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L’Esperto

Rubrica di expertise gratuite

Autore: prof. Antonello Ferrero
In collaborazione con il Museo del Collezionista d’Arte – Metodi Scientifici d’accertamento, Milano


Hai ereditato o acquistato un oggetto e vuoi sapere quanto vale? Inviaci una richiesta di expertise gratuita!
• E-mail: info@lagazzettadellantiquariato.it
La richiesta di expertise deve essere completa di: foto dettagliate dell’oggetto; misure precise; firme e marchi (ove presenti).
Si dichiara che i pareri esposti nella rubrica sono espressi dallo scrivente in ottemperanza della Legge 14 Gennaio 2013 n° 4 in materia di professioni non organizzate in Ordini o Collegi.


Gentili lettori, stante il crescente numero di expertise che ci pervengono quotidianamente, vi informiamo che tutte le richieste saranno soddisfatte ma che potranno passare anche due/tre mesi dal vostro invio del materiale.
Le risposte, a meno di casi particolari – ritenuti tali dal prof. Antonello Ferrero – verranno date esclusivamente attraverso la rubrica “L’Esperto” pubblicata su www.lagazzettadellantiquariato.it. Pertanto, per poter rimanere aggiornati circa l’uscita periodica di nuove expertise, vi consigliamo l’iscrizione alla nostra newsletter gratuita.


Non so come, si è sparsa la voce che il perito è un veggente. Non è vero! Per valutazioni corrette servono più foto degli oggetti: fronte, retro, sotto, interni. Inoltre non risponderò più a quesiti su oggetti, quadri, mobili, mancanti di misure.


Settembre 2021


Signor Gianni Mauro, ho sempre sconsigliato – e trovo deprecabile – la compera di copie di dipinti sia pure di prestigiosi autori. Tali copie infatti, eseguite in maniera perfetta o con liberalità d’esecuzione da parte del copista, sia che abbiano un secolo o pochi anni costano molto a farle eseguire ma poi, a doverle rivendere, hanno bassissime quotazioni. I pochi antiquari o mercanti che le trattano le propongono a 2.000-5.000 euro (per dimensioni come le sue elencate) e, mi creda, le hanno acquistate a ben poco. Ora, se a lei piacciono, ed esclusivamente per il loro valore arredativo, le consiglio di comprarle soltanto intorno ai 500 euro, non di più. E personalmente ritengo sia meglio rivolgersi ad opere magari di non grande mano e autore ma autentiche per epoca e di gusto, oppure puntare su tanti artisti moderni privilegiando i figurativi o quelli che abbiano nella “forma” la loro bellezza esecutiva. Ce ne sono tanti, e magari in futuro potrebbero rivelarsi d’investimento. Prima di acquistare, però, me ne chieda parere se si tratta di autori proposti a caro prezzo. Detto ciò, mi riesce impossibile dover quotare le copie inviatemi, per quanto di prestigio esecutivo possano essere.


La signora Mariastella Verderio pone in visione immagini di una lampada a sospensione (cm 30 di diametro, senza indicarne l’altezza complessiva!) che a lei “sembra” essere della Peill&Putzler. Tale ditta vetraria, fondata nel primo dopoguerra a Duren (città della Renania-Vestfalia) in Germania, cominciò nel 1947 la produzione di lampade a petrolio, bicchieri e lampade artistiche soffiate a stampo in vetro opalino e cristallino. Nel 1950 la ditta iniziò una produzione industriale di pregio, lampade soprattutto, che coinvolse grandi designer nella progettazione, arrivando a dare lavoro sino a 1500 dipendenti. In seguito, primi anni 90, il marchio, trovò difficoltà sul mercato e cercò una soluzione trasferendo la produzione (esclusa quella delle lampade – e licenziando gli operai) in Slovenia, Polonia e Repubblica Ceca. Nonostante ciò, nel 1997 la ditta chiuse i battenti e continuò la sola vendita di enormi giacenze di magazzino (che ancora in certi siti continua, con mie profonde perplessità) consociandosi con altri produttori che ne sfruttarono variamente il marchio utilizzandolo per prodotti similari. Nel 2005 infine si è aperta e chiusa la procedura di fallimento nei suoi confronti.
Ebbene, signora, dalle scarne per non dire brutte foto, tenderei ad escludere la produzione tedesca, anche in ragione della mancanza dell’adesivo tenacissimo a mastice (prima in lamierino di ottone poi in plastica trasparente) che accompagnava generalmente la vecchia commercializzazione. Così anonima come si presenta, la sua lampada potrebbe essere un prodotto degli anni 60-70 del valore di 50-80 euro.


Mi scrive da Livorno il signor Edoardo Giannetta che, hoilui!, ha per amico un altro di quegli “antiquari” che , magari capacissimi in altri mestieri (che so: stagnino, verduraio, imbianchino edile, bidello) giammai potrebbero esercitare la professione di numismatico, così come lui ritiene. Signor Edoardo, mi dispiace che si sia affidato a siffatto personaggio per valutare le sue svariate “Bolle papali” da dividere poi tra i suoi figli, ma possiamo ancora rimediare. Allora: i detti “bolli plumbei”, apposti dai papi a ratificare documenti, assumono il loro valore economico non in base alla loro vecchiaia – come dichiaratole dal suo incompetente amico – ma soprattutto, così come le monete, in base al loro stato di nitidezza e conservazione. Poi, certamente, vi sono anche Bolle papali di sovrani religiosi che hanno governato pochi anni se non mesi o giorni, e certamente per quelle prevale la rarità degli esemplari. Ad esempio: una Bolla di Bonifacio VII (1294-1303) vale sui 150 euro, mentre quella del pur più tardo Paolo II (1464-1471) – ma in migliori condizioni e “lettura” – vale sui 600 euro; quella poi, di un Pio III (1503), papa che governò solo 26 giorni, come le dicevo, vale di più: sui 1.700-2.000 euro. Mi mandi una lista dettagliata delle sue Bolle (e anche delle medaglie militari di cui mi scrive) e le rimetterò le valutazioni delle case d’asta, ad oggi unici canali di commercio poiché anche per tali tipologie il mercato antiquario ordinario è andato a picco.


 

La signora Vanessa Belpietro di Settebagni (RM) manda in esame decine di Album di figurine di giocatori Panini editi tra gli anni 70 e 80, purtroppo non completi, chiedendone valutazione.
Signora in questo caso è chiaro che i suoi cataloghi devono essere esaminati dal vivo per appurare quali siano i giocatori, gli stemmi o scudetti mancanti e quale sia lo “stato” di conservazione dei volumi. Le consiglio di recarsi a Monterotondo, cittadina vicino Roma non lontana lei, dove ogni sabato del mese (orario 8.00-13.30) con qualunque condizione meteo, giacché al coperto del parcheggio delle Ferrovie dello Stato, si svolge i “Sabati dell’usato”, il più grande mercato al coperto del Lazio con oltre 150 espositori. Il luogo è dotato di servizi igienici custoditi e di un punto ristoro; comodo, il parcheggio posto sul piano superiore dello stabile, ma anche nelle vicine ampie strade attinenti c’é molta disponibilità di posto. Ma per lei potrebbe essere comodissimo arrivarci anche col la linea del treno da Roma (una sola fermata da Settebagni) che ferma proprio in prossimità del mercato. Una volta lì, le suggerisco di cercare lo stand di uno dei più grandi specialisti in Italia di tale settore cartaceo: il mitico espositore Pippo Zambataro, un’autorità in materia unitamente alla simpaticissima moglie Flora, che le potranno darle tutte le informazioni con grande serietà e rispetto (non fanno parte dei tanti mercantucoli avidi e da strapazzo che si trovano ovunque).


Al dott. Emilio Pindari che conosco da molti anni, rispondo pubblicamente e non telefonicamente affinché si intenda “alla luce del sole” il mio dire. La ialurgia (arte della fabbricazione e lavorazione del vetro), pur nella sua semplicità (fusione di sabbie silicati con aggiunta di fondenti vari) è procedimento altamente tecnico che cambia non solo da officina a officina ma addirittura da stessi lavoranti in una stessa fornace. Quindi, l’individuazione pedissequa del manufatto dalle sole forme è altamente difficile, e per giungere a dei risultati non certi ma almeno probanti occorrono difficili e costosissimi esami di laboratorio che non sempre portano a risultati utili. Le ripeto, dunque, che il suo vaso in “murrina” ha un aspetto cinquecentesco, ma l’assenza di iridiscenza “disfattiva” nella superficie, cosa vuole che le dica: non mi convince.


La signora Cristina Zannini continua con piacere la vexata questio sulla medaglietta devozionale religiosa del signor Parente, mandandomi del nuovo materiale: il resoconto dei diretti scavi effettuati a Pola in Istria, da me citati a supporto di datazioni riferibili ai secoli XI-XII come da mera notizia divulgativa appresa dalle agenzie giornalistiche cui sono abbonato. Nel precedente mese della rubrica scrivevo, appunto, che stavo riportando quanto appreso in un articolo di cronaca e non in una relativa “agenda o bollettino di scavo”, quindi… La mia era solo una prolusione dettata da tale lettura che riferiva di scavi archeologici in un edificio religioso medievale e non delle sue successive stratificazioni e di dove fossero state rinvenute le medagliette espresse. Nella sua ultima osservazione la signora Cristina, riferisce circa i diretti scavi da me indicati riportandone le conclusioni che fanno ritenere le topologie in oggetto come appartenenti ad un ben definito strato di scavo e periodo, cioè tra il XVI ed il XVIII secolo! Si confermerebbe quindi – inter nos, sino ad ora – tale datazione per la medaglietta oggetto della nostra indagine ma, che dirle… ancora non demordo. A questo punto, cercherò altre informazioni anche rivolgendomi al Pontificio Istituto di Archeologia Cristiana, dove conosco illustri studiosi e dove fu Rettore e professore un mio maestro, l’emerito epigrafista Antonio Ferrua (1901-2003), uno dei nomi più eccelsi che io possa vantare nel campo la mia modesta cultura speculativa.

Medaglietta devozionale, scavi di S. Teodoro, Pola (2015), ascritta al XVI-XVIII secolo

Signor Massimo F., è impossibile – almeno per me e da sole foto – riuscire a distinguere tra area sabauda e area francese come luogo di produzione del suo armadio in noce (cm 149 x h 222). Piuttosto, e a differenza del suo restauratore, non ascriverei il mobile ad un Seicento ma piuttosto ad un Settecento inoltrato, per via di tutte quelle traverse inserite sia nel davanti sia nella fodera, consone ad un secolo in cui per la costruzione ebanistica non si usava più conservare in deposito del grosso tavolame, e in cui, per l’avvenente produzione di massa, si ricorreva a legname non tanto stagionato e quindi necessariamente tagliato in liste di misure inferiori, “contenendolo” in traverse. Ma anche ciò dipende da molteplici fattori e vi sono anche mobili cinquecenteschi costruiti in siffatto modo. Altro non posso dire da sole immagini se non esprimermi circa una valutazione inerente, purtroppo al ribasso dei giorni nostri: 1.400-1.600 euro, difficilissima la vendita.


Il dottor Giorgio Montanari si è regalato per suo compleanno e per la sua collezione – presumo di livello – un bel vaso dell’illustre ceramista e scultore faentino Carlo Zauli (1926-2002). Il vaso (h 31 cm), produzione degli anni 50-60 di ottima fattura e disegno, come tante opere del genere ha subito in questi ultimi anni variazioni discordanti nel mercato, variazioni di valore che vanno dai 400 ai 600 euro e oltre senza una determinatezza, a seconda di chi vende e di chi compra.


Signor Roberto Talamo, il suo “misterioso” oggetto in ottone e vetro (h 15 cm, peso 1,400 kg) dovrebbe essere una pisside ecclesiale (contenitrice di ostie); nel foro apicale della pigna v’è un buco ove era situato il perno sostenente una croce. Novecentesca la fattura, probabilmente di area est europea ortodossa. Il valore, non determinabile a pieno se non dal vivo, in virtù della complessa fattura artigianale potrebbe collocarsi tra i 250 e i 500 euro, con ripristino della croce.


Signor Simone Tirinnanzi, la sua zuppiera prodotta dalla Ginori nel 2010 per la Missoni Home: “Aladdin soup tureen”, è valutata ufficialmente da catalogo (032-16852-0880) euro 521,72, ma non è più disponibile. Ne consegue, dunque, che è diventata un oggetto ricercato; purtroppo però ai nostri giorni, in un mercato che non premia più il collezionismo e la sua “bonne china”, se intonsa e perfetta, la sua zuppiera potrebbe valere dai 200 ai 350 euro e oltre, solo trovandone l’acquirente.


Signora Silvia Pizziga, il suo mappamondo in legno e carta pressata (h 60 cm, diametro 28 cm) redatto dal Prof. Cav. Schiaparelli di Torino è un bell’oggetto della sua epoca, primi decenni dell’Ottocento. Grazie allo stato di conservazione, e nonostante i tempi non felici per l’antichità tutta ed il collezionismo, penso che per rarità possa ancora valere intorno ai 500-600 euro.


La signora Anna Altieri ha trovato in un mercatino una tela (cm 43×40) firmata “romiti 79” che collegherebbe a Sergio Romiti (1928-2000), artista di fama, poliedrico e non appartenente, nel corso della sua esperienza artistica, ad alcun profilo o corrente pittorica. Benché non sorretto da mostre e/o eventi le sue opere negli anni sono state acquistate da enti, fondazioni e gruppi bancari che ne hanno spinto in alto il valore di mercato. Ora, venendo alla tela in oggetto, al di là dell’interpretazione pareidolica che la signora dà delle macchie e delle forme astratte e casuali contenute (addirittura scansionate e mandatemi in visione), l’opera non mi sembra riflettere la pittura tipica dell’artista da me visionata nei cataloghi, e ciò nonostante il Romiti, dal 1976 in poi, a causa dell’incomprensione della critica circa i suoi ultimi lavori e per le vicissitudini personali, abbia iniziato un periodo di ritorno alla “tentazione del colore”. Nella disordinata tela postami in visione non v’è l’impronta originale dell’artista “riconoscibile tra mille” (Montale), e devo quindi optare per un giudizio negativo sulla sua paternità, coadiuvato anche dalla firma apposta che trovo non soddisfacente.


Signore Nunzia e Katia, le valutazioni che do hanno a che fare con le aste e con il mercato in genere, va da sé che le trattative tra privati, tipo quelle che intercorrono nei mercatini tra venditore e compratore, sono un’altra storia. Accade questo: mentre gli operatori “professionisti” di tali luoghi mantengono comunemente e per determinate tipologie prezzi similari, un altro tipo di espositori, quelli che hanno ricevuto gli oggetti in regalo o li hanno recuperati svuotando le cantine, i pochi secchioni rimasti e le discariche, vende senza cognizione di ciò che ha, oppure non gli interessa saperlo, non avendo pagato nulla per averlo, tant’è che v’è compravendita tra gli espositori stessi. Tra questo genere di venditori si annoverano anche quelli che, pensando di avere tra le mani dei “tesori”, all’inizio chiedono cifre esorbitanti ma poi, col tempo, adeguano le loro richieste al “mercato”.
Per rispondere, infine, alla vostra domanda ripeto che noi della Gazzetta non operiamo né in trattative di vendita né in altre operazioni collegate.


Rispondo al signor Pietro Archis e unitamente alla signora Elena Zanni di Cortemaggiore (PC) che mandano immagini di quadri in loro possesso, suppostamente attribuibili a Filippo De Pisis (1896-1956) insigne pittore del 900 italiano. Ebbene: mentre il quadro della signora Zanni, pur firmato, è completamente fuori dagli schemi figurativi del Maestro, quello del signor Archis (cm 50×60) presenta una vaga somiglianza con i suoi canoni figurativi. Scrivo “vaga” poiché forme e colori sono stesi da mano seriale e diversa dalla scansione del De Pisis. E v’è di più: dove il lettore individua la firma dell’autore in “Pisis” io leggo, viceversa, “S. Faina”, ed è infatti molto diversa dalle firme “pur di getto” – come il lettore afferma – del grande artista. Inoltre, dalle foto del retro evinco che telaio e tela non riflettono vetustà sufficienti a collocarli negli anni 50 del 900.


Signor Valter Suich il suo vassoio (cm 35,5×29) è stato probabilmente prodotto da una delle innumerevoli fabbriche toscane agli inizi del 900 (Pera, Malloggi, Palme, ecc.) nel classico modello (copiato dalle ditte inglesi che lo avevano estrapolato da modelli orientali) detto “Willow” o “modello del salice”, il leone e l’unicorno sono desunti dallo stemma reale britannico. Il suo valore è variabile dai 120-150 sino ai 250 euro, non riuscendo a leggere e ad individuare specificatamente la fabbrica che lo ha prodotto.


Il signor Nazzareno Pica rinvia foto – questa volta ottimali e fornite di spiegazioni utili – dei cassettoni Luigi XV che nel tempo, come il lettore scrive, hanno subito dei cambiamenti nei vari restauri (maniglie, serrature, aggiunta di traverse di legni vari). I mobili in sé hanno decisamente un’ebanisteria costruttiva di rispetto ma riflettono, a mio avviso e dalle foto, un’epoca più tarda rispetto al loro periodo precipuo (dai primi decenni del 700 all’ultimo quarto), ovvero appartengono, direi, alla metà e oltre dell’800. Ma ciò non ha grande rilevanza dal punto di vista monetario in quanto tali mobili ai nostri giorni hanno valutazioni da decine di migliaia di euro solo se sono perfetti, documentati per epoca, originali in tutte le loro parti e in prima patina, se non originale almeno simigliante. Devo quindi valutare la coppia di cassettoni con il metro del mercato e dei mobili derivanti o copie: a seconda di chi vende e di chi compra, dai 3.000 ai 5.000 euro, anche se il solo buon restauro potrebbe costare tra i 1.200-1.500 euro a pezzo.


Signor Roberto Contisciani, sia gentile! …non può sottopormi per immagini il quadro di un sommo maestro come Goya pretendendo che io possa parlare di autenticità e valutazioni. Un perito può anche discernere e valutare senza essere un esperto precipuo di un determinato autore, ma solo e soltanto avendo la possibilità di studiare accuratamente una data documentazione di origine e provenienza in originale allegata all’opera, e potendola controllare nelle sue fonti: passaggi di proprietà, expertise, catalogazione, ecc. e naturalmente, avendo il quadro nella disponibilità per poter effettuare esami visivi accurati critici ed eventualmente di laboratorio. Fatto ciò, poi, v’è tutta la disamina del mercato internazionale delle vendite antiquariali e delle aste, ed ancora c’è da contattare fondazioni, mercanti ed altri esperti. Insomma, un lavoro alieno dal mio semplice operare in una rivista – pur specializzata – di massa. Mi spiace quindi non poterla aiutare nella sua richiesta.


E per chiudere, anche questo mese non mancano le richieste riguardanti gli pseudo “capodimonte”

Inizia la signora Anna Gaia Mastromauro con due vasi (36 cm) marcati “capodimonte” e riportanti la “corona” della Ginori, modelli usati oramai anche dalle ditte cinesi. Signora la prego di leggere le rubriche precedenti dell’esperto dove più volte parlo della dizione “capodimonte” che oramai – negli anni – è diventata sinonimo di modello tipologico e non di località precipua di provenienza o manifattura dell’oggetto, tant’è che, esportato per oltre un secolo, è stato proposto nelle varianti più belle e di stile dalle fabbriche di porcellana tedesche, ma non solo, e che ha oggi, ripeto, ha raggiunto le manifatture asiatiche. I suoi vasi (h 36 cm) sono riferibili, d’impatto, alla produzione ceramica anni 50-60 del 900 di Sesto Fiorentino, e di origine toscana è il cognome del decoratore – a me sconosciuto – che si firma O. Bruschi. Per il loro valore arredativo i vasi raggiungono i 200-300 euro, senza alcuna rottura e/o difetto.


Il signor Francesco Pagano manda foto di una ceramica firmata “Mollica” con il solito riferimento a “capodimonte” (perlomeno il fondatore della manifattura, Giovanni Mollica, aveva lavorato realmente nella Real Fabbrica Ferdinandea), dono di nozze ai suoi genitori nel 1983. La ditta Mollica, però, ha cessato la produzione già nel 1978, quindi la sua ceramica, signor Francesco o è una rimanenza di magazzino o, ed è molto facile, è una riproduzione “Mollica” operata da una delle centinaia di ditte campane usuali a tali “marketing”. In entrambi i casi comunque, tali prodotti hanno un basso valore di mercato stimabile (come verificabile da offerte anche nel web) tra i 70 ed i 120 euro.


E come sempre, un saluto a tutti e un abbraccio ai pochi.



Agosto 2021


PREMESSA

Vorrei brevemente fare una premessa per i lettori tutti che a migliaia seguono questa rubrica. L’espertizzare in toto: quadri, mobili, oggetti, ecc. richiede sia una vasta conoscenza sia una preparazione pluridecennale di studi e consultazioni, ma ciò non sempre basta e il rischio della “cantonata” è sempre dietro l’angolo, soprattutto se si consulta da sole immagini! Se solo pensassimo alle tante sviste e brutte figure prese da immensi critici e professoroni nel campo delle arti, dell’archeologia, e della storia, con super perizie e reperti a loro totale disposizione, ce ne faremmo subitaneamente ragione.
Anche il più modesto Ferrero è conscio che il suo “pontificare” va inteso come parere, e solo, seppur dotto che possa essere o tale possa apparire, e il buon uomo diventa sarcastico – se vogliamo offensivo – allorquando le cose sono macroscopicamente esagerate. Solo allora è d’uopo che egli prenda nettamente posizione, ma non per ergersi a chissà quale statura, no!, semplicemente per impedire agli asini di alzar la testa come cavalli (chiedo venia ad animalisti paritari e congreghe a protezione dell’asino). Ogni riferimento a cose e persone è fortemente voluto.


Signor Federico, la sua scultura (h cm 69, 8 kg di peso) è opera sui modelli dello scultore A.J. Scotte (1885-1905). Decine e decine di fonderie come la Mark D & JR dal primo ‘900 sino agli anni 40-50 e oltre – datazione quest’ultima che sembrerebbe essere attribuibile alla sua opera che presenta una patinatura neanche fissata a fuoco – hanno continuato a riprodurre all’infinito queste varie statuine in lega di metallo povero: antimonio-zama o zinco arricchito con qualche fondente. Fosse dei primi del secolo (1906) oppure postuma, la sostanza ed il valore non cambierebbero: sui 300 euro, come oggetto d’arredamento niente affatto richiesto dal mercato.


Signor Pisino, presumo che per “pozzo pestifero” lei intenda la buca fatta nel terreno dove venivano gettati tutti gli oggetti e le sostanze organiche (dai legni, ai pagliericci, ai panni appestati) in caso di pestilenza, ma non certo i metalli e le ceramiche che il “fuoco purificatore” sotto forma di torce, provvedeva a “sanare”. Questo è sempre stato, sin dai tempi remoti, il rimedio principe delle genti che, tra l’altro, non si potevano permettere di “buttare” (e “butti” infatti si chiamano i pozzi di scarico o di rifiuto sia domestici sia sanitari) via cose di valore come le specificate.
Il suo secchiello o paiolo in ferro brunito (cm 20×25), a vista, potrebbe essere stato prodotto da una metallurgia italiana del XII-XVII secolo (per appurarlo in maniera precisa occorrerebbero esami visivi e di laboratorio). Ho scritto italiana in quanto, diversamente, in Oriente o in Africa tali manufatti, realizzati con pezzame di ferro rimediato e martellato poi unito da “rivetti” di ferro, sono stati prodotti sino ai primi decenni ed oltre del ‘900 da popolazioni di estremi villaggi ai confini del mondo evoluto e industriale. Dedurrei il suo paiolo nostrano per la forma e la lavorazione, e interessante solo per raccoglitori/collezionisti di civiltà contadine che, come ho di già scritto, non sono soliti essere dispendiosi. Comunque, con pochissimi acquirenti interessati e mancante di una perizia scientifica di laboratorio, la valutazione è di 120-150 euro, se corrispondente ai canoni italici detti.
E passiamo al suo secondo quesito riguardante un libro: Viterbo nei suoi monumenti (1915-20 – Stab Edit. Capaccini – in 625 copie numerate in 4°) rispondendo così anche alla signora Tatiana V. di Tarquinia che ne ha una copia analoga, e che ha letto che in un mercatino della carta di Viterbo lo esponevano come rarissimo (?). Signori, il libro veniva venduto (questo luglio circa) a 187 euro dalla libreria specializzata Sergio Trippino di Gavirate (Va), con accluso l’indice generale A-Z. I vostri esemplari, pur numerati ma mancanti di tale appendice, penso possano valere sui 150 euro al massimo.


La signora Dana De Luca pone alla mia attenzione un servizio da caffè da otto, classico della inglese Royal Albert (1896) di Longton, ditta specializzata in porcellana (bonne china) per servizi da caffè-the-colazione. Il decoro del suo insieme, denominato Old Country Roses del 1962, lumeggiato in oro, è il più famoso della manifattura, prodotto probabilmente dopo il 1980 (solo da tale data v’è riferimento all’anno in cui fu ideato il modello precipuo e la sigla Ltd (dal 1970) (Private Limited Company). Ma… ma la fabbrica ha ripetuto e ripete continuamente i suoi modelli con una frammistione di sigle difficili da specificare. Ciò, però, poco conta, tant’è che tali servizi vengono venduti agli stessi prezzi, sia i vecchi che i nuovi, anche perché il marchio ha cambiato proprietà e interessi in centinaia di anni. Solo i servizi veramente antichi hanno mercato nella sola Inghilterra. Il suo vale sui 200-250 euro, se non ha difetti.
L’orologio da tavolo al quarzo (cm 14) marca Hettich (Ugo Hettich, grande orologiaio tedesco autore di innumerevoli brevetti nell’orologeria popolare, fallito nel 1984) modello anni 70-80, con decorazioni blu lumeggiate oro alla maniera di Sevres, può valere, se funzionante sui 250-300 euro.
La figurina in bisquit (cm 13) della serie “capodimonte”: Florence 1987, è produzione del famigerato scultore Giuseppe Armani (1935-2006) che, oltre ad aver creato una serie industriale di figurine e statuette, è stato anche imitato e riprodotto. Messi da parte alcuni pezzi in edizioni limitate e belli, il resto è “bombonieristica” che viene fatta pagare un occhio della testa nei negozi di regali e affini, ma che certo non vale i 200-300 euro (e oltre da individui problematici) a cui viene proposta anche nei siti on-line di vendita, ma piuttosto i 60-80 euro dei mercatini, e per gli amanti “ohiloro” di tali cose.


Signor Massimo Ferrario, mi complimento innanzitutto con lei per le tante ed esaurienti foto inviate relative al suo troumeau, un doppio corpo in rovere (h cm 2,08×1,05×40 di profondità). Tanti lettori – non so per quale motivo, dato che ai nostri giorni spedire foto online non costa nulla – per quesiti simili mi inviano, peggio per loro, solo due/tre scarne immagini a volte anche sfocate o storte, quasi avessero qualche patologia deambulatoria. Devo dirle inoltre che ha un bell’occhio: in quell’accenno alle corone floreali rivoluzionarie francesi lei denota comprensione e gusto, e sì! come da lei ipotizzato il mobile – di area savoiarda francese – è un eclettismo di fine ‘800. Purtroppo, come già saprà, il valore dei mobili antichi, tutti, ha avuto un tracollo mostruoso, sono stati praticamente cancellati dal mercato e ognuno vende come può e a chi può. Pertanto, sugli 800-1.000 euro, come valutazione standard ai giorni nostri.


Signora Laura Merlo, no! purtroppo i vasi “Gallè” (Emile Gallè 1846-1904) che le hanno regalato (h cm 36) non sono certo pezzi della prestigiosa ditta francese. I non giusti colori e il dozzinale decoro sono confermati da una improbabile firma. Li ascriverei ad una bassa produzione rumena, per un valore arredativo di 70-100 euro la coppia (per chi ama tali cose).


Signora Bruna Stimpfil, il suo servizio incompleto di 22 pezzi è una produzione della MZ – Cecoslovacca, fondata a Stara Role nel 1810 da Benedict Heblascher in Austria, ma il marchio MZ fu apposto al fallimento di detta manifattura allorché venne rilevata dalla banca austriaca Moritz Zdekaur. Nel 1945 fu nazionalizzata dal Reich tedesco. Nel dopoguerra, sempre nella città di Stara Role divenuta territorio cecoslovacco, riprese la produzione ed il marchio del suo servizio è proprio quello impresso dal 1948 e per tutti gli anni 50. Al di là della sbeccatura su un pezzo e di una felatura su un altro – che dimostra come tale servizio sia stato ben usato o mal tenuto – tali tipologie non hanno valore elevato attestandosi sul centinaio di euro l’insieme.


Signora Monica Oppici, il suo servizio completo da 12 (54 pezzi) appartiene alla prestigiosa manifattura “Bernardaud” di Limoges, con esordi del fondatore Leonard nel 1883, che tra l’altro acquisì nel tempo la Ancienne Manufacture Royale di Limoges in auge dal 1737, azienda proseguita con i discendenti ed ancora attiva. Il decoro dei suoi piatti è denominato “Chateaubriand blue” ed è stato eseguito dal 1920 credo sino agli anni 1972, sono infatti lacunose e incomplete le notizie esternate dalle fabbrica e quelle presenti nei documenti. Comunque, di per sé i servizi da tavola sia pur prestigiosi come il suo, hanno pochissimi acquirenti ai nostri giorni nella loro interezza, vendendo invece singolarmente i pezzi si può avere una piacevole sorpresa: la zuppiera, ad esempio, si potrebbe vendere a 350-500 euro (c’è chi chiede pure – esagerando – il doppio); i piatti da portata vanno dagli 80 ai 120 euro, ecc. Ma dovrebbe mettere in rete piatto per piatto, pezzo per pezzo, e questa la vedo un’operazione difficile e più riservata a venditori in rete e similiari di mercatini. L’intero servizio io lo valuto (se con pochissima usura e senza rotture) sui 700-1.000 euro.


Quadri

Signor Francesco de Venuto, eh sì! mi sta chiedendo troppo. Non saprei cosa dirle in merito all’autore del quadro con ritratto di sua madre bambina in una Roma novecentesca (cm 58×42). Certamente si tratta di un mestierante di bella mano e la pittura lo dimostra, ma sapere chi possa essere tra le migliaia di pittori che sono confluiti nella Capitale (in ogni secolo) per brevi o lunghi periodi che fossero, è praticamente impossibile. La ringrazio per le sue belle parole circa il mio operare e l’abbraccio virtualmente.


Signor Daniele Postiglione devo essere franco, le due sue pitture che le sembrano molto belle in realtà sono poco apprezzabili, abbozzate nelle forme e nei colori, tanto da far dubitare persino siano autentiche del buon pittore partenopeo Giovanni Parlato (1956), un figurativo di mestiere che mi parrebbe di altra più sicura mano. Comunque, io non ho altro da dirle se non di rivolgersi alla Galleria d’arte Engema, a Nocera Inferiore, che lo ha trattato e lo tratta (tel 081.910757) o che potrebbe metterla in contatto con l’artista di cui, personalmente, non ho riferimenti.


Sono tante le persone che per professione od occasionalmente espongono nei mercati e mercatini, e che mi chiedono una valutazione delle loro merci non avendo trovato risposte in Internet.
La signora Pina L., valente commerciante da oltre vent’anni nei mercatini laziali e umbri, mi riferisce che le hanno proposto l’acquisto di due disegnini di paesaggio alpino (cm 20×10 ognuno) del pittore torinese Alessandro Toma (1874-1960), e mi chiede, ad occhio e mandando una brutta foto non pubblicabile, quanto li potrebbe pagare. Signora Pina, io considero il Toma Alessandro uno dei più interessanti pittori del ‘900 italiano, e questo ancor prima che qualcuno nel mercato e nella critica – e solo agli inizi del 2000 – si accorgesse della potenza coloristica di questo insigne artista. Il Toma trasferitosi a Roma per molti anni nel corso del ‘900, fu uno dei pittori che aderì al gruppo dei “XXV della Campagna romana”, un artista di grande acutezza e meravigliosa sintesi compositiva del colore e della luce. Purtroppo, come tanti grandi la cui opera non fu valorizzata dopo la scomparsa né da critici né da galleristi, il Toma è stato dimenticato e quindi le sue opere non godono di quotazioni di mercato, non apparendo neanche in incanto d’aste. I disegni con le Alpi, poi, ancor meno, forse avranno un loro mercato in terra piemontese. Che dire: un centinaio, ma anche meno, di euro cadauno, per tenerli o per proporli magari a qualche collezionista alpino al doppio?


Paoletta Fierro dalla provincia di Terni, manda in visione un quadro (cm 60×35) a suo dire dell’ottimo pittore torinese Demetrio Cosola (1854-1895). La signorina: dopo aver consultato Internet ed un suo amico “antiquario in mercatini vari” (sic), dopo aver fatto le ricerche sull’autore (vita, morte e miracoli), nonché dopo essere già stata edotta circa la valutazione ufficiale e di mercato alla predetta opera, di tutto questo mi mette a conoscenza e in finale della mail mi chiede: “è d’accordo? Signorina, la parte iniziale con percorsi e attribuzione dettata dal suo “antiquario” (a cui suggerirei l’apertura di un buon banco di onesta frutteria) assegna al Cosola un’opera che certamente per esecuzione non gli è appartenuta allora e né mai lo sarà (suppostamente datata 1870). Non mi sperticherò qui sulle differenti cifre stilistiche di appartenenza, ma sul telaio degli anni 50-60 del ‘900 in cui tale dipinto è racchiuso sì! e anche sulla tela nel cui retro, e artatamente, anilinata è riportata la dicitura “cosola” in minuscolo (per di più). Rimango esterrefatto al pensiero che qualcuno, sulla base di queste evidenze, abbia potuto costruire una storia e esprimere un’appartenenza esecutiva. E vado oltre: il talloncino ai bordi non è di una galleria prestigiosa ma di un corniciaio se pur eccellente, Carlo Grassi di Milano (dal 1925) con ancora attiva la sua ragione sociale; il timbro Cav. Comm. Grand’Uff. Prof. Edmondo Pasquini storico delle Religioni (?), per di più con abrasioni sul suo indirizzo, è una di quelle apposizioni tipiche dei rigattieri truffatori seriali – quante ne ho viste! – che hanno a disposizione nella loro paccottiglia di tutto e di più. Completa il tutto, o il poco, un 1870 stampato non allineato con timbri di gomma singoli!
In parole povere la sua tela è sul davanti di onesta mano pittorica sconosciuta degli anni 50-60 del ‘900, e sul retro riporta prove dell’intervento di ignoranti personaggi dediti al turlupinio di persone come lei e/o del suo amico improbabile connaiseur. Valore sui 200-250 euro.


Il signor Elio manda in visione una piccola tavoletta ad olio (cm 16×13) che asserisce essere datata 1859 e firmata dal pittore americano W.J. Hais. Signor Elio, v’è stato un artista – non ho dati per dichiararlo americano – William Jacob Hais, di origini francesi (Les Hais è un comune della Borgogna), nato nel 1830 e morto nel 1875. Potrebbe essere lui l’artefice della sua opera, visto che un’altro americano, questa volta certo, tale William Hais (1872-1934), per dati anagrafici naturalmente non può esserlo. Comunque, il dipinto non è di grande spessore artistico e non avendo l’autore in questione un mercato, posto sia autentico, devo valutarlo come opera arredativa ottocentesca: da 250 a 300 euro, cornice compresa.


E ancora, ancora… Capodimonte!

Al signor Silvio Scardulla, che leggendo frettolosamente o non leggendo affatto le continue e ripetute risposte date in questa rubrica negli anni in merito agli oggetti “pseudocapodimonte” ancora non si è convinto (sic), hanno donato un calamaio con marchio scudo GB e tre stelle con la scritta “capodimonte”. Ebbene signor Silvio, se avrà la costanza di sbirciare le offerte in internet troverà a josa pezzi di tale ditta cui viene assegnato un valore dai 30 ai 70 euro. Lei insiste scrivendo che ha un documento (?) che lo stila come “autentico capodimonte 1800” (sic), e poi, imperterrito, aggiunge: “ma nella ceramica v’è scritto made in Italy, glielo avranno aggiunto dopo” (sic). Rimango basito! Mi segua attentamente: chi ha stilato detto attestato è un semplice truffatore seriale, la sua ceramica di cui ad oggi non conosco l’origine precisa (probabilmente di fabbrica vicentina o piemontese) è prodotto degli anni 80 del ‘900 e può valere al massimo 100-150 euro. E se non è ancora convinto, penso che ce ne faremo entrambi una ragione.


La professoressa Almaide Nunzi da Firenze, gran signora di classe e bon ton che scriveva in riviste femminili del dopoguerra su arredamenti e stili, si dichiara profana della ceramica e porcellana: “tali ninnoli non mi son mai garbati” (sic), e mi esorta a darle valutazione sommaria su un “capodimonte” regalatole da una sua nipote “con “interesse” (all’eredità) (sic),e che lei oltretutto ritiene semplicemente “orrendo”. Concordando e deprecandone il solo possesso (da una signora come lei, per giunta), non esito a suggerirle il suo naturale ripristino nella “raccolta differenziata” alla quale forse è stata sottratta, e al contempo a cancellare dall’elenco dei suoi eredi la nipote: obnubilata per aver comprato una simile cosa a caro prezzo, oppure scaltra per averla avita al costo massimo di pochi euro presso qualche basso rigattiere.


E infine… segue il botta e risposta circa la vexata questio della medaglietta religiosa e la sua datazione

L’attenta lettrice Cristina Zannini, appassionata e conoscitrice di medagliette devozionali religiose, entra in discussione sul quesito del signor Parente (“novela” dei mesi Aprile – Maggio – Giugno) e della sua “placchetta” in lega (ottone-bronzo) raffigurante, scrive, la “Madonna del Monte Carmelo”. E anche attenendosi all’epigrafe riportata nel reperto che lei indica come: “M(madonna) D(del) CAR(carmelo)”. Ed ha pienamente ragione riguardo l’identificazione dell’iconografia “mariana”. D’improvviso ho focalizzato l’immagine-stereotipo e mi sono dato dello stupido. Era la prima cosa che avrei dovuto notare e non tanto da esperto precipuo di produzioni minori di culto (quale non sono) ma certamente da studioso di patristica e di simbologie religiose: il modello bizantino di “madonna Hodeghétria” è mutuato in seguito in varie tipologie tra cui la nostra. A mia discolpa, il fatto di non poter dedicare – viste le centinaia di richieste che giungono mensilmente – la specifica attenzione ad alcune che mi coinvolgono con altri lettori e che, pur permettendomi a volte di espletare e analizzare, non visiono attentamente. La signora Cristina, precisando che la materia è poco conosciuta e che esiste scarna bibliografia in merito, manda del materiale inerente la comparazione tra vari esemplari per stabilirne una presunta datazione che lei indica come “probabilmente riconducibile ai secoli XVI-XVII”, e ciò citando valenti studiosi della materia che scrivono come non si siano trovati esemplari antecedenti i detti secoli. Forse, però, quest’ultimo “passo” mi convince un po’ meno. Dal punto di vista dell’iconografia mariana, il culto della Madonna del Carmelo è indubbio come si manifesti ed appaia nel detto Monte (sede già dell’asceta Elia e di sue predicazioni al culto monoteista) a Simone Stoch (santo carmelitano eremita) nel 1251, e si sia sviluppato inizialmente in quel periodo insieme alla sua iconografia. Mi sfugge sempre, mi scusi, come chi radicato per carità non per supposizioni proprie ma per appunto studi noti e qualificati, tralasci e non menzioni quanto un’altra parte – sia pur minima – propone. Ho pubblicato di medaglie simili per non dire uguali nella tipologia a quella del signor Parente, repertate da archeologi e presenti nel Museo archeologico dell’Istria, in vari strati tra cui in ambito di un convento e di una chiesa paleocristiana (XI e XIII secolo) in rione S. Teodoro a Pola, con addirittura, tra le immaginette trovate, proprio una “Madonna del Carmelo) e se vuole altro le posso documentare di ritrovamenti analoghi in aree unicamente medievali; ma lei non ne fa minimo cenno! Mi ricorda, mi perdoni, un mio amico noto e professionale araldista che continua a far propria la convinzione (e comune a tutti i suoi colleghi) che gli scudi araldici di appartenenza alle famiglie nobili non siano esistiti prima del XV secolo. E ciò nonostante io avessi trovato un’emblema/scudo scolpito in travertino giallo – appartenente alla famiglia campana/romana Capocci – impresso in una malta datata scientificamente (da laboratorio) XII secolo. Avendoglielo sottoposto in esame, l’amico araldista ha preso tempo per un responso: ma sono passati vent’anni! La mia semplice obiezione era ed è sempre la stessa: ma nelle battaglie medievali di selvaggi mucchi eterogenei di uomini, come facevano a riconoscersi negli scontri senza alcuna e determinata insegna dei capi? E infatti poi ultimamente, in un dossier (rivista “Medioevo” giugno 2020) circa i riscontri storici sulle fasi della famosa battaglia tra Guelfi e Ghibellini a Campaldino (Arezzo), leggo elencate e raffigurate singolarmente “le armi” – ovvero gli scudi con tanto di disegni e simbologie e attribuzioni – delle decine di famiglie da una parte e dall’altra schierate, e siamo all’11 giugno del 1289! Tutto ciò a dirle che esistono – secondo pur non esaustivi ritrovamenti – delle possibilità che tali tipologie di medaglie, come quella del signor Parente, possano avere origini anteriori ai secoli XVI-XV. E gliela dico tutta: la stessa “legenda” o epigrafe nella medaglia mantiene per me un carattere arcaico con MD per il greco “meter theù” declinato nel latino “mater dei”, e la solitaria CAR da lei rilevata – come giustamente in “Carmelo”, o e anche se, come da lei interpretata la scritta in M(mons) D (del) CAR(carmelo). Il mio semplice ragionamento non costituisce, naturalmente, alcuna prova; “le officine” che producevano tali piccoli manufatti erano situate in conventi – santuari di culto – cappelle di varia estrazione ordinale e conseguente cultura. In finis, la mia disamina è un semplice apporto discussivo, un’interrogazione, una speculazione ammessa e non concessa, non è né vuole portare ad alcuna risultanza di carattere probatorio, che è compito di ben altri studiosi. Tanto più che i miei dubbi sono espressi in ritrovamenti non significativamente accertati, e di cui ho letto e visionato solo come presentazione alla stampa di mera cronaca. Voglio comunque ringraziarla, Cristina, per il suo valente contributo al dibattito a cui vorrei – a questo punto per acquisire maggiore conoscenza – che altri si unissero. Nel frangente, sto pensando al lettore Parente, proprietario della medaglietta, e a quando potrò scrivere che il suo reperto – prima che lo pulisse e spatinasse a dovere in maniera invereconda – come documento medievale rarissimo sarebbe valso 10.000 euro! Scherzo, ma non troppo.

Da sinistra: Pala del maestro della Madonna del Carmine, 1268 (Cappella Brancacci – Basilica S. Maria del Carmine Firenze). A destra: Ritrovamenti a S. Teodoro, XI-XII secolo – Pola, 2005 (Museo Istriano)

E come sempre, un saluto a tutti e un abbraccio ai pochi.



