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L’Esperto

Rubrica di expertise gratuite

Autore: prof. Antonello Ferrero
In collaborazione con il Museo del Collezionista d’Arte – Metodi Scientifici d’accertamento, Milano


Hai ereditato o acquistato un oggetto e vuoi sapere quanto vale? Inviaci una richiesta di expertise gratuita!
• E-mail: info@lagazzettadellantiquariato.it
• Posta: Permano Editrice “L’Esperto” – Via della Pedica 126 – 00046 Grottaferrata (RM)
La richiesta di expertise deve essere completa di: foto dettagliate dell’oggetto; misure precise; firme e marchi (ove presenti). Il materiale fotografico inviatoci con lettera o plico postale non verrà restituito.
Si dichiara che i pareri esposti nella rubrica sono espressi dallo scrivente in ottemperanza della Legge 14 Gennaio 2013 n° 4 in materia di professioni non organizzate in Ordini o Collegi.


Comunichiamo ai lettori che, visto il crescente numero di richieste di expertise, non ci è possibile determinare i tempi di risposta. Se si desidera ricevere informazione sugli aggiornamenti della rubrica, consigliamo di iscriversi alla nostra newsletter che, ricordiamo, è gratuita e non raccoglie dati personali.


Non so come si sia sparsa la voce che il perito è un veggente. Non è vero! Per valutazioni corrette servono più foto degli oggetti: fronte, retro, sotto, interni. Inoltre non risponderò più a quesiti su oggetti, quadri, mobili, mancanti di misure.


Settembre 2020


Signor Edmondo Massa, innanzitutto la informo: La Gazzetta dell’Antiquariato, nata agli inizi degli anni ’90 in forma cartacea, è stata la prima rivista nazionale specializzata nel dare informazioni circa i mercati dell’antiquariato in Italia. Ora, in formato digitale, continua ad offrire gratuitamente una serie di servizi e consulenze tra cui la rubrica L’Esperto che – e ringraziamo voi lettori tutti – ci ha portato e continua a portare risultati di successo notevoli. E veniamo ai suoi quesiti: il cachepot Liberty (cm 35×26) manifattura di Laveno è una riproduzione della SCI che negli anni ’50 (con 1.300 operai) ripeteva suoi modelli di fine Ottocento. Pezzo raro, vale sui 300 euro. L’altro cachepot azzurro con fiori (cm 29x15x17) corrisponderebbe alla manifattura fondata nel 1868 dall’americano Charles Field Haviland (C.F.D) a Limoges, ceduta nel 1881 a Gerard Du Frasseix & Morel (G.D.M). Tra i fiori si può leggere, pasticciata, la data 1885, ma credo che anche in questo caso si tratti di una riproduzione dell’azienda succeduta alla seconda, la Haviland & Abbot di Limoges degli anni ’50-’70 del Novecento. Senza craquelure, pezzo atipico, marchio moderno, anch’esso vale sui 300 euro. Il vaso (cm 18×27) degli anni ’40-’50 è una ripetizione sui modelli di Gio Ponti realizzata da una fabbrica di Sesto Fiorentino. Valore: 150-180 euro. La ciotola a decoro cinese (cm 18×2), vecchia manifattura di fabbrica italiana anni ’20-’50 del Novecento, vale sui 60 euro. I puttini (cm 17×35) di manifattura di Bassano (ma coroplasta napoletano) o pezzi campani con influenze bassanesi, anni ’50-’70 del Novecento, valgono sui 300 euro.


Signora Cinzia Ditta, la sua è una litografia (76/100?) numerata. Al di là della firma non identificata è cosa da poche decine di euro comunque.


Il Signor Marco D’Ambrosio da Caivano (NA), che aveva già inviato alla mia attenzione una bandiera italiana “con stemma papale: Società Cattolica di Caivano” ricamato (in oro?) senza misure, me le fornisce adesso, dopo averla già venduta a 200 euro! Il prezzo, che sarebbe stato anche congruo per un metro quadrato di bandiera del 1907, non lo è certo per una che misura 3 metri per 2 e che dovrebbe spuntare almeno 400 euro. Che dire… le ricordo nel suo dialetto che: «’A gatta, pe’ jì ‘e pressa, facette ‘e figlie cecate».

 


Signora Giuseppina Catanese, il suo grande vaso cinese (cm 37×30) è di modesta fattura e presenta marchi spuri di Canton. Per arredamento, sui 350-400 euro.


L’illustre e noto clinico cattedratico (L’Aquila) prof. Antonio Carolei mi pone un quesito riguardante 3 piatti (cm 19-23) della prestigiosa manifattura fratelli Minardi di Faenza, pezzi che egli non trova corrispondenti allo stile della ditta. Gentile professore, eh sì! …internet fornisce nozioni un po’ su tutto (talvolta anche non esatte), ma non sa tutto! Attraverso la conoscenza acquisita in modo tradizionale, invece, si impara e si trovano risposte effettive a tanti quesiti. A partire dal 1913 e sino al 1922 al marchio “MF” (Minardi Fratelli) venne aggiunta la lettera “S” per Società e che comprese, alla morte di uno dei fratelli, Virginio, i suoi eredi, ma soprattutto i soci/giovani operai che ne continuarono la produzione durante la Prima guerra mondiale. Poi, nel 1922, la ragione sociale cessò l’attività. In detto periodo la fabbrica fu costretta a lavorare per committenze varie su ordinazioni precise, estraniandosi dai modelli tipici aziendali. Si trovano, così, sul mercato (reale) tanti prodotti eseguiti su commissione di ditte pubblicitarie locali o di privati per eventi, matrimoni, anniversari, ecc. Naturalmente, tali coroplastiche, esulando dall’ambito prettamente collezionistico legato alla Minardi o ai suoi decoratori (o almeno io non ne ho rilevato), hanno sul mercato valore solo documentario non suscettibile di elevate cifre pecuniarie. Certamente queste informazioni non interessano lei, che conserva i suoi piatti con sacralità come cosa di famiglia, ma possono tornare utili ai lettori avidi di dare un prezzo all’arte, all’eleganza, alla bellezza. Quindi, indico egualmente la definizione economica: sui 50-70 euro cadauno. Auguri per il suo ottimo e continuo operare.


Signor Filippo Pisan, a prescindere che il riconoscimento dei vetri moderni, e maggiormente di quelli antichi, è cosa da periti specializzati, non capisco da cosa lei abbia potuto dedurre che il vasetto (cm 15) in vetro e pasta di vetro applicata, acquistato ad un mercatino, possa essere di epoca romana antica. Io non vedo alcuna patina di trasformazione se non secrezioni pseudo calcaree applicate non uniformemente, e in più la totale mancanza di iridescenze di ossidi primari. Per dirla tutta, il suo vasetto è un’imitazione moderna. Valore: poche decine di euro.


Signor Enrico Di Giovanni, io sono un appassionato della mobilia neo-rinascimentale italiana anche detta “Umbertina” (da Umberto I di Savoia), ma non così il mercato attuale che, anzi, la disdegna. I suoi mobili di fine Ottocento hanno ancora quel “sapore” antico che poi il neostile perderà, e in fattura e in materiali, negli anni fino ai ’40 del ‘900. Pertanto: consolle (cm 140×50) con specchiera (cm 195×130), in noce (o mordenza di esso), valore sui 1.000 euro; colonnina apribile con piano in marmo (cm 110×40), lastronata in noce, 200-250 euro; divano con poltrone in noce stile “Luigi Filippo”, tra i 600 e gli 800 euro. Grazie per i vivi complimenti.


La signora Giuliana Sanseverino invia immagini di varie porcellane. Iniziamo da quelle tedesche. Sia la damina che la ballerina anni ’60 del Novecento presentano una loro lievità, inficiata però da rotture del plissé ceramico traforato che svaluta il valore originario dell’80%, portando i due oggetti a una ventina di euro cadauno. La damina di manifattura italiana, invece, è una brutta riproduzione di un falso di Giuseppe Cappè (1921-2008), ceramista che nel suo laboratorio di Lomagna (Lecco) produceva porcellane ispirate, con ben altri modi e toni, a quelle settecentesche della Real Fabbrica Ferdinandea di Capodimonte. Il “Venditore di pesci” e occasionalmente – spero – di brutture, non le ha detto che il marchio Capodimonte è sinonimo di nulla (abbiate, lei ed altri, la compiacenza di leggere a tal proposito quello che ho scritto nei numeri passati della rubrica), per cui può essere applicato a qualunque manufatto coroplastico da chiunque. Il valore della damina è dunque di 10 euro (per coloro che amano le bomboniere e le brutture). I puttini musici in bisquit – per di più rotti – anch’essi appartengono a tale categoria, ma non valgono nulla.

 


Signor Alberto Pernich, ci risiamo: un altro servizio di pseudo Capodimonte, marchio che – sarò costretto a ripeterlo per tutta la vita – non è legato assolutamente alla famosa fabbrica e località collinare/rione di Napoli. Ripresa da centinaia di manifatture italiane e non solo, adesso anche i cinesi importano la “N” coronata. Ricordo qui ai tanti pseudo antiquari, mercatari e amatori, che solo dal 1961 il Presidente della Repubblica (Decreto 1910/61 art. 2 comma 2) ha autorizzato l’Istituto Artistico “G. Caselli di Napoli” a depositare un marchio richiamante la tradizione storica ceramica della località. Nel 1987 l’Istituto ha brevettato il Giglio Borbonico e la dicitura (anche disgiunta) Giovanni Caselli Capodimonte. Per ciò che riguarda l’antica manifattura napoletana invece, nei primi dell’Ottocento, dopo la cessione della settecentesca Real Fabbrica di Capodimonte a privati, ci fu qualche sporadica produzione che cessò in pochi anni. Dalla metà dell’Ottocento poi, senza più la conservativa del marchio, miriadi di famiglie coroplaste campane hanno continuato la tradizione dei modelli tipici mano mano lontanissimi per tecniche e materiali dagli originali, e ad esse si sono aggiunte nel tempo manifatture di altre regioni. Su internet e nei negozi, persone nell’ordine: ignoranti, dedite alle truffe, malate di mente, propongono servizi da 12 (anni ’50-’60 del Novecento) simili a quello mandatomi in visione, a migliaia di euro, e servizi da 6 a centinaia di euro. Nella fattispecie poi, signor Alberto, il suo è anche privo della caffettiera o teiera. Che dir si voglia: 40-50 euro.


Signora Francesca, ho esaminato con attenzione firma e immagine del suo dipinto (cm 36×30). Dovrebbe essere un originale di Gennaro Cuocolo (con una solo “c”), artista nato a Napoli nel 1916 e morto a Roma negli anni ’40. Nessuno, d’altra parte, avrebbe interesse a firmare un’opera con il nome di un pittore che non ha praticamente mercato, i cui unici lavori appaiono in asta a 300-400 euro per i 50×70, e che nei maggiori esiti rimane invenduto. Al suo dipinto, realizzato dall’artista nell’ultimo periodo romano, si potrebbe assegnare un valore massimo di 250 euro.


Signor Giacomo Corbetta, eccoci ai suoi mobili. La credenzina anni ’40 del Novecento, in rovere impellicciata in mogano, bella linea, vale sui 250 euro. Il tavolino d’appoggio sorrentino, apribile, con piano in radica di tuja (?) o noce (le foto non rendono) e intarsi in acero, primi ‘900 (?), essendo mal ridotto: 200 euro. Molto interessante il pannello che porta inserite delle bellissime ceramiche d’autore che andrebbero visionate e studiate prima di procedere a stima (ma io rispondo tardi o affatto a chi non invia neanche le misure).


Signor Ermes Reinero, come posso non essere caustico con le persone che non si premurano di inviare le basilari misure degli oggetti mandati in visione? Ci rifletta! …Nel frangente, posso dirle “ad occhio allenato” – essendo stato per decenni curatore di archivi ecclesiali – che le reliquie in oggetto, riferentisi al popolare e amato San Francesco d’Assisi, hanno il prestigioso attestato del Cardinale Pompeo Aldrovandi (Bologna 1668 – Montefiascone 1752) già governatore di Roma, patriarca di Gerusalemme che per pochi voti non diventò Papa nel 1740, ingiustamente screditato da parte avversa. Gli abbinamenti rendono importante il suo documento. Valore: 600 euro.


Signor Dario Brondi da Pisa, il suo (senza misure!) non è mobile antico ma in stile, realizzato negli anni ’70 del Novecento. Valore: 200 euro, per utilità o seconde case a rischio furto.


Signor Marco, il suo “Ecce homo” (cm 46×38) con barba bipartita, per epoca di realizzazione potrebbe assegnarsi ad un Seicento inoltrato, poi rifoderato e con telaio ottocentesco. Il dipinto presenta alla vista una certa levità. Valore: 1.200-1.500 euro.


Signor Maurizio Pancini, io non so chi possano essere – ohi loro! – quei signori che lei denomina antiquari e restauratori (sottrattisi anzi tempo al lavoro dei campi o alla pensione, dico io), che le hanno detto, “tutti” (sic), che il suo piatto (cm 29) “sarebbe da approfondire”. E dove? Da chi, se proprio loro, professionisti o supposti tali, non ne sanno niente? Signor Maurizio, il suo piatto è una terracotta mal finita che ha perso l’ingobbio ed il colore, oppure un pezzo mal fatto o non finito a secondo o terzo fuoco. Cosa non antica, non arredativa, di nessun valore.


Signor Ezio Costanzo, il suo copriletto (cm 240×230) in lino dipinto e ricamo a filet è un pezzo di alta artigianalità italiana. Purtroppo, il valore di mercato di un’opera del genere, dai milioni di anni fa è sceso intorno ai 1.200-2.200 euro. Manufatto per appassionati e intenditori, di difficile vendita.


Signor Stefano Crippa, molto bello il suo vaso con figura sui tipi della vecchia Limoges (h 38,5 ingombro 49 cm), probabilmente anni ’50-’60 del Novecento. Peccato la perdita delle dorature mal applicate. Valore 350 euro.


Signora Maddalena Martini, il suo boccale in bronzo (h cm 8,5) ha raffigurazioni usurate, non presenta patine né contestualizzazione storica. Non è pertanto ascrivibile ad alcuna epoca precisa e di conseguenza è impossibile assegnargli un valore che non sia meramente arredativo: 50-70 euro. Il Cristo scolpito in noce (h cm 43) si presenta come opera novecentesca di qualche pregio decorativo ma di scarso valore artistico: 100 euro.


Signora Federica F., la sua acquaforte (cm 160×100) è, probabilmente, un’incisione di Antonio Walker, artista nato nel 1730 in Inghilterra e del quale so poco altro. Da foto, non so indicare se sia un originale o una riproduzione dai suoi rami, come credo. Nel primo caso vale sui 1.200-1.500 euro; nel secondo, sui 200 euro in virtù dell’abbinata cornice novecentesca.


E come sempre, un saluto a tutti e un abbraccio ai pochi.



Agosto 2020


Signor Andrea Bretschneider, il suo ventaglio ottocentesco in avorio può valere 80-120 euro se non presenta rotture. Il paracamino, in tempera dipinta su chissà quale supporto (lei pensa che io sia veggente e non da spiegazioni né manda ulteriori foto alla bisogna), nulla.


Signor Edmondo Massa, nel risponderle che la sua prova d’autore del De Pisis è autentica, in quanto acclusa all’edizione speciale dei “Carmi di Catullo” della Hoepli 1945 (tradotti da Vincenzo Errante) che ne conteneva 17, la informo che l’edizione in 150 esemplari numerati impressi dall’Officina Bodoni di Giovanni Mardersteig (Milano) costa sui 1.000 euro. La sua lito vale 30-50 euro. Si tratta di un buon prodotto di stampa siglato prova d’autore e non numerato.
L’acquatinta (senza misure) è opera tedesca di bella fascinazione ma sul mercato ha basso valore: 60-80 euro.


Il signor Marco Montrasio manda in visione un gruppo in bisquit (h cm 45×30) raffigurante Diana dea della caccia. Pezzo novecentesco firmato E. Werner, uno dei tanti scultori dell’epoca da cui derivano prodotti coroplasti in multipli a colaggio, senza rotture vale sui 400-500 euro.


Architetto Nadia Ferrarotto, fece bene a farsi regalare la coppia di vasi liberty al posto dell’anello di fidanzamento. Alti 37 cm, sono marcati Orivit, azienda fondata nel 1894 a Köln Ehrenfeld (Germania) e chiusa intorno al 1915. La ditta produceva un peltro speciale (allo stagno veniva aggiunto rame 2%, antimonio 8%, argento 0,20-30) che, lucidato, sembrava vero argento. La Orivit produceva con formula diversa lo stagno con rame sino al 12% dei supporti per vasi ceramici (come i suoi). La saldatura esistente deprezza del 30% il loro valore che sarebbe sui 2.200 euro. Pezzi da amatore, così come sono valgono sui 1.000-1.500 euro, ripristinando con un po’ d’oro (falso) a cera le sbiaditure del metallo.


Signora Annamaria Cafasso, sui marchi pseudo Capodimonte legga – lei e altri lettori – quanto scritto sull’Esperto del gennaio 2020. Tali marchi sono seriali e apocrifi, chiunque può usarli. Il suo piatto senza misure, così come il quadro, non valgono nulla. Il “G. Sarnelli”, autore dell’orribile cosa degli anni ’50-’60 del Novecento, andrebbe – se vivo – denunciato per nocumento all’ars visiva.


Il signor Angelo Micalusi – ’che ormai è un vezzo acquisito tra lettori – nemmeno lui fornisce misure di una placca in terracotta smaltata / ceramica (?) con marchio seriale Capodimonte. Per lui vale la risposta data al precedente quesito.


Signor Davide Scozzi, la sua ceramica anni ’50-’60 del Novecento (cm 23x12x13) è stata prodotta dalla ditta Giovanni Magri di Milano. Valore di mercato sui 60 euro.


Signor Cap., molto diligente la presentazione del suo stemma (cm h 65×35), molto meno il fatto che lei non si firmi. Comunque: stemma e cartiglio (cm h 35×60) in pietra di Trani (ad occhio) e non cilentina come potrebbe indicare la provenienza dettami. La famiglia De Nigris di cui è parlante lo stemma (tre mori in banda tra due stelle), proveniente da Oleggio (Novara) ha un ramo in Basilicata. Il suo lapideo del 1585 ha un valore di 1.500 euro per appartenenti a tale famiglia, ma 600-800 euro per il mercato in generale e arredativamente, in virtù dell’alta epoca.


Signor Antonio Di Dio, la sua insegna pubblicitaria della Coca-Cola (di cui non invia misure) è una riproduzione degli anni ’70-’80 del Novecento. Valore 120 euro.


Signora Giada, la lampada ereditata da suo nonno è in opalina di ceramica. Data la scarna foto e la mancanza di misure non ho elementi valutativi sufficienti per definire l’epoca. È poi rimaneggiata a luce elettrica e priva dei suoi contesti originali.


Signora Adele Manoni, la bottiglia souvenir in vetro molato che presenta una decalcomania della “Gioconda” è oggetto dei primi decenni del ’900. Valore: 30-50 euro. Il vaso in bisquit (rigorosamente senza misure!), pezzo del ’900 (marchio non identificato), 120 euro.


Signor Francesco De Venuto, non ho acquisito notizie sul pittore del suo quadro “Dopo la pioggia”, ma non è importante. Contrariamente al suo parere, io vedo un’opera seriale “da fiera” tipica degli anni ’60-’70. E Anche qui della serie “senza misure”!


Signor Fabrizio Galletti dalla bellissima Pissignano (PG), sede di un grand bel mercato la prima domenica del mese, legga anche lei quanto risposto questo mese alla signora A. Cafasso circa il marchio di Capodimonte, e del quale vado scrivendo da anni. Detto ciò, il suo centrotavola in ceramica (cm 42×48, peso 13 kg) prodotto degli anni ’60-’70 in Bassano, per la sua mole e per chi ama tale genere, ha un valore arredativo di 70 euro.


Signor Massimo Castellani, faccia anche lei riferimento a quanto risposto alla signora A. Cafasso. E ripeto: da molti anni il marchio Capodimonte è stato, ed è, usato da centinaia di fabbriche. Quanto all’inviato, sia le statuine sia il servizio valgono poche decine di euro.


 

La signora Barbara M. mercatara di ceramica di lungo corso, preliminarmente mi chiede come mai tanti personaggi del mondo culturale, una volta fascinosi con la loro sola parola, si ritrovano adesso in programmi televisivi di basso spessore a fare i guitti da avanspettacolo a favore dell’audience.
Cara Barbara, ci conosciamo da anni: “quando il bisogno di illusione è profondo, una grande quantità di intelligenza può essere impiegata nel non capire nulla” (Saul Bellow). E mi astengo da altro dire. Viceversa, riguardo al tuo quesito, il quadro mandato in visione – supposto del ’700 – è una “cosa” che definire brutta sarebbe sminuirne il giudizio negativo. Valore, penso, sui 30 euro (a chi lo viene a ritirare per poi smaltirlo).


Signora Valentina Lanteri, la sua specchiera (cm 170×80) non è settecentesca, come dettole dal “falegname” che spero più valido nell’arte sua, ma della fine dell’Ottocento (a vederla in foto). Così com’è vale sui 1.200-1.400 euro, perché denota un certo impatto arredativo. L’altra specchiera (cm 200×110) è un tardo Impero valutabile sui 1.000 euro (specchio al mercurio sezionato).


Signor Maurizio Bottaro, la sua porcellana (cm 17×13) è di una fabbrica epigona di Meissen, porcellana detta di “ricorrenza” poiché ricorda un qualche episodio dato dall’immagine posta ai piedi del Putto. Pezzo ottocentesco di non eccelsa fattura, può valere 150-200 euro.


Signor Massimiliano Vita, comprenderà che per esigenze editoriali e pratiche non possiamo svolgere perizie su interi arredamenti, in più con foto lapidarie, brutte, alla rinfusa e senza misure né particolari. Esaminerò solo alcune delle cose inviate.
Credenza impiallicciata in mogano anni ’30-’40 del Novecento: 600-800 euro; tavolo con sedie anni ’40-’50: 500-600 euro; consolle dell’Ottocento/Novecento con marmo: 400 euro; macchina da cucire chiusa (?), del Novecento, senza marca: 250 euro; radio a mobile anni ’40-’50: 250-300 euro; quadri con fiori e case anni ’60: da buttare; comò anni ’40 con marmo bianco: 200 euro; lavamano del Novecento: 150-200 euro.
Mandi misure del quadro pseudo Settecento, dei lampadari e del divano Déco.


Signora Elisa Mollica, la sua vetrina è un tardo Liberty, diciamo degli anni ’40 del Novecento, impiallicciata in mogano. Il mercato oramai non è propenso alla mobilia retrò né in particolar modo alla tipologia della sua vetrina. Venti anni fa pezzi del genere costavano sul milione e mezzo di lire, ora valgono sui 600 euro.


E come sempre, un saluto a tutti e un abbraccio ai pochi.



Luglio 2020


Signor Leoni Osman, i suoi piatti in vetro (diametro 33 cm) firmati Toso (Murano) sono, ad occhio, di recente manifattura (anni ’70-’90). La vetreria Toso oramai (da fine ‘900) non fa più capo ad un unico gruppo familiare ma ad una tribù di persone che hanno dato vita ad innumerevoli piccole produzioni. La valutazione sommaria è di 150 euro.


Signora Viola Turchetti, il suo grammofono a mobile degli anni 20-40 del ’900 può essere valutato (se funzionante) sui 300-400 euro.


Signora Enza Ferrandes, pubblico il suo quesito unicamente per metterne a conoscenza i tanti lettori che inviano cose analoghe.
L’attaccapanni lasciatole da sua nonna non vale nulla. Fa parte di quei mobili industriali degli anni ’80-’90 realizzati in truciolare, pdf o, al meglio, tamburati in compensato, e rifiniti alla nitro o peggio al sintetico.


Signora Alice Ponzini, la camera da letto anni 40 del Novecento, impiallicciata in radica di pioppo e applicazioni lignee a rilievo pantografate, ha valore di poche centinaia di euro (irricevibile dal mercato).
Il tavolino con marmo anni 70 del Novecento e il mobile letto (?) in mogano (anni ’60-’80) non valgono nulla.


Signor Francesco De Venuto, no!, i suoi vasi (20 cm) non possono essere assegnati ad epoca borbonica (?). Sono realizzati in un bisquit seriale (come colaggio), hanno decorazioni di basso livello e la vite passante tra base e corpo del vaso (’900); in finis, presentano l’impostura solita della ruggine “applicata” nelle viti alla base. Negli anni ’90 ancora vi era il boom dell’antico e si vendeva di tutto a prezzi rilevanti! Purtroppo oggi il valore dei suoi vasi in coppia non può superare i 500-600 euro.
Ringraziandola per gli elogi, l’abbraccio.


La signora Silvia Galastri è una fine lettrice che conosce l’osculum pacis (a differenza di certi pseudo esperti asini) e me ne propone uno alto 12 cm in zinco o lega di esso. L’oggetto, non di spessore artistico, fuso in terra a calco, è stato prodotto, credo, tra la fine dell’800 e i primi del ’900, così come la croce (15 cm). Valori: 350 il primo, 100 la seconda.


Signor A.S. Paciocchini, il suo vaso (55 cm) è un prodotto di Fès, o Fez, della regione Fès-Meknès del Marocco, famosa appunto per i suoi manufatti ceramici azzurri. Contornato di applicazioni in argentone (in genere) lega a 400 millesimi, il suo esemplare non è antico ma di vecchia manifattura (anni ’50-’60?). Valore: 400-500 euro.


Signor Laurence Viti, il suo mobile ( cm 98x78x51) in stile neorinascimentale è un eclettismo tra un tavolo, una cassapanca e una consolle, in pioppo tinto noce. Costruito forse negli anni 60-70 del Novecento con elementi in parte vecchi, vale 200-250 euro.


Signora Ida Macheda, il suo bicchiere in ottone (cm7x5) con intarsi sufici in argentone e rame è un contenitore benaugurante, oggetto ripetuto con la stessa artigianalità nel corso dei secoli. Senza patina e lucidato com’è, non ha alcun valore antiquariale. Prodotto da bazar, vale poche decine di euro.


Signor Marco Giuseppe Pruneddu, mi spiace comunicarle che i quadri ereditati – tutti nell’ambito di una pittura arredativa seriale tipica degli anni 60/70 del Novecento – trovano il loro solo e unico valore minimo monetale nelle rispettive cornici: alcune decine di euro ognuna. Fanno eccezione le tele di Renato Boi, artista originario di Napoli trasferitosi a Cagliari negli anni ’50, la cui bravura non è al momento pari alla quotazione dei suoi lavori che godono del un valore commerciale di 300-400 euro per un quadro medio.
Diverso discorso, ancora, per la litografia di Pinuccio Sciola (1942-2016), artista sardo di levatura internazionale. L’opera in suo possesso, però, non è numerata e bisognerebbe appurare se si tratta di una tiratura riservata, e quindi di pochi esemplari, oppure di una serie illimitata per pubblicità. Lo Sciola era un grande scultore, le invio quindi l’indirizzo della Fondazione a lui dedicata che saprà senz’altro dirimere la questione: via E. Marongiu 21 – 09026 San Sperate (CA), www.fondazionesciola.it.


Signor Matteo Carraro, pensando, naturalmente, che il perito sia un veggente, lei non invia misure né componenti del suo mappamondo scolastico. In questo caso però, pur alieno da poteri temporali ed extrasensoriali, il sottoscritto perito, fortunatamente, ben conosce la materia e la informa: il suo “globo terrestre” (diametro 40 cm, altezza 90 cm) è una sfera in cartapesta rivestita e stampata, cerchio del meridiano in alluminio inciso con base in legno tornito. Disegnato e inciso da Antonio Minelli (1798-1883), modificato ed edito dalla Antonio Vallardi negli anni 50 del Novecento, questo tipo mappamondo è raro, e la sua quotazione è alta: sui 1.500-2.000 euro per gli esemplari in perfette condizioni. Quello da lei sottopostomi in visione ha uno strappo visibile sul cerchio esterno di supporto, quindi: o lo ripara perfettamente con fotocopia eguale in colore e spessore, o lo lascia così com’è, ma nel secondo caso questo deprezzerà di molto il suo oggetto che comunque resta di difficile vendita e ai soli collezionisti.Così com’è, sul mercato potrebbe spuntare 500-600 euro.


Sabrina Pasinetti, un’altra lettrice che non solo manda foto brutte e oggetti confusi, ma pure senza un minimo di misure. Il caso, anche questa volta però, si presenta facile a semplice vista. Il quadro (anni ’60-’70) è seriale e arredativo (per le prime case di quegli anni) e vale, per la cornice, qualche decina di euro. Gli oggetti in lega argentati e le altre cose, non valgono nulla.


 

Signor Bruno Starnani, il suo dipinto dell’800 (36×46 cm) è di mano popolare. Una volta restaurato, potrà valere sui 500 euro e solo per arredamento. Non le consiglio quindi il ripristino.


Signor Aldo Ricci, ipotizzando un’altezza di 40 cm – misura che lei, persona riservata, si guarda bene dall’inviarmi – la coppia di vasi a lustro di Gualdo Tadino, anni 40-50 del Novecento, può valere sui 500 euro.


Signor Elio Appierto, la sua croce in oro è un piccolo reliquiario contenente piccoli pezzi di stoffa e pietrine, attinenti in modo pseudo diretto alla Passione e l’Offerta del corpo di Cristo. Incisi vi sono, appunto, gli strumenti con cui fu agonizzato: la colonna, i flagelli, il martello, ecc. Oggetto dal simbolismo settecentesco ma di fattura otto-novecentesca, vale sui 1.200 euro.


Signora Gilda Bellantoni, se non fosse che la crisi da anni ha messo in criticità il mondo antiquario, l’avrei certamente fatta assumere o assunta io stesso. La studiosa vera che è in lei ha esaminato in modo precipuo e circostanziato il vaso di porcellana pseudo Liberty con marchio spurio. Tali produzioni sono genericamente risalenti agli anni 60 -70 del Novecento. Un’altra tecnica in uso dei falsari per dare maggior valore all’oggetto era quella di servirsi di un vaso autentico d’epoca di un solo colore. Ad esso veniva dipinto sopra un decoro ornamentale giusto per il periodo e poi lo si ricuoceva. Comunque, lei non acquisti nulla e mantenga intatto il suo interesse per la paleografia e la passione per l’antico ed il bello che mi onora i miei scritti le abbiano trasmesso. L’abbraccio.


Signora Irene Panada, la sua statua in bronzo (alt. 52 cm) è piacevole e arredativa. Di gusto neoclassico, vira verso un trasfiguratismo in nuce. Non sono riuscito a rintracciare l’autore nella firma incisa. Bell’oggetto, ben patinato, per amatori. Valore: 1.200 euro.


Signora Valentina Martinelli, il suo quesito mi costringe a ripetermi (legga “L’Esperto” di gennaio 2020).
La sigla Capodimonte (“N” coronata e/o scritta) non indica affatto il luogo di provenienza ma semmai il suo stile seriale e ad appannaggio di manifatture in tutta Italia (da Sesto Fiorentino a Bassano e anche Caserta).
La sua damina con vaso (senza misure!) è oggetto d’arredamento pur piacevole. Senza rotture, ipotizzando 30 cm di altezza, vale sui 250 euro. Fosse alta 50 cm: 400 euro.


Signor Giacomo Della Putta, lei ha occhio e competenza. La sua lastra di rame dipinta (42×29 cm) raffigurante San Domenico che prega i Santi Pietro e Paolo, è di buona fattura e del ’600 inoltrato. Valore: 1500 euro, per il soggetto poco appetibile dal mercato (fosse stato altro Santo…).


Signora Marianna, lei non è un’ignara ma anzi una connaisseur che con occhio allenato riesce a fare ottimi affari. Il multiplo ceramico (23×24 cm) di Nello Bini (1915-1998), importante scultore e coroplasta (fondò la fabbrica ceramica “La Vela” a Firenze nel 1948), vale intorno ai 400 euro. Il piccolo cachepot con base (14 cm) è oggetto orientale seriale.
Una precisazione: definirmi “simpatico” è cosa azzardata che le perdono solo in virtù della sua piacevole verve.

 


E come sempre, un saluto a tutti e un abbraccio ai pochi.



Giugno 2020


Signora Ivana Palomba, mi perdoni il ritardo con cui le rispondo. Mi ricordo con piacere di lei come di una distinta connaiseur e valente collaboratrice della rivista diversi anni fa. Riguardo al suo quesito, come lei ben scrive, si tratta di uno di quei matrimoni con cose diverse. Da un lampadario e una base, forse, di candeliere, si è ottenuto un lume eclettico genericamente in legno di pioppo, dipinto e dorato a spruzzo (cm h 56×30). L’oggetto, in primis degli anni 40 del Novecento, è stato poi trasformato negli anni ’60-’70, suppongo. Naturalmente lei ben sa che la valutazione che può essere data è solamente arredativa, sui 300-350 euro. La ringrazio per gli elogi e per continuare a leggere la mia prosa infarcita da un vecchio lessico desunto dal desueto.


Signor Roberto D., innanzitutto la sua credenza con vetrina è degli anni 60 del Novecento, inoltre è “impellicciata” in mogano, cioè ricoperta da una sottilissima essenza di 1 mm di legno pregiato che veniva e viene applicato su un legno massello povero, generalmente pioppo ma anche abete o legni di scarto o di risulta. Le immagini orientali impressevi possono essere o decalcomanie o vere pitture tipiche a volte nei mobili del genere. Purtroppo tali produzioni non vengono proposte nel mercato che a valori da 100 a 200 euro, come mobilia per seconde case a rischio di furti.


Signora Bellini, la Maria Pina o anche Laura di cui mi scrive è una truffatrice seriale dei mercatini. Non le dia nulla in conto vendita né comperi le cose – di provenienza furtiva – che vende.


La dottoressa Annarita Bianconi da Udine pone alla mia attenzione l’ennesima litografia di Salvator Dalì (1904-1989) artista che, a suo tempo, firmò decine di migliaia di certificati di garanzia (a 50 dollari l’uno) per litografie varie che non aveva mai visto! Praticamente era un super falsario di se stesso. Che dire?… Per me, e con tutto il certificato, varrebbe nulla, ma nel mercato, “arredativamente” e per “status simbol”, tali cose sono vendute – con tali garanzie – a 200-300 euro e oltre. Sconsiglio a lei e a chiunque altro di comprare litografie di questo artista: non esistono né certificazioni probanti né un mercato affidabile. Detto questo però, riguardo al suo pseudo antiquario esperto che ha valutato “dietro pagamento” la sua lito 3.000 euro, non si faccia sopraffare dal desiderio di prenderlo a calci: il maltrattamento di animali è sanzionato dalla legge! Piuttosto, veda se ha la medaglietta al collo o il microchip e lo riconsegni al legittimo proprietario.


Signor Stefano Amadini, la sua terracotta lucidata (cm h 43×35) è un oggetto degli anni 50 del Novecento; precisamente, un espositore per bottiglia da liquore (rosolio) e bicchieri. Valore: 50 euro.

 

 


La signora Sonia Capriccioli ha ereditato dallo zio ambasciatore in Egitto un versatoio in metallo argentato e inciso (h 22 cm). Come si evince dalla scritta da lei dettatami si tratta di un oggetto del 1938 – una specie di bomboniera – donato a suo zio da Re Faruq (1920-1965) in occasione della nascita della prima figlia Ferial (aveva 18 anni, fu incoronato a 16). Oggetto seriale ma storico, in quest’ultima accezione – e solo – lo valuterei sui 300 euro.


Il signor Salvatore C., operatore del mercato di Campagnano (RM), mi ha scritto indirizzando la missiva alla vecchia sede della Gazzetta di vent’anni fa, ma siccome mi conoscono, dopo un mese circa ho ricevuto comunque la lettera. Caro Salvatore, purtroppo temo che tu non abbia “ritrovato” (tra le tue vecchie carte di un baule reperito in una cantina) una china autentica di Pablo Picasso (1881-1973). Al di là dei timbri apposti – dove io però “leggo” sopra un’abrasione dopo la lettera “C” (copia?) – ho fatto una ricerca: la tua è una “Crocifissione” del grande artista, “penna e china su carta” (cm 34,1×51) che risulta in originale presso il Museo Picasso, rue de Thorigny 5, Parigi. Che altro dirti… continua a cercare: la tua (nostra, se permetti) passione salverà questo mondo dall’incuria e dall’ignoranza dei computer e dei telefonini.


Signor Antonio Turco, il suo vaso in vetro (42 cm), firmato “Daum-Nancy con croce di Lorena”, mi spiace, ma a mio avviso non è autentico. Troppo cupi i toni, e in più non mi convince neanche l’inciso. Penso si tratti di una di quelle riproduzioni che venivano, come la sua, formate a lampada per poter essere meglio vendibili nel mercato. Pertanto, considero il suo un oggetto da arredamento del valore di 250-300 euro.


Signora A. Ginna da Monterotondo (RM), come i politici sono falsi per istinto e professione così i venditori di cose antiche lo sono per il 60%, con un altro 20% che difetta per grassa ignoranza. E lei… lei, mi domando: come ha fatto senza alcuna conoscenza in materia (e senza la compagnia di qualcuno che ne capisse qualcosa) ad acquistare un Crocifisso bronzeo (h 70 cm) che riporta inciso sul retro uno stemma papale di Pio II (Francesco Todeschini Piccolomini 1439-1503) con data 1502? Il Piccolomini fu Papa dal 22 settembre al 18 ottobre del 1503!! Ma al di là di questo dato imprescindibile, il bronzo non presenta patina ed è di fattura seriale stampata. Che dire! …Torni dal venditore con un testimone e si faccia restituire il denaro: 2.000 euro! Poi lo può picchiare.


Signora Anna Maria Biasutti, la sua vetrina libreria in mogano (cm 238 h 211) può dirsi, sì, funzionale, ma non certo antica. Dalle cattive foto inviate potrebbe essere degli anni ’70 del Novecento, e a me che sono un giovane vecchio, non pare sia un’epoca così lontana. Come pezzo da arredamento: sui 400 euro.


Signor Daniele Gibino, il suo bel mobile da sacrestia (cm 155×160 h) sembrerebbe in legno di conifera patinato noce. Datato 2 dicembre 1689, è un mobile museale che per una corretta valutazione ha bisogno di altre foto (interni, ferramenta, serrature, retro, particolari) e dell’indicazione della profondità. Rimandi altro.


Signora Augusta, non ho purtroppo identificato l’autore della sua opera (cm 33×25) con cornice in pastiglia e legno (cm 60×52). Nel retro v’è un’etichetta stampata riferibile alla Galleria James Mc Clure & Sons di Glasgow postuma al 1847. Peccato sia mutila. Comunque la sua tela è di mano mestierante, e riporta un’immagine di piacevole invenzione, un frate intento a “conciare” colori. Le brutte foto inviate non mi consentono di dirle altro. Ipotizzo ad occhio un valore di 700-1.000 euro.


Signora M.S., anche se ci siamo sentiti privatamente, riporto qui la risposta alla sua richiesta anche per metterne a conoscenza i lettori e ribadire che: il mio parere viene espresso in base alla semplice visione di un’immagine. Non ho, quindi, elementi tattili/visivi per poter accertare in modo specifico qualità e l’autenticità. Bei dipinti di antica fattura fiamminga come i suoi hanno bisogno senz’altro di essere visionati da un esperto precipuo nella materia, e io non ritengo di esserlo. Certamente, però, un mio esame dal vero rivelerebbe epoca del telaio, della tela, dei colori e dei materiali, fattispecie queste in cui mi ritengo ferrato, e ciò porterebbe ad appurare o escludere una determinata epoca. Riguardo poi alla sua “tavola” (un compensato) di Alberto Savinio (1891-1952), pittore insigne fratello di De Chirico, le dico subito – e senza bisogno di vedere l’opera in originale – che si tratta di un falso, in ragione del retro, della firma e della stesura pittorica apposta probabilmente su una stampa. E affermo questo basandomi sulle tante foto che mi ha fatto pervenire (15) e sulla supposta dichiarazione di autenticità firmata da un emerito sconosciuto che addirittura si firma “professore docente d’arte presso la scuola media…”: da ridere! …o da piangere, faccia lei. Stiamo parlando di un’opera che, se autentica (cm 60×70), penso sarebbe valutabile minimo un centinaio di migliaia di euro.


