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Arte Territorio & Impresa Primo piano 

Roma capitale d’Italia. La rivoluzione urbanistica di Ernesto Nathan nel primo Novecento

Testimoniano la trasformazione di Roma, le opere degli artisti che vissero e lavorarono in città, interpreti dell’evoluzione sociale del primo cinquantennio del secolo

Il 20 settembre 1870 i bersaglieri, comandati dal generale Raffaele Cadorna, entrarono in Roma attraverso una breccia, quella di Porta Pia, aperta nelle Mura Aureliane che contornavano la città. Fu solo, però, dieci anni dopo la nascita del Regno d’Italia sancita il 17 marzo 1861 che, in conseguenza dell’approvazione della legge 3 febbraio 1871 n. 33 sul trasferimento del capoluogo da Firenze, Roma venne annessa alla giovane nazione e proclamata sua capitale.
La millenaria città che la tradizione voleva essere stata fondata da Romolo il 21 aprile del 753 avanti Cristo, già capitale di uno dei più vasti imperi del mondo, per oggettivi motivi di centralità geografica e di suggestioni storiche fu ritenuta essere indiscutibilmente la più idonea a rappresentare amministrativamente la nazione italiana che solo da poco aveva trovato una sua unità.
Per Roma aveva inizio, così, un ennesimo capitolo della sua lunga storia di “città eterna”.

 

Giuseppe Capogrossi, “Paesaggio romano”, 1939, olio su tela

 

L’abitato che si aprì agli occhi dei piemontesi che avevano conquistato Roma era di medie dimensioni, profondamente diverso da come lo percepiamo oggi, con il Vaticano, sede del Papa e del potere fino a quel momento, situato ai limiti del centro cittadino mentre il Colosseo, punto storico e nevralgico, era circondato da campi coltivati e vasti pascoli si estendevano anche all’interno delle Mura Aureliane.
Nel frenetico slancio di trasformare in capitale una città di appena 250.000 abitanti – dalle caratteristiche più provinciali che di metropoli di livello internazionale – ci si fece prendere da una vera e propria follia costruttiva che, senza la difesa di alcun piano regolatore, la strinse in una disastrosa morsa speculativa fino al 1885, come scrive Italo Insolera nel suo fondamentale saggio Roma moderna.

 

Mario Mafai, “Le case del Foro di Traiano”, 1930, olio su tavola

 

Una grave crisi economica, prodottasi negli anni ’80 dell’Ottocento, fino all’inizio del XX secolo fermò la corsa inconsulta all’allargamento dei confini della città, corsa che fu ripresa nei primi anni del Novecento quando Roma aveva più che raddoppiato il numero dei suoi abitanti, arrivati a 520.000 agli inizi del nuovo secolo, a seguito dell’arrivo di funzionari amministrativi, politici, impiegati che, insieme a giornalisti ed intellettuali andarono a formare il così detto ceto medio contribuendo a cambiare la struttura sociale e anche urbanistica della città. Nuovi bisogni, infatti, scaturirono da questa nuova, allargata realtà alla quale corrispose una ricerca di rinnovamento e modernità. Piazza di Spagna, via del Corso, via dei Condotti, ad esempio, oltre a rimanere luoghi di passeggiata e svago, assunsero quelle funzioni commerciali che tuttora mantengono e nuovi edifici, pubblici e privati, vennero innalzati dentro e fuori le mura cittadine. Fu questo il momento, fondamentale nella storia di Roma, che vide diventare sindaco Ernesto Nathan (1945-1921). Eletto nel 1907 e riconfermato nel 1911, Nathan si trovò alla guida della città fino al 1913.

 

Ernesto Nathan super sindaco di Roma

I due punti chiave dell’amministrazione Nathan furono l’etico sforzo di arrestare e regolamentare l’ondata di terribile speculazione edilizia prodottasi dopo la proclamazione di Roma a capitale d’Italia, e la promozione di un vasto piano d’istruzione per l’infanzia e relativa formazione professionale in chiave assolutamente laica, come dettato dai principi mazziniani che informavano le sue idee politiche. Una vera e propria rivoluzione in senso urbanistico e sociale che portò la città a modernizzarsi ed attualizzarsi.

