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Collezionare Primo piano 

Caccia all’Antico. Per le nazioni e i privati, un modo di affermare il proprio prestigio

Il recente diniego del direttore del British Museum, Hartiwig Fischer, di restituire alla Grecia i marmi del Partenone, ha portato l’attenzione mondiale sul dibattutissimo problema della correttezza o meno di esporre opere d’arte al di fuori del loro originale contesto culturale, ambientale e, in questo caso, anche architettonico.

Noti come gli “Elgin marbles”, marmi di Elgin – dal nome di Lord Elgin che, come ambasciatore britannico presso l’Impero Ottomano che allora dominava la Grecia, li acquistò da questo nel 1810 – i reperti in questione si trovavano all’interno del frontone del Partenone, monumento simbolo di Atene e della Grecia stessa che già da molto tempo ne chiede la restituzione (la prima richiesta risale al 1833), affermando che l’esposizione di tali manufatti artistici lontano dal luogo per cui furono realizzati ne snatura irrimediabilmente il significato oltre ad impoverire il suo patrimonio nazionale.

 

Fidia e assistenti, I marmi del Partenone, gruppo del lato Est del frontone, età classica (Foto: © Andrew Dunn, British Museum, Londra. Creative Commons attribution)

 

Come sta accadendo in Francia, dove il presidente Macron ha promesso di restituire nel giro di cinque anni il patrimonio artistico africano indebitamente messo insieme durante l’epoca colonialista ed esposto nei musei francesi, l’eventuale restituzione da parte del Regno Unito comporterebbe un’inevitabile serie di conseguenze che ricadrebbero non solo sul British Museum ma sui musei di tutto il mondo; la maggior parte di questi, infatti, sono stati fondati e hanno raggiunto prestigio internazionale proprio a seguito dell’acquisizione di antichità che, pur facendo parte di un patrimonio culturale comune a tutto il genere umano, appartengono, primariamente, ai luoghi in cui furono prodotte.
Ma come si sono formate queste ingenti collezioni, confluite in musei come il British a Londra, il Louvre a Parigi, il Metropolitan a New York, il Pergamon a Berlino, l’Egizio a Torino?
È fondamentale ricordare che l’arte, e quella antica in particolare, è sempre stata ritenuta un formidabile strumento nell’affermare il proprio credito; se ne veda, ad esempio, l’uso che ne fece Napoleone per acquisire agli occhi dei suoi sudditi quello status che non aveva per nascita.

 

Nell’Ottocento, secolo in cui si formò l’idea di nazione come la intendiamo attualmente, si riconobbe nell’acquisizione di reperti archeologici e nella formazione di collezioni di antichità un modo di attestare l’identità nazionale. I più potenti stati europei decisero, quindi, di sostenere economicamente gli scavi archeologici che subirono un impulso senza precedenti.
È in tale realtà che nacque la querelle sui marmi del Partenone che, però, grazie all’approfondito studio operato su di essi dai maggiori esperti dell’epoca, tra cui Canova, al fine di arrivare alla loro acquisizione da parte del governo inglese, furono riconosciuti di mano di Fidia e divennero l’opera cardine che permise di delineare le fasi di sviluppo, gli stili e i protagonisti dell’arte greca classica.
La fama di queste sculture, che andarono ad arricchire il British Museum, si estese a tutta l’Europa tanto che nel 1811 una spedizione tedesca si recò in Grecia e a sua volta prelevò frammenti dei gruppi scultorei dai frontoni del tempio di Atena Aphaia a Egina di seguito acquistati all’asta da Luigi di Baviera. Portati in patria e sottoposti al restauro integrativo di Thorwaldsen, questi costituirono il primo nucleo di uno dei musei più famosi di tutto il Paese, la Gliptoteca che il principe fece realizzare nel 1830 dall’architetto Leo von Klenze (che lavorò anche all’Ermitage), nell’ambito della nuova sistemazione urbanistica di Monaco.