Signor Marco Antonelli, ho reminiscenze del pittore Sergio Capitani operante a Roma nel 1970-80. Il suo nome e le sue opere erano ben veicolate nel mercato. Credo facesse parte della rassegna dei pittori di via Margutta a Roma, poi, come tanti, anche lui è caduto nell’oblio. Altro ad ora non so dirle. Le posso però dire che i suoi quadri vengono alienati (misura standard di cm 50-70) dai 150 euro ai 300 fino ai 900, a seconda da chi vende. Ciò ad indicare una totale assenza valutativa uniforme nel mercato, colpa anche dell’artista che pur avendo fervida e mestierante mano, come nel caso della sua gouache: “Donne e Cavalli”, ha dipinto anche cose penose come “Il Pagliaccio con il secchio” (a rivendicare il suo giusto spazio in quello della mondezza). Purtroppo, anche le altre opere in suo possesso sono da collocare nel solo ambito illustrativo essendo di scarsa qualità artistica: 200 euro cadauna.


Signora Sabrina Montolli, la suo dipinto in cartone pressato uso pittorico (cm 35x28x1) è opera di Guido Caporin (1892-1976), un eccellente artista di spessore internazionale, con alte quotazioni. La vecchia Casa Ferruccio Aste di Milano lo trattava abitualmente negli anni ’50-’60. L’opera è una trasposizione moderna dalla Bibbia – Libro di Daniele (cap. XIII) – della storia detta “Susanna e i Vecchioni”. Valore sui 2.500-3.500 euro.


Signora Chiara Gatti, gradita abbonata da Iseo (Brescia), la sua opera del 1991 in masonite: “Pescatori” (cm 23×16), riporta sul retro una firma che ascriverei senz’altro a Vasco Bendini (1922-2015), artista di fama e risalto che, però, è noto come artista concettuale informale, e una tale opera di impatto figurativo come la sua potrebbe averla composta negli anni certamente anteriori ai ’90. Sul davanti, però, l’opera presenta una seconda firma non rispondente all’altra!! Che dirle? Temo si tratti di un esercizio “provocatorio”: dell’artista stesso? Di un terzo non identificabile? Pertanto, non è possibile darle quotazione alcuna nonostante la buona qualità della pittura.


Dottor Erminio Masullo girovago di mercatini (assiduo ai Sabati dell’Usato, il più grande mercato al coperto del Lazio, a Monterotondo Scalo, Roma), già ne ho scritto il mese scorso: le aste virtuali on-line senza sede/indirizzo fisico sono da evitare, a meno che non si sia esperti collezionisti o conoscitori. E non bisogna comprare a grandi cifre. Queste aziende virtuali hanno in genere esperti che sono degli asini/e (e non so neanche quanto calzati e vestiti). La qualifica con cui si pavoneggiano tanti incompetenti: Perito di Tribunale, è qualcosa che si ottiene facendo domanda al Tribunale di appartenenza e presentando meri documenti: iscrizione Camera di Commercio, esperienza acquisita a propria detta, marca da bollo di16 euro e 168 euro all’accoglimento. Niente esami, solo l’autocertificazione di essere idoneo alla materia! Ma di che stiamo parlando?… senza considerare poi il fatto che in Tribunale i periti competenti, quando ci sono, è possibile anche che “prendano schiaffoni”. Ma a causa di un vulnus (una pecca) della nostra legislazione, che considera “perito dei periti” il giudice il quale, pur ignorante nella materia al fine ne decide al di là di ogni perito, valido o no che sia, questi “scalzacani”continuano ad esistere.
La sua litografia: “Natura Morta con Uva” (1962), è identificata e censita al n. 103 sull’Opera grafica di Carlo Carra’ (1922-1964) dall’Istituto Nazionale per la Grafica, Roma, ma… ma l’originale non è in bianco e nero come il suo esemplare, è viceversa a otto colori su zinco (cm 43×28,5). La sua litografia, per di più, ha misure diverse (cm 35×20) e il tagliando di una Galleria, “Vega & Alpha” s.r.l. di via Condotti 102 a Roma, sconosciuta, ma con tanto di firma e timbro notarile illeggibile. Cosa altro dirle? Ma non è che l’ha acquistata on-line?


Signor Carlo Visani dalla meravigliosa Faenza di bellezza e storia. Veniamo ai suoi oggetti ereditati: il vasetto italiano (20 cm) sembrerebbe manifattura di Sesto Fiorentino ma la base è tipica delle basse fabbriche nord-europee. Comunque, essendo oggetto anni 70-80 del Novecento, vale poche decine di euro. Gli altri vasi e oggetti orientali (cinesi e tailandesi) sono di vecchia manifattura ma è impossibile da immagine assegnarne valutazioni probanti.


E come sempre, un saluto a tutti e un abbraccio ai pochi.



Maggio 2020


Innanzi tutto, questo mese ho un’importante cosa da chiarire a tutti i lettori della Gazzetta che inviano materiale da esaminare, e nello specifico al mercataro e amico Nino che mi ha riferito di aver mandato in visione foto di un suo quadro a esperti antiquari da lui ritenuti competenti – me compreso – ricevendo giudizi e valutazioni differenti. E con questo? Il fatto, Nino, è che un perito o un vero antiquario, per esprime pareri professionali probanti (talvolta anche da semplice vista e/o impressione, dal patos cioè che essa trasmette – e mi capiscono i colleghi), ha sempre comunque necessità di esaminare realmente l’opera. Un’immagine o una serie di foto inviate, a volte anche pessime, non riescono a fornire quell’impatto necessario alla disamina e alla valutazione. È capitato ultimamente anche a me di aver valutato diversamente la stessa opera, prima vista da foto e poi dal vero. Può capitare, sia pur raramente, e per soggetti particolari. Insomma, per semplificare, riferendomi ad altra professione: un medico può pure diagnosticare sintomo e curare telefonicamente, ma solo se si tratta di malanni semplici e/o occasionali, non certo per patologie gravi per le quali, oltre a visitare di persona, prescrive analisi ed esami clinici al paziente prima di esprimere un parere.


Signora Gina Lalli, le case d’asta che hanno “casa” solo virtualmente in rete vanno prese con le “molle”. Non bisognerebbe mai, e dico mai, acquistarvi orologi, oro, pietre preziose e cose di grande esborso come opere d’arte e/o altro, perché in caso di truffa non v’è garanzia legale che qualcuno rifonda l’acquirente: la casa d’aste, che legalmente è un sensale intermediario in buona fede, posto che vi risponda nei giusti modi, scaricherà la colpa sul venditore, il quale, non basta che risieda all’estero (con relativi problemi giudiziari) per svincolarsi in qualche modo, no!, basta che sia (e posto che abbiate altro denaro da spendere, oltre al perso) nullatenente. Ma veniamo alla sua richiesta. Lei mi mi ha inviato la scheda di un pezzo presentato in rete a un’asta Catawiki il 20-04-20, un oggetto devozionale definito dalla gentile signora esperta (che so avere un negozio di abbigliamento vintage in quel di Bologna!!): “Dipinto su legno… presenta un sostegno… per essere collocato… su altare o altro arredo, per la devozione domestica”. Nella descrizione, l’oggetto è collocato temporalmente un secolo prima di quello, a mio avviso, confacente. Ma la mia, si sa, è una visione solo da immagine e non probante, quindi, tralascio questo aspetto. Rimane, però, la questione del “dipinto in cornice intagliata” che la curatrice della scheda, poco avvezza agli usi religiosi e all’antiquariato del genere, mostra di ignorare cosa sia in realtà, e cioè un Osculatorium o Osculum Pacis (dal latino òsculo «piccola bocca» e per metonimia «bacio»), lo strumento liturgico del Bacio di Pace. Nel corso della Messa, tenuto per il retro sostegno, esso veniva offerto dall’officiante alle labbra dei fedeli prima della Comunione. L’uso di tale strumento risale al XIV secolo ed è andato avanti fino alla fine dell’Ottocento, grosso modo. Una pratica ad oggi mutata nel “segno di pace”. Che altro vuol sapere signora Lalli? Se credo che la valutazione di 1.400-1.600 euro sia eccessiva? Beh!… per un’asta dalle non eccelse e verificabili garanzie… sì, lo è! Io penso che 800 euro sia un prezzo più equo e accettabile, e che comunque io non rischierei di certo.


Signor Marco Castrucci: no! certamente i suoi dipinti non si possono ascrivere al Marco Ricci (1676-1730), pittore di levatura – nipote del grande Sebastiano Ricci, con il quale collaborò – ottimo artista e specializzato paesista. Le sue tele, di mestierante seriale, non mi paiono d’antica epoca. Le considererei, per il tipo di tratto e composizione, ripetizioni degli anni 20-60 del ‘900. Giudizio a occhio e sommario, come d’altronde le foto e le misure che ha ritenuto bene di non inviarmi.


Signora L. Paris, la rubrica “L’Esperto” proposta nella Gazzetta dell’Antiquariato nasce nel 1990 insieme alla rivista cartacea, ora solo on line. Altri pseudo esperti che si nascondono nel web con l’intento di paragonarsi e/o utilizzare diciture simili ad essa, non hanno naturalmente nulla a che fare con la nostra rubrica che offre da sempre un servizio gratuito e che non acquista né vende nulla! E consiglio di diffidare sempre dei siti i cui estensori hanno finalità commerciali, seguono i loro interessi nel quotare, e se non agiscono in prima persona, passano i dati ricevuti ai loro “compari”. Come è successo a lei: l’esperto consultato ha quotato il suo quadro 600 euro per poi farle telefonare da un altro figuro che gliene ha offerti 1.000, fingendo di non conoscere il primo e glissando su chi le avesse fornito il suo numero. Tutto questo per indurla a vende ad un migliore offerente. Ma il suo dipinto su tavola scuola olandese – Cavalieri e figure presso fontana (cm 50×70) – signora Paris, vale di più: è opera del ‘700 e non dell’Ottocento; restaurato e nelle ottime condizioni in cui è arriva ai 3.000 euro. Come da lei richiesto, non ne pubblico la foto.
In merito poi allo Schifano con scritta “Coca-Cola”, carta su compensato (cm 100×110), devo dirle che è falso. Non corrispondono i materiali né la firma apposta.


Signor Giuseppe Iannella, il suo piccolo contenitore (cm 22×14) è in bronzo, probabilmente italiano, ma decontestualizzato, senza patina né riferimenti, non è possibile datarlo. Valore di mercato sui 300 euro.


Signor Angelo Perna da Pompei (NA), i suoi mobili sono degli anni 50-70 del Novecento. Se non pezzi attribuibili a designers, hanno attualmente poca valutazione di mercato. Però, trattandosi di mobilia che tutti hanno eliminato e distrutto, penso che in futuro potranno avere altra storia.


Signor Conte Gianni, se c’è una cosa che mi fa adirare e mi fa venire voglia di non rispondere è il ricevere quesiti come il suo, corredati da foto con didascalie e rispettivi marchi a parte e senza gli specifici riferimenti: come fossero patate! I vasi ereditati appartengono al periodo di Gio Ponti (1891-1979) come designer di ceramiche presso la Richard Ginori: degli anni ’30 (marchio 1030-358), il vaso Amazzone con giavellotto del ciclo il Trionfo delle Amazzoni (34 cm) e l’altro vaso Amazzone con corno, più un piatto (marchio 229-368), sempre della serie Amazzoni, che ha, però, una particolarità riguardante la serie numerale invertita e non corrispondente, ma questa sarà questione poi, se lei venderà, di chi compra, trattandosi di cifre consistenti. I vasi hanno un valore intorno ai 10mila-12mila euro cadauno; il piatto (55 cm), sui 5.000-7.000 euro. Il cachepot (E. Lazzari Treviso), h 19 cm, 1940-50, vale 60 euro; la poltrona, così com’è, sui 100 euro.


Signor Asvero Fattori, i suoi vasi ereditati sono degli anni 40-60 del ‘900, difficilmente prima, per la loro fattura. Probabilmente sui tipi di Vietri o di Bassano. Molto decorativi (h 40 cm): 300 euro in coppia.


Signor Cristiano Bonzuan, il manichino snodabile per uso artistico (h 73 cm) di suo nonno potrebbe essere della fine dell’800 e valere sui 350 euro. È oggetto di difficile vendita in quanto hanno iniziato a rifarli in quel di Napoli utilizzando legni antichi e consoni.


Signor Salvatore Capuano, le sue sedie sono tutt’al più un Carlo X molto tardo. Placcate in palissandro con sottostante olmo/pioppo, bisognerebbe vedere se sono in massello nelle parti superiori. Pur presentando intarsi pantografati da industria dei primi del Novecento, valgono comunque 500-600 euro. L’incisione colorata dai francesi F.lli Bulla, pezzo del ‘900 con cornice a “guantiera” in pastiglia in porporina (cm 110×85), vale sui 250 euro.


Signor Elio Appierto, orefice, il suo piccolo smalto (cm 6) su lastra d’oro 12 kt potrebbe essere settecentesco, di natura e mano popolare ma con un’Annunciazione dottrinale ed ecclesiale. Se non copia e autentico così come appare, vale sui 1.200-1.500 euro.


Signor Fabrizio Pazzaglia (a cui nel mese di aprile avevano tentato di vendere un cassettone industriale spacciandolo per un pezzo “di Bottega del Maggiolini”): no! non vi è alcun mobile autentico riferibile al grande ebanista (che ebbe due eredi: il figlio Francesco e l’allievo Cherubino Mezzanzanica, e innumerevoli imitatori), che presenti la scritta “alla Bottega del M.”. Il Maestro Giuseppe Maggiolini (1738-1814) rare volte incideva il proprio nome, viceversa (dopo il 1765) apponeva, incollato o nascosto in parti segrete, il disegno che accludo con la scritta: “Maggiolini Intarsiatore delle L.L.R.RR. (Loro Altezze Reali -Corte Asburgica d’Austria) in Parabiago presso Milano”. Aggiungo poi che vi è una serie di pseudo periti e storici e altrettanti pseudo antiquari viventi (purtroppo) che in negozi fisici e sul web continuano a proporre mobili Maggiolini come copie di altri ebanisti dell’epoca senza né documentazione né altro a migliaia di euro.


Signor Franco Papi mi pone in visione una dormeuse comprata quindici anni fa al mercato di Arezzo (cm 160×96 h x 53). Trattasi di un mobile novecentesco di non eccelsa fattura, impiallicciato in ciliegio e malamente tappezzato. Che dirle, lo stile è eclettico, tra il Carlo X e il Biedermeier, ad occhio 400 euro.


Signora Maria Luisa Procacci, la sua camera di periodo tardo Liberty, ‘900, siciliana, purtroppo ai nostri giorni non è affatto richiesta dal mercato.Vale sui 500-600 euro nel suo insieme. Magari vendendola in pezzi singoli potrà ricavarne qualcosa di più.


Signor Elio Tallino da Milano (via telefono tramite l’amico Vanni), la sua Divina Commedia del 1963-64, in 6 tomi di 3 volumi, è stata illustrata da Salvator Dalí (1904-1989). Fu stampata a Verona presso Salani dalla Stamperia Valdonega, su carta a mano dei fratelli Magnani di Pescia (FI), dopo 5 anni di lavoro per incidere i 3.500 legni che servirono a imprimere in progressiva i 35 colori di ogni singola tavola (100 xilografie 355×280 mm). Incisore fu il Maestro Raymond Jacquet sotto la diretta supervisione del Dalí. Piatti in bronzo e pelle in cofanetto. Eh no! signor Tallino, quest’opera non può valere 300-400 euro come dettole dal suo furbo o ignorante amico (!) venditore di anticaglie. Trattandosi di 3044 copie numerate (la sua è la 3001) e di opera di grande pregio, nello stato ottimale vale 2.500-3.000 euro.


Signor Giuseppe Iannella, stampe ed incisioni, proprio a causa della loro ripetitività nel tempo, non possono essere valutate se non viste dal vero, esaminando carta e tipo di “imprimitura”. Le sue due stampe, la prima da Tiziano, rovinata con gore, e la seconda, un San Girolamo (1488-1576) dall’Agostino Carracci (1557-1602), rispettivamente cm 33×45 e cm 36×44 con cornice, sono in non eccelso stato, hanno un’impronta ottocentesca (a foto con cornice) e valgono poche decine di euro cadauna.


Signor Guerrino Tedaldi, le punte di freccia e gli altri oggetti del neolitico non possono certo essere classificati e autentificati per immagini, e comunque il loro valore è storico e va contestualizzato al luogo in cui si trovavano. Le sue frecce, così, avulse e anonime, le vendono sulla rete in decine di siti analoghi: “compra 10 punte di freccia in pietra” a 9,90 euro (Iva compresa). Veri o falsi che siano il valore di questi reperti non è e non può – per le caratteristiche materiali di produzione e riproduzione – essere diverso.


Signor Giulio Adinolfi da Cava dei Tirreni (SA), i suoi alari in ferro battuto, senza misure, a me non sembrano rinascimentali, per via della coppetta superiore che mi pare formata in due parti invece che una, inoltre non corrispondono all’epoca gli elementi che a me sembrano di “costruzione” postuma. Ci vorrebbe la visione dal vivo. I suoi alari, inoltre, presentano il grave difetto della mancanza che li deprezza di molto. Per tutto ciò, ipotizzandoli alti sui 90 cm: 200-250 euro.


Dott. Sauro Ripetta Lono, da vecchio collezionista e connoiseur, dovrebbe conoscermi: da trent’anni, studiando e studiando libri e persone, ho abbandonato da tempo la vanagloria di considerarmi un grande esperto di ceramica medievale del centro Italia. In realtà so di saperne ben poco: troppi i pezzi falsi, i truffatori e gli antiquari impegnati a vendere scientemente il falso nei secoli. Cominciarono, narra Plinio, i Romani, affascinati dai reperti greci, e si è continuato alla grande dopo di loro. Riguardo alla ceramica, poi, da più di 10 anni ho smesso anche di credere alla termoluminescenza – metodo che comunque oltre ad essere complesso dà risultati con il 30% massimo di accuratezza – da quando un lestofante infermiere di Tarquinia ha fatto passare sotto il macchinario usato per la radioterapia oncologica dei falsi vasi attici ed etruschi bombardandoli di raggi X, per truffare un conte collezionista insieme ad altri suoi pari: falsari abili artigiani. Non sto poi ad elencarle la quantità di grandi inganni riguardanti le ceramiche umbre ad opera di maestri falsari in combutta con gli antiquari fiorentini dei primi del Novecento (pressocché tutti) e dei personaggi come Imbert Alexander (1865-1943), passato da facchino ad antiquario (via Condotti 61 – Roma), disseminatore, insieme ad altri, di falsi che si trovano in collezioni prestigiose, musei e case d’asta come al solito riciclatrici di tutta la “mondezza” a volte espulsa dal mercato antiquariale (eh già! loro sono solo sensali, un tramite in “buona fede”). Per venire a noi: come lei ben sa, io sconsiglio di comprare ed investire in ceramiche antiche a meno di non pagarle due soldi e per il piacere di averle intorno. Quindi, lasci stare gli orvietani e gli aquesiani (abitanti di quel di Acquapendente) “scavatori di butti”, sono tutti – già ne ho scritto – furfanti avvinazzati e imbroglioni. Li lasci alla zappa e alla “cucchiara” a guadagnare con il sudore i soldi che vorrebbero, e facilmente, avere da lei. Il suo conoscente “Silvio” il gatto, ha per compare una volpe che produce ancora con argilla delle crete senesi (in un laboratorietto-cantina ad Acquapendente) i lustri eugubini “rotti e mancanti” che lei ha visto, e che non deve comprare.


Signora Federica Fiorentini, l’artista di cui mi chiede è uno di quei pittori che pagando si sono fatti inserire nel catalogo Bolaffi Arte, ‘che altrimenti – essendo la sua opera di una metafisica seriale e propedeutica ad istinti corporei – non ne avrebbe avuto certamente accesso. Pertanto, la cifra di centinaia di euro “ohilui” indicata, è da ridere. In realtà il dipinto è cosa da poche decine di euro, compresa cornice, per alieni dell’arte che magari devono chiudere, che so, un buco nella parete.


Signor Bruno Starnani, i suoi musicanti in ceramica (h 7 cm) sono di fabbricazione danese anni 20-40 del ‘900, allegorici e di non eccelsa fattura: 120 euro il gruppo. Il vaso (35 cm h) tipo Satsuma, non giapponese e del ‘900, non è di pregio, vale sui 200 euro. Il quadro a personaggi in maschera (cm 103×69), anni 50-80 del Novecento (fa fede il retro telaio), è prodotto di un mestierante che, senza eccellere in arte, ha un suo lezioso impianto scenico e arredativo. Valore: 400-500 euro, cornice compresa.


Signora Annalucia Bigerni, non la maltratterò: la sua prosa gentile ed esplicativa non me lo concede. La stampa fotografica della SS. Vergine della Consolata di Torino (1908), cm 28×21, mandatami in visione, non ha alcun valore antiquariale. Sull’avvocato Secondo Pia, fotografo ufficiale della Sindone (a suo tempo), non ho purtroppo altre notizie rispetto alle sue.


E come sempre, un saluto a tutti e un abbraccio ai pochi.



Aprile 2020


Signora Dalila Sponte da Gubbio (PG), ho già avuto modo di esprimermi su Orvieto come centro della falsa ceramica antica, ma non è che altre città umbre come Gubbio, ad esempio, ne siano state meno coinvolte. Uno dei più noti falsari, anche antiquario, fu Giovanni Freppa, a metà Ottocento, poi la società Fabbri Carocci, lo Spinaci Giovanni, Luigi Ceccarelli, ecc. Costoro invasero con migliaia di pezzi il mondo antiquario collezionistico e addirittura i musei. Determinarne oggi la falsità, a meno di non essere grandissimi esperti – che non sono certo gli antiquari che poi vendono – o di spendere soldi in costosi esami di laboratorio, è impossibile. Quindi, lasci stare e non comperi nulla, tanto più alle aste che vendono annualmente migliaia di pezzi del XVI-XV-XIII secolo come fossero patate. Ormai il meccanismo è consolidato: onde evitare le ipotesi penali di truffa, la casa d’aste (mediatrice-sensale) espone e vende come da garanzia fornita dal cliente e in “buona fede”, alienando, con questa formula, il pezzo autentico o no che sia; il compratore a sua volta potrà, in tutta sicurezza e legalità, venderlo ad altri. Anzi, averlo acquistato a un’asta pubblica ne consacrerà l’autenticità. Ma così non è! E comunque, pur davanti a un giudizio di truffa, la casa d’asta, al limite, è chiamata rifonde il valore del versato senza spese aggiuntive, poiché anch’essa “in buona fede” ha subito il danno insieme al compratore. E così non è.


Dottoressa Marilena Calcagno da Bologna, i suoi dipinti (cm 43×32) sono di ottima mano, sia pur non firmati. È giusto ascriverli ad un Ottocento inoltrato e sommariamente assegnare loro un valore commerciale sui 600 euro cadauno.


Signor Maurizio Castelli, il suo putto su base, senza misure, realizzato negli anni 70-80 del Novecento in antimonio, vale poche decine di euro. Il quadro non firmato e di cui non fornisce misure, ha una bella mano. Di più non posso dirle.


Signor Andrew Bloch, il suo mobiletto da liquori (cave à liqueur) laccato nero (cm 27×33), con inserti in ottone sugli stilemi del tardo Napoleone III, è probabilmente di area francese, primi del ‘900. Può valere sui 300-350 euro. La coppia di specchiere (cm 73×35) con mancanze, primi ‘800: sui 1.000 euro, nello stato in cui è. Il secretaire intarsiato (cm 150×90), pur essendo un prodotto non seriale, presenta un’ebanisteria mediocre (piallacci diversi); pezzo del Novecento inoltrato, se non la metà, vale sui 600-800 euro. La specchiera (cm 196×90) ottocentesca, dagli intagli piatti e modulazione seriale, con mancanze: 800-1.000 euro. Nei mobili laccati o impiallicciati e nelle cornici dorate la sagoma/struttura dell’eggetto è realizzata in legni teneri ed economici (pioppo, conifere) o avanzi di falegnameria (legni diversi).


Signor Maurantonio Povi da Bisceglie (BT), i suoi mobili degli anni ’50 sono indubbiamente di buon livello e in buono stato di conservazione, ma senza marchi e/o documentazioni non si possono ascrivere a designers quali Dassi-Ulrich, come lei suggerisce. Pertanto, la vendita a prezzi sostenuti le risulterà difficile. Arredativamente, e unicamente per la loro graziosità, prospetterei a un intenditore: 500 euro cadauno il buffet, la credenza e il tavolo. Scompagnati e senza valutazione: il divano, la poltrona e la sedia.


Signor Pino Caggia, il suo vaso commemorativo a cupola, in ceramica lumeggiata oro (cm 35×40), ha delle foto decalcomanidi. Dovrebbe essere dei paesi turchi-persiani (1940?) e purtroppo le rotture evidenti non possono incoraggiare ricerche più approfondite. Valore, sui 250 euro.


Signor Guido Cassanelli, il suo dipinto su rame (cm 21,5×27), una Maddalena penitentente di epoca settecentesca, è di mano popolare ma molto soave. Valore, sui 400-600 euro.


 

Signor O.A. in e-mail, lei, come la maggior parte delle persone, ignora cosa sia un’opera d’arte e cosa comporti la conseguente autentificazione e valutazione. Lo spiego a lei e ad altri con un piccolo esempio. Nel mese scorso una signora (mia cliente) mi ha chiesto di valutare una litografia recante firma Raoul Dufy (1877-1953), caposcuola francese, artista internazionale. Ebbene, affinché mi potessi esprimere in merito la sognora ha mandato ben trentadue (32!) foto di ogni particolare del foglio: fronte, retro, firma, ecc. ecc, accompagnate dalla dichiarazione di acquisto nel 1970 presso la Galleria L’Obelisco di via Sistina in Roma, firmata dal titolare, e da altra documentazione concernente. Lei, invece, che fa? …manda quattro orrende immagini di un quadro suppostamente di Jean Baptiste Corot (1796-1895), maestro francese che vanta valutazioni minime di decine e decine di migliaia di euro! …Sono senza parole. Il vaso in ceramica e ottone-bronzo (cm 54 h) degli anni recenti, riproduzione di antichi modelli, vale sui 250-300 euro.


Signor Luca Felici, nel web non si trova – eh già! – tutto. La sua bandiera (cm 182×121), come altre, è stata prodotta dalla ditta J.J. Turner & Sons, e non è l’unica. Il valore non è storico quanto piuttosto collezionistico, se confacente il periodo: anni ’40 del Novecento. Ha le stelle ricamate ma è macchiata, quindi, 250-300 euro.

 


Signor Marco Antonelli ha ragione a non essere sicuro del marchio di Sèvres impresso nelle sue porcellane. È infatti spurio e non confacente. Il suo servizio è una riproduzione seriale dei paesi dell’est. Valore, poche decine di euro.


Signora Baldi, stia molto attenta alle aziende che propongono aste on-line. Primo: hanno esperti improbabili, e basta guardare gli oggetti con epoche e valutazioni strane per rendersene conto. Secondo: i lotti esposti arrivano, o meno, dall’estero, quindi addio ai soldi che – ve lo dico – non vengono restituiti, nonostante la parvenza e le assicurazioni delle medesime aziende. Il bicchiere in pseudo cristallo, pseudo boemia, speditole dalla Polonia dopo esserselo aggiudicato per 140 euro più 9% di diritti d’asta, è un vetro colorato, fuso su stampo, cinese, e con un valore di 18 euro (magazzini cinesi in via dell’Omo, Prenestina, Roma).


Signor Fabrizio Pazzaglia, cosa intende per: “autentico ma non in stile”, riguardo a ciò che le ha detto l’ignorante o imbroglione che le ha proposto il comò tipo Maggiolini (Giuseppe Maggiolini, 1738-1814 e poi Francesco Maggiolini e Cherubino Mezzanzanica) a 18mila euro? Evidentemente sia lei che il venditore non avete mai visto un mobile del ‘700 e tantomeno lavori di ebanisteria attinenti. Il comò – indicato poi “burlescamente” con rozza pirografia come “Bottega di Maggiolini” – basterebbe guardarlo al retro per riconoscerlo per quel che è: un mobile industriale in stile, anni 1960-70. La ferramenta poi… Valore 600-1.000 euro. Dia 18mila bastonate al venditore: non è reato!


Signor Salvatore Chiavetta, le sue sedie dantesche su modello neo-rinascimentale sono state realizzate negli anni dal 1940-60. Lucidate a nitro o con olio, sono piene di tarli, ma questo sarebbe il minimo. È che tali tipologie di sedute valgono pochissimo sul mercato: 100-150 euro la coppia, anche se ci sono “malati di mente” che mettono sul mercato in rete esemplari anche di recente e orrenda fattura ad alte quotazioni.


Signora Nicoletta De Luchi, il suo servizio da caffè da 6, lumeggiato oro con scene a decalco, di manifattura secondaria napoletana, risale alla fine dell’Ottocento. Peccato la mancanza di una tazzina che ne dimezza collezionisticamente il valore che scende così a 200 euro.


Signor Salvatore Capuano da Caserta, il suo gruppo in biscuit acquistato nella Loira francese è una piccola acquasantiera (cm 34×24, 6,250 Kg) raffigurante la Sacra Famiglia con altri personggi. Pur statica nel modellato, ha un certo gusto. Le piccole rotture la inficiano nel suo valore monetario: 400 euro.


Signor Piergiulio Pivas, la sua automobilina di latta a pedali, anni 50-60, è ridotta a “chassis” e può valere, nello stato in cui si trova, 60-80 euro.


Signor Silvio Sbrana, il suo centrotavola derutese (cm 40×30) è un oggetto degli anni 40 del Novecento. Non ho notizie sul marchio. Valore: sui 300 euro per l’imponenza arredativa.


Signor Raffaele Dajelli di Saronno, il suo San Francesco (cm 76×97) è dipinto di gusto popolare e devozionale. La cornice è novecentesca, la tela, forse, dell’800. Opera di ridotto valore arredativo per via del teschio, vale sui 1.000 euro nello stato in cui è.


Signor Patrizio Cigliano, scusi il ritardo con cui le rispondo, dovuto ad una mia cattiva gestione della posta giratami dalla Redazione, che non ha, dunque, colpa. Ecco, una via l’altra, le mie valutazioni ad occhio clinico – occhio che non potrà mai sostituire la visione diretta. Il “Cristo” (cm 79×50) – opera settecentesca che sarebbe da studiare per identificare lo sfondo che potrebbe non essere di fantasia – così, senza altri riferimenti, vale sui 600 euro; il ritratto ottocentesco di “Vecchia signora” (cm 66×50): 250 euro; il “Bosco e stagno” (cm 29×24), anni 60 del Novecento: 50 euro; il “Tempio e piramide” (Ottocento?), cm 114×90: 1.200-1.500 euro; il dipinto “Parigi” (cm 51×49) di Fernand Claver (1918-1961), sui 500 euro; la “Fanciulla con gatto”, del Novecento, cm 25×18: 50 euro; la “Vergine con figlio”, stampa da Murillo, rinomato artista spagnolo del XVII secolo, non vale nulla. Nella sua mail, signor Cigliano, indica anche altre cose ma le foto non ci sono. Riscriva. E ripeto, a lei come ad altri lettori che: è già molto difficile valutare da semplici foto, se poi a questo si aggiungono immagini senza particolari, retro ed altro, come quelle inviatemi, il compito diventa, ohimé, ben arduo.


E come sempre, un saluto a tutti e un abbraccio ai pochi.



Marzo 2020


Signora Marianna Val, lei ha comprato tempo fa un quadro da un pittore amico di amici e adesso ha scoperto che non si tratta di un dipinto vero e proprio ma di una riproduzione stampata su tela, sia pur firmata, datata e numerata dall’artista stesso. L’autore, interpellato, le ha detto testualmente che ogni anno crea una sola opera in originale (conservata da lui in catalogo ragionato) di cui realizza un tot numero di copie (la sua è la n. 23) che mette in vendita inserendo in ognuna di esse un particolare oppure omettendolo (alla sua, un ritratto femminile, manca il pollice della mano sinistra). Ebbene: no! non si tratta di una truffa. Nell’arte moderna già nel 1919 il noto dadaista Marcel Duchamp realizzava riproduzioni fotografiche della Gioconda di Leonardo Da Vinci, a cui aggiungeva baffi e pizzetto. E così è per migliaia di altri esempi che potrei farle. L’arte è dettata dall’autore, è lui che decide l’opera. C’è chi ha prodotto tagli, chi scarabocchi, chi sputi su tela… e chi non vi ha impresso nulla. L’artista è libero di farlo come lei è libera di non comprare “ciò che non conosce”.


Signor Lorenzo Lucignani, per quanto concerne la manifattura di Capodimonte e la vicenda legata alla riproduzione del suo marchio, la invito a leggere l’esperto di gennaio 2020, in risposta alla signora Mazzanti. Pertanto, basandomi su quanto avrà modo di leggere, aggiungo che: la sua ceramica, di cui purtroppo non mi invia misure, presenta un bel modellato ed è stata probabilmente prodotta a Bassano poche decine di anni fa. Calcolandola di cm 18×12 e priva di rotture, vale sui 250 euro.


Signora Bosco, il suo triciclo anni 20-40 del Novecento, vale intorno ai 350 euro.


Il dottor Antonio Barbati invia una supposta litografia di Carlo Carrà (112/200) edita da Marini di Lissone, azienda sconosciuta a me e ai miei prontuari. A vista, dalle foto, ritengo le figure non appartenenti alla mano dell’artista e apocrifa la firma. Dottor Barbati, i suoi dubbi sono fondati.


Signora Leda Franceschelli, l’apparecchio TV Radiomarelli (cm 60×60), anni ’50, vale, se opportunatamente funzionante, sui 350 euro, altrimenti, solo come pezzo arredativo, sui 150. Le sculture in ferro battuto (cm 40×30 circa) prodotte della Bottega Berto da Cogollo, oggetti per collezionisti, valgono 100 euro una. L’opera in bronzo (cm 18×31) dell’autore Angelo Biancini, essendo senza firma né attestazione, vale poche decine di euro, per gli amanti del genere.


Signora Grazia Giovanna Sala, la sua statuina in terracotta (cm 40×17) è prodotto seriale il cui valore raggiunge poche decine di euro.


Signor Giuseppe Iannella, il suo busto di vecchia donna (cm 52×21), pur di matrice verista, non presenta la necessaria maestria modellativa; per di più non è pezzo arredativamente concupibile dal mercato attuale. Valore, sui 250-350 euro.


Signor Luca Zorzi, la sua brocca con bacile (h cm 35, diametro cm 40), anni 60 del Novecento, in ceramica lumeggiata in oro, è stata prodotta dalla manifattura francese Sarreguemines (paese del nord della Francia) e vale, se integra, dagli 80 ai 100 euro.


Signor Domenico Mastroianni di Campoli Appennino (FR), eh no! che le sue 5.000 azioni da lire 100 (cinquecentomila) non possono essere esigibili. La Società Bancaria Sarda di Sassari (1909) fu acquisita nel 1993 dal Banco di Sardegna e in tale istituto cessò nel 2016. Il suo titolo, emesso come capitale sociale il 15-5-1908, ha solo valore collezionistico, sceso ai nostri giorni intorno ai 100-150 euro.


Signor Marino Quarto, circa la sua mobilia: comò sullo stile Liberty, ma prodotto degli anni 20-40 del Novecento: 350 euro, i comodini nello stesso stile, 150-200 euro; pettiniera anni 50- 60: 100 euro; letti in ottone anni 80-90: 250 euro, per arredamento e uso; il salotto eclettico (mancano foto con particolari probanti), anch’esso prodotto dagli anni 40 agli anni 70 del Novecento: 800 euro. Purtroppo il mercato odierno ha azzerato il valore della mobilia.


Signora Laurenze Viti, il suo uovo cinese (68 cm) è forato in alto perché si tratta di un vaso per rami e composizioni ikebana (senza acqua se presenta un foro anche sulla base). Da foto non mi è possibile determinarne l’epoca, essendo stata tale tipologia prodotta incessantemente negli anni. Lo valuterei, solo come oggetto d’arredamento, sui 400 euro, se intonso.


Signor Roberto Boghi, il suo bellissimo calamaio in bronzo (cm 17×6), in stile neoclassico fine Ottocento, è una chicca: 500 euro.


Signora Enrica Iessi, iniziamo con il dipinto (cm 64×94) a firma R. De Marinis 1968. Simpaticamente, un consiglio: se ne liberi bruciandolo ‘che se lo getta nei cassonetti qualche delinquente lo potrebbe recuperare e rimettere in circolazione. Il Ceoldo, artista di cui mi dà notizie circa la sua piantana, non ha quotazione alcuna. Alta cm 109, realizzata negli anni ’70 del Novecento in ferro battuto (afferma lei), la piantana è orridamente ricoperta di porporina; potrebbe valere, una volta sverniciata e solo per arredamento, sui 300-350 euro. La statuina in antimonio (cm 45), replica stucchevole dell’insigne scultore Auguste Moreau (ha pure un mignolo rotto!): 40 euro per gli amanti del genere.


Signor Matescu Dragos, purtroppo le innumerevoli richieste di expertise ricevute non consentono di esaudire i quesiti che i lettori ci pongono in un solo invio. Le risponderò per ora in merito al letto in ottone pagato negli anni ’70 dieci milioni di vecchie lire presso un noto antiquario di Milano. Lei ipotizza che, considerando il calo del mercato, possa valere oggi sui 3.000 euro. La cifra sarebbe giusta, anche per la bellezza scenografica del pezzo, ma le dico che, per mia esperienza, tali arredi scendono nella vendita reale intorno ai 1.500-2.000 euro.


Signor Raffaele Dajelli da Saronno, la sua tela (cm 45×59) raffigurante San Carlo è quadro devozionale di mano popolare. Epoca ‘800-‘900, valore nelle condizioni cui appare: 600 euro.


Signor Roberto Bacco, i suoi piatti a motivi ispanici-turchi (circa 40 cm di diametro), opere di Torquato Castellani (1846-1931) e di Pio Fabbri (1847-1927), sono certamente interessanti per i collezionisti di ceramiche ma, affatto richiesti dal mercato odierno, sono scesi a un valore di non più di 250 euro cadauno.


Signor Ioan, il suo quadro con firma sconosciuta non ha valore antiquariale, così le statuine in legno e le monete, tanto più che sono anch’esse malamente fotografate e senza alcuna misura.


E come sempre, un saluto a tutti e un abbraccio ai pochi.



Febbraio 2020


Il lettore Paolo Barsotti, emerito connaisseur, ci comunica che l’oggetto “misterioso” della signora Francesca Vaccari (vedi “L’Esperto” dicembre 2019) è una vecchia macchinetta per confezionare sigarette. Grazie, un abbraccio.


Signora Anna, figlia del pittore pugliese Raffaele Van Westerhout (Gioia del Colle (BA) 1927-2013), il professore Federico Zeri aveva di suo padre una “piccola marina” nella sua casa a Mentana. Un giorno, indicandomela, mi disse: “Vorrei conoscere l’artista che l’ha dipinta. In questa piccola tavoletta c’è la quietità e la sonorità dei mari del sud”. Eravamo intorno al 1995. In seguito, ci procurammo un numero di telefono al quale però non rispondeva nessuno. Nel frangente, tramite il critico d’arte/commerciante Gino Ginori – che aveva regalato il quadro al professore – avemmo non soverchie notizie sul Van Westerhout, e purtroppo, signora Anna, non ne ho trovate di più neanche ora. Evidentemente suo padre era un artista locale che si accontentava di un suo mercato ristretto nonostante avesse una bella e limpida mano capace di collocarlo artisticamente (come anche noto dalle foto inviate più quelle pubblicate in internet) in altri ben più vasti ambiti. Lei dovrebbe organizzare, in accordo con qualche galleria, delle mostre, onde ripristinarne quotazioni e fama, ad ora sconosciute le une e dimenticata (?) l’altra.


