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Il Mito dell’Arte Africana nel ’900

a cura di Marina Pescatori

Da Picasso a Man Ray, da Calder a Basquiat e Matisse. Una mostra a Trieste evidenzia l’influenza africana sugli artisti di ieri e di oggi.
Oltre alle opere d’arte, manufatti etnici e fotografia contemporanea.

In salita il trend di appassionati e compratori

L’interesse degli occidentali per arte etnica a scopo collezionistico e di studio, è noto e consolidato da tempo. Ma c’è una novità. Nell’ultimo decennio un pubblico sempre più vasto di acquirenti sta operando un generalizzato cambio di gusto – e conseguentemente di giro d’affari – tanto che tra gli addetti ai lavori non si parla più di genere “particolare” e a sé stante, né più di nicchia di mercato. Senza distinzione, l’arte etnica della tradizione africana e asiatica fa parte adesso dei generi considerati artistici tout court, e per questo motivo è oggetto di compravendita non solo da parte di appassionati e musei, ma anche di investitori che puntano genericamente all’acquisto di opere destinate a rivalutarsi.
La tendenza è provata dai risultati di vendita delle rinomate case d’asta europee e statunitensi che negli scorsi due anni hanno alienato mediamente il 70% dei lotti proposti, con punte di aggiudicazione milionarie per gli oggetti più significativi provenienti da accreditate collezioni private formatesi nel secolo scorso, come quella di Béatrice e Patrik Caput – lui ex responsabile del dipartimento di arte africana e oceanica di Sotheby’s – messa in asta il 20 ottobre 2022 da Christie’s Parigi.
Naturalmente, man mano che l’interesse diffuso avanza, aumenta anche la sete di conoscenza a sua volta foriera di buoni risultati. Beneficiano del trend positivo innanzi tutto gli spazi espositivi e museali, sempre più visitati, e i settori legati all’indotto, quello editoriale ad esempio, che offre pubblicazioni curate da studiosi ed esperti di fama, libri e cataloghi molto richiesti da chi intende approfondire la materia per passione, ma anche da chi desidera affacciarsi sullo specifico mercato.

 

Ibeji Yoruba, Nigeria. In mostra a “Il Mito dell’Arte Africana nel ’900. Da Picasso a Man Ray, da Calder a Basquiat e Matisse”, Trieste, 25 marzo – 3 settembre 2023. (Collezione Albertino Alberghina)

 

Una mostra da vedere

Ottime occasioni di approfondimento sono le mostre temporanee a tema. Tra quelle che il panorama italiano offre in questi mesi, merita sicuramente una visita “Il Mito dell’Arte Africana nel ’900. Da Picasso a Man Ray, da Calder a Basquiat e Matisse”, esposizione che non solo evidenzia l’influenza dell’arte etnica sulle scelte pittoriche di notissimi artisti occidentali di ieri e di oggi, ma che presenta del continente africano manufatti artigianali originali d’epoca insieme a fotografie contemporanee.

 

Allestita presso il Porto Vecchio di Trieste, l’esposizione si è aperta il 25 marzo negli spazi del Magazzino 26 alla presenza dei curatori Anna Alberghina, Bruno Albertino, Vincenzo Sanfo, e delle autorità intervenute, tra cui Grégoire Kandza, Consigliere d’Ambasciata a Roma per il Congo Brazzaville.
Il Comune di Trieste ha accolto con entusiasmo la proposta di allestire in uno dei più grandi magazzini portuali d’Europa la mostra sull’Arte africana e sul suo influsso sui grandi artisti del Novecento – ha affermato l’Assessore alle Politiche della Cultura e del Turismo Giorgio Rossiartisti che hanno segnato una rivoluzione culturale come quella che oggi sta rinnovando questa straordinaria parte di Trieste: una nuova Città della Cultura e della Scienza, in un’area del Vecchio Porto Franco, nella quale il grande attrattore culturale del Magazzino 26 sta già offrendo 50.000 mq di spazi espositivi, e su cui stanno investendo le istituzioni e i portatori di interessi economici”.

 

Foto di gruppo all’inaugurazione della mostra “Il Mito dell’Arte Africana nel ’900. Da Picasso a Man Ray, da Calder a Basquiat e Matisse”.
Da sinistra: Vincenzo Sanfo (Curatore), Salvatore Lacagnina (Responsabile organizzativo per Navigare srl), Grégorie Kandza (Consigliere d’Ambasciata a Roma per il Congo Brazzaville), Bruno Albertino (Curatore), Anna Alberghina (Curatrice), il Segretario d’Ambasciata a Roma per Congo Brazzaville e Giorgio Rossi (Assessore alle Politiche della Cultura e del Turismo Comune di Trieste)

 

