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Antica Deruta. Maiolica cittadina del mondo. Di mano in mano, accompagnata da expertise di rango

Risponde alla dispersione collezionistica internazionale la mostra “Back to Deruta”, ritorno a casa di raffinati esempi prodotti nelle fucine locali. Prorogata fino al 7 ottobre 2018, mette in risalto opere appartenenti a privati stranieri

L’antica maiolica italiana gode da sempre di grande fascino, annoverando collezionisti facoltosi che, dopo aver formato raccolte riconosciute a livello internazionale, alienano i loro pezzi fregiandosi della curatela di importanti studiosi, redattori di cataloghi scientifici creati all’uopo.
Sappiamo, infatti, che il valore commerciale, oltre che storico/documentale, subisce modifiche in positivo quando l’oggetto d’arte è accompagnato da attestati di nomi accreditati, tanto più se istituzionali.
Ricordiamone alcuni. Della dispersione della collezione Ducrot, di Milano, si occupò, nel 1934, Gaetano Ballardini, direttore e fondatore del Museo delle Ceramiche di Faenza, già curatore, nel 1931, del catalogo che accompagnava la vendita della collezione del Barone Alberto Fassini. Della raccolta Ferdinand Adda, di Parigi, il cui catalogo di vendita apparve nel 1959, si interessò Bernard Rackham, conservatore al Victoria and Albert Museum di Londra.

 

 

Nel 1960, fu lo studioso Giuseppe Liverani, anche lui direttore a Faenza, a mettere in giusta luce i notevoli pezzi collezionati dal notaio Bartolomeo Barresi, di Trapani, alienati presso la Galleria SALGA di Roma. Dai toni usati nella prefazione al catalogo di vendita, si percepisce il rammarico dello studioso per la dispersione del valido insieme e per “La dissoluzione di tale somma di conoscenze, di anzie, di amore quale è quella che deve essere costata al notaio Barresi la formazione di sì eletta raccolta”.
Ma il destino delle nostre maioliche antiche è sempre stato quello di viaggiare: spostarsi da un luogo a un altro, da un proprietario a un altro, disperdersi nei musei di tutto il mondo a testimoniare e divulgare l’amore per l’arte fittile italiana.

 

 

“Back to Deruta. Sacred and Profane Beauty”

Anche le maioliche in mostra dallo scorso maggio al Museo della Ceramica di Deruta mostrano il concatenato iter collezionistico che conferma l’alto ‘movimento’ dei nostri manufatti nel mondo. E in questo caso, di quelli riferiti alla produzione derutese tra il Quattrocento e il Cinquecento.
Volati in tutto il mondo, inseguiti da delers e appassionati, anch’essi sono passati di mano in mano più volte, giungendo infine ad assestarsi nelle ricche raccolte dei fortunati amatori che li detengono a momento.
“Back to Deruta”, messa a punto dal Comune della cittadina allo scopo di valorizzare il patrimonio artistico antico e rilanciare al contempo la produzione odierna, rimarrà aperta fino al 7 ottobre 2018.
Appassionati, vacanzieri e turisti culturali hanno dunque tutta l’estate per ammirare, riunite in un’unica sede, maioliche difficilmente visibili in luoghi pubblici. A meno di non averle già viste a Londra. Perché la mostra di cui parliamo è in pratica l’edizione italiana della “Sacred and Profane Beauty, Deruta Renaissance Maiolica” tenutasi alla Frieze Masters  – la più importante fiera di arte antica e moderna del Regno Unito – l’ottobre del 2017.

 

 

Allestita presso la Sala Magnini, l’esposizione si compone di un insieme, in verità, non molto ampio: ventiquattro pezzi in tutto. Si tratta, però, di maioliche realizzate dai migliori pittori e vasai operanti all’epoca nelle fucine di Deruta, selezionati da Camille Leprince e Justin Raccanello con la consulenza di Elisa Paola Sani già collaboratrice del Victoria & Albert Museum, ad oggi tra i massimi esperti di ceramica rinascimentale.
Felice compendio di una produzione variegata per forme ed utilizzo come per tecniche e decori, queste opere d’arte applicata offrono un panorama esaustivo del repertorio fittile locale, fatto soprattutto di albarelli, vasi e alzatine, bacili, versatoi e piatti da pompa, piastrelle e bottiglie da farmacia su cui compaiono: busti classici, santi e belle donne, figure avvolte in cartigli dalle lunghe iscrizioni, stemmi nobiliari, scene bibliche e letterarie, Natività.