Signora Magda, la sua imponente anfora (m 2), sui tipi pesaresi, urbinati, firmata “torniante Angelo Rosso”, del 1947 (?), di cui non ho notizie, può valere (ha rotture) sui 600 euro, altrimenti il doppio.


Signora Pamela dal mercato “I Sabati dell’Usato” a Monterotondo (RM), ho visitato molte volte il mercato dove lei espone e che è senz’altro il più grande al coperto di tutto il Lazio e non solo. Vi gravitano robivecchi e fini espositori che decine di anni di esperienza (tanti con attività di rilievo nel campo dell’antico) hanno formato e istruito. Certamente, però, non mi consta che ai Sabati dell’usato si trovino espositori specialisti precipui in determinati campi, ed è per questo motivo che si possono fare ottimi affari e ben lo sanno alcuni antiquari di Roma (in incognito) che visitano ogni sabato la manifestazione. Ma veniamo al suo quesito. In campo antiquario la coroplastica è, dopo il vetro, la materia più difficile da interpretare e discernere, pertanto, in assenza di marchi o elementi semplici e iconografici interpretativi, solo un vero esperto può capirne davvero. Il suo alberello (cm 12) con smalto stannifero bianco è di tipologia farmaceutica, ma la sigla sotto apposta (1365) non è la data di fabbricazione ma la quantità di medicamento in esso contenuta espressa in libbre e once (la libbra romana antica equivaleva a 327,168 grammi ed era suddivisa in 12 once di 27,264 grammi). Il suo alberello conteneva quindi, probabilmente, un eccipiente-additivo atto alla preparazione di medicinali (tipo grasso, talco, sostanze amidacee ecc.) perché altrimenti vi sarebbe stata espressa sopra la sostanza madre curativa. Il suo esemplare, in particolare: libbre 3, once 5, quindi circa 1 kg di sostanza. Manufatto tipico della fine del ‘500, escluderei ad occhio una riproduzione, ma bisognerebbe esaminarlo “de visu”. Il valore economico è sui 400 euro, per essere, appunto, un vaso farmaceutico da collezionisti, altrimenti, uno analogo, sui 250 euro. I suoi “colleghi” di mercato che le indicavano cifre sui 1.000 euro e più, eufemisticamente, non sanno di cosa parlano.


Signora Miriam Melis, la sua auto giocattolo a pedali (cm 83×40) in latta è in condizioni tali da non potersi specificare altro se non l’epoca: anni 20-40 del ‘900. Tali oggetti, se non conservano smaltature originali e soprattutto marchi, non sono appetibili dal mercato. Per ottenere un buon realizzo poi, si dovrebbe portare a ripristinare da un carrozziere che chiederebbe sui 400 euro! mentre un’automobilina, anche in condizioni ottimali e con marchio, costa appunto tale cifra. La sua, così com’è, vale sul mercato 80-120 euro.


Signora Adriana Alfano, come scrivo da sempre, per le opere d’arte moderna e contemporanea non è consentita ad alcuno la certificazione di autenticità, compito avocato a fondazioni e/o eredi. Non fa eccezione il suo cartoncino (cm 50×40) “prova d’artista” di Salvator Dalì. Inoltre tali opere, specialmente non numerate e come la sua non certificate, non valgono nulla: si vendono a poche decine di euro ovunque, e nei mercatini sui 100-150 euro a persone che, illusoriamente, credono di dare lustro alla propria abitazione esponendole alle pareti, ma si tratta in realtà di pezzi di pseudo prestigio.


Signora Daniela (ma l’informazione vale anche per tutti i lettori e i venditori di pezzi marcati “Dula Bavaria” su internet), il suo servizio in porcellana anni 50 del ‘900 è opera di qualche manifattura bassanese e non certo tedesca-bavarese, che non lo avrebbe marcato “Dula” come fosse simbolo o località. Tale dicitura sta invece ad indicare lo pseudo impasto ceramico del prodotto: “porcellana feldspatica”, composta da feldspato, caolino, quarzo e qualche volta argilla; si distingue dalla fosfatica, fritta, bonne china, magnesica, ecc, perché è resistente a rotture, shock termici, scalfitture. “Dula Bavaria” è appunto il marchio di fantasia legato a questo particolare materiale. Valori: nel mercato in internet, sui 150 euro, nei mercati e mercatini reali, la metà, il valore effettivo per servizi come il suo. Il vaso cinese cloisonné (40 cm) potrebbe valere sui 100 euro se in rame, 60 euro se in ottone. L’arazzo industriale (cm 180×122) anni ’50 (?) è brutto: una ventina di euro per gli amanti dell’horror.


Signor Laurence Viti, la coppia di sedie in stile neo-rinascimentale, ma realizzate negli anni 60-70 del ‘900, nonostante gli arazzi apposti, dal punto di vista antiquariale non valgono nulla.


Signor Angelo Cavalli, il suo quadro raffigurante rovine classiche (cm 116×92) è stato eseguito da un mestierante che ha dato resa all’impianto scenico ma poco al resto. Per misure arredative ed epoca (fine Ottocento-Novecento inoltrato, dalle scarne e non eccelse foto non mi è possibile oltre definire), vale sugli 800-1.000 euro.


Signora Annamaria Giannola, il suo contenitore per biancheria a cui hanno maldestramente sostituito le viti originali spaccate con quelle “parker” presenta, a foto, le venature tipiche delle conifere, quasi certo quelle del larice, legno che allontana tarme e insetti, e che veniva usato per tali tipologie di utilizzo. Manufatto dei primi anni del ‘900, suppongo (mancano immagini degli interni, del sotto e dei particolari della ferramenta), è un mobile d’uso che ad oggi ha, purtroppo, scarsissimo mercato; in più, mi paiono errate le misure inviate – metri 3×2 (?) – che non corrispondono agli oggetti postivi sopra. Valore: 100-150 euro, per arredamento particolare e come curiosità (però vanno sostituite quelle orribili viti a croce).


AVVISO. Signora Piersanti, l’individuo di cui lei mi ha parlato è un noto truffatore di Calcata (VT). Benché malmesso e vecchio, gravita ancora nell’ambiente dei mercatini. Non ha, né ha avuto mai, un negozio nel centro di Roma; collaborava in sodalizio di malaffare con certo Romano, persona più volte indagata dalla giustizia, che aveva attività antiquariale in via Giulia a Roma. Non comperi alcunché, tantomeno opere e/o oggetti sacri antichi di provenienza sicuramente furtiva.


Signora Tania Checchi da Ferrara, il suo quadro “Madonna con Bambino” (cm 113×90) riprende motivi iconografici espressi serialmente, e a meno che non si tratti di un’oleografia (le brutte immagini non aiutano), potrebbe risalire ai primi del Novecento; valore 1.500-1.800 euro. L’orologio da tavola con colonnine in alabastro, stile neoclassico dell’Ottocento, vale sui 600 euro.


Signor Aldo Maria Randazzo, la sua tempera su pietra (cm 50x37x4) ha una stesura popolare che potrebbe collocata in ambito veneziano ottocentesco ma… ma potrebbe essere anche un’imitazione. Andrebbe vista dal vero. Ad ogni modo, per la piacevolezza dell’espresso, la valuto 400 euro nella prima ipotesi, e 200 euro nella seconda. Il tavolo da muro in tranciato di noce (cm 100x110x52) sembrerebbe pezzo Ottocento rimaneggiato nelle zampe. Comunque, nello stato in cui si trova e col basso mercato odierno: 150 euro.


Signora Angela Marino da Foggia, continuo a ripetere e a scrivere che le monete, oltre a valere per la data della loro emissione, valgono – e soprattutto! – per le loro condizioni, come specificate nei cataloghi di settore che indicano: B (bello), MB (molto bello), BB (bellissimo), SPL (splendido), FDC (fior di conio), FS (fondo specchio). Calcoli che tutti i cataloghi (generalmente ad uso dei collezionisti) partono da MB. Detto ciò, gli esemplari di 50 Lire del 1958 (Vulcano) in condizioni FDC valgono sui 1.500 euro (a catalogo), ma già gli stessi in condizioni MB valgono solo 30 euro, figuriamoci le sue 50 Lire circolate e abrase… praticamente 2-3 euro. Le mille Lire d’argento del 1970 “Dante” valgono una ventina di euro se in condizioni FDC, le sue, segnate e usurate, valgono solo il loro peso in argento: 3-4 euro. Analogamente, le sue 20 Lire del 1931 Repubblica di San Marino valgono non 200 euro (FDC) ma 3-4 euro, per l’argento; le famose 5 Lire del 1956, che in condizioni FDC sono valutate 2.000 euro, scendono, visto lo stato del suo esemplare, a 20-30 euro.


Signor Marco Caldana, lei è un collezionista/amatore di gran occhio! Il suo servizio realizzato da una fabbrica epigone di Meissen è delizioso (preso poi in un mercatino a 20 euro!) e certamente di valore. Ineccepibile, la valutazione tecnica del prof. Oscar Ganzina (Presidente dell’Associazione Amici dei Musei e dei Monumenti di Bassano del Grappa), autore di una magistrale pubblicazione: “Il Bisquit di Volpato” (Giovanni Volpato, grande coroplasta imprenditore che seguo da decenni per studiarne il periodo di “Civita Castellana”). Un servizio del ‘700 come il suo, fosse stato marcato Meissen, sarebbe valso sui 1.200 euro; essendo invece prodotto di una fabbrica minore (benché su modelli e forse stampi e/o decoratori della nota casa sassone) e avendo sostituzioni (sia pur pregevoli), vale la metà.


Signora Roberta Fusé, la sua è una cassettiera da viaggio contenente merci per rappresentanza. Con il ribaltamento della maniglia superiore si infilava una barra con occhiello che passava in tutti gli altri manici, il lucchetto nella parte superiore veniva chiuso e ancorato alla maniglia, alla sua cassettiera manca l’ultimo contenitore. Oggetto dell’Ottocento, vale sui 300 euro, per arredamento così com’è.


Signor Nicola Marinaro, il pittore-scultore ceco Alfons Mucha (1860-1939) è stato uno dei più importanti artisti e decoratori del periodo Art Nouveau, ma anche uno dei più “copiati”. Il suo acquerello (cm 54×32) mi lascia perplesso. Naturalmente, dalla sola immagine non sono in grado di appurare se si tratti di una stampa o meno, ma ad ogni modo ciò che mi ha colpito è la firma con la sottostante data “95”, cosa non usuale nella produzione dell’artista. In ogni caso bisognerebbe visionarlo dal vero, e trattandosi di opera che potrebbe essere di alto valore, è importante verificarne provenienza e trascorso.


Signor Raffaele Dajelli, il suo quadro (cm 140×150) è di un artista la cui firma presente sull’opera mi è sconosciuta, non è quindi che si possa attribuirla ad altri affermando, come lei scrive, “sui modi di Ettore/Tito”, a cui l’epigono sconosciuto si è rifatto. L’unica valutazione che posso esprimere è di livello arredativo e di gusto: 800 euro.


Signor Quarto, i suoi quadri di fattura bulgara (cattive le immagini spedite) non presentano soverchie valutazioni monetarie ed epocali (‘900). Il 5 Tornesi, moneta del 1797, vale sui 50 euro.


Miriam da Pordenone (Don Bosco), la sua automobilina Ford, giocattolo a pedali del 1940 (?), potrebbe valere, nello stato attuale, sui 500 euro. I mobili del ‘900 in stile neorinascimentale, sui 400 l’uno.


Signor Giuseppe Di Vella, il suo trumeau in stile olandese (cm 200x170x50) è prodotto degli anni 70-80 del ‘900. Non può valere più di 400-500 euro, per arredamento.


Signor Giovanni Lazzarin da Treviso, la sua statuetta da muro, in legno laccato (cm 70), raffigura un Santo (tolta l’aureola sulla testa). L’epoca, ad occhio, potrebbe essere ottocentesca. Valore sui 400-500 euro.


Signor Massimiliano Marastoni, il suo vaso di porcellana Sèvres (h 100 cm) raffigurante la Battaglia di Austerlitz non è prettamente di epoca napoleonica ma prodotto del ‘900, sui tipi del decoratore H. Despretz. Comunque, si tratta di un pezzo di valore; la Christie’s, nel 2016, ha alienato una coppia simile al suo vaso, firmata H. Despretz, a 12.500 sterline (7-10 mila la stima), naturalmente con epoca consona. Il suo esemplare, ad occhio e dalle cattive immagini, penso possa valere sui 1.500-2.000 euro.


Signora Irene Panada, i servizi da the ereditati sono: il primo, un Meissen da 12 coperti realizzato nel ‘900 nel tipo detto “blu-cipolla”, valore perlomeno 1.200 euro; il secondo, da 6, realizzato dalla manifattura F.A.M.A. di Ascoli Piceno negli anni 50-60 del ‘900, valore intorno ai 200-250 euro; il terzo, un servizio pseudo Capodimonte, sempre da 6 coperti, 60-80 euro. Naturalmente, tutto ciò a vasellame completo e integro.


E come sempre, un saluto a tutti e un abbraccio ai pochi.



Gennaio 2020


Signora Olga Arduini da Grosseto, rispondo qui per scritto alla sua telefonata della settimana passata tramite l’amico Giorgi di Siena. Lei possiede una “cosa” che afferma essere di mano di Lucio Fontana (1899-1968), artista fondatore dello Spazialismo, famoso per le sue tele tagliate che raggiungono quotazioni di centinaia di migliaia di euro. “Si richiede un cambiamento dell’essenza e nelle forme. Si richiede il superamento della pittura, della scultura, della poesia e della musica” asseriva l’artista, e a tal proposito ho assistito anni orsono a New York alla performance di un artista che dipingeva (!) nell’aria e, in tempi diversi, a un musicista che non suonava e a un poeta che scandiva lettere – una al minuto – declamando così, in venti minuti, una sua supposta poesia: tutte persone che, naturalmente, si contestualizzano in loro settori artistici e che altrimenti sarebbero soggette alle cure sanitarie del CIM. “Superare l’essenza e le forme” è come, appunto, suonare non suonando o fissare con nastro adesivo una banana al muro: Comedian di “tale” Maurizio Cattelan, opera venduta per 120 mila dollari! (Art Basel di Miami-California), e la cui vicenda artistica non finisce qui: un altro “artista”, un americano di origini georgiane, certo David Datuna, ha staccato la banana dal muro, e “davanti ai visitatori della mostra esterefatti” (sic) ha sbucciato la banana e l’ha mangiata ripreso da tanto di telecamera, definendo l’intervento una “performance d’artista”. L’arte per tutti! (un quarto di pagina sul Messaggero 9-12-2019). Non conosco l’alienato in questione, ma ho riferimenti precisi su Cattelan: è quello dei manichini di bimbi impiccati ad un dito, del water d’oro “rubato” e altre tristezze del genere. E non faccio i nomi dei cosiddetti artisti sorretti da critici d’arte “bolliti nelle olive” e incapaci di esprimere altro. Io li considero dei buontemponi che prendono per il retro il mondo vendendo banane, merda in scatola (275mila euro – asta Il Ponte, marzo 2018) e altre cose del genere, simboli di un mondo decadente senza più canoni ed in mano a piazzisti senza né scrupoli né senso dell’arte. Ma guardi… è poi questo quello stesso mondo che ha dato il Nobel per la Letteratura non a G. Louis Borges o a Mario Luzi ma piuttosto a Dario Fo (!), un grande attore sì, ma che come scrittore… Vi invito: primo a trovare sue opere scritte, e secondo a cercare di leggerle. Mi chiedo: pure lui ha travalicato la “forma”? Ma non era meglio un Oscar alla Recitazione? E per tutti questi “artisti” concettuali e i loro critici supporter non era meglio un sano lavoro nei campi alla maniera dei Soviet? Chiudo, signora Olga, ripetendo anche a lei che le opere d’arte contemporanea, per la loro esecuzione sommaria (la sua è un’informe massa di gesso su cui è colata sopra una plastica (?) gialla) e l’avvenuta morte l’artista, sono soggette a criteri valutativi particolari: solo un Dio o gli aventi diritto (in questo caso Fondazione Lucio Fontana, corso Montefiore 23 Milano tel. 02.76005885) sono autorizzati a dire di cosa si tratti, e soprattutto, sponte loro, a definire l’opera come autentica.


Il signor Massimo S., esperto di archeologia, incappando sul web nella mia rubrica, viene in aiuto al nostro lettore Tribuzio Egidio che a settembre 2019 chiede lumi circa alcuni oggetti in suo possesso. Riporto per inciso la sua e-mail:
«Si tratta di un gruppo di Fusaiole bi-coniche, che in età preistorica, protostorica e storica, avevano la funzione di volano e venivano montate su un bastoncino e per rotazione erano atte alla filatura di lana o fibre vegetali.
Senza una visione diretta di questi oggetti in ceramica d’impasto fine, resta difficile una datazione precisa (potrei “azzardare” un’età tardo romana). Queste sono molto semplici e di fattura povera, probabilmente provenienti da una necropoli e da corredi di inumazioni femminili.
Le fusaiole si presentano nelle forme più varie e venivano create utilizzando i materiali più vari, ceramica arricchita da linee grafiche, antropomorfe, etc., pietra, quarzo, vetro, faience, metalli vari, osso, conchiglia, avorio, ambra, legno».


Signora Laurence Viti, il busto del quale non mi invia neanche misure (si è sparsa, credo, la voce che io sia un veggente) è un’iconografia francese della primavera, in antimonio patinato bronzo, immagino, mal ridotta nella superficie. Epoca, primi del Novecento.Valore, poche decine di euro.


Signora Dana De Luca, i suoi servizi, molto belli, sono entrambi epigoni della manifattura di Limoges (Francia sud-occidentale), non hanno infatti i marchi precipui. Probabilmente pezzi degli anni 70-80-90 del Novecento, è impossibile collocarli diversamente. Per la piacevolezza arredativa: 250 euro il servizio da sei e 200 euro l’altro.


Signor Rayna, del suo orologio Erso Geneve posso dirle poco. La Ordatix, ditta di Ginevre Export, con questo nome ed altri esportava (soprattutto per il mercato inglese) orologi con buoni meccanismi prodotti da varie manifatture svizzere. Per prodotti del genere il valore è mediamente sui 50 euro.


Signora Silvia Milan, il suo quadro a firma R. Moreu (Renzo Moreu, pittore goriziano, 1934-2005) è mio avviso un falso. Non corrisponde la firma né la pittura che trovo stereotipata e priva di quella “verve” che anche nei dipinti seriali permea l’opera dell’artista.


 

Signora Elisbetta Mazzanti, lei, come gli altri nuovi lettori on-line, non mi conoscono. Ho scritto per venticinque anni sul La Gazzetta dell’Antiquariato versione cartacea e almeno cinque volte l’anno notiziavo i lettori in merito al marchio N coronata di Capodimonte a volte correlata di nomi e pseudo certificati “industriali” di garanzia di maestri coroplastici napoletani (da cui, semmai, hanno tratto i modelli). Invito lei e gli altri lettori a leggere la risposta data a una lettrice nel dicembre 2018, che riporto nuovamente di seguito:

Circa la “N” coronata di Capodimonte (lettori, collezionisti, antichitari, leggetemi!)
Signora Mariapel in e-mail, già ne ho scritto e riscritto negli anni: non esiste più un marchio originale Capodimonte poiché nei secoli se ne è perso il copyright.
Da molto tempo, e ancora ad oggi, qualsiasi manifattura può porre sulle proprie produzioni ceramiche la “N” coronata, o meno, e/o fregiarsi della dicitura “Capodimonte”.
La “Real Fabbrica” borbonica del Parco di Capodimonte, fondata da Re Carlo e sua moglie Regina Maria Amalia di Sassonia nel 1743 e continuata dal figlio Ferdinando, cessa intorno ai primi decenni dell’Ottocento, rilevata da privati che iniziano a marchiare i loro prodotti con i loro nomi e, a volte, con la “N” coronata che era il simbolo della sola produzione ferdinandea sino al 1887, aggiunta alle lettere “FRM”.
Il marchio originale della Primaria Fabbrica borbonica era il “giglio borbonico” in colore azzurro, marchio che è stato ripreso nel 1961 grazie a un decreto del Presidente della Repubblica che, “per la continuità storica della tradizione”, ha autorizzato l’Istituto Professionale Tecnico Chimico Giovanni Caselli di Napoli a depositare un marchio di garanzia a tutela del nome di Capodimonte.
Il 20 marzo 1987 l’Istituto ha depositato e brevettato il “giglio borbonico” con la dicitura Giovanni Caselli-Capodimonte che è l’unico, quindi, a potersi fregiare del nome prestigioso toponimo. Tutto il resto è da considerarsi in “stile Capodimonte” e non ha alcun riferimento o autenticità!
Da una trentina d’anni la produzione “alla N”, coronata o meno ed in genere azzurra-blu, viene dal Centro Ceramico di Bassano; del napoletano è invece, genericamente, la produzione delle figure tipiche, come quelle sue, signora Maria, con tanto di spurio pseudo certificato, con la solite e abusate scritte “N” e “Capodimonte”; le producono in tanti, come la Mollica (manifattura ancora attiva) ma, a volte, è falsificata anche anch’essa. A comprarle dal negozio costano dai 200 ai 500-800 euro per i gruppi imponenti; ai mercati e mercatini dai 40-60 (la sua) ai 250-350 per gli altri.
Attualmente ho visto, con disgusto, delle composizioni in gesso, resina o altri impasti colati a stampo, cinesi, imitanti e simili alle porcellane (così come i personaggi del presepe, l’orrore più profondo della globalizzazione).

I suoi pastorelli (cm 18-20) non hanno alcun valore, li tenga pure per ricordo.


Il signor Piergiorgio Concas invia foto di una scrivania italiana tipica degli anni 20-40 del Novecento, con sedia inerente. Purtroppo ai giorni nostri il mercato disdegna simile mobilia, viceversa appetita sino ad una quindicina di anni fa. Consiglio, quindi, di tenere la scrivania come ricordo di famiglia giacché il suo valore attuale è sui 200-300 euro.


Il signor Gianni Barbero scrive in e-mail (cito testualmente): “Alla vostra valutazione la statuetta: il frate con la gerla dello scultore, padre della ceramica di Castellamonte Angelo Barengo, in quanto il Museo di Castellamonte non si è sentito all’altezza di ospitare in esposizione questa statuetta ‘non avendo una copertura assicurativa adeguata da coprire eventuali danneggiamenti o furto della stessa!’”. Rimasto basito – non avendo mai inteso il nome di questo “Barengo” caposcuola coroplastico – mi sono subito documentato: l’Angelo Barengo (1859-1910), pittore e ceramista, è citato solo nei siti locali di Castellamonte, cittadina in provincia di Torino nota soprattutto per la produzione di stufe in terracotta ma anche di orci ed elementi architettonici vari. Solo nel 500 il luogo visse una stagione felice con una produzione feconda e valida di piatti artistici e ornati coroplastici, ma già un secolo dopo vi fù il declino verso manufatti di uso e seriali. E fin qui… Ma il bello è venuto dopo! quando ho guardato le foto della detta statuina (senza misure) e si sono palesati ai miei occhi una specie di Padre Pio con rosario (sconcertante quanto a bruttezza compositiva, plasticità e colore) ed un’incredibile e oscena (per motivo compositivo) donna nuda e provocante, posta sulla stessa gerla del frate: una cosa scurrile, simile alle pin-up dei camionisti! E questa sarebbe l’opera del sommo Barengo? Quella che il museo non è all’altezza di ospitare? Valutazione finale: sto ancora ridendo! Saluti.


Il signor Carlo Orlando manda in visione due quadri di arte sacra per comparazione: un Sant’Eligio miracolante del 1884 e un San Calogero con cerva ascritto al pittore siciliano Carmelo Mastrosimone (frate cappuccino di Caltanissetta di cui non ho altre notizie ma la cui tela mi induce a definirlo artista vissuto nel XVII-XVIII secolo). Le due opere, a mio avviso di nessuna attinenza tra loro, sono comunque etrambe di stesura e devozione popolare.


La signora Diana Melegari invia foto di un quadro suppostamente di Philippe Peter Roos, detto Rosa da Tivoli (1655-1706). L’artista, valente pittore tedesco che nel 1684 acquistò casa a Tivoli (RM) dove visse, operò e morì, era chiamato nella cerchia dei pittori romani Mercurius (Dio con le ali ai piedi) per la velocità di esecuzione dei suoi dipinti che vendeva subito per vivere, essendo un ubriacone e un dissoluto. Egli morì in miseria cinquantenne, relativamente giovane e, dunque, impossibilitato a produrre le migliaia di tele a lui ascritte e che appaiono ad oggi sul mercato. Temo che il suo dipinto, del quale non fornisce misure, sia una riproduzione. Lo evinco sia dallo svolto pittorico sia dal retro della tela non pertinente al ‘600 (a meno che non sia stata rifoderata).


Signor Vittorio Radicioni, le sue vetrate, fossero novecentesche (attraverso foto è difficile stabilirlo) così come dagli stilemi appare, se intatte e senza rotture, avrebbero un valore di 10.000 euro complessivi, e sarebbero un affare per chiunque volesse comprarle.


Signor Rocca Formiconi, sommariamente le indico che: la vetrina Liberty vale oggigiorno sui 600 euro, gli altri mobili Déco sui 200-250 euro cadauno (oltretutto di difficile vendita), il quadro francese con canale, 1916, firmato, (cm 70×95), 400 euro, il quadro con Madonna e Bambino (cm 82×104), anch’esso dalle brutte immagini, idem. Altro il suo inviato non mi consente.


Signora Marianna Brambilla manda immagini di oggetti comprati nei mercatini. La teiera degli anni 40 del Novecento marchiata Carraresi e Lucchesi, manifattura fondata nel 1938 a Sesto Fiorentino, vale sui 60 euro (ha mancanze di smalto altrimenti varrebbe il doppio); le ceramiche russe e pseudo cinesi non valgono nulla.


Signor Marco Olivari, l’oggetto della sua famiglia trovato in cantina è in bronzo ed è imitazione di uno specchio etrusco corinzio del IV-III secolo a.C. (la parte piatta veniva lucidata a specchio, appunto).


Signora Carla Maria Ottonello da Genova, capisco che a lei, come ad altre lettrici, possa apparire sconveniente inviare le proprie misure, fossero anche quelle della propria cornice lignea laccata bianca: figuriamoci se le chiedessi misure e foto del retro della medesima! …Scherzo! ma basandomi dunque sul poco inviatomi, ad occhio le dico che il suo elemento da incasso a parete è in stile neoclassico, esecuzione di fine Ottocento primi del Novecento. Così com’è – ma servirebbero altre immagini – sui 1.200 euro.


Il lettore-collezionista Davide Amicucci, in merito al quesito del dicembre 2019 della signora Daniela, gentilmente ci segnala che la data di coniazione della 500 Lire “Caravelle” mandata in visione si trova nel bordo della moneta e che non si tratta di un esemplare di valore poiché, se lo fosse, avrebbe le bandiere inverse e la scritta prova.


Dalla residenza Don Bosco di Roma ricevo immagine di un quadro (cm 100×60) firmato “Paolo da S. Lorenzo 1973” (Paolo da San Lorenzo 1935, vivente?), opera dell’ultimo “cubista” europeo significativa ma non certo tra le migliori. In più la vasta produzione dell’artista è ad oggi altamente sottostimata, colpa dello stesso autore e/o dei suoi intermediari che hanno “svenduto” per anni. Valore, sui 500 euro per la misura.


Signor Andrea Bretschneider, la sua madia con alzata, fine ‘800 primi ‘900 (cm 215x110x50), nonostante oramai i mobili di questo periodo abbiano subito nel mercato un tracollo, è un pezzo di gusto, in ciliegio italico con alzata da sacrestia, e mi spencolo a valutarla sui mille euro. Il bastone (cm 90) e il ventaglio (cm 27×49 aperto) intarsiato in oro e argento 800, sono cose anch’esse non più appetibili, parliamo di 40-50 euro il primo e di 60-70 euro il secondo.


Signora Elisabeth, mi piange il cuore dirle che il suo bellissimo ritratto (cm 35×50) con cornice in pieno Liberty, coeva, opera del maestro lombardo Ferdinando Bialetti (1864-1959), un eccellente ritrattista, ha quotazioni ridicole. Esempi: Casa d’Aste Il Ponte (23-11-19), lotto 4640 (ritratto cm 110×75), valutazione 100-120 euro, aggiudicazione 70!! Simile al suo dipinto, Galleria Della Lira asta del 20-1-18, lotto 96 (cm 48×37) stima 300-400 euro, aggiudicazione 300 euro! Nonostante ciò, io valuterei il suo Bialetti sui 500 euro, per la soavità che emana l’opera e per la cornice attinente.


Signora Sylvie Roulot, la sua sedia Napoleone III non può avere un alto valore poiché difficilmente si acquistano sedute singole, quindi, 60-80 euro (e difficilissima vendita). Le due sedie in stile Impero, in mogano o tinte mogano, 200 euro. Auguri anche a lei.


Signora Agnese Buccella, le rispondo in questa rubrica, invece di inviarle una secca e-mail, per “erudire” gli innumerevoli lettori che continuano a presentarmi oggetti denominati “Capodimonte”, senza leggere ciò che da decenni (ed anche questo mese) scrivo. Marchi e dizioni Capodimonte e simili – compresa la sua “vesuviana BERGHER di Torre del Greco” – presenti sotto statuine, vasi e similari, non valgono nulla, neanche accompagnati da quegli “oltraggiosi” (per il gusto e l’intelligenza) certificati per opere coroplastiche brutte, seriali, di nessun valore collezionistico.


Signor Domenico Rubini di Bari, debbo convenire che la sua tela (cm 45×55) “Mater Puritatis” è di ottima fattura, pur avendo una definizione pittorica di gusto popolare. Trovo coerente la datazione espressa nella scritta tipica della manifattura. Valore, sui 1.500 euro.


Signor Massimo, il suo bookcase inglese in mogano acajou e piuma, nonostante la scarsa richiesta di certi mobili antichi, è piacevolmente bello.Valore, 1.000-1.200 euro. Meno attraente l’orologio da tavolo in bronzo (sembra in antimonio dorato) con un meccanismo seriale come la scultura: 250 euro, per arredamento.


Signor Stefano Binchi, purtroppo la morsa del 1920, con tanto di targhetta dell’artigiano costruttore, vale poco o nulla. Potrei dirle 60-120 euro, ma poi deve trovare l’acquirente! Queste cose interessano oramai le raccolte pubbliche (che le vogliono gratis) e quelle di pochi amatori (che le pagano poco), e la stessa cosa vale per gli attrezzi da falegname. Per sapere qualcosa circa le sue moto invece, invii nel dettaglio le foto specificando: nome dei modelli, condizioni, se funzionanti o meno, presenza o meno di libretto tecnico.


Signor “nipote del pittore naif Marino Ceccarelli”, neanche io so di chi possa essere il quadro senza firma che suo nonno asseriva essere opera di valore. Pubblico l’immagine. Si faccia avanti chi ne sa qualcosa.


Il dott. Pierfrancesco Izzo, manda in visione una Madonna dell’Addolorata su tabernacolo in stucco con fregi, oro, cm 140×95. Il soggetto è di mano greve e poco adatto arredativamente, solo devozionale. Nonostante ciò, vale sui 400-500 euro perché il quadro si può eliminare e vendere separatamente a quei pochi estimatori a 100 euro. Le cornici ovali (cm 95×85) fine ‘800, pur mortuarie, private dei defunti valgono sui 400 euro l’una. Del tavolo intarsiato vedo poche, brutte, scarne immagini, e non essendo un indovino mi astengo da valutazioni.


E come sempre, un saluto a tutti e un abbraccio ai pochi.



Dicembre 2019


Il signor Paolo Barsotti da Pisa, che ringrazio e abbraccio, ha individuato l’oggetto misterioso mandatomi in visione dal laboratorio orafo Sacco di Milano (vedi L’Esperto novembre 2019). Si tratta, scrive il lettore (che allega foto del suo oggetto), di un astuccio in argento contenente set da cucito per piccole riparazioni.


Gentile signor Riccardo Del Guardo, certamente lei avrà già letto nel corso degli anni quanto da me espresso in questa stessa rubrica: le opere d’arte, per essere inserite in un contesto valutativo di mercato, devono avere una loro documentazione, un loro percorso storico che le acclari come effettivamente appartenenti ad un determinato autore. Non è che possa essere io, e in base mere foto, a certificare alcunché. Pertanto, basandomi sulla mia esperienza e studio, posso disquisire in merito a ciò che mi appare evidente e conforme o meno a determinati canoni, posso ascrivere quotazioni desunte dal mercato e null’altro. Precisato questo, in merito alle diverse tipologie artistiche di cui mi invia foto, le rispondo: le due nature morte (cm 50×70) con sigla-firma a me sconosciuta, e comunque opere di modesto svolto pittorico, valgono 800-1.200 euro la coppia; il disegno a matita colorata (cm 30×40) a firma Aligi Sassu (1912-2000), sui 600 euro, perché raffigurante un gatto, fosse stato uno dei classici cavallini del pittore, avrebbe avuto stima doppia; non meno di 1.000 euro per il bel disegno (cm 7×10) china-carboncino (?) opera del sommo Vittorio Corcos (1859-1933), un gigante della grande pittura ritrattistica italiana – a mio avviso non ancora pienamente valutato – i cui oli hanno quotazioni che vanno dalle decine di migliaia alle centinaia di migliaia di euro; il quadro (cm 20×30) di Filippo Carcano (1840-1914) che, devo dirle, non mi convince per la stesura, lo svolto e i toni coloristici espressi, ma magari ha solo bisogno di una ripulitura, vale 1.200-1.500 euro se autentico. Per quanto riguarda poi la ballerina in bronzo (h 36 cm) di Paolo Troubetzkoy (1866-1938), artista nato in Italia da principe russo, l’opera è andata in asta da Sant’Agostino del maggio 2018, valutazione di vendita 1.500 euro più i diritti. Ma io starei attento: nel dopoguerra proprio della statuina come la sua (“Danza”, il titolo) sono stati prodotti multipli a centinaia, senza autorizzazioni.


 

Signora Daniela già ne ho scritto: le monete, recenti e non, quando hanno alte quotazioni vuol dire che presentano parametri collezionistici precisi, ovvero sono “fior di conio” o addirittura “fondo specchio”, cioè praticamente mai maneggiate o quasi. Le 100 Lire del 1955 in acmonital (lega con ferro) valgono sui 1.000 euro se “fior di conio”, 150 euro se in splendide condizioni, ma solo 10 euro se sono usurate come la sua. Quanto alle 500 lire d’argento “Caravelle” senza data di coniazione, non so dirle nulla, né ho trovato notizie; probabilmente si tratta di una moneta di prova o di un falso: nel primo caso è da valutare (tali monete valgono sulle centinaia di euro ma la sua è molto usurata), nel secondo, come falso, vale sui 100 euro.


Signor Marco Caldana, giuste le valutazioni del suo restauratore: il quadro (cm 70×95) mandato alla mia attenzione è un piacevole dipinto settecentesco di area veneta, un’“Adorazione dei Magi” manierista di non eccelso svolto pittorico ma molto suadente nei vari oggetti simbolistici. Valore sui 2.500-3.000 euro.


Signor Christian, la sua consolle specchiera è da ascriversi tra la mobilia eclettica italiana che si rifà agli stili antichi ma realizzata negli anni 60 del Novecento. Catalogabile come mobile d’arredo e non di antiquariato, se è stata creata in legno stuccato e dorato vale sui 1.000-1.200 euro, se in pasta di legno, sui 400 euro.


Signor Federico Bonometti dalla provincia di La Spezia, il suo scrittoio bombato (cm 77 h x75) è in stile eclettico di produzione seriale. Sembrerebbe degli anni 40-50 del Novecento. Valore sui 350 euro, per arredamento.


Signor Daniele Gibino, il suo olio di circa un metro di altezza, un ritratto di gentiluomo con armatura, pur di discreta mano, non piacevole per il taglio (forse opera ridotta). Sembrerebbe del ‘700 ma non ho elementi per giudicare oltre all’unica immagine inviata. Valore, sui 1.000 euro, per arredamento.


Signora Diana Melegari, le sue serigrafie di disegni mancanti di documenti di provenienza e percorso storico, sia pur di Marino Marini, non valgono nulla. Comunque, fossero autentiche, sui 200-250 euro l’una.


Signor Donato Bandecchi, il suo dipinto (cm 28×23) è opera di artista non conosciuto e di mestieranza seriale. Pezzo degli anni 50 del Novecento, vale dai 50 ai 70 euro con cornice.


Signor Alessandro Ladisa, il suo mobile secretaire (cm 156×52), ben descritto, è pezzo impiallicciato in mogano del 1930-40. Vale, purtroppo, ai nostri giorni, poco: sui 400-500 euro.


La signora Francesca Vaccari chiede notizie in merito ad un oggetto a lei, ma anche a me, sconosciuto. Speriamo che, come è successo per il piccolo set da cucito individuato come tale dal lettore Barsotti, ci sia qualche altro appassionato che possa illuminarci.


Signor A. Mazzoni, la sua opera (cm 11×18) in legno intarsiato in osso con simboli e decorazioni incornicianti una “Madonna Addolorata” su rame, penso che, inizialmente, fosse inserita in altro contesto religioso o forse fosse una “pace”: un oggetto atto alla venerazione che veniva fatto baciare ai fedeli; sul retro aveva una specie di maniglia per permetterne la presentazione al gesto. L’opera, purtroppo mutila, che riporta nel suo apice lo stemma delle braccia incrociate dell’ordine dei Francescani, è molto bella e penso risalga al XVI secolo. Difficile determinarne la stima, ma nello stato in cui si trova penso possa valere sui 200 euro.


Signor Massimo Ferrario, il suo trumeau in stile Luigi XIV (cm 244x107x56 ) è un gran bel mobile che, come le hanno detto, è stato probabilmente costruito in area veneta tra l’Ottocento e i primi del Novecento; me lo confermano le serrature, gli interni e il suo “sapore”. Nonostante la crisi attuale è un pezzo da almeno 5.000 euro.


Signor Siro Garrone, le sue miniature su rame (cm 10×12) sono brutte! sia la “Madonna Addolorata” sia la “Regina”. Quindi, e al di là di una qualsiasi epoca presunta, 150 euro per entrambe.


Signora Francesca Massimi, il suo tavolo chippendal (m 1,21 x cm 68×69 h), in rovere tinto mogano con cuoio impresso e cassetti, risale i primi del ‘900 e potrebbe valere sui 600 euro.


Signora Sonia Musumeci, il suo vaso (h cm 40) è pezzo degli anni 30 del Novecento, ascrivibile all’azienda ceramica BMC di Sesto Fiorentino, come risulta anche dalle sue ricerche. Valore, sui 250 euro.


Signora Lucia, il suo quadro del “famoso” Cavallero non vale nulla. Il piatto in metallo, di qualsiasi epoca sia, idem o poche decine di euro. La consolle non è del ‘600 ma degli anni 50-70 del ‘900 e vale 350-400 euro per arredamento.


E come sempre, un saluto a tutti e un abbraccio ai pochi.



Novembre 2019


Il signor Maurizio Asmonti manda in visione delle ceramiche di Anselmo Bucci (Faenza 1887-1959) pittore, incisore e grande tecnico della ceramica. Nel 1923 l’artista iniziò il sodalizio con diversi pittori tra cui Ennio Golfieri che firmò il disegno dei vasi (36 cm) e della ciotola (11 cm h) inviatimi. Le produzioni del Bucci hanno grande valore sul mercato antiquariale (quello delle aste, come tutta la coroplastica) per ciò che concerne i vasi a rilievi; i suoi, che sono lisci (uno dei quali viziato da una rottura che lo svalorizza del 30-40%), valgono sui 400-500 euro cadauno; la coppetta sui 150 euro.


