, c’è un perché. Anzi due.
Già dal Settecento la consuetudine di far riprodurre opere antiche era diventata frequente, giacché non sempre si potevano acquistare dai proprietari o dai mercanti opere autentiche.
La richiesta di pezzi “da modello” veniva da collezionisti e amanti delle bellezze classiche italiane, quasi tutti visitatori stranieri molto facoltosi, desiderosi di portare nei Paesi di provenienza qualcosa di importante che desse lustro alle loro dimore. Nel caso di Wurts, dunque, la richiesta di una copia dall’antico da sistemare in giardino, rientra pienamente nella pratica del tempo. Ma c’è di più. L’originale del bronzo – venduto a Bruxelles dove ancora si conserva – era stato scavato nel corso del XVII secolo proprio nei pressi di Villa Sciarra. Il desiderio di possedere proprio un Settimio Severo, rispondeva pertanto a una seconda esigenza – anch’essa in linea col tempo – quella di ricreare l’ambiente originario del luogo ricollocandovi, anche se in copia, pezzi perduti della sua storia architettonica e paesaggistica.

 

 

Diplomazia e collezionismo all’epoca

La raccolta estremamente generalista di George Wurts, se da un lato risentì dell’origine familiare del protagonista e dei suoi viaggi, dall’altro fu anche condizionata dal tipo di lavoro svolto dal collezionista. E quanto a quest’ultimo aspetto Wurts non operò diversamente dai suoi colleghi contemporanei. Esisteva, infatti – e forse esiste ancora – un legame tra arte e diplomazia.
All’epoca, lavorare in Ambasciata significava anche entrare in armonia con la cultura del Paese ospitante; quasi d’obbligo era creare relazioni personali sul posto. Mostrare interesse per gli usi, i costumi, la musica, l’arte e l’artigianato locale era ritenuto fondamentale per entrare in confidenza con le famiglie “che contano”; una maniera per introdursi con le parole giuste nelle conversazioni ed agevolare conoscenze opportune.

 

 

Era dunque assolutamente normale che nella casa di un diplomatico dell’epoca andassero ad affollarsi – non fosse altro che per cortesia – opere di provenienza diversa e non sempre di eccelsa fattura, oggetti che finivano per formare via via una o più dimore wunderkammer, enormi contenitori di tante curiosità non legate insieme da un tema, da un periodo, da una scuola o tipologia – come viceversa già tendevano a fare moltissimi collezionisti facoltosi – e talvolta acquistati ad hoc per agevolare legami, fossero essi d’amicizia o di Stato.
Tra i moltissimi pezzi comprati da Wurts non mancano, infatti, opere provenienti dalle dimore patrizie italiane, acquisite direttamente dai proprietari o attraverso i mercanti d’arte e posizionate nelle sale delle sue case a rafforzare il legame con il Paese che amava di più.

 

Francesco Bianchi Buonavita (attribuito a), “Ritratto di Ginevra degli Acciaiuoli nei Frescobaldi”, 1625 circa, olio su tela. Donazione Tower-Wurts, 1933 (Roma, Museo Nazionale di Palazzo Venezia. In deposito: Roma Scuola Ufficiali Carbinieri)

 

Post mortem, il lascito

Il particolare legame dei coniugi con l’Italia e con la Capitale fu palese a tutti quando il collezionista morì nel gennaio del 1928. Villa Sciarra venne donata al Comune di Roma con l’esplicita clausola che divenisse un centro di studi germanici, mentre cinque anni dopo, quando anche Henrietta Tower Wurts morì a Lucerna nel 1933, dal suo testamento si seppe che aveva lasciato l’intera collezione del marito allo Stato italiano, con la specifica che fosse destinato a Palazzo Chigi o a Palazzo Venezia. In quest’ultimo luogo venne portata ed è tuttora conservata.

 

Atto di Donazione eredità Wurts, copia sottoscritta da Henriette Tower Wurts e Benito Mussolini in rappresentanza del Governo italiano, 22 marzo 1930

 


 

Palazzo Venezia. Mostra “Voglia d’Italia”. Veduta di una sala espositiva

 

La mostra a Roma

“Voglia d’Italia. Il collezionismo internazionale nella Roma del Vittoriano”

Curata dallo storico dell’arte Emanuele Pellegrini, professore all’IMT – School for Advanced Studies, di Lucca, l’esposizione Voglia d’Italia presenta per la prima volta in modo organico parte della vasta raccolta che la signora Wurts donò allo Stato italiano nel 1933: dipinti, mobili, tappezzerie, arazzi, oggetti di arti applicate che arredavano la dimora romana di Villa Sciarra, ora mostrati, per l’occasione, insieme a prestiti internazionali che evidenziano i gusti collezionistici dei numerosi stranieri che a cavallo tra Otto e Novecento comperavano arte italiana.
«L’iniziativa si pone come un momento chiave nella strategia del Polo Museale del Lazio» ha dichiarato la direttrice Edith Gabrielli. «Rigorosamente site-specific e contraddistinta da un rimarchevole impegno culturale, essa sottolinea il rientro nel circuito del grande pubblico di Palazzo Venezia e del Vittoriano».

 

 

Due le sedi espositive: Palazzo Venezia e Gallerie Sacconi al Vittoriano

Specificatamente dedicata alla passione collezionistica dei Wurts è la sezione allestita a Palazzo Venezia, che presenta le opere più significative del lascito, giacenti nei depositi ed ora studiate e restaurate per l’occasione.
Presso le Gallerie Sacconi, proprio all’interno del Vittoriano, trovano posto invece opere provenienti da prestigiosi musei e collezioni private italiane il cui scopo è offrire una panoramica del periodo storico in cui la coppia operò le sue scelte collezionistiche ed al quale il Monumento stesso appartiene come realizzazione.
Chiude la mostra la proiezione del film Rapsodia satanica, del 1917, in cui è possibile osservare alcuni interni che suggestivamente richiamano il mondo vissuto dai Wurts.

 

Nicola D’Asnasch, “Ritratto di Federico e Irene Perkins”, 1922, olio su tavola, cm 51,50x 80,50×5,50. Il ritratto dei coniugi Perkins (mutuato dal dittico di Piero della Francesca conservato agli Uffizi), esprime molto bene il fascino esercitato dal rinascimento sui collezionisti stranieri tra Otto e Novecento (Assisi, Museo del Tesoro della Basilica di San Francesco)

 


Scheda informativa
“Voglia d’Italia. Il collezionismo internazionale nella Roma del Vittoriano”
Roma – fino al 4 marzo 2018
Sedi e orari: Palazzo Venezia martedì/domenica 8.30-19.30 (chiuso il lunedì); Gallerie Sacconi al Vittoriano (ingresso da Piazza Venezia e da Via del Teatro di Marcello, lato Aracoeli, tutti i giorni 9.30-19.30
Biglietto unico valido per le due mostre, più l’accesso agli Ascensori panoramici del Vittoriano. Ingresso gratuito la prima domenica di ogni mese
www.mostravogliaditalia.it


Corredano il servizio le immagini della mostra Voglia d’Italia, collocate nelle due sedi espositive

Immagine di copertina: Alessandro Algardi, “Riposo durante la fuga in Egitto”, 1636 circa, bronzo dorato. Donazione Tower-Wurts, 1933
(Roma, Museo Nazionale di Palazzo Venezia)

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