Luglio 2021


Nuova strategia delle case d’asta
Come scritto per anni, e ai sensi di legge, le case d’asta non sono dei venditori in proprio di beni ma affidatari e tramiti (sensali) d’altri. Detto ciò va da se che operino in buona fede, così come un immobiliarista che venda una casa, e non siano tenuti a garantire pedissequamente del trattato e venduto bene.
Costringere le case d’asta al risarcimento per opere non rispecchianti quanto descritto in catalogo è operazione (anche economica) assai ardua, anche per le innumerevoli avvertenze che pongono nelle “condizioni” scritte al riguardo. Ma evidentemente qualche illuminato giudice ritenendo queste aziende non più parti terze rispetto alla vendita (e fatti i calcoli di come con le commissioni pretese da chi vende e da chi compra esse risultino a volte i maggiori percettori di denaro), le ha assoggettate – in caso di accertata disparità nel dichiarato – ad onerose restituzioni totali di Iva, depositi, commissioni, spese legali e quant’altro, e non soltanto al risarcimento della mera cifra sborsata dal compratore, come era nella sinora comune prassi.
E allora cosa stanno facendo le case d’asta negli ultimi tempi? Non tutte, naturalmente (che vi sono quelle che tengono ad un certo prestigio ma diverse, riportano nei cataloghi valori non reali e confacenti gli oggetti, partono cioè da cifre molto basse (che certamente poi in corso d’asta salgono vertiginosamente). In questo modo un domani esse potranno mostrare nelle aule, come i loro esperti non ritenessero l’oggetto di vetustà e di valore al di là del dichiarato, e che sono stati i partecipanti all’asta stessa, fallaciamente o meno, ad intendersene e far crescere le stime. Esse hanno poi ai nostri giorni l’opzione (esplosa con la pandemia e con le sedute d’asta virtuali) di poter inserire telefonate “anonime” che rilanciano ad altre cifre nel caso un’aggiudicazione si profili – per mutui accordi in sala, disinteresse o altro – bassa a loro vedere e interesse. Ed in più, è certamente una sagace operazione commerciale quella di far credere che con poche centinaia di euro – da catalogo – ci si possa aggiudicare una “specchiera romana dorata del XVII secolo” alta 170 cm, con intagli e volute in legno”. Andate in asta e vedrete all’opera gli scaltri mercanti d’asta!


Signora Elsa Gianlongo da Roma-Gianicolo, non vorrei peccare di vanagloria reputandomi un discreto conoscitore di marmi antichi, sebbene non certamente al livello del suo amico professore architetto Dario Del Bufalo, dal Castello della Cecchignola a Roma, che ho conosciuto anni fa tramite l’artigiano cosmatesco Alberto Locatelli appunto nella sua avita dimora, il quale è indubbiamente uno dei più grandi esperti di lapidei antichi in Italia e quindi al mondo (e che lei, signora, poteva quindi consultare senza ricorrere alla mia modesta conoscenza). Autore di valenti pubblicazioni ed articoli in materia Del Bufalo è anche un grande collezionista nel campo (mi pare di aver veduto anni fa parte della sua collezione alienata in asta, ed ora anche il castello). Ebbene, Seppur senza essere un esperto al suo livello, debbo dirle però che: a) la casa d’aste Wannenes di Genova seduta del 15-16 maggio 2018, classificava la vasca del XIX secolo genericamente in marmo, mentre, più precisamente, i tratta di marmo numidico (dall’antica Simitthus in Tunisia) ovvero “giallo antico”; b) la sua coppa è invece in “giallo senese”, un marmo indubbiamente antico (milioni di anni di formazione geologica) ma che iniziò ad essere usato “industrialmente” nel XVI secolo cavandolo dalla “montagnola” di Siena.
Spiegandomi in maniera empirica e nella generalità per farmi intendere: la differenza tra i due marmi è che il “giallo antico” ha un colore più acceso e carico tendente al crema, e ove abbia “brecce”, esse sono sull’arancione/rosso, pertanto più consistenti rispetto a quelle del marmo “giallo senese” che è pallido, sul limone, e con “brecce” (ove ne abbia) meno intense nel colore.
I marmi differiscono, pur essendo gli stessi come genere e formazione geologica, da nazione, territorio, nella stessa cava in “fronti” diversi di estrazione, ed esistono in migliaia e migliaia le varietà. Quello che generalmente si tenta di fare è non solo il raffronto visivo ma l’excursus storico di un dato lapideo.
Lei che è di Roma, vada a vedere la Basilica di San Giovanni Bosco che affaccia sull’omonima piazza in zona Tuscolana e costruita tra gli anni 50-60 del Novecento su progetto dell’architetto Gaetano Rapisardi, potrà ammirare una parete meravigliosa di 4.000 metri quadrati in lastre di “giallo senese”.


Signor Alessandro Spila, eh sì! ha ragione lei, le foto inviate sono orribili, e analogamente il secondo esperto che ha definito le sue statuine (cm 19) – pseudo bottega veneziana di Geminiano Cozzi – delle (brutte) imitazioni recenti. Si evince ciò dal modellato, dai colori e dal tentativo maldestro di invecchiarle con patine marroni in evidenza sul fondo.


Signor Nazzareno Pica, è interessante il suo vassoio ovale da portata, decoro “willow”, senza marchi (cm 42,5×31,7). Il modello dell’elefante raffigurato lo toglie dal novero delle produzioni soprattutto pisane (Pera, Malloggi, Palme, Renzoni… e Ginori, nonostante il piatto da portata porti un’etichetta adesiva che lo identifica come venduto a Lucca dalla S. Giusto Antichità operante e attiva credo sino agli anni 70) che emulavano le terraglie inglesi nell’ultimo quarto dell’Ottocento, a loro volta “copiatrici” delle porcellane cinesi che venivano introdotte in Occidente dalla Compagnia delle Indie, e anche dalle altre italiane (almeno io non ne ho mai visto pur essendo un certo cultore della materia e tipologia). L’unica manifattura riproducente tale modello particolare, che io sappia, è l’inglese John Rogers & Son, poi Rogers-Dale Hall e sino al 1882. Il suo vassoio lo daterei a quest’ultimo periodo per le misure, che nelle prime produzioni della ditta (1830) e nei decenni seguenti erano diverse. Anche la Wegdwood che riprese alla fine dell’Ottocento i modelli della Rogers, potrebbe esserne la produttrice, ma non lo credo sia per la formatura del piatto sia per la mancanza della stampigliatura del marchio che era sempre presente, mentre così non era negli ultimi periodi della Rogers. Quindi per ora si accontenti di queste spiegazioni, anche perché senza marchio (che le avrebbe dato valutativamente qualcosa in più) e con qualche felatura e difetti intravisti da foto, la ceramica non può valere, nonostante l’imponenza, più di 200 euro.
Scarne anche le foto dei cassettoni stile Luigi XV, con particolari non evidenti e senza alcuna spiegazione. Pertanto, il mio giudizio è similmente approssimativo. La coppia in questione ha misure leggermente diverse (cm 123-27×83) e ciò potrebbe indicare un’origine artigianale, ma… ma il retro tradisce una fabbricazione fine Ottocento primi Novecento tipica dell’industria e non vedo le pesanti e barocche usuali maniglie dello stile (il cassetto si aprirebbe tirando la chiave inserita nelle bocchette?). Cosa altro vuole che le dica?


QUADRI

Signor Mauro Giovanni, il pittore Lorenzo Sirotti (1932-2017) di Cesena non è recensito dalla critica né è presente sul mercato, è sicuramente molto meglio conosciuto a livello locale.
In rete, un tale (escluderei con intenti truffaldini ma piuttosto con un disagio psichico) pone in vendita le sue opere a decina di migliaia di euro! In realtà l’artista, autodidatta di modesto spessore artistico, non è mai riuscito ad avere né interesse culturale né granché monetario nel corso della sua carriera. Distinguerei però, a mio modesto avviso, due fasi artistiche ben distinte. Nella prima, che va dal 1947 (cioè dagli esordi della sua pittura) fino agli anni 70, l’artista operò con una valenza compositiva non disdicevole. Nella seconda, forse dagli anni 80-90, egli iniziò a virare verso una costruzione pittorica “turneriana”, con l’apporto degli spazi vuoti-velati e della luce che, però, nel suo caso assursero a un modestissimo risultato seriale di scarso valore artistico. La sua “Marina con alberi” (cm 50×100), signor Mauro è, fortunatamente, opera del primo periodo “accademico” del Sirotti; pur nella sua semplicistica resa descrittiva non manca di luminosità, di un certo pathos e, caso raro, anche la cornice applicata ha una sua resa idonea. La valuterei quindi sui 500 euro, per la bella e rilassante pittura.


Signor Massimiliano Stocchino il suo quadro: “Madonna con bambino” (cm 58×78) che lei dice di trovare orrendo e forse non a torto (fondamentalmente per via del primo piano di un “Gesù” affetto da macrocefalia e veramente sgraziato nel viso), mi sembra tipico esempio del novecentismo romano in cui le campiture vuote delimitano e racchiudono le forme. Possiede una certa fascinazione solo la figura della Madonna che indica poi al silenzio. La simbologia del dito davanti alla bocca in rapporto al figlio dormiente è allegorica (“Digito ad os admoto silentium” – Saturnalia III-9,4) e va ad indicare appunto il mito dell’antica dea romana Angerona, protettrice ed evocatrice del silenzio come rito di induzione ai segreti mistici. Non riesco ad indicare il dipinto come una brutta opera – per via del particolare svolto pittorico detto non scevro di una certa aurea – ma non avendo altre “prove” del pittore a me sconosciuto e valutando quindi solo in base ad esso, direi che gli manca qualcosa a renderlo veramente “artistico”. I quadri tutti, poi, andrebbero esaminati dal vero, per cogliere nei segni del pennello sulla tela titubanze e incertezze che delimitano e distinguono un praticante da un professionista. Dare una valutazione così, da sola immagine, è quanto mai arduo. Sono di quelle opere che valgono per il piacere o meno di possederle.


Signor Mauro Magnati, lei manda in visione un pastello e carboncino, “Ragazza con veste multicolore e fiori” (cm 37×47) a firma Antonio Mancini (1852-1930), insigne artista romano di “scuola napoletana”, ma non mi scrive né come le è pervenuto né se possiede una qualche documentazione sull’opera. Pertanto, è certo che io, dalle sole semplici e scarne foto inviatemi, non posso autentificarle alcunché. Detto ciò, a una disamina della firma e del tratto, il disegno parrebbe lavoro del celebre pittore. Dico parrebbe perché, come anche riportato dalla professoressa Cinzia Virno, curatrice del catalogo generale dei dipinti del maestro (De Luca Editore, 2020), Mancini fu enormemente falsificato in vita e sin da giovane. In un’intervista rilasciata ad un vecchio collaboratore della nostra Gazzetta, il valente critico d’arte Cesare Biasini Selvaggi, la curatrice evidenziava come fossero a centinaia le opere da lei individuate come false, in occasione della compilazione e redazione del catalogo. Inoltre, ho appreso come sia altresì fallace l’affermazione comune che indica quale luogo di nascita Albano Laziale: il Mancini nacque in via dei Pianellari a Roma e fu battezzato nella locale chiesa di Sant’Agostino a Campo Marzio.
Il valore del suo pastello potrebbe collocarsi tra i 2.000 e i 3.000 euro (ai nostri giorni e causa la crisi che ha colpito l’antiquariato tutto, anche meno, dipende da chi e dove si acquista) se lei possiede tutte le garanzie precipue, foto firmata dell’opera e sottoscritta da un valevole perito o gallerista. In caso contrario dovrebbe farselo autentificare e/o porlo in visione alla curatrice Cinzia Virno (info@cinziavirno.com) che sta appunto preparando un nuovo catalogo dei disegni del Mancini; ciò le darebbe l’occasione di far pubblicare la sua opera – una volta determinatane l’autenticità – e porterebbe a consolidarne e aumentarne il valore.


La signora Claudia Mora invia un’opera (cm 82×82) di Arturo Carmassi (1925-2015), grande scultore e pittore del Novecento italiano. Purtroppo le quotazioni dell’artista sono in netto ribasso e in asta si è assistito a invenduti stimati 400-500 euro. Questo, forse anche a causa delle vicende della Fondazione a lui intitolata nel 2017, che ha visto arrestata la sua Presidente (ultima compagna dell’artista ed erede universale), per malversazioni varie, comprese minacce, rapina, lesioni, furto ed altre cosucce del genere. In più c’è da dire che se un artista non viene continuamente pubblicizzato con mostre, anniversari, avvenimenti, piano piano l’interesse su lui scema. Oltre a ciò la produzione del Maestro – deceduto a 90 anni – è stata negli anni vastissima e non “vigilata” da alcuno. Il suo dipinto, signora Claudia, ad occhio originale, e in più firmato e datato 1962, esula secondo me dalle “cose” seriali e di piccole dimensioni in giro nel mercato, e potrebbe valere tra i 3.500 ed i 4.000 euro. Ma… ma senza alcuna documentazione di accompagno, ricevute, fattura di acquisto, expertise, a chi lo si può vendere? Ci vorrebbe l’attestazione di un perito specifico e riconosciuto dell’artista, che però – e giustamente – le chiederebbe un compenso iniziale (intorno ai 1.000 euro) per la sola disamina al di là o meno dell’autenticità dell’opera, avuta la quale potrebbe provare a venderlo, ma di questi tempi, le assicuro, non è per niente facile alienare qualunque cosa. So che la prestigiosa Galleria Benucci di Via del Babuino a Roma ha organizzato qualcosa sull’artista e sulla sua rivalutazione un paio di anni fa, potrebbe contattarla direttamente.


Signor Fabrizio Manieri, vi sono pochissimi dati sul pittore Vicente Seritti (1876 o 1883) che, nato ad Avezzano, emigrò con la famiglia in Argentina ove ebbe numerosi ed importanti riconoscimenti artistici.
La sua tela (cm 60×88) firmata e datata 1906 (madre e figlia dormienti all’interno di un vagone ferroviario) è certamente di bella mano e secondo i canoni dell’epoca. Purtroppo, però, il soggetto non è appetibile ai nostri giorni e la valutazione è anche concorde con l’assoluta assenza dal nostro mercato di opere dell’artista, che forse è trattato di più in Argentina: sui 400-500 euro.


Signora Fosca Maggini da Taranto in mail privata, purtroppo ho poche e vaghe notizie del pittore Delio Oneto (1909-1973) e le deduco unicamente grazie alla mia biblioteca in cui conservo un catalogo edito da Quadrato di Milano del 1975 a cura di Orvieto-Falossi. L’artista, che era un noto caricaturista ed illustratore per riviste italiane ed estere, tenne poche personali e praticamente non è rappresentato nel mercato. Il suo quadretto (cm 29×36), impubblicabile “sparato” com’è dalla luce in superficie, è bello e di artefice mano. Valore, sui 250-350 euro.


Signor Fabrizio Colabianchi, forse sono una delle poche persone in Italia a conoscere (pur poco) l’opera del pittore romano Gino Spalmach (1900-1966) e a ritenerlo (pur molto) una delle “voci pittoriche” più pure del Novecento italiano, un autore purtroppo ora nell’oblio che partecipò alle Quadriennali nazionali d’arte di Roma (V-VI-VII e IX). Mi scrive che l’artista fu compagno di sventura di suo padre nel campo di concentramento di Wietzendorf (Hannover) nel 1944-45, e che a lui alienò il quadro (cm 70×48) che lei mi manda in visione. Sinceramente, tale opera non è alla pari di quelle veramente tragiche, toccanti e con un’animità profonda, delle rappresentazioni della prigionia, dei suoi detenuti o di altre che presentano lo svolto intimistico che caratterizzò l’opera del Maestro. Pur tuttavia – e stento a credere lo possa aver dipinto nelle tristi condizioni cui era assoggettato – quegli animali aggiogati e silenti in una radiosità di colori e luce contengono un prepotente messaggio di pace e serenità che solo un grande artista poteva proporre. Purtroppo, per quanto detto e in mancanza di critica che ne abbia rivalutato appieno l’opera, i quadri dello Spalmach non hanno veicolazione nel mercato se non attraverso sporadiche presenze in asta con risultati da poche centinaia di euro.


Signora Francesca Bevacqua, se su internet si potesse cercare e trovare tutto quanto occorre, non ci sarebbero più i libri, le pubblicazioni e gli esperti. In più, ai nostri giorni acquisire informazioni per quanto approfondite senza una preparazione specifica sugli argomenti porta alla formazione di una pletora di somari che sbandiera a destra e a manca la professione di antiquario, mercante d’arte e via dicendo, come ho modo di constatare oramai periodicamente.
Lei manda in visione una zuccheriera ed una lattiera senza misure, definendole entrambe in argento. Temo di doverle dare diverse indicazioni. I suoi oggetti sono in Britannia Metal, ovvero una lega di stagno al 92%, di antimonio al 6% e di rame al 2%, a volte, ma non sempre, con un’argentatura-placcatura galvanica. Essi hanno nel marchio una tromba, un banner (bandiera), le lettere: J(ames) D(ixon) & S(on) EPBM (Electro Plated Britannia Metal) e sono databili al 1836, avvento del secondo figlio Giacomo in azienda (fondata nel 1806 con tale Thomas Smith). In seguito furono adoperati altri marchi. La J. Dixon, dopo varie peripezie, chiuse nel 1922 e alcuni esperti sostengono che nei primi anni del Novecento producesse ancora dei pezzi con il vecchio marchio ottocentesco. Comunque, pur datandoli nel primo terzo dell’Ottocento, si tratta di oggetti ormai non più di grande pregio e poco collezionati. Come valore siamo sui 50-70 euro cadauno, se ben conservati e senza grandi usure.


 

La signora Alessia Bellanova porta alla mia attenzione una collezione di 6 piatti della Richard Ginori: “Ville fiorentine”. Si tratta di una produzione degli anni 70 del Novecento, realizzata nello stabilimento di Sesto Fiorentino su illustrazioni ed incisioni del maestro Pietro Parigi (1892-1990). Il suo valore, senza difetti e/o rotture, è sui 150-200 euro.


 

Signora Paola Pironti il suo servizio di 72 pezzi della Richard Ginori con bordi in oro zecchino è meraviglioso! Probabilmente risalente agli anni 30-40 del Novecento, è veramente un insieme museale ed è questo il motivo per cui ai nostri giorni tali capolavori non hanno mercato: chi li compra dovrebbe solo esporli, altrimenti rischia rotture che immediatamente ne deprezzerebbero il valore, anche perché sarebbe impossibile per la ditta produttrice sostituire il pezzo (come una volta).
Quanto alla definizione economica stiamo parlando, a mio parere, di 3.000-4.000 euro. E anche se ho visto in aste e altrove cessioni di servizi simili ad un migliaio di euro (e questo per il motivo sopra esposto), ritengo che il suo insieme sia qualcosa di veramente bello ed unico, possibilmente da tenere e tramandare.


Signor Carlo Pivetti il vaso in vetro dipinto (cm 25×18) ereditato dai suoi genitori modenesi presenta una manifattura tardo liberty (anni 40-50 del Novecento). Il valore ai nostri giorni – complice la funesta crisi dell’antiquariato – è sui 150-200 euro.


Il signor Mauro Giovanni manda in visione un violino con custodia, ereditato. Tali strumenti trovano il loro valore economico nel suono che producono e quindi sono valutabili solo dagli esperti liutai, a meno che non presentino un accertato marchio di produzione. Sotto il suo violino appare la famigerata e apocrifa scritta stampata “Antonius Stradivarius”, che ci dice della altrimenti anonimità dello strumento. E così, ad occhio e per aver visto decine di tali tipologie, le posso dire che il suo strumento potrebbe valere tra i 100 e i 150 euro, a patto che non sia troppo “secco”, ossia che non abbia perduto la capacità armonica.


La signora Annalisa Conway mi scrive da Letchworth, bellissima “cittadina giardino” del Novecento nel nord-est dell’Inghilterra da me visitata tanti anni fa, e della quale ancora ricordo gli straordinari e fantastici campi di lavanda che spero ancora persistano.
La sua ricerca su internet, cara signora, non è propriamente corretta: la legge sul marchio “Made in Italy” è la n. 676 del 4/7/67 ed è da tale data che si è iniziato ad usarlo e apporlo su variegati prodotti. Nel 1891 ci fu un accordo tra Stati (detto di Madrid) per la repressione delle frodi sull’indicazione di provenienza, che venne recepito tra le varie nazioni ma dopo decine di anni. Le sue “piastrelle” dal tipo di marchio che non ho identificato da foto (Sassuolo, Vicenza?) potrebbero essere degli anni 70: commemorative di un viaggio di monarchi inglesi in Italia? O più ordinariamente una commissione inglese e puramente decorativa ordinata in Italia?
L’industria nostrana delle “mattonelle ceramiche” credo non abbia avuto rivali nel mondo – e sino agli anni 90 – per costi ed esecuzione. Ho riposto il suo quesito nel mio archivio delle cose da studiare. Spero prima o poi di esaudire ulteriormente il suo quesito.


Avvocato Lina P. da Tor Lupara (Rm) in mail privata: no! signora, quanto dettole con sicumera dall’“antiquario” di Roma suo amico non risponde al vero. Il suo non è un vaso dipinto a mano in quanto eseguito nel Settecento. La tecnica del transfeware, e cioè il trasferimento di un disegno o pittura su una ceramica, che parte dall’incisione di una lastra, la sua colorazione e poi il riporto in un tessuto speciale applicato sul manufatto, veniva utilizzata sin dalla metà del Settecento in Inghilterra ad opera di John Sadler e Guy Verde di Liverpool nel 1756. Fu questo, il procedimento a stampa manuale che permise al ceto medio/borghese di acquistare a prezzo contenuto prodotti ceramici con decorazioni che prima venivano effettuate a pennello (naturalmente costosi), e all’industria di terraglie, ma anche di porcellane, di produrre oggetti accessibili a tutti. Inoltre, il suo pur bel vaso dipinto a transfeware (h 45 cm), smalto e bronzi, francese (ambito di Sevres), non è del Settecento ma della fine dell’Ottocento, e non potrà mai valere la cifra indicatale di oltre 10.000 euro, ma al massimo di 1.500-1.800 euro. Riguardo poi al detto “antiquario” di cui lei non rivela il nome, che altrimenti l’avrei ben pubblicato: perché gentile avvocatessa, forte della comune amistà, non lo distoglie dalla penosa strada intrapresa e lo spinge verso quei vasti orizzonti liberi e ubertosi della campagna così solitaria ed avida di braccia?


Signori Paolo e Giulio, il metal detector presuppone, per essere legale, che: a) non lo usiate in aree o vicinanze di siti archeologici o di interesse paesaggistico (anche le spiagge non devono avere tali vincoli o essere spiagge in concessione di stabilimenti); b) che non lo usiate in terreni altrui e senza il consenso dei proprietari.
E comunque, ogni cosa antica trovata sotto il suolo è di appartenenza dello Stato e quindi va riconsegnata (anche se si tratta di materiale di poco conto). Ho visto i vostri ritrovamenti di piccoli pezzi di metallo “romano” (mezze fibule, spilloni, borchie e monete) e vi esorto a lasciar perdere: il sito da voi rovistato è in prossimità di area archeologica, come del resto lo è quasi tutto il territorio italiano. A fronte delle centinaia di euro sinora totalizzate – e dimenticando che avete pagato il buon strumento 2.500 euro – se vi scoprono quelle simpatiche persone con strisce rosse sui pantaloni che girano curiosando qua e là, rischiate mesi di galera (anche se per la prima volta solo sulla vostra fedina penale, non valendo le frasi tipo: “ciò che abbiamo trovato intendevamo consegnarlo alle autorità”), e in più il sequestro dell’attrezzo, le perquisizioni in auto e a casa al momento e in seguito ogni tanto negli anni. Se avete – come dite – tanti clienti interessati, fate come il vostro “compare” Alfio, che compra legalmente alle aste blocchi di monete romane a due soldi e poi se le “spilla” (seleziona e vende) al triplo e più a collezionisti vari, raccontando loro di estenuanti e “pericolose” ricerche nelle campagne (quelle che fate voi!). Vi porto, ad esempio, il valore raggiunto dal lotto di una sessantina di monete romane in bronzo e argento battuto in asta Phidias 2017: 500 euro!


E oramai ogni mese devo occuparmi delle “cose” ascritte indebitamente a “Capodimonte”. Pertanto, oltre alle risposte personali (in maggioranza), ho deciso che prossimamente darò alcune nozioni a tutti – ad erudire – in un articolo pubblicato sulla rivista.
E veniamo alle richieste pervenute.


Signora Mariagrazia Sampaolo: due statuine (cm 30) dalla solita fattura e riferentisi all’antica manifattura napoletana. Ripeto anche a lei che tali oggetti non valgono nulla se non qualche decina di euro e solo per gli amanti del genere; la prego di leggere i quesiti dei mesi passati in proposito. In più, lei mi indica una statuina “con certificato” non specificando di che, ma siccome lo immagino, le posso facilmente dire che si tratta di un cartellino pubblicitario della ditta produttrice – quale essa sia – e che non autentica un bel niente.


Signora Arabella Vaiana: gruppo in bisquit (cm 36x27x20) “Dama con cicisbei”, come argutamente lei lo definisce, riportante incussa la famigerata “N” coronata. Signora, il pezzo, di scarso modellato, è stato probabilmente prodotto nel vicentino da una delle decine e decine di “fabbriche bombonieristiche” che da decenni ormai copiano il marchio. Ha una bella dimensione atta all’arredo quindi, e solo in virtù di questo, lo valuto sui 200 euro, sempre che non presenti rottura alcuna.


Signor Fabio: una brocca (cm 29) e una zuppiera (cm 25) con “N” coronata come marchio. Prodotti chissà dove negli anni 60-80 del Novecento, tali oggetti non hanno mercato specifico e vengono venduti in rete (36 euro una zuppiera simile in asta Katawiki nel 2019) dai 50-100-200 euro, ma ci sono anche “esagitati” che chiedono 400-700-1.200 euro! Che dire? Il loro valore reale è quello di vendita nei mercatini e nei negozi che propongono oggetti in conto terzi: massimo 120-150 euro ogni singolo pezzo.


Signor Simone Mic: statuina (cm 25×30) acquistata negli anni 70 dal genitore. Dalla particolare “N” coronata sembrerebbe prodotto di una fabbrica della Turingia (Germania), anni 70 appunto. Le aziende ceramiche tedesche esportavano in Italia per la forte domanda del mercato. Valore, sui 120 euro per arredamento.


E come sempre, un saluto a tutti e un abbraccio ai pochi.



Giugno 2021


La signora Agata Di Salvo invia immagine di un pianoforte verticale John Broadwood &Sons, fabbrica fondata nel 1728 a Londra, operante sino al 1980. Signora, i pianoforti verticali vecchi o antichi non hanno musicisti che li possano apprezzare, siano essi professionisti o amatoriali, e sono generalmente tenuti per arredamento; costosa la loro costante manutenzione e la loro accordatura. Il suo pianoforte a 85 tasti è detto dal produttore “da studio”, anche se difficilmente poi si vedrebbe un pianoforte verticale ad 88 tasti normali usato “da concerto”. I nuovi musicisti, studenti o appassionati dello strumento, adoperano pianoforti elettronici giapponesi che si autoaccordano (sono leggeri e hanno dei suoni meravigliosi) o anche quelli di impianto classico e meccanico che hanno però una completa tecnologia di materiali diversa. I concertisti usano, e solo, i pianoforti a coda e sono solo questi – anche antichi – a raggiungere cifre di decine di migliaia di euro. Il numero di serie del suo piano con telaio in ferro è il 67471, e avendo i tabulati della vecchia casa – che io non ho – si potrebbe datarlo con certezza. Lei me lo indica come strumento degli anni ’60, e penso sia la datazione giusta della sua fabbricazione.
Comunque, e per quanto espresso sia degli anni detti o posteriori, il suo strumento ha valutazioni di mercato tra i 1.100 e i 1.400 euro ma, le assicuro, è di difficilissima vendita, cosa della quale, ad ogni modo, noi non ci possiamo assolutamente occupare.


La signora Alessandra Zanchi manda in visione un “steamer trunk” o baule da viaggio a cassetti (cm 52,5×54 h 116 ) in rame e pelle della “Innovation Trunk e Co.”, ditta operante negli anni 20-49 del Novecento con sedi in Europa e in America. Altro non so. In ragione delle serrature lo assegnerei agli anni ’30 – ’40. Tipologie come la sua vengono offerte nel mercato a 1200-1500 euro, ma si tratta di valutazioni per esemplari in ottimo stato (il suo non lo è) e in più a mio avviso sono esagerate. Esistono pochi collezionisti del genere e questi si rivolgono verso marchi famosi del bagaglio e della” valigeria”. Pertanto gli esemplari di minore notorietà rimangono a disposizione dei “raccoglitori” di civiltà d’epoca e dei “vetrinisti” (ovvero i creatori di vetrine), ambedue facenti parte di categorie ostiche a tirar fuori quattrini. Valutazione sui 200-300 euro, provando a inserzionarlo su rete.


La signora Paola Meneghin mi chiede informazioni circa un cronometro da tasca in argento della Postala-Patent, ditta dello Jura svizzero attiva nel tempo come fornitrice di orologi per le poste svizzere ed in seguito – situata nella famosa Valle degli Orologi o Watch Valley – di meccanismi per innumerevoli produzioni svizzere ed europee. La ditta di orologeria Parolin (1885) di Bassano del Grappa li usava per i suoi prodotti sin dalla fine dell’Ottocento; ancora attiva nel campo dell’orologeria e dei manufatti preziosi e di lusso, nel 1985 ne ha fatto rinascere il marchio. Il suo orologio dovrebbe essere della fine Ottocento primi Novecento, e nonostante in rete alcuni, non edotti nello spirito e offuscati nella mente, li offrano a cifre tra i 400 e i 600 euro, il valore di tali prodotti è basso. La Casa d’aste Pandolfini nel settembre 2019 ne presentava uno simile al suo ma da foto in migliori condizioni, a 60 euro; in altre aste andavano tra gli 80 e i 120 euro.


Signora Sofia da Roma, i due piattini da servizio tavola (nelle anse mancano altri elementi ceramici tipo ciotoline o contenitori) hanno nel retro i numeri che li definiscono di produzione tra gli anni 30 e 50 del ‘900; i suoi esemplari, naturalmente dell’ultimo periodo, valgono sui 150-200 euro la coppia. La zuccheriera degli anni ’40 con marchio Ginori ma riprodotto anche da altre manifatture, vale sui 40-60 euro; la tazzina e piattino, 15-25, calcolando che tali cose “non complete” vengono acquistate, e solo, da chi colleziona singole tipologie.


Signor Enrico Ambrosio il quadro ereditato (cm 79×69) non è un ex voto; pur di mano popolare, rintelato e restaurato è, da foto, di difficile collocazione epocale. Forse pezzo ottocentesco, presenta la tematica agostiniana della Madonna (regina mundis) incoronata dalla Trinità: Figlio (Gesù) Padre (Dio) Colomba (Spirito Santo), forse di area nord balcanica. Valore arredativo sugli 800-1.000 euro per il buono stato.


Signora Elena Bulla, sì! le sue stampe sono originali e lo dico a malincuore: quei laidi individui commercianti di stampe sfuse hanno smembrato una bellissima opera: “Plantae selectale” (ed. 1750) dell’eminente botanico Christoph Jacob Trew, illustrata da Georg Dionysius Ehrt (1710-1770) – pittore, disegnatore specializzato in illustrazioni botaniche – edita dalla Honig&Zoonen, ditta con aziende cartiere operante dal 1765 al 1836 a Zaandijk a nord di Amsterdam e con tanto di filigrana “a giglio” espressa sui fogli.
Il lavorio criminogeno di questi individui che svellono e separano opere perché non riescono a venderle nella loro interezza, spesso si trasforma in attività criminale quando smembrano ad artifizio volumi di provenienza illecita e sottratti magari ad archivi e biblioteche pubbliche (come mi sovviene accaduto nelle prestigiose istituzioni dell’Accademia di San Luca a Roma e della Biblioteca dei Girolamini a Napoli dai dirigenti stessi fornitori di questo abominevole mercato). Le ho detto tutto, e finisco con la definizione economica di queste sue due pagine separate (cm 50,5×30,5) che, arredativamente, e solo, hanno un valore di 50 euro cadauna.


Signora Maria Labrozzi il suo piatto (cm 38) è una riproduzione in trasfert (?) forse di un disegno di Torquato Castellani (1846) – artista appartenente alla famiglia di grandi orefici e antiquari romani – che nel 1862 a Napoli operò in rifacimenti di antiche maioliche italiane. Chiaramente il suo esemplare marcato dietro con corona e sottostante C (come Castellani), nonché riportante la scritta aggiuntiva Capodimonte, è una chiara imitazione di fantasia atta a vendere il prodotto, ma che nulla ha a che fare con il ceramista, il quale marcava diversamente i suoi prodotti, e con la sua bottega che morì con lui nel 1931. Il suo piatto probabilmente è degli anni 50-70 del ‘900, decorativo, e valevole per dimensioni sui 200-250 euro se privo di difetti e rotture.

 


Anche la signora Virna Maggio di Monterotondo (Rm) manda in visione un piatto istoriato da ippocampi e volute a tralci e foglie (cm 28), firmato anch’esso sul retro T. Castellani. L’oggetto fu comprato circa dieci anni fa al mercatino di Ponte Milvio (Roma) presso un antiquario in ceramiche che glielo vendette come autentico (!). Signora, Torquato Castellani (1846-1931) è un nome importante nella coroplastica ma non tutti lo conoscono. Non lo conoscevano, ad esempio, i periti della casa romana d’aste Bolli & Romiti che, non avendo riconosciuto il marchio della “T” e “C” sovrapposte (lo pubblico per conoscenza), ritennero anonime e senza epoca due placche in maiolica che erano invece del 1878 circa, valutabili almeno 1.500 euro e non i 200-300 assegnatigli a una sessione veneziana del 10 marzo 2019 in catalogo d’asta (facendo fare, non volendo, un bell’affare ai clienti). Il marchio del suo piatto, signora, riporta la firma per esteso e a me non risulta sia stato mai adoperato dall’artista. Valutazione, sui 100-120 euro, quanto da lei pagato all’epoca.


Signor Gianfranco Vergari da Perugia, la sua lampada degli anni ’80 (priva di attacchi e cappello (h cm 29×39 diametro) firmata Gambone (Bruno Gambone 1936 Vietri sul Mare), eclettico artista e ceramista, può valere nelle condizioni in cui è sui 300-400 euro; avendo il certificato – da lei smarrito – sui 600.


L’anonimo Massimo S. (di cui sarà la gloria dei cieli) insiste a proposito di certe medagliette devozionali. Ma ha sbagliato indirizzo: pensa che “l’esperto risponde” sia una rubrica “da social” in cui tutti possono liberamente dire la loro su tutto, dagli “stralli” del ponte di Genova ai vaccini, alle medagliette religiose, appunto. Chiarisco, quindi che io a volte, non sapendone su un dato oggetto o non avendone informazioni esaurienti, chiedo aiuto a collezionisti e studiosi che: o sono da me già conosciuti o minimo devono esibire primo la loro identità e secondo il loro curriculum e/o le loro fonti specifiche per essere accettati e proposti! Il lettore, invece, mi accusa di non aver letto attentamente la sua mail e, rimanendo sempre nella pavida anonimia, a causa della mia risposta (in maggio) mi comunica che in avanti non leggerà mai più “La Gazzetta dell’Antiquariato”, di cui forse egli crede di essere uno dei dieci lettori e non uno delle decine di migliaia che ci onorano del loro interesse.
Ebbene, al di là di come io non vada oltre riguardo le spiegazioni iconografiche degli elementi generali e conosciuti da chiunque si occupi della materia, le significo, umorale quanto sconosciuto lettore, che forse in gioventù – per i tanti studi svolti – credevo di essere un padreterno dell’antiquariato, ma che ora, dopo decine e decine di anni, mi sento, e con certezza, di essere un asino. L’ho scritto varie volte (se invece di rileggersi, mi leggesse, lo saprebbe da tempo), e sempre lo ribadisco anche ad evitare che le mie risposte, frutto di sole visioni fotografiche, possano assurgere a chissà quali certificazioni.
Detto ciò, è vero – e mi scuso – non ho letto attentamente la sua email, e questo sa perché? Perché le sue per quanto volenterose spiegazioni erano blande e più da “amatore” che da studioso, come la classificazione epocale della medaglia di cui manda alcuni esemplari del XVII-XVIII secolo a comparazione. Sia umile, studi e si informi meglio lei, altrimenti colleziona o si informa malamente, perché a tal proposito pubblico – ad unico esempio, che troppi ce ne sono – le immagini di medaglie devozionali (XI-XIII secolo) rinvenute negli scavi archeologici in Rione S. Teodoro a Pola (iniziati dal Museo Istriano nel 2005) del febbraio 2015. Come può vedere, esse non si discostano, per tipologia, della forma dalla medaglia del signor Parente presentata nei mesi di aprile e maggio della rubrica, medaglia che ha causato questo “casus belli”. Esse stanno a indicare che tali tipologie (come quelle da lei inviate) si siano espresse sin dal medioevo e fino al secolo XVIII, ed è proprio questo che – dalle sole immagini ed in mancanza di altri elementi quali quelli iconografici di cui non sapevo e non so – mi ha impedito e mi impedisce di esprimere probanze. Ne chiedevo, appunto, lumi ad altri ben più di me preparati lettori. Con buona pace di lei, sconosciuto e quanto mai minimo “connaisseur”, Massimo S.


Dottoressa G. Pinna dalla provincia di Cagliari (tramite l’amico “indipendentista” Giovannino Carta), anche a me capita di vedere nei cataloghi d’asta delle descrizioni non corrispondenti alle foto. Ciò sta semplicemente a significare che l’esperto o gli esperti chiamati alla disamina non sono edotti nella materia specifica (nessuno può sapere di tutto) e che le case d’asta sono dei semplici “mandatari o sensali” non responsabili dell’autenticità delle cose da loro alienate. La sua curiosità deriva dal fatto che sta acquistando una colonna dichiarata in “marmo cipollino rosso”, mentre in un catalogo della Semenzato del 2014 una coppia analoga alla sua come forme e colori viene indicata come “marmo fiore di pesco grigio”. Dottoressa, certamente l’esame visivo ci detta come “cipollini” tutti i marmi antichi della nostra questione, ovvero delle pietre calcari con grana saccaroide, ondulati marini con stratificazione “a cipolla” provenienti dalla Grecia, e nel caso specifico della sua colonna probabilmente da Iasos nella costa di Caria (Asia Minore ora Turchia). Ma altrettanto, le dico che nei lapidei non è semplice l’identificazione, in quanto in una stessa cava per motivi geologici di sconvolgimento e contatti, dei minerali vanno a contatto con altri ed in milioni di anni si sviluppano varietà di colore e strutturazione diverse. Precisato ciò, acquisti pure subito la colonna, tra l’altro ad un prezzo ottimo, e poi potremo con tranquillità se crede – e anche con altri edotti – disquisirne.
Pubblico a comparazione un particolare della sua colonna in “cipollino rosso” e una di quelle della casa d’asta ritenuto “fiore di pesco grigio” che parrebbero, da foto, eguali.


Signor Felice Di Ruzza, per iniziare le spiego le origini del suo servizio (195 pezzi) acquistato nel 1973, o meglio del modello “pattern blue onion” o in tedesco Zwiebelmuster, insomma il modello della cipolla blu che lo contraddistingue. Tale decorazione iniziata dalla dinastia cinese Ming raffigurava i “melograni”, frutti sconosciuti in Sassonia. La prima fabbrica di Meissen ad imitarne il decoro nel 1740 li trasformò in cipolle e così via le altre centinaia di fabbriche tedesche e ceche che continuarono nei secoli per il grande favore che ricevette e ancora riceve il decoro nel mercato. Il suo imponente servizio degli anni ’70, di fabbrica ceca, potrebbe essere valutato, se tutto coerente (cioè con ad esempio egual numero di piatti per ogni tipologia e con tutte le accessorietà e senza rotture), dai 1200 ai 2.000 euro.


Egregia professoressa Adele Maini della provincia di Milano, ci siamo sentiti per telefono e in aspro contraddittorio con il suo “commerciante” di stampe e libri, ‘che definire “antiquario” è cosa grossa e – con tutto il rispetto – non mi viene. Lei mi chiede se io possa asserire in “forma scritta” (sic) quanto detto a “vivavoce”. Certamente – e senza farle pagare la consulenza come lei propone – su questa rubrica che potrà usare, se occorresse, in un contenzioso giuridico.
Allora, la rara mappa monumentale del “Campo Marzio” (in 6 lastre ideate, disegnate e incise da Giovan Battista Piranesi, dedicata a Robert Adam (1728-1792), architetto inglese fautore dello stile Adam nel 1757, in carta vergellata, acquaforte su rame con interventi di bulino (mm 456×596) spess. 1,6-2,1, edizione del 1762, non può essere venduta a 15.000 euro! Significo a lei e al prestigioso commerciante milanese che nell’asta Pandolfini del 18 novembre 2014 la detta mappa con le identiche caratteristiche veniva valutata 8-10.000 euro, ma… attenzione! insieme ad altre 50 tavole incise con altre importanti opere – come quella dell’Antico acquedotto dell’Acqua Marcia e quella dell’estrazione della Colonna Antonina – in un album di mm 560×425. Ed ancora, un identico album del 1762 veniva aggiudicato a 9.800 euro presso la casa d’asta Ponte nella più recente sessione del 21 gennaio 2020. E allora… guadagnare sì, ma esagerare (e con un foglio intestato di accompagno senza foto e alcuna fattura: vero signor libraio?) mi pare proprio eccessivo!


Famiglia Pierini ed altri: effettuo anche stime private su contatti ed appuntamento, ma voglio ben premettere come in seguito io non acquisti né possa indicare chi possa acquistare: non sarebbe professionale, e mai vorrei mi si qualificasse come “compare” di qualcuno in qualsiasi trattativa e/o vendita.


Signora Francesca Bugiatti fedele lettrice da anni, i libri – che non sono patate! – valgono a seconda dei loro contenuti e dell’interesse del mercato, non per la loro epoca, vecchiaia o antica edizione, che è cosa di secondo piano o di nessuno. I tomi in suo possesso, editi tra gli anni 10 e 40 del ‘900, sono romanzi sconosciuti nei testi e negli autori, e i libri scolastici di ragioneria ed estimo sono di quanto meno vendibile nel campo dello scibile libraio. A ciò, lei unisce centinaia di volumi della Reader’s Digest, libri la cui sola detenzione è chiaro indice di temerarietà.


“Capodimonte” e dintorni

Signor Silvio Giorgini, lei mi mette in imbarazzo veramente, ma non per la spedizione di immagini di decine e decine di statuine in porcellana – il che non è e né può essere certamente ammissibile per una rubrica gratuita di expertise! – ma, e soprattutto, per lei che, non avendo minimamente letto nei mesi e negli anni la mia rubrica, ignora cosa io abbia sempre scritto sulle ceramiche dette di “Capodimonte” e sul marchio “N” apocrifo e dozzinale usato in tutta Europa da chiunque lo voglia apporre sui suoi prodotti. In più le sue ceramiche – di produzione non antica – sono quasi tutte firmate appunto da ceramisti, vivi o deceduti, vicentini: Cappè, Bedin (operante dal 1977) Carpiè, Barbetta, o anche da ditte che hanno usato impropriamente tali firme e che sul web (potrà e avrà la pazienza di consultarlo?) venditori “fulminati” da qualche disgrazia celeste o terrestre che sia, propongono dai 15-30-100 euro fino a migliaia di euro, secondo il buzzo, l’estro o la stima autofattasi. Ciò a significare che tali tipologie non hanno un mercato di base specifico che vada oltre le usuali contrattazioni tra chi ha una cosa e decide di venderla a suo insindacabile parere circa il valore, e chi ha voglia di comprala. Badi bene che le sue statuine se le acquista – come avrà fatto – dai titolari di tali firme o nei negozi equipollenti le paga un occhio della testa, anche in ragione delle assicurazioni dei venditori che, traendo in inganno il compratore, raccontano la storiella di essere eredi o autorizzati a fregiarsi del marchio Capodimonteo e che affiancano alle dette statuine cartoncini di nessun valore attestanti “l’originalità” del prodotto, assicurando che tali “opere” lieviteranno di valore nel tempo. Naturalmente così non è, e per questo le scrivo spiacente che, come già ripetuto decine di volte, l’unico ente autorizzato a fregiarsi di tale marchio con decreto del Presidente della Repubblica è l’Istituto d’Arte Giovanni Caselli, questo sì con sede nel parco di Capodimonte.