Signora Mina Ciaffa, innanzitutto, e propedeuticamente, la invito a leggere (rubrica del dicembre 2018), quanto più volte da decenni vado spiegando in merito alla “N” coronata del cosiddetto “Capodimonte”. Le sue statuine appartengono alla vastissima non controllata produzione delle innumerevoli fabbriche campane, pezzi in bisquit con caratteristiche e “autentificazioni” industriali. Valgono poche decine di euro cadauna.


Signora Maddalena Martini, ringraziandola per i complimenti, devo dirle che sì, certo, la sua brocca (cm 15×25 h) è soffiata a bocca, ma nell’esecuzione finale è da considerarsi come “difettata” o lavoro di un principiante. Il vetro poi, è bianco, quindi la sua brocca vale poche decine di euro.


Rosa Di Domenico: ma no signora! il suo quadro di San Francesco (cm 26×33) non è di Giovanni Carnovali detto Il Piccio (1804-1873), grande ritrattista e verista. L’opera in suo possesso si presenta più moderna e di non grande svolto pittorico. Valore sui 300-400 euro.


Signora Daniela, il suo secretaire-mobile bar (cm 102x89x45) è un pezzo eclettico degli anni ’40 del ‘900 ad intarsi giapponesi, laccato. Tale tipologia, ad oggi deprezzata dal mercato, incontra, però, suoi estimatori in quanto arredo di piccole dimensioni. Valore, sui 400-500 euro.


Signor Remo Tironi, le immagini inviate non sono esaurienti. La sua maiolica (cm 20x38x5 spessore) raffigurante Madonna del… (non si vede cosa ha tra le mani) mi sa di imitazione di ceramica antica. Non sono in grado di esprimermi oltre.


Signora Cinzia Ditta, i suoi quadri di Tinosa, pseudonimo del pittore surrealista siciliano Salvatore Contino (1922-2008), purtroppo hanno richieste di acquisto a valori di vendita accettabili nella sola Palermo. Dopo gli anni d’oro (’70-’80) il mercato nazionale ha relegato le opere dell’artista (come quelle di tanti altri) nell’oblio. Quindi, sto parlando di 300-400 euro a pezzo, nelle migliori ipotesi e acquirenti. E ripeto, si tratta di valori raggiungibili solo in ambito palermitano o originario di essa.


Signor Davide Vergoni, il suo paravento in lamiera (ferro) decorata con stilemi Liberty è una produzione italiana dei primi decenni del ‘900. Purtroppo, così come analoghe testate di letto, è oramai non più accettata dal mercato. Nonostante ciò però, e come oggetto arredativo desueto, il valore è sui 250 euro.


Signora Giusy Messina, peccato che a causa delle dimensioni (cm 190×120) non possa tenere presso di sé la specchiera ereditata, perché credo sia francese, periodo Napoleone III (fine Ottocento), in legno e pastiglia laccata e dorata. Vedo però dalle foto alcune mancanze, per cui il suo valore non può superare i 500 euro, nonostante il bell’impatto arredativo. Non la dia a meno, e mi faccia sapere.


Signor Maurizio Castelli, la sua “Caccia alla volpe”, olio di cm 170×90, è una produzione standard italiana degli anni ’60 del Novecento, ad imitazione delle “cacce” sette-ottocentesche inglesi. La firma “Toma” di fantasia. Con la cornice di scena è opera arredativa da 400 euro.


Signor Francesco Abbasciano, la sua stufa in ghisa (cm 100x30x30), ad occhio (non ho sufficienti immagini), è prodotto degli anni ’40-’50 del Novecento, ma ne realizzano ancora. Valore, sui 400-500 euro.


Signora Fiorenza Abruzzi, il suo letto in nichel (metallo bianco argenteo) acquistato alla Fiera Campionaria di Bari negli anni ’20-’30 e’ un vero gioiello di tecnica e design: unisce le linee “moderne” al classicismo dei pannelli; in più, lo troverei adatto a qualunque ambiente. Per la sua particolarità ed esecuzione mi sbilancio a valutarlo – e nonostante la crisi del mercato – sui 1.000 euro.


Signor Silvano, non ci siamo! La sua teiera è orientale, in nichel e ottone, con marchi spuri inglesi; idem il sigillo con pietre, che è prodotto seriale venduto a Bangkok ai turisti “facili”.


Signor Vincenzo Caruso, la vetrina appartenuta a sua nonna è un mobile degli anni ’20-’40 del ‘900, in stile neorinascimentale. Pertanto, non è scolpita e intarsiata a mano ma piuttosto eseguita (da una dalle prime fabbriche di mobili italiane) in legni di conifere, utilizzando il pantografo. Della vetrina non manda neanche le misure, ma la tipologia è talmente reperibile e dozzinale da non pormi alcuna difficoltà all’esamina. Valore sui 400-600 euro.


Avv. Barletta, la sua macchina da cucire Adler modello W-Wiedenkeller, funzionante, risale ai primi del ‘900. Il valore di mercato si aggira intorno ai 350-400 euro.


Signora Lella Boni, la sua è una bambola (cm 50) in cartapesta e gesso dei primi del ‘900. In cattive condizioni e “nuda”, si presenta per di più molto sommaria nelle finiture. Valore, sui 40 euro.


Signora Mirella Mossi, lei mi trova simpaticissimo e la ringrazio, anche se non è precipuamente la “fama” che mi sono guadagnato negli anni bastonando a destra e a manca privati, rigattieri e cosiddetti antiquari. L’Italia, paese culla del mondo delle arti, produce, insieme a raffinati connoisseur, molti primari ciarlatani con tanto di lunghe orecchie pelose e coda: persone che non hanno mai studiato, ora esaltate dalle facili informazioni reperibili in rete. Uniche loro reali difficoltà: pigiare i tasti con gli zoccoli e capire il significato di ciò che leggono. Ma veniamo ai suoi quesiti. La Radio Marelli 831 A del 1931 può valere dai 200 ai 500 euro secondo il grado di funzionamento dei componenti e la loro rarità di ricambi sul mercato. La Madonna Incoronata (cm 38×53) con stelline in singolare cornice, opera popolare devozionale dell’Ottocento, può valere sui 300 euro.


Dott. Giovanni Crotti da Crema, per il Credito Emiliano S.p.A, molto interessante il monetiere (cm 41x36x50) intarsiato, che avrebbe bisogno però di una stima “de visu” e/o di altre foto (cassetti, interni, chiave, ferramenta). L’oggetto presenta stilemi del ‘500 ma potrebbe essere stato realizzato nell’800. In questo caso il suo valore passerebbe dai 10.000 euro (base) ai 2.000. Riscriva inviando altre foto.


Signor Enrico Di Giovanni, ho visionato con attenzione la sua pala (cm 230×200) dell’“Ultima cena”, copia certamente del Federico Barocci (1528/35-1612) detto Il Fiori. Mi lascia però veramente perplesso la sua affermazione: il prof. Andrea Emiliani, eminente studioso del Barocci e della pittura emiliana da poco scomparso, le avrebbe detto di non escludere che l’opera possa essere di Lazzaro Giosafatti (1643-1731), uno scultore puro (figlio di un maestro scalpellino) e proveniente nei secoli da una famiglia di architetti e scultori, e del quale non si conoscono non dico quadri ma neanche bozzetti e disegni in senso pittorico. Stando alle sole immagini inviate, io posso dirle che si tratta di una copia anonima e non attribuibile, ben eseguita nel ‘700 inoltrato, e che la tela ha bisogno di una pulitura e/o restauro. Nelle attuali condizioni e arredativamente, vale non meno di 12.000 euro.


Signor Gianluca Valentini, la sua credenza in bronzi e pitture (senza misure) è pezzo degli anni ’70 del ‘900, valore 1.000 euro, per arredamento. Il cassettone secretaire (pur esso senza misure) presenta stilemi degli anni ’40 ma sembra troppo nuovo; insospettiscono, quelle linee ad intarsio, una tipologia di prodotto preconfezionato che veniva venduto a strisce ai falegnami e agli ebanisti negli anni ’80. Valore, 400 euro.


La signora Laura S. manda immagini di un tavolo francese (cm 122×102). Dieci anni fa costava 1.200 euro, oggi si e no 400.


Signora Valeria Calabrese, la sua vetrinetta-bar (cm 157x92x155 h) in radica di pioppo dovrebbe essere degli anni ’40, fine periodo Déco. Purtroppo, ad oggi non ha alcun valore sul mercato antiquariale se non i 200-300 euro come arredo per una seconda casa e/o per gli amanti del genere (pochi). Tenga presente che oramai si vendono alla stessa cifra anche i mobili di fine Ottocento.


Signor Raffaele Dajelli, il suo dipinto ad olio (cm 54×41) di impronta “fiamminga” ha una bella stesura, lontana certamente da Francesco Foschi (1710-1780) ma di gusto e pregio, per cui si potrebbe attribuire alla sua scuola (Scuola di…). Ad occhio, il valore potrebbe situarsi tra i 1.200 e i 1.400 euro, ma va detto che per essere giudicati i dipinti vanno esaminati dal vivo al fine di acquisire elementi utili in merito alla tela, ai pigmenti e quant’altro.


Per il Laboratorio orafo Sacco di Milano pubblico un “attrezzo” in argento, che loro non sanno cosa sia, ma neanche io! Sperando che qualcuno dei nostri valenti lettori, collezionisti, connoisseur, sia in grado di darcene lumi. Non mancherò di pubblicare poi quanto emerso.


Signora Elena Colli è, purtroppo, senza alcun marchio la sua Tell City Chair, sedia a dondolo che mi pare realizzata in legno di conifera recentemente (la fabbrica ha chiuso dopo 146 anni, nel 2011). Non vale che un centinaio di euro, per uso.


Signor Marco Boscolo da Milano, il suo tavolo (cm 164x94x80) con sedie appartiene al genere di mobilia stile neorinascimento prodotta in fabbrica dalla fine dell’Ottocento agli anni ’40 del ‘900, ma che prosegue ancora nei decenni successivi. Il suo tavolo in pioppo tinto noce con sedie, penso sia del Novecento inoltrato e comunque sia e a quale periodo appartenga (che servirebbe un semplice sguardo dal vivo), vale poco: sui 250 euro.


E come sempre, un saluto a tutti e un abbraccio ai pochi.



Ottobre 2019


Gentile signor Francesco Bertolazzi da Mirandola, in provincia di Modena – bella città che mi ricorda un’altrettanto bella ragazza di Crocicchio Zeni conosciuta anni ed anni fa -, la sua credenza intarsiata (cm 100×130), tipologia francese Napoleone III, vale, arredativamente, sui 600 euro. Il comò (cappuccina) dei primi del ‘900 con piano in marmo di Carrara – ormai genere invendibile – vale sui 400 euro per le buone condizioni; la vetrinetta (cm 80-140), sui 200 euro. Purtroppo il mobile d’antichità è morto.


Signora Nicoletta Camporese, la Porzellanfabriken C. Seltmann, fondata nel Weiden in Baviera (Germania), è ancora attiva ed ha incorporato negli anni altre decine di manifatture ceramiche. Tra produzioni e riproduzioni è difficile assegnare le epoche. Il suo servizio credo sia degli anni ’60-’70 del Novecento. Non completo, con solo 6 tazze, vale sui 60 euro. La Churchill China, manifattura relativa al suo servizio con 8 tazze e zuccheriera (mancano teiera e altre 4 tazze a formare il servizio da 12), fu fondata nel 1795 nello Staffordshire (regione inglese). Ancora attiva, ha inglobato nel corso della sua storia produttiva decine di altri marchi; famosa, la sua produzione decorata col motivo del salice (willow-pattern) ripreso dalla ceramica cinese, e copiato poi in tutta Europa (soprattutto in Italia). Prodotto degli anni ’90 del Novecento, il suo incompleto servizio vale sui 50 euro.


Signor Amerigo Mizzon, la sua vetrinetta (cm 120x200x40) è in stile neorinascimento, una tipologia di mobili prodotta dalla fine dell’Ottocento agli anni ’70 del Novecento; ad occhio, la sua, con vetri cambiati alla campagnola, dovrebbe essere degli anni ’20-’40. Valore: 400-500 euro per la funzionalità. Pezzo appetibile per i pochi amanti del genere.


Signora Giovane Lina, moneta classica la sua: 500 lire con caravelle. Pezzo comune, vale solo il suo peso in argento poiché è vecchia e usurata. Non sto qui a spiegare che le monete, oltre che per la loro rarità o meno, vengono valutate anche in base al loro stato di conservazione.


Signor Gianni Conte, i suoi vetri muranensi degli anni ’60-’80 del Novecento valgono ben poco. Credo che le siano costati abbastanza all’epoca dell’acquisto, ma ad oggi il loro valore è tra i 30 ed i 50 euro cadauno.


Signor Paolo Vetryff, i mobili di cui non si perita di inviare nemmeno le misure (come fossero patate), e che per questo motivo avrei volentieri evitato di esaminare, sono però fine Settecento primi Ottocento (così a foto) e pertanto degni di considerazione. Stiamo parlando di un cassone (rimaneggiato) e di una credenza che potrebbero spuntare – nonostante il mercato dei mobili sia a livello zero – un buon prezzo (specialmente la credenza). Senza immagini distinte dei particolari interni, però, non posso fornirle neppure una sommaria valutazione.


Signora Lucia, le debbo purtroppo comunicare che il letto con comodini e la “cassettiera” con cimasa, realizzati dal suo bravo nonno nel 1920 in ciliegio (mi pare) e altri legni, ai giorni nostri non possono che essere valutati tutti insieme a 700 euro al massimo.


Signor Mauro Bonfanti, pur dalle sue brutte foto del quadro – per di più mancanti di misure – evinco che sia dipinto degli anni ’50 del Novecento con cornice coeva in pastiglia, e che non sia da annoverare tra le opere di valore. Pezzo seriale dell’epoca e meramente arredativo, può valere al massimo dai 70 ai 100 euro.


Gradita signora Maria Stella Clemente, bellissima la sua Madonna sarda con Bambino (h 35 cm), manifatura Lenci Essevi del 1943, sui tipi di Sandro Vacchetti. Valore: sui 600 euro.


Il signor Giancarlo Chinellato manda in visione una statuina (h 50 cm) in terracotta dipinta, raffigurante re Vittorio Emanuele II. Benché presenti un suo certo plasticismo, ad occhio, credo si tratti di oggetto di non grande valore antiquariale e in cattivo stato pittorico. Valore: sui 250 euro, per arredamento.


Signor Marco Bonetti, dalle immagini inviate non distinguo bene se la sua Madonna con Bambino (una derivazione da Carlo Dolci), cm 120×80, sia, come lei scrive, un olio oppure un’oleografia o una tempera. Comunque si tratta di uno stendardo niente affatto appetibile dal mercato. Epoca fine Ottocento primi Novecento, valore al massimo 200 euro.


Signora Paola Bellucci i marchi non ci sono, ma le misure? E che diamine… almeno quelle! Pensate sia un veggente? Comunque, e considerando una misura di 25 cm, il suo piatto ornamentale neoclassico “Amorino (cupido) sul carro con fanciulle desiderose di amori”, pezzo di fine Ottocento primi Novecento, può valere dagli 80 ai 100 euro, se in ottimo stato.


Signora Marusca, il suo otre in terracotta a festoni (altezza cm 75 diametro 90 cm) è produzione degli anni ’50 del ‘900. Artigianato toscano, valore sui 120 euro.


La signora Denise manda in visione una fisarmonica Ariston di Castelfidardo, a 80 bassi, anni ’50. Se in condizioni buone e funzionante, potrebbe valere sui 350 euro.


Signor Marco Maggioni, le ribadisco – visto anche il retro della tela – che il suo dipinto a firma De Pisis, insigne maestro dell’arte pittorica (1896-1956), è un falso. Le dirò… il quadro è di ottima mano e coloritura ma manca la sublime decadenza e marcescenza tipica del maestro; inoltre, la firma non è attinente.


Egregio signor Giancarlo Della Putta, io non sono “un altolocato” (sic) esperto, né tanto meno lo sono in merito alla pittura fiamminga. Si accontenti quindi del parere di uno che “da cent’anni” visiona cose e che ha studiato un bel po’. Il suo quadro non ha nulla a che vedere con la pittura di Hendrick Sorgh (1609-1670), verista che ha prodotto capolavori di qualità eccezionale. La sua tavola (cm 21×27) è un lavoro di maniera e di non eccelsa fattura, valutabile, quale ne sia il periodo e l’autore, sui 300-400 euro.


Signor Costantino Vincenzo, nel ringraziarla per gli elogi le esprimo il mio piacere nel leggere gli scritti di lettori i cui oggetti d’arte infondono loro riflessioni e spirito. La sua olandesina in ceramica (cm 18×16) della famosa manifattura Essevi-Lenci di Torino (nella base: 186° giorno di guerra – 24-10-40 va), comunque ad occhio velato (peccato per le brutte immagini), vale sui 400 euro.


Dott.ssa Valeria De Prosperis, il suo ottimo pianoforte, Huni Zurich, ‘800 primi ‘900, è arredativamente piacevole ma poco amato dal mercato e meno ancora dai musicisti (che preferiscono strumenti nuovi e facilmente accordabili). Valore sui 500 euro.


Signora Giusy Messina, le sue lucerne in terracotta non rivestono alcun valore antiquariale se non quello di poche decine di euro cadauna.


Signora Noemi Quasucci, per il suo piatto smaltato firmato “Del Campo”, la rimando alla lettura dell’articolo di Raffaella Tione nella Gazzetta dell’Antiquariato del 2016, titolato: “Del Campo un marchio artistico italiano…”, in cui vengono riportate anche alcune quotazioni che io le indico sommariamente intorno ai 250 euro. Quanto alla campana in vetro (h cm 90×30) con Sacra Famiglia in cartapesta e tessuti, è un oggetto devozionale del ‘900 di scarso valore: sui 150 euro (per la campana).


Signor Antonio Spano da Novara, il suo gufo in bronzo dalla bella patina nera, firmato Bouraine (Marcel André Bouraine 1886-1948), è un bel pezzo del Novecento in Art Déco. La casa d’aste “Bolli e Romiti” di Roma (asta 14, lotto 173 aprile 2018) ne proponeva uno identico, ma con patina molto inferiore, a una stima di 400-600 euro. Il suo gufo, a mio avviso, potrebbe valere sugli 800-1.000 euro in virtù dell’ottimo stato.


E come sempre, un saluto a tutti e un abbraccio ai pochi.



Settembre 2019


Signora Monica Andreucci, sommario quesito, sommaria risposta: lei pensa davvero che io possa valutare un “servito” giapponese (come da lei supposto) composto di ‘12 piatti, zuppiere, tazze da tè, caffè, vassoi, ecc…’ (come lei sommariamente elenca), senza avere altre specifiche? Mi riscriva, se vuole e può, riportando i dettagli.


Signor Alberto, a prescindere dalla bassa qualità del disegno e di altri elementi connessi quali la totale riempitura del foglio (stessa misura foglio e disegno), il suo sembrerebbe, ad occhio, un rifacimento su carta antica. Grazie per i complimenti alla rivista.


Signora Arianna Rizzo, vada a leggere nel sito della Gazzetta del 28 luglio 2016 il bello e suggestivo articolo di Marina Pescatori sulle ceramiche Pucci di Umbertide. Il suo vaso con ragno (1952) è uno dei prestigiosi prodotti dell’ingegnere Domenico Pucci, fondatore, nel 1947, della società Ceramica Pucci che rilevò, sempre ad Umbertide (PG), la famosa “Rometti” nel 1943. Tale manufatto è valutato sul mercato sino a 500 euro ma il suo, viziato dalla mancanza di una zampa del ragno, potrebbe scendere anche ai 70-100 euro. I collezionisti, che sono gli unici ormai a tenere in vita il mercato, non amano affatto ceramiche mutili o con difetti e piccole mancanze. La cornice in legno lavorato (h 3m), Liberty, è oggetto per pochi amanti, da valutare sui 1.000-1.200 euro ma sul mercato sono state vendute anche alla metà. L’asinello in ceramica (di cui lei, come del vaso, non manda misure) è souvenir degli anni 50-70 del Novecento, pezzo da qualche decina di euro. Provi ad inserzionare in un sito gratuito di vendite in rete.


Signor Enzo Costanzo da Catania, città bellissima e a me cara, occupiamoci della mail riguardante gli arredi della sua eredità. Sono mobili dei primi del 900 che appartengono purtroppo a quel genere che il mercato non tratta più. Li tenga, se può, altrimenti non le daranno più di 1.000-1.500 euro in totale.


Un lettore sconosciuto (e lo credo!) scrive in e-mail (cito testualmente): “Alla vostra valutazione la statuetta: il frate con la gerla dello scultore, padre della ceramica di Castellamonte Angelo Barengo, in quanto il Museo di Castellamonte non si è sentito all’altezza di ospitare in esposizione questa statuetta ‘non avendo una copertura assicurativa adeguata da coprire eventuali danneggiamenti o furto della stessa!’”. Rimasto basito – non avendo mai inteso il nome di questo “Barengo” caposcuola coroplastico – mi sono subito documentato: l’Angelo Barengo (1859-1910), pittore e ceramista, è citato solo nei siti locali di Castellamonte, cittadina in provincia di Torino nota soprattutto per la produzione di stufe in terracotta ma anche di orci ed elementi architettonici vari. Solo nell’ 800 il coroplasta visse una stagione felice grazie alla sua produzione di piatti e ornati, ma già nel secolo successivo “il suo astro” era tramontato. E fin qui… Ma il bello è venuto dopo! quando ho guardato le foto della detta statuina (senza misure) e si sono palesati ai miei occhi una specie di Padre Pio con rosario (sconcertante quanto a bruttezza compositiva, plasticità e colore) ed un’incredibile e oscena (per motivo compositivo) donna nuda e provocante, posta sulla stessa gerla del frate: una cosa scurrile, simile alle pin-up dei camionisti! E questa sarebbe l’opera del sommo Barengo? Quella che il museo non è all’altezza di ospitare? Valutazione finale: sto ancora ridendo! Saluti.


Signor Salvatore Mazzaro, i suoi personaggi da presepe alti 34 cm rappresentano la Madonna e San Giuseppe; il maggiore, alto 45 cm, raffigura Sant’Anna (o altra santa locale) ed è più grande poiché posto a distanza maggiore nella scena presepiale. Testa, mani e piedi sono in terracotta, il resto in filo di ferro e bambagia rivestiti. Il secolo, ad occhio, è il 900, il valore – molto ribassato in questi tempi – è 150-200 cadauno.


Signor Roberto Bacco, il suo olio (?) che a me sembra tempera o acrilico (cm 70×100) a firma “Profità 73” non ha trovato lumi neanche nei miei prontuari, ma è molto bello e di eccelsa mano. Il valore, nei quadri non firmati o di artisti non conosciuti, è assegnato a seconda della loro piacevolezza e leziosità arredativa. Il suo è, a vista, un quadro ispirato a ideali, a lotte sociali e molto suggestivo per questo, ma è non amato, in genere, dal mercato. Valore sui 300-400 euro.


Signor Halip Dumitru, neanche io sono riuscito ad individuare l’autore del suo dipinto ad olio (cm 60×40). Dovrebbe essere – se tela e telaio sono adeguati – dei primi del 900. Di non eccelsa mano, ha un valore di 300-400 euro.


Signor Tribuzio Egido, innanzitutto le auguro di restare “quaggiù” il più tempo possibile: di gente all’antica come lei è il mondo intero ad averne bisogno, non solo i figli e i nipoti. I suoi oggetti di “coccio” non hanno alcuna valenza archeologica e nessun bisogno di essere comunicati all’autorita. Lei li ha ereditati da suo padre e così li trasmette. Ignoro anch’io cosa siano: puntali di anfore (basi) o pesi da telaio. Comunque, come detto, un abbraccio.


Signor Giancarlo Della Putta, il suo vaso giapponese Kutani o non Tukani, di cui non indica dimensioni, avrebbe bisogno di essere visto dal vivo da uno specialista del settore. È sicuramente di vecchia manifattura.


Signor Maggioni, mi mandi foto del retro di timbri e sigle, anche se a semplice vista e a firma direi che trattasi di falso fatto da buon artista meridionale.


Signora Miriam, la sua camera da letto anni 40 del Novecento non ha purtroppo alcun valore antiquariale, solo quello di 200-300 euro totali come mobilio d’uso per seconde case e similari.


Signora Silvia Bruschi, finalmente, con la nuova e-mail dettagliata, ci siamo! Il suo serivizio da tavola di 64 pezzi è stato prodotto nella regione tedesca del bacino della Saar (Saar-Basin). Occupata dal 1920 al 1935 da Francia e Inghilterra su mandato dell’O.N.U, col nazismo ritornò alla Germania. Nel periodo di occupazione vi fu trasferita, tra l’altro, una succursale della ditta francese di Roven: la Villeroy Boch, che produsse in tale periodo manufatti come il suo servizio denominato, dal motivo imperante delle decalcomanie impresse: “Bird of Paradise”. Il servizio, raro nella sua completezza, se intatto – ovvero non sbeccato e/o usurato nei colori – credo possa valere, nonostante ormai il mercato non sia più incline a tali tipologie, sui 1.300-1.500 euro.


Signor Lorenzo, i suoi mobili anni 60-70 del Novecento, impiallicciati e pantografati, non hanno purtroppo valore antiquario sul mercato. Presentano, però, una linea sobria che potrebbe tradursi in un valore, solo arredativo, di 500-600 euro complessivamente.


Signor Michele Moroni, il suo cassettone (cm 125x60x98 h) è un mobile ottocentesco in condizioni di cattivo stato. Il mercato odierno non prende in considerazione tali tipologie che a 200-300 euro.


Signora Paola Farina, la sua macchina da cucire Singer vale sui 300 euro; la cassapanca neo rinascimentale, anni 30-50 del Novecento, sui 400 euro (perché arredativa ed in discreto stato); la scrivania anni 60-80 del Novecento (che mi pare tinta mogano), 300-350 euro, sempre per arredamento.


Signora Maria Teresa, lei che mi scrive del suo oggetto: “anfora di Capodimonte autentica col timbro della corona” (cm 47×37), vada a leggere tra le mie expertise di questa stessa rubrica quella del dicembre 2018 in cui parlo (e metto in guardia) circa gli oggetti marcati Capodimonte. In più, il suo vaso a fiori con coperchio – al di là dell’essere falso – è veramente brutto (si dovrebbero arrestare il suo produttore e chi l’ha commercializzato). Lo pubblichiamo declinando ogni responsabilità sull’offesa all’ars visiva. Scusi la franchezza.


Signor Stefano, le sue cartoline fotografiche dei primi anni del 900 venivano ritoccate in sede di stampa in laboratorio con bromuri e pennello. Hanno una loro leziosità e a volte anche i connotati dell’opera d’arte. Sono purtroppo mal accolte dal mercato che le giudica foto artefatte e prive di realismo. Valgono pochi euro cadauna, a meno che non siano firmate da autori noti.


Signora Antonella Bernocchi, il suo vaso degli anni 70-80 è sui tipi di Sesto Fiorentino. Non ha valore che di poche decine di euro.


Signor Bonfanti, non dispongo al momento di alcun elemento che risalga all’autore dei suoi vasi di vetro e dalle foto mi è difficile dar loro una data, benché la tipologia mi porti ad assegnarli agli anni 40-50 del 900. Ma tali pezzi hanno valori molto discordi nel mercato e, senza individuazione dell’autore, vanno dai 120 ai 300 euro cadauno.


Signora Elisabetta il suo è un boccale da birra prodotto in Austria per souvenir piuttosto che per uso. Prodotto seriale che potrebbe andare dall’oggi ad un venti-trent’anni fà. Valore sui 30-50 euro.


Signora Antonella Cirrito, la sua consolle laccata è produzione degli anni 70, non ha valore antiquariale ma arredativo – per gli amanti del genere. Può valere sui 300-400 euro.
La sua stanza degli anni 50-60 non è richiesta sul mercato antiquariale. Ha solo valenza – poca – arredativa e può valere sui 300-400 euro.


E come sempre, un saluto a tutti e un abbraccio ai pochi.



Agosto 2019


Il signor Klevis Gockaj ha ereditato un vaso blu e bianco cinese (cm 15,5×14,5) viziato da due fori per applicazioni. Il periodo potrebbe essere, come lui scrive, “di transizione” ovvero il passaggio tra la dinastia Ming e quella Qing (1610-1638). Ma io, in mancanza di marchi e segnature, visto solo da foto e constatato uno svolto decorativo non eccelso lo assegnerei all’800-‘900 della dinastia Qing (1644-1912). Valore, sui 250 euro; fosse probante la prima ipotesi, sui 400 euro.


Signora Paola Arena, il suo egregio vasetto (cm 15×15) è delizioso e azzarderei produzione di Gunther Studemann (1890-1981), pittore tedesco impressionista e ceramista attivo negli anni 1922-25 a Vietri sul Mare (Sa), ma nel 1928 a Velte nei pressi Berlino, e a tale periodo ascriverei il suo reperto. Ma naturalmente questo solo ad occhio e a sigle viste. Valore ipotetico: 200 euro.


Signora Maria De Novellis, gli strumenti musicali valgono secondo la loro funzionalità, oltre ad epoca e marca. Comunque, la sua fisarmonica Castelfidardo, 24 bassi, anni 1940-1960, se funzionante, può valere sui 400 euro.


Signora Maria Pia Formisano, i suoi calici ecclesiali hanno un percorso storico e un valore intrinseco ad esso. Sottoporli ad una stima mercatale di mero denaro significherebbe doverle chiedere il loro peso in oro e argento per darle un valore che non si discosterebbe poi troppo da quello dei calici considerati nella loro interezza. Tali tipologie, infatti, andrebbero vendute a corpo, in altre situazioni e con altri arredi: isolate e decontestualizzate non hanno appetibilità commerciale superiore al loro peso in metallo nobile.


Signor Emidio Albanesi, lei invia un intero catalogo di mobili in stile e ne vorrebbe valutazione. Ne deduco che lei sia un operatore del settore. Il nostro servizio gratuito però è solo per i privati e/o si possono richiedere solo poche expertise per volta. Grazie.


Signor Riccardo Di Guado, il suo tavolino cinese dovrebbe essere sì della metà dell’Ottocento e sì in lacca intagliata: in questo caso avrebbe un notevole valore; ma potrebbe anche essere in lacca o altro impasto modellato a fusione, e allora il valore sarebbe minore. È dunque un mobile da far esaminare dal vivo.


Signor Cristiano Galli Zugaro da Hong Kong, i suoi due reperti trovati nella provincia di Tartous (Siria), in un terreno sulla costa, sono di difficile “lettura”. La statuina offerente (h cm 9) sembrerebbe essere formata in una lega con attinenza all’oro ma anche all’ottone (dalle foto); l’altro reperto, un animale antropomorfo, in materiale lapideo. Entrambi i reperti sono attinenti a un qualche culto. La statuina (cava) parrebbe, per quei fori in testa e sulla lampada – fiore nel braccio, un elemento facente parte di un gruppo da fontana. Isolati e decontestualizzati, i due reperti sono comunque, se autentici – e per certificare ciò ci vorrebbe un esame diretto – cose di non grande valore antiquariale (a meno che la statuina abbia una effettiva e alta percentuale aurea). E ciò senza valutare le leggi inerenti tali detenzioni nel luogo ove lei si trova.


Signor Aurelio Andretta, i suoi mobili sono del Novecento: anni 20-40 il secretaire, anni 40-60 il tavolo. Ai nostri giorni hanno valore solo arredativo, neanche epocale: il secretaire a cassetti (cm 170 h x100x60) sui 500 euro; il bel tavolo impiallicciato in noce e palissandro e radica di tuja (?) (cm 90x106x190 + prolunghe) corredato da 12 sedie legno-pelle, non più di 1.000-1.200 euro, purtroppo.


Signor Ronald79, il suo pianoforte meccanico svizzero RH-AMEX-DROX a monete è degli anni 20 del ‘900. Se perfettamente funzionante vale sui 1.500 euro. Sul mercato taluni propongono simili oggetti anche a 2.000 euro e più.


Signor Franco, generalmente i quadri del pittore Romano Mussolini (1927-2006), figlio di Benito Mussolini e donna Rachele Guidi, hanno quotazioni discordanti che vanno dai 300 ai 2.000 euro. Le opere, debbo dire, sono di basso livello artistico: vende più il nome che l’arte espressa. Ma… ma guardando i ritratti che Romano fece del padre, il Duce, si avverte una forza, un segno che, pur illustrativo, ne riscatta la pittura flebile e seriale proposta in altri soggetti: clown, vasi, donne e paesaggi dozzinali. I ritratti portano l’artista a livelli espressivi più alti ma, nonostante ciò, sul mercato tali opere sono collezionate solo da nostalgici o equipollenti e quindi il loro valore rimane sui 600-700 euro a ritratto.


Signora Maria, il suo servizietto è degli anni 70-80, ceco-boemo, e non ha alcun valore antiquariale.


Signor Carlo, dalla foto inviata sinceramente non riesco a capire di cosa si tratti, di quale Duomo parla poi? Vedo un parallepipedo con degli intarsi di recente fattura che non ha alcun interesse antiquariale. Riscriva e spedisca altro.


Signor Simone la sua ciotola da centro è degli anni ’60, tipologia “Sesto Fiorentino”, vale poche decine di euro.


Signor Maurizio, i suoi vasi – degli anni 60-70 – non rivestono interesse sul mercato antiquario, hanno valore di poche decine di euro.


Signor Antonio Formati, la sua consolle con specchiera è mobile degli anni 40-60, prodotto industriale, non vale più di 150 euro.
Le sue lampade in opalina con decalcomanie, sono prodotti francesi dei primi del ‘900, non hanno appetibilità per il mercato, valgono una sessantina di euro la coppia.


E come sempre, un saluto a tutti e un abbraccio ai pochi.



Luglio 2019


ARTE CONTEMPORANEA: OVVERO, IL RE È NUDO!
Signora Giansante, nell’arte, dal ‘900 in poi, sono emersi fenomeni e tendenze che definire esilaranti è riduttivo. Una miriade di nullafacenti, malati di mente e assimilabili guidati da pseudo-critici, lestofanti e avventurieri, hanno prodotto ciò che si vede comunemente declamato in riviste e giornali: due uova cotte ad occhio di bue (gli occhi), un pomodoro (naso), una scatola di sardine aperta e sporca di rimasugli (la bocca), titolo: “Ritratto del giornalista”, o altre cretinate del genere che risalgono a tagli sulle tele, merde d’artista in scatola e ad una serie di querulanti e orinanti “maitre a penser” che starnazzano su artisti avanguardisti che non sanno neanche cosa è il disegno. Peter Max (Peter Max Finkelstein -1973- Stati Uniti) è un altro poveraccio fatto diventare simbolo della controcultura americana, ora demente in balia di critici e gentaccia che gli sta facendo firmare e autentificare orripillantitudini peggiori delle sue. Mi scuserà, ma è lei che mi ha chiesto cosa ne penso, ‘che io, per amor mio, sarei stato zitto. Perché vedere l’arte – italiana in particolare – raffigurata da un animale che lascia una serie di escrementi ed orme su una strada di plexiglass con titolo: “Tracce analitiche”, e uno pseudo-critico che ne inneggia in un giornale, è veramente troppo!


Signor Marco Maggioni, certamente il suo dipinto (cm 72×66) “svelato” è di ottima mano, ridipinto forse per svilirlo e acquistarlo oppure dividerselo a due soldi (pratica già usata in divisioni ereditarie). In genere le copie valgono poco ma la sua ha un che di sublime, pittoricamente parlando. Non ho elementi probanti per assegnarla ad altri maestri ma è opera da far ben valutare “de visu”. Stiamo parlando, così ed a occhio, di un valore comunque superiore ai 10.000 euro.


Signora Francesca Zanoni, la sua scultura policroma (cm 44 h) ha stilemi settecenteschi, mentre il trono funerario (cm 44 h), angeli con occhi bassi e coltri scure in mano, è – come lei stessa ha notato – di altra epoca (credo fine dell’Ottocento). La prima vale sui 400-500 euro, nello stato in cui si trova; il secondo, non rivelando ciò che ho scritto, sugli 800 euro giacché in buono stato e pezzo di impatto arredativo. Naturalmente, reputo più preziosa – ad onta del valore – la Madonnina che, restaurata come si deve da un professionista, potrebbe salire a 1.200 euro. Ma il costo del restauro?


Signora Alessandra Rondinone, i suoi mobili anni ’50 del Novecento non sono appetiti dal mercato. Hanno valori bassissimi di alienazione: 100 euro la coppia di comodini e 100 euro cadauno sia il cassettone che l’armadio.


La signora Elisabetta Menni porta alla mia attenzione alcuni oggetti: bambino con cerchio (30 cm h), bronzo anni 20-30 del Novecento, valore 300 euro; gruppo orologio in antimonio del 1920-40 (cm 42×57), 150 euro; Napoleone a cavallo (cm 17×21), 200 euro; calamaio in ottone (cm 25×35), anni 40-50 del Novecento, 100 euro.


Signora Valentina Congiu dalla bellissima Iglesias, la invito a leggere la risposta data al quesito del dicembre 2018 su questa rubrica in merito alla manifattura di Capodimonte.
I suoi due candelabri (anni ’60-’70 del Novecento) sono dei bisquit con del colore non cotto ma dipinto sopra. Mi spiace quindi dirle che non hanno alcun valore, anzi sarebbero da rompere e buttare. I vasi prodotti in Bassano (h cm 35), pur arredativi, valgono solo poche decine di euro cadauno.


Signora Maria Stella Clemente, il suo servizio da caffè da 12, in porcellana Bavaria, anni ’40 del Novecento, è in ottime condizioni; considerandolo raro, nonostante il mercato non più incline a tali tipologie, lo valuto sui 500 euro. Il gruppo (4) di santi “a presepe napoletano”, fine ‘800 primi ‘900, con abiti “rifatti”, potrebbe valere sui 1.500 euro.


Signor Otello, la sua credenza con specchiera siciliana-francese (cm 1,50×2,50 c.) è degli anni ’40 del Novecento. Impiallicciata, e con il ripiano in marmo venato grigio di Carrara non in ottime condizioni, vale, purtroppo, al mercato odierno 500-600 euro.


Signor Tommaso Sorbo, non mi è possibile accertare da foto se la sua copia di A. Van Der Werfe sia seicentesca o ottocentesca. Calcoli però che le copie pedisseque hanno poco valore sul mercato antiquario. La sua tavola (cm 39×31), sui 600-800 euro.


Signor Luca Francioni, il suo orologio da tasca “Viser” è una produzione svizzera del Novecento, probabilmente realizzata per le Ferrovie (turche?). Comunque, se funzionante, vale sui 100 euro.


Signor Stefano Colaiacovo invito anche lei, come altri lettori, a leggere cosa scrivo nel dicembre 2018 su questa rubrica in merito alla ceramica di Capodimonte. Il suo servizio da caffè, realizzato chissà dove venti-trenta anni fa al massimo, vale, nei mercatini, dai 60 ai 120 euro, se intatto.


Signora Graziella Riva manda la foto di una credenza (cm 133×214 h c.), tardo Liberty, italiana, anni 40 del Novecento. Tali tipologie purtroppo non hanno più mercato. Cosi com’è vale sui 400 euro.


Signora Martina Caci, è un piacere per me interloquire con la sua gentile persona. Le sue statue sono effettivamente dei primi del Novecento ma purtroppo, essendo in antimonio o zama, non spuntano grandi valutazioni. Il marmo su cui poggiano è un alabastro tinto rosso. Alte ognuna 80-90 cm, assegno loro un valore come elementi di impatto arredativo: 250 l’una.