 

Giacomo Balla, “Ritratto di Nathan”, 1910, olio su tela

 

La giunta Nathan, che guidò l’amministrazione municipale di Roma per sei anni, lasciò un’impronta indelebile nella storia della città. Potendo giovarsi anche dei provvedimenti finanziari a favore della capitale previsti dalla legge del luglio 1907, questa avviò un diversificato piano di interventi che toccò tutti gli ambiti della sfera amministrativa introducendo significative innovazioni.
Uno dei principali settori su cui Nathan concentrò l’attenzione fu quello delle scuole pubbliche, che versavano in condizioni particolarmente precarie. Oltre ad avviare un’intensa opera di edilizia scolastica, furono istituiti biblioteche, giardini d’infanzia, scuole all’aperto, corsi estivi di ripetizione sempre mantenendo quella connotazione laica dell’istruzione che si rifiutava di impartire nelle scuole comunali insegnamenti di natura confessionale.

 

Roma 1909, visita all’area dei lavori per lo Zoo, fotografia. Al centro Carl Hagenbeck, appassionato commerciante di animali cui fu affidata la realizzazione dell’opera; alla sua destra, il sindaco Ernesto Nathan. La struttura sarebbe stata inaugurata nel 1911

 

Poderoso fu l’intervento di municipalizzazione dei pubblici servizi che, sotto la guida dell’assessore ai servizi tecnologici Giovanni Montemartini, portò alla nascita di aziende comunali in vari settori, fra cui quelli per la gestione delle tramvie e dell’illuminazione elettrica.
Come previsto dalla legge del 1903, le delibere relative alla municipalizzazione dei servizi pubblici furono sottoposte a un referendum popolare che si tenne nel 1909, nella data simbolicamente evocativa del 20 settembre. Questa consultazione popolare sancì l’inizio di un processo di crescente coinvolgimento della cittadinanza nelle scelte dell’amministrazione che si manifestò sia attraverso altri referendum, indetti per decidere questioni specifiche anche a livello rionale, sia mediante la nascita di alcune associazioni di quartiere. Il risultato fu una sorta di inedita «democrazia partecipativa», che accrebbe il consenso intorno alla giunta Nathan.

 

Piano regolatore del 1909 di Ernesto Nathan e Edmondo Sanjust (foto: Comune di Roma)

 

La costruzione di numerose opere pubbliche (palazzi, monumenti, ponti, piazze, strade, sistemi di fognatura) alcune delle quali inaugurate nel 1911 in occasione dei festeggiamenti per il cinquantenario dell’Unità, e l’ambizioso intervento di recupero igienico e scolastico dell’Agro romano contribuirono ulteriormente a creare un’opinione favorevole intorno all’operato di quella amministrazione. Alcuni interventi andarono, però, a toccare gli interessi di certi gruppi di potere locali (famiglie aristocratiche proprietarie di terreni e immobili, società costruttrici, banche legate al Vaticano), che alla fine si coalizzarono per far cadere la giunta capitolina.

 

 

Soprattutto il nuovo piano regolatore approvato nel novembre 1908 – con l’aumento della tassa municipale sulle aree fabbricabili e, più in generale, con il processo di costituzione del demanio comunale – fu uno dei punti più qualificanti dell’attività della giunta popolare e allo stresso tempo lo strumento di cui essa si servì per combattere le rendite e i monopoli, ma anche la ragione delle inimicizie createsi in alto loco che la portarono alla sua definitiva caduta.
Fiore all’occhiello del piano regolatore approvato dalla giunta Nathan fu la presentazione di due tipologie edilizie alle quali ci si attenne per lungo tempo: 1) il fabbricato (non più alto di 24 metri; non doveva superare l’altezza della cupola di San Pietro); 2) il villino, tipologia modificata nel 1920 in palazzina con decreto regio per far fronte al grande bisogno di abitazioni post-guerra.

 

 

Il dopo Nathan

Morto Ernesto Nathan nel 1921 e salito al potere Mussolini, Roma fu interessata da importanti lavori di riqualificazione dettati da ragioni simboliche, che portarono ad isolare i monumenti per farli “giganteggiare nella necessaria solitudine” (Mussolini) snaturando l’originaria trama architettonica cittadina che li voleva da sempre legati al contesto urbano e inseriti senza soluzione di continuità tra le viuzze dei quartieri popolari. Il caso più clamoroso fu la creazione di Via della Conciliazione che, dopo l’abbattimento della “Spina di Borgo”, perse la visione di meraviglioso stupore provato da chi veniva a trovarsi davanti ad una piazza immensa che si apriva alla fine di un percorso fitto di abitazioni; questa visione prospettica, ideata da Gian Lorenzo Bernini e sperimentata in altri luoghi cittadini, costituiva una delle caratteristiche dell’urbanistica romana.