 

Leo von Klenze, Gliptoteca, 1830, Monaco di Baviera (Foto: Wikimedia Commons)

 

Nel 1821, fu la volta della Francia che si aggiudicò per il Louvre la celeberrima Afrodite (Venere) di Milo e, nel 1863, la Nike di Samotracia.
Altro punto fermo negli studi sull’evoluzione dell’arte greca divennero l’Altare di Zeus e i suoi rilievi rinvenuti a Pergamo negli anni ’70 del secolo da Conze e Humann, ricomposti a Berlino all’interno del Pergamon costruito appositamente per ospitarli insieme al tempio.
Nello stesso periodo, leggendari rimasero gli scavi, a Micene e soprattutto a Troia, ad opera di Schliemann. Interessante la storia del così detto Tesoro di Priamo da lui rinvenuto a Troia, che in parte fu acquistato nel 1880 ed esposto anch’esso al Pergamon. Scomparso durante la Seconda guerra mondiale, è riapparso nel 1993 nel Museo Puskin di Mosca. La Germania ne ha richiesto la restituzione, ma la Russia ha deciso di trattenerlo quale compenso per i danni di guerra subiti.

 

Al di là della greca e della romana, focali per la civiltà occidentale, gli scavi archeologici interessarono anche altre civiltà come la mesopotamica e l’egiziana. All’indomani delle campagne napoleoniche in Egitto in tutta Europa scoppiò una vera e propria moda per la collezione di antichità provenienti da quel Paese.
Nel 1824, 8.000 pezzi antichi furono acquistati da re Carlo Felice di Savoia dando vita a Torino al primo Museo Egizio del mondo, il più grande dopo quello del Cairo, che non poteva che aggiungere fama alla dinastia che si proponeva l’unificazione d’Italia.

 

Olga Bariatinsky, “Ritratto del conte Gregorio Stroganoff”, grande collezionista di arte antica. Dipinto datato 1902 (Foto: Mostra “Ludwig Pollak. Archeologo e mercante d’arte (Praga 1868 – Auschwitz 1943)”, Roma)

 

Grandi collezionisti

Tra Ottocento e Novecento affermarono il loro prestigio attraverso importanti raccolte non solo le nazioni ma anche i privati rappresentanti di nobili, e a volte solo facoltose, famiglie di cui molte ebree a cui i nazisti sottrassero interi patrimoni; cronache di giornali, libri, film, mostre si stanno occupando da qualche tempo della restituzione di tali beni. Nomi quali Rothschild, Stroganoff, Morgan, Rockefeller, Getty, Guggenheim, solo per citarne alcuni tra i più noti, si trovarono uniti da un comune denominatore: collezionare arte costituiva per loro il mezzo fondamentale di espressione; il dimostrarsi intenditori collezionando conferiva, infatti, agli occhi del mondo un blasone culturale valido quanto quello nobiliare.


In mostra a Roma

“Ludwig Pollak. Archeologo e mercante d’arte (Praga 1868 – Auschwitz 1943). Gli anni d’oro del collezionismo internazionale. Da Giovanni Barracco a Sigmund Freud”, è il lungo titolo della mostra incentrata sulla figura dell’eminente esperto d’arte antica che fu guida per gli acquisti di collezionisti d’alto rango e istituzioni museali.
Visibile fino al 5 maggio presso il Museo Ebraico di Roma e il Museo di Scultura Antica Giovanni Barracco, l’esposizione, curata da Orietta Rossini e Olga Malasecchi, è organizzata in occasione dei 150 anni dalla nascita dello studioso nel 1868 a Praga, e degli 80 dalla promulgazione delle leggi razziali in Italia.

