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L’Esperto

Rubrica di expertise gratuite

Autore: dott. Antonello Ferrero
In collaborazione con il Museo del Collezionista d’Arte – Metodi Scientifici d’accertamento, Milano


Hai ereditato o acquistato un oggetto e vuoi sapere quanto vale? Inviaci una richiesta di expertise gratuita!
• E-mail: info@lagazzettadellantiquariato.it
• Posta: Permano Editrice “L’Esperto” – Via della Pedica 126 – 00046 Grottaferrata (RM)
La richiesta di expertise deve essere completa di: foto dettagliate dell’oggetto; misure precise; firme e marchi (ove presenti). Il materiale fotografico inviatoci con lettera o plico postale non verrà restituito.
Si dichiara che i pareri esposti nella rubrica sono espressi dallo scrivente in ottemperanza della Legge 14 Gennaio 2013 n° 4 in materia di professioni non organizzate in Ordini o Collegi.


Settembre 2018


La signora Claudia manda le immagini di due mobili arredativi: una credenza degli anni ’20-’40 del Novecento intarsiata a pantografo, cui assegno un valore 600 euro, e una vetrina anni ’70-’80, sempre del Novecento, che valuto 300 euro. Questo, ad occhio, avendo a disposizione scarne foto e non avendo comunicato la lettrice le misure.


Signora Alessandra, il suo orologio da tavolo in metallo dipinto (h 40 cm) con inserti in ottone placcato oro (echt vergoldet), tedesco, è un soprammobile per turisti. Anni ’50-’60 del Novecento, vale 350-400 euro.


Signora Antonella, il suo canterano lastronato in piuma di mogano ho impressione viva che abbia subito rimaneggiamenti e aggiunte varie al punto di renderlo “illeggibile”. Il valore così è intorno ai 100-150 euro.


La signora Marika manda in visione 5 mobili. La cassettiera in legno d’olmo o ciliegio, di un certo gusto, sembrerebbe pezzo caratteristico di area umbro-marchigiana, e anche se presenta mancanze, vale 600 euro; l’armadio, pantografato, 300 euro. All’angoliera da muro assegnerei un valore di 150 euro, al tavolo, 100 euro e alla ribaltina, 200 euro.


Signor Nicola Giovacchini, dica pure al suo amico Angelo di Centocelle (RM) che il suo orologio da tasca è un falso Vacheron. Se poi si vuole sincerarsi sul fatto che la cassa sia in oro, può andare a farlo controllare da un orefice qualsiasi (comunque senza mai lasciarlo in “visione” o per effettuare il “saggio”). Non fosse in oro, l’orologio varrebbe sempre 100 euro per la marca riprodotta.

 


Signor Roberto Fornaroli, le immagini del “tondo con Madonna e Bambino con cornice” inviatemi non sono assolutamente sufficienti per poter ascrivere l’opera ad alcuna epoca, tanto meno al secolo XVI. Anzi, v’è da dire che nessun parametro visivo ivi espresso potrebbe condurre il mio giudizio in tal senso. L’immagine in sé non evidenzia craquelure ma piuttosto elementi abrasivi sospetti.


Signor Roberto Pratese, operatore al mercato “I Sabati dell’Usato” Monterotondo-Scalo, la sua statua in marmo è riproduzione attuale di fanciulla in stile Liberty. Alta 180 cm, realizzata in statuario apuano, se integra, vale, per arredamento, sugli 800 euro.


Botta e riposta circa l’autentica delle opere d’arte

Signor Marco Paoli da Roma, io ancora non mi capacito di come, anche a mero senso di logica, si possano acquistare opere d’arte, moderna soprattutto – che l’arte antica è cosa complessa e richiede per riprodurla fior di artisti veri e storici antiquari restauratori che preparino i supporti per eseguirla (tele, telai d’epoca, colori, invecchiamenti) – senza averne capacità e conoscenza adeguata. Nelle opere moderne e contemporanee – che sono più idea che forma – prevale il segno condensato, accennato, quando non criptico: tagli, superfici monocoloriche, geometrie, astrattismi, alla portata di tutti. Ed è per questo, difatti, che sono molti i falsari che vi si cimentano, operando su vecchi cartoni, compensati, masoniti, che sono materiali del Novecento facilmente reperibili. In più, essi sopportano costi esecutivi minimi, tant’è che si possono permettere di vendere a 50-100 euro pezzi che, buttati a finto casaccio nei mercatini o nel retrobottega del magazzino, invogliano scaltramente chi, gettato lo sguardo sulla firma, pensa di aver fatto il colpo della vita.
«Guarda… – mi diceva un commerciante d’arte mesi fa – guarda questo disegno (tre bottiglie ad acquarello evanescenti con firma); a quell’asino di (…) ho dato 40 euro, ne voleva 60. Aveva visto la bella mano ma letto Morando e non Morandi, che poi non saprà neanche chi è. Eh!… che ne dici? Qui si parla di 20-30 mila euro eh!».
«E già!… – ho risposto – e chi ti dichiara che è di Giorgio Morandi, chi te lo autentica?».
«Ah… allora, secondo te, tutte le opere di Morandi che si trovano in giro hanno l’autentica: ma che dici? E allora, chi ha comprato dall’artista sconosciuto all’inizio della sua carriera o da gallerie minori che vendono opere a dozzine di autori agli esordi? …E allora, le opere regalate, perse, buttate?».
«Sì – ho ribattuto – ma una volta che l’artista diventa un nome internazionale, per farlo circolare, commerciarlo, la legge, e non il ragionamento tuo e di altri, prevede che vi siano delle documentazioni di provenienza in primis, e non va certo bene, come motivazione, il ritrovamento occasionale dell’opera, che potrebbe nascondere sottrazioni, furti e quant’altro. E poi, anche ci fosse liceità, permane l’obbligo, se la si vuole vendere come autentica (altrimenti dovrebbe essere alienata chiaramente come copia), di avere una autentificazione; può essere rilasciata dalla Fondazione dell’artista, se istituita, o dagli eredi dell’artista autorizzati in divisione ereditaria notarile o anche dagli studiosi autorevoli, basandosi su documentazioni e conoscenza, ma generalmente sottoposti ai primi».
In seguito ho saputo che il commerciante, non persuaso dalle mie osservazioni o non sembrandogli conveniente tenerle in considerazione, ha venduto il disegno del supposto Morandi ad un antiquario umbro per 3.000 euro: 1.000 subito, e il resto a vendita di costui a un collezionista che verrà dal Canada e che lo comprerà, probabilmente, a una decina di migliaia di euro circa. Il “collezionista” acquisterà una sontuosa cornice antica, collocherà il disegno nel suo salone o lo metterà in cassaforte insieme alla ricevuta d’acquisto per 30 mila euro presso Galleria o prestanome compiacente (o lo stesso antiquario umbro) che gli servirà per scaricarne fiscalmente il valore attraverso una sua Società. E documenterà bene il suo acquisto in Italia: il nome dei mediatori, la ricevuta del venditore accompagnata magari dalla dichiarazione di un critico, un professionista d’arte o di un antiquario di basso profilo e pochi scrupoli, oppure da autentica di un grande critico deceduto, con tanto di carta intestata (oggi facilmente riproducibile con il pc da tutti).
Mi è giunto, mentre scrivo, un comunicato stampa dei Carabinieri Comando Tutela Patrimonio: hanno sequestrato un centinaio di opere d’arte (da De Chirico, a Rosai a Fantuzzi) a uno scenografo romano, commerciante di falsi da tempo sul mercato.

Che altro dirle, signor Paoli, se non che per acquistare opere di pregio moderne ci vuole accanto un perito professionista, serio, fidato, che ne capisca, o una Galleria di nome e di prestigio? E questo, certo, nell’ipotesi che non decida, viceversa, di comprare da privati a due soldi, e di sobbarcarsi poi l’impresa e la spesa dell’autenticazione.
Ma veniamo al dunque. Il suo quadro, supposta opera di Mario Schifano (Homs 1934 – Roma 1998), artista poliedrico di fama internazionale, è un falso, e per ovvi motivi: primo perché lo ha acquistato da un venditore di quadri a 1.000 euro senza documentazioni, con sola ricevuta e senza la foto firmata dal venditore dell’opera stessa; secondo perché, sia per studio sia per frequentazione del Maestro, sapevo e so quali colori, telai e tele usava, e il telaio del suo quadro non è proprio tra questi, anzi, è della tipologia che lui odiava. Non le fornisco altri particolari poiché i falsari, quelli non provetti, potrebbero avvalersene. E tutto ciò che scrivo va al di là della querelle circa le opere di Schifano (che faceva eseguire i suoi dipinti anche a terzi). E ripeto, qui non si tratta di stabilire l’esecuzione dell’opera (alla portata di tutti) ma piuttosto di essere a conoscenza di ciò che la legge ordina in merito all’autenticità.


 

E come sempre, un saluto a tutti e un abbraccio ai pochi


 

Agosto 2018


Brutte foto invia il signor Emilio Genovese. Lo scrittoio impiallacciato e intarsiato probabilmente – e ad occhio – è un mobile degli anni ’70-’80. Solo la rastrellatura delle gambe potrebbe far pensare a un’epoca meno recente – anni ’20-’40 – ma in questo caso starebbe a significare che il mobile è stato malamente restaurato e riverniciato. Valore: sui 300-400 euro, per arredo.


La signora Antonella Cirrito manda una “Carta generale della Sicilia e sue isole del Cav. Guglielmo E. Smith”, capitano topografo della Reale Marina Britannica, compilata nel 1824 ed edita nel 1826 dall’Officio Topografico di Napoli in fogli due. L’esemplare inviato dalla signora è un’edizione del 1860 e penso possa essere valutato sui 200-250 euro.


Il signor Maurizio Castelli invia un’icona il cui retro certifica che si tratta di copia manuale da originale (Museo Zagorsk Russia) eseguita dal Pantocrator Iconstudio Ungheria (senza indirizzo). Praticamente si tratta di una copia dozzinale che non ha, spiacente, alcun valore se non arredativo.


Signor Mario Coppolino, il suo tavolino, senza misure, credo sui 2 metri di lunghezza e suppostamente novecentesco, così com’è può valere 200 euro.


Signor E. Pugliese da Viterbo, il suo registratore di cassa dei primi del Novecento è americano. Funzionante e in ottimo stato, vale sui 2.000 euro, ma più di 1.000 credo non le daranno.


Signora Gianna Tornabene, il camino in marmo (cm 1,70×1,60) che lei vorrebbe acquistare è in stile neoclassico dell’Ottocento, ma non è originale, quindi, è pagabile al massimo 2.000 euro e non 5.000. Spieghi poi al venditore, che i suoi elementi decorativi sono stati pantografati, non eseguiti a mano!


Doriali in e-mail, manda in visione un armadio in noce – afferma lui – da sverniciare, in quanto ricoperto. Ebbene, al di là delle mie perplessità su chi e perché abbia verniciato di nero un legno nobile e bello come il noce, debbo accertare al signor Doriali che, anche se lui lo restaurasse a puntino, il suo armadio piemontese (h 210x140x52) non potrebbe mai valere “oltre cinquemila euro” (sic), ma 700-800 euro – in noce fiammante e trovando l’acquirente – giacché la tipologia non è affatto appetibile nel mercato attuale.