 

 

Dopo le inevitabili e terribili distruzioni della Seconda Guerra mondiale, un’altra ondata di speculazioni edilizie si abbatté su Roma, favorita dal desiderio di rinascita e ricostruzione che portò al boom economico degli anni ’60. Interi quartieri vennero costruiti ex novo come quelli della Balduina, Vigna Clara, Talenti, Casal Palocco, Olgiata, oltre alla costruzione di una vera e propria città, completa di abitazioni e strutture sportive, ideata per accogliere i Giochi olimpici di Roma 1960. Nessun luogo di Roma sfuggì alle nuove costruzioni che arrivarono a ricoprire i due lati dell’Appia Antica di ville lussuose, edificate nel verde che la fiancheggia.

Una caratteristica dell’urbanistica romana fino agli anni ’80 del ’900 furono “le borgate”, divise in ufficiali e spontanee. Le prime, attuate tra il 1924 e il 1937 – frutto di una pianificazione urbanistica tesa a liberare il centro storico di tutte quelle attività artigianali che ne avevano costituito il fulcro trasferendole in periferia per conferire una nuova veste coreografica al centro cittadino – sono riconoscibili ancora oggi sebbene ormai inglobate nel tessuto urbano della capitale; le seconde, costituiscono dei veri e propri insediamenti abusivi (di cui alcuni di lusso come l’Infernetto), ormai condonati con il passare degli anni.


La mostra temporanea a Roma

“Roma città moderna. Da Nathan al Sessantotto”

Eccezionalmente prorogata fino al 2 dicembre e curata da Claudio Crescentini, Federica Pirani, Gloria Raimodi e Daniela Vasta, la mostra “Roma città moderna. Da Nathan al Sessantotto” presso la Galleria Comunale d’Arte Moderna, presenta ben 180 opere tra dipinti, sculture, foto e realizzazioni grafiche di cui parecchie mai esposte o non visibili da tempo. L’intento espositivo è quello è dimostrare che se è vero che il processo di modernizzazione della città di Roma può leggersi nelle sue differenti fasi attraverso l’architettura e l’urbanistica, è altrettanto indubbio che il cambiamento che a tutto questo è associato è riscontrabile nelle opere degli artisti che nella città vissero e lavorarono dimostrandosi testimoni della realtà ed interpreti dell’inevitabile evoluzione sociale ad essa legata.

 

Giosetta Fioroni, “Le Chiese gemelle di Piazza del Popolo”, olio su tela

 

Divenuta capitale d’Italia e favorita da un piano regolatore fornito da una giunta illuminata quale fu quella del sindaco Nathan, malgrado due guerre mondiali, Roma aveva tutte le carte in regola per diventare una città moderna, al passo con tutte le maggiori metropoli mondiali. Un lungo e non facile cammino che viene letto attraverso i vari e numerosi movimenti artistici che hanno arricchito negli anni la vita culturale cittadina.
La Secessione romana, il Futurismo e l’Aeropittura – che vantarono, finalmente, la valida partecipazione di artiste come Benedetta Cappa Marinetti – il Tonalismo, il Realismo Magico, la Metafisica e il Primitivismo produssero un ricco patrimonio di testimonianze legate alla città contribuendo a guardare a Roma con sguardo diverso ed innovativo. La trasformazione paesaggistica della città fu anche al centro dei dipinti sia della Scuola Romana sia di quelli degli artisti del secondo dopoguerra.

 

 

Dal 1945 Roma andò gradatamente assumendo un ruolo preminente nella vita culturale italiana al punto da fare concorrenza a città all’avanguardia come Parigi e New York. Negli anni ’50/’60, cineasti, letterati, artisti italiani e stranieri vi si ritrovavano e numerose gallerie d’arte la invasero. Quelli furono gli anni del boom economico ma anche dell’arte non figurativa, dell’Arte povera, della Pop Art e della Scuola di Piazza del Popolo dove, presso i Caffè Rosati e Canova, gli artisti e gli intellettuali usavano incontrarsi esprimendo quelle idee che furono preludio al 1968.


In copertina: Achille Funi, “Il Colosseo”, 1930, olio su tela


“Roma città moderna. Da Nathan al Sessantotto”
Galleria Comunale d’Arte Moderna, Roma – Via Francesco Crispi 24
Fino al 2 dicembre 2018
Orario: da martedì a domenica 10-18.30; chiuso lunedì
Per le iniziative culturali in occasione della mostra: www.galleriaartemodernaroma.it


(Corredano il servizio le immagini dei dipinti in esposizione a “Roma città moderna. Da Nathan al Sessantotto”)

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