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Arti decorative Primo piano 

Ottone Rosai. Inquietudine e malinconia di là d’Arno

Vicoli fiorentini silenti, casette dalle mura lisce e pastose, paesaggi sereni e scene di periferia in cui figure poco delineate si muovono, chiacchierano, lavorano, immerse in una lieve foschia. Tutto è ordinato e fermo nei caratteristici dipinti di Rosai. E dire che dentro di lui, viceversa, tutto si muove, agitato da un senso di irrequietezza che lascia spazio allo slancio sociale e alla scrittura.

Apprezzato a livello internazionale, Ottone Rosai è guardato con interesse da artisti quali Francis Bacon: «Non esito a fare il nome di Ottone Rosai, uno fra i più grandi pittori di questo secolo: soprattutto gli autoritratti e i nudi che egli ha dipinto, gli uni all’inizio, gli altri alla fine degli anni Quaranta, hanno generato in me profonde riflessioni e non pochi trasalimenti», afferma il neo-espressionista irlandese in un’intervista televisiva del ’62. A riportare il suo giudizio è lo storico dell’arte Giovanni Faccenda, curatore della mostra su Ottone Rosai in svolgimento a Montevarchi (AR) fino al 6 giugno 2021.

 

Ottone Rosai, “Donne sulla panchina”, 1923-24, olio su tela, cm 55,1×71. In mostra alla retrospettiva “Ottone Rosai. Capolavori fra le due guerre (1919-1939)”, Montevarchi (AR), fino al 6 giugno 2021

 

Personaggio controverso, dal carattere duro e irascibile, Ottone Rosai vive la giovinezza e l’età adulta in un contesto difficile segnato da due guerre mondiali.
Nasce in un vecchio quartiere popolare di Firenze nell’aprile del 1895, terzo di quattro fratelli di una famiglia toscana non agiata. Poco incline a seguire il desiderio del padre che lo vuole artigiano ebanista nella bottega che era stata del nonno, frequenta dapprima l’Istituto d’Arti Decorative – che presto abbandona – e successivamente il Regio Istituto di Belle Arti dal quale, pur esprimendosi al meglio nello studio, viene estromesso per indisciplina.
Diciottenne insofferente e incline ai bagordi, Ottone conduce una vita sregolata ma ricca di una “forza creativa” che presto si fa notare. È il 1913 quando un evento casuale lo instrada verso la sua prima ispirazione pittorica: espone, insieme a Betto Lotti, in un locale di via Cavour a Firenze. Non lontano, presso la Libreria di Ferrante Gonnelli, editore e grande sostenitore del movimento futurista, si sta svolgendo al contempo la mostra di alcuni pittori legati alla rivista Lacerba che, incuriositi, si recano a vedere le sue tele. In seguito, Rosai ricorderà: «mi fecero elogi che ricevetti come enormi ricompense e mi invitarono a unirmi a loro».

 

Ottone Rosai, “Natura morta: il banco del falegname”, 1914, collage, olio su cartone telato, cm 47,5×70 (Milano, Pinacoteca di Brera)

 

Comincia così la frequentazione del giovane pittore con le avanguardie della rivista di letteratura, arte e politica fondata da Giovanni Papini e Ardengo Soffici quello stesso anno (attiva fino all’entrata in guerra dell’Italia nel 1915). Conosce Marinetti, Boccioni, Palazzeschi, Severini, Carrà, mentre da Soffici, suo amico e maestro, apprende la novità stilistica di Cézanne ed il cubismo di Picasso.
Suggestionato dai teorici di Lacerba in aperto contrasto con l’arte e il conformismo borghesi, Rosai aderisce al movimento futurista e ne riprende il segno, come testimonia una delle pochissime tele pervenuteci di quel periodo, il collage composto da ritagli di giornale Natura morta: il banco del falegname” (1914). Come i suoi amici intellettuali, anche lui auspica l’interventismo e la rivoluzione, tanto che, iniziata la guerra, si reca volontario al fronte, dove combatte con coraggio e onore. Restano a ricordo di quel periodo i racconti raccolti nel “Libro di un teppista” (1919), e molto più tardi, quelli nel volume “Dentro la guerra” (1934).