Signora M.P., ma perché, mi chiedo, c’è ancora chi continua ad effettuare scavi abusivi alla ricerca di materiale archeologico non essendo un “tombarolo” professionale? Per inciso, in realtà questi sono pressoché scomparsi: sopravvivono solo degli avvinazzati reumatoidi che raccontano storie di milioni guadagnati grazie ai reperti trafugati, mischiando realtà a fantasia e definendosi poi (avezzi, viceversa, unicamente alla “pala e picco” delle buche e del cantiere cui devono andare a lavorare per campare) archeologi superiori agli studiosi della materia. E vengo al dunque, signora. Se dal suo campo emergono quei “coccetti” di cui immagino la valenza ed il periodo, e si sta chiedendo quanto possano valere, per farglielo capire le riporto dal Catalogo asta Pandolfini 18-12-2018 la foto del lotto n 77 – raccolta di 28 pezzi etruschi (VII-VI secolo) – con la stima: 2.750 euro per il tutto. Ha capito? Cento euro a pezzo! Praticamente costano come le riproduzioni di cose simili ben fatte, e non migliaia e migliaia di euro. E poi… a chi penserebbe di venderli? Chi ama l’archeologia sa benissimo che può comprarla, e legalmente, presso le tante case d’asta su cui Stato e organismi di vecchie cariatidi (che non hanno saputo fare negli anni una legge seria in maniera di detenzione archeologica) chiudono gli occhi!


Signor Corrado Iacono, il suo tavolo non riveste i criteri dell’antichità e della collezione e, non essendo “firmato”, unicamente quelli dell’arredamento. È per questo che è lei – ed unicamente – che può determinarne un dato valore e venderlo tenendo conto del materiale e dello stato. Tali tipologie possono essere vendute a 300 euro come a 1.000, a seconda dove e a chi si vende.


Signor Franco Rhodio, purtroppo tale tipologia di tappeti non ha alcun interesse per il mercato antiquario e vengono trattati di sfuggita a 200-300 euro.


Signora Fiorella Olivieri il suo vasetto in opalina verde è degli anni 50 del 900, non ha valore antiquariale, si trovano nei mercatini a poche decine di euro.


Signora Emanuela purtroppo il suo lampadario, in ottone o antimonio bronzato degli anni 70-80 di produzione dell’Est europeo, non vale che poche decine di euro.


E come sempre, un saluto a tutti e un abbraccio ai pochi.



Giugno 2019


Signor Ciro Pasqua, inconsuetamente, sto ricevendo una serie di disegni in piccolo formato come il suo (cm 12×11,5), strani per le dimensioni e in più riquadrati a fine foglio. Il suo, ingrandito, per ciò che mi ha consentito la cattiva immagine fotografata in piano obliquo, è stato eseguito su carta antica ma non è ad essa coerente.


Signora Daniela, i vasi cinesi e giapponesi inviati in foto hanno marchi spuri e sono riproduzioni recenti che vanno comprati unicamente per il piacere arredativo di averli in casa.


Signor Roberto, il suo vaso in pseudo cristallo, con applicazioni di ottone argentato o argento in lamierina e fusione (zampe) è eclettico, tipico degli anni ’40-’60 del ‘900, con richiami al Tardo Impero (Napoleone III). Lei non manda misure, quindi, calcolandolo sui 30 centimetri e realizzato in cristallo con ossido di piombo superiore al 250% o con cloruro di potassio e gesso, gli assegno un valore sui 400-500 euro, altrimenti 100 euro.


Signora Patrizia Reale, il prof. Luciano Renzi, presidente dell’Istituto Amedeo Modigliani di Firenze, e il curatore della mostra a Spoleto “Stanza segreta degli amici di Modigliani” a Spoleto (4/8/2018), inserita nel programma culturale del 61esimo Festival dei Mondi, sono stati indagati per il reato di contraffazione di opere d’arte con perquisizioni e sequestri effettuati dal Reparto operativo Tutela Patrimonio Culturale dei Carabinieri il 18/4/2019. Punto.
Ora, che il prof. Alberto D’Atanasio, docente di cattedre alla prestigiosa Accademia di Belle Arti “Santa Giulia” di Brescia, sia un valido professionista nelle sue materie (Estetica e Teoria della percezione) non lo metto in dubbio; che invece si metta a certificare opere d’arte moderna con metodi quali la “percezione psicologica” lo trovo invece discutibile. Io, che non oso paragonarmi a siffatto cattedratico, sono di quei periti “terra terra” che vogliono vedere i documenti veri, le provenienze (gli originali e non le fotocopie), perché ho conosciuto falsari e fatto vedere loro opere agli artisti copiati i quali, le autenticavano a “vista” come proprie ma, furbi, non le siglavano dicendo: “beh avrà un suo percorso che provi che è autentica”, sapendo quanto fosse facile riprodurre le loro cose. Quindi, lungi da me la sola idea di unirmi al coro dell’accusa, ma… ma nelle opere d’arte moderna ci vuole tanta, tanta cautela e pochi virtuosismi analitici e psicologici, perché quei signori stellati (carabinieri) e quelli togati inquirenti sono affatto inclini a tali circostanze. In un’aula giudiziaria le cose potrebbero invece cambiare: i togati giudicanti – oberati di fascicoli e non leggendoli a fondo – a volte amano indulgere alla parola, al racconto, all’iperbole, alla filosofia del diritto, e lì ciò che è nero non può trasformarsi in un grigio-bianco, un cenerino sì, forse in un bianco-sporco, e gli avvocati averne vittoria. Ma, ai fatti odierni, signora Patrizia, non posso che dirle di ben valutare i suoi acquisti pregressi. D’altronde – e le rispondo al post scriptum – io neanche la conosco.

 


Signora Valentina Negri, il suo inginocchiatoio (cm 95x55x47) si presta a due interpretazioni. La prima (più probabile): un rifacimento con legno di abete e/o larice mordenzato; la seconda: un pezzo del Novecento malamente sverniciato e restaurato. Ad ogni modo, non si tratta di mobile antico, al massimo vecchio. Valore: forse 50-70 euro per un agriturismo.


Signor Mario Serao, i suoi mobili sono in stile eclettico, non antichi e probabilmente non italiani. Il credenzone è un connubio tra l’artigianato austriaco e quello spagnolo (campiture nere sullo scolpito), l’armadio con intarsi a pantografo sembra avere più motivi olandesi su un corpo italiano impiallacciato in ciliegio americano (?). I due pezzi hanno solo un valore arredativo, ai nostri giorni basso: 600-800 il credenzone, idem l’armadio.


 

Signora Lorenza Testoni, se avrà la bontà di leggere le risposte già date in passato in questa rubrica, si renderà conto che mi è impossibile identificare, autenticare o anche dare semplici pareri su opere d’arte moderna senza documenti di accompagno. In più, lei manda le immagini di due opere di cui: una – Osvaldo Piraccini (cm 68×44) – addirittura in cornice con vetro! e dunque non identificabile; l’altra – Nino Caffè (cm 10×14) – a mio parere più che falsa. Rimandi foto della prima libera da vetro e cornice.


Signora Grazia Capobianco, con l’avvento di internet tutti i mercatari, anche i più sprovveduti, sono diventati esperti! sebbene non abbiano studiato gran che, non abbiano frequentato mostre, musei, né partecipato a dibattiti, conferenze, seminari: sono analfabeti istituzionalizzati del clic (della tastiera). Ed è per questo motivo che quando si trovano di fronte a oggetti che non presentano diciture, marchi, firme o altri elementi da poter inserire nel loro computer per avviare una ricerca, “cascano somari” e finiscono per fornire spiegazioni fantasmagoriche, fare ipotesi risibili e quant’altro.
La sua moneta in argento (di cui mi invia immagine scattata con un tostapane), non è una “prova” di produzione, come dettole dall’omino mercataro, ma un bratteato anepigrafo (ovvero una moneta piatta, sottile in oro o argento), prodotto con una metodologia applicata principalmente tra il III sec. d.C. e il Medioevo in Europa centro settentrionale; moneta senza “legenda”, ovvero senza scritte intorno, la sua dovrebbe essere, per il simbolo apposto, renana (Germania). Per il cattivo stato conservativo vale poche decine di euro.
Chiudo precisando che quanto affermato sui mercatari, naturalmente, non vale per tutti. Ne esistono anche di sapienti che potrebbero pure insegnare qualcosa a me e ad altri.

 


Signor Giulietti, lo scultore e coroplasta Giuseppe Armani (1935-2006), famoso per aver creato statuette per la Walt Disney, era soprattutto un grande artigiano sul cui nome poi l’industria della ceramica ha creato un brand che ha unito al “marchio-stile” Capodimonte (come già scritto di nessunissimo valore). Naturalmente, nella generalità, senza il suo consenso. La sua statuina (32 cm) fa parte di queste cose che vengono vendute tra i 100 e 300 euro, ma non so se e a che titolo si potrebbero acquistare.
Il busto (40 cm) che, sia pur anch’esso seriale, ha una valenza arredativa: sui 400 euro.


Signor Valter Benetton, purtroppo la sua museale macchina da cucire Singer del 1927, fornita di numero di matricola, non è più richiesta sul mercato. Valutazione, sui 350 euro.


Ioan Alupoaei, la sua lampada in ottone-peltro, stile Art Noveau, è di recente fattura. Per il suo valore arredativo, vale sui 150-200 euro.


Signor M.D. da Ravenna, il suo camino in ceramica (cm 95×105) con canna fumaria anch’essa in ceramica (h 1,75), prodotto nella prima parte del Novecento dai F.lli Borghi, fumisti di Ravenna, non ha ai nostri giorni una grande richiesta di mercato. Il suo esemplare è però una “chicca”. Le invierò a parte, come richiesto, sommaria valutazione.


Signora Nadia Ganzitti da Villarbasse (TO), la sua lampada (h 62 cm) è un assemblaggio eclettico richiamante lo stile Impero. Vecchia produzione degli anni 60-80 del Novecento, ha un valore di 250 euro.


Signor Domenico Sorridente, purtroppo non la farò sorridere affatto. La sua lamina, come già dettole da alcuni, è del periodo Liberty del ‘900. Ma… “trovata in una tomba”? Semmai sotto terra, per caso. Si tratta, infatti, dell’elemento decorativo di un mobile dell’epoca suddetta; una figura sdraiata in orizzontale di donna dormiente nella natura (e non di Venere) situata sulla parte superiore di una credenza. E senza alcun dubbio.


Signora Silvana Clerici, non ho notizie circa l’autore del suo olio su tela (cm 150×100) recante la firma: Casselli (o Cosselli) 1871. Trattandosi però di manufatto pregevole, eccezionalmente, abbiamo inviato le sue immagini al professor Renato Mammucari, consulente d’Arte del Tribunale, esperto in dipinti tra il XIX e il XX secolo, il quale, pur non avendo riscontri circa la firma, ha voluto egualmente onorarci di una sua expertise sull’opera. Pertanto, le riporto quanto ci ha scritto:
“L’artista Casselli, autore di uno stupendo ritratto rappresentante una giovane ragazza che offre a chi la sta osservando un frutto, rivela in questo suggestivo quadro con la sua cornice d’epoca più che il gesto disinvolto della ragazza quei suoi occhi che sembrano voler comunicare con chi la sta guardando.
L’eterno femminino, un semplice quanto usuale gesto quotidiano, un attimo di intimità ripetuto infinite volte, trova nella tela del Casselli, che proprio con un quadro come questo ha lasciato traccia della sua arte, “riflessi” ben modulati e resi con un taglio originale riuscendo così a rendere tutto ciò che nella donna c’è di misterioso, di fragile, di mutevole, di appassionante ed anche di artificioso.
Questa figura orfica contiene in sé oltre all’ambiente, nel quale all’epoca le donne vivevano, soprattutto lo sguardo di una adolescente che l’artista ci restituisce con quelle labbra serrate su quel bell’ovale del volto dal colorito di porcellana e con un tipico abito da festa, quasi a voler nascondere un pensiero che vuole trattenere per sé.
Il tutto esaltato da un cromatismo che riesce a rendere i valori atmosferici in tutta la loro grazia ed importanza fissando così sulla tela uno degli infiniti attimi irripetibili perché l’uno diverso dall’altro in quanto quello che viene rappresentato non è più il gesto o solo questo ma soprattutto l’ansia che lo determina e lo fa assurgere appunto a momento di vita che non si ripeterà più nello stesso modo e con lo stesso stato d’animo.
L’osservatore oltre che alla introspezione psicologica del soggetto raffigurato, sono certo che soffermerà il suo sguardo alla fedeltà esteriore dell’immagine e ad una puntuale resa delle stoffe e dei panneggi tipici delle donne del 1871 così come è datato il quadro.”
Prof. Renato Mammucari


E come sempre, un saluto a tutti e un abbraccio ai pochi.



Maggio 2019


CERAMICA ANTICA

Egregio dott. E. Biamonte dalla provincia di Ferrara, lei si definisce un collezionista evoluto, e di seguito mi parla di acquisti alla “buona” operati “nella prestigiosa area orvietana” (sic), grazie ad omini che trafficano “cose di butto” (sic) (nota 1).
Ora, premesso che ad Orvieto tra la fine dell’Ottocento e il Novecento sono sorte le più grandi “fabbriche” del falso della ceramica in Italia, con una specializzazione talmente alta che (aiutate da lestofanti ma prestigiosi antiquari e studiosi) sono riuscite a rifilare i loro prodotti anche a prestigiosi collezionisti e a musei, ai nostri giorni tali ceramiche – che, si badi, ormai hanno un secolo – girano ancora nelle aste con tanto di cartellini e provenienze (i vari proprietari che se ne sbarazzano). In più, particolarità singolare, alcune di esse vengono offerte nelle aste a prezzi importanti (20-25 mila euro) senza riferimenti specifici, senza né pubblicazioni né percorsi, attanagliate semplicemente a riferimenti bibliografici importanti o a pezzi simili presenti in musei e/o istituzioni. Non dimentichiamo, inoltre, che le case d’asta sono giuridicamente dei “venditori di cose altrui in buona fede”, a significare che ciò che scrivono nel catalogo (a loro dire redatto da esperti) è quanto a loro dichiarato dal committente e così lo espongono e vendono. Gli esperti e giudicanti siete voi! Pertanto, se in tempo utile (un anno) l’acquirente si accorge che gli hanno venduto un falso, tutto ciò che può fare è portare la casa d’asta in giudizio (con spese a proprio carico) ed al massimo il giudice potrà condannarla a risarcire quanto sborsato. E basta!
Detto ciò, lei, caro lettore, compera soprattutto “tacchie” (nota 2) molto belle ma impossibili da espertizzare se, appunto, frutto di ceramiche fabbricate e poi rotte e bruciate ad arte. Cosa vuole che le dica, se non che nel secolo scorso il falso nelle ceramiche ha coinvolto tutte, tutte le aree di produzione prestigiose e non, e che ancora continua?

Note:
1) Butto: pozzo o cavità all’interno delle case ove anticamente venivano gettate cose rotte e/o rifiuti
2) Tacchia: frammento di terracotta, ceramica


Signor De Pascale, ecco la valutazione dei suoi mobili: la ribaltina-vetrina inglese, anni ’50-’60 del Novecento, a intarsi pantografati, in mogano o mordenzata tale, vale sui 400 euro; la consolle laccata degli anni ’70 con marmo sagomato di Carrara, sui 200-300 euro; la vetrina a vetri anni ’40, sui 600-800 euro. Purtroppo ai giorni nostri tali pezzi non sono apprezzati dal mercato e si vendono come mero arredamento basso.


Signora Antonella Cirrito, il suo mobile del ‘900 in stile “Boulle”, classico a ottoni intarsiati e tartaruga (se lavoro ben fatto), ornato di bronzi ormolu, si vende intorno ai 1.000-1.200 euro, per arredamento.


Signor Maurizio Giusta, il suo reliquiario in ferro patinato e legno (cm 25x14x15 h) dovrebbe essere una riproduzione novecentesca sugli stilemi del XI-XII secolo. Valore: 300 euro.


La signora Silvia Tantardini manda in visione una miniatura devozionale di cm 11 (cornice cm 20), popolare dell’Ottocento, cui attribuisco un valore dagli 80 ai 120 euro, e una caraffa (h 45 cm, peso 8,5 kg) in metallo satinato di produzione novecentesca con marchi di area nord europea da esaminarsi de visu, non essendo quantificabile al momento in termini di valore economico.


Signor Massimo Patuzza, la sua disamina sull’etagere a specchiera laccata degli anni ’20 (cm 270), con figure e rilievi, lumeggiatura in oro, realizzata dall’ebanista napoletano Squillante – di cui io non ho purtroppo notizie – è interessante. Servirebbero, per l’appunto, documenti di accompagno (fatture, cartellini, ecc.) per poter valutare il suo mobile eclettico sui 1.200 euro, altrimenti siamo sui 400.


Signor Michelle Baldasso, i suoi mobili novecenteschi (come gli altri) purtroppo, come lei ha scritto, non interessano il mercato odierno. Mobile specchiera, sui 400 euro; mobile vetrina, sui 600 euro; sedie, sui 200-250 euro.


Signor Angelo Cossu dalla bellissima Sardegna, il suo tavolino intarsiato (cm 90×74 h) è un bel “sorrentino” del Novecento proveniente appunto dalla famosa scuola di ebanisteria di Sorrento. In passato, pezzi del genere costavano intorno ai mille euro, oggi non più di 500.


Signor Luca, purtroppo non ho alcun riferimento per poter valutare la sua scultura in bronzo (cm 40x27x20) che, pur presentando una certa plasticità, non può essere ascritta ad alcuno senza avere un riferimento mentale di attribuzione ad un iconografia conosciuta di autore. La pubblico, in caso qualcuno dei nostri lettori, alcuni di valenza e prestigio nel campo, possa darne lumi.


Signor Maicol, il suo disegno (cm 12,7×12,3), suppostamente del ‘700, lo riterrei un falso realizzato su vecchia carta filigranata: primo per l’ingombro atipico di tutto il foglio, secondo perché le gore (tracce di umidità-ossidazione) sulla carta non influiscono sulle linee del disegno, quasi fosse fatto sopra. I mercatini ed i negozi di rigatteria e pseudo antiquariato sono pieni di questi disegni mentre, viceversa, i libri antichi continuano ad impoverirsi dei frontespizi e delle pagine bianche (“carte di guardia” e “contro guardia”) e i vecchi registri, soprattutto i documenti notarili che compaiono in vendita ormai – senza la pagina bianca di accompagno – redatti usualmente a due pagine. E guarda caso, poi, i venditori sanno dare esatte informazioni sul luogo da dove proviene il disegno: e certo! del foglio utilizzato conoscono il libro, il luogo di stampa e la data.
Voglio riportare un episodio significativo, esplicativo di quanto affermo. Premetto di essere stato dal 1994 al 2014 archivista-curatore di un duomo- basilica in cui sono conservati atti, registri e carte dalla fine del Quattrocento ai giorni nostri. Un giorno, negli anni ’90, mi si presenta un tizio, un professore esperto in materiale cartaceo, il quale, per avere fogli in bianco a seconda del periodo di antichità, mi offre del denaro, addirittura sino a centomila lire per i fogli (in-folio) da 38 cm e oltre, risalenti al Cinquecento. Naturalmente lo mandai in malo modo – e non me ne sono mai pentito – a farsi friggere altrove (in realtà l’espressione esatta fu, meno prosaicamente, altra).


Signora Chiara, la sua lancia da “orologio a torre” (cm 82,5), ottocentesca, con parte centrale forse in bronzo e apicali in ferro, ha basso valore arredativo: sui 50-70 euro. La coppa soffiata in vetro (cm 19,5×12), di esecuzione e fattura muranese, anni ’60-’70 del Novecento, vale sugli 80-120 euro.


Signora Emanuela, la sua consolle con specchi, pezzo eclettico credo degli anni ’40-’60 del Novecento (mobili prodotti e replicati per decenni, per ben datarli bisogna esaminarli “de visu”), è intagliata a pantografo, valore sui 600 euro; il pianoforte verticale (H. Garn), sugli 800 euro per l’ottimo stato, e la vetrinetta 200 euro.


Egregio signor Massimiliano Aliotta, innanzitutto non effettuiamo valutazioni “per diletto”, che avremmo di ben altro che fare. La rivista La Gazzetta dell’Antiquariato opera da trent’anni nel campo e la rubrica dell’Esperto è un servizio di consulenza fornito ai suoi lettori con impegno e dovizia, naturalmente, ma, tenendo conto della sua natura, valuta solo da immagini inviate.
Espletata questa doverosa precisazione, veniamo al suo copriletto in pizzo di Cantù, esecuzione a tombolo in cotone, (cm 310×310). Il manufatto sembrerebbe novecentesco in ragione del cotone ecrù usato: gli esemplari più antichi sono bianchi. Il valore ormai non è più valutabile e può variare, per una dimensione grande come la sua, dai 500 fino ai 20 mila euro, dipende a chi si vende. E sono rimasti ben pochi gli estimatori.


E come sempre, un saluto a tutti e un abbraccio ai pochi.



Aprile 2019


Arte moderna. Parliamone un po’

Signora L. Marcelli, ormai alcune pagine di arte moderna vanno riempiendosi di ridicolo grazie a galleristi truffatori e a uno “scritico” eletto parlamentare il quale, sentendosi minacciato da indagini di magistrati e Carabinieri (sic), invoca l’art. 68 della Costituzione (il non poter essere perseguito, per intenderci) motivando che le sue opinioni in merito ad expertise di opere d’arte sono – pur false secondo gli inquirenti – insindacabili giacché su di esse poggia anche la sua credibilità politica! Il compare del mago Otelma, insomma.
Pertanto signora Marcelli, le consiglio di non investire sull’arte moderna tout-court: è un campo troppo minato per affrontarlo senza un consulente-perito serissimo che la sappia indirizzare, e lei, mi scusi, mi pare un tantino inesperta (gallinaccia in gergo mercantile).
A riprova di ciò non posso che dichiarare falsa l’opera da lei reperita in un mercatino a 100 euro: una tecnica mista su carta, cm 60×50, firmata Antoni Tàpies (1923-2012), un caposcuola internazionale spagnolo. Tale opera, fosse autentica, varrebbe sui 70-100 mila euro!


Investimenti e antiquariato

Anche qui speculazioni, truffe, aggiudicazioni improbabili, false, creazioni di mercato fatte per rivalutare bilanci, costituire fondi, ripulire soldi sporchi. Oggetti valutati poche migliaia di euro dalla stessa casa d’aste, venduti con aggiudicazioni di centinaia di migliaia. Oramai, con nessuno che segua questi flussi di denaro, questi imbrogli atti alle più disparate attività truffaldine.
Mi ricorderò sempre di una expertise da me fatta presso una grande società che aveva come capitale supposto una stanza piena di quadri, alcuni a firma di Maestri (ma mancanti della dovuta documentazione, quindi falsi), altri di pseudo artisti sconosciuti di uno squallore unico! Ognuno di essi, però, era accompagnato con fattura da milioni di vecchie lire, e con tutta quella porcheria tale Società aveva convinto un tribunale (compiacente) a non rinviarla a giudizio per aver fatto sparire beni e soldi (veri), asserendo di aver creato quel po’ po’ di capitale in opere d’arte (false). Non paga di ciò, tale Società, per altre truffe, voleva da me certificazioni del valore di quel ciarpame pagandomi a percentuale; praticamente, più avessi certificato e dichiarato, più avrei guadagnato. Ebbene, risposi che, al bisogno estremo, avrei preferito fare, più onorevolmente, il ladro.


Signor A.B. da Roma, amico del grande Plinio, lei mi scrive per sottopormi la solita opera d’arte moderna che ha reperito in un mercatino, chiedendomene valutazione. E io qui ripeto che senza documentazioni tali opere non valgono nulla! Io non posso certificare niente in questo campo, e gli unici che possono farlo, senza documentazione – a meno di fare lauto imbroglio – non lo faranno! Mi scrive anche di avere subito una perquisizione dai Carabinieri del Nucleo Patrimonio Artistico e che le hanno “sequestrato tutto” (sic) “non capendone nulla” (sic). Ebbene signor A.B., io ben conosco i Carabinieri del Nucleo Patrimonio – con cui ho anche collaborato come perito – e voglio dire a lei e ad altri che si tratta di un organismo di prim’ordine per capacità ed esperienza. Naturalmente, però, nella sua veste di “Polizia Giudiziaria”, esso opera sequestri autorizzati da organismi giudiziari e non è quindi compito del Nucleo decidere cosa sequestrare specificatamente. A seguito di qualche segnalazione, avendo avuto il mandato per operare verso un trafficante di cose antiche (lei, che mi scrive di non avere autorizzazioni a comprare e vendere privatamente), è normale che i Carabinieri del Nucleo le abbiano sequestrato tutto – pur avendo “occhio” per le tipologie – e questo proprio perché, in questo caso non è loro compito esaminare gli oggetti, cosa che verrà fatta successivamente dai giudici e dai periti nominati dalle parti (anche la sua).
Tornando al suo “Virgilio Guidi” (cm 50×70) e all’olio: Venezia 1945, è chiaro che trattasi di un falso, primo perché privo di documentazione, secondo perché l’ha comprato dal “greco” A. (e lei sa!) a 1.000 euro. Autentico, ne varrebbe 20-30 mila.


Il signor Maurizio Baldi da Bologna manda in visione un vaso montato a lume (cm 29×20), in vetro soffiato su stampo, anni ’50-’70 del Novecento. Pezzo di non eccelsa tecnica e maestria, può valere sui 100 euro.


L’avv. Silvana Clerici manda foto di una bellissima opera (cm 150×100). Si tratta di fanciulla con frutto in costume laziale o a confine campano, ciò soprattutto in ragione del mantile (copricapo) ristretto. A mio avviso la firma sembrerebbe apposta – su una sigla che si intravede sotto – da autore a me e ai miei prontuari sconosciuto. Da ben studiare. Mandi altre foto.


Signora Cristina Melena, lei manda in visione parti di mobilia fotografate, per di più, malamente. A parte ciò, trattasi di mobili neo-rinascimentali di bassa richiesta sul mercato. Valore: 300-500 euro cadauno.


Signora Laurence, il suo tappeto Mud (cm 392×294) prodotto nel Khorasan (nord-est della Persia, odierno Iran) è una gran bella cosa che purtroppo la mala foto non evidenzia appieno: una vecchia manifattura da 300-320 mila nodi a mq, lana-seta, probabilmente anni ’70-’80 del Novecento, non più fabbricata. Senza danni e difetti, vale sui 3.500-4 mila euro (stima fattami dall’amico esperto e venditore Giampiero Colasino di Monterotondo).
Il suo uovo in porcellana Royal Satsuma giapponese (il suo forse prodotto in Cina) vale poche decine di euro.
Infine, per darle un parere in merito la servantina servono foto migliori ed anche del piano e del retro.


Signora Antonella Cirrito, la sua chiffonnier a secrètaire, in piuma di mogano acajou, intarsi (pantografati) in acero è, ad occhio (sparagnina, neanche ne ha aperto gli sportelli), un mobile in stile (1960-80). Oggi vale sui 600-800 euro.


Signora Lodovica Pasini, mi spiace dirle che il suo tavolo con piano in vetro verde oliva non è antico ma degli anni ’60 del ‘900. Non ha alcun valore – oggi – né interesse di mercato.


Signora Daniela Faldrini, il suo baule in legno verniciato è una cosa degli anni ’40-’60 del ‘900. Non di valore, lo può sverniciare anche lei stessa, ma non essendo una professionista, non posso suggerirle l’ottima, ma difficile e pericolosa, soda caustica e acqua, piuttosto un comune sverniciatore acquistabile in ferramenta; a volte, però, su vernici antiche e oleose non funziona. Ci sarebbero anche la pistola termica (fiamma con bomboletta gas) e dei raschietti che si acquistano anch’essi in ferramenta. Ma se non ha alcuna esperienza di bricolage, dia retta, se ne astenga.


Signor Giuseppe Rigoli, sì, il suo quadro del 1959 (cm 50×80) è di bella mano ma neanche io sono riuscito a decifrarne l’autore. Così: sui 400-600 euro.


E come sempre, un saluto a tutti e un abbraccio ai pochi.



Marzo 2019


Signora Ludovici, ma non dia retta… la storia è vecchia! Per rilanciare mercati non certo “nazionali”, come quello di Roncadelle (Brescia), l’organizzatore ha divulgato il “ritrovamento” di un Fontana (Lucio 1899-1968), riconosciuto artista internazionale (con quotazioni da centinaia di migliaia ai milioni di euro a quadro) fatto da un avventore che lo avrebbe pagato solo 150 euro. Con l’ausilio di un giornalista del Corriere della Sera hanno lanciato l’improbabile avvenimento ma forse ignorano che “trovare” un’opera importante di un grande artista presuppone poi che ci sia qualcuno (in sostituzione dell’autore deceduto) che la dichiari autentica. E per un’opera moderna, tipo i “tagli” del Fontana, non credo ci sia qualcuno al mondo in grado di certificarne l’autenticità senza una documentazione autentica e attinente. Quindi, è inutile credere al ritrovamento di opere moderne tout-court. Quanto poi e quelle antiche, esse hanno la loro bellezza estrinseca ben visibile anche agli “ingenui” mercatari che, voglio sempre ricordare, benché ignoranti in materia nella loro maggioranza, grazie ad internet sono ora connessi con l’intero universo dell’arte e riescono in qualche modo ad avere cognizione di ciò che vendono, quindi… Certo l’affare si può fare sempre ma, mi creda, non con l’arte moderna a livello internazionale.
E veniamo all’opera di cui mi chiede. Il suo olio di Michele Cascella, artista di cui esiste un Catalogo Generale edito da Mondadori, può essere dichiarato autentico dal nipote-artista Matteo Sabilè (fotografia digitale), uno degli ultimi discendenti della grande famiglia di artisti Cascella (con capostipite Basilio), oppure dalla Casa d’Aste Pace di Brera (Galleria Pace, piazza San Marco – Milano, tel. 02.6590147, e-mail pace@galleriapace.com). Per me, il suo olio non lo è.


Signora Palma Annese: dama in ceramica a lume, anni ’40-’50 del Novecento, fabbrica Mollica-Napoli (cm 47×18). Valore sui 250 euro.


La signora Rita Corbi mi sottopone un’anfora di produzione del Maestro coroplasta prof. Alfredo Santarelli (Gualdo Tadino-Deruta). Imponente per misure (cm 71×45), essa è purtroppo cosa non classica, viziata – a mio vedere – dal soggetto: uno stemma di San Marino (avrebbe reso felice l’amico e compianto proprietario della Gazzetta dell’Antiquariato, Marino Rattini, originario della Repubblica, conoscitore e collezionista di tali tipologie) che a mio avviso ne inficia la validità sul mercato antiquario. Penso, così, ad un valore di 500 euro. A San Marino forse di più.


Signor Tommaso, lo svolto pittorico del suo impropriamente definito “ecce homo” – solitamente dettato da Vangelo e vulgata come il “Cristo segnato” (ovvero additato), con flagellazione o corona di spine – non consente, perlomeno a me, di definire la scuola pittorica in cui è stato espresso. Forse, l’accenno di tunica indossata potrebbe farlo ascrivere ad area veneziana-balcanica, ma troppo poco. La tavola (cm 29×38) ha una mano riassuntiva nel volto che ne esalta l’effusione che scema, però, nei capelli e nell’abito apportati a complemento sbrigativo. Così com’è vale, io credo, sui 700 euro. Ripulitura senz’altro.


Signora Silvana da Napoli, la sua anforetta di cristallo (h 33 cm) con base e manici dorati, sembrerebbe un oggetto dell’Europa dell’est ma di buon gusto e tipologia. Dalle foto mi è impossibile determinarne l’epoca poiché, benché le parti in bronzo siano state realizzate in fusione a terra e doratura ormolù (nei cigni, sembra) potrebbe ascendere a poche decine di anni o anche essere ancora più recente. Comunque è un bell’oggetto che, se fosse realmente in cristallo, varrebbe intorno ai 600 euro, se in vetro piombato ad “imitatio”, sui 300.


Il signor Antonio da Novara manda in visione un servizio da caffè che potrebbe essere stato prodotto dalla manifattura ceramica Alessandro Sbordoni di Civita Castellana (VT) negli anni ’50. Il suo valore è ridotto, però, a poche decine di euro: primo, dalla mancanza di due tazzine e relativi piattini (nei mercati usano parlare di servizio da quattro per vendere il prodotto, ma i servizi da caffè in Italia sono tutti rigorosamente da sei); secondo, dallo stato dei pezzi che è deteriorato; terzo dalla coloritura originale degli stessi, che ha variazioni notevoli tanto da classificarli pezzi di terza scelta.


Signora Gianna Guidacci, mi spiace informarla che l’unico oggetto interessante dal punto di vista antiquariale e/o di pregio ereditato è l’inginocchiatoio (cm 67x50x87), il cui valore è sui 600 euro all’attuale mercato, sempre se in condizioni ottime. L’angoliera e la credenza sono riproduzioni in stile. Il quadro, poi, è cosa da dimenticare.


Signor A.E. Fittipaldi, secondo lei io dovrei aiutarla a vendere dei cocci (pezzi) romani trovati arando il suo campo, sperando, mi scrive, che io non avvisi i Carabinieri. Ma no che non li avviso, si tranquillizzi! ‘che ci metterebbero poco a portarmi a uno di quei centri d’igiene mentale a loro portata. A me, e non a lei, che rimarrebbe pure libero.


Signora Dini, l’ambra (resina fossile emessa da conifere e da altre piante) è un elemento troppo falsificabile perché io ne consigli l’acquisto oneroso a chicchessia. Pensi solo che ultimamente ad un mio amico orafo hanno venduto (a grossa cifra) una bella collana d’oro del ’700 (autentica) intervallata da bellissimi vaghi di ambra di un giallo limone veramente splendidi. Il mio amico aveva già “saggiato” con uno spillo incandescente durezza e aroma di tali parti in ambra e valutato il loro peso specifico. Solo dopo le mie perplessità di vecchio indagatore di materiali, le ha esaminate anche al microscopio elettronico in trasparenza. Ne è risultato che la composizione e la viscosità interna rivelavano trattarsi del cosiddetto procedimento “ambra baltica pressata”, ovvero: piccole ambre o scarti sottoposti ad alte temperature e pressioni che poi vengono formate e sagomate a piacere. I creatori di tali “gemme” avevano poi impastato tutto con ossido di zinco che, a temperature elevate, dal bianco vira al giallo creando un effetto unico e di sorprendente bellezza. Che altro dirle… Lasci all’antiquario i suoi meravigliosi gioielli in argento e ambra “antichissimi” e si tenga stretti i migliaia di euro richiesti.


E come sempre, un saluto a tutti e un abbraccio ai pochi.



Febbraio 2019


Il signor E. Fogliano da Roma nel 1995 ha comprato per dieci milioni di vecchie lire un olio (cm 50×70) seicentesco, ma ha perso tutta la documentazione. L’unica cosa che ricorda è che fu comprato da Christie’s in un’asta negli anni ’80. A vederlo, d’impatto e senza analizzare il contesto della scena, mi sono detto: è un fiammingo. La professoressa Marina Tuba, restauratrice insigne a cui per caso ho fatto vedere la foto del dipinto, si è così espressa: campagna romana (ed in effetti vi sono figure popolari tipiche) e tela “svelata”, ovvero ripulita con soda (vecchio triste procedimento usato da rigattieri, mercatari e tristi pseudo restauratori). In effetti la tela ha subito una drastica ripulitura, tant’è che in alcuni tratti si vede la trama del filato. In più, come dice la professoressa, affiora il tono rossastro della preparazione, cioè sulla tela di cotone è stato steso un impasto di gesso-colla colorato sul rosso mattone, per poter meglio dipingere. Dal punto di vista iconografico, io trovo che le case lunghe nordiche e i volti dei personaggi rappresentati siano propriamente dell’area delle Fiandre, dell’Olanda. Potrebbe trattarsi, quindi, dell’opera di un artista del nord Europa, uno dei tanti frequentatori del nostro Paese. Il dipinto, di gran bella mano, sebbene ai giorni nostri i prezzi siano scesi anche per i quadri, penso possa valere 5-6 mila euro, a meno che con attenta ricerca e studio non si riesca a risalire all’autore, e allora il prezzo lieviterebbe.


Signora E.M. De Santi (amica dell’emerito “Augusto di Porta Portese (RM)” mio eterno amico), il suo quadro è accompagnato da documenti di esperti che non lo danno come opera certa di Daniele Crespi (1579-1630). In uno di essi (Marini) viene “attribuito”, in un altro (Corda) è dichiarato “firmato” – il che vuol dire che la firma potrebbe essere dell’artista – e in un ulteriore foglio a firma prof. Vicenni o Vicenti, il dipinto è considerato opera di “bottega”, ovvero realizzata da aiuti e collaboratori del Maestro. Si tratta, quindi, di documenti e pareri discordanti che lei non può unificare deducendone che l’opera è “senz’altro” – sic – del Crespi. Ad ogni modo, il quadro va studiato perché è bello. Per lei e per i lettori, pubblico una tabella esplicativa delle varie diciture apposte da esperti e riportate in cataloghi di opere d’arte.


Il signor Matteo Meucci presenta alla mia attenzione una macchina per il gioco del lotto (Lottomatica), cm 154x61x37, stampante le giocate effettuate dal pubblico; lasciata nello stato di uso (neanche pulita), è accompagnata da schemi e pubblicitari. Il suo valore potrebbe variare dai 150 euro ai 600, ma dipende da chi la compra. Intendo dire che non esiste un mercato specifico di tali tipologie, e che esse possono essere appetibili solo per i collezionisti. Questi, però, tendono a pagare poco l’oggetto usato “tal quale”, dovendolo poi rendere, con costosi restauri, museale. La macchina in questione, in più, non ha lo stesso effetto arredativo che, collocati in ambienti casalinghi, hanno telefoni, flipper, juke box, ecc.


Signora Sonia Colaci, anche a lei, come già ad altri, devo dire che a stabilire l’autenticità di un’opera d’arte non può essere la storia o il racconto suo o tramandato da altri, ma necessariamente l’autenticazione-pubblicazione scritta della Fondazione dell’autore o dell’autore stesso con fotografia, oppure la perizia di periti-studiosi accertati e riconosciuti dalla critica e dal mercato (e nonostante ciò a volte vi sono discussioni).
Detto ciò, i suoi acrilici su tela di Antonio Corpora (1909-2004), uno di cm 70×60 (1999), l’altro di cm 65×55 (1989), fossero autentici (e sta a lei provarlo e documentarlo), a mio avviso possono avere due quotazioni a seconda del caso: la prima, supportata dal suo racconto e dalla sua buonafede (e sempre che abbia una qualche documentazione ad avvalorarla) è di 1.000-2.000 euro per ognuno, ad occhio; la seconda, nel caso i due acrilici siano stati pubblicati su Catalogo generale o abbiano autenticazione probante, è del doppio.


Egregia signora Elsa Paulini, io non amo discutere né discettare con incompetenti che socialità, governo e leggi hanno sottratto l’onesto e sano lavoro dei campi. Il suo professore – sedicente – è la seconda volta che si permette di offendermi per interposta persona (lei). Io non ci “capisco” di tutto ma solo di quello che ho appreso in decine di anni di studio e osservazione. Su ciò che non so mi informo e mi raffronto con altri esperti che non sono certo somari come il suo professore il quale, non distinguendo una perla da una ghianda, le mangerebbe entrambe.
E vengo al dunque: il biglione non è una moneta medievale, come dettole dal “professore”, ma una lega d’argento a basso titolo (meno del 50%) – detta in gergo anche “argentone” – tipica delle produzioni orientali. Il suo “pezzo da 8” in argento è il famoso “8 Reales” coniato dalla Spagna dal 1497 al 1864, nelle colonie americane fu barrato con due linee sul numero dando origine al simbolo del dollaro americano. Il pezzo è rarissimo nella sua primaria edizione (dollaro spagnolo), e quindi è da ben visionare.
Il suo fiorino d’oro è un falso, mi parrebbe una riproduzione del toscano Banditelli.


 

Il signor Giuseppe Demaio da Taurianova (RC) mi manda foto e depliant di un ventilatore L.E.S.A. (Laboratori Elettrotecnici Società Anonima 1929-1972) costruito negli anni ’50. Dieci anni fa poteva valere 200-300 euro, oggi tra gli 80 e 120, se integro e funzionante.