 

 

L’opera dei grandi artisti come modello

Tra i bellissimi oggetti in mostra, anche quei manufatti che trovarono fonte iconografica nei dipinti dei grandi pittori operanti per le chiese dell’Umbria: Perugino e Pinturicchio tra i maggiori, senza dimenticare Raffaello Sanzio che sulla maiolica derutese ebbe un grosso impatto. Le sue composizioni, note tramite disegni e stampe, furono di grande ispirazione per i pittori figuli che adottarono i soggetti del grande artista, adattandoli ad illustrare piatti da pompa e mattonelle.
Tra i numerosi vasai ispirati dall’arte maggiore emerge, intorno al 1528, il “Maestro del Pavimento”, così definito dal suo lavoro più importante eseguito per la Cappella della Compagnia del Rosario e della Morte, nella Chiesa di Sant’angelo a Deruta (ora collocato al Museo cittadino).
Recenti scoperte d’archivio hanno consentito a Giulio Busti e Franco Cocchi  – i maggiori studiosi di ceramica derutese rinascimentale – di dare nome e cognome a questo autore sconosciuto. Si tratterebbe di un appartenente a una nota famiglia di vasai di Deruta: Nicola Francioli, noto come “Co” o “Il Co di Deruta”, attivo dal 1513 al 1565. Figure solitarie e profili spesso in monocromia blu, paesaggi metafisici che sembrano disegnati al tratto più che dipinti, evidenziano il suo stile unico.

 

Piatto da pompa con Natività, Deruta, artista decoratore Nicola Francioli, detto “Co”, 1520-30 ca., maiolica diametro 42 cm (Provenienza: Collezione Dr. Leprince, Francia)

 

Il lustro derutese

Un tempo, splendide maioliche a lustro ornavano le case più lussuose di Deruta. Oggetti ceramici dalla superficie metallica (argentata o dorata) erano giunti dalla Spagna in Italia già nel Medio Evo. La tecnica, molto ammirata da tutti, cominciò ad essere appresa dai vasai di Deruta nella seconda metà del Quattrocento, introdotta probabilmente da artigiani spagnoli lavoranti per la Curia romana.

Ai primi del Cinquecento il vasellame di questa tipologia era già una specialità del luogo e faceva la fortuna economica di coloro che, utilizzando al meglio la tecnica, creavano oggetti di alto pregio. È il caso dei vasari Masci, una famiglia artigiana molto nota ed apprezzata anche fuori dall’Umbria.

 

Piatto da pompa a lustro raffigurante eroe classico con elmo da parata, Deruta, Probabilmente Nicola Francioli, detto “Co”, 1520-30 ca., maiolica a lustro, diametro: 42 cm (Provenienza: Christie’s, Londra, “Fine Continental Pottery”, 27 ottobre 1975 – Collezione privata, Londra)

In epoca rinascimentale, si finivano a lustro dorato, argentato, e per un breve periodo rosso, soprattutto i piatti da parata, i vasi con piedistallo, e tutto quanto poteva rappresentare un’apparecchiatura domestica per le occasioni speciali, compresi i versatoi d’acqua con i loro vassoi per lavarsi le mani durante i banchetti.

I ceramisti derutesi continueranno a produrre moltissimo vasellame d’uso in maiolica anche quando, nel Seicento, a prevalere sarà la richiesta di targhe religiose e devozionali come ex voto. Già rinomati in tutti gli Stati italiani, esporteranno all’estero attraverso reti commerciali.
Nel 1638 lo storico perugino Felice Ciatti scrive: “In Deruta si lavorano vasi di finissima maiolica et in tanta copia, e di tal vaghezza che se ne forniscono le mense di quasi tutta Europa. Né mancano Mercanti che, da Venetia, e da Ancona le trasmettono nella Grecia e nell’Asia”.

 

La locandina di “Back to Deruta”. Mostra prorogata al 7 ottobre 2018

 

 


“Back to Deruta. Sacred and Profane Beauty”
Deruta (PG) – Museo Regionale della Ceramica di Deruta, Sala Magnini
Fino al 7 ottobre 2018
Orario: da mercoledì a domenica e festivi 10.30-13 / 15-18
www.museoceramicadideruta.it

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