 

Fritz (Friedrich) Werner (Vienna 1898 – New York 1994), “Ritratto di Ludwig Pollak”, 1925, olio su tela (Foto: Mostra “Ludwig Pollak. Archeologo e mercante d’arte (Praga 1868 – Auschwitz 1943)”, Roma)

 

Chi era Ludwig Pollak

Personaggio di grande erudizione e preparazione, Ludwig Pollak ebbe la fortuna di vivere in quel momento magico per la cultura, l’archeologia e il collezionismo, che si conobbe tra Otto e Novecento, interrotto tragicamente quel 16 ottobre 1943 che lo vide, ebreo come gli altri, essere deportato ad Auschwitz dove morì.
Il rinomato esperto aveva studiato Storia dell’Arte e Archeologia in quella Vienna percorsa, allo scorcio del secolo, da fermenti culturali ineguagliabili che spaziavano dall’arte alla nascente psicanalisi di Sigmund Freud con il quale Ludwig, così come con lo storico dell’arte ed archeologo Emanuel Löwy, strinse buona amicizia. Eppure egli si sentiva romano a tal punto da chiamare Roma “la mia alfa e la mia omega” e da firmarsi “Ludovicus romanus”.
Il primo incontro con la Città Eterna, dove Pollak visse cambiando più volta dimora, avvenne nel 1891. Già da allora fu colpito dal ritrovamento, a seguito dei lavori che interessavano la città, di uno stragrande numero di sculture antiche che fornivano occasioni quanto mai propizie per i collezionisti.

 

Ricostruzione virtuale del gruppo di Mirone “Atena e Marsia”. L’“Atena” fu riconosciuta da Pollak che nel 1909 la vendette al Liebieghaus di Francoforte (Foto: Mostra “Ludwig Pollak. Archeologo e mercante d’arte (Praga 1868 – Auschwitz 1943)”, Roma)

 

A Roma Pollak entrò in contatto con i maggiori curatori di musei del mondo e il grande collezionismo internazionale dove la sua figura, che riuniva fiuto a talento archeologico e antiquario, fu basilare per scoperte ed acquisizioni che fanno bella mostra di sé in tutti i più grandi musei. Si devono a lui scoperte memorabili come il braccio originale del Laocoonte, la ricomposizione del gruppo Atena e Marsia di Mirone, l’identificazione del guerriero ferito di Kresilas, oggi al Metropolitan di New York, e il riconoscimento della cosiddetta Fanciulla di Anzio acquistata dallo Stato italiano e conservata al Museo Nazionale Romano a Palazzo Massimo, Roma.

 

Ultima abitazione di Pollak in Palazzo Odescalchi, a Roma. Nell’immagine sono stati evidenziati a colori 3 quadri giunti nelle raccolte capitoline dopo la morte dell’archeologo (Foto: Mostra “Ludwig Pollak. Archeologo e mercante d’arte (Praga 1868 – Auschwitz 1943), Roma)”

Immagine di copertina: Il c.d. “Vulneratus deficiens”. Identificato da Pollak in pezzi sul mercato romano, fu ricomposto e acquistato dal Metropolitan Museum di New York (Foto: Mostra “Ludwig Pollak. Archeologo e mercante d’arte (Praga 1868 – Auschwitz 1943), Roma)”

 


“Ludwig Pollak. Archeologo e mercante d’arte (Praga 1868 – Auschwitz 1943). Gli anni d’oro del collezionismo internazionale. Da Giovanni Barracco a Sigmund Freud”
Fino al 5 maggio 2019

Sedi:
Roma, Museo Ebraico di Roma, via Catalana (Largo 16 Ottobre 1943)
Orario: febbraio e marzo, da domenica a giovedì 10-17 (ingresso consentito fino alle 16.15); venerdì 9-14 (ingresso consentito fino alle 13.15); aprile e maggio, da domenica a giovedì 10-18 (ingresso consentito fino alle 17.15); venerdì 9-16 (ingresso consentito fino alle 15.15); chiuso sabato e festività ebraiche
Info. www.museoebraico.roma.it

Roma, Museo di Scultura Antica Giovanni Barracco, Corso Vittorio Emanuele 166/A
Orario: ottobre – maggio, da martedì a domenica 10-16 (ingresso consentito fino alle 15.30); chiuso il lunedì e 1 maggio. Ingresso gratuito
Info. www.museobarracco.it

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