Il signor Piergiulio Prandi invia immagini di un orologio bronzeo da tavolo dell’Arma dei Carabinieri, Fonderia Agrati-Milano, del ‘900 (?), meccanismo straniero (Repeater-Foreign), stampo su terra, senza patine. Valore: 250 euro.


Dal signor Halip Dumitru, un quadro firmato “P. Signac”. Nulla a che vedere con Paul Signac (1863-1935), grande pittore francese caposcuola, insieme a Georges Seurat, del Puntinismo e del Divisionismo. Il dipinto sottopostomi è cosa degli anni ’70-’80 del Novecento. Valore arredativo: 30-50 euro.


La signora Laura Galluzzo manda in visione sei seggioloni mordenzati neri e intagliati in stile rinascimentale. Belli e in buone condizioni, credo siano della metà dell’800. Sui 1.200-1.500 euro per le condizioni e per l’impatto scenico arredativo.


Signor Pierstefano Davy, non ho alcuna idea di stima circa i suoi oggetti (ottone-bronzo), h 20-25 cm. Si tratta di opere non firmate e che non riflettono spessore artistico.


Signora Roberta P., la sua camera da letto in pino russo, anni ’20 del Novecento (armadio, letto spalliera, comodino), vale 200-300 euro. Le poltrone, 50 euro cadauna.


E come sempre, un saluto a tutti e un abbraccio ai pochi.



Gennaio 2019


La signora Paola Bertoglio chiede informazioni circa un orologio da tavolo “laccato” blu e oro. Dalla foto, unica, non riesco a capire – né la lettrice lo specifica – il materiale di cui è composto. Comunque, la tipologia è degli anni 70 del Novecento, provenienza francese o sui tipi. Fosse ottone, varrebbe sui 250 euro; se in antimonio, sui 150 euro.


La signora Elena Spadafora invia per valutazione due punzoni siciliani per medaglie. Il primo (3,5 cm) riporta calice eucaristico, ostia e tralci d’uva. Il secondo (5,5 cm), presenta il simbolo della Trinacria (o Triquetra, nome originario della Sicilia) rappresentato dalla Medusa, una delle tre Gorgoni, con tre gambe (a simboleggiare i tre promontori o vertici che caratterizzano “a triangolo” la regione: Pachino, Peloro e Lilibeo). Quello della Trinacria è un simbolo antico, portafortuna capace, nell’usanza e tradizione sicula, di allontanare e respingere gli influssi maligni, ed è riportato nello stemma della Regione. Il punzone presentatomi dalla signora Elena riporta anche la dicitura: “La Sicilia a Garibaldi”.
Entrambi gli oggetti sono per collezionisti. Assegno un valore di 50 euro al primo punzone, e di 150-200 euro al secondo per il nome del “generalissimo”.


Signora Giovanna De Napoli, le sue statuine in bisquit, il cui marchio è anche a me sconosciuto, non sono di grande levatura tecnica pur avendo un piacevole svolgimento artistico. Buon plasticista e modesto modellatore l’autore. L’epoca potrebbe essere fine Ottocento, primi Novecento. Il valore, essendo gli oggetti inficiati da rotture, è modesto.


Don G.S. dalla provincia di Roma, il suo libro “Notizia de’ vocaboli ecclesiastici” di Domenico Magri Maltese, edito a Venezia nel 1703, vale intorno ai 250 euro.


Signor Marco Diomedi voglio innanzitutto complimentarmi con lei per le sue attente osservazioni – d’altronde lei è collezionista numismatico – in merito alle ceramiche postemi in visione.
Quanto ai due piatti, concordo con lei: toscano il primo, e di influenza araba (quindi siciliano) il secondo. Sono, però, ambedue prodotti seriali, senza craquelure, che hanno poche decine di anni.
I vasi cinesi, con marchio spurio, sono prodotti nati per l’esportazione, anni 50-60 del Novecento. Piacevoli e di vecchia manifattura, valgono sui 300 euro.


Signor Antonio Ambrosino, il suo proiettore “Pathé Frères” a sviluppo verticale, apparecchio del 1926-’35 con accessori, può valere, a foto, sui 300-350 euro.


La signora Paola Veronesi possiede un tesoretto formato da un centinaio di “quarti” di dollaro americani, da lei acquistati in un mercato del viterbese ove un filibustiere le avrebbe detto che, essendo tutti degli anni Duemila, contengono una percentuale d’argento al 95%, dunque metallo quasi puro. In realtà è stato così, anche se non proprio (90% d’argento, 10% rame), per le monete coniate sino al 1964; dal 1965, invece, il “quarto” di dollaro è stato prodotto con il 91,67 di rame e l’8,33 di nichel. Per averne la prova, signora Paola, faccia battere uno dei suoi “quartini” su un marmo o una superficie analoga, sentirà un suono basso e non, viceversa, squillante come una campanella, che è suono tipico della moneta ante 1965. Lei ha sborsato, per quasi 6 chili di moneta, 500 euro! ma valore in circolazione è ora di 25 dollari (25 cent l’uno) ovvero 22 euro!


Più ne scrivo, più nessuno si cura di quel che vado ripetendo invano in questa rubrica così come di fronte a tutori della legge e tribunali.
C’è sempre qualcuno che cade dalle nuvole e pone alla mia attenzione pezzi d’arte moderna del tipo: scarabocchi, monocromi in plastica, carta appiccicata o, come nel caso della gouache firmata sul retro Joan Mirò (1893-1983) mandatami in visione da Riassi di Milano, un “fumo di candela su carta”: una cosina che -fosse autentica- varrebbe 7.000 euro.
Io, secondo il richiedente, dovrei accertare se si tratti o meno di pezzo autentico del grande maestro spagnolo, e questo in base alla sola visione di un’opera bambinesca, senza provenienza e documentazione alcuna.
Ebbene ripeto nuovamente per lui e tutti che: io, così come altri conoscitori ed esperti, esamino tipologie moderne del genere esclusivamente attraverso lo studio dei documenti di accompagno. L’opera in sé, che nella sua semplicistica esecuzione potrebbe essere stata eseguita anche dal richiedente stesso avendo a disposizione qualche cartone o foglio degli anni ’60, non ha soverchia importanza. Quello che conta sono il suo percorso e coloro che ne hanno trattato i passaggi di mano nel tempo. Se non vi sono questi elementi l’opera non vale nulla!


Due miniature inglesi (cm 6), attraverso una brutta foto, mi manda in e-mail la signora Hernandez da Firenze. Le spiegazioni circonstanziate con documentazioni d’asta Christie’s le fanno riconoscere per opere del ‘700. Pagate un milione nel 1989, ora, purtroppo, non valgono più di 500-600 euro entrambe.


Dott. Mauri Anzini da Trento, il suo gran bel vaso (cm 26) in vetro satinato arancione, con firma incisa “R. Lalique”, dovrebbe essere un autentico “Archers” del 1922 circa, e il suo valore esprimersi in 10.000 euro. Ma per tal opera e tal cifra, le consiglio di farlo visionare dal vivo a persona competente nello specifico settore, basandosi su queste mie considerazioni.


E come sempre, un saluto a tutti e un abbraccio ai pochi.



Dicembre 2018


Circa la “N” coronata di Capodimonte

(lettori, collezionisti, antichitari, leggetemi!)

Signora Mariapel in e-mail, già ne ho scritto e riscritto negli anni: non esiste più un marchio originale Capodimonte poiché nei secoli se ne è perso il copyright.
Da molto tempo, e ancora ad oggi, qualsiasi manifattura può porre sulle proprie produzioni ceramiche la “N” coronata, o meno, e/o fregiarsi della dicitura “Capodimonte”.
La “Real Fabbrica” borbonica del Parco di Capodimonte, fondata da Re Carlo e sua moglie Regina Maria Amalia di Sassonia nel 1743 e continuata dal figlio Ferdinando, cessa intorno ai primi decenni dell’Ottocento, rilevata da privati che iniziano a marchiare i loro prodotti con i loro nomi e, a volte, con la “N” coronata che era il simbolo della sola produzione ferdinandea sino al 1887, aggiunta alle lettere “FRM”.
Il marchio originale della Primaria Fabbrica borbonica era il “giglio borbonico” in colore azzurro, marchio che è stato ripreso nel 1961 grazie a un decreto del Presidente della Repubblica che, “per la continuità storica della tradizione”, ha autorizzato l’Istituto Professionale Tecnico Chimico Giovanni Caselli di Napoli a depositare un marchio di garanzia a tutela del nome di Capodimonte.
Il 20 marzo 1987 l’Istituto ha depositato e brevettato il “giglio borbonico” con la dicitura Giovanni Caselli-Capodimonte che è l’unico, quindi, a potersi fregiare del nome prestigioso toponimo. Tutto il resto è da considerarsi in “stile Capodimonte” e non ha alcun riferimento o autenticità!
Da una trentina d’anni la produzione “alla N”, coronata o meno ed in genere azzurra-blu, viene dal Centro Ceramico di Bassano; del napoletano è invece, genericamente, la produzione delle figure tipiche, come quelle sue, signora Maria, con tanto di spurio pseudo certificato, con la solite e abusate scritte “N” e “Capodimonte”; le producono in tanti, come la Mollica (manifattura ancora attiva) ma, a volte, è falsificata anche anch’essa. A comprarle dal negozio costano dai 200 ai 500-800 euro per i gruppi imponenti; ai mercati e mercatini dai 40-60 (la sua) ai 250-350 per gli altri.
Attualmente ho visto, con disgusto, delle composizioni in gesso, resina o altri impasti colati a stampo, cinesi, imitanti e simili alle porcellane (così come i personaggi del presepe, l’orrore più profondo della globalizzazione).


Signora Aurora, il suo grande piatto in ceramica è oggetto arredativo di una ventina d’anni al massimo, con un decoro eclettico e non riferibile ad alcuna specifica produzione. Il pezzo vale poche decine di euro.


Dottor Massimo Loriga, mi vorrà scusare se le dico che suo padre avrebbe potuto tranquillamente far buttare – invece di accaparrarselo – il quadro dozzinale a firma “Marco” (cm 39×29). Provveda lei.
Anche il piatto ovale a firma di tale Boccia Antonio (cm 58×44 peso 3,5 kg) fa parte di quelle cose che non si dovrebbero esporre.
Diverso è il mio giudizio in merito al piatto (cm 45) firmato Saca, nome riferibile ad una serie di manifatture italiane. Il suo voluminoso piatto del peso di 3,5 kg è sui tipi di Castelli e potrebbe essere una ceramica della nuova Saca srl, frazione Cerchiara, nelle vicinanze di Castelli. La sua ipotesi che lo si possa attribuire a Renato Bassanelli (1896-1973), insigne ceramista di Civita Castellana, non è, però, priva di fondamento. Negli anni ’30-’40 egli si firmava anche con il marchio Saca, e la foto del retro in cui si evidenzia la craquelure (da lei diligentemente inviata come dovrebbero fare tutti) potrebbe confermare l’epoca. Così fosse – e vi sono buoni elementi anche figurativi per ritenerlo – il suo piatto potrebbe valere sui 600 euro.


Il lettore Antonio Spado, con un’attenta e qualificata ricerca, anche questa volta mi facilita il compito ma… attenzione! Come ripeto da anni, l’avvento del computer ha permesso a chiunque di informarsi e di trarre dati circa opere e artisti, però, individuare con precisione a vista un manufatto e collocarlo nella sua giusta dimensione e valutazione è ben altra cosa e attiene a chi, per decenni, ha studiato e analizzato migliaia di reperti.
Ciò vale, naturalmente, anche per la sua alzatina (non vaso), la quale non può essere attribuita all’“Andrea Levantino”, maestro decoratore savonese del Settecento, il cui marchio: “A.L.” e globo con croce, fu usato, come lei ben scrive, sino ai primi del ’900. Proprio per questo, e anche in virtù di una data, 1905, e della lettera “E”, lei ipotizza che il manufatto sia una riproduzione di quel periodo realizzata ad Ellera, frazione di Albisola nel territorio di Savona. Io, però, vedo un’alzata (cm h 15×16) con colori moderni e leggeri e noto l’assoluta mancanza di crettatura (o craquelure) in tutte le sue parti. Trattasi quindi, a mio avviso, di una riproduzione di una ventina di anni fa realizzata in una bottega savonese, per di più di esecuzione a due mani incerta e grossolana: di allievo, nella parte esterna (gialla) e di “mestierante” mastro nei medaglioni (bianchi). Pertanto, il suo valore antiquariale è basso.


La gentile signora Anna mi invia foto di un bronzo neoclassico (cm h 60×40) firmato “V.C.”, che a me ricorda, per l’incisività espressiva, un artista lombardo, Vincenzo Cattò (Clivio 1878 – Milano 1938), un valente scultore collaboratore di artisti e architetti quali Wilbt, Butti, Nitti, Pogliaghi. Attivo nella scultura religiosa-funeraria è stato autore di monumenti pubblici. Il suo bronzo, però, è piuttosto statico nella formazione plastica e da ciò forse si potrebbe dedurre che sia un’opera giovanile, ma non mi posso sbilanciare oltre. Lo definirei, comunque, un bel bronzo arredativo dei primi del ’900, dal valore di 1.200-1.500 euro.


Signor Mattia Schianchi, mi spiace dirle che i suoi quadri (anni ’60-’70) non hanno alcun valore artistico e conseguente quotazione.


Signor Tommaso, la sua sanguigna è interessante ma da foto non sono in grado di esprimere (come per tutti i disegni) pareri probanti in merito. La ringrazio per il piacere con cui mi segue.


Signora Sonia Tania Corongiu da Medaglia (MI), i suoi mobili di stampo forse austriaco, in puro Liberty, con vetri e decori Liberty neorinascimentali, sono rari ma purtroppo il mercato non assorbe tali tipologie. Pertanto, la valutazione è bassa e si riduce ai 1.200 euro per la credenza a vetri, 600 per l’altra.


 

Signor Andrea Rossi, il suo orologio da tasca, dei primi del ’900, se funzionante, potrebbe valere sui 100 euro; l’anello con sigillo è cosa di nessun valore a meno che l’incisione non sia in pietra dura o in osso; in tal caso, valore sui 60 euro.


Signor Flavio Ludovico, in effetti la sua riproduzione in scala 1 a 3 della Fiat Legnano 6/8 HP è prodotto di uno di quei vari artigiani che si dilettavano così negli anni ’50-’60. Ne ho viste diverse. Come bellissimo oggetto arredativo, e al di là del collezionismo che ha altre ipotesi riproduttive di scala, per me potrebbe valere sui 1.500-2.000 euro, ma solo se integralmente funzionante.


Signora Catherine Lerat, mi dispiace dirle che non riscontro a vista gli elementi indicatigli dal venditore riguardo l’epoca della servante e del tavolino tondo e cioè ’800 e prima metà. E infatti, poi, si parla di stile e non di Vittoriano e Restaurazione veri e propri. Mobili entrambi con intarsi industriali, pantografati in impiallacciatura e non piallaccio, sono stati prodotti al massimo negli anni ’40-’50 del Novecento. Il prezzo da lei pagato è conseguente, anche se al massimo per tali tipologie.


E come sempre, un saluto a tutti e un abbraccio ai pochi



Novembre 2018


Memento mori

Risposta unica per Elena Basaglia e Vania De Luigi, che mi hanno scritto separatamente.
Egregie signore, essendo stato per decenni curatore di importanti archivi e di un museo ecclesiale oltre che studioso di patristica, mi è congeniale rispondere ai vostri comuni quesiti.
La signora Elena nemmeno presso un’università del restauro (grave!) ha trovato notizie e delucidazioni riguardo al significato delle sue tre piccole pitture (h 12 cm) su legno, probabilmente settecentesche, in cui elemento ponderante è il teschio. Chi gliele ha vendute le ha raccontato che le tre immagini, trovate in una chiesetta fantasiosamente del veneziano, avevano uso scaramantico, “scacciamorte” per tenere lontana la nera sorte!
La dottoressa Vania invece ha visto scolpito sul portale di una cappelletta in provincia di Viterbo un teschio con le classiche ossa incrociate e tre lettere puntate sotto: A.T.V. indicanti dal latino “Ad Te Venire”, in italiano “Per Te che Entri”.
Ebbene, in entrambi i casi si tratta di rappresentazioni del Memento mori: ricordati che devi morire. Questo genere di immagini iniziano a prendere corpo dopo la metà del ‘500 con la pittura cristiana della controriforma il cui tema prevalente è la caducità dei corpi e il fine ineluttabile che attende l’uomo. La locuzione latina memento mori divenne l’emblema dei frati Trappisti (Ordo Cisterciensis Strictioris Observantiae), un ordine monastico pontificio estremamente rigido in disciplina e fede.
Ora, tornando a quanto inviato dalla signora Elena, in una delle 3 tavolette vi sono rappresentati i libri (simbolo della sapienza), le foglie di lauro (la gloria), la civetta (saggezza e profezia), insieme al teschio ad indicare all’uomo che, per quanto sapiente e illustre, il suo destino è quello di morire. Stessa ammonizione, nelle altre immagini ove sono presenti dei vescovi con mitra (copricapo) e pastorale (bastone ricurvo): anche personaggi così illustri attendono alla misera fine ed hanno il volto di macabri teschi.


Il signor Gennaro Gravante invia foto di un fermacarte in vetro di Murano probabilmente manufatto della fine dell’Ottocento. Signor Gennaro, propedeuticamente le evidenzio che il vetro è una di quelle tipologie che va vista esclusivamente dal vero: impossibile fare datazioni e qualificazioni di sorta attraverso immagini, pur intravedendo nel suo oggetto pizzi, murrine e paste tipiche di una lavorazione complessa e di vecchia manifattura. Il fatto è che oggigiorno tali tipologie vengono anche ripetute con macchinari industriali non solo nei laboratori veneziani ma anche israeliani ed indiani, per cui il loro valore di mercato è sottostimato. In più è difficilissimo – se non si è precipui esperti – individuarne l’epoca, non essendoci parametri differenziali di patine e ossidazioni se non sono trascorsi più secoli. Il mercato offre tali oggetti dai 60 ai 150 euro. Il suo fermacarte (7 cm) penso valga sui 200 euro, ma la vendita le sarà ostica.


Signora Giuseppina Luzzio, mi complimento con lei per la ricerca mirata in merito al suo quadro settecentesco (h cm 100) eseguito probabilmente per un oratorio, raffigurante il Cristo sotto forma di pianta di vite tra cui tralci sono presenti santi, asceti, profeti. Quanto all’autore, tenderei ad escludere senz’altro il Domenico Provenzani (1736-1794) di Palma di Montechiaro (AG), per via dello scarno ed essenziale impatto scenico di fondo e per la mancata incisività raffigurativa dei volti. Convince di più assegnarlo alla scuola dei fratelli Manno (Antonio, Francesco, Vincenzo) di Palermo, che nel XVIII secolo diedero vita a un’industria familiare di pittura. I fratelli accettavano ogni commessa gli si proponesse, pubblica e privata, ed eseguivano le loro opere utilizzando ad una serie di disegni e cartoni che venivano ripetuti pedissequamente per le diverse richieste, anche se nei pezzi importanti si “leggono” le varie e distinte personalità pittoriche dei fratelli. La sua tela, purtroppo, è di quelle seriali. In mancanza di studi inerenti la collocazione specifica dell’opera ed altro, e valutando un’attribuzione piuttosto probante alla scuola dei Manno, le indico in 2.500 euro il suo valore economico.


Signora Marisa Alberti, il suo cassettone è di origine prettamente marchigiana. Realizzato in legno tenero dipinto, mi sembra rimaneggiato e troppo lucidato, ma questo giudizio solo dalle foto inviate. Tale mobilia, purtroppo, pur essendo della fine dell’Ottocento – epoca che suppongo senza aver visto né interni, né retro, né serrature – non trova acquirenti. Il suo poi, le ripeto, ha subito eccessivi “ritocchi”. Valore: 400 euro.


La signora Sandra Piron da Padova invia immagini di una credenza a doppio corpo (h cm103x121x51). Tipica produzione industriale italiana degli anni ’40 del Novecento, è diventata nel tempo una étagère con due belle placche bronzee. L’essenza lignea usata è anch’essa tipica e ad occhio, dalla foto “specchiata”, si tratta di ciliegio. Il mobile può valere sui 250 euro per sommario arredamento.


Il signor Antonio da Novara ha reperito in un mercatino un bellissimo vaso in ceramica (h cm 28, bocca 13, x cm 26,5, peso kg 3,4) sui tipi “della Rometti”, e come lui stesso non esagera nello scrivere, certamente il pezzo ne ricalca le linee: si tratta forse dell’opera di un qualche lavorante artigiano che ha spostato intorno agli anni ’30-’40 (mi pare l’epoca da lui suggerita) la produzione da Umbertide? Il marchio espresso sotto la base del vaso non è purtroppo leggibile, e la scritta Perugia non mi è d’aiuto. Da studiarci. Il valore, anche senza documentata origine, lo stimerei sui 400 euro, trattandosi di un eccellente pezzo.


La signora Anna da Latina ha inviato foto di un quadro senza misure e con firma pasticciata che non sono riuscito a decifrare. Né, d’altronde, mi ha aiutato l’opera stessa, un interno, probabilmente francese, dei primi del ‘900. Opera di mestierante non di eccelsa levatura.


Signor Guido Capellari, la sua ceramica lumeggiata oro (h 30 cm) è degli anni ’60-’70 del Novecento. Marcata Deruta, fonde i piccoli fiori tipici della coroplastica cittadina con i canoni della moda di quell’epoca ispirata ai modelli ceramici di Sesto Fiorentino. Pezzo industriale, è di basso valore mercatale: 30 euro.


Il signor Anto Monti manda in visione una fisarmonica rivestita in madreperla, marca: Nota d’Oro di Osimo (1946-1975), per principianti. Ad occhio dovrebbe essere di quelle prodotte dalla fabbrica (proprietaria) ditta Busilacchio (via Soglia – Osimo) nel 1975. Valore di mercato, se ottimamente funzionante, dai 200 ai 300 euro.


Signora Simona Barbisan, mi scusi, ma mi chiedo in base a quale esperienza e/o studi lei possa definire “stupenda” la sua grossolana imitazione di lampada Gallé inviatami. Evidentemente nessuna. Il suo oggetto manca di levatura, colore, incisione. In definitiva è cosa di nessun valore artistico antiquariale e non si avvicina neanche lontanamente non dico alla produzione d’élite del grande maestro francese ma neanche a quella sua industriale sviluppatasi negli anni ’80 dell’Ottocento, come già scritto ad abundantiam nella Gazzetta degli anni scorsi.


E come sempre, un saluto a tutti e un abbraccio ai pochi.



Ottobre 2018


Icone: un po’ di notizie

Signora Maria Assunta Inardi da Como, non so chi sia il noto antiquario di Milano che, consigliandola in “cinquant’anni di acquisti antiquari” (sic), le ha potuto dire cose così astruse e prive di verità. Tralasciando le corbellerie sul presunto percorso dei tarli nei mobili (tutto da ridere!), per informarne anche gli altri lettori – sommariamente a scopo divulgativo – vengo subito a parlarle delle icone russe che il suddetto ‘antiquario’ vorrebbe farle malamente acquistare. E scrivo ‘malamente’ per i seguenti motivi. Primo: mentre lui le certifica come opere del 1898 (con precisione solo perché datate), io vedo del legno naturale (noce?) non trattato con gesso, su cui sono dipinte a tempera (notizia fornitami) le figure religiose. Ebbene: solo le prime icone del III-IV secolo vennero dipinte direttamente sul legno senza il gesso (tecnica dell’encausto: cera bollita con acqua salata a cui generalmente erano aggiunti l’olio, la resina di pistacchio e i vari colori; poi si affermò – accompagnata da motivazioni religiose – la tempera). La tecnica dei secoli successivi prevedeva invece: la tavola di legno (simbolo della nascita di Cristo da un falegname) coperta da strati di gesso levigato (simbolo della prima luce creata, la “tabula rasa” su cui tutto sarà scritto), ricoperto a sua volta dall’oro del fondo (indicante la luce divina in cui tutto si muove) e dai colori stemperati nel tuorlo d’uovo (simbolo del principio cosmico da cui si esce alla vita). Secondo: le rize (protezioni metalliche che coprono le icone russe) in questo caso in argento come la sua, dovevano avere obbligatoriamente (come certificato dal febbraio del 1700 – Pietro il Grande) la punzonatura indicante il titolo del metallo prezioso in zolotnik (zolotnik è la 96° parte della libbra russa = 10,4175 millesimi); quello maggiormente usato era l’84 zolotnik (875/1000) ma esistevano anche il titolo 72-76-88-90. Terzo: indicandole, vieppiù con precisione sia la città di fabbricazione (Novgorod) sia la data (1898) desunte da vecchi cartigli applicati sul retro dell’icona, il suo ‘antiquario’ mostra di ignorare che su tutto il territorio russo nel 1896 fu adottata la presenza obbligatoria di un marchio riportante insieme una testina di donna e il titolo in zolotnik, più il marchio con le iniziali degli assaggiatori (figure professionali certificatrici del titolo dell’oro e dell’argento) operanti nei centri più importanti di produzione. Dov’è tutto questo nelle foto della riza inviate? Non oso pensare cosa il suo ‘antiquario’ le abbia fatto acquistare negli anni. Un’ultima ma doverosa osservazione finale. Le icone – quelle vere – per essere esportate legalmente hanno bisogno di autorizzazione rilasciata da un ente di Stato russo, il Novaexport , che esercita un severo controllo di quantità e qualità. Tra i documenti ufficiali della galleria russa presunta venditrice al suo ‘antiquario’, da lei inviatimi, non la trovo… come mai? Non pubblico, come richiesto, la sua foto.


Il signor Gianni Pepe di Ponte Milvio (Roma) mi confessa di essere da decenni “fissato” per i mercatini e di essere alla continua ricerca di cose, curiosità vecchie, antiche, e che avendone la casa piena ora deposita in garage (e tiene la macchina fuori). Signor Gianni, la sua malattia – le scrivo da medico clinico nel campo – è grave e contagiosa, ma scrivendone ed essendo io stesso affetto della stessa, mi è oltremodo difficile darle una cura. La malattia purtroppo colpisce anche persone che per professione hanno a che fare con l’antico. E mi viene in mente Paolo Farroni, della conosciuta antiquariale famiglia Farroni che, pur avendo case e magazzini pieni di ogni cosa, ogni sabato del mese non manca mai al grande mercato de I Sabati dell’Usato presso la stazione di Monterotondo (RM), od ogni domenica del mese alla Fiera Tiberina Mercantile in via Tiberina, prima del ponte autostradale di Fiano Romano (RM). Un malato, anch’egli, dell’antico e dell’arte, che ha più piacere a cercare e comprare che non ad attendere seduto e a vendere. Come vede, nella malattia è in ottima compagnia.
Riguardo alla sua stufa in ceramica smaltata e decorata (cm 90x70x50), ritengo sia oggetto dei primi decenni del ‘900 e non di metà ‘800. Può valere sui 600 euro.
Gli orci in terracotta, alti 60 cm circa, potranno valere al massimo sui 150 euro cadauno, ma nei mercati si trovano anche alla metà. L’abbraccio, in ragione della comune malattia.


Il signor Adriano Faticoni invia immagini di una credenza, una servante e un tavolo con sedie in stile rinascimentale del III periodo (così lo classifico io), mobili appartenenti, cioè, non al periodo originale, che è il XVI secolo, non a quello “Umbertino” di fine Ottocento primi Novecento, ma al successivo: anni ’40-’60, prodotti intarsiati e scolpiti da innumerevoli fabbriche italiane. Il valore mercatale di questo tipo di mobilia è, come d’altronde tutta la categoria oggigiorno, basso. Potrei dirle: 800 euro la credenza, 400-600 la servante ed idem per il tavolo con le sedie.


Letizia64 da Pratica di Mare (RM), i denari d’argento di Traiano Imperatore Romano (53 d.C. – 117 d.C.) coniati dal 98 al 117 d.C., non sono affatto rari. Nella loro generalità poi, dato che non sono patate, vanno singolarmente visionati per tipologia e stato di conservazione, analizzati e valutati. Lei calcoli un valore tra i 35 ed i 90 euro (eh già!) per esemplare, pur in ottimo stato e con certificati di autenticità e provenienza. All’ultima interessante e bella asta Artemide, agosto 2018, ne sono stati presentati numerosi esemplari valutati alle cifre da me indicate. Se ne deduce, quindi, che per pezzi di scavo e/o ritrovamento fortuito o meno – e che la legge disapprova- il valore scenda e di molto. Lei manda in visione anche una presunta serigrafia di A. Warhol, “Marilyn”, 1967: trattasi di una cosa stampata su cartone, una riproduzione senza alcun valore.


Signor Presta-Roma60, nella vita mi sono sempre pagato i periodi di riposo e villeggiatura di mia tasca e non ho mai soggiornato a spese di chicchessia in alcun posto, tendenza che potrebbe invertirsi se accettassi la sua offerta di valutarle i molteplici oggetti “trovati” scavando nella sua qualità di “tombarolo” (sic). E ciò accadrebbe tanto più se mi inserissi in qualità di procacciatore di clienti, come lei gentilmente mi suggerisce, “alla percentuale del 50%”! Repetita juvant: nel mercato clandestino cocci e coccetti, ma anche vasi, anfore ecc., non hanno più soverchia richiesta e stima, tant’è che se uno va a consultare i cataloghi d’asta del settore trova di tutto e di più a quattro soldi e legalmente. Quindi signor Presta, per tema di quei signori che hanno il vezzo di indossare pantaloni con curiose strisce rosse, e che potrebbero avere da ridire e fare in merito al di lei auspicato sodalizio, debbo declinare la sua pur generosa offerta.


Il signor Federico Farloni invia una foto di grammofono raro a due trombe (forse un Gaumont francese) ma avrebbe bisogno di un esame visivo per poter stabilire se è autentico (sui 1.200 euro) o riprodotto (250 euro).


“Aridaje co le Pancaldi”, le sorelle romane commercianti e sedicenti antiquarie chiamate anche a Roma “le marchigiane” (e non per la loro origine, che sono trasteverine!). La signora Ines Verazzi di Roma mi comunica che, incontratele in un mercatone della Capitale, le hanno parlato male di me, definendomi un incompetente in tutto salvo che nelle ceramiche su cui: “è veramente preparato” (sic). Strano e curioso fatto, giacché le mie trascorse diatribe con le signore, arrivate persino a querela poi ritirata, riguardavano unicamente delle ceramiche. Che dirle? Ringrazio lei del notiziamento e le signore Pancaldi del riconoscimento. In merito, poi, al cassettone in noce intarsiato in legni vari, tardo Carlo X (1757-1836), dalle innumerevoli foto inviate mi pare mobile molto rimaneggiato (serramenta rifatte ed eccessiva rifinitura lucida) e costruito verso i tre quarti dell’Ottocento. Inoltre le misure (cm 110x48x85) sono inferiori di una decina di centimetri in tutti i lati e l’altezza, rispetto ai prototipi dello stile. Il valore, comunque, è sui 2.000 euro, per conservazione e “scena”. Il camino in marmo di Carrara (cm 180×100) è pezzo eclettico, pantografato e vecchio solo di una decina di anni. Brutto!

 

 


E come sempre, un saluto a tutti e un abbraccio ai pochi


Settembre 2018


La signora Claudia manda le immagini di due mobili arredativi: una credenza degli anni ’20-’40 del Novecento intarsiata a pantografo, cui assegno un valore 600 euro, e una vetrina anni ’70-’80, sempre del Novecento, che valuto 300 euro. Questo, ad occhio, avendo a disposizione scarne foto e non avendo comunicato la lettrice le misure.


Signora Alessandra, il suo orologio da tavolo in metallo dipinto (h 40 cm) con inserti in ottone placcato oro (echt vergoldet), tedesco, è un soprammobile per turisti. Anni ’50-’60 del Novecento, vale 350-400 euro.


Signora Antonella, il suo canterano lastronato in piuma di mogano ho impressione viva che abbia subito rimaneggiamenti e aggiunte varie al punto di renderlo “illeggibile”. Il valore così è intorno ai 100-150 euro.


La signora Marika manda in visione 5 mobili. La cassettiera in legno d’olmo o ciliegio, di un certo gusto, sembrerebbe pezzo caratteristico di area umbro-marchigiana, e anche se presenta mancanze, vale 600 euro; l’armadio, pantografato, 300 euro. All’angoliera da muro assegnerei un valore di 150 euro, al tavolo, 100 euro e alla ribaltina, 200 euro.


Signor Nicola Giovacchini, dica pure al suo amico Angelo di Centocelle (RM) che il suo orologio da tasca è un falso Vacheron. Se poi si vuole sincerarsi sul fatto che la cassa sia in oro, può andare a farlo controllare da un orefice qualsiasi (comunque senza mai lasciarlo in “visione” o per effettuare il “saggio”). Non fosse in oro, l’orologio varrebbe sempre 100 euro per la marca riprodotta.

 


Signor Roberto Fornaroli, le immagini del “tondo con Madonna e Bambino con cornice” inviatemi non sono assolutamente sufficienti per poter ascrivere l’opera ad alcuna epoca, tanto meno al secolo XVI. Anzi, v’è da dire che nessun parametro visivo ivi espresso potrebbe condurre il mio giudizio in tal senso. L’immagine in sé non evidenzia craquelure ma piuttosto elementi abrasivi sospetti.


Signor Roberto Pratese, operatore al mercato “I Sabati dell’Usato” Monterotondo-Scalo, la sua statua in marmo è riproduzione attuale di fanciulla in stile Liberty. Alta 180 cm, realizzata in statuario apuano, se integra, vale, per arredamento, sugli 800 euro.


Botta e riposta circa l’autentica delle opere d’arte

Signor Marco Paoli da Roma, io ancora non mi capacito di come, anche a mero senso di logica, si possano acquistare opere d’arte, moderna soprattutto – che l’arte antica è cosa complessa e richiede per riprodurla fior di artisti veri e storici antiquari restauratori che preparino i supporti per eseguirla (tele, telai d’epoca, colori, invecchiamenti) – senza averne capacità e conoscenza adeguata. Nelle opere moderne e contemporanee – che sono più idea che forma – prevale il segno condensato, accennato, quando non criptico: tagli, superfici monocoloriche, geometrie, astrattismi, alla portata di tutti. Ed è per questo, difatti, che sono molti i falsari che vi si cimentano, operando su vecchi cartoni, compensati, masoniti, che sono materiali del Novecento facilmente reperibili. In più, essi sopportano costi esecutivi minimi, tant’è che si possono permettere di vendere a 50-100 euro pezzi che, buttati a finto casaccio nei mercatini o nel retrobottega del magazzino, invogliano scaltramente chi, gettato lo sguardo sulla firma, pensa di aver fatto il colpo della vita.
«Guarda… – mi diceva un commerciante d’arte mesi fa – guarda questo disegno (tre bottiglie ad acquarello evanescenti con firma); a quell’asino di (…) ho dato 40 euro, ne voleva 60. Aveva visto la bella mano ma letto Morando e non Morandi, che poi non saprà neanche chi è. Eh!… che ne dici? Qui si parla di 20-30 mila euro eh!».
«E già!… – ho risposto – e chi ti dichiara che è di Giorgio Morandi, chi te lo autentica?».
«Ah… allora, secondo te, tutte le opere di Morandi che si trovano in giro hanno l’autentica: ma che dici? E allora, chi ha comprato dall’artista sconosciuto all’inizio della sua carriera o da gallerie minori che vendono opere a dozzine di autori agli esordi? …E allora, le opere regalate, perse, buttate?».
«Sì – ho ribattuto – ma una volta che l’artista diventa un nome internazionale, per farlo circolare, commerciarlo, la legge, e non il ragionamento tuo e di altri, prevede che vi siano delle documentazioni di provenienza in primis, e non va certo bene, come motivazione, il ritrovamento occasionale dell’opera, che potrebbe nascondere sottrazioni, furti e quant’altro. E poi, anche ci fosse liceità, permane l’obbligo, se la si vuole vendere come autentica (altrimenti dovrebbe essere alienata chiaramente come copia), di avere una autentificazione; può essere rilasciata dalla Fondazione dell’artista, se istituita, o dagli eredi dell’artista autorizzati in divisione ereditaria notarile o anche dagli studiosi autorevoli, basandosi su documentazioni e conoscenza, ma generalmente sottoposti ai primi».
In seguito ho saputo che il commerciante, non persuaso dalle mie osservazioni o non sembrandogli conveniente tenerle in considerazione, ha venduto il disegno del supposto Morandi ad un antiquario umbro per 3.000 euro: 1.000 subito, e il resto a vendita di costui a un collezionista che verrà dal Canada e che lo comprerà, probabilmente, a una decina di migliaia di euro circa. Il “collezionista” acquisterà una sontuosa cornice antica, collocherà il disegno nel suo salone o lo metterà in cassaforte insieme alla ricevuta d’acquisto per 30 mila euro presso Galleria o prestanome compiacente (o lo stesso antiquario umbro) che gli servirà per scaricarne fiscalmente il valore attraverso una sua Società. E documenterà bene il suo acquisto in Italia: il nome dei mediatori, la ricevuta del venditore accompagnata magari dalla dichiarazione di un critico, un professionista d’arte o di un antiquario di basso profilo e pochi scrupoli, oppure da autentica di un grande critico deceduto, con tanto di carta intestata (oggi facilmente riproducibile con il pc da tutti).
Mi è giunto, mentre scrivo, un comunicato stampa dei Carabinieri Comando Tutela Patrimonio: hanno sequestrato un centinaio di opere d’arte (da De Chirico, a Rosai a Fantuzzi) a uno scenografo romano, commerciante di falsi da tempo sul mercato.

Che altro dirle, signor Paoli, se non che per acquistare opere di pregio moderne ci vuole accanto un perito professionista, serio, fidato, che ne capisca, o una Galleria di nome e di prestigio? E questo, certo, nell’ipotesi che non decida, viceversa, di comprare da privati a due soldi, e di sobbarcarsi poi l’impresa e la spesa dell’autenticazione.
Ma veniamo al dunque. Il suo quadro, supposta opera di Mario Schifano (Homs 1934 – Roma 1998), artista poliedrico di fama internazionale, è un falso, e per ovvi motivi: primo perché lo ha acquistato da un venditore di quadri a 1.000 euro senza documentazioni, con sola ricevuta e senza la foto firmata dal venditore dell’opera stessa; secondo perché, sia per studio sia per frequentazione del Maestro, sapevo e so quali colori, telai e tele usava, e il telaio del suo quadro non è proprio tra questi, anzi, è della tipologia che lui odiava. Non le fornisco altri particolari poiché i falsari, quelli non provetti, potrebbero avvalersene. E tutto ciò che scrivo va al di là della querelle circa le opere di Schifano (che faceva eseguire i suoi dipinti anche a terzi). E ripeto, qui non si tratta di stabilire l’esecuzione dell’opera (alla portata di tutti) ma piuttosto di essere a conoscenza di ciò che la legge ordina in merito all’autenticità.


E come sempre, un saluto a tutti e un abbraccio ai pochi



Agosto 2018


Brutte foto invia il signor Emilio Genovese. Lo scrittoio impiallacciato e intarsiato probabilmente – e ad occhio – è un mobile degli anni ’70-’80. Solo la rastrellatura delle gambe potrebbe far pensare a un’epoca meno recente – anni ’20-’40 – ma in questo caso starebbe a significare che il mobile è stato malamente restaurato e riverniciato. Valore: sui 300-400 euro, per arredo.

 


La signora Antonella Cirrito manda una “Carta generale della Sicilia e sue isole del Cav. Guglielmo E. Smith”, capitano topografo della Reale Marina Britannica, compilata nel 1824 ed edita nel 1826 dall’Officio Topografico di Napoli in fogli due. L’esemplare inviato dalla signora è un’edizione del 1860 e penso possa essere valutato sui 200-250 euro.