Signora Hilary Nicolato, in genere rispondo ai quesiti “minimi” o che hanno poca rilevanza monetaria – come il suo – in mail privata. Ma in considerazione del fatto che ben altri tre lettori mi hanno chiesto di valutare delle statuine prodotte dalla ditta Medea (fondata nel 1967), accompagnate da certificato (!?) – ovvero una piccola stampa di carta acclusa di nessunissimo valore che le definisce “originale Capodimonte” – le rispondo in rubrica per avvisare tutti che tale ditta di “bombonerie” è ancora attiva in quel di Caldogno, località che non si trova nelle vicinanze di Napoli ma di Vicenza, dove esistono, e lo scrivo da tempo, centinaia di fabbriche produttrici della fattispecie detta. Le vostre statuine, oltretutto di non eccelsa levatura nè artistica nè artigianale, sono delle bomboniere di bassa fascia e valgono poche decine di euro cadauna.


Signor Vanni Fuschini, legga (e prego di farlo anche gli altri lettori) i precedenti quesiti inviati alla mia rubrica, e nello specifico quello dello scorso mese di aprile inviato dal lettore Alberto a cui rispondevo in merito a Giuseppe Armani e “Capodimonte”. Si renderà conto così che il certificato accluso alla sua statuina (senza misure) non ha alcun valore di per sé, giacché l’Armani, in tali tipologie, non rappresenta nulla della sua reale opera: sono cose da negozi di regalo e basta, e possono valere 80-100 euro. Quando le compra, magari il doppio.


La signora Laura manda in visione una statuina (h 20 cm) della solita “Capodimonte” con “N” coronata, prodotto seriale da 40-60 euro, e una coppia di vasi (h 35 cm) con marchio Sèvres ma ad imitazione, come da indicazione in francese sotto la base della manifattura. Valore sui 300 euro per arredamento.


La signora restauratrice Barbara presenta alla mia attenzione un bisquit lesionato e privo di misure. Le rispondo egualmente per lo strano marchio riportato che mi intriga. Potrebbe appartenere alla prestigiosa ditta Mollica che, però, vi apponeva sopra il cartiglio “coronato capodimonteo” che nel suo esemplare manca: potrebbe essere prodotto di altra ditta imitatrice o della Mollica stessa “con variante”? Improbabile. E ai soli fini disquisitivi le indico che tale marchio è stato apposto anche su ceramiche della fine del ‘700 francesi da Pierre Rossencq, fondatore di una manifattura a Marans in Francia. Le cattive immagini mandate non mi consentono purtroppo altro dire. Lei, nonostante sia una professionista, neanche manda, come detto, le misure, e si concentra viceversa sul marchio senza minimamente darmi modo di “leggere” il pezzo. Andiamo bene!


E come sempre, un saluto a tutti e un abbraccio ai pochi.



Maggio 2021


Al Generale A.S., per tempo emerito Comandante nell’Arma, un mio buon amico, l’avvocato e funzionario della Camera dei Deputati per lunghi anni Paolo Morisani (dedicatosi in pensione al forsennato accumulo di cose antiche, collezionistiche e d’arte, e diventato uno dei protagonisti espositori della famosa manifestazione nazionale di “Solo Carta” a Valmontone (Rm) negli anni 2000) aveva venduto il libro Pinocchio di Carlo Collodi, illustrazioni di Luigi e Maria Cavalieri, Edizione Salani 1929, per euro 30. Ora il Generale mi chiede, per mera curiosità: quanto vale adesso? Ebbene, il libro nelle sue varie edizioni dal 1924 (prima) al 1929 è quotato sui 150-200 euro secondo condizioni e venditore, ma… ma per quanto già scritto, in questo periodo di annichilimento sia della cultura sia del collezionismo ad essa collegato ne ho visto in rete esemplari offerti a 25-30 euro!


Storia di comune antiquariato tra “venditori e profani”

Signora Anna Maria Ginori da Firenze (tramite il comune amico scomparso purtroppo da poco e artista internazionale Luciano Ventrone), i veri antiquari (e parlo di quelli di tre generazioni) sono, a volte, dei gran signori. Il suo è una delle eccezioni che comprova il detto che “signori si nasce”, e quale che sia lo stato sociale di appartenenza. Questo il suo racconto: sua madre compra da un noto antiquario di Arezzo (al caro prezzo di 12 milioni) un quadro religioso descritto in fattura come “Una soave S. Caterina in estasi” (cm 120×80) “attribuita con certezza a Gregorio De Ferrari (1647-1726)”. E già qui mi vengono i dubbi: se c’è una certezza, perché non viene ascritto all’autore? Ma andiamo avanti. Dopo trent’anni lei fa restaurare il quadro da un valente professionista, e sui dubbi di questi che lo ritiene opera tardo ottocentesca per telaio, tela, pigmenti e anche stesura, si reca nel negozio del vecchio antiquario che glielo ha venduto e senza dire nulla gli fa esaminare il quadro per un’ipotetica vendita. L’interessato, a colpo sicuro, le dice che la tela è cosa della fine dell’Ottocento “su modelli seicenteschi”, e che può prenderlo solo in conto vendita a circa 3.000 euro. A quel punto lei tira fuori la fattura del 1990 dove, insieme, v’è la foto dell’opera. Lo scaltro antiquario inizialmente accusa il colpo farfugliando, poi si riprende e con un lampo di luce negli occhi: “Ma signora, la foto non è né timbrata né firmata, non è questo il quadro della fattura!”. E lei: “Scusi, ma allora io o mia madre avremmo venduto il quadro originale della fattura e trovato un altro analogo ma più recente come epoca per poi riportarlo da lei e… “Signora io non so nulla della faccenda e non so neanche se il quadro le appartenga e chi l’abbia mandata, sta di fatto che a questo punto neanche mi interessa e che la posso pure salutare”. Detto fatto l’antiquario lascia lestamente la sala della galleria e interviene una sua collaboratrice che con convenevoli anch’essa la invita al saluto di commiato.
Signora Anna Maria: che dirle? Ci sono nel campo i “truscianti” ed i Matteo Salamon di Milano che: dopo aver acquistato in asta alla Christie’s di Londra un trittico fondo oro fiorentino del ‘400, fattolo restaurare e analizzare in laboratori specialistici; dopo averne scoperto l’autore e l’appassionante storia e percorso ed averlo posto in vendita a 350 mila euro e in trattativa con museo svizzero, riceve la telefonata di Don Marino Navalesi parroco della chiesa di S. Pietro d’Avenza (antico borgo, ora quartiere di Massa Carrara) sede originaria dell’opera, desideroso di riportarla ivi (ancora esistono questi sublimi preti che non solo non si vendono i patrimoni storici-ecclesiali ma che tendono a recuperarli). L’antiquario Salamon, allora, decide di cederlo alla Chiesa per 160 mila euro (cifra che copre i soli costi vivi dell’intera operazione) raccolti con offerte da tutta Italia (da: rivista Antiquariato dicembre 2019).
Eccole signora la morale: l’antiquariato flette da secoli tra generazioni di filibustieri e galantuomini, e a lei è capitata la prima. E temo, gentile lettrice, che lei personalmente abbia conosciuto anche un altro appartenente alla stessa caratteristica categoria: colui che le ha affibbiato a 6.000 euro il divano in noce (cm 65x200x105) come autentico di epoca Carlo X, e che viceversa è una volgarissima imitazione di pochi decenni fa, neanche degli anni ‘50 quando ancora usavano le fasce di canapone ed il crine di cavallo per l’imbottitura. Il suo divano, in gommapiuma – ohilei – a fasce elastiche e rifinito nel legno a “Sayerlack – nitro”, è cosa da solenni bastonate. Vada pure ad espletarle dal venditore, ‘che nel caso non è reato, e dia libero sfogo alla sua generazione – se mi permette – di abbindolati. A Roma – con tutto il rispetto – si chiamano “gallinacci”: in sintesi, coloro che vanno in giro a spendere tanti quattrini da profani senza far ricorso prima ad un esperto.


Bijou americani e truffa italiana

Altra storia di comune dabbenaggine. Una signora “angelica” S. di Roma, un anno fa si è fatta convincere da una psicopatica amica, o forse scaltra “comare”, ad acquistare da una conosciuta lestofante di mercatini e sedicente esperta della materia come si professa in rete, una “prestigiosa collezione di bijou americani” per la somma di 90.000 euro! che erano i risparmi di una vita! Signora, la compiango, i detti bijou, vetri colorati o pietre dure e vili metalli, qui lo dichiaro: non hanno, né potranno mai avere valore alcuno, se non quello di indossarli; non avranno mai rivalutazione certificata nel tempo, essendo cose riproducibilissime fatte con materiali non lavorati ma fusi o stampati nella loro generalità, e per poterli rivendere deve aprire un banchetto per almeno vent’anni. Le significo che vi sono fabbriche apposite nel Rajasthan indiano che lavorano su ordinazione e riproduzione, anche da vecchi cataloghi, qualsiasi cosa venga loro indicato. Lei ha pudore per la “truffa subita”, se ne vergogna e non vuole che lo sappiano i suoi parenti, e mi ingiunge di non espletare i nomi della venditrice – cosa che avrei fatto ben volentieri. Almeno, la esorto a presentare una denuncia penale in cui dichiararsi “raggirata”, ma chissà che anche lei non trovi – nonostante il tempo passato – uno di quei “giudici di Berlino”.
Sono tanti i lettori che hanno provato a mandarmi bigiotteria da valutare e che io neanche prendo in considerazione. Anzi, esorto tutti ad astenersi da qualsiasi acquisto di biglietteria che non sia e solo per il piacere di adornarsene transuentemente.


Il signor Paolo da Bassano del Grappa (TV) non ha trovato notizie su Internet ed io gli fornisco le mie: il suo vaso (h 35×23 cm) in lattimo opalinico è stato prodotto – come da etichetta – dal “Gruppo Vittorio antiche soffierie napoletane” a Murano. Vittorio Sclopis (1844-1918) era un discendente di una nota famiglia torinese di industriali minerari a cui seguirono stabilimenti chimici. Intorno al 1870 creò, con il supporto ed il capitale di imprenditori napoletani, il gruppo Vittorio citato, con base nel veneziano e per prodotti commerciali di bassa fattura. Erano vetri soffiati su stampo da macchine o meramente stampati su forme per la fiorente richiesta interna e per i turisti. Ho notizie che tale gruppo era ancora in vita negli anni 60-70 del ‘900. Il suo vaso potrebbe appartenere a tali ultimi anni, ma il vetro è materia ostica anche a valutarla dal vivo, si figuri da foto prive di particolari (base, interni). Se intatto, il suo valore è sui 150-250 euro.


Il gentile signor Massimo S., che ringrazio per essersi messo a disposizione, mi scrive a proposito del quesito del signor Francesco Parente pubblicato nello scorso mese di aprile, circa una medaglietta religiosa. Riguardo ad essa chiedevo l’ausilio dei lettori che ne sapessero, al fine di decifrarne una parte iconografica. Spiega il signor Massimo: “Le frecce sotto le braccia del Cristo tali non sono ma soluzioni grafiche atte ad indicare il sanguinamento dovuto dai chiodi, al contempo indicano il significante 3 magico cabalistico, ricorrente solo nella religiosità cristiana”. Signor Massimo mi permetta: il numero tre, come simbologia, spazia dal culto “pagano” dei Celti, alla Kabala indorientale, alla Triade o Hung cinese (cielo-terra-uomo), ai tre semi e alle tre verghe di Mosè, alla stessa terza lettera “ghimel” (rotazione celeste) ebraica e così via (numero matematico dalle multiformi particolarità: primo euclideo, terna pitagorica, palindromo nel sistema binario ecc. tale da determinarlo nei secoli come numero “essenziale, magico, significo). Lei prosegue: “tre sono i chiodi della crocifissione di Gesù: padre, figliolo e spirito santo” sic (!?). E afferma la medaglia essere del secolo XVII-XVIII.
Vede gentile signore, quando scrivo “non ne so nulla delle frecce” è a significare che nel corso dei miei lunghi anni di studi di patristica ed iconografia religiosa (iniziati da insegnamenti nel Pontificio Seminario Minore, per poi passare ad archivi ecclesiali pontifici con Mons. Antonio Ferrua, all’Archivio capitolare lateranense di S. Maria Maggiore con Padre Jean Coste, all’Archivio dell’Imperiale Abbazia di Farfa con Mons. Aldo Andreozzi – e si può agevolmente informare su chi erano tali figure), ed essere stato per venti anni alla direzione come Curatore dell’Archivio-Museo del Duomo, basilica di Monterotondo e di tutte le sue antiche chiese, di tale simbologia non ne ho mai avuto conoscenza! Naturalmente, ciò sta solo a significare di non aver studiato abbastanza e certamente di non aver consultato a fondo i testi. Lei, mi permetta, dovrebbe fornire le fonti documentali delle sue affermazioni o esternare – con credenziali – la sua oculata preparazione scientifica in tale materia! Così come per il fatto di dichiarare con sicurezza l’epoca di un reperto non facilmente, come tipologia, accertabile, e che io, pur ipotizzando esemplare anteriore al XV secolo per mancanza di patina (abrasa), segni tipologici e attinenze precise, mi guardo bene dal certificare. Ad maiora.


Il signor Alberto manda in visione un quadro (cm 100×80) in scarna foto, rintelato e foderato, che afferma essere del ‘600 senza null’altro sapere (?).
Spiego in toto la sola scena rappresentata partendo dal cagnolino centrale con fiaccola in bocca e zampe sulla Terra che è l’emblema dell’Ordine dei Domenicani, per un gioco di parole del latino: Domenicus (Guzmàn il fondatore) derivante da domini = signore e canes = cani, quindi canes-domini ovvero i cani – fedeli – del Signore = Domenicani, capaci di allontanare i lupi (il diavolo-peccato) e di proteggere le greggi del Signore, portando la fiaccola della luce e della verità nel mondo.
Il secondo particolare rappresentato è la Madonna con bambino che fa scendere sul capo del Santo fondatore ciò che parrebbe un rosario, ma si può notare che non è chiuso circolarmente. E infatti si tratta di un salterio (cadenza ritmata della preghiera ripetuta quasi musicale) o “paternoster”: una cordicella con dei nodi, tipo quella con la quale il Santo recitava mille “avemarie” al giorno. Si ascrive a lui infatti – ma non è accertato – l’invenzione del Rosario così come conosciuto, anche per le missioni fatte contro gli eresiaci Catari che negavano i misteri della Passione e Incarnazione del Cristo e la Divinità della sua madre. Quivi San Domenico mette sotto la protezione della Madonna il suo Ordine maschile e il succedaneo femminile, con accanto il Papa Onorio III che approvò dell’Ordine nel 1216.
Detto ciò signor Alberto, non le comunico alcun valore della tela: mi stanno pervenendo quesiti di troppi lettori come lei con opere antiche, di pregio e/o valore, e non desidero che questo servizio gratuito sia il passepartout per accreditare, trattare o vendere opere con le mie credenziali (come successo, con tanto di fotocopia della pagina dell’Esperto) a chicchessia, tanto più che valuto da sole immagini e il giudizio così espresso è solo amatoriale e per privati e collezionisti, non per vendite o trattative professionali, per le quali dovete rivolgervi ad un esperto in carne ed ossa, facendovi fare una dichiarazione a fattura.


Signor Riccardo Leuci, pubblico il suo quesito unicamente per far capire ai lettori che continuano ad inviare fattispecie analoghe, cosa non si possa ritenere un’opera d’arte suscettibile di valore.
Lei mi invia una serigrafia (stampa direi) del maestro internazionale Giorgio De Chirico (1888-1978) su lastra d’argento (?), riportante sul retro una risibile dichiarazione di autenticità a “scarabocchio” come firma, redatta da una inesistente Euroart (senza infatti ne ragione sociale, indirizzo e qualsiasi altro riferimento), multiplo di 15/100 (n. 23) dal titolo ”Ritorno al castello avito” , Omaggio a De Chirico. Naturalmente, si tratta di prodotto illegale, da negozio di regali e bomboniere che, come detto, non vale nulla.


Signora G.S., le sue 4 serigrafie (dicasi stampe) di maestri pittori olandesi su rame (Studio Renoir – Taranto) non valgono nulla, nonostante le pseudo dichiarazioni sul retro apposte.
Il servizio bavarese da 12, se completo e senza rotture, vale 350-400 euro.


Signora Anna Gabbiani, non so chi siano questi esperti da lei conosciuti, che hanno usato il termine desueto ed improbabile di “scuola labronica” (movimento nato a Livorno nel 1920 da “post-macchiaioli” e che ancora adesso – e a mio dire impropriamente – esiste) per definire un’opera ad olio (cm 60×50) che tende ad un novecentismo alla De Pisis, con più controllo formale e delicatezza, di gran bella mano. Il quadro è firmato ma non ne riconosco l’autore, comunque lo valuterei, per pregio artistico, sui 500 euro.


Della serie “Capodimonte”, o anche marchio “N” seriale ed apocrifo (invito a leggere la rubrica dei mesi scorsi)


Il primo quesito è della signora Valentina Mattolini, un centrotavola (cm 40x20x14) marcato appunto come tale, di bella forma, presenza scenica ed arredativa. Anni 50-60 del ‘900, valore sui 500 euro se intatto.


Il secondo quesito è della signora Alessia Randazzini: statuine senza misure (!) “tipo capodimonte”. La prima con “vecchi”, valore sui 100-120 euro; i musicisti, valore sui 50-70 l’uno; i bambini musicanti, sui 100 euro.
Il vaso di bella manifattura compositiva e scenografica (sui tipi di Bassano degli anni 70), se alto 30-40 cm e intatto, vale sui 400 euro (e al di là del fatto che abbia o meno la “N” coronata).


Il terzo quesito è della signora Vivian Romeo che manda in visione un vaso a rilievi degli anni 50-80 del ‘900 (h 26 cm) marcato serialmente MAS – Capodimonte 1913, per il cui valore basta consulti i siti in internet dove sono in vendita a 30-40 euro.
L’orologio in lega stampata e dorato degli anni 70 del ‘900 (h 20 cm) non ha alcun valore monetale né per il meccanismo, né per le figure stampate in lega (anche mancanti di un braccio).


Il quarto quesito è del signor Sergio Andrietti il quale illustra delle statuine napoleoniche come di “Capodimonte”, senza indicare né misure né marchi. Egli ipotizza che la loro epoca possa risalire al periodo in cui furono regalate al padre, ovvero agli anni 70 del ‘900, e in ciò – per via della basetta in lega – mi trova d’accordo. Tante fabbriche in Italia produssero e producono ancora modelli simili. Il “Napoleone” vale sui 200 euro; il “Maresciallo” con bastone sui 150 e gli altri soldati sui 100 euro l’uno. Ma a parte il “Napoleone”, gli altri pezzi sono di difficile vendita; tutti in gruppo, invece, potrebbero valere sui 500 euro.


Il quinto e finale quesito della serie “Capodimonte” per questo mese, è della signora Cristina M. che ha tutte statuine con marchio “N” coronata. Il gruppo in bisquit (h 30 cm), forse Rinaldo e Armida, dalla Gerusalemme Liberata XVIII 17-39, valore sui 500-600 euro al di là del marchio (tra l’altro la base su cui è apposto il marchio non sembra da foto quella del gruppo) per l’imponenza e la fattura. La coppia di fanciulle in bisquit (h 15 cm) con panneggio dorato (di cui una difettata), valore sui 250 entrambe. I due amorini (h 12 cm) che presentano, oltre alla “N” coronata, due D incise nella pasta, sui modi di Giuseppe Cappè – Ipa-King- (1921-2008), valore 600 euro. La filatrice in bisquit (h 15 cm), statuina di non eccelso modellato, valore 100 euro.


Il signor Andrea Giuffrida manda in visione la foto di un’automobile: la S67 o 12 Ter, una Fiat da 300HP Record detta “la belva di Torino”, con al volante il pilota Pietro Bordino (1887-1928). L’auto, costruita in due soli esemplari (oggi ne rimane uno) toccò la strepitosa velocità record di 200 Km orari (eravamo nel 1911). La sua foto, signor Giuffrida, sembrerebbe autentica dell’epoca, se non fosse che ne ho ritrovata una identica e originale presentata nelle pagine del magazine americano “The Old motor” di Brattleboro-Vermont di alcuni anni fa, appartenente al collezionista di auto storiche inglese Graham Rankin. Nella sua foto sono stati eliminati dei particolari ed un altro personaggio accanto al pilota Bordino. Allora, se anche il suo esemplare – pur ritoccato – fosse autentico dell’epoca, il suo valore sarebbe sui 400-500 euro, altrimenti, come edizione successiva del 1920-40, sui 100 euro, mentre se è degli anni 50 in poi non vale nulla.


La signora Carolina invia alla mia attenzione una Santa Teresa (?) in cartapesta e gesso (h 41 cm) composta di elementi che, a vista, sembrano diversi come epoca. Ad ogni modo, tali cose non sono richieste e hanno mercato di riferimento a poche decine di euro.
Il bel servizio di piatti incompleto, in porcellana inglese della Cauldon Ltd, prodotto tra il 1905 e gli anni 20 del ‘900, vale sui 500-700 euro (tali prezzi per privati, nei mercati e mercatini la metà e meno).


Signor Bruno “biancoblak” la sua piastrella di ceramica, acquistata vent’anni fa ad un mercatino di Ventimiglia a 5 mila lire è una soave madonnina firmata dal maestro ceramista Guido Cattozzo (1910-1995), Gubbio, anni 40 del ‘900, che potrebbe valere oggi sui 250-300 euro.


Il signor Stefano Brazzelli invia foto di due statuine bucoliche in bisquit (cm 27). Nel 1953 Giorgio Basso, Bennacchio, e i fratelli Giuseppe ed Antonio Pordomello fondarono a Bassano del Grappa (VI) la manifattura Triade (marchio sotto gli esemplari inviati), ispirata ai modelli di Capodimonte e ancora attiva con denominazione “Nuova Triade”. Le opere in questione dovrebbero essere state prodotte negli anni 70 e valere sui 150-200 euro l’una, senza rotture né difetti.


 

Signor Michelangelo Leo, lei – su mio consiglio – ha fatto preliminarmente una prova sulla statuina cinese: venditore di conchiglie (fasciolaria trapezium) usate come contenitori, h 41 cm, che è una grandezza insolita per le creazioni in avorio, quindi, pur emanando alla fiamma odore organico potrebbe essere appunto di osso o di polvere di esso. Non mi scrive se ci sono o meno i segni caratteristici circolari dell’avorio, né io li vedo, e da foto più non posso dirle.
Il boccale svizzero (cm 15) pubblicizzante una funivia che conduce al Wetterhorn, picco delle Alpi Bernesi, stazione d’altura del comune di Grindelwald, non ha coperchio in argento ma in peltro lucidato. Non fosse peltro, insolitamente, potrebbe essere in alpacca (lega di rame, zinco, nichel). Tali boccali, ipotizzando il suo degli anni 40-50 del ‘900, valgono sui 50-80 euro.


Il signor Michele Di Meglio manda foto di due potiche in ceramica (cm 36) con dicitura sottostante: “Ancora 0269”. Allora: la fabbrica è appunto l’Ancora fondata a Nove (VI) nel 1946 e ancora attiva; i numeri potrebbero indicare – come avviene – il mese di febbraio e l’anno di produzione, il 1969. Le potiche sono molto belle e rare in coppia, ma dalle foto vedo una profonda lesione – che lei non cita – in una delle due, cosa che, naturalmente, le deprezza di molto. Le avrei valutate entrambe sui 600 euro, ma senza alcuna rottura o lesione; così – con una difettata – sui 250-300 euro.


Signora Lisa Pivotto, eh sì! la sua coppia di piccoli vasi (h 22 cm) non può essere ricondotta alla prestigiosa manifattura nazionale di Sevres, se non nella tipologia. Primo e fondamentale motivo, i vasi non sono marcati come “obbligatoriamente” prevedevano e prevedono i disciplinari della fabbrica. Secondo motivo, la non eccelsa fattura dei “transfert decorativi” della porcellana e i bronzi non cesellati e rifiniti – pur in una fusione a cera persa – e propri di fabbriche ceche o dell’Est europeo. Il loro valore, in un’ipotetica produzione degli anni 40-70 del ‘900, è sui 350-400 euro come oggetti d’arredamento.


E come sempre, un saluto a tutti e un abbraccio ai pochi.



Aprile 2021


Un altro pittore Poggiolini. L’autore stavolta però, ben identificato in don Leonardo Poggiolini (1977-2019). Me lo propone l’ulica e gentile professoressa Elsa Mariani dei Visconti. Signora, sarò franco: dire che il suo quadro è brutto, è un eufemismo, e non lo pubblico sia per non turbare l’ars visiva di alcuno sia per le cattive immagini inviate. Spero che su questa terra l’autore abbia ben più meritato in altri virtuosi campi per assurgere all’agognata gloria dei cieli, ‘che altrimenti lo vedrei ben al caldo nei sottostanti piani della Nemesi divina.


Da “trestevere” (Roma) l’amico Nuccio, mercataro di lungo corso a Porta Portese, manda in visione una ceramica di Limoges: dice lui! “Ma de che…” gli rispondo io in romanesco. La tua ceramica è stata prodotta negli anni 70-80 del 900 dalla Old Styles (in località Camillara – Gallese scalo, distretto ceramico di Civita Castellana), una delle tante fabbriche dello storico territorio che hanno copiato tutto e tutti sin dall’antichità (a cominciare dalle famose ceramiche falische ad imitazione delle greche nel IV-V secolo a.C.). E il marchio apposto lo conferma.


Signorina Adriana Alfano, sia gentile, la prossima volta mandi le misure! La vetreria Verreries de Compiegne fu fondata nel 1923 da David Guéron che appose le iniziali del suo nome e cognome come marchio alla nascente manifattura: Degué. La ditta, prestigiosa nel campo, terminò la sua avventura nel 1940. La sua lampada – fosse autentica – dovrebbe risalire agli ultimi anni di produzione, ma esistono tanti falsi nel campo e la sua, a foto, lascia qualche dubbio. Tra i 300 e i 500 euro.


Signor Alberto, la sua statuina è opera della pseudo bottega dello scultore livornese Giuseppe Armani (1935-2006), artista che divenne noto per avere creato le statuine/personaggi per conto della Walt Disney (e queste, introvabili, hanno quotazioni ragguardevoli). Quelle come la sua sono state prodotte da una delle innumerevoli fabbriche di “pseudo Capodimonte” che, a nome dello scultore e indebitamente, hanno copiato qualche sua tipologia. Io non ne conosco minimamente il tipo di produzione, ma nel tempo ho visto centinaia di tali cose comprate nei negozi di bomboniere a caro prezzo e a volte donate come lussuosi regali di matrimonio. Naturalmente, pezzi del genere non hanno grandi valori: 80-100 euro, cifre che, del resto, chiedono gli onesti espositori nei mercatini agli amanti di tale genere.


Signora Giovanna, la sua è una servantina con alzata del periodo tardo Liberty (anni 20-40 del 900). Non mi scrive – chissà perché – le misure, ma in questo caso è irrilevante giacché tale mobilia oggi è trattata nel mercato a bassi prezzi: 300-400 euro.


Signor Francesco Parente, bene ha fatto a dichiararsi non interessato al valore della sua medaglia religiosa (cm 1×2), forse medievale, e che lei ha ben spatinato rendendola priva di qualsiasi valore. Quanto ai significati delle scritte apposte: MD sta certamente per “mater dei” (dal greco antico MHTHP – meter – OEOY – theù-). CAR potrebbe appartenere all’aggettivo latino di 1ª classe car-carae = cara. Ma le sigle, specialmente in campo religioso, seguono l’intento precipuo dei loro realizzatori e a volte non per  conoscenza e intento generale. Nulla so in merito alle frecce che indicano le braccia crocifisse nel verso della medaglia, ma ci studierò, e spero sempre che qualcuno dei valenti, dotti collezionisti e antiquari che mi leggono, ben altro sappiano dircene.


Signor Giuseppe Avola, no! la sua coppia di porcellane (cm 14×11) non appartiene alla manifattura di Meissen. Si tratta di riproduzione degli anni 50-60 (?) del 900 e può valere sui 150-200 euro.


Signor Francesco Iannucci, innanzitutto voglio sperare che si riprenda al più presto dal difficile momento che sta passando e le invio auguri e abbracci.
Il suo piatto sui tipi derutiani (cm 52), a vista e dalle non esaurienti foto, lo ritengo pezzo del 900. L’autore mi è sconosciuto. Lo inserirò nel mio archivio per ulteriore studio. Così al momento, il suo valore come pezzo d’arredamento è sui 350 euro.


Signora Claudia Volpi da Milano, il suo gruppo in porcellana (h 18 cm) con marchio “N coronata” probabilmente – come sono costretto a dire trattandosi di buon prodotto visto da sole foto – è stato realizzato in Turingia o in Sassonia da una delle fabbriche che hanno fatto del logo “napoletano” una tipicità esportata in tutto il mondo. Ma non escludo che potrebbe essere anche di una buona manifattura italiana da me non individuata. Come incessantemente ripeto, tale marchio fu ed è ancora copiato da produttori di tutta Europa e non solo. Valore, se privo assolutamente di rotture e/o difetti, 350-500 euro.


Signora Ines Musa, il suo tavolo in artigianato povero (cm 1,80×75) sverniciato a metà, e del quale, viste le diverse coloristiche foto, non riesco ad individuare l’essenza (castagno, olmo, ciliegio?), è comunque di quei tavoli popolari ad uso casalingo presenti nel mercato a centinaia e la cui epoca è distinguibile solo dal vivo. Il loro valore a completo restauro – ‘che altrimenti si comprano a 200 euro – a seconda dello stato di conservazione, dell’essenza lignea, e di chi li vende, varia tra i 600 ed i 2.000 euro, ma oramai penso al capolinea della mobilia antica.
La statuina (cm 45), sui tipi dello scultore belga Victor Rousseau (1856-1954), è prodotta in migliaia di esemplari un po’ ovunque in Europa e vale sui 150 euro se mancante di rotture.

 


Signor Roberto Contisciani, in primis rispondo facendo presente, a lei e ai lettori tutti, che non dispongo di collaboratori in diverse materie nel disbrigo dei quesiti inviatimi; mi aiutano solo anni e anni di studi umanistici, artistici e scientifici, unitamente a una biblioteca di circa 40 mila volumi, 110 mila pubblicazioni specifiche e metri cubi di documenti (sono un fanatico di questo!). D’altronde, la rubrica “L’Esperto”, che riceve ogni mese centinaia di quesiti, è al momento gratuita, e disporre di altri esperti sarebbe insostenibile economicamente. Quando mi avvalgo di altri colleghi esperti antiquari e/o connaiseur, è mio compito e dovere citarli almeno nella rubrica.
La sua statuina (40 cm) in bronzo, “la Giustizia bendata”, è fusione patinata dozzinale, probabilmente francese del 1900/1950. Vale sui 250-300 euro.


Signora  Loredana Fossati, la sua coppia di versatoi in metallo e vetro (h 40 cm) è senz’altro piacevole arredativamente. Esemplari in bronzo, come a lei sembrano essere, valgono sui 500 euro, nonostante la piccola rottura della parte apicale facilmente ripristinabile con pasta o cera dura. Fossero viceversa realizzati in antimonio o zama (gratti o scartavetri il metallo sotto la base: se appare il colore giallo o oro è bronzo, se appare il grigio alluminio è zama) il valore scenderebbe ai 150-200 euro.


Signora Elisabetta S. da Palermo, non dovrei risponderle perché mi sono ripromesso di non farlo a chi non manda le misure, ma visto che queste sono facilmente deducibili dalle variegate foto inviate, non lo faccio. E in ordine di invio le dico: ceramica “studente al tavolo”, firmata Bedin (Raffaello), manifattura dozzinale Araba Fenice con altrettanta “N coronata”, cosa degli anni 70 del 900, valore sui 70-100 euro; “fanciullina con scopa”, marchio Essevi-Torino, ma che mi lascia perplesso per la sigla M.T. ed il numero 257 che non appaiono nei miei prontuari, valore dai 350 ai 600 euro; i “Cavalli” sui modelli della Lenci di Torino (da cui derivò la Essevi) non hanno marchio e vanno ascritti a fabbrica epigona del fiorentino, valore sui 200 euro.


Signora Milena P. detta Milly da Terni, le rispondo circa i mercati di cui chiede ulteriori notizie: “I Sabati dell’Usato” si svolge il sabato tutte le settimane (chiusure per Covid a parte) e con ogni condizione climatica  perché posizionato al coperto nel parcheggio delle Ferrovie dello Stato a Monterotondo Scalo (RM). Il mercato, al quale si può arrivare comodamente anche con il treno, è enorme – credo il più grande al coperto del Centro Italia (150/200 espositori) – è fornito di moltissimi parcheggi gratuiti, servizi igienici curati dal personale e di un punto ristoro. Preso d’assalto al mattino presto (chiude alle 14) da tanti commercianti romani, e non solo, a caccia di affari presso i banchi dei variegati espositori (svuota cantine, appartamenti, discariche, fabbriche), propone merce di ogni genere che cambia di volta in volta: dalla montagna di materassi del negozio in chiusura, alla pressa del 900 da 5 quintali proveniente da qualche azienda. Pensi, signora Milena, che una volta è stato messo in vendita persino un missile meteorologico lungo 3 metri. Insomma, ai “Sabati dell’Usato” si possono trovare cose inconsuete e particolari insieme ad abiti, accessori anche di lusso e antichità. La cosa migliore sarebbe frequentarlo con costanza, unitamente all’altro grande mercato limitrofo (a una decina di chilometri) di cui chiede: la “Fiera Tiberina”, che si svolge, però all’aperto, per cui le consiglio di telefonare prima agli organizzatori in caso di previsto maltempo, e adesso in emergenza Covid. La Fiera si svolge ogni domenica sulla Via Tiberina al Km 24, presso il piazzale Wurth – Scorano – Capena, vicino all’entrata dell’autostrada casello di Fiano Romano. Vi si possono trovare un centinaio ed oltre di espositori/cercatori di un po’ di tutto, e pure qualcosa di artigianato e prodotti agro-alimentari. Anche qui, grande possibilità di parcheggio, servizi igienici con personale, punto ristoro. Da vecchio collezionista/ricercatore compulsivo le consiglio questi mercati vivamente. Informazioni al 324.6318453 – 342.0634022 – eslas@libero.itumaif@libero.it


Il signor Giampiero Provenzano manda foto di un importante libro: “Atlante generale della anatomia patologica del corpo umano” di Jean Cruveilhier (1791-1874), grande anatomista e patologo francese, Edizioni Batelli 1843. Il volume fa parte di quei testi di pregio che anni fa avevano una loro rilevanza nel mercato e si vendevano a cifre pressocché identiche da chiunque si acquistassero. Purtroppo oggi, deceduta la gran parte dei valenti collezionisti, non v’è più interesse e amore per oggetti come i libri di pregio, tant’è che chi vende, sia che abbia acquistato a sua volta a poco, sia che abbia bisogno di vendere, lo fa, come si suol dire, a “ prezzi stracciati”. E cosi oggi abbiamo che: la Libreria Antiquaria Malavasi di Milano offre il testo a 3.800 euro  (che potrebbe essere il suo valore reale);   lo Studio Benacense di Riva del Garda (Tn)  lo propone a 1.400 euro, mentre la Gilimbert, libreria antiquaria di Torino, addirittura a 1.000 euro! E il bello è che ognuno dei venditori citati – e ve ne sono anche altri – sono persone serie e di esperienza! Cosa altro dirle dunque? Io le suggerirei di tenerlo.


Signora Federica, un po’ di storia: Fritz Thomas, imprenditore tedesco, nel 1903 fonda a Marktredwitz, Bavaria, una manifattura di porcellana a suo esclusivo nome (prima era con altro socio). Nel 1908 la prestigiosa ditta Rosenthal ne diventa proprietaria acquisendo il marchio che userà a proprio piacimento. Dal 1939 al 1952 circa inizia ad operare con il logo Thomas Hivory, trasferendone la produzione singola in altra città e stabilimento nel 1959-60. E infatti, signora, il suo servizio porta la data 64 dopo i numeri seriali e da questo deriva la sua epoca. Rispondo poi alle sue ulteriori domande: il nome impresso nei fondi dei piatti, Giuseppe Bernasconi  “esclusivista della Rosenthal ”, determina la persona come una di quei “grossisti” che ottenevano tale prerogativa (insieme a grossi sconti) dalle ditte, ordinando grandi quantitativi di merce e distribuendola  nei negozi, in questo caso di lusso, vocati. Il bordo in amalgama di oro/rame applicato è tipico delle porcellane di un certo pregio. Detto ciò: se non mi invia nel dettaglio il numero dei pezzi che compongono il servizio cosa le valuto?


Il signor Sandro Conforti mi scrive di aver fatto esaminare le due coppie di statuine ceramiche inviatemi in visione (vedi rubrica di Marzo) anche da altro esperto, il quale ha rilevato equivalenti le stime date ma ha dato diverso parere circa la loro manifattura di provenienza. Le prime, con marchio “N coronata”, io le indicavo come di fabbrica tedesca della Turingia di Rudolstad, forse la Ernst Bohne Sohne, l’altro esperto, invece, le ritiene della Doccia-Ginori, sempre fine Ottocento primi Novecento. Io però rimango della mia idea, considerando e marchio e fattura, e trovo piuttosto generici i manufatti per potergli assegnare a una così precisa provenienza, salvo poi che l’esperto consultato non abbia studi così specifici e dettagliati – che io non ho – da poter affermare con certezza cosa diversa.
Le seconde statuine, che per le due “CC” affiancate e tipiche di alcune manifatture tedesche io avevo ascritto a fabbrica tedesca similare alla prima, sono invece, per l’altro professionista, da assegnarsi a Giuseppe Cappè (1921-2008). E su questo devo dichiarare che, indiscutibilmente, ha ragione lui! Dopo aver visionato meglio il marchio poco visibile da foto nella sua interezza, ovvero “G. Cappè”, e trovati coerenti all’opera dell’artista i motivi decorativi alla base, non faccio soverchia fatica ad ammettere la svista che la frettolosa visione delle sole immagini (di modellati classici e generici ) non ingrandite ha prodotto. 
Vede signor Sandro – e mi rivolgo ai lettori tutti – il mio compito precipuo di esperto di carta è quello di non far prendere abbagli in merito al valore delle cose inviate, e su ciò mi ritengo – essendo anche stato antiquario – abbastanza ferrato sul mercato. Sul resto che mi viene sottoposto, e che naturalmente comprende tutto lo scibile del creato (dai gioielli alle figurine, dai tappi alle auto d’epoca, dai quadri alle terraglie) io, grazie ai lunghi studi e all’esperienza, faccio quel che posso, ma non è che sia un luminare di tutte le tipologie, e sono ben contento quando qualcuno esprime, ed a ragione, un parere diverso dal mio, perché ciò mi arricchisce e mi ridimensiona. Il che è sempre utile.


Il signor Enzo Romagnolo manda in visione 3 opere ereditate. Due di esse (cm 48×36) sono del forlivese Enzo Pasqui (1920-1998), insigne disegnatore, grafico, designer, pittore di vaglia. Purtroppo la sua variegata mano non è stata consacrata appieno e le sue creazioni non sono trattate che raramente nel mercato e a prezzi diversi. Ad esempio, il  primo quadro in foto, molto bello, penso sia valutabile sui 600-800 euro, il secondo la metà. La terza tela (cm 60×80), opera di impatto dell’artista, sempre di Forlì, Carmen Silvestroni (1937-1997), esponente minore della Transavanguardia, che ha purtroppo scarsa trattazione sul mercato, vale sui 400-600 euro. Le mie stime l’avviso, si riferiscono ad un contesto nazionale di vendita e non alla trattazione locale che magari ha un suo mercato di specifici collezionisti.


La signora Natalia Vaccari mi scrive affinché le indichi dei buoni libri inerenti la conoscenza dettagliata degli stili, della manifattura e della provenienza dei mobili antichi. Colgo così l’occasione per salutare l’amico professore Alberto Vaccari (suo omonimo di Bovolone – Verona) esperto, divulgatore e sommo restauratore, autore di “Dentro il mobile”, libro che tutti i cultori dovrebbero avere nella loro biblioteca (Edizione Zanichelli  nella II edizione corretta e ampliata 2005, ma anche la prima va bene). Ricordo, con lui e con l’altro amico e connaiseur ingegnere Antonio Valenti, una conferenza negli anni ’90 presso la prestigiosa Galleria d’antiquariato Ida Benucci a Via del Babuino a Roma. Un altro consiglio che posso darle è quello di cercare nell’usato, anche in rete – pagandola poco – l’ enciclopedia “Corso di restauro e antichità” (5 volumi) della De Agostini anni ’90. Nel volume dei mobili e del restauro troverà informazioni interessantissime.


Signor Paolo Gotti, non credo che le sue sedie neo-rinascimentali (h 123 cm) possano ascriversi – così come indicatole all’acquisto circa trent’anni fa – all’Officina Milanese di Ferdinando Pogliani (1832-1899) e figli, sita in via Montenapoleone 21, con filiale in Via Brema 21 Milano. E questo per due ben precisi motivi: il primo è dato dall’assenza di targhette o stampigliature che comparivano su tutti i mobili della famosa ebanisteria; la seconda, più tecnica, è che le sue sedie riflettono uno stile prettamente umbertino e non proprio dei Pogliani, più evoluti verso un gusto meno  nazionale e d’oltralpe. A ragione di queste considerazioni le sue sedie mi paiono più vicine all’opera degli ebanisti, anch’essi milanesi, Daniele Lovati e Carlo e Giovanni Andreoni (1860-80), artigiani di minori facoltà tecniche e più legati alla tradizione costruttiva. Naturalmente la mia valutazione ha la criticità di non essere dal vivo, ove viceversa e per tanti motivi occorrerebbe essere in questo caso. In più, la sua mobilia, priva di documentazione, fattura o quant’altro (se in suo possesso, non l’ha comunicato) non si presenta in condizioni ottimali per un responso. Posso, così, dare alla sue sedie solo un’attribuzione generica ai Lovati-Andreoni, e stimarle, nelle condizioni in cui sono, sui 1.000 euro cadauna.