Vetrina eclettica, fine ‘800 primi ‘900, per il dottor A. Flavinio da Roma. Mogano, bronzi, vetri molati (h 210x90x40), è un pezzo molto arredativo ma di poca richiesta: 1.200 euro per l’ottimo stato.


La signora Manuela Brizzi di Bologna invia foto di un’angoliera in noce (ma tanganica), anni ’80 (h 80×40) di nessun valore antiquariale, e una coppia di comodini (cm 40x34x85) in palissandro con intarsi in acero, stupendi, Carlo X, da 2.500 euro.


E come sempre, un saluto a tutti e un abbraccio ai pochi



Luglio 2018


“Una storia”

Il lettore Emilio Pio Nardi da Roma-Parioli mi fa contattare da Ettore Carta – “mercataro” a riposo di Porta Portese – in merito a una “cornucopia a cavallo marino alato” in bronzo (cm 40×30 h), oggetto che mi viene indicato come sovra camino Primo Impero francese (sic), e ciò in base all’opinione del proprietario stesso “cultore di studi napoleonici” e di un “celebre bronzista” di cui (talmente celebre!) non mi viene fatto il nome. Io, vedendo il pezzo dal vivo, lo trovo senza nerbo plastico, lo definisco un bell’oggetto, ma seriale, appartenente a un eufemistico e rivisitato Tardo Impero non francese ma italiano, e lo colloco, infine, negli anni ’20-’40 del ‘900. Apriti cielo! Il “Pio” Nardi copre di male parole il povero e incolpevole Ettore Carta reo di avergli presentato (e “a gratis”) un somaraccio che non capisce nulla e che gravita “tra rigattieri e mercatacci” (sic). Ah… dimenticavo di precisare che il bronzo era stato comprato dopo essere stato rinvenuto, steso a terra su un lenzuolo, presso il mercatino abusivo che si svolge addossato alle mura di San Giovanni, a Roma, compra/vendita illegale che viene chiusa dai vigili periodicamente con sequestri e arresti. Questo nell’ottobre dello scorso anno.
Ora, capita a chi si informa e legge sempre, di imbattersi ogni tanto in qualcosa che gli conferma di non aver sprecato gli anni dedicati allo studio e alla ricerca. In un vecchio opuscolo/catalogo da me conservato: “Fonderia Artistica – Roma 1936”, rinvengo, al n. 85, proprio il bronzo Primo Impero dell’accanito lettore.
Mi viene in mente, anch’esso retaggio di studi, il “Pio Bove” di carducciana memoria.


La signora Tatiana T. da Udine, il suo orologio da tavolo a pendola (cm 30×30), con carica settimanale e funzionante, è in antimonio bronzato e dorato, probabilmente realizzato in Francia. Tali oggetti in antimonio non sono appetibili sul mercato, nonostante il bell’effetto visivo. Valore, sui 300-350 euro.


Antonello Fox mi manda le immagini di tre classici bronzetti della tradizione partenopea (cm 65 h per 10 kg di peso ognuno circa). Si tratta di copie di fonderia tratte dalle collezioni di due artisti scultori specializzati nel genere del “Pescatorello”: Gioacchino Varlese (1888-1922) e Giovanni De Martino (1870-1935). Copie dai 30 ai 40 cm di altezza, valgono sul mercato sui 200 euro. Quelle inviate in visione, arrivando a 65 cm, penso possano valere sui 400-500 cadauna.


Il signor Daniele Bagni, dalla meravigliosa Malcesine sul Garda (Verona), invia immagine di una statuina dell’azienda ceramica Rometti (cm 26×18), firmata Dante Baldelli, sommo ceramista della manifattura, 1932. Ideata come segnalibro e recante il titolo “Vagabondo”, è una versione che si discosta dall’originale che appare sui cataloghi, ma io credo che sia egualmente autentica. Purtroppo l’opera è danneggiata nel viso, e dunque e dai 3.000-3.500 euro di stima si scende ai 1.200-1.500. Ciò sommariamente.


Il signor Mauro Malusa da Trieste manda in visione un bronzetto novecentesco (cm 21×27, peso 5 kg) firmato con nome non reperito nei cataloghi. Pur di non eccelsa perizia compositiva, “le due sorelline” hanno un “che” di solitaria trasfusione che fa risultare la composizione, tutto sommato, piacevole e delicata. Valore, 250 euro.


Gianfelice in e-mail, il marchio impresso sulla sua porcellana (rosso) non è italiano di Vinovo (il cui distintivo è generalmente una “V” tra due punti sormontata da una croce e in blu sotto vernice o incisa) ma è riferibile a Varages, in Francia. Ciò, per l’epoca della sua porcellana che è il XVIII secolo.


Signora L. Passoni in e-mail, la sua è un’acquaforte originale e coeva di Giuseppe Vasi (1710-1782), mm 10,10×6950: Prospetto della città leonina che si vede colla Basilica Vaticana, Ponte e Castel Sant’Angelo, 1765. Sedici anni fa ne comprai una dello stesso autore (con altro scorcio romano) per un cliente ad un’asta, mi pare Semenzato, per 3.500 euro. Ora il valore è sui 2.000 euro, a dir tanto.


Ginosa62 in e-mail, il suo dipinto veronese, inizi del XVIII secolo, è una copia oleografica, ossia una stampa su tela. È inutile quindi portarla in visione ad una casa d’aste per venderla.

 



Signora Pinapaste, non scherzi!: se lei ha creduto veramente che le “feci” del Manzoni Alessandro fossero state vendute in scatole “ricordo” a duemila euro a confezione, beh… penso che il titolo di “gallinaccia” (con cui si identificano nel campo antiquariale pollastri ed affini) non glielo possa togliere nessuno. Sì!, è vero che sono state fabbricate ed edite scatole contenenti “feci”, ma nel 1961, e non si trattava di quelle dell’autore dei Promessi Sposi ma di un altro Manzoni, il noto Pietro artista di avanguardia che, provocatoriamente (ma non troppo, come hanno dimostrato gli anni trascorsi), affermava che qualunque cosa sia contestualizzata ed esposta da un artista diventa ipso facto un’opera d’arte. E giù ad esporre: piumini, corde, candele e… merda. Il termine è crudo, lo so, ma l’opera in scatola si intitola proprio così: “Merda d’artista”, gr 30, senza conservanti, prodotta e inscatolata dall’autore nel maggio 1961. L’ultima aggiudicazione in asta parla di 275mila euro! Meditate gente, meditate… e pregate il vostro Dio, se lo avete.


l.london70 in -mail, gli artigiani viterbesi sono falsari da quando producevano per i “tonti romani” terrecotte dipinte a imitazione – grossolana – delle ceramiche greche, le cosiddette “falische”. Loro epigoni sono i famosi ceramisti di Civita Castellana, (ne ho scritto negli anni sulla Gazzetta) che hanno copiato per secoli di tutto: dalle cinquecentesche di Deruta e Urbino ai “cessi” della Ginori, fino alle porcellane di Tiffany. Già negli anni ’60-’70 i viterbesi si erano specializzati in copie di statue, camini, fontane, vasi. Ne hanno venduti a migliaia, e continuano pur nella crisi odierna che, però, non gli consente più di chiedere, per i camini ad esempio, dai 5-8-12 mila euro ma, più modestamente, 800-1.200. E quindi: tra materiale (non più reperibile nei campi come una volta e/o smontando tombe e santuari antichi), costi di esecuzione a macchina e rifinitura a mano (che l’antichizzazione, a parte i mesi, anni buttati all’aperto con l’esposizione a tutte le condizioni atmosferiche, non la fanno più), non è che gli convenga più tanto realizzare qualcosa; anche perché, oramai, dagli acquirenti “gallinacci” che spendevano senza scrupoli si è passati agli acquirenti “faccia da retro”, i quali, se gli chiedono mille è facile che propongano cento, vuoi per ignoranza vuoi per legittimarsi furbi e scaltri compratori. Adesso i venditori viterbesi si limitano a dirvi “è un pezzo antico, l’ho comprato io trent’anni fa da un vecchio rigattiere” ecc. ecc. “ma per quello che chiedo non glielo fa neanche nuovo nessun marmista”.
In definitiva, signor london70, il camino (cm 130×110) da lei comprato a Orvieto è una riproduzione in pietra (sembra pugliese di Trani), ed è stato pagato il giusto: 1.100 euro. Ma non è un pezzo del ‘700.


Michele, in e-mail, conciso: epoca e valore di una tela (cm 105×80), un francescano Priore della fine del ‘700. Pezzo di modesta mano e stesura, non in eccelso stato, vale 300-400 euro.


E come sempre, un saluto a tutti e un abbraccio ai pochi



 

Una storiella

Il falsario ed il perito. Scambio di vedute tra due professionisti

Il perito viene raggiunto dalla telefonata di un amico “mercataro” di Bologna – persona seria e da lui stimata tant’è che ha il suo cellulare personale – che gli parla di un discreto collezionista di pittura futurista – ed anche commerciante – bisognoso di una consulenza nel campo. Dopo le solite domande esplorative per capire che tipo di incarico dovrebbe accettare, l’amico a digiuno di arte (ma gran conoscitore di mobilia) lo prega di telefonare al collezionista. Dopo qualche giorno si mettono in contatto e il perito si reca presso la sua abitazione/galleria romana: un appartamento immenso che subito lo colpisce: intravede un Modigliani, un De Chirico, e pitture futuriste di pregio: Dottori, Severini, Balla, Carrà… Un museo! Il proprietario inizia ad aprire cartelle con documentazioni, provenienze, certificati. Meno male, pensa rinfrancandosi il perito, arciabituato a visionare opere senza curriculum e senza storie documentate. Ma allo stesso tempo si chiede: e che mi ha chiamato a fare se è tutto certificato e avallato? Dopo un’ora di discorsi, il perito capisce che il collezionista ne sa più di lui in materia, conoscendo e opera pittorica e gallerie e mercati, e così, gli pone una domanda/constatazione onesta: «Guardi – esordisce – le ne sa più di me. Inoltre, ho ben guardato tele e documentazioni e ad un primo esame visivo è tutto autentico: cosa posso fare per lei?». « Eh… caro professore – risponde il collezionista – ha detto bene, ad un primo esame tutto è autentico: tele d’epoca, colori, patine, provenienze, certificazioni… Ma ad una più attenta verifica anche lei, che non è precisamente un esperto d’arte futurista, comincerebbe a farsi e a farmi delle domande. Per prima cosa, però, mi permetta! io l’ho chiamata e voglio darle l’onorario concordato, che accetti l’incarico o meno». Così dicendo il collezionista mette nelle mani del perito una busta e conclude, con intensità, dicendo: «La riterrei vincolato, così, ad una dovuta segretezza». Il perito posa la busta sul tavolo: « Signore, l’hanno male informata se pensa che io possa essere vincolato per soldi. Lei mi ha fatto entrare nella sua casa – e a che titolo si vedrà – fidandosi di me, ed io, una volta uscitone, non direi a nessuno per nessun motivo ciò che lei vuole tenere riservato, neanche alla giustizia, e ciò, le ripeto, che lei mi paghi o meno». Il collezionista stringendogli la mano: «Sono quindici anni che la leggo e mi ero, infatti, fatto un’opinione ben precisa di lei. Mi scusi. Devo a questo punto farle una confessione: tutto ciò che ha visto ad esame sommario, è falso. Le uniche cose autentiche sono quei disegnini di De Chirico sul vestibolo d’ingresso, e questa, per quanto rara, sculturina di Gerardo Dottori», precisa indicandola su un tavolino d’appoggio. «Io sono commerciante e falsario, e sono, lei avrà ben capito, un profondo conoscitore del periodo e degli artisti operanti. In più, ho per anni avuto conoscenza di materiali, gallerie, mercati. Ho contatti con collezionisti “veri” e “pseudo”: i “veri” sono quelli che hanno le opere nei cataloghi, gli altri sono “affaristi”, quelli che comprano un olio di De Chirico a 15mila (invece dei 50 e oltre) e si accontentano delle ricevute di aste, o di nobili e borghesi impoveriti o defunti. Sono questi “affaristi” i miei clienti». Il perito non si scompone: «La domanda – dice – è sempre la stessa: come potrei aiutarla o favorirla visto che lei è un eclettico, mi permetta, imbroglione?». Il falsario sorride: «Professore, nella rubrica della Gazzetta lei scrive – e così è! – che in special modo le opere moderne possono essere autenticate solo dall’autore o, se questo è deceduto, dagli eredi o dalla Fondazione dedicata, oppure da autorevoli conoscitori dell’opera dell’artista e da chili di documentazioni, foto, perizie ecc. “Autentica”, ecco. E lei sa di cosa parlo. Ma a me ed ai miei clienti “affaristi” basta una buona opera ben dipinta (e ho due fratelli che le riprodurrebbero la Sistina quanto sono bravi) con tela e telai d’epoca, un po’ di carte d’appoggio e di eredità. È per questo, mi permetta, che ho chiamato lei… ossia un perito serio, conosciuto ma non esperto del Futurismo, che possa stilare, sulle basi da me fornite, un’attribuzione scritta e articolata. Non una dichiarazione di autenticità ma di semplice attribuzione, che quindi mette lei al riparo da tutto, legge compresa. Ed io e i miei clienti siamo a posto. Sono disposto ad offrirle il venti per cento su fattura o ricevuta su ogni quadro che lei mi valuta con l’attribuzione». Il perito guarda il falsario: «Signore, sono costretto a ripetermi: l’hanno male informata. Ma stia tranquillo, mi ritengo vincolato, e senza percepire alcun onorario, a quanto innanzi detto. Noi non ci siamo neanche conosciuti, e… addio!». Il perito si avvia all’ingresso, apre la porta, e se ne va.