 

Ottone Rosai, “Follie estive”, 1918, olio su tela, cm 44×49. In mostra alla retrospettiva “Ottone Rosai. Capolavori fra le due guerre (1919-1939)”, Montevarchi (AR), fino al 6 giugno 2021

 

La fase futurista/cubista di Rosai si chiude con l’ingresso nel nuovo ventennio

Dopo gli orrori vissuti in guerra, un sentimento di vicinanza all’uomo e alla sua condizione si fa strada nell’animo dell’artista. Cresce in lui il desiderio di rappresentare sulla tela la semplice vita nei quartieri di periferia, che riporta visivamente traendo ispirazione dalla pittura toscana del Tre-Quattrocento rivisitata alla luce del suo essere ruvido, senza compromessi. Povera gente, musicisti di strada, vicoli medievali, alte case senza quasi finestre: una certa mestizia pervade la scena. Solo la campagna ordinata mostra sprazzi di colore più vivo, meglio definito ma sempre composto: un segno di speranza, la serenità cercata in un campo coltivato, in uno scorcio di paesino multicolore.
Immobilità attonita, fuori dal tempo, ma anche fuori dal tormento del vivere quotidiano. Sarà questa la visione poetica che Ottone Rosai continuerà a proporre nel corso dei decenni successivi.

 

Gli anni Venti saranno molto difficili. Nel 1922 il padre si suicida e l’artista, per sostentare madre e sorella, è costretto ad occuparsi, tra i debiti, della bottega di mobili ereditata. Il poco tempo da dedicare alla pittura, lo scarso risultato di vendita dei quadri, portano allo sconforto l’artista che quasi smette di dipingere. Poi, col nuovo decennio, la scelta che cambia tutto. Lascia alla moglie Francesca la gestione della mal ridotta impresa e si rimette in gioco. Nel 1932, la mostra al Palazzo Ferroni di Firenze è un successo; nel ’34 è invitato a esporre per la prima volta alla Biennale di Venezia.
Tra ottime critiche, mostre, vendite e pubblicazione dei suoi libri, continua a lavorare durante la seconda guerra mondiale. Nel 1942 gli viene assegnata la Cattedra di Pittura dell’Accademia di Firenze: essere un convinto sostenitore del partito fascista gli spiana la strada. Il successo però, non fa di lui un uomo sereno: sono di questo decennio alcuni toccanti autoritratti, i significativi nudi maschili e le crocifissioni a simbolo dei tragici eventi.
Finita la guerra, nonostante un certo allontanamento della critica dall’artista – a causa del trascorso fascista e del repentino cambiamento di rotta politica finito il conflitto – la carriera procede con mostre e riconoscimenti fino al 13 maggio 1957, giorno dell’infarto che gli toglierà la vita. (note biografiche tratte da: www.ottonerosai.it)

 

Tra falsi e autentiche, il mercato delle opere di Ottone Rosai

Le opere del Maestro fiorentino sono presenti alle tornate d’Arte moderna e contemporanea delle maggiori case d’asta italiane. I valori commerciali – come è accaduto per molti altri artisti figurativi di metà Novecento – sono scesi progressivamente nel corso di questo secolo, a causa del cambio di gusto dei tanti collezionisti interessati, adesso, più al contemporaneo.
A parte la bella performance del “Chitarrista di strada” (1927), opera dal lungo curriculum espositivo, venduta per 220.000 euro da Farsetti nel 2011 (stima 180.000-250.000 euro), le aggiudicazioni dei lavori comparsi in asta in questi ultimi anni vanno da qualche migliaio di euro fino ad alcune decine, se accompagnati da riferimenti storici esaustivi e autentica dei maggiori studiosi dell’artista: il professor Luigi Cavallo, già da molti anni esperto autorizzato dalla famiglia Rosai, ed il già nominato storico dell’arte Giovanni Faccenda, autore del I° volume del Catalogo Generale Ragionato dei Dipinti e dei Disegni dell’artista, impegnato adesso nella stesura del II°.
Altro genere di dichiarazioni – ad esempio quelle scritte di pugno da Nino Tirinnanzi, allievo del Maestro – ad oggi non sono ritenute sufficienti a comprovare l’autenticità di un dipinto firmato Rosai. Che i lavori del Maestro vengano accreditati da esperti autorizzati, è importante. Già negli anni ’50, infatti – ad autore ancora vivente – circolavano nel mercato falsi, copie, e pure pezzi non suoi ma con firma apposta da lui stesso. E non è escluso che alcuni di essi siano finiti, come autentici, nelle raccolte private e nei musei.