La suggestione africana sui grandi maestri occidentali

All’alba del ’900 la semplicità dell’arte primitiva affascina gli artisti europei che vi entrano in contatto, ed offre loro l’occasione di rompere col passato, con la pittura e la scultura concepite come mezzo illustrativo e descrittivo. Vincenzo Sanfo, noto curatore di mostre in Italia e all’estero, ha lavorato per portare all’esposizione triestina autori che nel tempo hanno fatto tesoro di quella originaria operazione d’avanguardia.
Partendo dalle esperienze picassiane – sintetizza l’esperto – questa mostra ci porta sino ai giorni nostri attraversando percorsi che hanno in comune una visione dell’arte che trae dall’essenzialità delle forme africane ispirazione, generando i papier-decoupematissiani, le decorazioni tribali di Keith Haring, le surreali visioni di Man Ray, le gioiose figure di Calder accostate alla furia costruttiva di Basquiat. Cosi come le irriverenti maschere di Enrico Baj, le luminose visioni di Marco Lodola e le incursioni di Marco Nereo Rotelli, accompagnate dalla cancellazione picassiana del cinese Xu De Qi. Un percorso, quello pensato per questa mostra, essenziale ma esaustivo di quanto l’arte africana abbia contribuito e continui a contribuire all’evoluzione dell’arte occidentale”.

 

Il curatore Bruno Albertino, collezionista e autore di testi sull’arte etnica africana, nel sottolineare la volontà di ricreare in mostra l’atmosfera parigina dell’epoca, precisa che “l’ammirazione degli artisti moderni per le sculture tribali negli anni dal 1907 al 1914 è documentata da fotografie degli interni degli studi, dagli scritti e, naturalmente, dalle loro stesse opere. Picasso, Matisse, Brancusi, Braque apprezzavano dell’arte tribale sia la finezza estetica che la sua essenzialità altamente stilizzata. Anche e soprattutto grazie a questi artisti, la scultura tradizionale è diventata importante ed è stata esposta nei più prestigiosi musei del mondo come il Pavillon des Sessions del Louvre di Parigi”.

 

I coniugi Anna Alberghina e Bruno Albertino, collezionisti di Arte africana e curatori della mostra

 

Anna Alberghina, collezionista e autrice delle immagini fotografiche in mostra, sottolinea l’importanza di entrare nello spirito della cultura africana per comprenderne il fondamentale valore.
Nella realtà africana – spiega la curatrice – linguaggio estetico, pensiero religioso e struttura sociale sono legati in un’unità inscindibile che è l’elemento caratterizzante la cultura tribale. Se vogliamo comprendere l’Arte africana, dobbiamo, innanzitutto, svuotare la mente della nostra consolidata visione del mondo per la quale il metodo scientifico è l’unico strumento di conoscenza e la realtà fisica l’unica certezza. Nelle società africane tradizionali, al contrario, l’anima è una certezza tanto che tutto ha un’anima. Maschere, feticci, figure di maternità e di antenati popolano il complesso mondo religioso africano, mai creati con una semplice finalità estetica ma per consolidare il legame tra il mondo dei vivi e quello degli spiriti”.

 

Il percorso espositivo

La mostra si apre con l’esposizione di circa 100 opere d’arte africana tradizionale, tra sculture, maschere e oggetti d’uso. Nove le tematiche: Fertilità e maternità, Bamboline di fertilità, Il culto dei gemelli, Le maschere, Gli antenati, Figure magiche, Arte funeraria, I poggiatesta, Gli oggetti d’uso.
Le sculture appartengono integralmente alla Collezione dei curatori Bruno Albertino e Anna Alberghina e sono il frutto di oltre 30 anni di viaggi, collezionismo e studio della materia. Le diverse tematiche sono introdotte da foto evocative della cultura dei popoli africani, scattate da Anna Alberghina proprio in quei luoghi, utili a far entrare il visitatore nella vita dei popoli africani. Sono inoltre proposti video girati dai curatori stessi, riguardanti riti e costumi di alcune popolazioni: danze, cerimonie, riti magici e anche vita quotidiana.

 

La seconda parte dell’esposizione è dedicata a circa 50 opere d’arte del Novecento che colgono perfettamente l’aspetto immortale del mito africano. Una vasta sezione su Pablo Picasso presenta disegni, litografie, ceramiche. Si continua con le opere di Matisse, Calder, Gauguin, Man Ray, fino ad arrivare ai più contemporanei Mimmo Paladino, Basquiat e Xu De Qi.

 

La locandina della mostra. Riporta la litografia di Pablo Picasso “Portrait” del 1978 – Mostra prorogata fino al 3 settembre 2023

Immagine di copertina: Due opere in mostra


“Il Mito dell’Arte Africana nel ’900. Da Picasso a Man Ray, da Calder a Basquiat e Matisse”
dal 25 marzo al 30 luglio 2023 – Mostra prorogata fino al 3 settembre 2023. Trieste – Porto Vecchio, Magazzino 26, Sala Carlo Sbisa
Orario: da martedì a venerdì 10-18; sabato, domenica e festivi 10-20. Ultimo ingresso 30 minuti prima della chiusura. Chiuso il lunedì
www.navigaresrl.com/mostra/il-mito-dellarte-africana-del-900/
prenotazioni@navigaresrl.com

Fotografie: Fabrizio Ruzzier

 

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