I TERMINI

Autentica: è la certificazione assoluta che l’opera è indubbiamente e incontestabilmente dell’autore. Possono certificare autenticità unicamente: l’autore, gli eredi o le Fondazioni nominate. Chi effettua le certificazioni ne risponde penalmente e civilmente di fronte alla legge.
Attribuzione: è fatta sulla base della visione dell’opera con o senza documentazione. Chiunque in buona fede può redigerla senza risponderne a chicchessia e – paradosso, tanto più se non capisce nulla dell’opera e della documentazione – essa assume valore quanto più la persona che la redige ha autorevolezza sul mercato.

 



Giugno 2018


Signora Rosa62, la sua credenza con piattaia in larice (cm 220x60x195) è della fine dell’Ottocento, probabilmente di area friulana. Vale 800 euro, e ciò perché mi ostino a valutare i mobili per la loro specificità: il suo è lucidato con l’antica cera a strati ed è in prima patina. La scrivania (cm 130x65x82) non è del Settecento ma anch’essa della fine dell’Ottocento e qui, per l’usualità dello stile – e nonostante il bel noce massello – devo scendere ai livelli dell’odierno mercato, cioè non più di 500 euro.


Signor Giovanni Pasuello da Roma, la credenza (cm 210x120x50) comprata a “due soldi” (sic) nel negozio in conto vendita, non è dell’Ottocento e non è in mogano ma in legno asiatico, prodotta una decina di anni fa in India da dove, allora, ancora conveniva esportarle in Europa. Si tratta di pezzi a imitazione di quelli originali; oggi non se ne producono più perché i mobili autentici costano di meno. Il suo: 300-400 euro per arredamento e per gli amanti, pochi, del genere.


Giannirosa in e-mail, la sua radio Philips 2531 e l’altoparlante 2032, Olanda 1929, restaurati esternamente ma non funzionanti e mancanti di parti all’interno, valgono forse 50 euro per chi li vorrà e potrà ripristinare.


Signor Sandro Suriano da Napoli, l’inginocchiatoio con leggio in legni vari mordenzati noce, reperito in un antico palazzo in abbandono, non è cinquecentesco ma mobile eclettico tipico di fine Ottocento primi Novecento, riproponente, cioè, nel suo aspetto un insieme di vari stili precedenti. Da restaurare, sui 150 euro.


Il signor Maurizio Castelli ha acquistato un okimono (h 14 cm peso 186 gr) “oggetto da posare” giapponese del 1910 in avorio, e me ne chiede il giusto valore. Si tratta, in genere, di statuette in vari materiali da porre in nicchie o su scaffali – mai su mobili – e bene auguranti per la casa. Posto che il suo, signor Maurizio, sia veramente avorio, presenta un bel modellato e, senza entrare nel merito del marchio (da identificare), credo che 350-400 euro sia la sua valutazione. Ricordo comunque a lei e agli altri lettori che l’avorio è sottoposto alle norme internazionali CITES e alla legge 7-2-92 n. 150 in materia di commercio e detenzione e che quindi ogni oggetto deve avere provenienza e certificazione di chi vende, acquista e detiene.


Un signore romano ha ereditato dal padre una collezione di opere di Pascal Papisca, un pittore (nato nel 1938 a Parigi poi operante dagli anni ’60 a Roma) che io ricordo di grande mano e notorietà. Ebbe successo in Italia negli anni ’70-’80, ma poi ne ho perso le tracce e non ne ho più avuto notizie. L’oblio è ciò che capita a tanti ottimi artisti di non primaria importanza nazionale i quali, finito il momento di gloria, non trovano in seguito chi li mostri e valorizzi. Pertanto, dare valutazioni odierne su Papisca è oltremodo difficile; potrei dire che i ritratti possono essere valutati sui 300-400 euro, i paesaggi (cm 50×70) sui 400, i nudi (cm 50×50) sui 500. Ciò a grandi linee.


Costames in e-mail, la sua sedia capotavola realizzata in mogano istoriato è scozzese e non francese. Può valere oggigiorno al massimo sui 200 euro e non 2.000 come indicatole dal buonuomo venditore di anticaglie (?) – bomboniere suppongo – e forse esercitante la professione di idraulico come primo mestiere.


E come sempre un saluto a tutti e un abbraccio ai pochi


Maggio 2018


D’Orazio, da Napoli, pone alla mia attenzione un “cassone da sposa emiliano del ‘600 in noce”, scrive lui!… Io vedo invece un assemblaggio, neanche bello, di legni vari: pioppo, castagno, abete; il noce, evidentemente disturbato, se n’è “fujuto”. Il coperchio, addirittura, è una porticina in larice: un classico di questi rifacimenti casarecci! Il cassone fu pagato da sua madre 3.000 euro una decina di anni fa, ma ora, ohi voi!, devo purtroppo ridimensionare il suo valore: 300 euro al massimo, e sempre per i soliti amanti del genere.


Signora Fanali C. da Tivoli (RM), le sue porcellane raffiguranti animali (h sui 35 cm), essendo oggetti degli anni 50-60 del Novecento, valgono poco: sui 30-50 euro l’una, secondo gusti.


Bianchini da Bracciano (RM) manda in visione tre orologi da parete. Il primo (cm 35), ottocentesco, detto a “occhio di bue”, presenta quadrante in latta, carica a tre giorni, cornice a mecca: se funzionante, 250 euro. Il secondo, anch’esso di fine Ottocento, è un pendolo in bosso intagliato, un gioiellino di cm 10×8 funzionante e con un bel meccanismo tedesco: valore 300 euro. L’ultimo orologio, in latta serigrafata (cm 40×48), è un austriaco “foresta nera” a pendolo; pezzo della metà dell’Ottocento, funzionante e in condizioni museali, vale 600-800 euro.


Il signor Sergio Celotto manda in visione tre quadri. Il primo è opera del pittore romano Leonardo De Magistris (1933-2010), uno dei fondatori della famosa manifestazione “I cento pittori di via Margutta” nata a Roma nel 1953 e ancora “viva”. Purtroppo, come a tanti pittori è accaduto, una volta scomparsi, le loro opere non hanno avuto più un valore adeguato. Nel mercato girano tele dell’artista (cm 50×70) a cento euro l’una. Il suo dipinto (cm 150×80) considerando anche la con cornice arredativa, potrebbe valere sui 350 euro; tra l’altro, l’opera è di quelle seriali dell’artista. Il quadro a firma Giorgini (cm 150×100), artista da me non identificato, potrebbe valere sui 200 euro arredativamente parlando; non ho elementi visivi per stabilirne l’epoca, essendo una pittura di stampo classico. Il terzo dipinto – che sua zia indica di scuola inglese – anonimo, ma di grandi dimensioni (cm 250×150), è pezzo di fine Ottocento, ha mestieranza e respiro; ad occhio, fosse dell’epoca presunta, potrebbe valere sui 1.500 euro.


Signora Emma Trisino da Roma, la sua specchiera (cm 120×60) non è pezzo dell’Ottocento ma prodotto seriale di fabbrica, anni 60-70 del Novecento. Può verificarlo lei stessa poggiando in piano la cornice: constaterà che è piatta e rileverà che sopra il gesso “a spruzzo” è stata applicata una foglia dorata (oro matto) non consona. Per le ottime condizioni, 200 euro per arredamento.


Specchierina in noce, ‘800 francese (cm 60×40). Signor Paolo, siamo su un valore dai 60 ai 120 euro, secondo dove si vende e per gli esclusivi amanti di tale genere.


Gioacchino, mercataro marchiggiano: ancora? Ma lo dovresti sapere, ormai, no? Le credenze fine Otto primi Novecento varrebbero sui 1.200 euro ma più di 500-600 non te li danno, punto. Aivoglia a parlare di noce, vetri molati e piombati, ecc… Non le vuole più nessuno.


Valenzi, il suo cassone non è rinascimentale, ossia risalente al XVI secolo, ma piuttosto neo rinascimentale, ergo pezzo del XX secolo. Quindi: 400-500 euro e per l’ottimo stato.


Signor Fassa, un mese fa circa, in qualità di perito e consulente di un’autorità pubblica in un processo, il giudice mi ha chiesto se potessi valutare a vista dei disegni firmati di arte moderna. Ho risposto che tali opere non erano “accompagnate” né da documentazioni e certificazioni né da quant’altro occorre alla validazione d’autenticità di una “qualsiasi opera d’arte”, e che nessuno altrimenti che non sia erede o responsabile di una specifica Fondazione può assumere su sé l’onere di valutarne e dichiararne l’autenticità. Ciò ripeto a lei in merito al suo disegno di Modigliani. E tanto valga per tutti quei lettori che hanno comprato e/o scoperto dei Picasso, Cezanne, Mirò, Kandisky, Morandi, ecc. ecc.