Avvocato Marie B. Blanchette dal Quèbec – Canada, innanzitutto i suoi piatti non hanno alcun riferimento con  la manifattura Theodore Haviland & Company (1893 Limoges). I motivi decorativi delle sue porcellane derivano da modelli cinesi, copiati un po’ ovunque in Europa e altrove. L’unica cosa certa è il marchio riportato: “Leone di San Marco” impresso, che si differenzia, d’altro canto da quello simile della Ceramica S. Marco di Nove, fondata nel 1895, che pure lo ha utilizzato negli ultimi anni, apponendovi invece del Vangelo la N di Napoli-Capodimonte (chissà poi per quale triste ed oscuro motivo!). Lei pone come data di riferimento il 1923, anno in cui sua nonna ricevette il servizio in regalo per le nozze, ed io, stimando da sole foto, devo accettarla come possibile, anche perché per quante ricerche abbia fatto, non sono al momento riuscito a trovare altre notizie. Pubblico, sempre nella speranza che qualche collezionista ne possa sapere di più e riferirci in merito.


Signor Giorgio Giarra dalla provincia di Milano, non facciamo confusione: io non so chi sia il grande collezionista e “modernarista” milanese che la consiglia e le vende, ma se da una parte è indubbiamente più di me informato sui valori dei prodotti di cui parleremo, dall’altra noto alcune strane lacune sulla conoscenza dei materiali.
Sintetizzando – anche per non addentrarmi in formule chimiche astruse – mi spiego: la resina termoindurente nota come Bachelite, inventata nel 1907 dal chimico belga Leo Hendrik Bakeland (1863-1944), poteva, e solo, essere prodotta nei colori scuri nero o marrone; materiale ancora durissimo, ai nostri giorni presenta esemplari perfetti a livello conservativo. Solo negli anni 20-30 nacquero  nuove  resine ureiche che potevano essere colate o stampate in colori chiari, ma esse negli anni presentano conseguenze spiacevoli per chi le colleziona. Ad esempio: il Plaskon nel tempo si crepa; la Catalina sbiadisce e si restringe; il Beetle o Scarabeo, con i suoi bianchi screziati o marmorizzati, si rompe ai piccoli urti; il primario Polistirolo duro si rompe e disgrega, ecc. Fatto stà che i prodotti in bachelite sono ancora “eterni” mentre gli altri si trovano, generalmente, in non buone condizioni, e i pezzi autentici sono rarissimi nel mercato. Le significo, a questo proposito, che la Corea del Nord da anni ha intrapreso una fiorente industria statale delle false resine dei primi decenni del 900, impiegando semplicemente scarti inutilizzabili di variegate plastiche moderne più volte riciclate “e a fine carriera”. Queste, non più legate dai componenti polimeri esausti sono: fragili, similarmente dure, simulano le vecchie resine a base ureica e in più sono dannose per la nostra salute e per l’ambiente.


Il signor Renato 63 da Faenza manda in visione una serie di ceramiche a sua detta autentiche della bottega faentina dei Ferniani, ma che anni fa “la Luisa Foschini di Bologna ha ritenuto false” (sic). Signor Renato, evidentemente lei non conosce una delle più profonde esperte della coroplastica italiana, io invece si! Quindi, neanche guardo i suoi pezzi… ubi major minor cessat… et tacet.


Signor Francesco Mason (con foto al limite della cestinazione!), le premetto che il mercato degli sci “antichi” o vecchi non ha delle valutazioni stabili ma a seconda di chi li vende: si possono trovare nei mercatini a poche decine di euro o in siti on-line a centinaia di euro. La sua prima coppia (in frassino) è produzione della mitica fabbrica di Torino Attilio Angrisani fondata verso il 1930 (allora in Corso Belgio 1 e in seguito in Via Lessolo n. 16). Avrei assegnato i suoi sci agli anni 40-47 (non mi risulta infatti attiva oltre), ma gli attacchi inseriti: Colber della ditta dell’impresario di Milano Renato Covini che, fondata nel 1953 produceva bastoncini da sci e poi dal 1958 anche una linea di attacchi, mi inducono a crederli appartenenti a quegli anni, a meno che non vi siano stati apposti dopo. Il loro valore, nello stato precario in cui mi appaiono, è di 200-250 euro; una volta restaurati, sui 500. Gli altri modelli: i Persenico, sui 100 euro, gli altri nulla per le condizioni da “discarica” in cui si trovano.


Signor Guido Cassanelli da Zocca (MO), le premetto che sono onorato di conoscere una persona che ha lavorato, e duramente, per 60 anni, permettendo a persone come me di studiare e lavorare (molto meno e con minore fatica) in una nazione sviluppata e creata non tanto dai discorsi e dalle prolusioni di politici ed intellettuali (che hanno semmai indicato la strada) ma appunto dalle persone che come lei hanno duramente faticato, sollevando un paese dalle macerie della guerra e portandolo ad essere una delle sette potenze industriali nel mondo, rinunciando – nel suo caso – a studi che altri (come me) hanno potuto permettersi. Dalla sua mail, noto poi un “linguaggio” non scevro di conoscenza e desiderio di essa, e questo vale per me più di una laurea.
E andiamo al suo quesito: un tavolino giapponese laccato (avuto a scomputo lavori) che presenta inserti bordativi d’argento e ospita una vaschetta in rame dall’uso non identificato (braciere, scaldavivande…), detto per tali tipologie: “urushi”. Ma… ma la scritta dorata giapponese apposta recita “Progettista Paul Larssen”, che dire? Non ho trovato nei miei prontuari alcuna notizia riguardante tale “designer”. Quasi sicuramente trattasi di una serie di mobili sullo stile giapponese, ordinati a qualche fabbrica per arredare un albergo, un luogo di comunità… Non so cos’altro pensare. Ad occhio, lo ascriverei agli anni 40-60 del 900, ma senza certezza. Il valore non può comunque superare, a corpo, i 400-500 euro. L’abbraccio, prendendomi i complimenti per lo svolgimento solitario dei quesiti rivolti dai lettori, ma estendendoli alla Redazione tutta per l’abnegazione con cui mi sopporta e supporta da decenni.


Signor Marco Bassi da Verona, i vasi che lei vorrebbe acquistare, manufatti sui tipi di Limoges riconducibili a fabbriche certo minori, non hanno la leggiadria, il modellato e lo svolto decorativo necessari a farli assurgere ad oggetti di grande pregio, sono al più oggetti arredativi. Il primo ha per base non il classico bronzo ma del legno porporinato più che dorato (e a foglia) è ascrivibile con gli altri stilemi agli anni 50-80 del 900. Valutazione: per il primo (cm 90) sui 400-500 euro, per il secondo (cm 40) sui 200-250.


Signora Maria Cardinale,  ritratti “a filo” come il suo erano la specialità di Burano e delle sue grandi ricamatrici, ma anche a Rapallo e a Cogne vi è stato, dai primi dell’800 e sino agli anni 50 del 900, un fiorente artigianato di medesima qualità e dall’elevato valore economico. Oggi purtroppo, mi spiace dirlo, tali tipologie non solo non hanno alcuna trattazione, ma sono detestate dal mercato.


Ringrazio vivamente il signor Giuseppe Biagioli da Cesena – abbonato per più di vent’anni alla nostra rivista cartacea) – oltre che per la stima, per le parole scritte: “all’arrivo della Gazzetta ci bloccavamo tutti in famiglia per leggere la pagina dell’esperto”, che a distanza di decenni è ancora la mia rubrica e che mi riempie di soddisfazione e orgoglio.
In merito quesiti accumulati da sottopormi: i 27 volumi completi “Collezione italiana dei diari, memorie, studi e documentazione per servire alla storia della guerra”, editi dalla Mondadori nel 1926, nella condizione di intonsi valgono intorno ai 200-250 euro; l’opera in 147 fascicoli “L’eroina del Piave” di Nino Costa, edita nel 1909 dalla Casa Editrice Moderna con copertine di Campanini, vale sui 120-150 euro; due lastre tipografiche (cm 20×15) incise all’acido su zinco, anni 1860-80, valgono  poche decine di euro cadauna; il calco di testa di donna in gesso laccato, neoclassico fine ‘800 primi ‘900 (h 42 cm), vale 80-120 euro; il busto (h 17 cm) non di “pastora da presepe” ma di santa meridionale privata di aureola (là dov’è lo spillone con due olive) e di vestimenta, epoca 800, vale sui 250-300 euro nello stato; l’orologio da tavolo (cm 15×15) Jager Le Coultre degli anni 60, uno Skeleton clock carica meccanica a 8 giorni, vale sui 500-600 euro se funzionante ed in buone condizioni.
Quanto ai servizi della ceramica Cossa, signor Giuseppe, mi deve inviare più foto dei pezzi e del decoro. Un abbraccio.


Signor Remo Fedi, lei manda ancora foto di difficile valutazione: manufatti orientali che, in mancanza di marchi e/o segni di riconoscimento, sono costretto ad analizzare basandomi solo da quanto vedo e dalla tipologia che, io identifico, e che lei mi indica. Ciò non è molto, considerato il mio modus operandi – unico – nella disamina di simili oggetti. Ovvero: prendere in mano il manufatto per rendermi conto del peso, strofinare i polpastrelli sulla vetrina per valutare lo spessore, dare una schicchera col dito per sentire il suono delle pareti, e infine, leccare (eh già!) i fondi non smaltati. Pertanto il mio giudizio che le espongo è basato unicamente sul craquelure (piccole crepature nello smalto) che, però, purtroppo non vedo sui suoi oggetti, e che non solo mi induce a ipotizzare date recenti ma addirittura non mi fa escludere che possa trattarsi di copie moderne. Detto ciò: il vaso (cm 60) della dinastia cinese Qing (1644-1912) – ma che io assegnerei ad un periodo più tardo del 900 – valore sui 400 euro; la grande mattonella (cm 40) del periodo persiano Qajar (1779-1925), a mio avviso pezzo dei primi decenni del 900, valore 800-1.200 euro.
Chiudo riportando, per notiziarne tutti, il seguente risultato ai miei occhi un tantino strabiliante: asta Pandolfini 22 luglio 2020: Vasca da pesci in porcellana tarda dinastia Qing ( stiamo parlando del Novecento, quanto inoltrato?) h cm 29,5×39,5, valutazione 3.000-5.000 euro, aggiudicazione 751 mila euro! Ora: o c’è sotto un problema di soldi e di loro “giri”, oppure io, avendone venduta una più bella e autentica negli anni 90 a 2 milioni delle vecchie lire (l’avevo acquistata, perché bellissimo esemplare, ad 1 milione), ad oggi ancora, ed è facile, non ne capisco nulla!


E come sempre, un saluto a tutti e un abbraccio ai pochi.


 


Marzo 2021


Apro questo mese con il quesito postomi da una gentile signora di Livorno che mi prega di citarla solo con il nome: Ines. Ella possiede – afferma – alcuni disegni di Amedeo Modigliani (1884-1920) e me ne chiede expertise dal vivo. Ebbene, senza neanche vederli – e con l’intento di farle risparmiare denaro – le dico subito, signora, che si tratta di falsi. E mi spiego: la vicenda post mortem (per suicidio) del grande artista livornese è talmente piena di falsità, bugie, interpretazioni e messinscena clamorose e scandalose, che a mio avviso, non possono esistere (se non documentate da passaggi di proprietà e percorso storico) opere in circolazione che possano definirsi autentiche dell’artista. Non intendo soffermarmi sull’arresto (2012) del Presidente degli Archivi Legali Modigliani, tale Cristhian Parisot: ciarlatano, falsario condannato. E non voglio nemmeno ricordare più di tanto – per amor patrio e amicizie – i famosi ritrovamenti (1984) delle teste sculture di Modigliani nel canale di Livorno, autentificate dai luminari italiani dell’arte quali Argan, Ragghianti, Brandi e, purtroppo, anche dal mio amico Enzo Carli: una vicenda che trascinò nel ridicolo tutta la struttura della Soprintendenza che egli stesso presiedeva a Pisa. Un abbaglio che si rivelò documentalmente e senza ombra di dubbio, lo scherzo di tre ragazzotti muniti di Black&Decker, nonché atto di protesta (così giustificò il suo gesto) di uno pseudo artista locale che voleva far “riflettere” sul mondo dell’arte e sui suoi meccanismi di induzione. Io ed altri – modestamente – all’epoca avevamo detto e scritto ben altre cose sulla vicenda e sull’intera opera del “Modì”, e parlato delle considerazioni e accuse (alterne) non proprio limpide fatte dal dott. Carlo Pepi, collezionista e commercialista in quel di Cercina.
Sull’opera di Modigliani non v’è certezza alcuna. Morta l’unica nipote dell’artista e azzerati periti e controperiti che possano dare sicurezza al mercato: chi può sentenziare autenticità di sorta? Solo adesso, forse, grazie al lavoro del valente Prof. Marc Restellini (già ex direttore della Pinacoteca di Parigi), un catalogo ragionato con analisi scientifiche di laboratorio, si potrà cominciare a dare qualche certezza sulle opere dello sfortunato e depresso Modigliani. Ma ne sono fortemente dubbioso: nei musei e nelle collezioni private ci sono decine e decine di opere false dell’artista che, a forza si essere state così ben esposte e/o rappresentate, non hanno la minima possibilità di essere disconosciute o distrutte. È questo, un dato di fatto e che per di più, a mio avviso, è propedeutico ad altro, come ad esempio alla sentenza espressa da un giudice americano di Huston (Texas) che ha decretato autentici dei Modigliani giudicati falsi da un collega italiano che aveva dato incarico di periziare a due signore che non avevano titolo precipuo per occuparsi dell’opera del Maestro. Insomma, signora Ines, ripeto: i suoi disegni – che non voglio neanche visionare – sono falsi!


Signor Roberto Cecon, per le sue tavole a china di fumetti degli “Albi dell’Intrepido”, vale quanto da sempre ripeto sulle opere d’arte: deve avere prova di provenienza e documentazione accertata, attestati o immagine con foto dell’autore, altrimenti ad artista scomparso – nel suo caso il prestigioso Galep (Aurelio Galeppini 1917-1994 autore e creatore di Tex Willer) – l’autentificazione diventa cosa ardua, da specialisti del settore, non sempre propensi – se non a lautissimo tornaconto – ad espertizzare. Mezzo secolo fa le tavole originali si potevano reperire tra gli scarti delle tipografie. Mi ricordo, a Roma, quella dei fratelli Spada sulla Tiburtina, che stampava decine di fumetti prestigiosi. Aveva, nella campagna sul retro, una sorta di discarica a cui, fatto un mucchio (era tutta carta), dava fuoco. Tanti ficcanaso e stracciaroli evoluti (tipo me) vi si introducevano negli anni 70, abusivamente o grazie all’accordo, remunerato, con qualche operaio. Si frugava alla ricerca di stampe e disegni! Mi ricordo, tra i pacchi di carta raccolta, di alcune serie di “prove inchiostro” e di due chine originali di Flash Gordon di Alex Raymond: vendute a caldo ad un collezionista americano, mi permisero il mio primo viaggio negli States.


Signor Fabrizio Bertolotto, quando mi propongono – ai nostri giorni… poi – opere di artisti conosciuti, con passato di gloriose vendite ma con nome non di primo piano e veicolato dal mercato, mi spiace rivelare che esse non vengono vendute che a poche centinaia di euro. Ma lo debbo fare! per non creare false illusioni. Il pittore-scultore Pio Succi (1929-2007), artista di bella mano che ha avuto numerosissimi riconoscimenti di critica e pubblico con conseguenti valutazioni sino agli anni 90, ora non è più commercializzato, e un quadro come il suo cm 50×70 ha il valore – come dicevo, e presso qualche raro collezionista – di poche centinaia di euro, a seconda del compratore.
Stessa situazione per Renaldo Nuzzolese (1918-1988), pittore e ceramista dalle non poche qualità. Non si trovano di lui recenti stime d’asta o di vendita, e su rete solo poche cose proposte o a quasi niente o a migliaia di euro – da gente inconsapevole. Ma il mercato consapevole, viceversa, tace su di lui come su altri innumerevoli pittori una volta famosi e costosi.


Signor Sandro Conforti manda in visione quattro statuine. Le due pregevoli in porcellana (h 35 cm), con “N coronata” apposta, mi permettono di ribadire il concetto (lettori tutti, leggete bene, vi prego!): tale marchio (pseudo Capodimonte) è stato ed è usato da migliaia di manifatture un po’ in tutto il mondo. Quello in questione dovrebbe appartenere a una fabbrica di Rudolstad nella Turingia tedesca, e probabilmente alla Ernst Bohne Sohne che le produsse tra la fine dell’Ottocento e i primi del Novecento. Valore sui 400-500 l’una, per epoca e livello plastico/decorativo. Le altre due statuine in bisquit dorato (h 25 cm) della stessa epoca, che hanno incise due “C” disgiunte, sembrerebbero anch’esse di produzione tedesca e forse della stessa fabbrica che ne produceva di simili. Ad ora, però, non ho elementi sul marchio assunto, e così, ad occhio, indicherei sui 500 euro per la coppia. Tale cifra si intende valida in assoluta mancanza di rotture e difetti.


Signora Lorena Buffa, i suoi due gruppi, sempre con la famigerata “N coronata”, presentano entrambi un inconsueto e caricaturale svolto plastico che non so attribuire ad un autore preciso. Prodotti negli anni 60-70 del Novecento, da una fabbrica a me sconosciuta, li direi pezzi “sui tipi” dei ceramisti Cedraschi e Cappè, ma con altra soluzione figurativa. Al primo, un pianista “estremizzato”(cm 27×20), assegnerei un valore intorno ai 250 euro; al secondo, un suonatore di organetto su carretto che presenta un meccanismo sulla ruota che fa entrare in funzione un carillon (cm 25×38), sui 400 euro, se il carillon è funzionante.


Signora Alessandra Castellano, i suoi due servizi di gran bella qualità sono stati prodotti dalla ditta bavarese tedesca di Lindener-Kueps (famosa per le decorazioni cobalto), fondata da Ernst Lindener nel 1928. Da tipologia e marchio, penso possano essere assegnati agli anni 40 del Novecento, e se intatti, ambedue da 12 coperti e completi, valgono sui 300-350 euro a servizio. Sono cose pregiate, da tenere. L’altro servizio da 12, meno bello, è produzione di una fabbrica epigona di Sevres, anni 40-60 del Novecento (tra l’altro ha al centro una “W” dataria che la manifattura di Sevres non ha mai usato). Può valere sui 200 euro.


Signora Marina Ravot da Cernusco Lombardone (CN), il suo leggio di famiglia (cm 30×29 h 45) in legno, gommalacca nera e dipinta, presenta intarsi in ottone (credo) placcati e/o galvanizzati oro (ed infatti là ove il tempo ha agito si nota l’ossidazione della lega sotto). Centralmente, intarsiato, riporta lo stemma IHS che non è, come comunemente si crede, un monogramma indicante Gesù (Iesus Hominum Salvator) ma un cristogramma risalente al III secolo. I primi cristiani perseguitati lo usavano come simbolo segreto scrivendo le prime tre lettere del nome di Cristo in greco IHΣ (dal nome completoYHΣOY), la lettera “sigma” “Σ” greca, tramutata in latino “S”. Nel XV secolo San Bernardino da Siena organizzò una campagna di riverenza al nome di Gesù ed esortò i cristiani fedeli a mettere il simbolo IHS sui portali e gli architravi delle case, ed infatti lo vediamo tuttora presente in alcune case – risparmiate da discutibili ristrutturazioni – negli antichi borghi di paesi e città. Nel 1541 Sant’Ignazio da Loyola adottò il simbolo per rappresentare l’Ordine costituito della Società di Gesù (o dei Gesuiti).
A mio avviso, collocherei il suo leggio nella tipologia propria di detti lavori di artigianato e cioè nella prima metà dell’Ottocento, quando giunsero in Italia i primi carichi di mobilia laccata orientale che influenzarono il gusto in tal senso. Il valore, in considerazione dello stato non eccelso di conservazione, penso possa essere intorno ai 350-400 euro.


Signor Italian da Roma, circa la sua tela (cm 44×33) raffigurante una stazione della Via Crucis, e precisamente la XIV: deposizione del Cristo nel sepolcro, ho una domanda per lei: che l’opera sia della prima metà del ‘700 è una sua opinione personale o ha certificazioni in merito? Perché a me sembrerebbe – a occhio e a vista delle non esaurienti foto inviatemi – un pezzo fine Settecento, prima metà Ottocento. Ma la cosa non è poi così importante giacché il dipinto è comunque di mano popolare, cioè di non soverchio spessore artistico; ha piuttosto il valore documentale e storico locale che lei ha esaurientemente e diligentemente portato alla luce con documentazione. Cosa posso dirle ancora? Il valore economico della tela, così nello stato non ottimale in cui si presenta e in ragione della scena non lieta raffigurata, è sui 300 euro.


Signor Giulio Stoppa, la sua statuina in ceramica, una bambina con fiori (cm 21) firmata C. Mollica (originale), pezzo degli anni 30-40 del Novecento, vale sui 120-150 euro.
Il “Bambi” con farfalla sulla coda, un modello dello scultore Domenico Cogno per la Lenci, Torino, è seriamente danneggiato: dalla foto vedo che la coda e la farfalla non ci sono (lei mi dice di averli e volerli riattaccare) e in più una zampa è rincollata. Pertanto, dai 400-500 euro che varrebbe se intatto, il suo “Bambi” passa ai 40-50 (posto che riunisca coda e farfalla).
La ciotola o vasetto di Delft è cosa di recente produzione da pochi euro.


Signor Aleaffar, la sua statuina in ceramica (cm 37) è stata prodotta da una delle tante ditte operanti nel settore con marchi di fantasia (come la “N” coronata, che starebbe per Napoli ma viene intesa come prodotto di “Capodimonte”, un marchio usato da migliaia di fabbriche – come scrivo per la centesima volta – in Italia e all’estero). E nonostante la Victoria bomboniere d’arte (ditta rilevata dal marchio che mi invia), produttrice della sua ballerina, si classifichi addirittura (in rete) come appartenente a un Consorzio di Capodimonte, essa non ha alcun riferimento con la prestigiosa antica Real Fabbrica. Tra l’altro, l’unico ente deputato all’uso e alla commercializzazione nel solco della tradizione del marchio è l’Istituto G. Caselli, situato appunto nel Parco di Capodimonte (vedi Legge 188-90).
La ditta di bomboniere Victoria (simbolo in blu, impresso con la “N” coronata ) di Carlo Aveta in Calvizzano (NA), le significo, è attiva dal 1979. La ballerina in suo possesso ha una fattura a colaggio e stampo (veste traforata compresa) e non riveste grande pregio artistico. La sua produzione è assimilabile a quella di altre ditte napoletane, come ad esempio La Visconti, fabbrica di bomboniere in Via Capodimonte sempre a Napoli, che in catalogo ne offre un modello simile a 249 euro. Penso che l’esemplare della ditta Victoria sia stato venduto a prezzo analogo “ieri” o al massimo qualche anno fa. Ad oggi lei può sperare di ricavarne sui 50-70 euro da amanti appunto del “bombonierismo”.


Signora Giusy Pirroni, il suo servizio di piatti da dolce (12+1) della serie The Hunter (Il cacciatore) è un prodotto degli anni 80 del Novecento della Myott-Staffordshire britannica. Il suo valore è estremamente vario sul mercato, lo vendono a 40-70-150 euro. Io penso che 120 euro sia la cifra adatta, se l’insieme non presenta rotture o difetti.


Il signor Mauro Assi mi chiede se l’opera in suo possesso, un quadro “Vecchia Milano” (cm 60x 80) a firma di tale Pastorelli Giorgio, possa valere quanto riportato da uno pseudo certificato seriale, da corniciaio, posto nel retro e specificante un valore di 4 milioni di vecchie lire. Il dipinto, di fattura dozzinale, purtroppo non vale nulla, forse i 30-40 euro della cornice con vetro, utile per inserirvi qualcosa di più piacevole. inoltre il signor Assi acclude alla sua missiva il frontespizio di una pubblicazione (che è in originale opera in più parti): “Monumenti comaschi” del canonico V. Barelli (1807-1890), non specificando null’altro. Ed io null’altro posso dirgli in merito.


Signor Manlio Suardo da Piacenza, legga l’ottimo articolo della valente studiosa Gabriella Petrone inerente la vita e l’opera del grande ebanista (1738-1814) Giuseppe Maggiolini, inserito in gennaio su lagazzettadellantiquariato.it. Si tratta di un approfondimento dal quale io stesso ho appreso notizie che ignoravo. Vedrà che troverà facile risposta al suo complesso quesito.


Signora Anna Maria Niola, la sua leziosa statuina (cm 20) è un prodotto seriale della ILPA (Industrie Lucchesi Plastiche Arti) di Ulisse Viviani (Bagni di Lucca), società attiva tra gli anni 50-60 del Novecento. Diventò celebre nel 1953 allorché una sua produzione: un “capezzale” (ovvero una riproduzione religiosa messa sopra il letto matrimoniale) raffigurante una “Madonna con il cuore immacolato” in gesso smaltato – come la sua figurina – iniziò “miracolosamente” a piangere. All’epoca costava 2.500 lire, subito dopo l’evento il suo prezzo aumentò sino a 5.000 lire: un vero miracolo! In suo onore fu eretto il Santuario-basilica della Madonna delle lacrime in Siracusa, tutt’ora in auge.
Tutto questo, per arrivare a dirle che il suo “bambino con fiori”, a meno di un intervento prodigioso, “dall’alto o dal basso che sia” (magari si metta a cantare o che i fiori esalino profumo), non ha che il valore sentimentale di un ricordo da poche decine di euro.
Riguardo la sua china-gouache (cm 98×78) a firma Ernesto Treccani (1920-2009) le rinnovo la domanda che sempre faccio ai richiedenti autentica quando si parla di arte moderna: lei ha dei documenti di provenienza, certificati, fatture? Se la risposta è no, cosa vuole che io le dichiari? Comunque, a parte le offerte “improbabili” che gravitano in rete – con prezzi da vanno da poche centinaia di euro a migliaia – le significo che la quotazione dell’artista per gli oli intorno ai cm 50×70, è 400-500 euro (ultimi risultati Case d’asta S. Agostino, Vincent, ecc.). L’opera in suo possesso però, minore come espressione tecnica, penso possa arrivare sui 300 euro. Ma attenzione, sto parlando di dipinti che, se non propriamente certificati, hanno almeno una provenienza accreditata.


Signor Isacco Trivellin, lei mi ha intenerito con il ricordo del tornio posseduto dal suo buon padre, e cercherò quindi, nei limiti della mia “tuttologia”, di risponderle al meglio. L’utensile è stato prodotto dalla Greaves-Klusman, ditta fondata nel 1889 dall’americano William A. Greaves e il tedesco Herman H. Klusman a Cincinnati nell’Ohio. La fabbrica, inizialmente specializzata in macchinari per la lavorazione del legno, in seguito aggiunse anche la produzione di torni per metalli. Ad essa si deve l’invenzione del tornio con mandrino a dieci velocità a progressione geometrica e lubrificazione ad olio continua, che permette di non surriscaldare né il motore né gli organi meccanici costruiti in cromo-nikel temperato e trattato. Una lavorazione “a freddo” pubblicizzavano. E difatti i loro torni – come il suo, prodotto nei primi del Novecento – sono ancora perfettamente funzionanti e meccanicamente revisionabili, senza le diavolerie dei prodotti tecnologici moderni che, se salta una “scheda”, bisogna chiamare un ingegnere della Nasa per farli ripartire.
Quanto alla valutazione dell’utensile, la questione è complessa, perché non vi sono più persone che sappiano usarlo e quindi in grado di dargli un valore reale: non c’è più la gente del mestiere, quella che usciva dalle botteghe, dalle officine o dalle grandi scuole italiane dell’Avviamento professionale, ora non più in essere. E questo, grazie alle riforme scolastiche che amano far studiare altro – per dimostrare di aver svolto democraticamente e socialmente il loro compito – sino a far diplomare e laureare i giovani in qualcosa che non li renderà meno ignoranti ma più disoccupati.
Quindi signor Isacco, tornando a noi: è difficile quantificare il valore economico del suo tornio. Potrei dirle – se funzionante come credo, e dallo stato non ottimale come da foto: dai 400 agli 800 euro. Ma resta oggetto di difficile vendita per i motivi esposti.


Signor Andrea Formica da Livorno, no! non ci siamo, i suoi vasi in bisquit (h 27 cm) non possono affatto essere ascritti alla vecchia Ginori. Basta guardare i coperchi (a puttini piuttosto informali) che li chiudono, imprecisi e con dislivelli non combacianti. Inoltre, il marchio è similiare a quello di manifatture tedesche della città di Rudolstadt in Turingia, sui tipi della Albert Stahl&Co, ma con modellato di basso livello artistico e artigianale. Ciò mi porta a pensare ad una produzione seriale di Bassano anni 60-70 del Novecento, e pertanto a una valutazione monetaria di 200 euro per arredamento.


Signor Massimiliano Longo, circa il primo quesito riguardante due quadri: mi spiace comunicarle che l’opera su tela (cm 63×53) a firma Calovicih (o similiare) 1977, non ha sul certificato-retro, solito per tali mercanzie, una valutazione Bolaffi o Quadrato, ma il valore economico messo dal ceffo stesso che ha dipinto il quadro e che magari si è inserito nei relativi cataloghi (aperti a chiunque paghi, indipendentemente dall’arte espressa). Naturalmente – e la cornice apposta ne fa fede – non vale nulla. Idem per il secondo quadro, un olio (cm 30×30) di tale J. Jackson, sconosciuto di mala mano atta ad altro (che so… all’abigeato) che anche la dozzinale cornice indica. Ma probabilmente si tratta di un nome inventato, come usano fare i mestieranti di tali turpinerie.
Il suo secondo quesito riguarda un orologio da tavolo (cm 38×29) marcato Melux (fabbrica Gustav Beker), pezzo degli anni 50-60 del Novecento con meccanismo di buon livello tecnico però fatto industrialmente. Oggetti del genere si trovano sul mercato a 200-300 euro, se funzionanti.
Terzo quesito: trattasi di statuine dell’Industria ceramica Vicentina di Cesare Villari, nata nel 1968 e ancora in attività (dagli anni 2000 ha usato anche la “N” coronata e la dicitura Capodimonte). Le vendono in rete ai 70-180 euro l’una (altezza sui 25 cm, come le sue, e probabilmente risalenti agli anni 70-80). Io reputo valevole una quotazione intermedia di 90-120 euro l’una.

 


La signora Giulia Cara manda in visione un’opera (cm 49×68) di Novella Parigini (1921-1993), artista che ho personalmente conosciuto negli anni 90, persona stravagante e generosissima, che però esprimeva un’arte, diciamo così, non certamente tra le maggiori. Ebbe un periodo di fama artistica e di vendita legato più che altro ai suoi trascorsi romani vicini alla “dolce vita”, alla frequentazione di tutti i maggiori personaggi artistici e cinematografici dell’epoca, con conseguenti “paparazzate” sui giornali. Tante volte fu anche al centro di vicende giudiziarie che ne amplificarono il nome. Detto ciò, ora i suoi quadri risultano invenduti nelle aste o aggiudicati a cento euro; solo alcuni “fulminati” si ostinano a metterli in rete a migliaia di euro, sperando in qualcun altro colpito dalla medesima disgrazia celeste. In più, per la facile riesecuzione stessa delle opere, esistono vagoni di falsi dell’artista, eseguiti quando, negli anni 70, ogni casa romana ambiva – per moda – ad avere un Novella Parigini alla parete. Lei mi scrive di non avere neanche documentazione, quindi, valore per gli amanti del genere: 50-70 euro.


Signore Roberta e Daniela Guerrini, anche a voi la risposta che do ai tanti lettori che mi presentano opere di artisti che negli anni passati hanno avuto gloria e merito, ma che ai nostri giorni vengono disdegnati dal mercato o trattati a basse cifre. Uno di questi è il pittore toscano Rolando Castellani (morto nel settembre 2008) le cui opere sono state alienate in asta 100 euro e che alcuni altri, in rete (elettrica), propongono – viceversa e invano – a migliaia di euro. Del Castellani voi avete un Clown (cm 43×38), soggetto tra i prediletti dal pittore, ma che subisce la stessa sorte degli altri. Non so che dirvi: 200-250 euro, come valutazione, ma di certa difficile vendita.
Secondo quesito: un quadro religioso con madonna e bambino (cm 60×40), dipinto su vetro con cornice ad inserti in ottone, una classica opera d’arte popolare degli anni 20 del Novecento. Tali raffigurazioni da tempo non sono più apprezzate dal mercato, né tantomeno dal gusto arredativo che una volta li privilegiava come “capezzali” sul muro del letto. Valore: 150-200 euro.
Terzo quesito: una statuina in porcellana (h 18,5 cm) anni 50-70 del Novecento, in classico modellato e colore riferibile a una fabbrica tedesca della Turingia, forse la Volksted di Rudolstadt. Valore: 150-250 euro, sempre se senza alcuna rottura e/o difetto.


Signor Luca Soracco dalla bella Sanremo, le creazioni della prestigiosa manifattura spagnola di porcellana Lladrò, fondata nel 1953 a Siviglia, si distinguono tutte per l’ottima fattura, come quella che mostra infatti la sua fanciullina nuda (h 48 cm) del 1976, dallo splendido modellato. I prezzi dei manufatti di questo marchio, anche all’acquisto odierno, sono alti, ma il collezionismo di tali tipologie in Italia langue. Ipotizzo, sui 400-500 euro.


Signora Daniela Serioli da Brescia, la sua amatissima mamma le ha lasciato uno stupendo servizio da caffè in blu lumeggiato in oro, tipico della Manifattura Reale di Vienna, con transfer bucolici, credo risalente alla fine dell’Ottocento. Valore tra i 600 ed i 900 euro (dieci anni fa il 50% in più).
Il porta bon-bon (cm 12×8) anch’esso nel blu dorato della stessa produzione, primi decenni del Novecento, sui 150 euro.


Il signor Roberto del Corso, vecchio e fedele lettore de La Gazzetta dell’Antiquariato cartacea di cui ha come tutti noi nostalgia, mi scrive dalla bella Quarrata di Pistoia, città del mobile, che ricordo anche per il bellissimo e significativo Monumento ai Caduti, ad opera del grande maestro internazionale Agenore Fabbri. Mi invia in visione un quadretto ottocentesco (cm 11,5×20) di non brutta mano, con una certa rêverie toscana, della “macchia” e del colore trascendente. Indico il suo valore sui 200-250 euro, come buona pittura italiana da conservare, mettendo magari una migliore cornice di quella deteriorata o facendola per affettività, ma a caro prezzo, ripristinare. Un abbraccio a lei e alla sua famiglia.


Signora Elisabetta Monti, la ringrazio per l’auspicio di poter ricevere un mio autorevole parere sulla grande tela (cm 270×60) che la sua famiglia possiede dagli anni 70, un lavoro dell’eclettico maestro e caposcuola milanese Bruno Munari (1907-1998), pittore, designer-grafico, scrittore e sociologo d’arte. Purtroppo, però, come sempre scrivo, per la disamina dell’arte moderna – facilmente eseguibile da chiunque come nel caso della vostra tela – occorrono documenti e certificati che voi non avete. E sono gli stessi incaricati precipui ad un riconoscimento (Fondazioni, studiosi delegati) a richiederli innanzitutto, poi esaminano l’opera! Stiamo parlando, nel caso, di valutazioni in migliaia di euro. Io posso fornirvi l’indirizzo dello Studio Munari (mi pare ci sia il figlio) presso l’Associazione ABM Fattoria delle Ginestre Fraz. Genestrello, 27054, Montebello della Battaglia (PV), oppure, direttamente in rete potete collegarvi al sito dell’Associazione Bruno Munari ABM e provate a chiedere a loro eventuale indirizzo di valutazione. indirizzarvi a critici specifici o gallerie, è farvi buttare i soldi. Sono capaci di chiedervi i soliti 1.000 euro anticipati, poi se non portate loro, come detto, alcuna documentazione, vi dicono o scrivono (+ IVA) che l’opera è falsa e tanti saluti. Fatemi sapere.


Signora Dilyar, è strano che lei compri un oggetto in un negozio di antiquariato e l’esercente non le dica nemmeno ciò che le ha venduto. Comunque, la sua statuetta (h 21 cm) su modello di derivazione punico-fenicia è in ottone più che bronzo, non ha patina alcuna e non può essere classificata come antica. Valore, sui 20-30 euro.


Signor Giuseppe Pezzella del suo televisore portatile degli anni 60, Laboratorio Superior – modello “Pollicino” non ne so nulla. All’epoca, e anche soprattutto oggi, una miriade di fabbriche elettroniche, comprando elementi costruttivi e schede intere nel mercato, assemblavano ed assemblano modelli “economici” rispetto alle costose marche conosciute. Pubblico quanto inviato nella speranza che qualcuno dei miei colti e raffinati lettori possano saperne più di me. Valutativamente, se funzionanti, apparecchi come il suo arrivano ai 150 euro.


Il signor Antonio Fatica manda in visione un olio (cm 36,5×21) del pittore Augusto Lovatti (Roma 1852 – Capri 1921), artista di vecchia scuola e tradizione vedutistica, impostato ad un ampio cromatismo trasfigurante. L’opera oggetto, che raffigura dei fiori, non rientra nelle cose più quotate – a migliaia di euro – come i paesaggi e gli scorci tipici dell’artista. Case d’asta (come Blindarte n. 54 -2012) danno, per tipologie analoghe ma con dimensioni sui cm 70×40, valutazioni tra i 1.000-1.500 euro, ma aggiudicazioni tra gli 800 ed i 1.000 euro. Il quadretto, di dimensioni minori, penso valga sui 300-400 euro.


Signor Maurizio Gherardini da Modena, ha fatto bene a dubitare delle virtù artistiche del pittore “decantato” da sua suocera. Il quadro (cm 115×75) in sé è da distruggere per quanto è brutto. Il Poggiolini, autore sconosciuto, andrebbe – se ancora vivo – condotto in qualche remota isola penitenziaria a scontare il fio dei suoi peccati di seriale, o anche estemporaneo che fosse, imbrattatore di tele. Pubblico per visione a soli adulti e vaccinati (anche al Covid), ché l’ars visiva è cosa seria!


Signora Laura Simonetti, noi non acquistiamo, né forniamo servizi di intermediazione. Lei invia immagini di un vaso Gallè (h 10,5), accompagnato da una dichiarazione di autenticità dove viene addirittura indicato l’anno di fabbricazione, e che si spertica in melense parole sulla botanica e l’opera del Maestro vetraio, che fanno sorridere. Viceversa, la dichiarazione non contempla una fotografia del vaso stesso, bollata e firmata: eh già! nelle vere autentificazioni serve questo e pure la data della dichiarazione. Del vasetto, per la cui autenticità non basta, quindi, quanto prodotto, io posso dirle che i bei vasi Gallè, hanno ben altro impatto (sia pur fotografico). Ma la mia è un’opinione solo a visiva, io sono un semplice perito di carta.
P.S.: Ma non è che le signore redattrici della dichiarazione sono le stesse che glielo hanno venduto? Io comunque lo archivio come copia, spero lei non se ne abbia a male.


La signora Daniela da Arona (NO), invece, nutre giuste perplessità il merito al suo vaso Gallè (h 38 cm). I manufatti a firma del grande maestro vetraio Emile Gallè (1846-1904) sono quelli sino al 1904, anno della sua morte. Dopo di lui subentrarono a guida della ditta la moglie Henriette Grim e in seguito il genero Paul Perdrizet. A me – e ai miei prontuari – risulta che essi continuarono la produzione del vecchio marchio Gallè sino al 1930 (la grande crisi economica mondiale del 29 portò anche loro al fallimento, alcuni testi riferiscono, senza documentare, che l’attività si protrasse sino al 1936). In tutti questi anni seguiti alla morte del fondatore, la vetreria ripeté pedissequamente – con le vecchie maestranze – la tecnica del Maestro, che consisteva nel depositare strati di vetro caldo, molandoli mano, mano alla ruota diamantata.Vero è che negli anni, a volte i prodotti furono alleggeriti dei toni scuri e romantici delle classiche tipologie, sostituiti da colori più vivi, ma non come quelli dell’esemplare presentatomi, che piuttosto ha la fattura dei vasi di Stato prodotti in Romania per volere del suo dittatore dell’epoca, Ceausescu, e che inondarono il mondo intero; vasi incisi al solo acido fluoridico. La tecnica dell’impasto a caldo e l’uso della mola furono, invece, ripresi in Boemia ad opera di valenti artigiani sino agli anni 60-70: oggi risulterebbe troppo costoso far uscire, dopo decine di giornate di lavoro, un pezzo che, senza pedigree e storia, verrebbe trattato sul mercato a un migliaio di euro e che sarebbe di difficile vendita, così come quelli proposti odiernamente nel mercato. Un vero, vero Gallè costa migliaia di euro e può arrivare a centinaia di migliaia di euro, e anche gli altri esemplari post-mortem prodotti dalla famiglia, introvabili, hanno alte quotazioni. In più, autentificare un Gallè è cosa da grandi e precipui esperti riconosciuti nonché da analisi di laboratori scientifici, e non da postulanti signore del Web o da improvvisati guitti pseudo esperti da rete – come posso pur io essere classificato. Detto ciò, e nonostante questo, per i motivi sopra espressi, credo che il vaso sottopostomi, anche al solo guardarlo non riflette nessuno dei parametri tecnico visivi – né di arte, né di artigianalità – che possano farlo ascrive alla originale produzione del grande Maestro o della sua famiglia.


La signora Francesca Biginato da Imperia manda in visione tre oggetti. Il primo è un servizio in porcellana giapponese da esportazione, anni 60-70 del Novecento, lumeggiato in oro e con teofanie, il cui valore è sui 350 euro. Il secondo un orologio da tavolo in gesso patinato oro, cosa mostruosa dei primi del Novecento che non vale nulla. Il terzo è una statua (h 63 cm) in gesso colorato nero raffigurante Gesù del Sacro cuore, cosa di confraternita religiosa fine Ottocento primi Novecento, vale nulla anch’essa.


Signor Denisagjini, della sua lastra di rame sbalzata a rilievo (cm 50,5×21) a firma Umberto Mastroianni (1910-1998) mi fornisce una dichiarazione (senza foto acclusa e firmata, ed io già mi agito) inserita-incollata dietro l’opera. Credo di poter affermare che essa non rappresenta alcun titolo di garanzia né di originalità. In più, non v’è la cifra o la fattura che ne comprova l’acquisto oneroso e che la dichiara opera del Mastroianni con titolo “Nemesi o vendetta divina” del 1979. Titolare della dichiarazione è la Starmarket s.r.l di Roncadelle (Bs) operante dal 2014 e fallita il 20-4-2017, con strascichi sulla natura del suo capitale d’arte rimasto. Infine, non ho trovato riscontro su quest’opera, neanche professata multiplo, solo una analoga nel titolo, ma di altre misure e materiale (alluminio). Ad ogni modo, pur fortemente perplesso circa la sua autenticità, in quanto venduta senza (per quel che ho visionato) le caratteristiche a legge precipue che accompagnano un bene artistico, non essendo un conoscitore dell’opera del Maestro, la invio alla Fondazione che ne cura nome ed immagine: 0776-848105 – info@fondazionemastroianni.it


Signor Matteo Pamato, la sua statuina (senza misure!) non ha nulla a che fare con la dizione o marchio “Capodimonte” che è una tipologia anonima e usata – lo scrivo da decine di anni – da chiunque lo voglia in Italia e all’estero. È firmata da Luigi Fabris, maestro ceramista, artista nato a Bassano del Grappa nel 1883 e morto nel 1952, la sua produzione fu maggiormente espletata nella sua fabbrica a Milano. A lui subentrò il figlio Augusto sino al 1979, quando vendette anche i diritti dei pezzi storici alla manifattura vicentina Elite. Pertanto, tanti pezzi come il suo (e che non hanno raffigurata l’àncora che accompagnava i pezzi del maestro) o sono di Augusto o anche della Elite, che li riproduceva e a volte li accompagnava con la famigerata “N” coronata. Ma la cosa che va a deprezzare la sua porcellana sono le 6 rotture, e che se anche lei avesse i pezzi da rincollare, e non li ha tutti, le tolgono l’80-90% del suo valore che, ipotizzando una manifattura post anni 50 sarebbe stato di 500 euro.