 

Tra i falsari d’epoca del Maestro fiorentino ricordiamo il pittore Tullio Bartoli (1922-1918); interessante a tal proposito la sua intervista rilasciata a Stefano Malatesta (La Repubblica, 29 settembre 1984): uno spaccato sul mercato del falso a metà Novecento. Rimandiamo alla sua lettura completa, riportando di quel racconto solo due righe illuminanti: «Anche Ottone era un brav’uomo, mai che si fosse rivolto ai carabinieri: eppure da lui c’era la processione. Lui brontolava, strillava, poi firmava. “Non mi venite più a rompere i coglioni”», chiosava in perfetta linea col personaggio. Un omone arcigno ma di cuore, Rosai, che da toscanaccio verace amava intercalare il suo dire col classico “dioboia” (Indro Montanelli, “Quel tipaccio scorbutico di Ottone Rosai”, in Il Corriere della Sera, 3 luglio 2001).

 


ZOOM

Ancora visibile la retrospettiva su Ottone Rosai a Montevarchi

La monografica sul Maestro toscano non ha chiuso lo scorso gennaio, come da agenda. In un clima di disagio per le restrizioni a singhiozzo causa pandemia, l’esposizione allestita al Palazzo del Podestà di Montevarchi (AR) aspetta ancora visitatori fino al 6 giugno 2021, grazie alla disponibilità dei prestatori delle opere e nella speranza di tornare presto almeno in “zona gialla”.

 

“Ottone Rosai. Capolavori fra le due guerre (1919-1939)”

Organizzata in occasione del centenario della prima personale fiorentina (1920) che lo fece appezzare dalla critica, l’originale retrospettiva dedicata al Maestro toscano (Firenze 1895 – Ivrea 1957), riunisce nello storico Palazzo del Podestà cinquanta opere tra disegni e oli, tutti provenienti da collezioni private.
L’esposizione spazia tra i lavori realizzati dal 1919 al 1939: alcuni notissimi – come “Incontro in via Toscanella”, la stradina in cui Rosai aveva la bottega di falegname – altri inediti, ricercati dal curatore della mostra, prof. Giovanni Faccenda, presso privati e galleristi.

 

Valorizza il lavoro svolto in occasione della monografica, il desiderio del prof. Faccenda di presentare la figura di Ottone Rosai in modo nuovo: «(…) la volontà di superare una lettura esegetica ormai antiquata e limitata dell’opera di questo Maestro fra i maggiori del Novecento, sovente priva dei necessari riferimenti culturali che vi si debbono cogliere (Dostoevskij, Campana e Palazzeschi, fra gli altri) e di una riflessione filosofica che tenga conto delle affinità con il pensiero di Schopenhauer e il pessimismo cosmico di Leopardi».
Arricchisce il programma espositivo, la presentazione di una novità di studio: l’identificazione corretta del dipinto “Baroncelli” (1932), erroneamente denominato per lungo tempo “Paesaggio”, ignorando l’indicazione data sul retro dallo stesso autore. E tra le sorprese inedite, la presenza di un vinile, miracolosamente ritrovato, in cui Rosai legge due brani dalla sua celebre raccolta di racconti “Via Toscanella”.
Altre novità sull’artista sono riportate nel Catalogo, dove sono pubblicate, tra l’altro alcune foto professionali che ritraggono un inedito Rosai sorridente, disponibile all’obiettivo di un fotografo amico.

 

Visitatori alla mostra “Ottone Rosai. Capolavori fra le due guerre (1919-1939)”, Palazzo del Podestà, Montevarchi (AR), fino al 6 giugno 2021

 

In copertina: Ottone Rosai, “Trattoria Lacerba”, 1921, olio su tela applicata su tavola, cm 20,3×39. In mostra alla retrospettiva “Ottone Rosai. Capolavori fra le due guerre (1919-1939)”, Montevarchi (AR), fino al 6 giugno 2021

 


“Ottone Rosai. Capolavori fra le due guerre (1919-1939)”
Montevarchi (AR), Palazzo del Podestà
25 ottobre 2020 – 6 giugno 2021

Catalogo a cura di Giovanni Faccenda. Ediz. illustrata, Edifir 2020
Apertura: causa Covid-19 i giorni e gli orari possono cambiare. Per rimanere aggiornati si rimanda ai seguenti riferimenti:
www.comune.montevarchi.ar.it – tel. 055.91081
Ufficio Cultura: serviziocultura@comune.montevarchi.ar.it – tel. 055.9108314-212
Ufficio Stampa Comune di Montevarchi: erminip@comune.montevarchi.ar.it – tel.055.9108245

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