E come sempre un saluto a tutti e un abbraccio ai pochi



Aprile 2018


Foto da catalogo: Asta Pandolfini – Firenze 18 aprile 2018 lotto 73

Egregie sorelle Pancaldi da Roma, note frequentatrici disgiunte di mercati e mercatini, conosciute a Roma come le “marchigiane” (e non per la loro terra d’origine) quando comprano, e come le “Bulgari” quando vendono (Arezzo e Parma), signore con le quali, ogni tre-quattro anni ho degli scontri notevoli (vent’anni fa addirittura mi denunciarono per aver scritto sulla Gazzetta della loro scarsa competenza nonostante si professassero antiquarie, denuncia, poi, “motu-loro” e chissà perché, prontamente ritirata): ecco che ci risiamo!
I fatti: nell’autunno del 2017, a Parma, le sorelle vendono a una lettrice della Gazzetta una zuppiera con decoro “aux lambrequins”, blu cobalto, giallo antimonio, verde ramina, marcata con il giglio della Real Fabbrica di San Carlo, Caserta XVIII sec. Sin qui tutto bene. Poi, però, scoppia la “querele” riguardante il prezzo, a mio dire – e non solo – esagerato. La lettrice Ivana C., infatti, comprata la zuppiera dalle sorelle – che quando vendono sono congiunte – a 5 mila euro (da 6.500 iniziali) con rilascio di ricevuta – senza foto – attestante il tutto, prezzo compreso, orgogliosa del suo acquisto la fa vedere a un conoscente “mercataro” che, ritenendone esagerato il valore, la manda da me. Io, pur autentica, valuto la zuppiera 500-700 euro. A questo punto la signora Ivana telefona inferocita alle sorelle le quali non si spencolano – come avrebbero voluto – in improperi su di me e il mio operato (forse ricordando l’episodio della denuncia e di ciò che dissi e promisi al loro avvocato), ma fanno osservare alla signora che il mio è un parere da foto e quindi non esaustivo (vero), e che simili prezzi appaiono raramente sul mercato (vero).
Che dire? Semplicemente, da Catalogo Pandolfini asta “Maioliche e porcellane dal XV al XVIII secolo”, 18 aprile 2018, lotto 73, riporto: “Assortimento, Real Fabbrica S. Carlo Caserta (1753-1756)”, 13 pezzi di servizio in blu cobalto, verde ramina, giallo antimonio (insomma, tipologia identica nei colori e nella forma alla zuppiera contestatami) di cui fanno parte, oltre al piattame ed altro, 3 zuppiere (una coppia grande e una piccola), tutto al prezzo base e valutativo di 1.500-1.800 euro.
Punto.


Do il benvenuto al neo lettore Antonello Ciotoli che manda in visone un efebo in bronzo realizzato dalle Fonderie Artistiche Farbel, ditta di Brescia nata nel 1966, ancora attiva e nota soprattutto per gruppi bronzei cesellati e con orologi. La sua statuina, prodotta negli anni ’70-’80, non è di grande pregio, non ha un cesello curato né presenta patinatura importante. Valore: 250-300 euro.


Signor Giovanni C., non posso darle consigli su come “frodare” legalmente terzi tramite apposizione di attestati di gallerie su quadri falsi, anzi, la esorto a non farlo e non per il rischio della galera (giacché pare in Italia non ci sia più, a meno di non chiamarsi Reina, Provenzano o Mattia Messina Denaro, o si sia tanto incauti da dare una testata a un giornalista nel mentre si è ripresi da una telecamera di troupe televisiva) ma per il breve percorso che avrà la sua attività.


Signora Pina62, le sue ceramiche miste di Sesto Fiorentino, Bassano e Imola risalgono agli anni ’50. Non sono rare, e dunque non le serviranno per concorrere economicamente allo sposalizio di sua figlia. Valgono una trentina di euro l’una.


Sempre polemiche su stime e valutazioni.
Una volta, tanto tempo fa, facevo valutazioni a vista su mobili, opere, oggetti…, adesso invece devo andare a consultare risultati d’asta, cataloghi, gallerie e operare sempre con maggior difficoltà perché i prezzi variano a seconda di chi vende e dove si trova.
I luoghi più deputati per vendere e comprare sono le aste dove vanno ad acquistare fior di volponi che, se riescono a coalizzarsi all’interno della sala, tengono bassi i prezzi. Ma principi, in gergo “gallinacci”, delle battute d’asta sono coloro che senza alcuna esperienza, ma decisi ad acquistare una data opera, rilanciano oltre il dovuto (facendo però a volte, con i bassissimi prezzi di mercato correnti, degli affari). Il mercante, viceversa, deve comprare con oculatezza e parsimonia per poi rivendere a chissà chi e quando; è spesso escluso dal “battage” mentre naturalmente chi compra per sé è avvantaggiato.
Con ciò, mi rivolgo alla signora Emilia Gianni da Latina ed ad altri lettori che si trovano disorientati da miei ed dagli altrui pareri. Purtroppo, cari lettori, ormai le valutazioni, come ho scritto, vanno a seconda del mercato o dell’acquirente. Certo ci sono dei canoni di rispetto ma sono ampli. Alla signora Emilia, per l’appunto, ho valutato dei mobili umbertini o neo-rinascimentali, fine ‘800 primi ‘900 (3 tavoli, 18 sedie, 3 credenze, 2 servanti ed una libreria), solo (dice lei) quindicimila euro in tutto. Ma io gentile lettrice, mi sono pure, come si dice, “allargato” perché tutto il mobilio è in noce massello, ma lei difficilmente potrà ottenere in blocco la metà di questo valore. Ed anche volendo alienarlo a singoli pezzi (ma dove, a chi?) sarà dura, e alla fine non so se potrà arrivare ad ottenere la cifra da me indicata per l’insieme (e naturalmente avendo un suo deposito ove tenere per lungo tempo il mobilio).


Signor Paolo Sinceri da Frosinone, il suo juke-boxe è americano, degli anni ’50. Importato dalla ditta Bini, vale, funzionante, sui 500 euro. La slot machine, sempre americana, stessa epoca, sui 600-700, sempre se funzionante.


Signora Magda Spini, mi spiace comunicarle che i suoi mobili non sono antichi ma in stile eclettico e provenienti dall’India. Valgono, arredativamente, sui 200-300 euro al pezzo.


Pannaioli Circolo manda in visione due vetrine. La prima, in ciliegio (cm 280x110x40), stile Biedermeier metà ‘800, bella e sontuosa, vale 3.000-4.000 euro. Rari e ormai introvabili, i pezzi autentici di questa tipologia, nonostante l’azzeramento dei mobili antichi sul mercato, mantengono – anche se non ottimali come una volta – quotazioni soddisfacenti. Viceversa, la seconda vetrina, pur in noce tardo Luigi Filippo (primi ‘900), scende a 400 euro.


Leonardi da Modena sottopone alla mia attenzione due vetrinette del ‘900 (cm 60x35x80 e cm 90x55x35), una più brutta dell’altra: a chi pensa di venderle? Ha ragione il suo figliolo, le regali all’Istituto. E ci porti pure quell’esperto che le ha detto che una delle due (non voglio sapere quale) è del ‘700, e che vale (ohilei a conoscerlo!) almeno 2.000 euro. La legge Basaglia ha purtroppo eliminato i luoghi di detenzione per i matti senza offrire loro altre alternative che la strada.


E come sempre un saluto a tutti e un abbraccio ai pochi



Marzo 2018


Signora Adele Pruni (mail giratami dal “prof. Ennio” insigne connaisseur di “Madonnine votive da strada” romane), io trovo che internet abbia certamente permesso a tutti di evolversi se non culturalmente “conoscitivamente” ma che, altrettanto certamente, non possa porre chi ha studiato una vita determinate materie sullo stesso piano di chi con un “click” apre un link o un sito creato – come appuro tante volte – da incompetenti.
Il suo “esperto”, dandole notizia del marchio posto sotto il suo oggetto in ceramica del XVI secolo, ha detto una stupidaggine. I segni incisi sul cotto, infatti, stanno ad indicare non “l’antica fabbrica del Volpato a Civita Castellana” (sic), bensì un’unità di peso, la libbra, seguita dal numero. Si tratta di una tipologia di misurazione ancora da studiare, che si poneva generalmente sui contenitori ceramici farmaceutici ad indicare il peso del loro contenuto. Le dico ancora da “sviscerare” in quanto tale simbolo, insieme alla sotto misura oncia non compare in tutti i recipienti del genere ma solo su alcuni. E sto parlando, e solo, della provincia romana. La sua misura impressa indica libbra una: probabilmente il peso del contenuto, ovvero circa 327 grammi. Sfocato e impubblicabile, il suo vaso, che presenta decorazioni deboli e la scritta abrasa indicante il prodotto interno (poche le lettere rimaste), penso possa valere sui 1.000 euro.


Signora Magda Tonti con attività antiquaria, la sua icona (cm 37×23) greca – e non russa, la correggo! – non è una “Eleusa” (la misericordiosa) ma una “Glykophilousa” (dolce bacio) in quanto la madre non solo china il capo verso il figlio ma lo tocca, e in più è una “Dexiocratousa” perché tiene il bambino sul braccio destro. Ciò per quello che concerne la complessa tipologia che governa tale settore. Per quanto riguarda invece la sua attribuzione al XVII secolo, devo dirle che dall’esame del supporto ligneo noto una tarlatura strana: simmetrica e con buchi simili nel diametro; in più l’essenza lignea non è patinata debitamente. Insomma, ascriverei la sua opera come una riproduzione di qualche decina di anni fa. Valore sui 200 euro per l’ottima esecuzione. Non pubblico, così come da lei richiesto.


Fabio 92, da Roma, ha comprato presso un rigattiere un vasettino (h 4×4 di diametro) in terracotta, come un giocattolo per bambini di epoca romano-etrusca. Ebbene no, caro lettore! In primo luogo, se fosse un oggetto di tale epoca sarebbe un ex voto per santuario e non un giocattolo; in secondo luogo, l’invetriatura interna (a sale), da lei descritta, lo indica come microvasetto farmaceutico, contenitore per pomata-unguento, una tipologia in auge tra i secoli XII-XVII. Si tratta, dunque, di una chicca di valore più storico-documentale (non rara) che economico.


Barletta Uff. da Viterbo, la sua consolle non è del ‘700 ma una riproduzione sugli stilemi del tardo Luigi XV (cm 2,40×1,30×47). Acquistata da lei al prezzo eccessivo di 5.000 euro, ne vale 1.200, per arredamento.


La signora Gioia Antonini dalla provincia di Terni ha ereditato un cassettone lastronato in radica di noce biondo (cm 130x110x60) che pensa sia un pezzo “napoletano del ‘700”. A mio avviso, invece, è di chiara marca lombarda e risale all’ultimo quarto dell’Ottocento. Valore: sui 1.500 euro, per l’ottimo stato in patina originale.


Il dottor Mario Pieri invia due orologi da muro, ambedue della fine dell’Ottocento. Il primo: un pendolo italiano (h 46 cm), valore sui 300-400 euro; il secondo: tedesco (cm 40×70), in legno con quadrante in latta litografata, ‘800 primi ‘900, valore sui 600 euro.


 

Il mercataro e vecchio lettore “Gino” manda in visione tre radio tutte funzionanti: la prima, a valvole, modello Ares del 1940, in legno e bachelite. valore sui 100 euro; la seconda a transistor, anni ’60, modello Capri, valore 30-50 euro; la terza, modello Singer, a transistor, anni ’60, sui 20-40 euro. Un abbraccio.