 


Il signor Maurizio Castelli invia un’icona il cui retro certifica che si tratta di copia manuale da originale (Museo Zagorsk Russia) eseguita dal Pantocrator Iconstudio Ungheria (senza indirizzo). Praticamente si tratta di una copia dozzinale che non ha, spiacente, alcun valore se non arredativo.

 


Signor Mario Coppolino, il suo tavolino, senza misure, credo sui 2 metri di lunghezza e suppostamente novecentesco, così com’è può valere 200 euro.

 

 


Signor E. Pugliese da Viterbo, il suo registratore di cassa dei primi del Novecento è americano. Funzionante e in ottimo stato, vale sui 2.000 euro, ma più di 1.000 credo non le daranno.

 


Signora Gianna Tornabene, il camino in marmo (cm 1,70×1,60) che lei vorrebbe acquistare è in stile neoclassico dell’Ottocento, ma non è originale, quindi, è pagabile al massimo 2.000 euro e non 5.000. Spieghi poi al venditore, che i suoi elementi decorativi sono stati pantografati, non eseguiti a mano!

 

 


Doriali in e-mail, manda in visione un armadio in noce – afferma lui – da sverniciare, in quanto ricoperto. Ebbene, al di là delle mie perplessità su chi e perché abbia verniciato di nero un legno nobile e bello come il noce, debbo accertare al signor Doriali che, anche se lui lo restaurasse a puntino, il suo armadio piemontese (h 210x140x52) non potrebbe mai valere “oltre cinquemila euro” (sic), ma 700-800 euro – in noce fiammante e trovando l’acquirente – giacché la tipologia non è affatto appetibile nel mercato attuale.

 


Vetrina eclettica, fine ‘800 primi ‘900, per il dottor A. Flavinio da Roma. Mogano, bronzi, vetri molati (h 210x90x40), è un pezzo molto arredativo ma di poca richiesta: 1.200 euro per l’ottimo stato.

 

 

 


La signora Manuela Brizzi di Bologna invia foto di un’angoliera in noce (ma tanganica), anni ’80 (h 80×40) di nessun valore antiquariale, e una coppia di comodini (cm 40x34x85) in palissandro con intarsi in acero, stupendi, Carlo X, da 2.500 euro.

 

 


E come sempre, un saluto a tutti e un abbraccio ai pochi


Luglio 2018


“Una storia”

Il lettore Emilio Pio Nardi da Roma-Parioli mi fa contattare da Ettore Carta – “mercataro” a riposo di Porta Portese – in merito a una “cornucopia a cavallo marino alato” in bronzo (cm 40×30 h), oggetto che mi viene indicato come sovra camino Primo Impero francese (sic), e ciò in base all’opinione del proprietario stesso “cultore di studi napoleonici” e di un “celebre bronzista” di cui (talmente celebre!) non mi viene fatto il nome. Io, vedendo il pezzo dal vivo, lo trovo senza nerbo plastico, lo definisco un bell’oggetto, ma seriale, appartenente a un eufemistico e rivisitato Tardo Impero non francese ma italiano, e lo colloco, infine, negli anni ’20-’40 del ‘900. Apriti cielo! Il “Pio” Nardi copre di male parole il povero e incolpevole Ettore Carta reo di avergli presentato (e “a gratis”) un somaraccio che non capisce nulla e che gravita “tra rigattieri e mercatacci” (sic). Ah… dimenticavo di precisare che il bronzo era stato comprato dopo essere stato rinvenuto, steso a terra su un lenzuolo, presso il mercatino abusivo che si svolge addossato alle mura di San Giovanni, a Roma, compra/vendita illegale che viene chiusa dai vigili periodicamente con sequestri e arresti. Questo nell’ottobre dello scorso anno.

Ora, capita a chi si informa e legge sempre, di imbattersi ogni tanto in qualcosa che gli conferma di non aver sprecato gli anni dedicati allo studio e alla ricerca. In un vecchio opuscolo/catalogo da me conservato: “Fonderia Artistica – Roma 1936”, rinvengo, al n. 85, proprio il bronzo Primo Impero dell’accanito lettore.
Mi viene in mente, anch’esso retaggio di studi, il “Pio Bove” di carducciana memoria.

 


La signora Tatiana T. da Udine, il suo orologio da tavolo a pendola (cm 30×30), con carica settimanale e funzionante, è in antimonio bronzato e dorato, probabilmente realizzato in Francia. Tali oggetti in antimonio non sono appetibili sul mercato, nonostante il bell’effetto visivo. Valore, sui 300-350 euro.

 


Antonello Fox mi manda le immagini di tre classici bronzetti della tradizione partenopea (cm 65 h per 10 kg di peso ognuno circa). Si tratta di copie di fonderia tratte dalle collezioni di due artisti scultori specializzati nel genere del “Pescatorello”: Gioacchino Varlese (1888-1922) e Giovanni De Martino (1870-1935). Copie dai 30 ai 40 cm di altezza, valgono sul mercato sui 200 euro. Quelle inviate in visione, arrivando a 65 cm, penso possano valere sui 400-500 cadauna.

 


Il signor Daniele Bagni, dalla meravigliosa Malcesine sul Garda (Verona), invia immagine di una statuina dell’azienda ceramica Rometti (cm 26×18), firmata Dante Baldelli, sommo ceramista della manifattura, 1932. Ideata come segnalibro e recante il titolo “Vagabondo”, è una versione che si discosta dall’originale che appare sui cataloghi, ma io credo che sia egualmente autentica. Purtroppo l’opera è danneggiata nel viso, e dunque e dai 3.000-3.500 euro di stima si scende ai 1.200-1.500. Ciò sommariamente.

 


Il signor Mauro Malusa da Trieste manda in visione un bronzetto novecentesco (cm 21×27, peso 5 kg) firmato con nome non reperito nei cataloghi. Pur di non eccelsa perizia compositiva, “le due sorelline” hanno un “che” di solitaria trasfusione che fa risultare la composizione, tutto sommato, piacevole e delicata. Valore, 250 euro.

 

 


Gianfelice in e-mail, il marchio impresso sulla sua porcellana (rosso) non è italiano di Vinovo (il cui distintivo è generalmente una “V” tra due punti sormontata da una croce e in blu sotto vernice o incisa) ma è riferibile a Varages, in Francia. Ciò, per l’epoca della sua porcellana che è il XVIII secolo.

 


Signora L. Passoni in e-mail, la sua è un’acquaforte originale e coeva di Giuseppe Vasi (1710-1782), mm 10,10×6950: Prospetto della città leonina che si vede colla Basilica Vaticana, Ponte e Castel Sant’Angelo, 1765. Sedici anni fa ne comprai una dello stesso autore (con altro scorcio romano) per un cliente ad un’asta, mi pare Semenzato, per 3.500 euro. Ora il valore è sui 2.000 euro, a dir tanto.

 


Ginosa62 in e-mail, il suo dipinto veronese, inizi del XVIII secolo, è una copia oleografica, ossia una stampa su tela. È inutile quindi portarla in visione ad una casa d’aste per venderla.

 

 


Signora Pinapaste, non scherzi!: se lei ha creduto veramente che le “feci” del Manzoni Alessandro fossero state vendute in scatole “ricordo” a duemila euro a confezione, beh… penso che il titolo di “gallinaccia” (con cui si identificano nel campo antiquariale pollastri ed affini) non glielo possa togliere nessuno. Sì!, è vero che sono state fabbricate ed edite scatole contenenti “feci”, ma nel 1961, e non si trattava di quelle dell’autore dei Promessi Sposi ma di un altro Manzoni, il noto Pietro artista di avanguardia che, provocatoriamente (ma non troppo, come hanno dimostrato gli anni trascorsi), affermava che qualunque cosa sia contestualizzata ed esposta da un artista diventa ipso facto un’opera d’arte. E giù ad esporre: piumini, corde, candele e… merda. Il termine è crudo, lo so, ma l’opera in scatola si intitola proprio così: “Merda d’artista”, gr 30, senza conservanti, prodotta e inscatolata dall’autore nel maggio 1961. L’ultima aggiudicazione in asta parla di 275mila euro! Meditate gente, meditate… e pregate il vostro Dio, se lo avete.


l.london70 in -mail, gli artigiani viterbesi sono falsari da quando producevano per i “tonti romani” terrecotte dipinte a imitazione – grossolana – delle ceramiche greche, le cosiddette “falische”. Loro epigoni sono i famosi ceramisti di Civita Castellana, (ne ho scritto negli anni sulla Gazzetta) che hanno copiato per secoli di tutto: dalle cinquecentesche di Deruta e Urbino ai “cessi” della Ginori, fino alle porcellane di Tiffany. Già negli anni ’60-’70 i viterbesi si erano specializzati in copie di statue, camini, fontane, vasi. Ne hanno venduti a migliaia, e continuano pur nella crisi odierna che, però, non gli consente più di chiedere, per i camini ad esempio, dai 5-8-12 mila euro ma, più modestamente, 800-1.200. E quindi: tra materiale (non più reperibile nei campi come una volta e/o smontando tombe e santuari antichi), costi di esecuzione a macchina e rifinitura a mano (che l’antichizzazione, a parte i mesi, anni buttati all’aperto con l’esposizione a tutte le condizioni atmosferiche, non la fanno più), non è che gli convenga più tanto realizzare qualcosa; anche perché, oramai, dagli acquirenti “gallinacci” che spendevano senza scrupoli si è passati agli acquirenti “faccia da retro”, i quali, se gli chiedono mille è facile che propongano cento, vuoi per ignoranza vuoi per legittimarsi furbi e scaltri compratori. Adesso i venditori viterbesi si limitano a dirvi “è un pezzo antico, l’ho comprato io trent’anni fa da un vecchio rigattiere” ecc. ecc. “ma per quello che chiedo non glielo fa neanche nuovo nessun marmista”.
In definitiva, signor london70, il camino (cm 130×110) da lei comprato a Orvieto è una riproduzione in pietra (sembra pugliese di Trani), ed è stato pagato il giusto: 1.100 euro. Ma non è un pezzo del ‘700.


Michele, in e-mail, conciso: epoca e valore di una tela (cm 105×80), un francescano Priore della fine del ‘700. Pezzo di modesta mano e stesura, non in eccelso stato, vale 300-400 euro.

 

 


E come sempre, un saluto a tutti e un abbraccio ai pochi



Una storiella

Il falsario ed il perito. Scambio di vedute tra due professionisti

Il perito viene raggiunto dalla telefonata di un amico “mercataro” di Bologna – persona seria e da lui stimata tant’è che ha il suo cellulare personale – che gli parla di un discreto collezionista di pittura futurista – ed anche commerciante – bisognoso di una consulenza nel campo. Dopo le solite domande esplorative per capire che tipo di incarico dovrebbe accettare, l’amico a digiuno di arte (ma gran conoscitore di mobilia) lo prega di telefonare al collezionista. Dopo qualche giorno si mettono in contatto e il perito si reca presso la sua abitazione/galleria romana: un appartamento immenso che subito lo colpisce: intravede un Modigliani, un De Chirico, e pitture futuriste di pregio: Dottori, Severini, Balla, Carrà… Un museo! Il proprietario inizia ad aprire cartelle con documentazioni, provenienze, certificati. Meno male, pensa rinfrancandosi il perito, arciabituato a visionare opere senza curriculum e senza storie documentate. Ma allo stesso tempo si chiede: e che mi ha chiamato a fare se è tutto certificato e avallato? Dopo un’ora di discorsi, il perito capisce che il collezionista ne sa più di lui in materia, conoscendo e opera pittorica e gallerie e mercati, e così, gli pone una domanda/constatazione onesta: «Guardi – esordisce – le ne sa più di me. Inoltre, ho ben guardato tele e documentazioni e ad un primo esame visivo è tutto autentico: cosa posso fare per lei?». « Eh… caro professore – risponde il collezionista – ha detto bene, ad un primo esame tutto è autentico: tele d’epoca, colori, patine, provenienze, certificazioni… Ma ad una più attenta verifica anche lei, che non è precisamente un esperto d’arte futurista, comincerebbe a farsi e a farmi delle domande. Per prima cosa, però, mi permetta! io l’ho chiamata e voglio darle l’onorario concordato, che accetti l’incarico o meno». Così dicendo il collezionista mette nelle mani del perito una busta e conclude, con intensità, dicendo: «La riterrei vincolato, così, ad una dovuta segretezza». Il perito posa la busta sul tavolo: « Signore, l’hanno male informata se pensa che io possa essere vincolato per soldi. Lei mi ha fatto entrare nella sua casa – e a che titolo si vedrà – fidandosi di me, ed io, una volta uscitone, non direi a nessuno per nessun motivo ciò che lei vuole tenere riservato, neanche alla giustizia, e ciò, le ripeto, che lei mi paghi o meno». Il collezionista stringendogli la mano: «Sono quindici anni che la leggo e mi ero, infatti, fatto un’opinione ben precisa di lei. Mi scusi. Devo a questo punto farle una confessione: tutto ciò che ha visto ad esame sommario, è falso. Le uniche cose autentiche sono quei disegnini di De Chirico sul vestibolo d’ingresso, e questa, per quanto rara, sculturina di Gerardo Dottori», precisa indicandola su un tavolino d’appoggio. «Io sono commerciante e falsario, e sono, lei avrà ben capito, un profondo conoscitore del periodo e degli artisti operanti. In più, ho per anni avuto conoscenza di materiali, gallerie, mercati. Ho contatti con collezionisti “veri” e “pseudo”: i “veri” sono quelli che hanno le opere nei cataloghi, gli altri sono “affaristi”, quelli che comprano un olio di De Chirico a 15mila (invece dei 50 e oltre) e si accontentano delle ricevute di aste, o di nobili e borghesi impoveriti o defunti. Sono questi “affaristi” i miei clienti». Il perito non si scompone: «La domanda – dice – è sempre la stessa: come potrei aiutarla o favorirla visto che lei è un eclettico, mi permetta, imbroglione?». Il falsario sorride: «Professore, nella rubrica della Gazzetta lei scrive – e così è! – che in special modo le opere moderne possono essere autenticate solo dall’autore o, se questo è deceduto, dagli eredi o dalla Fondazione dedicata, oppure da autorevoli conoscitori dell’opera dell’artista e da chili di documentazioni, foto, perizie ecc. “Autentica”, ecco. E lei sa di cosa parlo. Ma a me ed ai miei clienti “affaristi” basta una buona opera ben dipinta (e ho due fratelli che le riprodurrebbero la Sistina quanto sono bravi) con tela e telai d’epoca, un po’ di carte d’appoggio e di eredità. È per questo, mi permetta, che ho chiamato lei… ossia un perito serio, conosciuto ma non esperto del Futurismo, che possa stilare, sulle basi da me fornite, un’attribuzione scritta e articolata. Non una dichiarazione di autenticità ma di semplice attribuzione, che quindi mette lei al riparo da tutto, legge compresa. Ed io e i miei clienti siamo a posto. Sono disposto ad offrirle il venti per cento su fattura o ricevuta su ogni quadro che lei mi valuta con l’attribuzione». Il perito guarda il falsario: «Signore, sono costretto a ripetermi: l’hanno male informata. Ma stia tranquillo, mi ritengo vincolato, e senza percepire alcun onorario, a quanto innanzi detto. Noi non ci siamo neanche conosciuti, e… addio!». Il perito si avvia all’ingresso, apre la porta, e se ne va.

I TERMINI

Autentica: è la certificazione assoluta che l’opera è indubbiamente e incontestabilmente dell’autore. Possono certificare autenticità unicamente: l’autore, gli eredi o le Fondazioni nominate. Chi effettua le certificazioni ne risponde penalmente e civilmente di fronte alla legge.
Attribuzione: è fatta sulla base della visione dell’opera con o senza documentazione. Chiunque in buona fede può redigerla senza risponderne a chicchessia e – paradosso, tanto più se non capisce nulla dell’opera e della documentazione – essa assume valore quanto più la persona che la redige ha autorevolezza sul mercato.

 



Giugno 2018


Signora Rosa62, la sua credenza con piattaia in larice (cm 220x60x195) è della fine dell’Ottocento, probabilmente di area friulana. Vale 800 euro, e ciò perché mi ostino a valutare i mobili per la loro specificità: il suo è lucidato con l’antica cera a strati ed è in prima patina. La scrivania (cm 130x65x82) non è del Settecento ma anch’essa della fine dell’Ottocento e qui, per l’usualità dello stile – e nonostante il bel noce massello – devo scendere ai livelli dell’odierno mercato, cioè non più di 500 euro.


Signor Giovanni Pasuello da Roma, la credenza (cm 210x120x50) comprata a “due soldi” (sic) nel negozio in conto vendita, non è dell’Ottocento e non è in mogano ma in legno asiatico, prodotta una decina di anni fa in India da dove, allora, ancora conveniva esportarle in Europa. Si tratta di pezzi a imitazione di quelli originali; oggi non se ne producono più perché i mobili autentici costano di meno. Il suo: 300-400 euro per arredamento e per gli amanti, pochi, del genere.

 


Giannirosa in e-mail, la sua radio Philips 2531 e l’altoparlante 2032, Olanda 1929, restaurati esternamente ma non funzionanti e mancanti di parti all’interno, valgono forse 50 euro per chi li vorrà e potrà ripristinare.

 

 


Signor Sandro Suriano da Napoli, l’inginocchiatoio con leggio in legni vari mordenzati noce, reperito in un antico palazzo in abbandono, non è cinquecentesco ma mobile eclettico tipico di fine Ottocento primi Novecento, riproponente, cioè, nel suo aspetto un insieme di vari stili precedenti. Da restaurare, sui 150 euro.

 

 


Il signor Maurizio Castelli ha acquistato un okimono (h 14 cm peso 186 gr) “oggetto da posare” giapponese del 1910 in avorio, e me ne chiede il giusto valore. Si tratta, in genere, di statuette in vari materiali da porre in nicchie o su scaffali – mai su mobili – e bene auguranti per la casa. Posto che il suo, signor Maurizio, sia veramente avorio, presenta un bel modellato e, senza entrare nel merito del marchio (da identificare), credo che 350-400 euro sia la sua valutazione. Ricordo comunque a lei e agli altri lettori che l’avorio è sottoposto alle norme internazionali CITES e alla legge 7-2-92 n. 150 in materia di commercio e detenzione e che quindi ogni oggetto deve avere provenienza e certificazione di chi vende, acquista e detiene.


Un signore romano ha ereditato dal padre una collezione di opere di Pascal Papisca, un pittore (nato nel 1938 a Parigi poi operante dagli anni ’60 a Roma) che io ricordo di grande mano e notorietà. Ebbe successo in Italia negli anni ’70-’80, ma poi ne ho perso le tracce e non ne ho più avuto notizie. L’oblio è ciò che capita a tanti ottimi artisti di non primaria importanza nazionale i quali, finito il momento di gloria, non trovano in seguito chi li mostri e valorizzi. Pertanto, dare valutazioni odierne su Papisca è oltremodo difficile; potrei dire che i ritratti possono essere valutati sui 300-400 euro, i paesaggi (cm 50×70) sui 400, i nudi (cm 50×50) sui 500. Ciò a grandi linee.


Costames in e-mail, la sua sedia capotavola realizzata in mogano istoriato è scozzese e non francese. Può valere oggigiorno al massimo sui 200 euro e non 2.000 come indicatole dal buonuomo venditore di anticaglie (?) – bomboniere suppongo – e forse esercitante la professione di idraulico come primo mestiere.

 

 


E come sempre un saluto a tutti e un abbraccio ai pochi


Maggio 2018


D’Orazio, da Napoli, pone alla mia attenzione un “cassone da sposa emiliano del ‘600 in noce”, scrive lui!… Io vedo invece un assemblaggio, neanche bello, di legni vari: pioppo, castagno, abete; il noce, evidentemente disturbato, se n’è “fujuto”. Il coperchio, addirittura, è una porticina in larice: un classico di questi rifacimenti casarecci! Il cassone fu pagato da sua madre 3.000 euro una decina di anni fa, ma ora, ohi voi!, devo purtroppo ridimensionare il suo valore: 300 euro al massimo, e sempre per i soliti amanti del genere.

 


Signora Fanali C. da Tivoli (RM), le sue porcellane raffiguranti animali (h sui 35 cm), essendo oggetti degli anni 50-60 del Novecento, valgono poco: sui 30-50 euro l’una, secondo gusti.

 


Bianchini da Bracciano (RM) manda in visione tre orologi da parete. Il primo (cm 35), ottocentesco, detto a “occhio di bue”, presenta quadrante in latta, carica a tre giorni, cornice a mecca: se funzionante, 250 euro. Il secondo, anch’esso di fine Ottocento, è un pendolo in bosso intagliato, un gioiellino di cm 10×8 funzionante e con un bel meccanismo tedesco: valore 300 euro. L’ultimo orologio, in latta serigrafata (cm 40×48), è un austriaco “foresta nera” a pendolo; pezzo della metà dell’Ottocento, funzionante e in condizioni museali, vale 600-800 euro.


Il signor Sergio Celotto manda in visione tre quadri. Il primo è opera del pittore romano Leonardo De Magistris (1933-2010), uno dei fondatori della famosa manifestazione “I cento pittori di via Margutta” nata a Roma nel 1953 e ancora “viva”. Purtroppo, come a tanti pittori è accaduto, una volta scomparsi, le loro opere non hanno avuto più un valore adeguato. Nel mercato girano tele dell’artista (cm 50×70) a cento euro l’una. Il suo dipinto (cm 150×80) considerando anche la con cornice arredativa, potrebbe valere sui 350 euro; tra l’altro, l’opera è di quelle seriali dell’artista. Il quadro a firma Giorgini (cm 150×100), artista da me non identificato, potrebbe valere sui 200 euro arredativamente parlando; non ho elementi visivi per stabilirne l’epoca, essendo una pittura di stampo classico. Il terzo dipinto – che sua zia indica di scuola inglese – anonimo, ma di grandi dimensioni (cm 250×150), è pezzo di fine Ottocento, ha mestieranza e respiro; ad occhio, fosse dell’epoca presunta, potrebbe valere sui 1.500 euro.


Signora Emma Trisino da Roma, la sua specchiera (cm 120×60) non è pezzo dell’Ottocento ma prodotto seriale di fabbrica, anni 60-70 del Novecento. Può verificarlo lei stessa poggiando in piano la cornice: constaterà che è piatta e rileverà che sopra il gesso “a spruzzo” è stata applicata una foglia dorata (oro matto) non consona. Per le ottime condizioni, 200 euro per arredamento.

 

 


Specchierina in noce, ‘800 francese (cm 60×40). Signor Paolo, siamo su un valore dai 60 ai 120 euro, secondo dove si vende e per gli esclusivi amanti di tale genere.

 

 

 

 


Gioacchino, mercataro marchiggiano: ancora? Ma lo dovresti sapere, ormai, no? Le credenze fine Otto primi Novecento varrebbero sui 1.200 euro ma più di 500-600 non te li danno, punto. Aivoglia a parlare di noce, vetri molati e piombati, ecc… Non le vuole più nessuno.

 

 


Valenzi, il suo cassone non è rinascimentale, ossia risalente al XVI secolo, ma piuttosto neo rinascimentale, ergo pezzo del XX secolo. Quindi: 400-500 euro e per l’ottimo stato.

 

 


Signor Fassa, un mese fa circa, in qualità di perito e consulente di un’autorità pubblica in un processo, il giudice mi ha chiesto se potessi valutare a vista dei disegni firmati di arte moderna. Ho risposto che tali opere non erano “accompagnate” né da documentazioni e certificazioni né da quant’altro occorre alla validazione d’autenticità di una “qualsiasi opera d’arte”, e che nessuno altrimenti che non sia erede o responsabile di una specifica Fondazione può assumere su sé l’onere di valutarne e dichiararne l’autenticità. Ciò ripeto a lei in merito al suo disegno di Modigliani. E tanto valga per tutti quei lettori che hanno comprato e/o scoperto dei Picasso, Cezanne, Mirò, Kandisky, Morandi, ecc. ecc.


E come sempre un saluto a tutti e un abbraccio ai pochi



Aprile 2018


Foto da catalogo: Asta Pandolfini – Firenze 18 aprile 2018 lotto 73

Egregie sorelle Pancaldi da Roma, note frequentatrici disgiunte di mercati e mercatini, conosciute a Roma come le “marchigiane” (e non per la loro terra d’origine) quando comprano, e come le “Bulgari” quando vendono (Arezzo e Parma), signore con le quali, ogni tre-quattro anni ho degli scontri notevoli (vent’anni fa addirittura mi denunciarono per aver scritto sulla Gazzetta della loro scarsa competenza nonostante si professassero antiquarie, denuncia, poi, “motu-loro” e chissà perché, prontamente ritirata): ecco che ci risiamo!
I fatti: nell’autunno del 2017, a Parma, le sorelle vendono a una lettrice della Gazzetta una zuppiera con decoro “aux lambrequins”, blu cobalto, giallo antimonio, verde ramina, marcata con il giglio della Real Fabbrica di San Carlo, Caserta XVIII sec. Sin qui tutto bene. Poi, però, scoppia la “querele” riguardante il prezzo, a mio dire – e non solo – esagerato. La lettrice Ivana C., infatti, comprata la zuppiera dalle sorelle – che quando vendono sono congiunte – a 5 mila euro (da 6.500 iniziali) con rilascio di ricevuta – senza foto – attestante il tutto, prezzo compreso, orgogliosa del suo acquisto la fa vedere a un conoscente “mercataro” che, ritenendone esagerato il valore, la manda da me. Io, pur autentica, valuto la zuppiera 500-700 euro. A questo punto la signora Ivana telefona inferocita alle sorelle le quali non si spencolano – come avrebbero voluto – in improperi su di me e il mio operato (forse ricordando l’episodio della denuncia e di ciò che dissi e promisi al loro avvocato), ma fanno osservare alla signora che il mio è un parere da foto e quindi non esaustivo (vero), e che simili prezzi appaiono raramente sul mercato (vero).
Che dire? Semplicemente, da Catalogo Pandolfini asta “Maioliche e porcellane dal XV al XVIII secolo”, 18 aprile 2018, lotto 73, riporto: “Assortimento, Real Fabbrica S. Carlo Caserta (1753-1756)”, 13 pezzi di servizio in blu cobalto, verde ramina, giallo antimonio (insomma, tipologia identica nei colori e nella forma alla zuppiera contestatami) di cui fanno parte, oltre al piattame ed altro, 3 zuppiere (una coppia grande e una piccola), tutto al prezzo base e valutativo di 1.500-1.800 euro.
Punto.


Do il benvenuto al neo lettore Antonello Ciotoli che manda in visone un efebo in bronzo realizzato dalle Fonderie Artistiche Farbel, ditta di Brescia nata nel 1966, ancora attiva e nota soprattutto per gruppi bronzei cesellati e con orologi. La sua statuina, prodotta negli anni ’70-’80, non è di grande pregio, non ha un cesello curato né presenta patinatura importante. Valore: 250-300 euro.

 

 


Signor Giovanni C., non posso darle consigli su come “frodare” legalmente terzi tramite apposizione di attestati di gallerie su quadri falsi, anzi, la esorto a non farlo e non per il rischio della galera (giacché pare in Italia non ci sia più, a meno di non chiamarsi Reina, Provenzano o Mattia Messina Denaro, o si sia tanto incauti da dare una testata a un giornalista nel mentre si è ripresi da una telecamera di troupe televisiva) ma per il breve percorso che avrà la sua attività.


Signora Pina62, le sue ceramiche miste di Sesto Fiorentino, Bassano e Imola risalgono agli anni ’50. Non sono rare, e dunque non le serviranno per concorrere economicamente allo sposalizio di sua figlia. Valgono una trentina di euro l’una.

 


Sempre polemiche su stime e valutazioni.
Una volta, tanto tempo fa, facevo valutazioni a vista su mobili, opere, oggetti…, adesso invece devo andare a consultare risultati d’asta, cataloghi, gallerie e operare sempre con maggior difficoltà perché i prezzi variano a seconda di chi vende e dove si trova.
I luoghi più deputati per vendere e comprare sono le aste dove vanno ad acquistare fior di volponi che, se riescono a coalizzarsi all’interno della sala, tengono bassi i prezzi. Ma principi, in gergo “gallinacci”, delle battute d’asta sono coloro che senza alcuna esperienza, ma decisi ad acquistare una data opera, rilanciano oltre il dovuto (facendo però a volte, con i bassissimi prezzi di mercato correnti, degli affari). Il mercante, viceversa, deve comprare con oculatezza e parsimonia per poi rivendere a chissà chi e quando; è spesso escluso dal “battage” mentre naturalmente chi compra per sé è avvantaggiato.
Con ciò, mi rivolgo alla signora Emilia Gianni da Latina ed ad altri lettori che si trovano disorientati da miei ed dagli altrui pareri. Purtroppo, cari lettori, ormai le valutazioni, come ho scritto, vanno a seconda del mercato o dell’acquirente. Certo ci sono dei canoni di rispetto ma sono ampli. Alla signora Emilia, per l’appunto, ho valutato dei mobili umbertini o neo-rinascimentali, fine ‘800 primi ‘900 (3 tavoli, 18 sedie, 3 credenze, 2 servanti ed una libreria), solo (dice lei) quindicimila euro in tutto. Ma io gentile lettrice, mi sono pure, come si dice, “allargato” perché tutto il mobilio è in noce massello, ma lei difficilmente potrà ottenere in blocco la metà di questo valore. Ed anche volendo alienarlo a singoli pezzi (ma dove, a chi?) sarà dura, e alla fine non so se potrà arrivare ad ottenere la cifra da me indicata per l’insieme (e naturalmente avendo un suo deposito ove tenere per lungo tempo il mobilio).


Signor Paolo Sinceri da Frosinone, il suo juke-boxe è americano, degli anni ’50. Importato dalla ditta Bini, vale, funzionante, sui 500 euro. La slot machine, sempre americana, stessa epoca, sui 600-700, sempre se funzionante.

 

 

 


Signora Magda Spini, mi spiace comunicarle che i suoi mobili non sono antichi ma in stile eclettico e provenienti dall’India. Valgono, arredativamente, sui 200-300 euro al pezzo.

 

 


Pannaioli Circolo manda in visione due vetrine. La prima, in ciliegio (cm 280x110x40), stile Biedermeier metà ‘800, bella e sontuosa, vale 3.000-4.000 euro. Rari e ormai introvabili, i pezzi autentici di questa tipologia, nonostante l’azzeramento dei mobili antichi sul mercato, mantengono – anche se non ottimali come una volta – quotazioni soddisfacenti. Viceversa, la seconda vetrina, pur in noce tardo Luigi Filippo (primi ‘900), scende a 400 euro.

 

 


Leonardi da Modena sottopone alla mia attenzione due vetrinette del ‘900 (cm 60x35x80 e cm 90x55x35), una più brutta dell’altra: a chi pensa di venderle? Ha ragione il suo figliolo, le regali all’Istituto. E ci porti pure quell’esperto che le ha detto che una delle due (non voglio sapere quale) è del ‘700, e che vale (ohilei a conoscerlo!) almeno 2.000 euro. La legge Basaglia ha purtroppo eliminato i luoghi di detenzione per i matti senza offrire loro altre alternative che la strada.

 

 


E come sempre un saluto a tutti e un abbraccio ai pochi



Marzo 2018


Signora Adele Pruni (mail giratami dal “prof. Ennio” insigne connaisseur di “Madonnine votive da strada” romane), io trovo che internet abbia certamente permesso a tutti di evolversi se non culturalmente “conoscitivamente” ma che, altrettanto certamente, non possa porre chi ha studiato una vita determinate materie sullo stesso piano di chi con un “click” apre un link o un sito creato – come appuro tante volte – da incompetenti.
Il suo “esperto”, dandole notizia del marchio posto sotto il suo oggetto in ceramica del XVI secolo, ha detto una stupidaggine. I segni incisi sul cotto, infatti, stanno ad indicare non “l’antica fabbrica del Volpato a Civita Castellana” (sic), bensì un’unità di peso, la libbra, seguita dal numero. Si tratta di una tipologia di misurazione ancora da studiare, che si poneva generalmente sui contenitori ceramici farmaceutici ad indicare il peso del loro contenuto. Le dico ancora da “sviscerare” in quanto tale simbolo, insieme alla sotto misura oncia non compare in tutti i recipienti del genere ma solo su alcuni. E sto parlando, e solo, della provincia romana. La sua misura impressa indica libbra una: probabilmente il peso del contenuto, ovvero circa 327 grammi. Sfocato e impubblicabile, il suo vaso, che presenta decorazioni deboli e la scritta abrasa indicante il prodotto interno (poche le lettere rimaste), penso possa valere sui 1.000 euro.


Signora Magda Tonti con attività antiquaria, la sua icona (cm 37×23) greca – e non russa, la correggo! – non è una “Eleusa” (la misericordiosa) ma una “Glykophilousa” (dolce bacio) in quanto la madre non solo china il capo verso il figlio ma lo tocca, e in più è una “Dexiocratousa” perché tiene il bambino sul braccio destro. Ciò per quello che concerne la complessa tipologia che governa tale settore. Per quanto riguarda invece la sua attribuzione al XVII secolo, devo dirle che dall’esame del supporto ligneo noto una tarlatura strana: simmetrica e con buchi simili nel diametro; in più l’essenza lignea non è patinata debitamente. Insomma, ascriverei la sua opera come una riproduzione di qualche decina di anni fa. Valore sui 200 euro per l’ottima esecuzione. Non pubblico, così come da lei richiesto.


Fabio 92, da Roma, ha comprato presso un rigattiere un vasettino (h 4×4 di diametro) in terracotta, come un giocattolo per bambini di epoca romano-etrusca. Ebbene no, caro lettore! In primo luogo, se fosse un oggetto di tale epoca sarebbe un ex voto per santuario e non un giocattolo; in secondo luogo, l’invetriatura interna (a sale), da lei descritta, lo indica come microvasetto farmaceutico, contenitore per pomata-unguento, una tipologia in auge tra i secoli XII-XVII. Si tratta, dunque, di una chicca di valore più storico-documentale (non rara) che economico.

 


Barletta Uff. da Viterbo, la sua consolle non è del ‘700 ma una riproduzione sugli stilemi del tardo Luigi XV (cm 2,40×1,30×47). Acquistata da lei al prezzo eccessivo di 5.000 euro, ne vale 1.200, per arredamento.

 

 

 


La signora Gioia Antonini dalla provincia di Terni ha ereditato un cassettone lastronato in radica di noce biondo (cm 130x110x60) che pensa sia un pezzo “napoletano del ‘700”. A mio avviso, invece, è di chiara marca lombarda e risale all’ultimo quarto dell’Ottocento. Valore: sui 1.500 euro, per l’ottimo stato in patina originale.

 

 


Il dottor Mario Pieri invia due orologi da muro, ambedue della fine dell’Ottocento. Il primo: un pendolo italiano (h 46 cm), valore sui 300-400 euro; il secondo: tedesco (cm 40×70), in legno con quadrante in latta litografata, ‘800 primi ‘900, valore sui 600 euro.

 

 


Il mercataro e vecchio lettore “Gino” manda in visione tre radio tutte funzionanti: la prima, a valvole, modello Ares del 1940, in legno e bachelite. valore sui 100 euro; la seconda a transistor, anni ’60, modello Capri, valore 30-50 euro; la terza, modello Singer, a transistor, anni ’60, sui 20-40 euro. Un abbraccio.

 


Signora Paola C., le sue specchiere in legno dorato (cm 55×40) non sono ottocentesche ma degli anni ’60 del Novecento. E ciò nonostante il parere dell’antiquario suo amico. L’intaglio è debole. Faccia una prova: metta la cornice in posizione orizzontale e ci poggi sopra, a coprirla, un foglio o un cartone, si accorgerà che rimane in piano senza eccessive protuberanze. Segno distintivo della lavorazione seriale a macchina.

 

 


Signor Corrado Manni, tutti i suoi quadri ed oggetti sono importanti. Visto il suo desiderio di alienarli in breve tempo, abbisognano di visione diretta in modo da poter dare un parere scritto professionale e poterle indicare il canale di vendita.


Giacalone in e-mail manda in visione una suonatrice di fisarmonica in ceramica di grande formato (cm 20 x h 52 ) firmata Clelia Bertarelli, 1934 Torino. Valore sui 250-300 euro.

 

 

 

 


Signor Maurizio Castelli, l’unica prova per stabilire se un oggetto è d’argento o meno (oltre l’esperienza di un professionista che addirittura riesce a determinarlo odorandolo) è data dall’acido di rivelazione che, come ho già scritto, applicato in minima quantità sul metallo, a seconda del colore che evidenzia indica la presenza e stima la percentuale di argento contenuto.
E veniamo ai suoi oggetti. Il vaso, senza marchi, non riveste particolare interesse artistico e dalla foto inviata non riesco a individuare il valore del test.
Quanto allo spruzza essenze, il marchio apposto è tipico di un oggetto d’uso orientale dei nostri tempi.
Infine, mi è impossibile, dalla foto sfocata, darle alcun parere sull’“amuleto”.


L’affezionato lettore Sergio Celotto invia foto di un comò a scrittoio che ha ereditato. Si tratta di un mobile rustico in ciliegio (cm 117x53x98) con ferramenta esterne sostituite. Costruito da un falegname nei primi del ‘900, presenta intarsi pantografati aggiunti con garbo. Pezzo di gusto ma non di elevato valore: sui 400 euro.

 

 


I signori Bologna, Ciotoli, Vanni, avranno risposta sul prossimo numero.


E come sempre un saluto a tutti e un abbraccio ai pochi


Febbraio 2018


Malimpiero67, valutando il suo entusiasmo, mi spiace riferirle che la vetrinetta da farmacia in ciliegio massello lucidato a cera (cm 80x45x160) da lei recuperata tra le macerie del terremoto della sua meravigliosa città di Norcia (a cui nessun cataclisma potrà togliere il respiro, l’aura e il sentimento storico che la pervade e pervaderà sempre) non è settecentesca ma dei primi decenni del ‘900. Può valere non migliaia di euro come indicatole, ma intorno ai 500 al massimo.

 

 


Egregio signor Manlio Annaloro da Caltanissetta, lei mi ha mandato in visone un’opera di Edouard Bisson (Parigi 1856-1939), ritrattista femminile (soprattutto), di prim’ordine, una tela di cm 96×74 che rappresenta due nudi muliebri (rarissimi). A prescindere dal fatto che è stata mal fotografata e da distanza, da subito ho notato che in essa non vi erano le virtù coloristiche del Bisson; il tutto mi è apparso, ad occhio, piatto e omogeneo ma, non essendo un esperto precipuo di tale autore, mi sono limitato solamente all’impressione. Poi però, sul retro tela da lei inviato ho riscontrato il marchio L. Besnard!
Ora, reputandomi da anni un antiquariartestoriometra*, è d’uopo che io mi occupi oltre che della pittura anche dei supporti su cui essa è necessariamente collocata. Ebbene, sommariamente, le rendo noto che la ditta di articoli per pittura e coloreria Besnard – ancora attiva – pone i suoi esordi nel 1898 con Hess (forse anche è più antica ma non commercialmente reclamizzata). L. (Leon) Besnard subentra nel 1902 sino al 1912, poi v’è Barillon A. (1913-1921). Da ciò ne consegue che la sua opera firmata e datata 1885 non potrebbe avere sul retro un marchio “L. Besnard”, in auge produttivo (tela-telaio) dal 1902! Che altro dirle?
*Antiquariartestoriometria, scienza formulata dallo scrivente che estende l’analisi di una data opera-oggetto a tutti i campi di ricerca: chimici, d’analisi, studio e documentali storici.


Signor Angelo Sappa, il suo quadro reperito in un mercatino, carta su compensato dipinto a pastello (cm 13×24), è un bozzetto liberty che ha una sua maestranza tecnica, però, non essendo firmato, è da relegarsi a oggetto arredativo. Valore: un centinaio di euro.