Signora Annalucia Bigerni, la ringrazio per la prosa e per la sua continua lettura della mia rubrica. Ho esaminato i suoi quadretti (cm 16×13 – 18×13); non sono riferibili né ad uno dei figli pittori del grande vedutista di scuola napoletana Attilio Pratella, Fausto 1888-1946 e per mano e per firma, né ad un non meglio identificabile Fausto Pratella (1886 -19649) in rete, di cui circolano opere perché anche lui ha diversa firma e operato. Soprattutto, e purtroppo, le sue opere non hanno mano leziosa né artistica, tale da collocarli in una stima suscettibile di valore monetario. Li appenda pure serenamente nell’antibagno.


Signora Silena Osmani (mi permetta: che bel nome da star), il suo vaso (h 25 cm) anni 50-60 è un pezzo della manifattura ceramica Lenci, Torino (1919-1964) non dei più qualificanti, valore sui 250-300 euro. Il quadretto, da tenere con reverenza, ricordo di sua madre, non ha spessore artistico valevole.


Signora Cristina Protasi, lei sa tutto del suo flicorno dell’austriaca Bohland&Fucks (1850-1945), prodotto in Polonia negli anni 20-30 del Novecento, ma non sa che tale strumento ha la sua funzione nell’essere suonato e il valore economico è conseguente. Lei mi scrive che deve essere restaurato, quindi io non le posso che indicare un valore di mercato riferito da strumenti simili al suo non funzionanti. Nelle condizioni e da foto, quindi: sui 150-300 euro. Un amico “trombonista” mi ha detto una volta, che lui comprava certi strumenti vecchi nei mercatini per i pezzi di ricambio che poi rivendeva a riparatori di strumenti a fiato, e che gli rendevano – soprattutto se di marca – molto, ma molto più dello strumento stesso acquistato.


Signora Concetta, innanzitutto le spiego la differenza tra vetro e cristallo. Il vetro è una fusione di materiali (sabbie) contenenti ossidi di silicio, il cristallo invece è un’alta fusione di materiali (sabbie) con ossido di piombo minimo al 24% del peso, sino al 35%. Il cristallo ha una sonorità, un tintinnio e una trasparenza che il vetro non ha. Produrre cristallo costa mediamente dieci volte più del vetro ed è appannaggio di vetraria specialistica. Detto ciò, è difficile, ai profani come lei ma anche a chi vende, riuscire a valutare e capirne tra i generi. Quindi parliamo di mercato, tralasciando altre considerazioni da precipui esperti. I lampadari a 12-18 luci, se anche con canne “cave”, come il primo da lei elencato, possono valere tra i 350 e i 600 euro; quelli di ottone brunito bronzo, stampati, anni 60-70, sui 150-200 euro; quelli con ottone rivestito da placche di vetro o cristallo, sui 250-300 euro. Poi c’è chi vende a 1.000 euro e oltre, ma lei lasci perdere perché anche valessero tale somma, lei non saprà mai cosa ha comprato.


E come sempre, un saluto a tutti e un abbraccio ai pochi.



Febbraio 2021


Signori T.C. e S.G., mi scrivete proponendomi non solo valutazioni di pezzi a vostro dire archeologici, ma anche di aiutarvi a venderli, con ovvio riconoscimento di percentuali.
Bene! È d’uopo, però, cari scriventi, che io vi informi circa le consuetudini basilari di “certi signori” presenti un po’ ovunque in Italia. La prima, di immagine, è quella di avere il vezzo e la vetusta abitudine – se volete – di adornare con strisce rosse verticali i loro pantaloni; ciò potrebbe anche essere oggetto di dibattito, ma personalmente la cosa mi lascia nella più completa afasia sia ricettiva sia espressiva. La loro seconda consuetudine, viceversa, non mi lascia affatto indifferente. È quella di andare a sindacare – per mera curiosità – chi compra, chi vende, e chi tratta materiali estratti nottetempo, o meno, dal sottosuolo. E sì! …ciò mi disagia. E ancor più mi mette in difficoltà la proposta di eventuale percentuale che mi toccherebbe, considerato che quei “certi signori” dai pantaloni con strisce rosse hanno talmente a cuore il loro consueto esercizio, da essere capaci di premiare gli autori di tali commerci, portandoli – pensate – a fare villeggiature completamente gratuite in luoghi appositamente pensati e costruiti. Luoghi che hanno approntato anche per voi, cari signori, e non certo per me, che vi scrivo e vi saluto.


Signor Simone, trasecolo sempre più! Lei mi invia un orologio a pendolo senza neanche fare lo sforzo di tirarlo fuori dal loculo in cui lo ha depositato, e senza neanche indicarmi una marca, una misura, un tipo di meccanismo, nulla! L’unica cosa che lei indica è di averlo pagato, negli anni ’70, mezzo milione delle vecchie lire. Cosa le dico? Che lo ha pagato troppo: non vale nulla!
La prossima volta, se la sua automobile non funziona, faccia la foto del motore e me la mandi, vedrò che posso fare! Della serie: incredibile ma vero.


Signor Andrea Rogari, il suo dipinto (cm 31×23) è di impronta metà Novecento, di mano mestierante e di non eccelsa levatura artistica. L’opera non presenta craquelure e non è dipinta su tavola ma su masonite (pasta di legno pressata a caldo), il che ne avvalora l’epoca. La cornice, di primo Novecento, è posta poi con un discutibile e inusitato brutto sopraffondo (o impropriamente passepartout). La mia valutazione per il dipinto è 200 euro; per la cornice (a parte), 200-250 euro.


 

Signora Ilaria Bergamo, il suo servizio da tè della Richard Ginori risale agli anni 1958-60; le decalcomanie con le vedute di città erano ordinate alla fabbrica direttamente dai grossisti venditori di souvenir per il mercato relativo alla zona. Naturalmente, valgono 250 euro in Venezia, la metà e meno altrove. Il quadretto (senza misure!) è cosa di basso livello artistico di autore a me sconosciuto, il “9-77” ne indica la datazione.


Signor Piermauro, purtroppo le sue creazioni artistiche (ma non troppo) sono prodotti da negozio di regali dozzinale, lo confermano – se mai ce ne fosse bisogno – gli acclusi biglietti (chiamarli “garanzie” sarebbe reato) della fonderia Farbel di Erbusco (BS) nata nel 1985.
Il vaso in ceramica e ottone di stile neoclassico (cm 33), e l’orribile “fanciulla in fiore” in peltro su base in marmo veronese Breccia Pernice (cm 22), sono oggetti di basso livello arredativo, che possono essere magari stati acquistati a cifre discrete, ma che oggi sul mercato possono valere: 50-60 euro il vaso, 20 euro la statuina.


Signora Natalia Vaccari, la statuina cinese da lei comprata in un mercatino (h cm 7) è detta “Mudware” o “Mudman” (uomini fango) ed è realizzata in ceramica di Shekwan (città cinese). Calcoli però che ne vengono creati più di due milioni di pezzi l’anno, dagli anni ’50 (la Shiwan Artistic Ceramic Factory è la ditta che ne supporta la produzione). Improbabile, dunque, che la sua statuina, così come quella mostratami a paragone proposta da una casa d’aste, sia della Dinastia Ming (1368-1644) o della Manciuria Dinastia Ch’ing (1644-1912). Comunque, una ventina di euro il suo valore commerciale.


Signora Lisa Botteon, il manifesto (cm 60×40) posto in casa di sua nonna: un giovane Benito Mussolini negli anni ’20 illustrato da Corrado Sarri (1886-1964), ha un valore modesto in quanto mal conservato: è deteriorato da macchie e strappi. Così com’è, vale sui 15-20 euro. Fosse stato integro, e con il bollo postale accluso, avrebbe raggiunto i 100-120 euro.


Signora Sabrina Sangalli, le sue statuine sui tipi di Capodimonte non hanno alcun valore, il marchio della “N coronata” è seriale ed usato da oltre un secolo da chiunque produca oggetti simili. Le sue ceramiche o porcellane sono, inoltre, di brutta manifattura. Escluderei, però, i due puttini nudi i quali presentano una certa levità e che sono gli unici pezzi a valere qualcosa: 200 euro la coppia.
Noi della Gazzetta dell’Antiquariato non siamo mercanti né procacciatori d’affari, quindi non possiamo offrirle null’altro che il servizio gratuito di stima.


Signor Giancarlo Chinnelato, la sua lampada o vaso diventato tale (cm 23×9), è prodotto della BACA (Bottega Artigiana Ceramica Artistica) di Caltagirone, manifattura attiva tra gli anni 40-50 del Novecento. Valore, poche decine di euro; fosse stato un vaso integro, sui 100-120 euro.


Signora E. Floris, conosco il pittore Ettore Andonaia (1961), artista di eclettica e felice mano: un naïf trasfigurato a volte con punte sublimi, di soluzione e immediatezza grafica che appassiona. Comperi il suo dipinto principalmente per allietare la sua casa; in seguito la buona pittura potrebbe rivelarsi un investimento.


La signora Sara Moschetti di Mentana (RM), collezionista di porcellane, ha visto in rete la proposta di vendita fatta da una ditta di antichità con sede in Milano: “gruppo di putti porcellana tedesca 1900, manifattura Passau euro 480”, e mi chiede se può acquistarli.
Signora, i putti sono, sì, fine Ottocento primi Novecento, e il prezzo è buono, ma la ditta milanese in questione non può certo dirsi edotta in materia o almeno non lo è sulla porcellana antica tedesca di cui temo, temo! non sappia granché.
Non esiste, né è mai esistita, “una manifattura Passau”,  Passau o Passavia è una bellissima città della Baviera ai confini con  l’Austria, nota per i giacimenti di “terra di Passau” un antico e famoso caolino che conferisce un candido, naturale, color crema ai prodotti, e usato da molteplici fabbriche di porcellana della Baviera. Tale materia prima non mi risulta, però, essere stata utilizzata dalla fabbrica ducale di Ludwigsburg (come si evidenzia dal marchio impresso sotto i putti) che è una cittadina tedesca del Baden-Württemberg, a 400 km di distanza da Passau. Purtroppo, signora, l’improvvisazione e la faciloneria sono tra le cause del declino dell’antiquariato. In questo caso, perlomeno, v’è la vendita di un ottimo esemplare ad un buon prezzo (per lei).
E sempre per rimanere nel campo (agricolo), cui dovrebbe dedicarsi la sua amica Tina, antiquaria sedicente, il servizio che le ha venduto non è un manufatto di Meissen dell’Ottocento: non vi sono le due spade tipiche del marchio ma una S e una C poste trasversalmente a incrociarsi, marchio da attribuirsi alla Schaller & Co. (dal 1917) degli anni ’30. Il prezzo, però, essendo un servizio da dodici da tè, è stato conveniente per lei.


Signora Marcella Scaglione, la sua tela “Natura morta” (cm 50×70) a firma Pierry (Piero Tartaglia, 1933-2008), autenticata dalla Tartaglia Arte di Roma, non è opera tipica dell’autore padre del disgregazionismo e legato, quindi, artisticamente a tale espressione. La sua produzione non ha quotazioni né trattazioni sull’odierno mercato se non quelle della Galleria a suo nome. Appaiono in rete rare opere tutte inerenti il suo particolare “astrattismo” a prezzi omogenei. La sua tela, signora, è valutabile sui 300-400 euro.


Prof. Giorgio Bisi, il suo dipinto “Grigie fantasie di un cavaliere notturno” (cm 120×90), di Walter Mac Mazzieri (1947-1998), pittore e poeta surrealista onirico di grande mano e spessore artistico, purtroppo non gode sul mercato di sovente trattazione. Pittore da collezionisti precipui, l’artista è ad oggi di difficile collocazione; in più, il suo dipinto non è tra i più vividi e visivamente trainanti: 1.000-1.200 euro, indicativamente.


Il signor Davide Ceruti da Ponte dell’Olio, Piacenza, manda in visione un acquarello (cm 18,5×11,5) di delizioso segno, siglato “MP”, ma che non è certo opera – come lui ha supposto – di Pompeo Mariani, pittore di ben altro spessore. Pezzo novecentesco di autore a me non noto, il dipinto è cosa semplice, non elaborata in composizione né in coloristica. Sui 150-200 euro.


Signora Ombretta Biasion, le due mattonelle in ceramica (cm 25×20 l’una) firmate dal coroplasta pesarese Elso Sora (1905-1991), ditta Artigiani Maiolicari Associati – AMA, sono degli anni ’50-’60 e valgono, in coppia inscindibile, sui 500 euro. I piatti, sempre sigla AMA anni ’70-’80, valgono sui 150-200 euro; il servizio da sei, con marchio spurio giapponese, sui 100-120 euro.


Famiglia Bani, la vostra statuina/reliquiario in legno policromo (cm 30×11), San Paolo (a cui manca la spada inserita retroversa nella mano destra), ha stilemi e fattura settecenteschi ma in ragione del peso indicato in 400 gr, risulta  essere troppo pesante per i secoli trascorsi, essendo stata realizzata in legno di pioppo (lo vedo dalla base). Quindi, collocandola come periodo alla prima metà dell’Ottocento, indicherei il suo valore sui 700 euro, anche nella considerazione della sua non eccelsa fattura e dell’improbabilità della reliquia stessa (che vale per tutti i santi arcaici della religione).


Signora Luisa P., operatrice nel più grande mercato al coperto del centro Italia “I Sabati dell’Usato”, parcheggio FS Monterotondo Scalo (RM), lei non può avere un anello con sigillo in platino di epoca medievale. Il platino è un metallo la cui scoperta, in America del sud, si deve agli spagnoli nel 1500; il nome deriva da “plata”, argento, ad indicare spregiativamente “argentaccio”. Metallo di difficilissima lavorazione, solo nei primi dell’Ottocento il platino cominciò ad essere utilizzato dapprima per la produzione a scopo industriale e poi per l’oreficeria. Il suo anello, a mio avviso, è composto da un’alpacca in cui, insieme allo zinco, v’è argento a sostituzione del rame; una lavorazione, tra l’altro, tipica del revival rinascimentale di fine Ottocento. Valore: una trentina di euro.


La signora Gaja Scaffidi manda foto di due dipinti. Il primo è a firma Romano Mussolini (1927-2006), pittore noto ben più meritoriamente come pianista jazzista internazionale. Va detto che l’artista, nel suo percorso pittorico, ha alternato opere buone a vere e proprie brutture, e quella postami in visione è una di queste ultime. La seconda tela è opera del pittore pisano Alessandro Volpi (1909-1978), artista solitario, autodidatta, che meriterebbe ben altra collocazione artistica. Non inserito in scuole o in movimenti, e non avendo avuto promotori della sua distintissima  particolare e bella opera principale “I simulacri” – di cui la sua tela è un esempio probante – il Volpi non ha, purtroppo, alcun mercato di riferimento. E comunque, per protesta, mi rifiuto di fornirle valutazione alcuna: è ora che lei, così come tanti altri, impariate ad inviare le misure! …E che diamine! …già espertizzo da semplici, piccole brutte foto (come le sue).


Signora M.V., la sua zuccheriera di Limoges (h cm 6,5) con piattino (cm 12×12) è pezzo degli anni 50 del Novecento. Valore, sui 200-250 euro. Lei mi chiede ragione dell’inconsueto foro presente sulla parte superiore. Ebbene, non si tratta del classico alloggio per un generico cucchiaino di servizio, ma piuttosto di un foro dal quale dovrebbe fuoriuscire il manico di un cucchiaino in porcellana decorata contenuto all’interno della zuccheriera. Il suo scopo, oltre che abbellire l’oggetto stesso, è quello di rimestarne il contenuto che con minima umidità tende ad indurirsi. Purtroppo, il piccolo suppellettile manca alla sua zuccheriera.


Signora Annie Mason i suoi due tondi in ceramica ironstone (cm 38) sono della manifattura boema Johann Maresch (1821-1914). E fin qui ci siamo. Ma il marchio, “JMO MUSTERSCHUTZ”, è stato usato dal 1863 fino al 1948, e io penso che i due tondi appartengano alla produzione degli anni 30-40 del Novecento. Il valore delle quotazioni d’asta è altalenante e non omogeneo; di mercato, poi, neanche a parlarne: tali tipologie non hanno più acquirenti specifici. Comunque, a mio parere, 600 euro la coppia per vendita.


Dottoressa Elisa Petrucci, la Victor (Casa discografica e costruttrice di fonografi e grammofoni) nel 1906 mise in commercio un nuovo fonografo inserito per la prima volta in un mobile di arredamento denominato “Victoria”, di cui furono realizzati vari modelli. Il suo fonografo ortofonico in mogano è stato prodotto negli anni ’28-’30 in migliaia di pezzi. Ora, al di là delle offerte in rete affatto simili tra loro come prezzo, io penso che per valutare più congruamente il suo esemplare sia necessario ricorrere ai vecchi mercati e mercatini dove i venditori trattano questi apparecchi in base alle condizioni di conservazione e funzionalità. Il suo, dichiarato perfettamente funzionante, potrebbe valere sui 350 euro, se proposto a privati.


 

La signora Filomena Pecci manda in visione un orcio in terracotta (h cm 85) firmato e inciso “Giovanni Francini 1810 Marino”, il cui marchio rappresenta una valva di conchiglia (di S. Giacomo o capasanta). Sicuramente, trattasi di una delle tante fornaci presenti allora nel territorio dei “Castelli Romani”. La inserirò nei miei prontuari. Pur non avendone contezza piena, assegnerei comunque al suo orcio il valore di 400 euro. Fosse il nome dell’artefice stampato sulla terracotta, il doppio, poiché ciò sarebbe indice di una manifattura non estemporanea ma indicizzata.


Daniela e Roberta Guerrini, la vostra statuina in porcellana (cm 14) con marchio della Sächsische Porzellan Manufaktur Dresden – manifattura di Freital, città tedesca nella Sassonia – anni 20-40 del Novecento, vale 200-250 euro.


Il signor Ferruccio Severini da Ancona, manda in foto un bel servizio degli anni 50 del Novecento della Seltmann Weiden – Bavaria, prestigiosa fabbrica tedesca di porcellane. Purtroppo, il valore economico di tali “servizi buoni” – doni sontuosi che all’epoca sono costati un capitale e che hanno mantenuto il loro prezzo per decenni – da una quindicina di anni è precipitato. Un servizio analogo al suo lo offrono in rete (con 10 piatti piani, 10 fondi, 10 frutta, zuppiera, più i grandi piatti di servizio, a 160 euro!). Lei non scrive di quanti pezzi è composto il suo servizio, né indica lo stato di conservazione. Fosse da 16 (come sembra a vista) e intatto, a mio avviso non dovrebbe essere valutato meno di 500 euro, e teoricamente meriterebbe il doppio.


Signora Piera De Nicolo, il suo bisquit (cm 26×20) dovrebbe essere un modello di fabbrica (di una variazione mitologica) di Meissen. Tali bisquit, però, non trovano nel mercato soverchia accoglienza. Oggetti per collezionisti, vengono trattati a poche centinaia di euro, considerando il modello di stampo novecentesco.


Signora Letizia, la sua bookcase in mogano e piuma di mogano (cm 237x33x123) è mobilia novecentesca inglese di importazione. Come lei stessa scrive, aveva discreto valore sino agli anni 80 del Novecento; ora non è che un mobile arredativo e, in questo caso, di non eccelsa fattura. Valore 600 euro.


La signora Paola Meneghin manda in visione tre tele, due delle quali sono del pittore Mario Cestari (1943), artista non accolto dal mercato se non a valori – per opere come le sue (cm 50×70) – di poche centinaia di euro cadauna. La terza tela (cm 60×60) firmata da Mattia Traverso (1885-1956), potrebbe salire sui 400 euro, ma anche in questo caso si parla di autore non trattato nel mercato.
La serigrafia polimaterica di Antonio Nunziante (1956) vale sui 400-500 euro.


Signor Marco Viganò, anche a lei l’invito a leggere quanto scritto nei mesi scorsi sul dozzinale marchio della “N coronata” presunto Capodimonte. Le sue statuine, a firme di comodo e/o su modelli seriali, non hanno che i valori di 60, 40 e 20 euro cadauna, nell’ordine.


Il Signor Marco Ricci manda foto di 10 lastrine (?) d’oro con opere di pittori a serie limitata, acquistate dal padre con offerta bancaria. Signor Marco, per poter io espertizzare dovrebbe indicarmi quale ditta le ha prodotte e il loro peso. Ad ogni modo, però, dal tipo di tagliandino (pseudo certificato) accluso, e che intravedo nella foto, temo si tratti di foglia e non di lastra, e credo che tali opere non valgano nulla. Consideri che all’epoca (e, anzi, anche oggi) la stessa Zecca d’Italia metteva in atto operazioni similari riguardanti riproduzioni di monete/medaglie e quant’altro prodotto in oro e/o argento, promettendo agli acquirenti rivalutazioni favolose nel tempo! E invece, dopo decine di anni sa quale è il loro valore reale? Solo quello del peso del metallo adoperato, e basta! Ai nostri giorni, e per mera fortuna, i metalli preziosi sono alle stelle e solo per questo motivo possiamo dire che non vi sia stata beffa! Poi, se vogliamo aprire il discorso sulle banche italiche che hanno fatto acquistare ai loro clienti derivati, crediti inesigibili, diamanti ballerini ed altro, facciamolo pure! Il fatto è che quando c’è benessere e opulenza si compra di tutto, allietati dai soldi e allettati dai futuri guadagni in interessi. Ma poi un brutto giorno l’economia si ferma. Ognuno cerca di vedere se può: il diamante, l’azione, il credito, l’opera d’arte a suo tempo consigliata e acquistata presso lo stesso Istituto di provenienza. Ma niente da fare: ci si accorge che il mercato si mette a ridere al solo tentativo di vendita. Agli artisti, come operazione editoriale d’arte, magari veniva dato un minimo compenso forfettario per la riproduzione delle loro opere e offerta l’opportunità di una pubblicità gratuita senza che muovessero un dito. Ma poteva capitare anche il caso di operazioni fatte da imbroglioni veri e propri, delle quali gli artisti non sapevano nulla.


Signora Patrizia Mazzella, lei mi invia una statuina della riconoscibile produzione di Giovanni Duso, “Lo scrivano” (cm 15×18), facente parte della manifattura “Lo Scricciolo”, fondata a Milano (1959-1993) da Duso, Moretti, Colombo, Artigiani. Anche in questo caso il mercato è ormai in confusione: generalmente la quotazione di tali tipologie, se non presentano alcuna rottura, è alta, sui 500-700 euro con punte di 1.000, ma ultimamente nei mercati e in rete vengono offerte a 200 euro. Per tali statuine il problema, poi, è che non è possibile datarle. La manifattura, eccetto rari casi, ha usato lo stesso marchio e/o firme dagli anni ’50 ai ’70.
Invece, il gruppo ‘Napoleone e consorte in carrozza’ (cm 40x13x20) con la solita “N coronata”, è un prodotto ceramico tedesco degli anni 60-70 del Novecento. Per arredamento ed amanti del genere, sui 250-300 euro.


Signor Roberto Marchi di Volterra, mi sembra strano che un frequentatore e compratore presso case d’asta sia, poi, così sprovveduto da inviare per la valutazione due foto “polaroid” scattate oltretutto da lontano! Comunque, il disegno inviato, anche visto da distanza, non è certo di mano di Daniele Ricciarelli (1509-1566) detto Daniele (Nello) da Volterra. È piuttosto opera di non certo somma composizione, per di più a soggetto mortuario e in pessimo stato conservativo. Mi chiedo come abbia fatto a spenderci sopra (cm 37×25), pur fosse del Seicento-Settecento, 200 euro. Ne vale 50-80.


Signora Lorena A., non le consiglio affatto di acquistare la mercanzia del “somaro in rete” (lo chiamo così perché osa definirsi “consulente d’arte”). La definita ”Antica insalatiera (cm 24) in ceramica porcellana inglese anni ’50 del Novecento – marchio CBM” è in realtà un piatto fondo della italianissima ditta Vedova Besio & Figlio, di Mondovì (CN) (1842-1990), produzione degli anni ’80-’90. Il valore non è di 56 euro, ma di 20 euro. Tale soggetto, che dovrebbe dedicarsi alla verdureria con maggior credo e profitto, si chiama Enos e tira il carretto da rigattiere – a campare – nella provincia di Brescia.


Signor Salvatore Capuano da Caserta, in genere, per mancanza di tempo e spazio, non mi metto a dare informazioni su ciò che le persone non trovano in internet, ma a lettori appassionati come lei mi fa addirittura piacere darne, anche perché ha inviato delle ottime ed esaurienti foto, a differenza di tanti lettori che per eufemismo indicherò come “sprovveduti”. La sua jardiniere (cm 49×13 h cm 21) è un prodotto della boema Wilhelm Schiller & Son. Tale manifattura trae origine primaria da due ex-lavoranti della Leyhn (ditta che produceva fornelli da pipa in ceramica): Wilhelm Schiller e Friedric Vincent Meinulph Gerbing. I due artigiani nel 1829 fondarono la Schiller-Gerbing a Bodenbach (ducato storico dell’Alta Slesia, in Germania), sul fiume Olza. Nel 1848 Gerbing morì e le strade si divisero in due manifatture diverse. Nel 1850, Schiller fondò a Obergrund (impero austro-ungarico, ora Horni Zleb, sobborgo di Teschen nella Repubblica Ceca), sul fiume Elba, la W.Sc & Son. Nel 1855 subentrò al capostipite il figlio Eduard che condusse la fabbrica sino a quando nel 1914, per mancanza di maestranze, chiuse per non riaprire mai più. La ditta, che era specializzata in centri tavola, jardiniere, cahepot, colonnine e vasi, non ha mai prodotto piatti e/o servizi da tavola, e quindi ciò che di queste tipologie viene indicato nel mercato come appartenente alla W.Sc & Son, è falso. La sua jardiniere è un classico pezzo della manifattura boema, trovato ed acquistato a Ratisbona, bellissima città tedesca, in un mercatino (penso a quello famoso di Natale) lungo il Danubio (che spettacolo!). Nota di autenticità: caratteristica precipua del marchio è quella di essere sempre stampato, o impresso, o a rilievo, mai apposto con scritte.
Il prezzo pagato è buono, poiché la sua ceramica penso valga, per imponenza ed origine (nonostante il mercato azzerato) intorno ai 500 euro. Il numero impresso: “7771” (DRP Deutsches Reichs Patent) la assegna all’anno 1879, e pur sapendo che a volte tali numerazioni non rispecchiano – per tanti motivi, soprattutto fiscali – l’effettivo anno di produzione, in questo caso ritengo legittimo detto periodo.


 

Signor Ermanno Salini, legga anche lei ciò che ho scritto nelle risposte ai quesiti dei mesi passati a proposito della famigerata “N coronata” di Capodimonte, che, ripeto, è da considerarsi null’altro che un marchio di riferimento spurio alla grande manifattura Reale Ferdinandea napoletana del XVIII secolo. Esso non ha alcun valore né di luogo (fu usato da fabbriche tedesche, ad esempio, sin dai primi del ‘900), né di storia, né di antichità. Detto ciò, i suoi vasi sono degli anni 70-90 del Novecento, di brutta manifattura, probabilmente prodotti da fabbrica industriale bassanese. Valore: poche decine di euro cadauno, per gli amanti di tali cose.


 

Signor Guido Resen, i bronzi non firmati o sono artisticamente validi o, indipendentemente dalla loro epoca – come nel caso del suo cane (cm 20×15) già presente nel 1860 nella collezione Conti Cesarini Sforza – valgono solo dal punto di vista arredativo. Per di più, se sono stati non correttamente puliti e spatinati (come il suo) sino a far apparire la lega di fusione, si deprezzano sino al 50% del loro valore: 150-200 euro.
Quanto al bue brucia-essenze cinese in bronzo (cm 15×6), benché attraverso semplici foto non sia possibile precisarne l’epoca, potrebbe collocarsi nel primo Novecento in ragione di alcuni particolari (il piego della groppa), e per il fatto che, pur essendo presente nel corpo dell’animale la cavità per poter collocare e bruciare le resine, esiste al contempo il foro per accogliere i bastoncini d’incenso, un uso iniziato in tale epoca. Noto, però, che non ci sono cenni d’uso dello stesso, quindi l’oggetto potrebbe essere di produzione più recente ma realizzato sui modi dell’antico. Valore intorno ai 100-200 euro.


Signora Loredana Fossati, il suo servizio da tè per due, in ceramica con teofanie, è degli anni 70 del Novecento. La garanzia Satsuma fornita dal negozio bolognese ci dice che è stato prodotto in detta località giapponese, per l’esportazione (la produzione, iniziata nel XVII secolo, ancora continua). Il suo servizio sarebbe poi, più precisamente, del periodo Ko-Kutani (come tipologia decorativa). Valore: 300-350 euro, per intenditori.


Signor Matteo Zanetti, il suo olio (cm 67×43) è opera di Antonio Zona (1814-1892), artista veneziano di sicura mano per ritratti e pitture storiche; l’opera è autentificata dal prestigioso critico Enrico Somarè 1889-1953. Il mercato odierno ha sminuito l’autore che si vende, anche bene, nel Veneto e in Lombardia, meno altrove. Il valore potrebbe aggirarsi, così com’è, sui 4.000 euro. L’opera ha bisogno di restauro certamente, intervento che consiglio di fare ora solo se ha soldi in più da spendere, e in questo caso le potrei proporre dei validi ed economici restauratori. Altrimenti, lo tenga così: non ha né crepe né rotture che possano ulteriormente inficiarlo.


E come sempre, un saluto a tutti e un abbraccio ai pochi.



Gennaio 2021


Signora Marianna Lori da Monterotondo (RM), da sempre ripeto che ciò che viene propinato in rete (articoli di gente che non ha mai consultato libri e/o documentazioni ma operato copia e incolla dalla stessa rete) è da prendere con le “molle”: l’approssimazione condita dalla faciloneria è sempre in agguato. Il fatto è poi che anche i professori che insegnano provengono in gran parte da studi e “tesi” aventi medesime fonti e percorsi. Non ci sono più le visite nelle biblioteche, negli archivi, ormai la cultura vera è morta soppiantata da cinema, moda, teatralità, una volta a compendio, ora uniche fonti. La società stessa pericola nei suoi costumi, nella sua educazione, perché pur essendo democratica e libera (la nostra) non ha più né regole né autorità, e ne dovrebbe avere perché la libertà – come tutte le istituzioni che riguardano la collettività, e che non è un esercizio e diritto singolo – è regola e limitazione ed ha dei confini facili che sono dettati dal rispetto individuale reciproco di tale funzione. Chi non rispetta prima o poi non viene rispettato. Ecco il perché temo ci conduca prima o poi ad una deriva sostanziale. Ecco fatto: si sorbisca un panegirico non dovuto da parte di un tizio che scrive e opera in quella famigerata rete che critica.
Il vassoio (cm 31×20), ottenuto da un’argilla “ball clay” (intesa come un’argilla ad alto tenore di caolino), benché bianca, non è porcellana (che tra l’altro viene cotta a temperature più alte) ma una terraglia smaltata. Ciò che ha visionato su internet è l’offerta di un rigattiere che neanche sa cosa sia lontanamente la “bonne china” – per lui “bonacina” (sic), fatta con avorio in polvere e argilla (sic) – ovvero una porcellana contenente caolino, 20% di feldspato e 35-50% di ossa animali, resistentissima, e che alla luce dà una trasparenza bianco avorio. La porcellana comune dà, invece, sul bianco puro e azzurro, la sua ceramica, signora, nessuna, perché la luce non l’attraversa essendo un’argilla secondaria bianca con, oltre al caolino, componenti quali carbonati, ossidi, quarzo, non eccessivamente depurati. Probabilmente si tratta di una ceramica francese prodotta a Sarreguemines nei primi del ‘900, vista la tipologia. Valore: 60 euro al massimo.


Signora Federica Antolini – senza mandare alcuna misura! – chiede informazioni circa 3 pezzi in porcellana. Le due damine con base firmata G. Cappé, sono prodotti dozzinali tipo Capodimonte. Il milanese Giuseppe Cappé (1921-2008), coroplasta, lavorò con modelli e stampi all’IPA, fabbrica milanese di porcellana industriale, da dire, imitato, anche per la bassa qualità, da molteplici aziende in Italia. Valore: 100 euro la coppia, per chi adorna la casa di bomboniere! La terza opera, una “Villanella” firmata “G. Pellati”, presenta il popolare marchio di mero riferimento a Capodimonte: la “N coronata”, ed è stata prodotta a Usmate Velate, in quel di Monza, dalla I.P.A. (Industria Porcellane S.p.A.) leader in Italia per tazze e tazzine. Questa, rispetto alle altre due, presenta viceversa un’ottima modellazione, e pur soggiacendo agli stereotipi dell’opera in serie, non è scevra di un’impostazione coloristica di richiamo. Prodotto seriale ma di alta fascia, vale sui 350 euro. Tutte le statuine sono cose non antiche.


La signora Simona Gorreri manda in visione tre piatti in ceramica popolare che sono stati artatamente invecchiati. E mi spiego meglio con una semplice spiegazione per renderne edotti anche altri lettori. I piatti di terracotta invetriata in questione sono, per disegno e formatura, suppellettili da mensa quotidiana e farebbero riferimento all’Ottocento il primo (diametro 19,5 cm), e al Settecento e Seicento il secondo ed il terzo (22-23 cm). Però… però, girandoli, si vedono degli attaccagnoli (a buco o a occhiello) creati ad hoc per poterli collocare a muro. Ebbene: tale pratica, iniziata nel ‘900 e proseguita sino ai giorni nostri, viene effettuata o per piatti istoriati e importanti da parata o per riproduzioni di piatti antichi, anche “poveri” e da mensa quotidiana che, però, presenterebbero lo stato deteriorato solo se realmente usati per decenni oppure, appunto, come quelli in oggetto, se resi tali allo scopo di farlo credere, ma commettendo l’“errore” di crearli con gli “attaccagnoli”. Concludendo, si tratta di pezzi recenti antichizzati, validi solo per arredamento e del valore di una ventina di euro cadauno.
L’edicola (cm 46×68) con Madonna indicante un “Bambinello” (rimosso) è ottocentesca/novecentesca; era tipica, con pseudo ex scapolari appesi, di tante case bene del sud Italia. In genere le Madonne sono riccamente vestite, con testa e mani in cera. La sua sembrerebbe, invece, in cartapesta mista a gesso. Tali edicole non sono affatto apprezzate nel, fossero anche integre ed in buono stato. La sua, così com’è bruciacchiata, non ha alcun valore.


Il signor Andrea Gigante manda in visione la tavola (cm 28×41) di una battaglia tratta da un dipinto di Salvator Rosa (1614-1673). La sua propedeutica disamina è probante: l’opera è una copiatura tratta dal quadro del Rosa, eseguita da un mestierante che sapeva il fatto suo. La fattura del retro e della firma la indicano sicuramente novecentesca. Indicherei una valutazione di 1.200 euro, per la richiesta nel mercato di tali soggetti e per l’ottima fattura.


Signora Kristina Koskoska, il suo servizio da dolce in porcellana da 12 è marcato F.D. Chauvigny, cittadina francese della Normandia. Realizzato negli anni 80-90 del Novecento, vale sugli 80-100 euro.


Signora Sonia Paganesi, le sue ceramiche su tipi “Capodimonte” sono state realizzate da una fabbrica di Bassano negli anni 60-70 del ‘900. Valgono sui 30/40 euro cadauna, ma in trittico: i due eguali più il centrale ad anse di nudi, sui 150 euro.


Il signor Paolo C. – senza inviare misure! – chiede informazioni circa un quadro su tavola. Si tratta di una riproduzione della “Predica agli uccelli di S. Francesco” ed è la quindicesima scena delle storie del Santo nella Basilica in Assisi negli affreschi di Giotto. Nessun valore, se non poche decine di euro se si tratta di dipinto e non di stampa o oleografia.
Gli altri due quadri a firma A. Del Moro (autore che non conosco) sono cose di piacevole mano, arredativi, da 150 euro l’uno.


Signor Marco M., il suo quadro (cm 30×39) firmato De Conink P.L. (1828-1910), fosse dell’artista francese – autore raro sul mercato – varrebbe sui 2.500-3.000 euro, specialmente per il soggetto rappresentato: fioraia romana (il pittore soggiornò anni in Italia). Ma… ma immagino che lei avrà scaricato il lotto così come veniva proposto nell’asta on-line, e avrà, vero, la ricevuta d’acquisto? Me la mandi.


Il signor Edmondo Massa pone alla mia attenzione alcune opere. Due disegni (cm 24×36) di Teresa Gazzo (1901-1994), pittrice genovese di splendida mano: il mercato non ha proposto negli ultimi anni (a livello nazionale) sue opere, pertanto, al momento l’artista non ha che quotazioni locali. Valore: 100-150 euro l’uno.
Olio su cartoncino (cm 40×30) di Oreste Paltrinieri (1873 – dopo il 1951), pittore veronese paesaggista: sino agli anni 2000 il mercato proponeva opere come quella inviatami in visione intorno ai 1.000 euro. Ora, invece, all’ultima aggiudicazione (lotto andato invenduto in altre aste che lo assegnavano ad alti prezzi) presso Pandolfini Firenze, settembre 2018, il lotto 657 (due opere: cm 30×40 e 40×50) stimato 200-400 euro, è stato assegnato a 562 euro! Che dirle?
Il bassorilievo in bisquit, tipo Liberty ma non mi pare con le caratteristiche precipue del periodo – diciamo un tardo Liberty – vale sui 150 euro.
Il piatto in ceramica (cm 30×24) anni 60 del Novecento, che mi ricorda le manifatture di San Marino (Titano o Marmaca), vale sui 40-60 euro.
L’acquarello su cartoncino (cm 24×33), seppure di leziosa mano, nulla ha a che fare con l’inventiva pastosità deliquescente del sommo De Pisis: 50 euro. E ci siamo detti tutto.


Signor Francesco M., il suo crocefisso (cm 5) risale ai secoli 1600/1700. Non v’è scritto sulla croce: “18” ma INRI che è il “Titulus Cruci” che si apponeva sul patibolo del condannato ad indicarne la colpa, ed INRI va ad indicare in latino le iniziali dell’espressione IESUS NAZARENUS REX IUDAEORUM (Gesù Nazareno Re dei Giudei), e proclamarsi tale – come aveva fatto intendere Gesù – in una Regione governata da Roma e sotto l’imperatore Augusto, era un reato di sedizione grave.Valore: sui 50 euro in quanto il crocefisso è lesionato.
La medaglietta, forse opera cinquecentesca o anche più tarda (da un verso ha una Madonna coronata con Bambino tra gli Angeli e dall’altro un Cristo coronato a mo’ di Croce, anch’esso tra Angeli), vale sui 150-200 euro. Mi raccomando non li pulisca in nessun modo.


Signora Lorella Colombo, primariamente, non so cosa lei intenda per cornice Carlo X riferendola alla sua (?!) che è cosa novecentesca e non certamente nello stile del re borbonico.
Riguardo poi al tondo, un bassorilievo in peltro di cm 20, è da visionarsi dal vivo. Il foglio che lo certifica di Benvenuto Cellini non vale, anonimo com’è, nulla. Pur tuttavia, non mi risultano lavori in peltro del grande orafo e scultore fiorentino, né noto nelle figure un’incisione ragguardevole. Mi sembra, come indicato anche dal foglio inglese, una copia da originale, semmai presente altrove.


Signora Chiara Concu, il cornetto in terracotta smaltata ritrovato fortuitamente nel giardino adiacente una chiesa del XII secolo, è certamente attinente a quelle pratiche apotropaiche di culto che tendevano a condurre la religione e gli elementi magici e demologici su un piano di salvaguardia dai influssi negativi e a porre la persona nella buona sorte. Il colore rosso ed il corno ne erano i tangibili amuleti. L’attaccaglia del suo cornetto potrebbe essere, in mancanza di patine evidenti, in zinco. La collocazione epocale dell’oggetto potrebbe benissimo essere tra il XIV secolo e il XVIII (ci vorrebbe visione diretta) ma per il suo valore (ha anche una rottura) solo generalmente documentativo (che lo pone, foss’anche medievale, al riparo da segnalazioni a chicchessia) non mi pare necessaria. Lo conservi come presidio giocoso di buona ventura che anch’io le auguro per questo nuovo anno.


Il signor Luciano Mancini mi chiede valutazione di una una natura morta (cm 28×41) firmata Vito Apuleto. Ora, io conosco tale nome, anche nella versione Vito Apuleo ma come critico d’arte (ebbe per anni una rubrica sul Messaggero di Roma) e non come pittore. In più, se l’opera fosse di sua mano, documenterebbe senza tema di come abbia meglio operato dedicandosi a critica e disamina artistica in luogo di praticarla. Naturalmente, nessuna valutazione.


Signora Aurora Giona, il suo piatto (cm 25) marcato “Lìmoges decorato a mano” è un prodotto anni 70-90 del Novecento da 25-30 euro.
Per la scodella con marchio Rosenthal (ditta) Kronach (località della Baviera) Moliere (modello) Germany (nazione) del 1945-46, il valore non va oltre i 40 euro (in rete offrono tali tipologie anche a 10 euro).
Le rose in ceramica da muro (cm 22×12) con marchio spurio della solita “N coronata”, tipiche degli anni 60-70 del Novecento, valgono 10-15 euro se intatte.


La signora Bianca Prola manda in visione tre piatti in porcellana decoro Impero oro con marchio della tedesca Hutschenreuther di Homberg (località della Baviera). Il marchio riportato è quello del 1914-34, ma non presenta il colore verde impresso all’epoca (riferito dai prontuari), quindi il suo (rosso) è forse riproduzione degli anni ’70. Ma non importa. Il valore viene dato dalla bellezza collezionistica: sui 30-50 euro cadauno.


Signor Lorenzo Bellopede, nel 1997 il suo quadro (cm 80×62) a soggetto bucolico con Sacra Famiglia su cornice coeva, anni 60 del Novecento, è firmato da Carlo Parisi, illustratore e pittore salernitano. Posto che non sia un’oleografia (ce ne sono a migliaia), cosa che dalle immagini inviate (addirittura poste sotto vetro) io non sono in grado di verificare, devo dirle che purtroppo il Parisi non ha gran mercato reale: le uniche quotazioni per opere devozionali religiose come la sua si trovano in rete e a basse valutazioni: vanno dai 100 ai 300 euro.