Signora Paola C., le sue specchiere in legno dorato (cm 55×40) non sono ottocentesche ma degli anni ’60 del Novecento. E ciò nonostante il parere dell’antiquario suo amico. L’intaglio è debole. Faccia una prova: metta la cornice in posizione orizzontale e ci poggi sopra, a coprirla, un foglio o un cartone, si accorgerà che rimane in piano senza eccessive protuberanze. Segno distintivo della lavorazione seriale a macchina.


Signor Corrado Manni, tutti i suoi quadri ed oggetti sono importanti. Visto il suo desiderio di alienarli in breve tempo, abbisognano di visione diretta in modo da poter dare un parere scritto professionale e poterle indicare il canale di vendita.


Giacalone in e-mail manda in visione una suonatrice di fisarmonica in ceramica di grande formato (cm 20 x h 52 ) firmata Clelia Bertarelli, 1934 Torino. Valore sui 250-300 euro.


Signor Maurizio Castelli, l’unica prova per stabilire se un oggetto è d’argento o meno (oltre l’esperienza di un professionista che addirittura riesce a determinarlo odorandolo) è data dall’acido di rivelazione che, come ho già scritto, applicato in minima quantità sul metallo, a seconda del colore che evidenzia indica la presenza e stima la percentuale di argento contenuto.
E veniamo ai suoi oggetti. Il vaso, senza marchi, non riveste particolare interesse artistico e dalla foto inviata non riesco a individuare il valore del test.
Quanto allo spruzza essenze, il marchio apposto è tipico di un oggetto d’uso orientale dei nostri tempi.
Infine, mi è impossibile, dalla foto sfocata, darle alcun parere sull’“amuleto”.


L’affezionato lettore Sergio Celotto invia foto di un comò a scrittoio che ha ereditato. Si tratta di un mobile rustico in ciliegio (cm 117x53x98) con ferramenta esterne sostituite. Costruito da un falegname nei primi del ‘900, presenta intarsi pantografati aggiunti con garbo. Pezzo di gusto ma non di elevato valore: sui 400 euro.


I signori Bologna, Ciotoli, Vanni, avranno risposta sul prossimo numero.


E come sempre un saluto a tutti e un abbraccio ai pochi


Febbraio 2018


Malimpiero67, valutando il suo entusiasmo, mi spiace riferirle che la vetrinetta da farmacia in ciliegio massello lucidato a cera (cm 80x45x160) da lei recuperata tra le macerie del terremoto della sua meravigliosa città di Norcia (a cui nessun cataclisma potrà togliere il respiro, l’aura e il sentimento storico che la pervade e pervaderà sempre) non è settecentesca ma dei primi decenni del ‘900. Può valere non migliaia di euro come indicatole, ma intorno ai 500 al massimo.


Egregio signor Manlio Annaloro da Caltanissetta, lei mi ha mandato in visone un’opera di Edouard Bisson (Parigi 1856-1939), ritrattista femminile (soprattutto), di prim’ordine, una tela di cm 96×74 che rappresenta due nudi muliebri (rarissimi). A prescindere dal fatto che è stata mal fotografata e da distanza, da subito ho notato che in essa non vi erano le virtù coloristiche del Bisson; il tutto mi è apparso, ad occhio, piatto e omogeneo ma, non essendo un esperto precipuo di tale autore, mi sono limitato solamente all’impressione. Poi però, sul retro tela da lei inviato ho riscontrato il marchio L. Besnard!
Ora, reputandomi da anni un antiquariartestoriometra*, è d’uopo che io mi occupi oltre che della pittura anche dei supporti su cui essa è necessariamente collocata. Ebbene, sommariamente, le rendo noto che la ditta di articoli per pittura e coloreria Besnard – ancora attiva – pone i suoi esordi nel 1898 con Hess (forse anche è più antica ma non commercialmente reclamizzata). L. (Leon) Besnard subentra nel 1902 sino al 1912, poi v’è Barillon A. (1913-1921). Da ciò ne consegue che la sua opera firmata e datata 1885 non potrebbe avere sul retro un marchio “L. Besnard”, in auge produttivo (tela-telaio) dal 1902! Che altro dirle?
*Antiquariartestoriometria, scienza formulata dallo scrivente che estende l’analisi di una data opera-oggetto a tutti i campi di ricerca: chimici, d’analisi, studio e documentali storici.


Signor Angelo Sappa, il suo quadro reperito in un mercatino, carta su compensato dipinto a pastello (cm 13×24), è un bozzetto liberty che ha una sua maestranza tecnica, però, non essendo firmato, è da relegarsi a oggetto arredativo. Valore: un centinaio di euro.


Signora Sabrina Mailli, purtroppo anche lei invia cattiva immagine di un bel dipinto di maniera (cm 81×103) che i suoi restauratori ascrivono al ‘700 veneziano. I particolari inviati non suppliscono all’impossibilità di esprimere un parere più dettagliato circa il “Re, Imperatore vittorioso spencolante ori ai suoi, con le figure tiepolane dei nobili vinti incatenati in primo piano”. L’opera e il suo retro tela andrebbero rivisti dopo oculato restauro.


E. Pasini da Perugia, i grammofoni con mobili che, provenienti dall’Inghilterra, negli anni ’90 inondarono i mercati italiani, come tutte le cose d’antiquariato una volta erano ambiti ma ora non hanno più estimatori. Lei pagò il suo grammofono anni ’30, in mogano e impiallacciatura, 700 mila vecchie lire, ma adesso vale (funzionante) sui 250 euro.


Rinaldi, lei ha una gouache su carta (cm 24×31) firmata “Magnelli 41”. L’autore, Alberto Magnelli (1888-1971), pittore e scultore internazionale, passò dai futuristi, a Picasso, a Léger, a Matisse, per approdare infine ad un “astrattismo” ossimoricamente “ragionato”. La sua opera si colloca nel pieno di tale contesto ma – e come al solito fanno gli spedenti quesiti – perché non mi ha mandato documenti che accertino provenienze, certificati e quant’altro? Il mio mestiere e compito è verificare proprio questi e non quello che da semplice immagine mi si presenta alla vista, giacché lei potrebbe – come altri hanno già fatto – aver fotocopiato l’opera da un libro o catalogo e dichiarare autenticità o meno, tanto più che si tratta di opere “semplici” nella loro esecuzione e riproducibilità.
Anni fa mi giunsero foto di una tela bianca con due tagli obliqui e del suo retro firmato Fontana. La lettrice che le aveva inviate voleva da me il parere tecnico sull’opera!! Ebbene, senza conoscere provenienza e percorsi dell’opera, da valutarsi e poi trasmettere a Fondazioni o critici precipui dell’autore, nessuno, dico nessuno, può azzardarsi ad esprimere giudizi di autenticità. Io posso, là ove possibile, fare una valutazione – e sempre se mi convince visivamente l’opera – unicamente dalle carte d’accompagno trasmessemi. Null’altro. Sarebbe, oltreché disonesto e fuorviante, inutile farlo.


Cesa46 da Caserta, vecchio mercataro che abbraccio per la continua passione per l’antico, possiede: un giradischi Heyd Italy a valvole, anni ’60, in ottimo stato, il cui valore è sui 50 euro; un pendolo (cm 55×25) toscano, primi ‘900, che vale sui 250 euro, e una bella e funzionante radio Telefunken-Koncert-Trial (cm 20x20x35) da lucidare, che, nello stato in cui si trova, vale sui 200 euro.


Fiscale Venerina, da Macerata provincia, venti anni fa comprò al mercato di Arezzo una statuina in porcellana (h 40 cm) di cui chiede lumi e valutazione. Signora, la sua bella porcellana è stata eseguita in modo mirabile nei primi del ‘900 in una manifattura senz’altro veneta. Si dovrebbe studiare per identificare il bravissimo modellista che è poi riuscito a colorare e smaltare il pezzo con un’abilità degna di plauso. L’oro (vero) del catino retto dalla figura del fachiro è uno specchio e illumina d’intorno, il modellato tutto sembra essere stato immerso nel vetro. Pagata 80 mila delle vecchie lire, questa statuina ne vale oggi perlomeno 800, ma in euro.


Gioia da Roma, la sua sedia in noce (cm 52x47x107) è senz’altro della fine del ‘700. Pezzo di fattura piemontese, nello stato in cui si trova vale sui 500 euro.


E come sempre un saluto a tutti e un abbraccio ai pochi


Gennaio 2018

A tutti, auguri di Buon Anno!


Signor Giuseppe Rossi, la ringrazio per il “luminoso” complimento e mi felicito per il suo “bel vedere”. La sua tela (cm 65×52) è dell’Ottocento inoltrato e propriamente di stampo sud-orientale siciliano, indi, potrebbe – e senza ferire alcuno – essere definita, come lei scrive, siracusana. La mano popolare e l’elementare composizione non può farla assurgere ad elevato valore: sui 400-600 euro.


Lorenzo Bussandri invia immagini di una affettatrice Berkel mod. 7 U.S, colore verde, mancante di disco (lama). Valore: sui 2.500 euro.


Signora Paola67 da Roma, purtroppo il suo secretaire (cm 60x130x35), impiallacciato in acero e bois de rose, decorato con bronzi, non è un Napoleone III francese, come dalla ricevuta già di per sé anomala. Essa, infatti, non riporta la data né la firma di chi l’ha stilata, e reca solo l’intestazione “A.R compravendita mobili d’epoca Roma via Casilina km 15”, un indirizzo piuttosto vago (!!??). Il mobile è una riproduzione eclettica indiana degli anni ’90; non vale i 2.000 euro d’acquisto ma 600-800 euro se non meno: nel caso l’interno sia stato realizzato addirittura con truciolare tinto legno (come già mi è capitato di vedere). Seppure ritrovasse il venditore, dubito che le restituirebbe i soldi (simili lestofanti non hanno questa abitudine), però lei cerchi se non altro di scambiare il mobile con qualcosa di meno vergognoso.


Giovanni Puppo, la sua madia umbro-toscana, costruita nei primi decenni del ’900, è stata troppo sverniciata e ha perduto la sua patina. Nello stato in cui è, vale sui 400 euro.


Valsacchi da Perugia, la sua credenza dei primi del ‘900, dipinta in nero, non può avere “sotto – come scrive – noce massello”: non ha senso! piuttosto è stata realizzata in legni poveri e vari (da qui la necessità di tingerla). Il mobile è cosa di ambito popolare e non può venire da “dimora principesca”, a meno di non essere collocata in ambienti di servizio e servitù. Può valere, nello stato in cui è, 350-400 euro.
La macchina da cucire in ghisa visibile sul piano del mobile, è anch’essa del periodo. Vale sui 400 euro.


Giusti, vecchio amico mercataro senese, invia immagini di tre radio perfettamente funzionanti. La prima è una Altaire (cm 45×50) della Radio Marelli, anni ’30, valore 300-400 euro; la seconda, una Depaphon (cm 27×15) Milano, anni ’40-’50, sui 120 euro; la terza, una Sterling (inglese) cm 50x25x25, anni ’30, sui 400 euro.
Auguri anche a te, e un abbraccio anche se sei dell’Oca!


Emilio Grassi da Roma manda in visione una slot machine (cm 130×110) “Bally Amazon” degli anni ’60, funzionante. Vale sui 600 euro.