 

 

 


Signora Sabrina Mailli, purtroppo anche lei invia cattiva immagine di un bel dipinto di maniera (cm 81×103) che i suoi restauratori ascrivono al ‘700 veneziano. I particolari inviati non suppliscono all’impossibilità di esprimere un parere più dettagliato circa il “Re, Imperatore vittorioso spencolante ori ai suoi, con le figure tiepolane dei nobili vinti incatenati in primo piano”. L’opera e il suo retro tela andrebbero rivisti dopo oculato restauro.

 

 


E. Pasini da Perugia, i grammofoni con mobili che, provenienti dall’Inghilterra, negli anni ’90 inondarono i mercati italiani, come tutte le cose d’antiquariato una volta erano ambiti ma ora non hanno più estimatori. Lei pagò il suo grammofono anni ’30, in mogano e impiallacciatura, 700 mila vecchie lire, ma adesso vale (funzionante) sui 250 euro.

 

 


Rinaldi, lei ha una gouache su carta (cm 24×31) firmata “Magnelli 41”. L’autore, Alberto Magnelli (1888-1971), pittore e scultore internazionale, passò dai futuristi, a Picasso, a Léger, a Matisse, per approdare infine ad un “astrattismo” ossimoricamente “ragionato”. La sua opera si colloca nel pieno di tale contesto ma – e come al solito fanno gli spedenti quesiti – perché non mi ha mandato documenti che accertino provenienze, certificati e quant’altro? Il mio mestiere e compito è verificare proprio questi e non quello che da semplice immagine mi si presenta alla vista, giacché lei potrebbe – come altri hanno già fatto – aver fotocopiato l’opera da un libro o catalogo e dichiarare autenticità o meno, tanto più che si tratta di opere “semplici” nella loro esecuzione e riproducibilità.
Anni fa mi giunsero foto di una tela bianca con due tagli obliqui e del suo retro firmato Fontana. La lettrice che le aveva inviate voleva da me il parere tecnico sull’opera!! Ebbene, senza conoscere provenienza e percorsi dell’opera, da valutarsi e poi trasmettere a Fondazioni o critici precipui dell’autore, nessuno, dico nessuno, può azzardarsi ad esprimere giudizi di autenticità. Io posso, là ove possibile, fare una valutazione – e sempre se mi convince visivamente l’opera – unicamente dalle carte d’accompagno trasmessemi. Null’altro. Sarebbe, oltreché disonesto e fuorviante, inutile farlo.


Cesa46 da Caserta, vecchio mercataro che abbraccio per la continua passione per l’antico, possiede: un giradischi Heyd Italy a valvole, anni ’60, in ottimo stato, il cui valore è sui 50 euro; un pendolo (cm 55×25) toscano, primi ‘900, che vale sui 250 euro, e una bella e funzionante radio Telefunken-Koncert-Trial (cm 20x20x35) da lucidare, che, nello stato in cui si trova, vale sui 200 euro.

 


Fiscale Venerina, da Macerata provincia, venti anni fa comprò al mercato di Arezzo una statuina in porcellana (h 40 cm) di cui chiede lumi e valutazione. Signora, la sua bella porcellana è stata eseguita in modo mirabile nei primi del ‘900 in una manifattura senz’altro veneta. Si dovrebbe studiare per identificare il bravissimo modellista che è poi riuscito a colorare e smaltare il pezzo con un’abilità degna di plauso. L’oro (vero) del catino retto dalla figura del fachiro è uno specchio e illumina d’intorno, il modellato tutto sembra essere stato immerso nel vetro. Pagata 80 mila delle vecchie lire, questa statuina ne vale oggi perlomeno 800, ma in euro.

 


Gioia da Roma, la sua sedia in noce (cm 52x47x107) è senz’altro della fine del ‘700. Pezzo di fattura piemontese, nello stato in cui si trova vale sui 500 euro.

 

 

 

 


E come sempre un saluto a tutti e un abbraccio ai pochi


Gennaio 2018

A tutti, auguri di Buon Anno!


Signor Giuseppe Rossi, la ringrazio per il “luminoso” complimento e mi felicito per il suo “bel vedere”. La sua tela (cm 65×52) è dell’Ottocento inoltrato e propriamente di stampo sud-orientale siciliano, indi, potrebbe – e senza ferire alcuno – essere definita, come lei scrive, siracusana. La mano popolare e l’elementare composizione non può farla assurgere ad elevato valore: sui 400-600 euro.

 

 


Lorenzo Bussandri invia immagini di una affettatrice Berkel mod. 7 U.S, colore verde, mancante di disco (lama). Valore: sui 2.500 euro.

 

 

 


Signora Paola67 da Roma, purtroppo il suo secretaire (cm 60x130x35), impiallacciato in acero e bois de rose, decorato con bronzi, non è un Napoleone III francese, come dalla ricevuta già di per sé anomala. Essa, infatti, non riporta la data né la firma di chi l’ha stilata, e reca solo l’intestazione “A.R compravendita mobili d’epoca Roma via Casilina km 15”, un indirizzo piuttosto vago (!!??). Il mobile è una riproduzione eclettica indiana degli anni ’90; non vale i 2.000 euro d’acquisto ma 600-800 euro se non meno: nel caso l’interno sia stato realizzato addirittura con truciolare tinto legno (come già mi è capitato di vedere). Seppure ritrovasse il venditore, dubito che le restituirebbe i soldi (simili lestofanti non hanno questa abitudine), però lei cerchi se non altro di scambiare il mobile con qualcosa di meno vergognoso.

 

 


Giovanni Puppo, la sua madia umbro-toscana, costruita nei primi decenni del ’900, è stata troppo sverniciata e ha perduto la sua patina. Nello stato in cui è, vale sui 400 euro.

 

 

 


Valsacchi da Perugia, la sua credenza dei primi del ‘900, dipinta in nero, non può avere “sotto – come scrive – noce massello”: non ha senso! piuttosto è stata realizzata in legni poveri e vari (da qui la necessità di tingerla). Il mobile è cosa di ambito popolare e non può venire da “dimora principesca”, a meno di non essere collocata in ambienti di servizio e servitù. Può valere, nello stato in cui è, 350-400 euro.
La macchina da cucire in ghisa visibile sul piano del mobile, è anch’essa del periodo. Vale sui 400 euro.

 


Giusti, vecchio amico mercataro senese, invia immagini di tre radio perfettamente funzionanti. La prima è una Altaire (cm 45×50) della Radio Marelli, anni ’30, valore 300-400 euro; la seconda, una Depaphon (cm 27×15) Milano, anni ’40-’50, sui 120 euro; la terza, una Sterling (inglese) cm 50x25x25, anni ’30, sui 400 euro.
Auguri anche a te, e un abbraccio anche se sei dell’Oca!


Emilio Grassi da Roma manda in visione una slot machine (cm 130×110) “Bally Amazon” degli anni ’60, funzionante. Vale sui 600 euro.

 

 

 


Signora Paolina Smart da Napoli: eh sì… sorrida! Il suo proiettore degli anni ’60, integro e imballato, è pezzo museale. Vale almeno 800-1000 euro. Bastoni chi gliene ha offerti 50!

 

 

 


Panini da Latina invia cinque disegni-bozzetti (impubblicabili per essere stati mal fotografati da un cellulare) di Domenico Tojetti (Rocca di Papa 1807 – San Francisco 1892). Caro lettore, i suoi disegni riguardano un affresco posto in Sant’Agnese fuori le mura, Basilica sulla via Nomentana, Roma. Il loro valore complessivo è sui 1.500 euro.


Signora Pamela Ludovisi da Frosinone invia foto di una zuppiera e una fruttiera dipinte a mano (cm 34×30 e 41×17) di Caltagirone. Pezzi anni ’50-’60 con marchio non repertato (S.O Caltagirone), valgono rispettivamente: sui 20-30 euro la fruttiera, 60-80 euro la zuppiera.

 


E come sempre, un saluto a tutti, un abbraccio ai pochi.


 

Dicembre 2017


Signor Paolo Antonio Baiocchi da Roma, il suo versatoio/teiera è di produzione indiana, realizzato in un materiale che in campo antiquariale è detto argentone, la cui lega è formata da argento ed altri metalli meno preziosi. Nell’argentone, il metallo nobile è presente tra il 30 e il 60% del totale. Lei mi scrive che, per testare il suo versatoio, ha usato un reagente all’argento in commercio, il quale, applicato sulla superficie, ha prodotto una macchiolina arancione/rossastra. Questo vuol dire proprio che, essendo l’oggetto realizzato in un metallo a basso contenuto di argento, l’acido non ha rimarcato in maniera netta la superficie, ossia non ha prodotto una macchiolina tendente al viola. In definitiva: il colore che si produce con il reagente cambia in base alla quantità di metallo nobile contenuto nella lega, quanto più la macchia è scura tanto più si è in presenza di un’alta percentuale di argento (puro 1000 millesimi).
Il versatoio, da foto, mi sembra di antica lavorazione ma poiché questa tipologia di manufatti è stata ancora ripetuta con le stesse tecniche sino a una trentina di anni fa, il suo valore non è alto: sui 250 euro.

Nota tecnica
Il titolo dei metalli nobili ha per parametro 1000 millesimi che indica la purezza massima.
Se il marchio impresso su un oggetto in oro è 750, significa che quella è la percentuale (75%) di metallo nobile presente nella lega in cui è formato l’oggetto, il restante 250 è in altri metalli usati per indurire e/o colorare il materiale.
Come parametro dell’oro viene usato anche il carato: per 24 carati si intende oro puro “fino”, quindi il 18 ct andrà a certificare il “fino” presente nella lega; le altre 6 parti della lega in cui è composto l’oggetto sono in altri metalli.
Negli oggetti in argento, oltre al classico titolo 800 (puro è 1000 millesimi) che certifica la presenza dell’80% di metallo nobile, esiste, per gli oggetti piccoli (in genere monili), il titolo 925 che, essendo quasi argento puro, ossida poco a contatto con la pelle; le restanti 75 parti della lega sono di altro metallo.


Signora Bianca62, la sua tela di Bruno Cassinari (1912-1992), maestro pittore e scultore italiano, è un falso. Trattasi di una copia su cui hanno steso del colore a rilievo. Le dico questo con sicurezza perché tale tela gira da anni nei mercati romani, e inoltre, non presenta timbri né ha documentazioni a supporto. Il titolo “Personaggio Lunare” e l’anno “1969” impressi nel retro, così come la firma, sono approssimativi e incerti in una grafia copiativa elementare.

 


Signor Palombi, il suo è un bel tavolo vittoriano in mogano massello. Gli inglesi (popolo conservatore) hanno prodotto mobili in questo stile sino agli anni ’70 del Novecento. Non starò quindi a discettare sull’epoca dello specifico, poiché tavoli del genere sono – e sempre – stati venduti “a corpo” e in base al loro valore arredativo. Pesanti e belli, erano il sogno per ogni abitazione borghese italiana. Un tavolo come il suo (cm. 135×120 con prolunghe per oltre 100 cm.) in passato costava sui tre milioni delle vecchie lire, ora, invece, penso che più di 750 euro non possa, purtroppo, valere. Un consiglio: si imponga al “figliame” e lo tenga: è un bel mobile di pregio.


Nannini, da Frosinone, porta alla mia attenzione due mobili rustici. Il primo è una credenzina dell’Ottocento in noce (cm. 90x50x100) di area francese; il secondo è un cassettone marchigiano-umbro (cm. 85x80x50) in noce, primi del Novecento. Tale mobilia – come tutto nell’antiquariato – vent’anni fa costava qualcosa, ora: 450 euro al pezzo, nel mercato.

 


Il lettore Alessandro La Monica da Parma invia foto di un’opera su tavola (cm. 29×35) che sembrerebbe, a vista, un’immagine settecentesca semplice ma ben svolta, però… però non vedo craquelure né canoni classici di risulta. È uno di quei pezzi, dunque, che andrebbe esaminato de visu.

 

 


Alba Rot69, la sua scrivania in noce biondo (cm. 85x195x95) è sicuramente un mobile realizzato tra Ottocento e Novecento e – come da timbro di Pesaro da lei evidenziato – è di produzione marchigiana. Non può valere però il denaro richiestole, ma al massimo – visto che le piace molto – 1.200 euro, per l’ottima costruzione interamente in massello.

 


Il dottor Emiliano Fois Ricci, che mi scrive dalla provincia di Milano, ha acquistato all’asta un ritratto su tavola (cm. 36×28) raffigurante Santa Eurasia. Trattasi di dipinto seicentesco di scuola devozionale “mesteriante”. Pezzo da restaurare, valore sui mille euro.

 

 


Mas23, manda in visione una “allegoria dell’estate” (h. 38 cm), gruppo ceramico forse dei primi dell’Ottocento, Parigi, con delle piccole rotture. Valore: 500 euro.

 

 

 


Signora A. Pini da Latina, repetita juvant: il mio parere di esperto è dato da foto (immagini più o meno buone), quindi, in alcuni casi è esaustivo, in altri meno. Certamente mi aiuta l’esperienza e lo studio di decenni ma a volte – e infatti rispondo privatamente chiedendo altra documentazione – non mi è proprio possibile dare risposte. Lei manda un insieme di cose fotografate in blocco – suppongo scattate col telefonino – fatte da due metri di distanza, cosa dirle?


Per Evelina Palumbo di Caserta: gentile signora, pubblico foto d’archivio in bianco e nero della poltrona in noce con “poggiolo” originale di Gio Ponti (anni ’40). Come vede, differisce sostanzialmente dalla sua che, pur marcata, è un’imitazione degli anni ’50 realizzata di una delle numerose fabbriche dell’hinterland napoletano. Un abbraccio.

 


E come sempre, un saluto a tutti, un abbraccio ai pochi.


Novembre 2017


Signor G. Lions, la sua consolle con specchiera e con accluso certificato d’origine e autenticità (dice lei) è singolare e sintomatica di quanto sia facile approfittarsi della credulità altrui (in questo caso la sua). Il foglio con intestazione di attività di antiquariato in quel di Portici (NA) consegnatole dal venditore, cita infatti: “Consolle cm 100×90, specchiera cm 85×205, legni vari e foglia d’oro, intarsiati e scolpiti, già di proprietà di nobile famiglia partenopea (secolo XVIII-XX)”.
Ebbene, i secoli riportati stanno a indicare la “vita” della famiglia sconosciuta non certo l’epoca della mobilia che ha, sì, un periodo ben preciso di fabbricazione ma non viene indicato, come invece lo è la cifra che suo padre pagò nel 1972: sedici milioni delle vecchie lire! Ora, dalle scarne foto, non me la sento di esprimere un giudizio lapidario ma, ad occhio vecchio e allenato, propenderei per una bella, elegante, preziosa mobilia costruita negli anni ’20 del ’900, e indicherei in 7.000 euro (per sontuosità arredativa e per gli amanti del genere) il valore attuale.

Tecnica della doratura
Sul legno manufatto e scolpito vengono passate varie mani di gesso finissimo con colla; di seguito la superficie viene carteggiata sino a che le superfici non diventano liscissime. Il lavoro procede creando un impasto fatto con argilla polverizzata contenente elevati ossidi ferrosi (bolo armeno) che va steso sul gesso; seguono, una carteggiatura finissima, la stesura della chiara d’uovo con acqua e l’applicazione, con pennellesse speciali, dei foglietti d’oro vero oppure falso o “matto” (alluminio colorato oro).


Signor Davide, la sua affettatrice è degli anni ’60, creazione della prestigiosa ditta Berkel nel suo famoso e notorio “rosso Berkel”. In perfetto stato e funzionante, vale perlomeno 3.000 euro.
Nota sul produttore. Wilhelmus Adrianus Van Berkel (1869-1952), macellaio olandese, inventò la prima affettatrice meccanica nel 1895, e visto il suo successo fondò la prima fabbrica nel 1898. In seguito iniziò a produrre bilance, torni e persino aeroplani. La ditta è tuttora attiva.

 


La signora Nunzia De Paolis dalla bella Bolsena (VT) invia “male” foto di un quadro ancor peggio dipinto da tale A. Vannios, soggetto che sarebbe bene far ricercare dalle autorità preposte al fine di far cessare la sua opera criminosa di offesa all’altrui vista.


Il signor Francesco Gemellaro manda in visione una ceramica tonda (cm 29) a rilievo su cornice di legno. Purtroppo trattasi di prodotto seriale per turisti, venduto nei vari centri umbri di produzione: Deruta, Urbino, Orvieto ecc., forse negli anni ’60. Valore: 150-200 euro.

 

 


Certaldo Iovine, da Napoli, sottopone alla mia valutazione una coppia di belle poltrone francesi in mogano dei primi dell’800, in perfette condizioni. Valore, sui 2.500 euro.

 

 


Signora Elisa Potenziani, capisco che non si possa essere d’accordo con me per i giudizi espressi, e tanto più perché dedotti da semplici – e quasi mai esplicative – foto, ma… ma se è pur vero è che il mio giudizio è appunto unicamente visivo e basato su una riproduzione sommaria dell’esaminato, è altrettanto certo che la mia pratica di decenni e decenni con cose antiche ha “formato”, diciamo così, occhio e spirito, fornendomi quella sensibilità che permette di discernere tra vero e falso “a senso”, tipica anche degli umili rigattieri che senza cultura e titoli, a volte, riescono a capirne e a intendersene di cose vecchie. Posso quindi ripeterle – anche dopo aver esaminato le nuove foto inviate – il perché la sua “lampada con glicine”, 1900 circa, vetro a doppio cammeo firmato “Gallé” (cm 44 h) è una riproduzione, aggiungendo le spiegazioni di seguito allegate.

Note tecniche. Emile Gallé (1846-1904) fu un precursore moderno dell’arte antica del cammeo (conchiglie e pietre dure) applicata al vetro. Su due, tre strati di materiale di diverso colore egli incideva con acidi (asportando) disegni e forme, oppure otteneva lo stesso procedimento attraverso “ruote molitrici”.
Le innumerevoli imitazioni (in India vi sono attuali fabbriche che hanno in catalogo tutta la vetreria d’arte dei grandi maestri: Daum, Gallé, Barovier, Toso, De Vez, Legras, Lalique, ecc.) sono caratterizzate da una piattezza delle incisioni che non rivelano né profondità né dinamismo, presentando viceversa i caratteri tipici dei prodotti realizzati per colata su stampi. Alcuni oggetti, con intenti propriamente truffaldini, sono lavorati e incisi al trapano e si distinguono perché l’attrezzo gira attorno al soggetto disegnato ma poi non “spiana” il materiale intorno, lasciando bozzetti, protuberanze o avvallamenti sia pur minimi.
Il suo lume, dubbiosa lettrice, a “naso ed occhio”, fa parte degli oggetti realizzati a colatura su stampi. Mi ricorda quelli che due mercatari – Emilio “il gatto” e Adolfo “la volpe” – spacciavano con “expertise” al mercato di Rieti negli anni ’90. Provenivano da Israele.


Dottor P. Farma da Latina, il problema nel valutare i quadri d’autore – e moderni soprattutto – non è dato dalla competenza necessaria per apprezzare visivamente l’opera ma dalla presenza o meno della documentazione allegata. Intendo dire che non stiamo parlando della valenza artistica o della bellezza (che può esserci o meno e che è un fatto individuale) ma piuttosto della sua autenticità provata affinché si possa dare una stima monetaria. Il suo studio di nudo (olio su cartone cm 30×50) firmato Ennio Morlotti (1910-1992), maestro di livello internazionale, non ha i requisiti documentali necessari. Posso dirle che se li avesse, e probanti, l’opera potrebbe valere sui 20-30 mila euro, ma… ma!


Minniti – così si firma in e-mail – mi scrive in merito all’eredità ricevuta, composta da decine di mobili anni ’50: credenzine vetrate impellicciate in mogano, tavoli ovali con gambe a sciabola e piani in alabastro-onice. Naturalmente, come anche lui stesso ha intuito, gli unici soldi in giro saranno quelli che dovrà tirar fuori per farli portar via, sature come sono parrocchie e istituti di tale mobilia. Conservarli potrebbe essere – avendone la possibilità – un modo per allungarsi la vita! I quadri, di cui invia foto impubblicabili, fanno parte della dotazione degli stessi mobili di allora e hanno quindi medesima valenza e futura sorte.


Il giovane Jacopo da Ostia (13 anni) mi scrive che i suoi genitori da anni mi leggono e che gli hanno detto (sic) che io “so tutto”. Quindi lui, su questa iperbole e da collezionista di conchiglie alle prime armi, mi manda foto di un esemplare trovato sulle spiagge della Croazia dove è stato con la famiglia in vacanza quest’estate. E in effetti la “Mitra zonata”, questo il nome della conchiglia di Jacopo, è un gasteropode raro nel Mediterraneo e poco frequente nell’Adriatico (h cm 6-10). Specie protetta, ha nello stesso habitat altre due varianti (Mitridae): la Cornea e la Cornicula, più piccole e comuni. Un abbraccio.


E come sempre, un saluto a tutti, un abbraccio ai pochi.


Ottobre 2017


La signora Lidia Buongiorno 62 da Viterbo, mi chiede informazioni circa un suo vaso da lei identificato (“ore” della madre) come opera del ceramista “Bassanello” di Civita Castellana. C’è un po’ di confusione: chiariamo. Il ceramista è Renato Bassanelli (1896-1973), di Civita Castellana, che operó con diversi marchi: nel 1919 a Roma con “Keramos Ceramiche d’Arte”, nel 1929 a Biella con “S.A.C.B.” e “S.A.C.A.”, e a Rocco Biellese con “C.A.A.R.”. Nel 1949, a Vasanello (VT), fu direttore artistico della manifattura “Bassanello Ceramiche” di proprietà di un altro grande ceramista e tecnico (docente di chimica alla Sapienza di Roma) il marchese Paolo Misciattelli. Nel 1951 l’artigiano tornò a Roma con la “Bassanelli Ceramiche” rimasta attiva sino al 1970. Credo che il suo vaso, senza marchi (h 25 cm), appartenga per stilemi a quest’ultimo periodo e valga sui 150 euro.


Il signor Michele D’Angelo chiede la valutazione di un crocifisso (h 1,90×125 cm) con Cristo in rame su lamina d’ottone dorata e sbalzata. L’epoca dovrebbe essere ottocentesca sugli stilemi del ‘700; l’imponenza arredativa inconsueta per un crocifisso – più che la qualità artistica – me lo fa valutare sui 1.000 euro, se il Cristo è semicavo nel retro; quasi il doppio, se la figura è piena.

 


Emmeffetti Fabio manda in visione una cornice tonda, laccata, intagliata e dorata (cm 69 di diametro) che sembrerebbe un manufatto interessante del ‘700. Nelle condizioni in cui si trova, potrebbe valere intorno ai 1.200 euro.

 

 


Signor Luigi Gandini, chiaramente, per i suoi mobili non ho alcun dubbio: sono in stile “Art Nouveau” o Liberty o Floreale; mancanti di alcuni elementi ma classici del periodo sia pur tardo, anni ’30-’40, e di fattura industriale. Difficile se non improbabile la vendita anche per lo stato in cui si trovano. Azzardo: 600 euro il tutto.

 


Signora Iva Massa da Arezzo, il suo letto (cm190x130) risale agli anni ’30 del Novecento. Impellicciato in noce e in stile pseudo direttorio, non può essere valutato come suggeritole dalla sua “amica esperta” (in che? giardinaggio, scala quaranta, uncinetto?) “migliaia e migliaia di euro”, sic, neanche avendoci speso lei ben mille euro per farlo restaurare. Vale intorno ai 500 euro per gli amanti (rari) del genere.

 

 


Signor Pippo Del Vecchio da Roma, il suo cassettone è francese, sullo stile del Luigi XVI ( fine ‘700) ma certamente è stato costruito nei primi del ‘900. Senza entrare nel merito della ferramenta, dello spessore dei cassetti e delle zampe, la prima e sola cosa che le voglio evidenziare è il marmo del piano (un rosa portogallo) che è incassato come nei mobili in serie e industriali. Se il cassettone fosse d’epoca il marmo sarebbe posto debordante “a cappello”.

 

 


Aligi, che invia tre radio tutte funzionanti, è lapidario: epoca e prezzo. Ed eccomi: la prima, una radio a valvole “Mivar” (cm 45×24), anni ’60, valore 100 euro; la seconda, una radio a valvole “Sonora” (cm 30x15x20), anni ’30, 150 euro; la terza è una “Idel” sempre a valvole, anni ’30 (cm 45×36), valore 200 euro.

 


Un secretaire eclettico tra il tardo Impero francese e i primi del ‘900. Signor Parisi, purtroppo le comunico che, pur avendolo pagato tre milioni di vecchie lire nel 1991, ora al massimo, e trovando un acquirente, lo potrà vendere a 800-1.000 euro.

 

 

 


Tecniche e Materiali

Dottor Ennio Cinquanta, la fibra di carbonio fu prodotta nel 1950 (Abbot) con il rayon carbonizzato a 1000 gradi, ma già negli anni antecedenti era stata prodotta una materia detta “fibra nera”, probabilmente una resina fenolica simile alla bachelite (formaldeide e fenolo con farina fossile). Andò a sostiture legni come l’ebano o il tek nella realizzazione di piccoli oggetti d’arredamento e dei manici nei manufatti moderni (anni ’50) d’argento e metalli.

Giovanni Albini da Milano, la gommalacca, prodotto ottenuto dalla secrezione di insetti (emitteri Kerria lacca) su alcuni alberi asiatici, è usata per rivestire e rifinire in vernice mobili e strumenti musicali con l’aggiunta di alcol a 90 gradi, ma veniva impiegata prima del vinile (prodotto nel 1927 e seguenti: il classico pvc o cloruro di polivinile) sino al 1950 per fare dischi musicali e anche cornici, pettini, spazzole, porta oggetti e protesi dentarie.
Sì! è possibile ottenere una gommalacca non ambrata (com’è al suo naturale) ma trasparente, chiara, usando una serie di passaggi con il cloruro di sodio (varechina o candeggina). Essendo commestibile, viene usata anche per ricoprire e lucidare caramelle e dolci artigianali e come rivestimento della frutta tropicale prima e dopo la raccolta al fine di evitarne la marcescenza.


E come sempre, un saluto a tutti, un abbraccio ai pochi.


Settembre 2017


Holy Joe, l’opera, comprensiva di cornice (cm 39×44), è un dipinto di devozione popolare, una Pietà ottocentesca.
Il valore arredativo è sui 400 euro.

 

 

 


Signor Castaldo, il suo monile (d’argento?) che riporta una simbologia massonica sembrerebbe un amuleto apotropaico tipico da “soldato” (guerra anglo-danese, 1670, dalle scritte). Le ricordo che le cose trovate, anche fortuitamente come nel suo caso, hanno un proprietario che potrebbe riconoscerle e rivendicarle. Comunque, il valore sommario di mercato varia tra i 250 e i 300 euro.

 


Signor Mirko Marinoni Aspirante, i suoi putti in legno con basamenti incorporati (appunto), h cm 35, sono di produzione recente. Il foro è dovuto al tentativo di far passare un filo per elettrificare i putti con un portalume aggiunto. Studi! e guardi incessantemente per mercati e negozi, si renderà conto che i suoi putti sono falsi plateali.

 

 


Jenni Loiacono da Ascoli Piceno manda in visione un grammofono francese a mobile, funzionante, anni ’20, privo della griglia davanti.
Valore 200 euro.

 

 


Signor Nicola Giovacchini, mi spiace rispondere in modo deludente alla sua garbata, intelligente e documentata mail.
Il suo tavolo (ex scuderie reali di Palazzo Pitti al Bobolino in Firenze), lascito del suo bisnonno dipendente di Casa Savoia, è senz’altro un bel pezzo storico (accompagnato da sedie più recenti, anni ’40-’60 del Novecento) in noce di ottima fattura e condizioni. Ma il mercato attuale, e lasciando perdere lestofanti e stracciaroli professionali, è purtroppo in un tale ribasso che, ad esclusione delle cose museali che pur grandemente penalizzate riescono a spuntare grazie agli “amanti” cifre se non di rispetto perlomeno di base, tutto il resto viene trattato alla mano come rigatteria. Tavoli simili al suo, anonimi e senza storia – sia ottocenteschi sia di epoche più tarde – non spuntano che centinaia di euro. Per dirgliela a malincuore tutta, la sua mobilia potrebbe essere acquistata ad un massimo di 600-800 euro a fronte dei 1.400-2.000 di quindici anni fa, e dovrebbe trovare anche un commerciante onesto e con vasta clientela (difficile la prima ipotesi, improbabile la seconda). In alternativa, dovrebbe trovare un privato per tentare la vendita a 1.000 euro il tutto. Ma le dico sinceramente che è molto difficile. La abbraccio.


Egregio dott. Mauro Scocca da Marino (RM), il suo attaccapanni (cm 250x150x30) non è “pieno Rinascimento” (sic) ma in stile e di piena epoca umbertina (fine ‘800 primi ‘900); in ottime condizioni qual’è, può valere sui 400-500 euro.
I due comodini in noce, epoca Luigi Filippo, ben restaurati a cera, valgono sui 250 euro la coppia.

 


Signor Marcello Pera, il suo grammofono a mobile non è del 1890 circa ma degli anni ’40 del 900. In mogano massello e compensato, non può valere almeno 1.500 euro (sic) ma, pur nell’ottimo stato in cui si trova, 350 euro (ma chi è l’idraulico o muratore che glielo ha stimato?).

 

 


La signora Vivian72 manda in visione due orologi a muro. Il primo, francese, anni ’60, cm 90×30, vale 300 euro, se funzionante; il secondo, cm 50×23, idem, sui 200 euro.

 

 


Signor G. Tartaglia, la sua angoliera-bar non è in noce ma in materiale tinto noce, non è dei primi del ‘900 e non può essere stata in casa sua prima degli anni ’70: fa parte dei classici rustici proposti all’epoca. Probabilmente è in fracchè, denominazione di vari legni teneri e monderzabili ad effetto noce, importati dall’Asia.

 

 


La signora Liopardo continua ad inviare immagini di quadri tratti da libri e/o cataloghi, sottoponendoli alla mia valutazione scrivendo che suoi amici vorrebbero venderli. Non so se la “Liopardo” sia vittima di un scherzo o a tentare di farmelo sia lei stessa. Comunque, l’ora è giunta!


E come sempre, un saluto a tutti, un abbraccio ai pochi.


Agosto 2017


Gentile A. Romi, la ringrazio per i complimenti. Certamente la scomparsa della “Gazzetta cartacea” ha rappresentato una grave perdita specialmente per chi, come me, vi scriveva sin dal suo esordio 25 anni fa, ma i costi raggiunti e i lestofanti non paganti la pubblicità inseritavi, hanno fatto sì che si dovesse migrare on-line. Credo, però, che per i lettori fedeli non rappresenterà un problema, anche se la carta è “scripta” e “manent” dicevano gli antichi.
Comunque, veniamo al suo quesito: il mobile verniciato (lo lasci così!) è un contenitore da negozio per generi alimentari degli anni ’20-’40 del ‘900 (cm 200x50x200). Valore, sui 400 euro.


Signora Elena Toro da Roma, il suo cassettone in noce è una copia eclettica degli anni ’50, idem la specchiera Luigi Filippo: 400 euro l’uno, 200 euro l’altra.

 


Palombi da Anguillara (RM), le sue poltrone, per il semplice fatto di provenire dalla nobile casa “Larderel” di Allumiere, non è che aumentino di pregio; non vi sono riportati, tra l’altro, stemmi o segni identificativi di tale appartenenza se non il suo “ore”. Mobili a “rocchetto”, in noce e cuoio pesante, hanno valore soprattutto per l’ottimo stato d’arredo. In più, sono 8, ed è questo un loro grande pregio, giacché ben collocabili in una spaziosa dimora. L’epoca non è Ottocento ma, credo, anni ’40 del Novecento. Valore: 3.000 – 4.000 euro.

 


Signora A. Dehorg da Napoli, la sua macchina da scrivere con valigia Remington, modello degli anni ’40, pur se in condizioni ottime, vale tra i 50 e gli 80 euro.
La cassapanca in castagno, mobile da bambini, intarsiato ma orribilmente restaurato e spatinato da un idraulico dichiaratosi restauratore (e a cui andrebbero comminate le pene del codice borbonico del 1820), inizialmente era una bella cosa ottocentesca (cm 110x50x70), ma ora vale dai 200 ai 300 euro per arredamento. Può bastonare il sedicente restauratore ai sensi di legge.

 


Signor Giovanni Guidi, il suo cassettone Impero veneto in ciliegio (cm 125x60x105) non è originale, ha subito, infatti, delle trasformazioni. Deduco ciò dalle tante immagini che ha inviato e anche dalla vista dell’insieme. Comunque, il mobile è penalizzato dai bassi prezzi di mercato attuali, altrimenti non sarebbe una brutta cosa, anzi. Valore: sugli 800 euro.

 


Due radio manda in visione Principe da Napoli. La prima, a valvole esterne, è degli anni ’20 (cm 30x30x30); ottimamente funzionante, vale 500 euro. La seconda, una famosa “Allocchio-Bacchini” mod. F53M degli anni ’30, funzionante, vale sui 300 euro.

 

 


La signora Ines72 da Roma, pone alla mia attenzione due grammofoni degli anni ’40, funzionanti: il primo della “Parlophone”, il secondo della “Victrola”. Valore: 250-300 cadauno. Un giradischi portatile “Enver”, funzionante a 120 volts, per il suo stato di nuovo, può valere sui 150 euro.

 

 


Ancora mi scrive il signor Paolini da Gubbio, a cui già risposi in merito agli oggetti in zama, una lega a base di zinco (alluminio, rame, magnesio, ecc.) che viene confusa da alcuni con l’antimonio, un semimetallo a sé, difficilmente lavorabile (fu usato chimicamente nell’antichità come cosmetico o sanitario prima di capire la sua pericolosità). Come già scrissi, e qui repetita iuvant, gli oggetti in zama – per quanto belli e artistici, prodotti industrialmente, non valgono nulla, nel senso che non sono mai stati accettati dal mercato, a differenza di quelli in peltro (metallo pur formato da una lega “sciocca” a base di stagno-piombo), che hanno trovato estimatori. Il valore degli oggetti in zama, anche quelli più sontuosi dei suoi, è misero: l’anfora, alta 50 cm, probabilmente della fine dell’Ottocento, vale 100 euro; gli altri pezzi, dai 20 ai 30 euro o al miglior offerente.
Viceversa, la scatola in latta della “Magnesia San Pellegrino”, anni ’40 (cm 35x25x15), meravigliosa e in stato museale, vale sui 120 euro.


Quinziliani da Latina mi scrive lamentandosi di come il grande e bel mercato di brocante della sua città (1° domenica del mese) sia calato per qualità espositiva. Gentile lettore, le do notizia che tutti i mercatini antiquari del Lazio sono alla “canna del gas”, anche grazie alla deplorevole scelta di organizzatori che da anni aprono le porte ai venditori di frutta come ai venditori di mutande. Il mercato di Latina, invece, resiste. Diretto dal grande “Cesare”, è uno dei pochi in regione a tener fede alla proposta del vecchio e dell’antico.


E come sempre, un saluto a tutti, un abbraccio ai pochi.


Luglio 2017


Inizierò questo nuovo format della Gazzetta raccomandando ai miei personali lettori che da decenni mi seguono e complimentano per la rubrica edita su carta, di continuare a farlo attraverso il sito on line, così come spero farà l’ingegnere Paolo Raimondo che attende da febbraio una risposta al suo quesito (d’ora in poi, nella nuova versione digitale, non si verificheranno più tali ritardi). Il gentile lettore invia foto di un quadro (cm 77×50) siglato “A.N.”. Purtroppo il dipinto, cosa da anonimo imbrattatele, non ha alcun valore.

 


Il lettore Franco Papi mi invia due quesiti. Il primo riguarda una spilla multipla in argento, dello scultore Aldo Caron (1916-2006), di cm 9×6, che potrebbe valere dagli 80 ai 120 euro. Il secondo, una tela (cm 80×58) che le cattive immagini non mi permettono di analizzare in modo probante: è “specchiata”, e non v’è il retro né i particolari. Iconograficamente la figura rappresenta San Giovanni Battista che abbraccia un ariete (sacrificio di Cristo) con in alto la Croce (passione di Cristo). Ad occhio, e solo, nello stato in cui si trova, e ponendo la tela come epoca tra la metà e la fine dell’Ottocento, vale sui 1.200-1.500 euro.


Giovanni Miccoli, presenta alla mia attenzione una lignea e policroma testa di Cristo (h 36 cm) con base in porfido. A mio avviso non si tratta di scultura del ‘600 ma di fine ‘700. La valuterei tra i 500 e i 700 euro.

 

 


La signora Serena Pham di Roma presenta una grande scatola musicale francese (carillon), con otto motivi. L’oggetto (h 43×18,16) risale al XIX secolo ed è in ottime condizioni visive. Se funzionante, può valere sui 1.000 euro, in considerazione delle “arie” di opere musicali importanti che vi si possono ascoltare (Barbiere di Siviglia, Vespri Siciliani, ecc.). Sul mercato antiquario cose del genere, a seconda delle condizioni e dei brani, hanno prezzi che vanno dai 400 agli 800 fino ai 1.200 euro.


Il lettore Alessandro presenta un orologio da tavolo in ottone dorato e smalti, firmato Janetti padre e figli, bottega orologiaia napoletana del XIX secolo. Fornito di barometro e bussola, lo strumento risale ai primi del ‘900, è funzionante e in discreto stato di conservazione. Valore: sui 500-600 euro.

 

 


Signora Marina Trentani, le sue incisioni di Giovanni Battista Piranesi (1720-1778), Fontana dell’Acqua Vergine detta di Trevi (Roma), cm 49×70 più margini, e Tempio della Sibilla in Tivoli, cm 40×63,5 più margini, se originali, valgono sugli 800-1.000 euro cadauna (10 anni fa 1.200-1.600); se, viceversa, riedizioni, pur dai “rami” originali, sui 250. Non posso essere più preciso: tali tipologie vanno studiate dal vivo.

 


Lubrano da Napoli centro, manda in visione una “Natività”, olio su tela di cm 75×100. A lui hanno detto trattarsi di pezzo di scuola prettamente partenopea, io, invece, penso che sia di scuola romana del Seicento, in ragione di quella tipica fasciatura alla “romana-frusinate-reatina” in cui è avvolto il bambino. L’opera è molto bella, ma ai giorni nostri è difficile spuntare più di 15.000 euro. Anni fa, il doppio.


Signora Giuliana Rallai, il suo disegno a firma Claude Monet (1840-1926), artista internazionale, padre dell’Impressionismo francese, è una riproduzione, sia pur realizzata (non saprei dire per quali fini) in modo pressoché perfetto, avendo usato materiali coevi. L’opera originale, il cui titolo è Due Pescatori, si trova al Fogg Art Museum di Cambridge. Lei può pure venderla – se il suo amico la supporta – a chi le ha già fatto un’offerta che, pur bassa rispetto alla reale valutazione per un artista del genere, è abbastanza alta: 8.000 euro. È importante però – e al di là di ciò che io ho affermato – che lei non la venda come opera autentica poiché in seguito – sia pur non perseguibile penalmente non essendo lei un’esperta e dichiarandosi in buona fede – su azione penale dell’acquirente dovrebbe restituire l’importo.


L’amico mercataro “Pinuccio” sottopone alla mia attenzione una vera da pozzo in pietra bianca (d’Istria?) che, pur sormontata da ferri cinquecenteschi, ad occhio, a me sembra una riproduzione novecentesca. Per tale motivo, non posso acclarare la stima di vendita sui 10.000 euro fatta da lui, e scenderei piuttosto ai 3-4 mila.
Ciao Pinuccio! e un abbraccio speciale alla tua piccolina appena nata.

 


A causa dei traslochi (i miei), e della nuova organizzazione on line (della rivista), la mia rubrica si chiude, scarna, qui. Nel prossimo numero, che potrete visualizzare sul sito www.lagazzettadellantiquariato.it, rispondendo a tutti gli arretrati amplierò anche la rubrica con note tecniche – veri e propri articoli – a compensare.


Ma sempre, come nel passato, un saluto a tutti, un abbraccio ai pochi.