La signora Giuseppina Cascone pone alla mia attenzione un quadro (cm 60×39) a firma Casorati (Felice C. 1883-1963), grande artista italiano del ‘900 che operò, oltre che nella pittura, nel design, nella grafica, nella scenografia e nella docenza (Scuola Casorati di Torino). Propedeuticamente, devo dirle che nell’esaminare l’opera inviatami ho letto al retro il timbro “Galleria d’Arte il Poliedro S.p.A.”. Ora, mi è parso strano che una galleria d’arte potesse essere una società per azioni e infatti, dopo verifica, ho appurato che non esiste alcuna galleria con dette caratteristiche societarie. Detto ciò, e senza altro a disposizione se non l’unica foto, e non eccelsa, ricevuta, credo che l’opera non sia originale. Se vuole, può verificare se essa è inclusa tra i 1340 dipinti nel Catalogo ragionato dell’artista (Bertolino-Polli), tre volumi, Allemandi Editore, Torino 1995-2004. Le rendo noto, inoltre, che autorizzato alle autentiche delle opere di Casorati è il prof. Luigi Cavallo (lui.cavallo@gmail.com) che chiede 1.000 euro più IVA, per dipinti sino a cm 50×70. Io però le consiglio di risparmiare tempo e denaro.


La signora “Donna Bianca Magdalone” possiede un quadro di Cristoforo Santanna (1735-1805), pittore valente, molto conosciuto e richiesto in terra di Calabria. All’epoca ogni famiglia nobiliare, come quella della richiedente, ambiva commissionare ritratti agli artisti, e fu così che anche una sua ava venne effigiata dal Santanna in abito di novella suora, in un ritratto di cui non mi vengono fornite misure e che io ad occhio ipotizzo essere di cm 60×80.
Gentile signora Magdalone, devo significarle innanzitutto che i ritratti in genere non hanno soverchie quotazioni di mercato (a meno che i soggetti non siano adornati da abiti e/o siano posti su fondi di particolare pregio o interesse) si figuri quello di una suorina (che non sia stata dispensatrice di miracoli e/o prodigi). Ma al di là di questo, il vulnus del suo quadro è che la tela è pressoché illegibile, deteriorata com’è nei suoi elementi figurativi ed espressivi. Non le consiglio il restauro, che costerebbe 1.200-1.500 euro a fronte di un possibile e incerto ricavo di 2.500 euro, e sempre che non venga sottoposto ad un’indagine spettografica che rivelerebbe una ricostruzione pittorica del 60-70% della superficie.


Signora Ambra Leto, la sua eclettica coppia di lumi a petrolio (cm 75x30x19) dovrebbe essere degli anni 40 del Novecento, realizzata con un assemblaggio di elementi e materiali diversi. Fini, le ceramiche sui tipi di Limoges che vengono “disturbate” dai sovrastanti bronzi “cimiteriali” che contrastano a loro volta con la lumeggiatura oro sottostante e con l’aggiunta dei tremendi vetri lattescenti. Che dirle? 500 euro per le deliziose ceramiche?


Signora Maria Palasinka, bella tela la sua! Di impianto settecentesco (cm 103×108), ha un retro telaio ottocentesco ma potrebbe essere stata reintelata; inconsueta e da studiare, anche per la tipologia degli Arcangeli e Angeli che esortano il Cristo deposto e abbandonato ad una dolce morte (in quanto lenitiva e cessante le sofferenze patite) alla resurrezione. Come detto, una bella opera in buono stato, ottimamente composta (cornice da eliminare), da far visionare dal vero. Io, da mestierante d’arte, le posso ad occhio indicare un valore intorno ai 5.000 euro, se proposta ad un privato.


E come sempre, un saluto a tutti e un abbraccio ai pochi.



Dicembre 2020


Apro la rubrica di dicembre parlando di un libro che ho già trattato in passato in un quesito, e di cui ora ripeto la disamina per il mercato, questa volta con riferimenti precisi e mia dichiarazione atta ad essere presentata in Tribunale senza tema: “Della Tramutatione Metallica sogni tre”, di Giovanni Battista Nazari, 1595, Brescia, Pietro Maria Marchetti stampatore. Si tratta di una III edizione, la prima è del 1564.
Cronologia di valutazione nel mercato:
– marzo 2016, 5.500 euro, Libreria Antiquaria Pregliasco, Torino;
– dicembre 2016, 1.300-1.500 euro, asta Finarte 134, invenduto;
– 2017, 4.840 euro, Antiquariat Gerhard Gruber, Germania;
– ottobre 2017, 800 euro, asta Golinelli 23, venduto.
Ora, che un acquisto del detto volume fatto nel 2019 a 1.000 euro sia da considerarsi “incauto acquisto” in ragione del solo basso prezzo, mi pare molto da incompetenti: se tale giudizio può passare quando dato da Forze dell’Ordine genericamente non specializzate e da organi giudiziari alieni ai libri, all’antiquariato e all’arte, non può, viceversa, passare se dato da un perito che dovrebbe “ipso facto” cambiare mestiere. Suggerisco, che so… il botularius?


La signora Ines Lombardi, ex antiquaria, dieci anni fa (La Gazzetta dell’Antiquariato era in formato cartaceo) mi inviò un quesito riguardante un quadro supposto ‘700, al quale risposi dichiarando che si trattava di una crosta. Ora la signora mi riscrive comunicandomi di averlo venduto recentemente ad un’asta importante (quale?) a una cifra elevata (quanto?), significando – pur non facendo commenti – come io non sia il massimo della competenza in materia! Ebbene, signora, io sono un perito di carta o di cartone (se si vuol credere), simile al “guappo di cartone” ne “L’oro di Napoli”, film dei grandi Totò e De Sica, e probabilmente, più a parole che a certezze, mi faccio grande oltremodo facendo il “bullo” e con i lettori e con la mia stessa redazione (che, pensi, mi sopporta e supporta da decine di anni) acclarandomi di successo di pubblico e quant’altro. Sono egocentrico, permaloso e paranoico! Ma… ma a mia sommaria autodifesa, invoco un’intera vita di studi umanistici e artistici in anni e anni di ricerche, consultazioni, analisi. E certamente non basta, perché più si studia e più si capisce quanto non si sappia. Quindi, sono felice che lei abbia venduto attraverso questa importante casa d’aste il quadro che, naturalmente dopo migliaia di quesiti, non ricordo, e del quale lei non mi rispedisce visione. Mi perdoni! o faccia virtualmente quello che fa l’eccelso principe dell’arte Antonio De Curtis al “guappo di cartone” nel film.
Avviso ai lettori: non profittate di questa mia apertura di lucidità mentale, ‘che rimango sempre un vecchio astioso arteriosclerotico.


La signora Clara Mazzucchelli, mi invia tre gruppi ceramici. Il primo (cm 18×18), con marchio della famigerata “N” incoronata, probabilmente pezzo di fabbrica italiana anni 70-80 del Novecento, se senza alcuna rottura, vale sui 150 euro. Il secondo riporta il marchio prestigioso di Luigi Fabris (1883-1952), insigne ceramista, ma bisognerebbe visionarlo dal vivo in quanto le valutazioni dell’artista si aggirano sui 1.200-1.500 euro, ma… ma alla sua morte nella fabbrica gli succedette il figlio Augusto che riprese – con firma – i motivi del padre sino al 1979, e cedette poi l’azienda alla ditta Elite che acquistò anche i diritti alla produzione dei pezzi storici. Quindi, del suo gruppo bisognerebbe stabilire epoca e assegnazione. Inoltre, e al di là di ciò, io vedo nella sua ceramica mancanze e rotture che comunque  la deprezzano sino al 70% del suo valore. Il terzo (cm 24×24), senza alcun marchio, di fabbrica bavarese (?) anni 60-70 del Novecento, vale 250 euro, sempre se privo di rotture.


Il signor Enrico Tolusso manda in visione tre pendole. La prima (cm 68×27), senza marchi, anni 40-60 del Novecento, vale sui 50-70 euro; la seconda, una Junghan (cm 65×30) anni ’20-50′, sui 120-150 euro; la terza, una Wehrle, sempre anni ’40-’60, sui 100-130 euro (quotazioni se funzionanti). Le ultime pendole due sono della “Foresta Nera”, nella Deutsche Uhrenstrasse (o strada degli orologi), Friburgo, Germania. Il piatto in ceramica, anni 50-60 del Novecento, vale sui 10-15 euro.


Signora Maria Grazia Amadeo, il suo servizio da macedonia da sei è stato prodotto dalla fabbrica tedesca bavarese Scwarzenhammer (fondata nel 1905 e fallita nel 1984). Dal tipo di marchio risalgo all’epoca di produzione: tra il 1949 ed il 1952. Valore di mercato tra i 60 e i 100 euro.


Signora Irene Panada da Bellusco, è proprio originario del suo paese in provincia di Monza il pittore Vittorio Vallarin, in arte Cusin, autore del suo quadro (cm 50×70): un acquarello di non grande levatura tecnica, nonostante l’artista abbia viceversa in altre opere ben più felice mano. Purtroppo il Cusin non ha mercato – se non, suppongo, locale – e non mi risultano quotazioni e/o vendite nel mercato, se non quelle da lui stesso espresse. Circa all’altro dipinto inviatomi, “Madonna con Bambino” (cm 50×40), è opera su tela ottocentesca, ma eseguita da pittore popolare con una certa mano. Valore tra i 400 e i 600 euro.


Signora Rosa, l’opera inviata, una Madonna con Bambino (h 40 cm – 67 cm cornice x 44), scuola italiana dell’Ottocento, probabilmente è stata tagliata e ridotta per una cornice novecentesca (conforme l’attaccaglia sul retro con la vernice a bolo giallo sopra) e/o rimaneggiata negli anni ’70 del Novecento. Di impatto arredativo, vale sui 500-600 euro.


Signora Martina Rigazzi, il marchio delle sue tazzine “Capodimonte” afferma quel che vado ripetendo ogni mese in questa rubrica, e cioè che è un marchio di fantasia usato nel tempo da una miriade di fabbriche nazionali ed estere. Il suo servizio ha quello di una manifattura toscana, forse Sesto Fiorentino, che presenta uno scudo bipartito a gigli e alle sei palle della famiglia Medici. Servizio degli anni 70-80 del ‘900, vale sui 150-200 euro, anche in rete, dove però ci sono pure degli ignoranti, alienati mentali o truffatori che li propongono a 1.000-2.000 euro.


Signora Luisa Tondinelli, le gallerie d’arte scomparse: Russo in piazza di Spagna e Parametro in via Margutta, vendevano sì, come dai suoi documenti, opere d’arte con acclusi certificati ma, come nel suo caso, senza allegare fatture né, soprattutto, fotografie delle opere, cosa che dovrebbe essere automatica. Altrimenti ad esempio: “La casa rossa, acquarello, 50×70, di Aldo Riso” chi mi dice sia realmente identificabile con l’opera che ha lei CP n. 605/89 archivio? E l’archivio privato della galleria Parametro dov’è? Ora, io non mi sono sempre fidato delle gallerie d’arte moderna e contemporanea e continuo a farlo poiché tale mondo, come tutto tale mercato, è una vera e propria giungla (e ciò al di là della serietà dei galleristi) tra: certificazioni, autenticazioni, interpretazioni di Tribunale i cui giudici, non potendo valutare le opere se non con consulenza di periti (a volte tra loro di pareri diversi), emettono sentenze in base a percorsi, a buona o mala fede, ecc., e giudicano un’opera vera o falsa in base a una verità processuale che non è detto (come in tutti i processi) sia quella reale, storica. Io poi, non posso, da visione, accertarle alcunché. Posso solo esaminare documenti e rivolgermi a Fondazioni inerenti.


Il signor Massimo Ponzi, manda foto di una piccola opera (cm 18,5×28,5) a carboncino e acquerello-tempera del 1959. Ne è autore Mario Guido Dal Monte (1906-1990), pittore e scenografo imolese, esponente del detto secondo Futurismo, artista eclettico e di felice mano come dimostra il cartoncino inviatomi. L’artista non è trattato sul piano nazionale e non ho trovato esiti d’asta. Nella premessa che la dedica fronte opera svaluti questo pezzo del 30-50%, la stima è sui 250 euro, per mia valutazione personale.


Signor Diego Michelis, il marchio del suo albarello (cm 17) è relativo a una fabbrica italiana del ‘900 e già in passato è stato sottoposto a studi da parte di ceramologi amici al fine di scoprirne l’identità ancora sconosciuta. Pubblico l’immagine anche nella speranza che tra i miei dotti lettori e collezionisti qualcuno ne sappia qualcosa. Così com’è, vale sui 150-200 euro (epoca primi ‘900?).


Signora Donatella Romei, è chiaro che i quadri per una commerciante (ipotizzo) come lei siano come patate! Non invia misure, ma scrive: “Due Basurco e un ritratto di Arò”. La cosa mi indispettisce un po’, ma mi pagano, e quindi le rispondo sommariamente. Alfredo Gonzales Basurco (1926-1990), pittore peruviano operante in Francia ed in Italia non ha soverchie stime di mercato. Offerto sul web (cm 50×70) a 100 euro, nel 2019 lo Studio Arte Borromeo (asta n. 25) lo stimava 200-300 euro (cm 70×70), ma partiva da una base d’asta di 10 euro. L’Arnerio Saverio Arò (1924-1976) e il pittore-scultore F.P. Como (1888-1973) non hanno alcuna valutazione nazionale.


Signora Brunella Fuggiaschi, il baule del ‘900 (cm 84×95), genovese, vale sui 250-300 euro. Lo specchio intagliato a pantografo (cm 72×57), così spatinato e rilucidato, potrebbe essere degli anni 20-40 del ‘900, valore 200 euro. L’armadio in noce della fine dell’800 primi ‘900, vale sui 350 euro, in un mercato che non accetta più tale mobilia.


Signora Maria Cardinale, la sua fotografia (cm 96×23 – cm 106×33), se originale (anche per la cornice a guilloché che la contiene) è innanzitutto un documento storico della 500 Miglia di Indianapolis del 1925, vinta dal pilota americano di origini italiane Peter De Palo. Naturalmente, il valore commerciale della foto è da situarsi nel mercato collezionistico americano, e lo ipotizzerei tra gli 800 e i 1.200 dollari. Poi – anche per l’enormità di persone rappresentate – l’immagine è di sicuro interesse pure in Europa e in Italia per lo studio documentale e personale.
Nota: nel retro della sua immagine v’è la scritta: Bordino N.o 477…, probabilmente si riferisce a Pietro Bordino (1887-1928) grande pilota italiano che a bordo di una Fiat (n. 477?) arrivò decimo nella corsa.


Signora Laurence Viti, la sua lampada (h 170) in ceramica e vetro colorato è di per sé un eclettismo degli anni 40 del ‘900 posteriormente assemblato con un innesto in un servantino a tre piani (ottone o antimonio) degli anni ’50-’60. Valore solo arredativo e per gli amanti del genere: 200 euro.


Il signor Jacopo Degl’Innocenti da Firenze manda in visione due bambole dei primi decenni del ‘900. La prima è un modello della ditta FBC (cm 30): testa in biscuit, corpo in legno e stoffa, meccanismo in corda e testa girevole, movimento delle gambe, senza vestiti. Il giocattolo fu prodotto dalla ditta, non fabbricante, ma assemblatrice di tali tipologie (comprava le teste e/o mani e piedi e le innestava su struttura povera adornandola di vestimenta – a volte preziosi lavori di sartoria), probabilmente negli anni 40 del ‘900. Così com’è vale sui 200 euro. La seconda (cm 20), una bambola bebè o pupée caractère, con testa a uovo su corpo interamente in biscuit (caratteristiche reali) e vestito aggiunto successivamente, è giocattolo degli anni 10-20 del ‘900. Valore, 350-500 euro.


Signora Anna Vicentini, i vetri vanno esaminati dal vero. Complica poi la disamina, la vista da foto non eccellenti come quelle che lei mi ha inviato. I suoi 6 bicchieri (cm 11×5), fossero in cristallo di Boemia e decorati in oro zecchino, li riterrei prodotti degli anni ’40 del Novecento. Noto, pur dalle foto non ravvicinate, che sono stemmati e non hanno sfaccettature e lavorazioni. Quindi, per tale tipologia ipotizzerei un valore di 30-40 euro a pezzo.


Signor Roberto Contisciani, la sua tela (cm 54×65) acquistata molti anni fa in Cecoslovacchia è di mano popolare, forse degli anni 40-60 del ‘900. Non ha valore se non quello arredativo: 100-150 euro. La brocca (cm 25) in terracotta smaltata verde è prodotto seriale e recente da poche decine di euro. I candelabri (h 69 cm), in bronzo dorato, sono importanti, pur non avendo alcuna patina nelle basi. Non mi sembrano di manifattura italiana nel loro svolto plastico ma direi di sì, per la presenza dei cani patinati in nero tipici dell’antica bronzistica italiana. Andrebbero esaminati dal vivo. Così, assegnando loro come epoca gli anni ’40 del Novecento (ma potrebbero essere più recenti), per la loro “presenza” li valuto sui 1.200 euro.


Signor Massimiliano Longo, eccomi ai suoi mobiletti: un tavolino di essenza dolce, mordenzato noce scuro (h 59 cm) e uno scrittoietto (h 68 cm) idem, con inserti di rovere. Riproduzioni in stile realizzate negli anni 60-70 del Novecento, presentano intarsi non eccelsi e pantografati tipo “sorrentino”. Come mobili d’arredo e non di antiquariato, li valuto sui 150-200 l’uno sul mercato, 200-250 se proposti ad un privato.


Signor Antonio Marras, premetto che il torinese Michele Conti (scomparso nel 1996) veniva considerato forse il più grande modellista di auto del mondo ed è certamente stato il fornitore di modellini di auto per la famiglia Agnelli. Fu anche fondatore dell’omonima ditta di giocattoli che produsse nel 1985 la Ferrari Testa Rossa per bambini, un modello in scala 1:2 perfetto in ogni sua parte, fornito di motore a scoppio, venduto in asta dalla Sotheby’s New York a 89 mila dollari nel 2015.
Purtroppo lei mi invia immagini di placche d’argento incise con modellini di auto. Nulla vieta di credere che siano delle serie ordinate dalla Fiat (Agnelli) come gadget, non hanno infatti numeri di serie o altro, come se fossero stati fatti “ad personam”, ma… ma come valutarli? Sono cose precipue da collezionisti puri che ne sappiano e si possano consultare. In parole povere, se non si hanno sul mercato opere analoghe conosciute – che io almeno e le mie ricerche non hanno saputo trovare – chi ne dedurrà il valore? Pubblico le foto nella speranza che tra i migliaia di lettori qualche colto collezionista ne sappia oltre.


Al signor Claudio Tempestini, che come altri lettori scrive ma non ha letto le mie precedenti risposte in merito nei mesi e negli anni, ribadisco: il marchio Capodimonte non fa più riferimento né a provenienza né ad epoca, usato com’è da un paio di secoli da chiunque, in Italia e non solo; semmai, può essere usato nella coroplastica per indicare lo stile di un certo oggetto.
La sua specchiera (cm 80×57) di Bassano è degli anni 60 del ‘900. Per gli amanti – pochi – del genere, e se priva di rotture, può valere sui 250 euro.


Signor Alessandro Taraddei, il suo gruppo in porcellana (cm 23x17x26) è singolare. È molto bello, rifinito e compositivo alla maniera delle ceramiche di Meissen, ma i colori accesi e le velature nei capelli lo pongono in una atipicità inconsueta: potrei azzardare di una manifattura napoletana? Comunque, il gruppo, forse risalente agli anni 60-70 del ‘900, molto curato e scenografico, se non presenta rotture vale sui 300-400 euro.


La signora Mariapia Giuliano porta alla mia attenzione 4 servizi di Gualdo Tadino (marchio “SCM” che non conosco), degli anni 50-60 del Novecento. I due servizi da caffè da 12 tazze, color avorio lumeggiati oro, valgono sui 150-200 euro l’uno; i piattini da dolce, 12 pezzi, sui 100 euro, ma se abbinati (non li divida!) ad uno dei servizi da caffè, sui 400 euro. Il servizio a foglia, vale sui 150 euro.


Signora Daniela Aruta, il suo servizio di caffè da 6 tazze è stato prodotto dalla Tofanacchio (1963-1985) di Civita Castellana (VT). L’insieme dovrebbe essere dei primi anni 70 del Novecento. Valore, se intatto, sui 250-300 euro.


E come sempre, un saluto a tutti e un abbraccio ai pochi.



Novembre 2020


Signor Anselmo Mariottini da Bologna, il bronzo di Atlante (23 cm h) completo di base (37 cm) con marmo rosso di Verona è opera degli anni 40 del ‘900, la base è in marmo nero Belgio o Ardesia: valore sui 500-600 euro.
Oggetto delizioso, la fioraia in ceramica (h 30 cm) della Trevir Veneta, anni ’30-’40, valore sui 150 euro se intatta.


Signora Divina Caliendo, lei mi segue con piacere e interesse e di ciò la ringrazio. Purtroppo, però, ciò non mi esimerà dal dirle che i suoi quadri sono cose non brutte, di più! Coloro che li hanno dipinti – se vivi – meriterebbero la galera ma privi di strumenti, anche matite o penne, con cui offendere l’ars visiva altrui. Chiedo perdono, a lei per lo scritto e i lettori per la proposta visiva di tali cose.


Signor Vincenzo Accardo, purtroppo tutte le opere inviatemi in visione sono da pendant ad un arredamento e ad uno stile novecentesco che è ormai in toto ignorato dal mercato. In più, lei capirà, non posso valutare opere racchiuse in vetro, in queste condizioni non è possibile che io riesca a distinguere una stampa da una gouache. Le uniche cose interpretabili, già pur con foto orribili, sono i quadri (cm 31×45) che lei indica come di autore tedesco (dalla firma indecifrabile), opere non titolate, non datate, non nulla, che io, alla “venditore di patate”, valuto sulle 150-250 euro l’una; 300 la marina.


Signora Liliana Croce, affrontare l’arte moderna ultima è inoltrarsi nella psicoanalisi quando non nella psichiatria pura. Non v’è più arte in quanto rappresentazione oggettiva ma contestualizzazione pura. Ragion per cui, un qualsiasi oggetto o animale o persona o escremento esposto – secondo l’assioma incontestato dell’artista Piero Manzoni (1933-1963) – diventa ipso facto opera d’arte (il barattolino da 50 grammi della sua “merda d’artista” ha segnato ultimamente quotazione-vendita di 272 mila euro!). Si ha a che fare con veri e propri malati di mente o truffatori coadiuvati da critici d’arte interessati, tutti salvati dal ricovero coattiale dalla legge n. 180 del 13 maggio 1978 detta anche dal suo promotore “legge Basaglia”. È chiaro che queste “cose” non possono avere di per sé alcun valore, diventa essenziale – scrivo da esperto – la documentazione acclusa che ne comprovi la provenienza specifica. Non posso quindi che deprecare “l’opera” di Mario Merz che lei possiede, “Un filo d’acciaio teso tra due sassi”, ma poi… da quale alienato o truffatore sia stato prodotto lo devono specificare atti di provenienza, fatture o quant’altro. Le scrivo poi una cosa che le dirà molto: l’artista contemporaneo ignoto ma famoso che si firma Banksy (Street Art), celebrato per suoi murales “sociali”, tra l’altro di grande mano, scrive in una sua opera (una foto serigrafica di un quadro di Vincent Van Gogh in più edizioni di stampa) venduta a migliaia di euro: “Non posso credere che voi idioti compriate davvero questa merda”. Della serie: oltre al danno, la beffa!


Il signor Waler Luviè da Milano manda in visione una coppia di bellissime anfore di Faenza (cm 58×36), che alcuni (non io) chiamano “senatoriali”, termine coniato dal maestro faentino Pietro Melandri (1885-1976) nel 1922 quando iniziò a produrre grandi anfore di stile rinascimentale a grottesche, derivanti dalla pittura parietale romana di epoca augustea. Le sue, signor Luviè, sono state prodotte dalla manifattura faentina Farina fondata nel 1876. Non credo – per l’esposizione del marchio con le date sulle anfore (1865-’68) – che esse siano di tale periodo. Le daterei invece negli anni 20-30 del Novecento (gestione Aldo Zama – manifatture ceramiche di “Monari Vitola e C.” erede della Farina) quando fu ripreso il vecchio marchio dei triangoli incrociati a stella sino, penso, al 1936. Il loro valore lo indicherei in 1.200 euro.

 


Signor Enrico Di Giovanni, in merito ai suoi piatti di famiglia: la coppia di Deruta (25,5 cm) firmata dalla rinomata manifattura “Grazia” attiva come famiglia nei secoli, dovrebbe datarsi agli anni 50 del Novecento (direzione Ubaldo Grazia), valore 250 euro; il piatto di Castelli (38 cm) non mi dà alcun elemento visivo né di appartenenza, né di datazione, ma è ceramica seriale di valore puramente arredativo, valore 50 euro; il piatto “ICAP” (38 cm) di Gualdo Tadino è sicuramente un prodotto della manifattura “C.I.M.A” succedanea alla prima, rifondata nello stile e negli stampi da Angelo Pascucci (nipote dell’omonimo fondatore della ICAP nel 1920), negli anni del secondo dopoguerra: 100-120 euro.


Prof. Mauro Manconi, la Kosmos, ditta costituita in Germania negli anni 20 del Novecento, produceva kit tecnici per il gioco e per la scuola. Il suo, del comparto Optik, è un ingranditore ottico da banco degli anni ’60-’70. Valore, se completo, 60-80 euro.


Signora Sabrina Montolli, circa i suoi quadri: il Santo in ascensione (cm 100×130) è San Nicola da Tolentino, dipinto ritelato e restaurato è opera ottocentesca di bella mano (ma la brutta ed unica foto inviata non mi consente altro dire); la Natività (cm 800×100) raffigurante un inconsueto San Giuseppe con gli occhiali (anche qui foto orrenda), è forse del Settecento, rintelaiata, la tela è stata ridotta; il dipinto (cm 27×17) firmato Fabris mi è sconosciuto. Signora se ha intenzione di altro inviare, mandi foto non sfocate e dettagliate altrimenti desista: mi sono stufato di ripetere che sono solo un perito e non un veggente e che già lavorare da sole foto è molto difficile, se poi vengono inviate immagini come le sue…


Signor “Topo Bianco”, il suo vaso (18 h) in vetro applicato dovrebbe essere esaminato dal vero. Ha una bella fattura e potrebbe essere una riproduzione da antichi modelli, forse degli anni 20-40 del ‘900. L’oggetto è fessurato, cosa che inficia enormemente il suo valore: sui 150 euro.


Il signor Antonio Buondonno manda alla mia attenzione due servizi ceramici. Il primo, di 67 pezzi, è dei primi decenni del ‘900, manifattura Ginori. Per quel difetto sull’unica insalatiera il suo servizio, signor Buondonno, subisce un deprezzamento del 20% (il piatto lo può eliminare), valore nel mercato attuale: sui 500-700 euro. Sul servizio da caffè in bisquit non vedo il marchio Ginori che la ditta apponeva almeno su un pezzo della serie “vecchia Capodimonte”, anni 10-20 del Novecento, forse di Bassano. Molto fine il modello di zuccheriera, lattiera e altre due tazze. Così, sui 150-200 euro.


Signor CR22, il suo quadretto (cm 30×40) anni 50-60 del Novecento è di ottima mano. La firma non è da me identificabile. Valore sui 250 euro.


Signora Maria Rosaria Del Romano, la ringrazio per la stima sincera ma ciò non la risparmierà dai miei giudizi critici. E veniamo alle sue opere. Il gruppo scultoreo (cm 40x35x25) in gesso patinato, a firma Achille Mollica (artista operante in Napoli nella metà-fine ‘800), scultore e modellatore di genere popolare, vale sui 250 euro, per solo collezionismo; comunque i gessi, in generale, non hanno richiesta nel mercato italiano ed i loro valori sono conseguenti. La testa di acquaiolo (cm 40×18), con patina cimiteriale su orribile base in onice, è cosa seriale da gemiti (e non da Vincenzo Gemito), da bassa fonderia. La pesi, e a 7-9 euro al chilo (il costo del bronzo) avrà il suo valore. Il quadro (cm 40×50) è opera di Francesco De Vincentiis (1874-1938), pittore abruzzese allievo di Filippo Palizzi, artista di grande mano che non ha raccolto i meriti dovutigli. Le sue opere non sono presenti sul mercato e quindi le do una valutazione personale: 1.800 euro, per collezionismo, per il livello espresso, e nella considerazione che ritratti a parità di dimensioni costano perlomeno la metà di un paesaggio. L’olio su tavoletta (cm 14,5×29) è di Federico Rossano (1835-1912), pittore insigne partenopeo di grande mano e impostazione. I suoi paesaggi fanno parte della soavità e respiro ragguardevole della pittura italiana dell’Ottocento, copiata e propedeutica poi a tutta l’arte moderna del ‘900. Il suo dipinto, purtroppo mal fotografato, fosse del Rossano come sembra, potrebbe valere sui 2.000-2.500 euro (vent’anni fa il doppio).


Signor Dario Cazzin da Venezia, il suo servizio da 12 con centrotavola è della prestigiosa fabbrica M.G.A. di Albisola (ceramiche d’arte Mazzotti & Cavallero) dove tra il 1946 ed il 1951 Giacomo Manzù realizzò alcuni putti e la decorazione di piatti e bottiglie. Il suo insieme è degli anni ’50-’60 e potrebbe valere dai 600 agli 800 euro se senza difetti e/o rotture.


Signor Alfredo Pasian, non ci posso credere…! lei ha spatinato interamente (“ripulito a fondo e a dovere”, sic) un Cristo bronzeo ipotizzato del ‘600-‘700. Rimango basito, e dandogli una veloce occhiata, posso dirle che ora vale una cinquantina di euro al massimo. E con questo, avrà imparato certo che se a metalli e a marmi (soprattutto) lei toglie la patina (che è l’unica che ne determina la vera epoca) essi non valgono più nulla.


La signora Doriana Mazzoni Guerreschi manda in visione un quadro (cm 56×47) di Francesco Trombadori (1886-1961), valente pittore che, siciliano di origini, si trasferì e operò a Roma. Membro della detta “Scuola Romana”, artista di vasto respiro e di felice mano e quotazione, fu anche critico e letterato artistico. L’opera in suo possesso però, signora Mazzoni, è danneggiata e da foto non posso dire quanto. Inoltre lei non ha documentazione inerente e/o passaggi che possano acclararne l’originalità; in più, il suo paesaggio appartiene al genere “seriale” dell’artista, non suscettibile di certa individuazione. Fosse del Trombadori, sui 2.500 euro.


Signor Francesco Castaldi, il suo mappamondo con piantana (150 cm), prodotto dalla Vallardi Editrice negli anni 70 del Novecento, vale intorno ai 200-250 euro.


Signora Rebecca Salmaso, non so dove lei abbia potuto reperire l’informazione che indica come famoso l’assassino dell’ars visiva che ha pasticciato la tela (senza misure!) inviatami in visione. Io le dico e dichiaro che è cosa seriale degli anni 60 del Novecento da riporre nel luogo ove lei lo ha trovato.


Signor Salvatore Capuano, ringraziandola per le belle parole con cui mi esprime la sua fiducia, le rispondo in merito alla tela (cm 120×98) inviata. L’opera è di mano popolare, e la cosa che mi fa sorridere è la dicitura: “di un seguace (nel senso che seguiva da molto lontano?) del fiammingo Hans Von Aachen manierista di grande tecnica”. In realtà, l’unica cosa che la rende interessante, mi segua, è solo l’impatto scenografico e arredativo (per la sua misura). E allora, anche nella considerazione che restauro, reintelazione e foderatura costino, nel caso, ad un privato non meno di 600-800 euro, le direi di sì all’acquisto, e aggiungerei anche di collocare il pezzo in una parete vuota non come vera e propria opera d’arte, ma piuttosto come oggetto d’epoca (XVIII secolo). Tra l’altro, dette opere, proprio per la semplicità esecutiva, pur condita da elementi iconografici significativi (come ad esempio l’agnello legato precursore della Passione del Cristo o della Santa Elisabetta con il “Sangiovannino che addita il Messia”) hanno un proprio pathos primigenio che ne consente il semplice godimento visivo (è come aprire una finestra su del verde senza poi distinguerne bene gli elementi che lo formano). Un abbraccio a lei e alla sua sensibile moglie.


Signora Martina Floris, pubblico il suo quesito poiché sono un collezionista dei piatti denominati per il loro motivo figurativo “Willow Pattern”, come quello da lei inviatomi. Si tratta di pezzi in terraglia sui tipi della ceramica cinese, copiati poi dalle manifatture inglesi per il mercato europeo e ricopiati da ditte italiane alla fine dell’800. Il suo esemplare è sui tipi della “Colandine”, fabbrica scozzese del Galles, riprodotto dalla “LA & C.” (forse Laveno) italiana. Nel mercato il valore di tali oggetti è attualmente sceso e va dai 15 ai 30 euro. Il suo piatto, purtroppo rotto e mancante, è solo da tenere in casa.


Signor Guido Resen, la sua graziosa damina in porcellana (sui 12 cm) è di manifattura tedesca, il marchio, da me non identificato, è ad occhio quello di una fabbrica bavarese degli anni 60 del ‘900 (?). Ci vorrebbe visione dal vero. Comunque, se la statuina è priva di qualsiasi anche minima rottura, vale sui 150 euro.


Signor Amerigo Mizzon, mi fa piacere di riuscire a trasmetterle la “malattia” dell’arte e dell’antiquariato ma la avverto: se la prende bene non c’è scampo, non ne guarirà. Riguardo la sua tela (cm 70×50) a firma Mario Schifano – artista che ben conoscevo personalmente tramite il (criticato) critico Gino Ginori, personaggio variegato che fu di grande occhio ma di indubbie operazioni mercantili sospette – debbo dirle che, guardando il solo retro del dipinto, il telaio non presenta le caratteristiche di quelli usati dal maestro, la firma apposta è incerta e non corrisponde grafologicamente a quelle, pur diverse, da lui usate. Auguri.


Signora Delia Solyffifed Espinoza, il suo quadro (cm50x70?) a firma Valerio Rotini, artista operante nel ‘900, è di buona fattura ma seriale, anni ’40-’50. Trattato nel solo mercato d’arte della rete, è in vendita a prezzi dai 400 ai 600 euro (per misure come la sua). L’artista non ha esperimenti d’asta né altre quotazioni probanti.


Signor Marco Maggioni, vede, io non sarò un esperto cattedratico e filologo come il professor Michele Danieli di Bologna del quale lei mi invia una relazione in merito alla suo “Il Cristo coronato da spine”, da me indicatole (da foto e non dal vivo) come opera del Seicento inoltrato, un “Ecce homo” reintelato e con una tela dalla trama non cinquecentesca. Ma io confermo sempre, dalle nuove foto, quanto dettole. Ho collaborato per anni con Federico Zeri avendo innumerevoli liti sul “guardare” le opere: io, con il mio metodo pragmatico dell’osservazione dei materiali usati, lui con quello aulico dell’esamina della sola raffigurazione. Mi chiamava con ironica burberia “il restauratore”, identificandomi così, nel suo dire, come persona che si occupa solo di legni, teli, pigmenti, senza afferrare la beltà o meno della pittura presentata. Ora, basandomi su vicende note come quella del “Cristo Gallino” che, supposto di Leonardo da innumerevoli luminari dell’arte, e pagato 3,5 milioni di euro dallo Stato italiano è ora esposto al Bargello di Firenze indicato come opera di anonimo intagliatore toscano, oppure come quella riguardante le meravigliose teste di Modigliani pescate in un fosso, conclamate da critici, storici e docenti d’arte (vedi il sommo Argan) eccezionali ritrovamenti del maestro, rivelatesi poi un falso da “Black&Decker” di burloni livornesi, io preferisco tenermi il mio metodo e lasciare – senza astio – agli altri il loro. Inoltre io ho esaminato da sole foto, e non posso quindi andar oltre il lume di sì docenti. Il dipinto rimane per me – nonostante levità e stesura pittorica – un’opera di non eccezionale fattura che sul mercato non potrà aspirare a cifre superiori ai 1.500 euro. Poi, lei potrà venderla con perizia del prof. Danieli (che lo ha esaminato dal vero e si è fatto pagare giustamente per ciò) che lo ascrive a pittore attivo a Milano nella seconda metà del XVI secolo: il “Sordo”, e lo data 1580-’90 circa.
“Se tutti la pensassimo allo stesso modo non ci sarebbero le corse dei cavalli” (Mark Twain)


E come sempre, un saluto a tutti e un abbraccio ai pochi.



Ottobre 2020


Signori lettori, ultimamente sono apparse in vendita in rete sculture in legno antichizzato raffiguranti Cristo senza braccia (difficili a farsi tra l’altro) alte cm 34-38, spacciate per epoca 1800 e proposte a cifre intorno ai 200 euro. Naturalmente, si tratta di mere riproduzioni (e a poco prezzo). Sono accompagnate con descrizioni tipo: “Cristo in legno di noce – Italia centrale XVIII”. Il perito della Casa d’Aste Catawiki (una signora di cui ho già scritto, che ha un negozio di abiti e accessori vintage in Bologna), dopo aver esposto una decina di foto con particolari ne specifica il peso di 500 gr… (come patate) e le ottime dimensioni: quali? …Ci sarebbe da piangere, ma ridiamoci su. La signora Pastini E., che è alla ricerca di un antico Cristo “economico” (sic), è avvisata.


La dottoressa Simona Pace di Roma ricorda con grande nostalgia la mostra mercato mensile di livello internazionale “Solo Carta” a Valmontone (RM): fiera di materiale cartaceo proposto in tutte le sue forme, come memoria storica dell’uomo (dai libri alle pubblicità, ai documenti, ai fumetti, fotografie, disegni, ecc.), manifestazione che mi vide promotore e organizzatore negli anni 2000. Purtroppo signora, ad oggi l’abbassamento generale del livello culturale non consente di riproporre neanche lontanamente tali eventi.
Ma veniamo al suo disegno di Giuseppe De Nittis, illustre pittore dell’Ottocento, caposcuola che la morte colse al culmine della sua gloria. Dottoressa, temo che la documentazione privata di lascito testamentario acclusa all’opera non sia sufficiente a validarne la paternità. Il documento è redatto sì da un notaio ma tali professionisti possono accertare solo le volontà di chi dispone e cosa, a suo dire, trasmette, non la qualità e l’autenticità di essa, tanto più che non v’è contratto di bene (venditore-compratore), suscettibile di minimo controllo, ma semplice alienazione gratuita (donazione). E rimango perplesso dalla firma dichiarante nel retro del disegno: Leonine Lucille Gruvelle. Ma la moglie del Maestro si chiamava correttamente “Léontine”, era una signora parigina istruita e colta che influenzava le scelte sociali ed artistiche del marito e quindi mi pare strano “lo sbaglio” a meno che – e né io né i prontuari consultati ne siamo al corrente – avesse scelto di nominarsi con tale declinazione del suo vero nome. Come da richiesto, non pubblico l’immagine. Mi ricontatti privatamente.


Signor Paolo Piscitelli, purtroppo non ritengo che il suo vaso (h cm 27) possa essere assegnato alla manifattura Emile Gallé: cupi i colori, seriale il disegno e piatto l’intarsio che nei pezzi originali è inciso alla ruota diamantata o all’acido fluoridrico con effetti di alto livello. Valuto pertanto il suo vaso 150 euro come copia di non elevata fattura.


Signor Enrico Di Giovanni, ho esaminato i suoi quadri dei quali, purtroppo, ha inviato le sole immagini frontali (in quanto rifoderati) e che quindi posso valutare solo rilevandone l’aspetto iconografico. Pertanto: la “Vecchia filatrice” (cm 78×50) è senz’altro di area fiamminga ma come epoca la sposterei all’Ottocento. Valore sui 1.200 euro. Il “Cristo” (cm 90×63) che addita una mezza colonna della flagellazione è emblematico e simbolista. Iconograficamente massonico, va ad indicare la prova che l’apprendista deve superare nell’iniziazione alla setta sulla mezza colonna (la pietra grezza). Opera di fine del Settecento, trova il suo valore più nell’inconsueto simbolismo che nel dipinto in sé. Così com’è vale sui 2000 euro.
La “Madonna con Bambino” (cm 61×49) è molto soave di aspetto ma non presenta eccelso svolto pittorico; opera tra la fine dell’Ottocento ed i primi del ‘900, vale sui 600-700 euro.


Signora Valeria Rossi, già al primo impatto il suo trumeau (cm 220x120x59) mi sembrava avere una costruzione troppo lineare e di “ricalco” per adempiere ai canoni di uno stile improntato ad una “semplicità elaborata”. Poi, viste le foto del retro dalle quali si evince un tavolato non conforme, e le foto degli interni che risultano spennellati ad anilina, le posso senz’altro dire – e senza entrare in altri particolari tecnici – che il suo mobile è una riproduzione degli anni 50-70 del Novecento. Realizzato in radica di mogano o tuja (le foto non sono esaltanti), trova il suo valore solo nell’essere un mobile d’arredamento: 800-1.000 euro.


Signor Sandro Croccolo da Monza, il suo mobile credenzina (cm 108x44x156 h) in stile neorinascimentale, pantografato, anni 40-60 del ‘900, riflette in qualche modo lo stile espressamente decorativo a scapito della funzionalità. Capita, in tale mobilia, che alcune parti siano decorate ma non usufruibili. Ho visionato anni fa un canterano con alzata a cinque cassetti decorati di cui solo il primo era reale, gli altri erano applicati senza apertura. Il suo mobile non ha purtroppo valenza commerciale che a 300-400 euro.


Signora Luisa Latte, “naturalmente” lei non può pretendere di aggiudicarsi – a un’asta on-line dalle Fiandre – uno scaldaletto (cm 28x28x101 manico) in rame stagnato a sbalzo ed estampage, autentico del ‘700. Il suo, infatti, è oggetto novecentesco (forse con elementi ottocenteschi) e comunque del valore di 80-120 euro, quindi le è andata bene.


Signor Sandro, l’americano Randal Davey (1887-1964), pittore e accademico, insegnò e operò in Messico e penso che i quadri di cui mi chiede possano essere a lui ascritti. Purtroppo nel mercato europeo l’artista non gode di alte valutazioni; fa eccezione l’Inghilterra (ma per i cavalli e il loro mondo). In Italia, i suoi dipinti (cm 40×50) valgono sui 500-700 euro cadauno, non essendo tra il genere migliore dell’autore. Le macchie sulle cornici dipendono dal materiale usato, povero e generico, e non hanno attinenza con gli oli della pittura che, tenuti in ambienti normali di abitazione, non dovrebbero avere problema alcuno.


La signora Lorenza Vivaldi manda ad esaminare una Bibbia senza indicare né chi l’ha stampata né quando; in compenso però, incredibilmente, manda le misure. E vabbè! mare che vai… Comunque, conoscendo io il libro, posso rispondere che si tratta de “La Grande Bibbia del Giubileo”, San Paolo Edizioni. L’esemplare presentato alla mia attenzione dovrebbe appartenere alla III edizione del 1999 ma anche fosse la prima o la seconda non cambierebbe il suo valore: dai 150 ai 200 euro. Potrebbe salire, ma di poco, se fosse in cofanetto originale con accluso il “registro di famiglia” non compilato.


Signora Carla Sanna, premesso che le sculture in cera non hanno pressoché valore nel mercato neanche se racchiuse e protette da teche in vetro, figuriamoci la sua che, caduta, è stata riassemblata con la colla (orrore!!), fosse pure un’opera macabra di Gaetano Zumbo (ma non lo è), artista di ceroplastica (1656-1701), anatomico e patologo in laboratori e musei.
Quanto poi alle sue stampe anni 80 del ‘900, provengono o da calendari o da riviste dell’epoca e non hanno anch’esse valore alcuno.


Signor Matteo Olivieri, i suoi oggetti ceramici di Bruno Gambone (1936), noto coroplasta di Vietri sul Mare, figlio d’arte del più rinomato Guido, sono, credo, degli anni 2005-7. Al momento non ho sue quotazioni per tale periodo recente, direi quindi – complice l’odierno mercato basso – sui 250-300 cadauno.