Signora Paolina Smart da Napoli: eh sì… sorrida! Il suo proiettore degli anni ’60, integro e imballato, è pezzo museale. Vale almeno 800-1000 euro. Bastoni chi gliene ha offerti 50!


Panini da Latina invia cinque disegni-bozzetti (impubblicabili per essere stati mal fotografati da un cellulare) di Domenico Tojetti (Rocca di Papa 1807 – San Francisco 1892). Caro lettore, i suoi disegni riguardano un affresco posto in Sant’Agnese fuori le mura, Basilica sulla via Nomentana, Roma. Il loro valore complessivo è sui 1.500 euro.


Signora Pamela Ludovisi da Frosinone invia foto di una zuppiera e una fruttiera dipinte a mano (cm 34×30 e 41×17) di Caltagirone. Pezzi anni ’50-’60 con marchio non repertato (S.O Caltagirone), valgono rispettivamente: sui 20-30 euro la fruttiera, 60-80 euro la zuppiera.


E come sempre, un saluto a tutti, un abbraccio ai pochi.


 

Dicembre 2017


Signor Paolo Antonio Baiocchi da Roma, il suo versatoio/teiera è di produzione indiana, realizzato in un materiale che in campo antiquariale è detto argentone, la cui lega è formata da argento ed altri metalli meno preziosi. Nell’argentone, il metallo nobile è presente tra il 30 e il 60% del totale. Lei mi scrive che, per testare il suo versatoio, ha usato un reagente all’argento in commercio, il quale, applicato sulla superficie, ha prodotto una macchiolina arancione/rossastra. Questo vuol dire proprio che, essendo l’oggetto realizzato in un metallo a basso contenuto di argento, l’acido non ha rimarcato in maniera netta la superficie, ossia non ha prodotto una macchiolina tendente al viola. In definitiva: il colore che si produce con il reagente cambia in base alla quantità di metallo nobile contenuto nella lega, quanto più la macchia è scura tanto più si è in presenza di un’alta percentuale di argento (puro 1000 millesimi).
Il versatoio, da foto, mi sembra di antica lavorazione ma poiché questa tipologia di manufatti è stata ancora ripetuta con le stesse tecniche sino a una trentina di anni fa, il suo valore non è alto: sui 250 euro.

Nota tecnica
Il titolo dei metalli nobili ha per parametro 1000 millesimi che indica la purezza massima.
Se il marchio impresso su un oggetto in oro è 750, significa che quella è la percentuale (75%) di metallo nobile presente nella lega in cui è formato l’oggetto, il restante 250 è in altri metalli usati per indurire e/o colorare il materiale.
Come parametro dell’oro viene usato anche il carato: per 24 carati si intende oro puro “fino”, quindi il 18 ct andrà a certificare il “fino” presente nella lega; le altre 6 parti della lega in cui è composto l’oggetto sono in altri metalli.
Negli oggetti in argento, oltre al classico titolo 800 (puro è 1000 millesimi) che certifica la presenza dell’80% di metallo nobile, esiste, per gli oggetti piccoli (in genere monili), il titolo 925 che, essendo quasi argento puro, ossida poco a contatto con la pelle; le restanti 75 parti della lega sono di altro metallo.


Signora Bianca62, la sua tela di Bruno Cassinari (1912-1992), maestro pittore e scultore italiano, è un falso. Trattasi di una copia su cui hanno steso del colore a rilievo. Le dico questo con sicurezza perché tale tela gira da anni nei mercati romani, e inoltre, non presenta timbri né ha documentazioni a supporto. Il titolo “Personaggio Lunare” e l’anno “1969” impressi nel retro, così come la firma, sono approssimativi e incerti in una grafia copiativa elementare.


Signor Palombi, il suo è un bel tavolo vittoriano in mogano massello. Gli inglesi (popolo conservatore) hanno prodotto mobili in questo stile sino agli anni ’70 del Novecento. Non starò quindi a discettare sull’epoca dello specifico, poiché tavoli del genere sono – e sempre – stati venduti “a corpo” e in base al loro valore arredativo. Pesanti e belli, erano il sogno per ogni abitazione borghese italiana. Un tavolo come il suo (cm. 135×120 con prolunghe per oltre 100 cm.) in passato costava sui tre milioni delle vecchie lire, ora, invece, penso che più di 750 euro non possa, purtroppo, valere. Un consiglio: si imponga al “figliame” e lo tenga: è un bel mobile di pregio.


 

Nannini, da Frosinone, porta alla mia attenzione due mobili rustici. Il primo è una credenzina dell’Ottocento in noce (cm. 90x50x100) di area francese; il secondo è un cassettone marchigiano-umbro (cm. 85x80x50) in noce, primi del Novecento. Tale mobilia – come tutto nell’antiquariato – vent’anni fa costava qualcosa, ora: 450 euro al pezzo, nel mercato.


 

Il lettore Alessandro La Monica da Parma invia foto di un’opera su tavola (cm. 29×35) che sembrerebbe, a vista, un’immagine settecentesca semplice ma ben svolta, però… però non vedo craquelure né canoni classici di risulta. È uno di quei pezzi, dunque, che andrebbe esaminato de visu.


Alba Rot69, la sua scrivania in noce biondo (cm. 85x195x95) è sicuramente un mobile realizzato tra Ottocento e Novecento e – come da timbro di Pesaro da lei evidenziato – è di produzione marchigiana. Non può valere però il denaro richiestole, ma al massimo – visto che le piace molto – 1.200 euro, per l’ottima costruzione interamente in massello.


Il dottor Emiliano Fois Ricci, che mi scrive dalla provincia di Milano, ha acquistato all’asta un ritratto su tavola (cm. 36×28) raffigurante Santa Eurasia. Trattasi di dipinto seicentesco di scuola devozionale “mesteriante”. Pezzo da restaurare, valore sui mille euro.


Mas23, manda in visione una “allegoria dell’estate” (h. 38 cm), gruppo ceramico forse dei primi dell’Ottocento, Parigi, con delle piccole rotture. Valore: 500 euro.


Signora A. Pini da Latina, repetita juvant: il mio parere di esperto è dato da foto (immagini più o meno buone), quindi, in alcuni casi è esaustivo, in altri meno. Certamente mi aiuta l’esperienza e lo studio di decenni ma a volte – e infatti rispondo privatamente chiedendo altra documentazione – non mi è proprio possibile dare risposte. Lei manda un insieme di cose fotografate in blocco – suppongo scattate col telefonino – fatte da due metri di distanza, cosa dirle?


Per Evelina Palumbo di Caserta: gentile signora, pubblico foto d’archivio in bianco e nero della poltrona in noce con “poggiolo” originale di Gio Ponti (anni ’40). Come vede, differisce sostanzialmente dalla sua che, pur marcata, è un’imitazione degli anni ’50 realizzata di una delle numerose fabbriche dell’hinterland napoletano. Un abbraccio.


E come sempre, un saluto a tutti, un abbraccio ai pochi.


Novembre 2017


Signor G. Lions, la sua consolle con specchiera e con accluso certificato d’origine e autenticità (dice lei) è singolare e sintomatica di quanto sia facile approfittarsi della credulità altrui (in questo caso la sua). Il foglio con intestazione di attività di antiquariato in quel di Portici (NA) consegnatole dal venditore, cita infatti: “Consolle cm 100×90, specchiera cm 85×205, legni vari e foglia d’oro, intarsiati e scolpiti, già di proprietà di nobile famiglia partenopea (secolo XVIII-XX)”.
Ebbene, i secoli riportati stanno a indicare la “vita” della famiglia sconosciuta non certo l’epoca della mobilia che ha, sì, un periodo ben preciso di fabbricazione ma non viene indicato, come invece lo è la cifra che suo padre pagò nel 1972: sedici milioni delle vecchie lire! Ora, dalle scarne foto, non me la sento di esprimere un giudizio lapidario ma, ad occhio vecchio e allenato, propenderei per una bella, elegante, preziosa mobilia costruita negli anni ’20 del ’900, e indicherei in 7.000 euro (per sontuosità arredativa e per gli amanti del genere) il valore attuale.

Tecnica della doratura
Sul legno manufatto e scolpito vengono passate varie mani di gesso finissimo con colla; di seguito la superficie viene carteggiata sino a che le superfici non diventano liscissime. Il lavoro procede creando un impasto fatto con argilla polverizzata contenente elevati ossidi ferrosi (bolo armeno) che va steso sul gesso; seguono, una carteggiatura finissima, la stesura della chiara d’uovo con acqua e l’applicazione, con pennellesse speciali, dei foglietti d’oro vero oppure falso o “matto” (alluminio colorato oro).


Signor Davide, la sua affettatrice è degli anni ’60, creazione della prestigiosa ditta Berkel nel suo famoso e notorio “rosso Berkel”. In perfetto stato e funzionante, vale perlomeno 3.000 euro.
Nota sul produttore. Wilhelmus Adrianus Van Berkel (1869-1952), macellaio olandese, inventò la prima affettatrice meccanica nel 1895, e visto il suo successo fondò la prima fabbrica nel 1898. In seguito iniziò a produrre bilance, torni e persino aeroplani. La ditta è tuttora attiva.


La signora Nunzia De Paolis dalla bella Bolsena (VT) invia “male” foto di un quadro ancor peggio dipinto da tale A. Vannios, soggetto che sarebbe bene far ricercare dalle autorità preposte al fine di far cessare la sua opera criminosa di offesa all’altrui vista.


Il signor Francesco Gemellaro manda in visione una ceramica tonda (cm 29) a rilievo su cornice di legno. Purtroppo trattasi di prodotto seriale per turisti, venduto nei vari centri umbri di produzione: Deruta, Urbino, Orvieto ecc., forse negli anni ’60. Valore: 150-200 euro.


Certaldo Iovine, da Napoli, sottopone alla mia valutazione una coppia di belle poltrone francesi in mogano dei primi dell’800, in perfette condizioni. Valore, sui 2.500 euro.


Signora Elisa Potenziani, capisco che non si possa essere d’accordo con me per i giudizi espressi, e tanto più perché dedotti da semplici – e quasi mai esplicative – foto, ma… ma se è pur vero è che il mio giudizio è appunto unicamente visivo e basato su una riproduzione sommaria dell’esaminato, è altrettanto certo che la mia pratica di decenni e decenni con cose antiche ha “formato”, diciamo così, occhio e spirito, fornendomi quella sensibilità che permette di discernere tra vero e falso “a senso”, tipica anche degli umili rigattieri che senza cultura e titoli, a volte, riescono a capirne e a intendersene di cose vecchie. Posso quindi ripeterle – anche dopo aver esaminato le nuove foto inviate – il perché la sua “lampada con glicine”, 1900 circa, vetro a doppio cammeo firmato “Gallé” (cm 44 h) è una riproduzione, aggiungendo le spiegazioni di seguito allegate.

Note tecniche. Emile Gallé (1846-1904) fu un precursore moderno dell’arte antica del cammeo (conchiglie e pietre dure) applicata al vetro. Su due, tre strati di materiale di diverso colore egli incideva con acidi (asportando) disegni e forme, oppure otteneva lo stesso procedimento attraverso “ruote molitrici”.
Le innumerevoli imitazioni (in India vi sono attuali fabbriche che hanno in catalogo tutta la vetreria d’arte dei grandi maestri: Daum, Gallé, Barovier, Toso, De Vez, Legras, Lalique, ecc.) sono caratterizzate da una piattezza delle incisioni che non rivelano né profondità né dinamismo, presentando viceversa i caratteri tipici dei prodotti realizzati per colata su stampi. Alcuni oggetti, con intenti propriamente truffaldini, sono lavorati e incisi al trapano e si distinguono perché l’attrezzo gira attorno al soggetto disegnato ma poi non “spiana” il materiale intorno, lasciando bozzetti, protuberanze o avvallamenti sia pur minimi.
Il suo lume, dubbiosa lettrice, a “naso ed occhio”, fa parte degli oggetti realizzati a colatura su stampi. Mi ricorda quelli che due mercatari – Emilio “il gatto” e Adolfo “la volpe” – spacciavano con “expertise” al mercato di Rieti negli anni ’90. Provenivano da Israele.


Dottor P. Farma da Latina, il problema nel valutare i quadri d’autore – e moderni soprattutto – non è dato dalla competenza necessaria per apprezzare visivamente l’opera ma dalla presenza o meno della documentazione allegata. Intendo dire che non stiamo parlando della valenza artistica o della bellezza (che può esserci o meno e che è un fatto individuale) ma piuttosto della sua autenticità provata affinché si possa dare una stima monetaria. Il suo studio di nudo (olio su cartone cm 30×50) firmato Ennio Morlotti (1910-1992), maestro di livello internazionale, non ha i requisiti documentali necessari. Posso dirle che se li avesse, e probanti, l’opera potrebbe valere sui 20-30 mila euro, ma… ma!


Minniti – così si firma in e-mail – mi scrive in merito all’eredità ricevuta, composta da decine di mobili anni ’50: credenzine vetrate impellicciate in mogano, tavoli ovali con gambe a sciabola e piani in alabastro-onice. Naturalmente, come anche lui stesso ha intuito, gli unici soldi in giro saranno quelli che dovrà tirar fuori per farli portar via, sature come sono parrocchie e istituti di tale mobilia. Conservarli potrebbe essere – avendone la possibilità – un modo per allungarsi la vita! I quadri, di cui invia foto impubblicabili, fanno parte della dotazione degli stessi mobili di allora e hanno quindi medesima valenza e futura sorte.


Il giovane Jacopo da Ostia (13 anni) mi scrive che i suoi genitori da anni mi leggono e che gli hanno detto (sic) che io “so tutto”. Quindi lui, su questa iperbole e da collezionista di conchiglie alle prime armi, mi manda foto di un esemplare trovato sulle spiagge della Croazia dove è stato con la famiglia in vacanza quest’estate. E in effetti la “Mitra zonata”, questo il nome della conchiglia di Jacopo, è un gasteropode raro nel Mediterraneo e poco frequente nell’Adriatico (h cm 6-10). Specie protetta, ha nello stesso habitat altre due varianti (Mitridae): la Cornea e la Cornicula, più piccole e comuni. Un abbraccio.


E come sempre, un saluto a tutti, un abbraccio ai pochi.


Ottobre 2017


La signora Lidia Buongiorno 62 da Viterbo, mi chiede informazioni circa un suo vaso da lei identificato (“ore” della madre) come opera del ceramista “Bassanello” di Civita Castellana. C’è un po’ di confusione: chiariamo. Il ceramista è Renato Bassanelli (1896-1973), di Civita Castellana, che operó con diversi marchi: nel 1919 a Roma con “Keramos Ceramiche d’Arte”, nel 1929 a Biella con “S.A.C.B.” e “S.A.C.A.”, e a Rocco Biellese con “C.A.A.R.”. Nel 1949, a Vasanello (VT), fu direttore artistico della manifattura “Bassanello Ceramiche” di proprietà di un altro grande ceramista e tecnico (docente di chimica alla Sapienza di Roma) il marchese Paolo Misciattelli. Nel 1951 l’artigiano tornò a Roma con la “Bassanelli Ceramiche” rimasta attiva sino al 1970. Credo che il suo vaso, senza marchi (h 25 cm), appartenga per stilemi a quest’ultimo periodo e valga sui 150 euro.


Il signor Michele D’Angelo chiede la valutazione di un crocifisso (h 1,90×125 cm) con Cristo in rame su lamina d’ottone dorata e sbalzata. L’epoca dovrebbe essere ottocentesca sugli stilemi del ‘700; l’imponenza arredativa inconsueta per un crocifisso – più che la qualità artistica – me lo fa valutare sui 1.000 euro, se il Cristo è semicavo nel retro; quasi il doppio, se la figura è piena.

 


Emmeffetti Fabio manda in visione una cornice tonda, laccata, intagliata e dorata (cm 69 di diametro) che sembrerebbe un manufatto interessante del ‘700. Nelle condizioni in cui si trova, potrebbe valere intorno ai 1.200 euro.

 

 


Signor Luigi Gandini, chiaramente, per i suoi mobili non ho alcun dubbio: sono in stile “Art Nouveau” o Liberty o Floreale; mancanti di alcuni elementi ma classici del periodo sia pur tardo, anni ’30-’40, e di fattura industriale. Difficile se non improbabile la vendita anche per lo stato in cui si trovano. Azzardo: 600 euro il tutto.


Signora Iva Massa da Arezzo, il suo letto (cm190x130) risale agli anni ’30 del Novecento. Impellicciato in noce e in stile pseudo direttorio, non può essere valutato come suggeritole dalla sua “amica esperta” (in che? giardinaggio, scala quaranta, uncinetto?) “migliaia e migliaia di euro”, sic, neanche avendoci speso lei ben mille euro per farlo restaurare. Vale intorno ai 500 euro per gli amanti (rari) del genere.

 

 


Signor Pippo Del Vecchio da Roma, il suo cassettone è francese, sullo stile del Luigi XVI ( fine ‘700) ma certamente è stato costruito nei primi del ‘900. Senza entrare nel merito della ferramenta, dello spessore dei cassetti e delle zampe, la prima e sola cosa che le voglio evidenziare è il marmo del piano (un rosa portogallo) che è incassato come nei mobili in serie e industriali. Se il cassettone fosse d’epoca il marmo sarebbe posto debordante “a cappello”.

 


Aligi, che invia tre radio tutte funzionanti, è lapidario: epoca e prezzo. Ed eccomi: la prima, una radio a valvole “Mivar” (cm 45×24), anni ’60, valore 100 euro; la seconda, una radio a valvole “Sonora” (cm 30x15x20), anni ’30, 150 euro; la terza è una “Idel” sempre a valvole, anni ’30 (cm 45×36), valore 200 euro.


Un secretaire eclettico tra il tardo Impero francese e i primi del ‘900. Signor Parisi, purtroppo le comunico che, pur avendolo pagato tre milioni di vecchie lire nel 1991, ora al massimo, e trovando un acquirente, lo potrà vendere a 800-1.000 euro.

 

 


Tecniche e Materiali

Dottor Ennio Cinquanta, la fibra di carbonio fu prodotta nel 1950 (Abbot) con il rayon carbonizzato a 1000 gradi, ma già negli anni antecedenti era stata prodotta una materia detta “fibra nera”, probabilmente una resina fenolica simile alla bachelite (formaldeide e fenolo con farina fossile). Andò a sostiture legni come l’ebano o il tek nella realizzazione di piccoli oggetti d’arredamento e dei manici nei manufatti moderni (anni ’50) d’argento e metalli.

Giovanni Albini da Milano, la gommalacca, prodotto ottenuto dalla secrezione di insetti (emitteri Kerria lacca) su alcuni alberi asiatici, è usata per rivestire e rifinire in vernice mobili e strumenti musicali con l’aggiunta di alcol a 90 gradi, ma veniva impiegata prima del vinile (prodotto nel 1927 e seguenti: il classico pvc o cloruro di polivinile) sino al 1950 per fare dischi musicali e anche cornici, pettini, spazzole, porta oggetti e protesi dentarie.
Sì! è possibile ottenere una gommalacca non ambrata (com’è al suo naturale) ma trasparente, chiara, usando una serie di passaggi con il cloruro di sodio (varechina o candeggina). Essendo commestibile, viene usata anche per ricoprire e lucidare caramelle e dolci artigianali e come rivestimento della frutta tropicale prima e dopo la raccolta al fine di evitarne la marcescenza.


E come sempre, un saluto a tutti, un abbraccio ai pochi.


Settembre 2017


Holy Joe, l’opera, comprensiva di cornice (cm 39×44), è un dipinto di devozione popolare, una Pietà ottocentesca.
Il valore arredativo è sui 400 euro.

 

 

 


Signor Castaldo, il suo monile (d’argento?) che riporta una simbologia massonica sembrerebbe un amuleto apotropaico tipico da “soldato” (guerra anglo-danese, 1670, dalle scritte). Le ricordo che le cose trovate, anche fortuitamente come nel suo caso, hanno un proprietario che potrebbe riconoscerle e rivendicarle. Comunque, il valore sommario di mercato varia tra i 250 e i 300 euro.

 


Signor Mirko Marinoni Aspirante, i suoi putti in legno con basamenti incorporati (appunto), h cm 35, sono di produzione recente. Il foro è dovuto al tentativo di far passare un filo per elettrificare i putti con un portalume aggiunto. Studi! e guardi incessantemente per mercati e negozi, si renderà conto che i suoi putti sono falsi plateali.

 


Jenni Loiacono da Ascoli Piceno manda in visione un grammofono francese a mobile, funzionante, anni ’20, privo della griglia davanti.
Valore 200 euro.

 

 


Signor Nicola Giovacchini, mi spiace rispondere in modo deludente alla sua garbata, intelligente e documentata mail.
Il suo tavolo (ex scuderie reali di Palazzo Pitti al Bobolino in Firenze), lascito del suo bisnonno dipendente di Casa Savoia, è senz’altro un bel pezzo storico (accompagnato da sedie più recenti, anni ’40-’60 del Novecento) in noce di ottima fattura e condizioni. Ma il mercato attuale, e lasciando perdere lestofanti e stracciaroli professionali, è purtroppo in un tale ribasso che, ad esclusione delle cose museali che pur grandemente penalizzate riescono a spuntare grazie agli “amanti” cifre se non di rispetto perlomeno di base, tutto il resto viene trattato alla mano come rigatteria. Tavoli simili al suo, anonimi e senza storia – sia ottocenteschi sia di epoche più tarde – non spuntano che centinaia di euro. Per dirgliela a malincuore tutta, la sua mobilia potrebbe essere acquistata ad un massimo di 600-800 euro a fronte dei 1.400-2.000 di quindici anni fa, e dovrebbe trovare anche un commerciante onesto e con vasta clientela (difficile la prima ipotesi, improbabile la seconda). In alternativa, dovrebbe trovare un privato per tentare la vendita a 1.000 euro il tutto. Ma le dico sinceramente che è molto difficile. La abbraccio.


Egregio dott. Mauro Scocca da Marino (RM), il suo attaccapanni (cm 250x150x30) non è “pieno Rinascimento” (sic) ma in stile e di piena epoca umbertina (fine ‘800 primi ‘900); in ottime condizioni qual’è, può valere sui 400-500 euro.
I due comodini in noce, epoca Luigi Filippo, ben restaurati a cera, valgono sui 250 euro la coppia.