Signor Antonio G., lei ha buon occhio e competenza. Il quadro, che penso sia autentico, è a firma Emile Bayard (1837-1891), illustratore conosciuto per i suoi disegni per i “Miserabili” di Victor Hugo, “Robinson Crusoe” di Daniel Defoe, ecc. Purtroppo i suoi lavori non godono di un mercato favorevole, il suo dipinto (cm 27×35),vale sui 300-350 euro.
Riguardo alla tavoletta (cm 7,5×12) firmata G. Favretto (1849-1887) la riterrei un falso, e ciò basandomi, da immagine, sullo svolto pittorico e la firma. L’altra opera (cm 46×58), di ottima e ferma mano, potrebbe essere attribuita a Francesco Paolo Michetti (1851-1929), ma naturalmente occorre esame “de visu”. Può consultare la Fondazione (ora Ente Morale) che si occupa della sua opera (085-4913719, info@fondazionemichetti.it, www.fondazionemichetti.it).


Signora Milena Callea, il suo cassettoncino a scrittoio (senza misure!) è cosa degli anni 70-90 del Novecento e non ha alcun valore né antiquariale né arredativo. Pubblico l’immagine solo per rendere edotti i molti che hanno cose del genere.


Signor Roberto Talamo, correttissima la sua analisi della coppia di vasi (cm 45×15) in porcellana smaltata e decorata (a terzo fuoco), anni 60 del ‘900, produzione francese. Impeccabili, foto ed esposizione: fossero tutti come lei i lettori! …Rimane a me la sola valutazione che indicherei in 500-600 euro.


Signor Alfredo Pasian, gli oggetti che non hanno alta levatura artistica come il suo “Cristo” (h 10 cm) , pur antichi e provenienti in più da interramento, non possono avere ingente valore se non sono contestualizzati, legati cioè storicamente a qualcosa, e il suo, che pure presenta una bella patinatura, non esula da ciò. Devo aggiungere però che rispetto agli esemplari di Cristo da Croce il cui retro è piatto (in quanto nascosto), il suo rivela una completezza di figura tale da potersi collocare in ambito tardo: ‘600-‘700 ? La valutazione reale non può essere espressa se non tramite esame diretto che potrebbe rivelare ben altro. Così, ad occhio, sui 250 euro.


Signor Loris Barzon, il suo bronzo, una testa di donna alta 37 cm posta su un blocchetto di marmo “rosso antico d’Italia” genovese, è sì di Angelo Montegani (1891-1950), scultore e pittore milanese. Devo dirle, però, che nel mercato, in genere, godono di una certa richiesta i bronzetti a figure intere, nudi, gruppi, ecc., mentre le teste, a meno che non siano estremamente interessanti, non sono appetite. Inoltre, questo genere di produzione artistica è realizzata in multipli numerati, ovvero più esemplari delle stesso soggetto. Il suo, non numerato, è parte di un imprecisato numero di copie e si presenta di non eccelsa qualità artistica. A mio avviso – e constatate le quotazioni d’asta di oggetti ben più validi dello stesso autore – può valere sui 400 euro, benché on-line ci sia chi propone inopinatamente teste del genere a cifre superiori ai 1.500 euro.
La seconda testa (h 40 cm), da lei non identificata, è opera di Felice Baini, scultore attivo a Roma tra gli anni 20 e 60 dell’800. Negli anni ’90 fui incaricato dall’amico e maestro Federico Zeri di svolgere indagini su tale artista di cui non si sapeva nulla. Il compianto storico dell’arte aveva inserito nella sua monumentale fototeca l’unica opera conosciuta del Baini realizzata insieme allo scultore Achille Stocchi (anche lui operante sino al 1870 a Roma). Il padre di questi, Amedeo, lavorò nello studio del celebre Antonio Canova e fu autore del famoso bozzetto della “Disfida di Barletta”. L’opera del Felice Baini e dello Stocchi è un bassorilievo visibile sulla “seconda prospettiva del Pincio a Roma”: “La fama incontra i geni dell’arte e del commercio”, pezzo del 1833. Io, impegnato in mille altre cose, non ho più avuto modo di svolgere indagini cognitive sul Baini e non mi risultano ad oggi suoi lavori presenti, venduti e/o trattati sul mercato. Per tale singolarità e per la scultura plasticamente bella e interessante, valuterei l’opera intorno ai 1.500-1.800 euro.

 


Signora Alessia Bigini, la tavoletta ad olio (cm 10×16) di cui mi manda foto tramite il comune amico professor Emilio Sacchi è suppostamente attribuita all’immenso artista inglese William Turner (1175-1851) poiché sua è la sigla apposta nel retro. Io però nutro seri dubbi perché, naturalmente, essendo tale opera priva di documentazione, percorso storico (che non sono propriamente i passaggi familiari e gli acquisti nei mercatini o mercatoni tipo Arezzo che siano) e quant’altro, va bene che dapprima sia esaminata da un “tuttologo” come me, ma poi va posta all’attenzione dei titolati preposti all’autentica dei lavori del sommo artista della luce, precursore dell’arte moderna.


Al signor Francesco Messore, che da anni cerca e non trova notizie circa fabbrica che ha prodotto un motorino (regalo di laurea a suo padre), rispondo: si tratta di un “50” della C.F., casa motociclistica fondata a Pesaro nel 1967 dal ragionier Campagna, ex direttore amministrativo della Benelli, e dal meccanico Alfio Ferroni i quali, insieme a una decina di operai avviano la costruzione di diversi modelli di motociclo tutti con propulsore Minarelli 2 tempi. Nel 1971 morì il Campagna e la ditta venne ceduta alla Motorvieto che dopo due anni cessò l’attività. Nel Libretto dovrebbe esserci il nome del modello che dall’unica e brutta foto inviata (le pesava scattarne di più e decenti?) non riesco a identificare. Comunque, il valore di tali “cinquantini”, se forniti di Libretto, è intorno ai 300 euro.


Signora Pietrina La Pera da Monterotondo (RM), a lei come ad altri non piace il mio lessico “brusco e diretto” (sic). Essendo “pagato profumatamente”, lei afferma, dovrei avere più “tatto e cortesia” con i lettori! Ebbene egregia lettrice, non la sapevo membro della società editrice per cui collaboro e dunque edotta circa i miei emolumenti. Me ne farò una ragione! E se ne faccia una pure lei perché – che ci vuol fare… – a me non piacciono i buonismi, le ignoranze perpetuate e i gaglioffi che in preponderanza gravitano nel campo dell’arte e dell’antiquariato. Sarà perché sono brutto e cattivo?


Signor Danilo Verticelli, prima di tutto vorrei sapere dove ha reperito l’informazione che la Ginori aveva acquistato (e da chi poi?) il marchio in questione. Guardi che la Ginori, come altre ditte, si serviva liberamente della N coronata, marchio – e mi ripeto – della Real Fabbrica Ferdinandea e decaduto con essa, su cui nessuno, dico nessuno, poteva vantare diritti né tanto meno esclusiva. Ed infatti, nei cataloghi di vendita della nota manifattura toscana veniva sempre specificato “servizio… Ginori, sui tipi della vecchia Capodimonte”. Detto ciò, il suo insieme presenta decori tipici detti a loro volta “alla Sevres”, ed è stato prodotto probabilmente da manifattura francese analoga. Eleganti la forma e il decoro che io collocherei negli anni 60 del Novecento. Se privo di rotture e intonso il servizio vale sui 250 euro.


Signor Nicola Verga, il suo “altarino devozionale” (cm 20×51 h) – che penso sia stato assemblato con elementi vari chissà quando – ha in effetti una “dimensione” quattrocentesca. Non mi convincono però la Madonna – della quale non mi indica il materiale e che io dalla foto dedurrei lapideo (o è ceramica non vetrificata? …e ma allora dov’è la “craquelure”?) – e i gruppi in stagno/peltro posizionati incongruamente sulle colonne. Cosa vuole che le dica, occorrerebbe un esame visivo.


Signor Alfredo Palumbo, il suo gruppo in bronzo (h 43 cm) a firma dello scultore francese Francois Girardon (1628-1715) raffigura Luigi XIV Re, a cavallo, e ripete il monumento dello stesso autore posto in piazza Vendome a Parigi, distrutto nel 1793 nel corso della Rivoluzione. Di tale modello sono state realizzate riproduzioni a iosa nei secoli, e le uniche che hanno un valore consistente sono quelle in cui vi appare inciso il nome della fonderia che, naturalmente, ne determina l’epoca. Il suo esemplare, vieppiù, non presenta bella né accattivante patina. Valore 600 euro come pezzo d’arredamento.


Signora Livia Latini, la sua ceramica con marchio “Ars-Umbra-Umbertide”, prodotta dalla ditta Rometti tra il 1927 ed il 1935, se priva di rotture e difetti, vale sui 400 euro.


Architetto Giulio, bella la sua statuina di Meissen (cm 20) nella resa plastica ed espressiva. Pezzo degli anni 60 del ‘900, vale 400-500 euro.


E come sempre, un saluto a tutti e un abbraccio ai pochi.


Settembre 2020


Signor Edmondo Massa, innanzitutto la informo: La Gazzetta dell’Antiquariato, nata agli inizi degli anni ’90 in forma cartacea, è stata la prima rivista nazionale specializzata nel dare informazioni circa i mercati dell’antiquariato in Italia. Ora, in formato digitale, continua ad offrire gratuitamente una serie di servizi e consulenze tra cui la rubrica L’Esperto che – e ringraziamo voi lettori tutti – ci ha portato e continua a portare risultati di successo notevoli. E veniamo ai suoi quesiti: il cachepot Liberty (cm 35×26) manifattura di Laveno è una riproduzione della SCI che negli anni ’50 (con 1.300 operai) ripeteva suoi modelli di fine Ottocento. Pezzo raro, vale sui 300 euro. L’altro cachepot azzurro con fiori (cm 29x15x17) corrisponderebbe alla manifattura fondata nel 1868 dall’americano Charles Field Haviland (C.F.D) a Limoges, ceduta nel 1881 a Gerard Du Frasseix & Morel (G.D.M). Tra i fiori si può leggere, pasticciata, la data 1885, ma credo che anche in questo caso si tratti di una riproduzione dell’azienda succeduta alla seconda, la Haviland & Abbot di Limoges degli anni ’50-’70 del Novecento. Senza craquelure, pezzo atipico, marchio moderno, anch’esso vale sui 300 euro. Il vaso (cm 18×27) degli anni ’40-’50 è una ripetizione sui modelli di Gio Ponti realizzata da una fabbrica di Sesto Fiorentino. Valore: 150-180 euro. La ciotola a decoro cinese (cm 18×2), vecchia manifattura di fabbrica italiana anni ’20-’50 del Novecento, vale sui 60 euro. I puttini (cm 17×35) di manifattura di Bassano (ma coroplasta napoletano) o pezzi campani con influenze bassanesi, anni ’50-’70 del Novecento, valgono sui 300 euro.


Signora Cinzia Ditta, la sua è una litografia (76/100?) numerata. Al di là della firma non identificata è cosa da poche decine di euro comunque.


Il Signor Marco D’Ambrosio da Caivano (NA), che aveva già inviato alla mia attenzione una bandiera italiana “con stemma papale: Società Cattolica di Caivano” ricamato (in oro?) senza misure, me le fornisce adesso, dopo averla già venduta a 200 euro! Il prezzo, che sarebbe stato anche congruo per un metro quadrato di bandiera del 1907, non lo è certo per una che misura 3 metri per 2 e che dovrebbe spuntare almeno 400 euro. Che dire… le ricordo nel suo dialetto che: «’A gatta, pe’ jì ‘e pressa, facette ‘e figlie cecate».

 


Signora Giuseppina Catanese, il suo grande vaso cinese (cm 37×30) è di modesta fattura e presenta marchi spuri di Canton. Per arredamento, sui 350-400 euro.


L’illustre e noto clinico cattedratico (L’Aquila) prof. Antonio Carolei mi pone un quesito riguardante 3 piatti (cm 19-23) della prestigiosa manifattura fratelli Minardi di Faenza, pezzi che egli non trova corrispondenti allo stile della ditta. Gentile professore, eh sì! …internet fornisce nozioni un po’ su tutto (talvolta anche non esatte), ma non sa tutto! Attraverso la conoscenza acquisita in modo tradizionale, invece, si impara e si trovano risposte effettive a tanti quesiti. A partire dal 1913 e sino al 1922 al marchio “MF” (Minardi Fratelli) venne aggiunta la lettera “S” per Società e che comprese, alla morte di uno dei fratelli, Virginio, i suoi eredi, ma soprattutto i soci/giovani operai che ne continuarono la produzione durante la Prima guerra mondiale. Poi, nel 1922, la ragione sociale cessò l’attività. In detto periodo la fabbrica fu costretta a lavorare per committenze varie su ordinazioni precise, estraniandosi dai modelli tipici aziendali. Si trovano, così, sul mercato (reale) tanti prodotti eseguiti su commissione di ditte pubblicitarie locali o di privati per eventi, matrimoni, anniversari, ecc. Naturalmente, tali coroplastiche, esulando dall’ambito prettamente collezionistico legato alla Minardi o ai suoi decoratori (o almeno io non ne ho rilevato), hanno sul mercato valore solo documentario non suscettibile di elevate cifre pecuniarie. Certamente queste informazioni non interessano lei, che conserva i suoi piatti con sacralità come cosa di famiglia, ma possono tornare utili ai lettori avidi di dare un prezzo all’arte, all’eleganza, alla bellezza. Quindi, indico egualmente la definizione economica: sui 50-70 euro cadauno. Auguri per il suo ottimo e continuo operare.


Signor Filippo Pisan, a prescindere che il riconoscimento dei vetri moderni, e maggiormente di quelli antichi, è cosa da periti specializzati, non capisco da cosa lei abbia potuto dedurre che il vasetto (cm 15) in vetro e pasta di vetro applicata, acquistato ad un mercatino, possa essere di epoca romana antica. Io non vedo alcuna patina di trasformazione se non secrezioni pseudo calcaree applicate non uniformemente, e in più la totale mancanza di iridescenze di ossidi primari. Per dirla tutta, il suo vasetto è un’imitazione moderna. Valore: poche decine di euro.


Signor Enrico Di Giovanni, io sono un appassionato della mobilia neo-rinascimentale italiana anche detta “Umbertina” (da Umberto I di Savoia), ma non così il mercato attuale che, anzi, la disdegna. I suoi mobili di fine Ottocento hanno ancora quel “sapore” antico che poi il neostile perderà, e in fattura e in materiali, negli anni fino ai ’40 del ‘900. Pertanto: consolle (cm 140×50) con specchiera (cm 195×130), in noce (o mordenza di esso), valore sui 1.000 euro; colonnina apribile con piano in marmo (cm 110×40), lastronata in noce, 200-250 euro; divano con poltrone in noce stile “Luigi Filippo”, tra i 600 e gli 800 euro. Grazie per i vivi complimenti.


La signora Giuliana Sanseverino invia immagini di varie porcellane. Iniziamo da quelle tedesche. Sia la damina che la ballerina anni ’60 del Novecento presentano una loro lievità, inficiata però da rotture del plissé ceramico traforato che svaluta il valore originario dell’80%, portando i due oggetti a una ventina di euro cadauno. La damina di manifattura italiana, invece, è una brutta riproduzione di un falso di Giuseppe Cappè (1921-2008), ceramista che nel suo laboratorio di Lomagna (Lecco) produceva porcellane ispirate, con ben altri modi e toni, a quelle settecentesche della Real Fabbrica Ferdinandea di Capodimonte. Il “Venditore di pesci” e occasionalmente – spero – di brutture, non le ha detto che il marchio Capodimonte è sinonimo di nulla (abbiate, lei ed altri, la compiacenza di leggere a tal proposito quello che ho scritto nei numeri passati della rubrica), per cui può essere applicato a qualunque manufatto coroplastico da chiunque. Il valore della damina è dunque di 10 euro (per coloro che amano le bomboniere e le brutture). I puttini musici in bisquit – per di più rotti – anch’essi appartengono a tale categoria, ma non valgono nulla.

 


Signor Alberto Pernich, ci risiamo: un altro servizio di pseudo Capodimonte, marchio che – sarò costretto a ripeterlo per tutta la vita – non è legato assolutamente alla famosa fabbrica e località collinare/rione di Napoli. Ripresa da centinaia di manifatture italiane e non solo, adesso anche i cinesi importano la “N” coronata. Ricordo qui ai tanti pseudo antiquari, mercatari e amatori, che solo dal 1961 il Presidente della Repubblica (Decreto 1910/61 art. 2 comma 2) ha autorizzato l’Istituto Artistico “G. Caselli di Napoli” a depositare un marchio richiamante la tradizione storica ceramica della località. Nel 1987 l’Istituto ha brevettato il Giglio Borbonico e la dicitura (anche disgiunta) Giovanni Caselli Capodimonte. Per ciò che riguarda l’antica manifattura napoletana invece, nei primi dell’Ottocento, dopo la cessione della settecentesca Real Fabbrica di Capodimonte a privati, ci fu qualche sporadica produzione che cessò in pochi anni. Dalla metà dell’Ottocento poi, senza più la conservativa del marchio, miriadi di famiglie coroplaste campane hanno continuato la tradizione dei modelli tipici mano mano lontanissimi per tecniche e materiali dagli originali, e ad esse si sono aggiunte nel tempo manifatture di altre regioni. Su internet e nei negozi, persone nell’ordine: ignoranti, dedite alle truffe, malate di mente, propongono servizi da 12 (anni ’50-’60 del Novecento) simili a quello mandatomi in visione, a migliaia di euro, e servizi da 6 a centinaia di euro. Nella fattispecie poi, signor Alberto, il suo è anche privo della caffettiera o teiera. Che dir si voglia: 40-50 euro.


Signora Francesca, ho esaminato con attenzione firma e immagine del suo dipinto (cm 36×30). Dovrebbe essere un originale di Gennaro Cuocolo (con una solo “c”), artista nato a Napoli nel 1916 e morto a Roma negli anni ’40. Nessuno, d’altra parte, avrebbe interesse a firmare un’opera con il nome di un pittore che non ha praticamente mercato, i cui unici lavori appaiono in asta a 300-400 euro per i 50×70, e che nei maggiori esiti rimane invenduto. Al suo dipinto, realizzato dall’artista nell’ultimo periodo romano, si potrebbe assegnare un valore massimo di 250 euro.


Signor Giacomo Corbetta, eccoci ai suoi mobili. La credenzina anni ’40 del Novecento, in rovere impellicciata in mogano, bella linea, vale sui 250 euro. Il tavolino d’appoggio sorrentino, apribile, con piano in radica di tuja (?) o noce (le foto non rendono) e intarsi in acero, primi ‘900 (?), essendo mal ridotto: 200 euro. Molto interessante il pannello che porta inserite delle bellissime ceramiche d’autore che andrebbero visionate e studiate prima di procedere a stima (ma io rispondo tardi o affatto a chi non invia neanche le misure).


Signor Ermes Reinero, come posso non essere caustico con le persone che non si premurano di inviare le basilari misure degli oggetti mandati in visione? Ci rifletta! …Nel frangente, posso dirle “ad occhio allenato” – essendo stato per decenni curatore di archivi ecclesiali – che le reliquie in oggetto, riferentisi al popolare e amato San Francesco d’Assisi, hanno il prestigioso attestato del Cardinale Pompeo Aldrovandi (Bologna 1668 – Montefiascone 1752) già governatore di Roma, patriarca di Gerusalemme che per pochi voti non diventò Papa nel 1740, ingiustamente screditato da parte avversa. Gli abbinamenti rendono importante il suo documento. Valore: 600 euro.


Signor Dario Brondi da Pisa, il suo (senza misure!) non è mobile antico ma in stile, realizzato negli anni ’70 del Novecento. Valore: 200 euro, per utilità o seconde case a rischio furto.


Signor Marco, il suo “Ecce homo” (cm 46×38) con barba bipartita, per epoca di realizzazione potrebbe assegnarsi ad un Seicento inoltrato, poi rifoderato e con telaio ottocentesco. Il dipinto presenta alla vista una certa levità. Valore: 1.200-1.500 euro.


Signor Maurizio Pancini, io non so chi possano essere – ohi loro! – quei signori che lei denomina antiquari e restauratori (sottrattisi anzi tempo al lavoro dei campi o alla pensione, dico io), che le hanno detto, “tutti” (sic), che il suo piatto (cm 29) “sarebbe da approfondire”. E dove? Da chi, se proprio loro, professionisti o supposti tali, non ne sanno niente? Signor Maurizio, il suo piatto è una terracotta mal finita che ha perso l’ingobbio ed il colore, oppure un pezzo mal fatto o non finito a secondo o terzo fuoco. Cosa non antica, non arredativa, di nessun valore.


Signor Ezio Costanzo, il suo copriletto (cm 240×230) in lino dipinto e ricamo a filet è un pezzo di alta artigianalità italiana. Purtroppo, il valore di mercato di un’opera del genere, dai milioni di anni fa è sceso intorno ai 1.200-2.200 euro. Manufatto per appassionati e intenditori, di difficile vendita.


Signor Stefano Crippa, molto bello il suo vaso con figura sui tipi della vecchia Limoges (h 38,5 ingombro 49 cm), probabilmente anni ’50-’60 del Novecento. Peccato la perdita delle dorature mal applicate. Valore 350 euro.


Signora Maddalena Martini, il suo boccale in bronzo (h cm 8,5) ha raffigurazioni usurate, non presenta patine né contestualizzazione storica. Non è pertanto ascrivibile ad alcuna epoca precisa e di conseguenza è impossibile assegnargli un valore che non sia meramente arredativo: 50-70 euro. Il Cristo scolpito in noce (h cm 43) si presenta come opera novecentesca di qualche pregio decorativo ma di scarso valore artistico: 100 euro.


Signora Federica F., la sua acquaforte (cm 160×100) è, probabilmente, un’incisione di Antonio Walker, artista nato nel 1730 in Inghilterra e del quale so poco altro. Da foto, non so indicare se sia un originale o una riproduzione dai suoi rami, come credo. Nel primo caso vale sui 1.200-1.500 euro; nel secondo, sui 200 euro in virtù dell’abbinata cornice novecentesca.


E come sempre, un saluto a tutti e un abbraccio ai pochi.



Agosto 2020


Signor Andrea Bretschneider, il suo ventaglio ottocentesco in avorio può valere 80-120 euro se non presenta rotture. Il paracamino, in tempera dipinta su chissà quale supporto (lei pensa che io sia veggente e non da spiegazioni né manda ulteriori foto alla bisogna), nulla.


Signor Edmondo Massa, nel risponderle che la sua prova d’autore del De Pisis è autentica, in quanto acclusa all’edizione speciale dei “Carmi di Catullo” della Hoepli 1945 (tradotti da Vincenzo Errante) che ne conteneva 17, la informo che l’edizione in 150 esemplari numerati impressi dall’Officina Bodoni di Giovanni Mardersteig (Milano) costa sui 1.000 euro. La sua lito vale 30-50 euro. Si tratta di un buon prodotto di stampa siglato prova d’autore e non numerato.
L’acquatinta (senza misure) è opera tedesca di bella fascinazione ma sul mercato ha basso valore: 60-80 euro.


Il signor Marco Montrasio manda in visione un gruppo in bisquit (h cm 45×30) raffigurante Diana dea della caccia. Pezzo novecentesco firmato E. Werner, uno dei tanti scultori dell’epoca da cui derivano prodotti coroplasti in multipli a colaggio, senza rotture vale sui 400-500 euro.


Architetto Nadia Ferrarotto, fece bene a farsi regalare la coppia di vasi liberty al posto dell’anello di fidanzamento. Alti 37 cm, sono marcati Orivit, azienda fondata nel 1894 a Köln Ehrenfeld (Germania) e chiusa intorno al 1915. La ditta produceva un peltro speciale (allo stagno veniva aggiunto rame 2%, antimonio 8%, argento 0,20-30) che, lucidato, sembrava vero argento. La Orivit produceva con formula diversa lo stagno con rame sino al 12% dei supporti per vasi ceramici (come i suoi). La saldatura esistente deprezza del 30% il loro valore che sarebbe sui 2.200 euro. Pezzi da amatore, così come sono valgono sui 1.000-1.500 euro, ripristinando con un po’ d’oro (falso) a cera le sbiaditure del metallo.


Signora Annamaria Cafasso, sui marchi pseudo Capodimonte legga – lei e altri lettori – quanto scritto sull’Esperto del gennaio 2020. Tali marchi sono seriali e apocrifi, chiunque può usarli. Il suo piatto senza misure, così come il quadro, non valgono nulla. Il “G. Sarnelli”, autore dell’orribile cosa degli anni ’50-’60 del Novecento, andrebbe – se vivo – denunciato per nocumento all’ars visiva.


Il signor Angelo Micalusi – ’che ormai è un vezzo acquisito tra lettori – nemmeno lui fornisce misure di una placca in terracotta smaltata / ceramica (?) con marchio seriale Capodimonte. Per lui vale la risposta data al precedente quesito.


Signor Davide Scozzi, la sua ceramica anni ’50-’60 del Novecento (cm 23x12x13) è stata prodotta dalla ditta Giovanni Magri di Milano. Valore di mercato sui 60 euro.


Signor Cap., molto diligente la presentazione del suo stemma (cm h 65×35), molto meno il fatto che lei non si firmi. Comunque: stemma e cartiglio (cm h 35×60) in pietra di Trani (ad occhio) e non cilentina come potrebbe indicare la provenienza dettami. La famiglia De Nigris di cui è parlante lo stemma (tre mori in banda tra due stelle), proveniente da Oleggio (Novara) ha un ramo in Basilicata. Il suo lapideo del 1585 ha un valore di 1.500 euro per appartenenti a tale famiglia, ma 600-800 euro per il mercato in generale e arredativamente, in virtù dell’alta epoca.


Signor Antonio Di Dio, la sua insegna pubblicitaria della Coca-Cola (di cui non invia misure) è una riproduzione degli anni ’70-’80 del Novecento. Valore 120 euro.


Signora Giada, la lampada ereditata da suo nonno è in opalina di ceramica. Data la scarna foto e la mancanza di misure non ho elementi valutativi sufficienti per definire l’epoca. È poi rimaneggiata a luce elettrica e priva dei suoi contesti originali.


Signora Adele Manoni, la bottiglia souvenir in vetro molato che presenta una decalcomania della “Gioconda” è oggetto dei primi decenni del ’900. Valore: 30-50 euro. Il vaso in bisquit (rigorosamente senza misure!), pezzo del ’900 (marchio non identificato), 120 euro.


Signor Francesco De Venuto, non ho acquisito notizie sul pittore del suo quadro “Dopo la pioggia”, ma non è importante. Contrariamente al suo parere, io vedo un’opera seriale “da fiera” tipica degli anni ’60-’70. E Anche qui della serie “senza misure”!


Signor Fabrizio Galletti dalla bellissima Pissignano (PG), sede di un grand bel mercato la prima domenica del mese, legga anche lei quanto risposto questo mese alla signora A. Cafasso circa il marchio di Capodimonte, e del quale vado scrivendo da anni. Detto ciò, il suo centrotavola in ceramica (cm 42×48, peso 13 kg) prodotto degli anni ’60-’70 in Bassano, per la sua mole e per chi ama tale genere, ha un valore arredativo di 70 euro.


Signor Massimo Castellani, faccia anche lei riferimento a quanto risposto alla signora A. Cafasso. E ripeto: da molti anni il marchio Capodimonte è stato, ed è, usato da centinaia di fabbriche. Quanto all’inviato, sia le statuine sia il servizio valgono poche decine di euro.


 

La signora Barbara M. mercatara di ceramica di lungo corso, preliminarmente mi chiede come mai tanti personaggi del mondo culturale, una volta fascinosi con la loro sola parola, si ritrovano adesso in programmi televisivi di basso spessore a fare i guitti da avanspettacolo a favore dell’audience.
Cara Barbara, ci conosciamo da anni: “quando il bisogno di illusione è profondo, una grande quantità di intelligenza può essere impiegata nel non capire nulla” (Saul Bellow). E mi astengo da altro dire. Viceversa, riguardo al tuo quesito, il quadro mandato in visione – supposto del ’700 – è una “cosa” che definire brutta sarebbe sminuirne il giudizio negativo. Valore, penso, sui 30 euro (a chi lo viene a ritirare per poi smaltirlo).


Signora Valentina Lanteri, la sua specchiera (cm 170×80) non è settecentesca, come dettole dal “falegname” che spero più valido nell’arte sua, ma della fine dell’Ottocento (a vederla in foto). Così com’è vale sui 1.200-1.400 euro, perché denota un certo impatto arredativo. L’altra specchiera (cm 200×110) è un tardo Impero valutabile sui 1.000 euro (specchio al mercurio sezionato).


Signor Maurizio Bottaro, la sua porcellana (cm 17×13) è di una fabbrica epigona di Meissen, porcellana detta di “ricorrenza” poiché ricorda un qualche episodio dato dall’immagine posta ai piedi del Putto. Pezzo ottocentesco di non eccelsa fattura, può valere 150-200 euro.


Signor Massimiliano Vita, comprenderà che per esigenze editoriali e pratiche non possiamo svolgere perizie su interi arredamenti, in più con foto lapidarie, brutte, alla rinfusa e senza misure né particolari. Esaminerò solo alcune delle cose inviate.
Credenza impiallicciata in mogano anni ’30-’40 del Novecento: 600-800 euro; tavolo con sedie anni ’40-’50: 500-600 euro; consolle dell’Ottocento/Novecento con marmo: 400 euro; macchina da cucire chiusa (?), del Novecento, senza marca: 250 euro; radio a mobile anni ’40-’50: 250-300 euro; quadri con fiori e case anni ’60: da buttare; comò anni ’40 con marmo bianco: 200 euro; lavamano del Novecento: 150-200 euro.
Mandi misure del quadro pseudo Settecento, dei lampadari e del divano Déco.


Signora Elisa Mollica, la sua vetrina è un tardo Liberty, diciamo degli anni ’40 del Novecento, impiallicciata in mogano. Il mercato oramai non è propenso alla mobilia retrò né in particolar modo alla tipologia della sua vetrina. Venti anni fa pezzi del genere costavano sul milione e mezzo di lire, ora valgono sui 600 euro.


E come sempre, un saluto a tutti e un abbraccio ai pochi.



Luglio 2020


Signor Leoni Osman, i suoi piatti in vetro (diametro 33 cm) firmati Toso (Murano) sono, ad occhio, di recente manifattura (anni ’70-’90). La vetreria Toso oramai (da fine ‘900) non fa più capo ad un unico gruppo familiare ma ad una tribù di persone che hanno dato vita ad innumerevoli piccole produzioni. La valutazione sommaria è di 150 euro.


Signora Viola Turchetti, il suo grammofono a mobile degli anni 20-40 del ’900 può essere valutato (se funzionante) sui 300-400 euro.


Signora Enza Ferrandes, pubblico il suo quesito unicamente per metterne a conoscenza i tanti lettori che inviano cose analoghe.
L’attaccapanni lasciatole da sua nonna non vale nulla. Fa parte di quei mobili industriali degli anni ’80-’90 realizzati in truciolare, pdf o, al meglio, tamburati in compensato, e rifiniti alla nitro o peggio al sintetico.


Signora Alice Ponzini, la camera da letto anni 40 del Novecento, impiallicciata in radica di pioppo e applicazioni lignee a rilievo pantografate, ha valore di poche centinaia di euro (irricevibile dal mercato).
Il tavolino con marmo anni 70 del Novecento e il mobile letto (?) in mogano (anni ’60-’80) non valgono nulla.


Signor Francesco De Venuto, no!, i suoi vasi (20 cm) non possono essere assegnati ad epoca borbonica (?). Sono realizzati in un bisquit seriale (come colaggio), hanno decorazioni di basso livello e la vite passante tra base e corpo del vaso (’900); in finis, presentano l’impostura solita della ruggine “applicata” nelle viti alla base. Negli anni ’90 ancora vi era il boom dell’antico e si vendeva di tutto a prezzi rilevanti! Purtroppo oggi il valore dei suoi vasi in coppia non può superare i 500-600 euro.
Ringraziandola per gli elogi, l’abbraccio.


La signora Silvia Galastri è una fine lettrice che conosce l’osculum pacis (a differenza di certi pseudo esperti asini) e me ne propone uno alto 12 cm in zinco o lega di esso. L’oggetto, non di spessore artistico, fuso in terra a calco, è stato prodotto, credo, tra la fine dell’800 e i primi del ’900, così come la croce (15 cm). Valori: 350 il primo, 100 la seconda.


Signor A.S. Paciocchini, il suo vaso (55 cm) è un prodotto di Fès, o Fez, della regione Fès-Meknès del Marocco, famosa appunto per i suoi manufatti ceramici azzurri. Contornato di applicazioni in argentone (in genere) lega a 400 millesimi, il suo esemplare non è antico ma di vecchia manifattura (anni ’50-’60?). Valore: 400-500 euro.


Signor Laurence Viti, il suo mobile ( cm 98x78x51) in stile neorinascimentale è un eclettismo tra un tavolo, una cassapanca e una consolle, in pioppo tinto noce. Costruito forse negli anni 60-70 del Novecento con elementi in parte vecchi, vale 200-250 euro.


Signora Ida Macheda, il suo bicchiere in ottone (cm7x5) con intarsi sufici in argentone e rame è un contenitore benaugurante, oggetto ripetuto con la stessa artigianalità nel corso dei secoli. Senza patina e lucidato com’è, non ha alcun valore antiquariale. Prodotto da bazar, vale poche decine di euro.


Signor Marco Giuseppe Pruneddu, mi spiace comunicarle che i quadri ereditati – tutti nell’ambito di una pittura arredativa seriale tipica degli anni 60/70 del Novecento – trovano il loro solo e unico valore minimo monetale nelle rispettive cornici: alcune decine di euro ognuna. Fanno eccezione le tele di Renato Boi, artista originario di Napoli trasferitosi a Cagliari negli anni ’50, la cui bravura non è al momento pari alla quotazione dei suoi lavori che godono del un valore commerciale di 300-400 euro per un quadro medio.
Diverso discorso, ancora, per la litografia di Pinuccio Sciola (1942-2016), artista sardo di levatura internazionale. L’opera in suo possesso, però, non è numerata e bisognerebbe appurare se si tratta di una tiratura riservata, e quindi di pochi esemplari, oppure di una serie illimitata per pubblicità. Lo Sciola era un grande scultore, le invio quindi l’indirizzo della Fondazione a lui dedicata che saprà senz’altro dirimere la questione: via E. Marongiu 21 – 09026 San Sperate (CA), www.fondazionesciola.it.


Signor Matteo Carraro, pensando, naturalmente, che il perito sia un veggente, lei non invia misure né componenti del suo mappamondo scolastico. In questo caso però, pur alieno da poteri temporali ed extrasensoriali, il sottoscritto perito, fortunatamente, ben conosce la materia e la informa: il suo “globo terrestre” (diametro 40 cm, altezza 90 cm) è una sfera in cartapesta rivestita e stampata, cerchio del meridiano in alluminio inciso con base in legno tornito. Disegnato e inciso da Antonio Minelli (1798-1883), modificato ed edito dalla Antonio Vallardi negli anni 50 del Novecento, questo tipo mappamondo è raro, e la sua quotazione è alta: sui 1.500-2.000 euro per gli esemplari in perfette condizioni. Quello da lei sottopostomi in visione ha uno strappo visibile sul cerchio esterno di supporto, quindi: o lo ripara perfettamente con fotocopia eguale in colore e spessore, o lo lascia così com’è, ma nel secondo caso questo deprezzerà di molto il suo oggetto che comunque resta di difficile vendita e ai soli collezionisti.Così com’è, sul mercato potrebbe spuntare 500-600 euro.


Sabrina Pasinetti, un’altra lettrice che non solo manda foto brutte e oggetti confusi, ma pure senza un minimo di misure. Il caso, anche questa volta però, si presenta facile a semplice vista. Il quadro (anni ’60-’70) è seriale e arredativo (per le prime case di quegli anni) e vale, per la cornice, qualche decina di euro. Gli oggetti in lega argentati e le altre cose, non valgono nulla.


 

Signor Bruno Starnani, il suo dipinto dell’800 (36×46 cm) è di mano popolare. Una volta restaurato, potrà valere sui 500 euro e solo per arredamento. Non le consiglio quindi il ripristino.


Signor Aldo Ricci, ipotizzando un’altezza di 40 cm – misura che lei, persona riservata, si guarda bene dall’inviarmi – la coppia di vasi a lustro di Gualdo Tadino, anni 40-50 del Novecento, può valere sui 500 euro.


Signor Elio Appierto, la sua croce in oro è un piccolo reliquiario contenente piccoli pezzi di stoffa e pietrine, attinenti in modo pseudo diretto alla Passione e l’Offerta del corpo di Cristo. Incisi vi sono, appunto, gli strumenti con cui fu agonizzato: la colonna, i flagelli, il martello, ecc. Oggetto dal simbolismo settecentesco ma di fattura otto-novecentesca, vale sui 1.200 euro.


Signora Gilda Bellantoni, se non fosse che la crisi da anni ha messo in criticità il mondo antiquario, l’avrei certamente fatta assumere o assunta io stesso. La studiosa vera che è in lei ha esaminato in modo precipuo e circostanziato il vaso di porcellana pseudo Liberty con marchio spurio. Tali produzioni sono genericamente risalenti agli anni 60 -70 del Novecento. Un’altra tecnica in uso dei falsari per dare maggior valore all’oggetto era quella di servirsi di un vaso autentico d’epoca di un solo colore. Ad esso veniva dipinto sopra un decoro ornamentale giusto per il periodo e poi lo si ricuoceva. Comunque, lei non acquisti nulla e mantenga intatto il suo interesse per la paleografia e la passione per l’antico ed il bello che mi onora i miei scritti le abbiano trasmesso. L’abbraccio.


Signora Irene Panada, la sua statua in bronzo (alt. 52 cm) è piacevole e arredativa. Di gusto neoclassico, vira verso un trasfiguratismo in nuce. Non sono riuscito a rintracciare l’autore nella firma incisa. Bell’oggetto, ben patinato, per amatori. Valore: 1.200 euro.


Signora Valentina Martinelli, il suo quesito mi costringe a ripetermi (legga “L’Esperto” di gennaio 2020).
La sigla Capodimonte (“N” coronata e/o scritta) non indica affatto il luogo di provenienza ma semmai il suo stile seriale e ad appannaggio di manifatture in tutta Italia (da Sesto Fiorentino a Bassano e anche Caserta).
La sua damina con vaso (senza misure!) è oggetto d’arredamento pur piacevole. Senza rotture, ipotizzando 30 cm di altezza, vale sui 250 euro. Fosse alta 50 cm: 400 euro.


Signor Giacomo Della Putta, lei ha occhio e competenza. La sua lastra di rame dipinta (42×29 cm) raffigurante San Domenico che prega i Santi Pietro e Paolo, è di buona fattura e del ’600 inoltrato. Valore: 1500 euro, per il soggetto poco appetibile dal mercato (fosse stato altro Santo…).


Signora Marianna, lei non è un’ignara ma anzi una connaisseur che con occhio allenato riesce a fare ottimi affari. Il multiplo ceramico (23×24 cm) di Nello Bini (1915-1998), importante scultore e coroplasta (fondò la fabbrica ceramica “La Vela” a Firenze nel 1948), vale intorno ai 400 euro. Il piccolo cachepot con base (14 cm) è oggetto orientale seriale.
Una precisazione: definirmi “simpatico” è cosa azzardata che le perdono solo in virtù della sua piacevole verve.

 


E come sempre, un saluto a tutti e un abbraccio ai pochi.



Giugno 2020


Signora Ivana Palomba, mi perdoni il ritardo con cui le rispondo. Mi ricordo con piacere di lei come di una distinta connaiseur e valente collaboratrice della rivista diversi anni fa. Riguardo al suo quesito, come lei ben scrive, si tratta di uno di quei matrimoni con cose diverse. Da un lampadario e una base, forse, di candeliere, si è ottenuto un lume eclettico genericamente in legno di pioppo, dipinto e dorato a spruzzo (cm h 56×30). L’oggetto, in primis degli anni 40 del Novecento, è stato poi trasformato negli anni ’60-’70, suppongo. Naturalmente lei ben sa che la valutazione che può essere data è solamente arredativa, sui 300-350 euro. La ringrazio per gli elogi e per continuare a leggere la mia prosa infarcita da un vecchio lessico desunto dal desueto.


Signor Roberto D., innanzitutto la sua credenza con vetrina è degli anni 60 del Novecento, inoltre è “impellicciata” in mogano, cioè ricoperta da una sottilissima essenza di 1 mm di legno pregiato che veniva e viene applicato su un legno massello povero, generalmente pioppo ma anche abete o legni di scarto o di risulta. Le immagini orientali impressevi possono essere o decalcomanie o vere pitture tipiche a volte nei mobili del genere. Purtroppo tali produzioni non vengono proposte nel mercato che a valori da 100 a 200 euro, come mobilia per seconde case a rischio di furti.


Signora Bellini, la Maria Pina o anche Laura di cui mi scrive è una truffatrice seriale dei mercatini. Non le dia nulla in conto vendita né comperi le cose – di provenienza furtiva – che vende.


La dottoressa Annarita Bianconi da Udine pone alla mia attenzione l’ennesima litografia di Salvator Dalì (1904-1989) artista che, a suo tempo, firmò decine di migliaia di certificati di garanzia (a 50 dollari l’uno) per litografie varie che non aveva mai visto! Praticamente era un super falsario di se stesso. Che dire?… Per me, e con tutto il certificato, varrebbe nulla, ma nel mercato, “arredativamente” e per “status simbol”, tali cose sono vendute – con tali garanzie – a 200-300 euro e oltre. Sconsiglio a lei e a chiunque altro di comprare litografie di questo artista: non esistono né certificazioni probanti né un mercato affidabile. Detto questo però, riguardo al suo pseudo antiquario esperto che ha valutato “dietro pagamento” la sua lito 3.000 euro, non si faccia sopraffare dal desiderio di prenderlo a calci: il maltrattamento di animali è sanzionato dalla legge! Piuttosto, veda se ha la medaglietta al collo o il microchip e lo riconsegni al legittimo proprietario.


Signor Stefano Amadini, la sua terracotta lucidata (cm h 43×35) è un oggetto degli anni 50 del Novecento; precisamente, un espositore per bottiglia da liquore (rosolio) e bicchieri. Valore: 50 euro.

 

 


La signora Sonia Capriccioli ha ereditato dallo zio ambasciatore in Egitto un versatoio in metallo argentato e inciso (h 22 cm). Come si evince dalla scritta da lei dettatami si tratta di un oggetto del 1938 – una specie di bomboniera – donato a suo zio da Re Faruq (1920-1965) in occasione della nascita della prima figlia Ferial (aveva 18 anni, fu incoronato a 16). Oggetto seriale ma storico, in quest’ultima accezione – e solo – lo valuterei sui 300 euro.


Il signor Salvatore C., operatore del mercato di Campagnano (RM), mi ha scritto indirizzando la missiva alla vecchia sede della Gazzetta di vent’anni fa, ma siccome mi conoscono, dopo un mese circa ho ricevuto comunque la lettera. Caro Salvatore, purtroppo temo che tu non abbia “ritrovato” (tra le tue vecchie carte di un baule reperito in una cantina) una china autentica di Pablo Picasso (1881-1973). Al di là dei timbri apposti – dove io però “leggo” sopra un’abrasione dopo la lettera “C” (copia?) – ho fatto una ricerca: la tua è una “Crocifissione” del grande artista, “penna e china su carta” (cm 34,1×51) che risulta in originale presso il Museo Picasso, rue de Thorigny 5, Parigi. Che altro dirti… continua a cercare: la tua (nostra, se permetti) passione salverà questo mondo dall’incuria e dall’ignoranza dei computer e dei telefonini.