 


Signor Marcello Pera, il suo grammofono a mobile non è del 1890 circa ma degli anni ’40 del 900. In mogano massello e compensato, non può valere almeno 1.500 euro (sic) ma, pur nell’ottimo stato in cui si trova, 350 euro (ma chi è l’idraulico o muratore che glielo ha stimato?).

 

 


La signora Vivian72 manda in visione due orologi a muro. Il primo, francese, anni ’60, cm 90×30, vale 300 euro, se funzionante; il secondo, cm 50×23, idem, sui 200 euro.

 

 


Signor G. Tartaglia, la sua angoliera-bar non è in noce ma in materiale tinto noce, non è dei primi del ‘900 e non può essere stata in casa sua prima degli anni ’70: fa parte dei classici rustici proposti all’epoca. Probabilmente è in fracchè, denominazione di vari legni teneri e monderzabili ad effetto noce, importati dall’Asia.

 

 


La signora Liopardo continua ad inviare immagini di quadri tratti da libri e/o cataloghi, sottoponendoli alla mia valutazione scrivendo che suoi amici vorrebbero venderli. Non so se la “Liopardo” sia vittima di un scherzo o a tentare di farmelo sia lei stessa. Comunque, l’ora è giunta!


E come sempre, un saluto a tutti, un abbraccio ai pochi.


Agosto 2017


Gentile A. Romi, la ringrazio per i complimenti. Certamente la scomparsa della “Gazzetta cartacea” ha rappresentato una grave perdita specialmente per chi, come me, vi scriveva sin dal suo esordio 25 anni fa, ma i costi raggiunti e i lestofanti non paganti la pubblicità inseritavi, hanno fatto sì che si dovesse migrare on-line. Credo, però, che per i lettori fedeli non rappresenterà un problema, anche se la carta è “scripta” e “manent” dicevano gli antichi.
Comunque, veniamo al suo quesito: il mobile verniciato (lo lasci così!) è un contenitore da negozio per generi alimentari degli anni ’20-’40 del ‘900 (cm 200x50x200). Valore, sui 400 euro.


Signora Elena Toro da Roma, il suo cassettone in noce è una copia eclettica degli anni ’50, idem la specchiera Luigi Filippo: 400 euro l’uno, 200 euro l’altra.


Palombi da Anguillara (RM), le sue poltrone, per il semplice fatto di provenire dalla nobile casa “Larderel” di Allumiere, non è che aumentino di pregio; non vi sono riportati, tra l’altro, stemmi o segni identificativi di tale appartenenza se non il suo “ore”. Mobili a “rocchetto”, in noce e cuoio pesante, hanno valore soprattutto per l’ottimo stato d’arredo. In più, sono 8, ed è questo un loro grande pregio, giacché ben collocabili in una spaziosa dimora. L’epoca non è Ottocento ma, credo, anni ’40 del Novecento. Valore: 3.000 – 4.000 euro.


Signora A. Dehorg da Napoli, la sua macchina da scrivere con valigia Remington, modello degli anni ’40, pur se in condizioni ottime, vale tra i 50 e gli 80 euro.
La cassapanca in castagno, mobile da bambini, intarsiato ma orribilmente restaurato e spatinato da un idraulico dichiaratosi restauratore (e a cui andrebbero comminate le pene del codice borbonico del 1820), inizialmente era una bella cosa ottocentesca (cm 110x50x70), ma ora vale dai 200 ai 300 euro per arredamento. Può bastonare il sedicente restauratore ai sensi di legge.


Signor Giovanni Guidi, il suo cassettone Impero veneto in ciliegio (cm 125x60x105) non è originale, ha subito, infatti, delle trasformazioni. Deduco ciò dalle tante immagini che ha inviato e anche dalla vista dell’insieme. Comunque, il mobile è penalizzato dai bassi prezzi di mercato attuali, altrimenti non sarebbe una brutta cosa, anzi. Valore: sugli 800 euro.


Due radio manda in visione Principe da Napoli. La prima, a valvole esterne, è degli anni ’20 (cm 30x30x30); ottimamente funzionante, vale 500 euro. La seconda, una famosa “Allocchio-Bacchini” mod. F53M degli anni ’30, funzionante, vale sui 300 euro.


La signora Ines72 da Roma, pone alla mia attenzione due grammofoni degli anni ’40, funzionanti: il primo della “Parlophone”, il secondo della “Victrola”. Valore: 250-300 cadauno. Un giradischi portatile “Enver”, funzionante a 120 volts, per il suo stato di nuovo, può valere sui 150 euro.


Ancora mi scrive il signor Paolini da Gubbio, a cui giá risposi in merito agli oggetti in zama, una lega a base di zinco (alluminio, rame, magnesio, ecc.) che viene confusa da alcuni con l’antimonio, un semimetallo a sé, difficilmente lavorabile (fu usato chimicamente nell’antichità come cosmetico o sanitario prima di capire la sua pericolosità). Come già scrissi, e qui repetita iuvant, gli oggetti in zama – per quanto belli e artistici, prodotti industrialmente, non valgono nulla, nel senso che non sono mai stati accettati dal mercato, a differenza di quelli in peltro (metallo pur formato da una lega “sciocca” a base di stagno-piombo), che hanno trovato estimatori. Il valore degli oggetti in zama, anche quelli più sontuosi dei suoi, è misero: l’anfora, alta 50 cm, probabilmente della fine dell’Ottocento, vale 100 euro; gli altri pezzi, dai 20 ai 30 euro o al miglior offerente.
Viceversa, la scatola in latta della “Magnesia San Pellegrino”, anni ’40 (cm 35x25x15), meravigliosa e in stato museale, vale sui 120 euro.


Quinziliani da Latina mi scrive lamentandosi di come il grande e bel mercato di brocante della sua città (1° domenica del mese) sia calato per qualità espositiva. Gentile lettore, le do notizia che tutti i mercatini antiquari del Lazio sono alla “canna del gas”, anche grazie alla deplorevole scelta di organizzatori che da anni aprono le porte ai venditori di frutta come ai venditori di mutande. Il mercato di Latina, invece, resiste. Diretto dal grande “Cesare”, è uno dei pochi in regione a tener fede alla proposta del vecchio e dell’antico.


E come sempre, un saluto a tutti, un abbraccio ai pochi.


Luglio 2017


Inizierò questo nuovo format della Gazzetta raccomandando ai miei personali lettori che da decenni mi seguono e complimentano per la rubrica edita su carta, di continuare a farlo attraverso il sito on line, così come spero farà l’ingegnere Paolo Raimondo che attende da febbraio una risposta al suo quesito (d’ora in poi, nella nuova versione digitale, non si verificheranno più tali ritardi). Il gentile lettore invia foto di un quadro (cm 77×50) siglato “A.N.”. Purtroppo il dipinto, cosa da anonimo imbrattatele, non ha alcun valore.


Il lettore Franco Papi mi invia due quesiti. Il primo riguarda una spilla multipla in argento, dello scultore Aldo Caron (1916-2006), di cm 9×6, che potrebbe valere dagli 80 ai 120 euro. Il secondo, una tela (cm 80×58) che le cattive immagini non mi permettono di analizzare in modo probante: è “specchiata”, e non v’è il retro né i particolari. Iconograficamente la figura rappresenta San Giovanni Battista che abbraccia un ariete (sacrificio di Cristo) con in alto la Croce (passione di Cristo). Ad occhio, e solo, nello stato in cui si trova, e ponendo la tela come epoca tra la metà e la fine dell’Ottocento, vale sui 1.200-1.500 euro.


Giovanni Miccoli, presenta alla mia attenzione una lignea e policroma testa di Cristo (h 36 cm) con base in porfido. A mio avviso non si tratta di scultura del ‘600 ma di fine ‘700. La valuterei tra i 500 e i 700 euro.


La signora Serena Pham di Roma presenta una grande scatola musicale francese (carillon), con otto motivi. L’oggetto (h 43×18,16) risale al XIX secolo ed è in ottime condizioni visive. Se funzionante, può valere sui 1.000 euro, in considerazione delle “arie” di opere musicali importanti che vi si possono ascoltare (Barbiere di Siviglia, Vespri Siciliani, ecc.). Sul mercato antiquario cose del genere, a seconda delle condizioni e dei brani, hanno prezzi che vanno dai 400 agli 800 fino ai 1.200 euro.


Il lettore Alessandro presenta un orologio da tavolo in ottone dorato e smalti, firmato Janetti padre e figli, bottega orologiaia napoletana del XIX secolo. Fornito di barometro e bussola, lo strumento risale ai primi del ‘900, è funzionante e in discreto stato di conservazione. Valore: sui 500-600 euro.


Signora Marina Trentani, le sue incisioni di Giovanni Battista Piranesi (1720-1778), Fontana dell’Acqua Vergine detta di Trevi (Roma), cm 49×70 più margini, e Tempio della Sibilla in Tivoli, cm 40×63,5 più margini, se originali, valgono sugli 800-1.000 euro cadauna (10 anni fa 1.200-1.600); se, viceversa, riedizioni, pur dai “rami” originali, sui 250. Non posso essere più preciso: tali tipologie vanno studiate dal vivo.


Lubrano da Napoli centro, manda in visione una “Natività”, olio su tela di cm 75×100. A lui hanno detto trattarsi di pezzo di scuola prettamente partenopea, io, invece, penso che sia di scuola romana del Seicento, in ragione di quella tipica fasciatura alla “romana-frusinate-reatina” in cui è avvolto il bambino. L’opera è molto bella, ma ai giorni nostri è difficile spuntare più di 15.000 euro. Anni fa, il doppio.


Signora Giuliana Rallai, il suo disegno a firma Claude Monet (1840-1926), artista internazionale, padre dell’Impressionismo francese, è una riproduzione, sia pur realizzata (non saprei dire per quali fini) in modo pressoché perfetto, avendo usato materiali coevi. L’opera originale, il cui titolo è Due Pescatori, si trova al Fogg Art Museum di Cambridge. Lei può pure venderla – se il suo amico la supporta – a chi le ha già fatto un’offerta che, pur bassa rispetto alla reale valutazione per un artista del genere, è abbastanza alta: 8.000 euro. È importante però – e al di là di ciò che io ho affermato – che lei non la venda come opera autentica poiché in seguito – sia pur non perseguibile penalmente non essendo lei un’esperta e dichiarandosi in buona fede – su azione penale dell’acquirente dovrebbe restituire l’importo.


L’amico mercataro “Pinuccio” sottopone alla mia attenzione una vera da pozzo in pietra bianca (d’Istria?) che, pur sormontata da ferri cinquecenteschi, ad occhio, a me sembra una riproduzione novecentesca. Per tale motivo, non posso acclarare la stima di vendita sui 10.000 euro fatta da lui, e scenderei piuttosto ai 3-4 mila.
Ciao Pinuccio! e un abbraccio speciale alla tua piccolina appena nata.


A causa dei traslochi (i miei), e della nuova organizzazione on line (della rivista), la mia rubrica si chiude, scarna, qui. Nel prossimo numero, che potrete visualizzare sul sito www.lagazzettadellantiquariato.it, rispondendo a tutti gli arretrati amplierò anche la rubrica con note tecniche – veri e propri articoli – a compensare.


Ma sempre, come nel passato, un saluto a tutti, un abbraccio ai pochi.