Signor Antonio Turco, il suo vaso in vetro (42 cm), firmato “Daum-Nancy con croce di Lorena”, mi spiace, ma a mio avviso non è autentico. Troppo cupi i toni, e in più non mi convince neanche l’inciso. Penso si tratti di una di quelle riproduzioni che venivano, come la sua, formate a lampada per poter essere meglio vendibili nel mercato. Pertanto, considero il suo un oggetto da arredamento del valore di 250-300 euro.


Signora A. Ginna da Monterotondo (RM), come i politici sono falsi per istinto e professione così i venditori di cose antiche lo sono per il 60%, con un altro 20% che difetta per grassa ignoranza. E lei… lei, mi domando: come ha fatto senza alcuna conoscenza in materia (e senza la compagnia di qualcuno che ne capisse qualcosa) ad acquistare un Crocifisso bronzeo (h 70 cm) che riporta inciso sul retro uno stemma papale di Pio II (Francesco Todeschini Piccolomini 1439-1503) con data 1502? Il Piccolomini fu Papa dal 22 settembre al 18 ottobre del 1503!! Ma al di là di questo dato imprescindibile, il bronzo non presenta patina ed è di fattura seriale stampata. Che dire! …Torni dal venditore con un testimone e si faccia restituire il denaro: 2.000 euro! Poi lo può picchiare.


Signora Anna Maria Biasutti, la sua vetrina libreria in mogano (cm 238 h 211) può dirsi, sì, funzionale, ma non certo antica. Dalle cattive foto inviate potrebbe essere degli anni ’70 del Novecento, e a me che sono un giovane vecchio, non pare sia un’epoca così lontana. Come pezzo da arredamento: sui 400 euro.


Signor Daniele Gibino, il suo bel mobile da sacrestia (cm 155×160 h) sembrerebbe in legno di conifera patinato noce. Datato 2 dicembre 1689, è un mobile museale che per una corretta valutazione ha bisogno di altre foto (interni, ferramenta, serrature, retro, particolari) e dell’indicazione della profondità. Rimandi altro.


Signora Augusta, non ho purtroppo identificato l’autore della sua opera (cm 33×25) con cornice in pastiglia e legno (cm 60×52). Nel retro v’è un’etichetta stampata riferibile alla Galleria James Mc Clure & Sons di Glasgow postuma al 1847. Peccato sia mutila. Comunque la sua tela è di mano mestierante, e riporta un’immagine di piacevole invenzione, un frate intento a “conciare” colori. Le brutte foto inviate non mi consentono di dirle altro. Ipotizzo ad occhio un valore di 700-1.000 euro.


Signora M.S., anche se ci siamo sentiti privatamente, riporto qui la risposta alla sua richiesta anche per metterne a conoscenza i lettori e ribadire che: il mio parere viene espresso in base alla semplice visione di un’immagine. Non ho, quindi, elementi tattili/visivi per poter accertare in modo specifico qualità e l’autenticità. Bei dipinti di antica fattura fiamminga come i suoi hanno bisogno senz’altro di essere visionati da un esperto precipuo nella materia, e io non ritengo di esserlo. Certamente, però, un mio esame dal vero rivelerebbe epoca del telaio, della tela, dei colori e dei materiali, fattispecie queste in cui mi ritengo ferrato, e ciò porterebbe ad appurare o escludere una determinata epoca. Riguardo poi alla sua “tavola” (un compensato) di Alberto Savinio (1891-1952), pittore insigne fratello di De Chirico, le dico subito – e senza bisogno di vedere l’opera in originale – che si tratta di un falso, in ragione del retro, della firma e della stesura pittorica apposta probabilmente su una stampa. E affermo questo basandomi sulle tante foto che mi ha fatto pervenire (15) e sulla supposta dichiarazione di autenticità firmata da un emerito sconosciuto che addirittura si firma “professore docente d’arte presso la scuola media…”: da ridere! …o da piangere, faccia lei. Stiamo parlando di un’opera che, se autentica (cm 60×70), penso sarebbe valutabile minimo un centinaio di migliaia di euro.


Signor Marco Antonelli, ho reminiscenze del pittore Sergio Capitani operante a Roma nel 1970-80. Il suo nome e le sue opere erano ben veicolate nel mercato. Credo facesse parte della rassegna dei pittori di via Margutta a Roma, poi, come tanti, anche lui è caduto nell’oblio. Altro ad ora non so dirle. Le posso però dire che i suoi quadri vengono alienati (misura standard di cm 50-70) dai 150 euro ai 300 fino ai 900, a seconda da chi vende. Ciò ad indicare una totale assenza valutativa uniforme nel mercato, colpa anche dell’artista che pur avendo fervida e mestierante mano, come nel caso della sua gouache: “Donne e Cavalli”, ha dipinto anche cose penose come “Il Pagliaccio con il secchio” (a rivendicare il suo giusto spazio in quello della mondezza). Purtroppo, anche le altre opere in suo possesso sono da collocare nel solo ambito illustrativo essendo di scarsa qualità artistica: 200 euro cadauna.


Signora Sabrina Montolli, la suo dipinto in cartone pressato uso pittorico (cm 35x28x1) è opera di Guido Caporin (1892-1976), un eccellente artista di spessore internazionale, con alte quotazioni. La vecchia Casa Ferruccio Aste di Milano lo trattava abitualmente negli anni ’50-’60. L’opera è una trasposizione moderna dalla Bibbia – Libro di Daniele (cap. XIII) – della storia detta “Susanna e i Vecchioni”. Valore sui 2.500-3.500 euro.


Signora Chiara Gatti, gradita abbonata da Iseo (Brescia), la sua opera del 1991 in masonite: “Pescatori” (cm 23×16), riporta sul retro una firma che ascriverei senz’altro a Vasco Bendini (1922-2015), artista di fama e risalto che, però, è noto come artista concettuale informale, e una tale opera di impatto figurativo come la sua potrebbe averla composta negli anni certamente anteriori ai ’90. Sul davanti, però, l’opera presenta una seconda firma non rispondente all’altra!! Che dirle? Temo si tratti di un esercizio “provocatorio”: dell’artista stesso? Di un terzo non identificabile? Pertanto, non è possibile darle quotazione alcuna nonostante la buona qualità della pittura.


Dottor Erminio Masullo girovago di mercatini (assiduo ai Sabati dell’Usato, il più grande mercato al coperto del Lazio, a Monterotondo Scalo, Roma), già ne ho scritto il mese scorso: le aste virtuali on-line senza sede/indirizzo fisico sono da evitare, a meno che non si sia esperti collezionisti o conoscitori. E non bisogna comprare a grandi cifre. Queste aziende virtuali hanno in genere esperti che sono degli asini/e (e non so neanche quanto calzati e vestiti). La qualifica con cui si pavoneggiano tanti incompetenti: Perito di Tribunale, è qualcosa che si ottiene facendo domanda al Tribunale di appartenenza e presentando meri documenti: iscrizione Camera di Commercio, esperienza acquisita a propria detta, marca da bollo di16 euro e 168 euro all’accoglimento. Niente esami, solo l’autocertificazione di essere idoneo alla materia! Ma di che stiamo parlando?… senza considerare poi il fatto che in Tribunale i periti competenti, quando ci sono, è possibile anche che “prendano schiaffoni”. Ma a causa di un vulnus (una pecca) della nostra legislazione, che considera “perito dei periti” il giudice il quale, pur ignorante nella materia al fine ne decide al di là di ogni perito, valido o no che sia, questi “scalzacani”continuano ad esistere.
La sua litografia: “Natura Morta con Uva” (1962), è identificata e censita al n. 103 sull’Opera grafica di Carlo Carra’ (1922-1964) dall’Istituto Nazionale per la Grafica, Roma, ma… ma l’originale non è in bianco e nero come il suo esemplare, è viceversa a otto colori su zinco (cm 43×28,5). La sua litografia, per di più, ha misure diverse (cm 35×20) e il tagliando di una Galleria, “Vega & Alpha” s.r.l. di via Condotti 102 a Roma, sconosciuta, ma con tanto di firma e timbro notarile illeggibile. Cosa altro dirle? Ma non è che l’ha acquistata on-line?


Signor Carlo Visani dalla meravigliosa Faenza di bellezza e storia. Veniamo ai suoi oggetti ereditati: il vasetto italiano (20 cm) sembrerebbe manifattura di Sesto Fiorentino ma la base è tipica delle basse fabbriche nord-europee. Comunque, essendo oggetto anni 70-80 del Novecento, vale poche decine di euro. Gli altri vasi e oggetti orientali (cinesi e tailandesi) sono di vecchia manifattura ma è impossibile da immagine assegnarne valutazioni probanti.


E come sempre, un saluto a tutti e un abbraccio ai pochi.



Maggio 2020


Innanzi tutto, questo mese ho un’importante cosa da chiarire a tutti i lettori della Gazzetta che inviano materiale da esaminare, e nello specifico al mercataro e amico Nino che mi ha riferito di aver mandato in visione foto di un suo quadro a esperti antiquari da lui ritenuti competenti – me compreso – ricevendo giudizi e valutazioni differenti. E con questo? Il fatto, Nino, è che un perito o un vero antiquario, per esprime pareri professionali probanti (talvolta anche da semplice vista e/o impressione, dal patos cioè che essa trasmette – e mi capiscono i colleghi), ha sempre comunque necessità di esaminare realmente l’opera. Un’immagine o una serie di foto inviate, a volte anche pessime, non riescono a fornire quell’impatto necessario alla disamina e alla valutazione. È capitato ultimamente anche a me di aver valutato diversamente la stessa opera, prima vista da foto e poi dal vero. Può capitare, sia pur raramente, e per soggetti particolari. Insomma, per semplificare, riferendomi ad altra professione: un medico può pure diagnosticare sintomo e curare telefonicamente, ma solo se si tratta di malanni semplici e/o occasionali, non certo per patologie gravi per le quali, oltre a visitare di persona, prescrive analisi ed esami clinici al paziente prima di esprimere un parere.


Signora Gina Lalli, le case d’asta che hanno “casa” solo virtualmente in rete vanno prese con le “molle”. Non bisognerebbe mai, e dico mai, acquistarvi orologi, oro, pietre preziose e cose di grande esborso come opere d’arte e/o altro, perché in caso di truffa non v’è garanzia legale che qualcuno rifonda l’acquirente: la casa d’aste, che legalmente è un sensale intermediario in buona fede, posto che vi risponda nei giusti modi, scaricherà la colpa sul venditore, il quale, non basta che risieda all’estero (con relativi problemi giudiziari) per svincolarsi in qualche modo, no!, basta che sia (e posto che abbiate altro denaro da spendere, oltre al perso) nullatenente. Ma veniamo alla sua richiesta. Lei mi mi ha inviato la scheda di un pezzo presentato in rete a un’asta Catawiki il 20-04-20, un oggetto devozionale definito dalla gentile signora esperta (che so avere un negozio di abbigliamento vintage in quel di Bologna!!): “Dipinto su legno… presenta un sostegno… per essere collocato… su altare o altro arredo, per la devozione domestica”. Nella descrizione, l’oggetto è collocato temporalmente un secolo prima di quello, a mio avviso, confacente. Ma la mia, si sa, è una visione solo da immagine e non probante, quindi, tralascio questo aspetto. Rimane, però, la questione del “dipinto in cornice intagliata” che la curatrice della scheda, poco avvezza agli usi religiosi e all’antiquariato del genere, mostra di ignorare cosa sia in realtà, e cioè un Osculatorium o Osculum Pacis (dal latino òsculo «piccola bocca» e per metonimia «bacio»), lo strumento liturgico del Bacio di Pace. Nel corso della Messa, tenuto per il retro sostegno, esso veniva offerto dall’officiante alle labbra dei fedeli prima della Comunione. L’uso di tale strumento risale al XIV secolo ed è andato avanti fino alla fine dell’Ottocento, grosso modo. Una pratica ad oggi mutata nel “segno di pace”. Che altro vuol sapere signora Lalli? Se credo che la valutazione di 1.400-1.600 euro sia eccessiva? Beh!… per un’asta dalle non eccelse e verificabili garanzie… sì, lo è! Io penso che 800 euro sia un prezzo più equo e accettabile, e che comunque io non rischierei di certo.


Signor Marco Castrucci: no! certamente i suoi dipinti non si possono ascrivere al Marco Ricci (1676-1730), pittore di levatura – nipote del grande Sebastiano Ricci, con il quale collaborò – ottimo artista e specializzato paesista. Le sue tele, di mestierante seriale, non mi paiono d’antica epoca. Le considererei, per il tipo di tratto e composizione, ripetizioni degli anni 20-60 del ‘900. Giudizio a occhio e sommario, come d’altronde le foto e le misure che ha ritenuto bene di non inviarmi.


Signora L. Paris, la rubrica “L’Esperto” proposta nella Gazzetta dell’Antiquariato nasce nel 1990 insieme alla rivista cartacea, ora solo on line. Altri pseudo esperti che si nascondono nel web con l’intento di paragonarsi e/o utilizzare diciture simili ad essa, non hanno naturalmente nulla a che fare con la nostra rubrica che offre da sempre un servizio gratuito e che non acquista né vende nulla! E consiglio di diffidare sempre dei siti i cui estensori hanno finalità commerciali, seguono i loro interessi nel quotare, e se non agiscono in prima persona, passano i dati ricevuti ai loro “compari”. Come è successo a lei: l’esperto consultato ha quotato il suo quadro 600 euro per poi farle telefonare da un altro figuro che gliene ha offerti 1.000, fingendo di non conoscere il primo e glissando su chi le avesse fornito il suo numero. Tutto questo per indurla a vende ad un migliore offerente. Ma il suo dipinto su tavola scuola olandese – Cavalieri e figure presso fontana (cm 50×70) – signora Paris, vale di più: è opera del ‘700 e non dell’Ottocento; restaurato e nelle ottime condizioni in cui è arriva ai 3.000 euro. Come da lei richiesto, non ne pubblico la foto.
In merito poi allo Schifano con scritta “Coca-Cola”, carta su compensato (cm 100×110), devo dirle che è falso. Non corrispondono i materiali né la firma apposta.


Signor Giuseppe Iannella, il suo piccolo contenitore (cm 22×14) è in bronzo, probabilmente italiano, ma decontestualizzato, senza patina né riferimenti, non è possibile datarlo. Valore di mercato sui 300 euro.


Signor Angelo Perna da Pompei (NA), i suoi mobili sono degli anni 50-70 del Novecento. Se non pezzi attribuibili a designers, hanno attualmente poca valutazione di mercato. Però, trattandosi di mobilia che tutti hanno eliminato e distrutto, penso che in futuro potranno avere altra storia.


Signor Conte Gianni, se c’è una cosa che mi fa adirare e mi fa venire voglia di non rispondere è il ricevere quesiti come il suo, corredati da foto con didascalie e rispettivi marchi a parte e senza gli specifici riferimenti: come fossero patate! I vasi ereditati appartengono al periodo di Gio Ponti (1891-1979) come designer di ceramiche presso la Richard Ginori: degli anni ’30 (marchio 1030-358), il vaso Amazzone con giavellotto del ciclo il Trionfo delle Amazzoni (34 cm) e l’altro vaso Amazzone con corno, più un piatto (marchio 229-368), sempre della serie Amazzoni, che ha, però, una particolarità riguardante la serie numerale invertita e non corrispondente, ma questa sarà questione poi, se lei venderà, di chi compra, trattandosi di cifre consistenti. I vasi hanno un valore intorno ai 10mila-12mila euro cadauno; il piatto (55 cm), sui 5.000-7.000 euro. Il cachepot (E. Lazzari Treviso), h 19 cm, 1940-50, vale 60 euro; la poltrona, così com’è, sui 100 euro.


Signor Asvero Fattori, i suoi vasi ereditati sono degli anni 40-60 del ‘900, difficilmente prima, per la loro fattura. Probabilmente sui tipi di Vietri o di Bassano. Molto decorativi (h 40 cm): 300 euro in coppia.


Signor Cristiano Bonzuan, il manichino snodabile per uso artistico (h 73 cm) di suo nonno potrebbe essere della fine dell’800 e valere sui 350 euro. È oggetto di difficile vendita in quanto hanno iniziato a rifarli in quel di Napoli utilizzando legni antichi e consoni.


Signor Salvatore Capuano, le sue sedie sono tutt’al più un Carlo X molto tardo. Placcate in palissandro con sottostante olmo/pioppo, bisognerebbe vedere se sono in massello nelle parti superiori. Pur presentando intarsi pantografati da industria dei primi del Novecento, valgono comunque 500-600 euro. L’incisione colorata dai francesi F.lli Bulla, pezzo del ‘900 con cornice a “guantiera” in pastiglia in porporina (cm 110×85), vale sui 250 euro.


Signor Elio Appierto, orefice, il suo piccolo smalto (cm 6) su lastra d’oro 12 kt potrebbe essere settecentesco, di natura e mano popolare ma con un’Annunciazione dottrinale ed ecclesiale. Se non copia e autentico così come appare, vale sui 1.200-1.500 euro.


Signor Fabrizio Pazzaglia (a cui nel mese di aprile avevano tentato di vendere un cassettone industriale spacciandolo per un pezzo “di Bottega del Maggiolini”): no! non vi è alcun mobile autentico riferibile al grande ebanista (che ebbe due eredi: il figlio Francesco e l’allievo Cherubino Mezzanzanica, e innumerevoli imitatori), che presenti la scritta “alla Bottega del M.”. Il Maestro Giuseppe Maggiolini (1738-1814) rare volte incideva il proprio nome, viceversa (dopo il 1765) apponeva, incollato o nascosto in parti segrete, il disegno che accludo con la scritta: “Maggiolini Intarsiatore delle L.L.R.RR. (Loro Altezze Reali -Corte Asburgica d’Austria) in Parabiago presso Milano”. Aggiungo poi che vi è una serie di pseudo periti e storici e altrettanti pseudo antiquari viventi (purtroppo) che in negozi fisici e sul web continuano a proporre mobili Maggiolini come copie di altri ebanisti dell’epoca senza né documentazione né altro a migliaia di euro.


Signor Franco Papi mi pone in visione una dormeuse comprata quindici anni fa al mercato di Arezzo (cm 160×96 h x 53). Trattasi di un mobile novecentesco di non eccelsa fattura, impiallicciato in ciliegio e malamente tappezzato. Che dirle, lo stile è eclettico, tra il Carlo X e il Biedermeier, ad occhio 400 euro.


Signora Maria Luisa Procacci, la sua camera di periodo tardo Liberty, ‘900, siciliana, purtroppo ai nostri giorni non è affatto richiesta dal mercato.Vale sui 500-600 euro nel suo insieme. Magari vendendola in pezzi singoli potrà ricavarne qualcosa di più.


Signor Elio Tallino da Milano (via telefono tramite l’amico Vanni), la sua Divina Commedia del 1963-64, in 6 tomi di 3 volumi, è stata illustrata da Salvator Dalí (1904-1989). Fu stampata a Verona presso Salani dalla Stamperia Valdonega, su carta a mano dei fratelli Magnani di Pescia (FI), dopo 5 anni di lavoro per incidere i 3.500 legni che servirono a imprimere in progressiva i 35 colori di ogni singola tavola (100 xilografie 355×280 mm). Incisore fu il Maestro Raymond Jacquet sotto la diretta supervisione del Dalí. Piatti in bronzo e pelle in cofanetto. Eh no! signor Tallino, quest’opera non può valere 300-400 euro come dettole dal suo furbo o ignorante amico (!) venditore di anticaglie. Trattandosi di 3044 copie numerate (la sua è la 3001) e di opera di grande pregio, nello stato ottimale vale 2.500-3.000 euro.


Signor Giuseppe Iannella, stampe ed incisioni, proprio a causa della loro ripetitività nel tempo, non possono essere valutate se non viste dal vero, esaminando carta e tipo di “imprimitura”. Le sue due stampe, la prima da Tiziano, rovinata con gore, e la seconda, un San Girolamo (1488-1576) dall’Agostino Carracci (1557-1602), rispettivamente cm 33×45 e cm 36×44 con cornice, sono in non eccelso stato, hanno un’impronta ottocentesca (a foto con cornice) e valgono poche decine di euro cadauna.


Signor Guerrino Tedaldi, le punte di freccia e gli altri oggetti del neolitico non possono certo essere classificati e autentificati per immagini, e comunque il loro valore è storico e va contestualizzato al luogo in cui si trovavano. Le sue frecce, così, avulse e anonime, le vendono sulla rete in decine di siti analoghi: “compra 10 punte di freccia in pietra” a 9,90 euro (Iva compresa). Veri o falsi che siano il valore di questi reperti non è e non può – per le caratteristiche materiali di produzione e riproduzione – essere diverso.


Signor Giulio Adinolfi da Cava dei Tirreni (SA), i suoi alari in ferro battuto, senza misure, a me non sembrano rinascimentali, per via della coppetta superiore che mi pare formata in due parti invece che una, inoltre non corrispondono all’epoca gli elementi che a me sembrano di “costruzione” postuma. Ci vorrebbe la visione dal vivo. I suoi alari, inoltre, presentano il grave difetto della mancanza che li deprezza di molto. Per tutto ciò, ipotizzandoli alti sui 90 cm: 200-250 euro.


Dott. Sauro Ripetta Lono, da vecchio collezionista e connoiseur, dovrebbe conoscermi: da trent’anni, studiando e studiando libri e persone, ho abbandonato da tempo la vanagloria di considerarmi un grande esperto di ceramica medievale del centro Italia. In realtà so di saperne ben poco: troppi i pezzi falsi, i truffatori e gli antiquari impegnati a vendere scientemente il falso nei secoli. Cominciarono, narra Plinio, i Romani, affascinati dai reperti greci, e si è continuato alla grande dopo di loro. Riguardo alla ceramica, poi, da più di 10 anni ho smesso anche di credere alla termoluminescenza – metodo che comunque oltre ad essere complesso dà risultati con il 30% massimo di accuratezza – da quando un lestofante infermiere di Tarquinia ha fatto passare sotto il macchinario usato per la radioterapia oncologica dei falsi vasi attici ed etruschi bombardandoli di raggi X, per truffare un conte collezionista insieme ad altri suoi pari: falsari abili artigiani. Non sto poi ad elencarle la quantità di grandi inganni riguardanti le ceramiche umbre ad opera di maestri falsari in combutta con gli antiquari fiorentini dei primi del Novecento (pressocché tutti) e dei personaggi come Imbert Alexander (1865-1943), passato da facchino ad antiquario (via Condotti 61 – Roma), disseminatore, insieme ad altri, di falsi che si trovano in collezioni prestigiose, musei e case d’asta come al solito riciclatrici di tutta la “mondezza” a volte espulsa dal mercato antiquariale (eh già! loro sono solo sensali, un tramite in “buona fede”). Per venire a noi: come lei ben sa, io sconsiglio di comprare ed investire in ceramiche antiche a meno di non pagarle due soldi e per il piacere di averle intorno. Quindi, lasci stare gli orvietani e gli aquesiani (abitanti di quel di Acquapendente) “scavatori di butti”, sono tutti – già ne ho scritto – furfanti avvinazzati e imbroglioni. Li lasci alla zappa e alla “cucchiara” a guadagnare con il sudore i soldi che vorrebbero, e facilmente, avere da lei. Il suo conoscente “Silvio” il gatto, ha per compare una volpe che produce ancora con argilla delle crete senesi (in un laboratorietto-cantina ad Acquapendente) i lustri eugubini “rotti e mancanti” che lei ha visto, e che non deve comprare.


Signora Federica Fiorentini, l’artista di cui mi chiede è uno di quei pittori che pagando si sono fatti inserire nel catalogo Bolaffi Arte, ‘che altrimenti – essendo la sua opera di una metafisica seriale e propedeutica ad istinti corporei – non ne avrebbe avuto certamente accesso. Pertanto, la cifra di centinaia di euro “ohilui” indicata, è da ridere. In realtà il dipinto è cosa da poche decine di euro, compresa cornice, per alieni dell’arte che magari devono chiudere, che so, un buco nella parete.


Signor Bruno Starnani, i suoi musicanti in ceramica (h 7 cm) sono di fabbricazione danese anni 20-40 del ‘900, allegorici e di non eccelsa fattura: 120 euro il gruppo. Il vaso (35 cm h) tipo Satsuma, non giapponese e del ‘900, non è di pregio, vale sui 200 euro. Il quadro a personaggi in maschera (cm 103×69), anni 50-80 del Novecento (fa fede il retro telaio), è prodotto di un mestierante che, senza eccellere in arte, ha un suo lezioso impianto scenico e arredativo. Valore: 400-500 euro, cornice compresa.


Signora Annalucia Bigerni, non la maltratterò: la sua prosa gentile ed esplicativa non me lo concede. La stampa fotografica della SS. Vergine della Consolata di Torino (1908), cm 28×21, mandatami in visione, non ha alcun valore antiquariale. Sull’avvocato Secondo Pia, fotografo ufficiale della Sindone (a suo tempo), non ho purtroppo altre notizie rispetto alle sue.


E come sempre, un saluto a tutti e un abbraccio ai pochi.



Aprile 2020


Signora Dalila Sponte da Gubbio (PG), ho già avuto modo di esprimermi su Orvieto come centro della falsa ceramica antica, ma non è che altre città umbre come Gubbio, ad esempio, ne siano state meno coinvolte. Uno dei più noti falsari, anche antiquario, fu Giovanni Freppa, a metà Ottocento, poi la società Fabbri Carocci, lo Spinaci Giovanni, Luigi Ceccarelli, ecc. Costoro invasero con migliaia di pezzi il mondo antiquario collezionistico e addirittura i musei. Determinarne oggi la falsità, a meno di non essere grandissimi esperti – che non sono certo gli antiquari che poi vendono – o di spendere soldi in costosi esami di laboratorio, è impossibile. Quindi, lasci stare e non comperi nulla, tanto più alle aste che vendono annualmente migliaia di pezzi del XVI-XV-XIII secolo come fossero patate. Ormai il meccanismo è consolidato: onde evitare le ipotesi penali di truffa, la casa d’aste (mediatrice-sensale) espone e vende come da garanzia fornita dal cliente e in “buona fede”, alienando, con questa formula, il pezzo autentico o no che sia; il compratore a sua volta potrà, in tutta sicurezza e legalità, venderlo ad altri. Anzi, averlo acquistato a un’asta pubblica ne consacrerà l’autenticità. Ma così non è! E comunque, pur davanti a un giudizio di truffa, la casa d’asta, al limite, è chiamata rifonde il valore del versato senza spese aggiuntive, poiché anch’essa “in buona fede” ha subito il danno insieme al compratore. E così non è.


Dottoressa Marilena Calcagno da Bologna, i suoi dipinti (cm 43×32) sono di ottima mano, sia pur non firmati. È giusto ascriverli ad un Ottocento inoltrato e sommariamente assegnare loro un valore commerciale sui 600 euro cadauno.


Signor Maurizio Castelli, il suo putto su base, senza misure, realizzato negli anni 70-80 del Novecento in antimonio, vale poche decine di euro. Il quadro non firmato e di cui non fornisce misure, ha una bella mano. Di più non posso dirle.


Signor Andrew Bloch, il suo mobiletto da liquori (cave à liqueur) laccato nero (cm 27×33), con inserti in ottone sugli stilemi del tardo Napoleone III, è probabilmente di area francese, primi del ‘900. Può valere sui 300-350 euro. La coppia di specchiere (cm 73×35) con mancanze, primi ‘800: sui 1.000 euro, nello stato in cui è. Il secretaire intarsiato (cm 150×90), pur essendo un prodotto non seriale, presenta un’ebanisteria mediocre (piallacci diversi); pezzo del Novecento inoltrato, se non la metà, vale sui 600-800 euro. La specchiera (cm 196×90) ottocentesca, dagli intagli piatti e modulazione seriale, con mancanze: 800-1.000 euro. Nei mobili laccati o impiallicciati e nelle cornici dorate la sagoma/struttura dell’eggetto è realizzata in legni teneri ed economici (pioppo, conifere) o avanzi di falegnameria (legni diversi).


Signor Maurantonio Povi da Bisceglie (BT), i suoi mobili degli anni ’50 sono indubbiamente di buon livello e in buono stato di conservazione, ma senza marchi e/o documentazioni non si possono ascrivere a designers quali Dassi-Ulrich, come lei suggerisce. Pertanto, la vendita a prezzi sostenuti le risulterà difficile. Arredativamente, e unicamente per la loro graziosità, prospetterei a un intenditore: 500 euro cadauno il buffet, la credenza e il tavolo. Scompagnati e senza valutazione: il divano, la poltrona e la sedia.


Signor Pino Caggia, il suo vaso commemorativo a cupola, in ceramica lumeggiata oro (cm 35×40), ha delle foto decalcomanidi. Dovrebbe essere dei paesi turchi-persiani (1940?) e purtroppo le rotture evidenti non possono incoraggiare ricerche più approfondite. Valore, sui 250 euro.


Signor Guido Cassanelli, il suo dipinto su rame (cm 21,5×27), una Maddalena penitentente di epoca settecentesca, è di mano popolare ma molto soave. Valore, sui 400-600 euro.


 

Signor O.A. in e-mail, lei, come la maggior parte delle persone, ignora cosa sia un’opera d’arte e cosa comporti la conseguente autentificazione e valutazione. Lo spiego a lei e ad altri con un piccolo esempio. Nel mese scorso una signora (mia cliente) mi ha chiesto di valutare una litografia recante firma Raoul Dufy (1877-1953), caposcuola francese, artista internazionale. Ebbene, affinché mi potessi esprimere in merito la sognora ha mandato ben trentadue (32!) foto di ogni particolare del foglio: fronte, retro, firma, ecc. ecc, accompagnate dalla dichiarazione di acquisto nel 1970 presso la Galleria L’Obelisco di via Sistina in Roma, firmata dal titolare, e da altra documentazione concernente. Lei, invece, che fa? …manda quattro orrende immagini di un quadro suppostamente di Jean Baptiste Corot (1796-1895), maestro francese che vanta valutazioni minime di decine e decine di migliaia di euro! …Sono senza parole. Il vaso in ceramica e ottone-bronzo (cm 54 h) degli anni recenti, riproduzione di antichi modelli, vale sui 250-300 euro.


Signor Luca Felici, nel web non si trova – eh già! – tutto. La sua bandiera (cm 182×121), come altre, è stata prodotta dalla ditta J.J. Turner & Sons, e non è l’unica. Il valore non è storico quanto piuttosto collezionistico, se confacente il periodo: anni ’40 del Novecento. Ha le stelle ricamate ma è macchiata, quindi, 250-300 euro.

 


Signor Marco Antonelli ha ragione a non essere sicuro del marchio di Sèvres impresso nelle sue porcellane. È infatti spurio e non confacente. Il suo servizio è una riproduzione seriale dei paesi dell’est. Valore, poche decine di euro.


Signora Baldi, stia molto attenta alle aziende che propongono aste on-line. Primo: hanno esperti improbabili, e basta guardare gli oggetti con epoche e valutazioni strane per rendersene conto. Secondo: i lotti esposti arrivano, o meno, dall’estero, quindi addio ai soldi che – ve lo dico – non vengono restituiti, nonostante la parvenza e le assicurazioni delle medesime aziende. Il bicchiere in pseudo cristallo, pseudo boemia, speditole dalla Polonia dopo esserselo aggiudicato per 140 euro più 9% di diritti d’asta, è un vetro colorato, fuso su stampo, cinese, e con un valore di 18 euro (magazzini cinesi in via dell’Omo, Prenestina, Roma).


Signor Fabrizio Pazzaglia, cosa intende per: “autentico ma non in stile”, riguardo a ciò che le ha detto l’ignorante o imbroglione che le ha proposto il comò tipo Maggiolini (Giuseppe Maggiolini, 1738-1814 e poi Francesco Maggiolini e Cherubino Mezzanzanica) a 18mila euro? Evidentemente sia lei che il venditore non avete mai visto un mobile del ‘700 e tantomeno lavori di ebanisteria attinenti. Il comò – indicato poi “burlescamente” con rozza pirografia come “Bottega di Maggiolini” – basterebbe guardarlo al retro per riconoscerlo per quel che è: un mobile industriale in stile, anni 1960-70. La ferramenta poi… Valore 600-1.000 euro. Dia 18mila bastonate al venditore: non è reato!


Signor Salvatore Chiavetta, le sue sedie dantesche su modello neo-rinascimentale sono state realizzate negli anni dal 1940-60. Lucidate a nitro o con olio, sono piene di tarli, ma questo sarebbe il minimo. È che tali tipologie di sedute valgono pochissimo sul mercato: 100-150 euro la coppia, anche se ci sono “malati di mente” che mettono sul mercato in rete esemplari anche di recente e orrenda fattura ad alte quotazioni.


Signora Nicoletta De Luchi, il suo servizio da caffè da 6, lumeggiato oro con scene a decalco, di manifattura secondaria napoletana, risale alla fine dell’Ottocento. Peccato la mancanza di una tazzina che ne dimezza collezionisticamente il valore che scende così a 200 euro.


Signor Salvatore Capuano da Caserta, il suo gruppo in biscuit acquistato nella Loira francese è una piccola acquasantiera (cm 34×24, 6,250 Kg) raffigurante la Sacra Famiglia con altri personggi. Pur statica nel modellato, ha un certo gusto. Le piccole rotture la inficiano nel suo valore monetario: 400 euro.


Signor Piergiulio Pivas, la sua automobilina di latta a pedali, anni 50-60, è ridotta a “chassis” e può valere, nello stato in cui si trova, 60-80 euro.


Signor Silvio Sbrana, il suo centrotavola derutese (cm 40×30) è un oggetto degli anni 40 del Novecento. Non ho notizie sul marchio. Valore: sui 300 euro per l’imponenza arredativa.


Signor Raffaele Dajelli di Saronno, il suo San Francesco (cm 76×97) è dipinto di gusto popolare e devozionale. La cornice è novecentesca, la tela, forse, dell’800. Opera di ridotto valore arredativo per via del teschio, vale sui 1.000 euro nello stato in cui è.


Signor Patrizio Cigliano, scusi il ritardo con cui le rispondo, dovuto ad una mia cattiva gestione della posta giratami dalla Redazione, che non ha, dunque, colpa. Ecco, una via l’altra, le mie valutazioni ad occhio clinico – occhio che non potrà mai sostituire la visione diretta. Il “Cristo” (cm 79×50) – opera settecentesca che sarebbe da studiare per identificare lo sfondo che potrebbe non essere di fantasia – così, senza altri riferimenti, vale sui 600 euro; il ritratto ottocentesco di “Vecchia signora” (cm 66×50): 250 euro; il “Bosco e stagno” (cm 29×24), anni 60 del Novecento: 50 euro; il “Tempio e piramide” (Ottocento?), cm 114×90: 1.200-1.500 euro; il dipinto “Parigi” (cm 51×49) di Fernand Claver (1918-1961), sui 500 euro; la “Fanciulla con gatto”, del Novecento, cm 25×18: 50 euro; la “Vergine con figlio”, stampa da Murillo, rinomato artista spagnolo del XVII secolo, non vale nulla. Nella sua mail, signor Cigliano, indica anche altre cose ma le foto non ci sono. Riscriva. E ripeto, a lei come ad altri lettori che: è già molto difficile valutare da semplici foto, se poi a questo si aggiungono immagini senza particolari, retro ed altro, come quelle inviatemi, il compito diventa, ohimé, ben arduo.


E come sempre, un saluto a tutti e un abbraccio ai pochi.



Marzo 2020


Signora Marianna Val, lei ha comprato tempo fa un quadro da un pittore amico di amici e adesso ha scoperto che non si tratta di un dipinto vero e proprio ma di una riproduzione stampata su tela, sia pur firmata, datata e numerata dall’artista stesso. L’autore, interpellato, le ha detto testualmente che ogni anno crea una sola opera in originale (conservata da lui in catalogo ragionato) di cui realizza un tot numero di copie (la sua è la n. 23) che mette in vendita inserendo in ognuna di esse un particolare oppure omettendolo (alla sua, un ritratto femminile, manca il pollice della mano sinistra). Ebbene: no! non si tratta di una truffa. Nell’arte moderna già nel 1919 il noto dadaista Marcel Duchamp realizzava riproduzioni fotografiche della Gioconda di Leonardo Da Vinci, a cui aggiungeva baffi e pizzetto. E così è per migliaia di altri esempi che potrei farle. L’arte è dettata dall’autore, è lui che decide l’opera. C’è chi ha prodotto tagli, chi scarabocchi, chi sputi su tela… e chi non vi ha impresso nulla. L’artista è libero di farlo come lei è libera di non comprare “ciò che non conosce”.


Signor Lorenzo Lucignani, per quanto concerne la manifattura di Capodimonte e la vicenda legata alla riproduzione del suo marchio, la invito a leggere l’esperto di gennaio 2020, in risposta alla signora Mazzanti. Pertanto, basandomi su quanto avrà modo di leggere, aggiungo che: la sua ceramica, di cui purtroppo non mi invia misure, presenta un bel modellato ed è stata probabilmente prodotta a Bassano poche decine di anni fa. Calcolandola di cm 18×12 e priva di rotture, vale sui 250 euro.


Signora Bosco, il suo triciclo anni 20-40 del Novecento, vale intorno ai 350 euro.


Il dottor Antonio Barbati invia una supposta litografia di Carlo Carrà (112/200) edita da Marini di Lissone, azienda sconosciuta a me e ai miei prontuari. A vista, dalle foto, ritengo le figure non appartenenti alla mano dell’artista e apocrifa la firma. Dottor Barbati, i suoi dubbi sono fondati.


Signora Leda Franceschelli, l’apparecchio TV Radiomarelli (cm 60×60), anni ’50, vale, se opportunatamente funzionante, sui 350 euro, altrimenti, solo come pezzo arredativo, sui 150. Le sculture in ferro battuto (cm 40×30 circa) prodotte della Bottega Berto da Cogollo, oggetti per collezionisti, valgono 100 euro una. L’opera in bronzo (cm 18×31) dell’autore Angelo Biancini, essendo senza firma né attestazione, vale poche decine di euro, per gli amanti del genere.


Signora Grazia Giovanna Sala, la sua statuina in terracotta (cm 40×17) è prodotto seriale il cui valore raggiunge poche decine di euro.


Signor Giuseppe Iannella, il suo busto di vecchia donna (cm 52×21), pur di matrice verista, non presenta la necessaria maestria modellativa; per di più non è pezzo arredativamente concupibile dal mercato attuale. Valore, sui 250-350 euro.


Signor Luca Zorzi, la sua brocca con bacile (h cm 35, diametro cm 40), anni 60 del Novecento, in ceramica lumeggiata in oro, è stata prodotta dalla manifattura francese Sarreguemines (paese del nord della Francia) e vale, se integra, dagli 80 ai 100 euro.


Signor Domenico Mastroianni di Campoli Appennino (FR), eh no! che le sue 5.000 azioni da lire 100 (cinquecentomila) non possono essere esigibili. La Società Bancaria Sarda di Sassari (1909) fu acquisita nel 1993 dal Banco di Sardegna e in tale istituto cessò nel 2016. Il suo titolo, emesso come capitale sociale il 15-5-1908, ha solo valore collezionistico, sceso ai nostri giorni intorno ai 100-150 euro.


Signor Marino Quarto, circa la sua mobilia: comò sullo stile Liberty, ma prodotto degli anni 20-40 del Novecento: 350 euro, i comodini nello stesso stile, 150-200 euro; pettiniera anni 50- 60: 100 euro; letti in ottone anni 80-90: 250 euro, per arredamento e uso; il salotto eclettico (mancano foto con particolari probanti), anch’esso prodotto dagli anni 40 agli anni 70 del Novecento: 800 euro. Purtroppo il mercato odierno ha azzerato il valore della mobilia.


Signora Laurenze Viti, il suo uovo cinese (68 cm) è forato in alto perché si tratta di un vaso per rami e composizioni ikebana (senza acqua se presenta un foro anche sulla base). Da foto non mi è possibile determinarne l’epoca, essendo stata tale tipologia prodotta incessantemente negli anni. Lo valuterei, solo come oggetto d’arredamento, sui 400 euro, se intonso.


Signor Roberto Boghi, il suo bellissimo calamaio in bronzo (cm 17×6), in stile neoclassico fine Ottocento, è una chicca: 500 euro.


Signora Enrica Iessi, iniziamo con il dipinto (cm 64×94) a firma R. De Marinis 1968. Simpaticamente, un consiglio: se ne liberi bruciandolo ‘che se lo getta nei cassonetti qualche delinquente lo potrebbe recuperare e rimettere in circolazione. Il Ceoldo, artista di cui mi dà notizie circa la sua piantana, non ha quotazione alcuna. Alta cm 109, realizzata negli anni ’70 del Novecento in ferro battuto (afferma lei), la piantana è orridamente ricoperta di porporina; potrebbe valere, una volta sverniciata e solo per arredamento, sui 300-350 euro. La statuina in antimonio (cm 45), replica stucchevole dell’insigne scultore Auguste Moreau (ha pure un mignolo rotto!): 40 euro per gli amanti del genere.


Signor Matescu Dragos, purtroppo le innumerevoli richieste di expertise ricevute non consentono di esaudire i quesiti che i lettori ci pongono in un solo invio. Le risponderò per ora in merito al letto in ottone pagato negli anni ’70 dieci milioni di vecchie lire presso un noto antiquario di Milano. Lei ipotizza che, considerando il calo del mercato, possa valere oggi sui 3.000 euro. La cifra sarebbe giusta, anche per la bellezza scenografica del pezzo, ma le dico che, per mia esperienza, tali arredi scendono nella vendita reale intorno ai 1.500-2.000 euro.


Signor Raffaele Dajelli da Saronno, la sua tela (cm 45×59) raffigurante San Carlo è quadro devozionale di mano popolare. Epoca ‘800-‘900, valore nelle condizioni cui appare: 600 euro.


Signor Roberto Bacco, i suoi piatti a motivi ispanici-turchi (circa 40 cm di diametro), opere di Torquato Castellani (1846-1931) e di Pio Fabbri (1847-1927), sono certamente interessanti per i collezionisti di ceramiche ma, affatto richiesti dal mercato odierno, sono scesi a un valore di non più di 250 euro cadauno.


Signor Ioan, il suo quadro con firma sconosciuta non ha valore antiquariale, così le statuine in legno e le monete, tanto più che sono anch’esse malamente fotografate e senza alcuna misura.


E come sempre, un saluto a tutti e un abbraccio ai pochi.



Febbraio 2020


Il lettore Paolo Barsotti, emerito connaisseur, ci comunica che l’oggetto “misterioso” della signora Francesca Vaccari (vedi “L’Esperto” dicembre 2019) è una vecchia macchinetta per confezionare sigarette. Grazie, un abbraccio.


Signora Anna, figlia del pittore pugliese Raffaele Van Westerhout (Gioia del Colle (BA) 1927-2013), il professore Federico Zeri aveva di suo padre una “piccola marina” nella sua casa a Mentana. Un giorno, indicandomela, mi disse: “Vorrei conoscere l’artista che l’ha dipinta. In questa piccola tavoletta c’è la quietità e la sonorità dei mari del sud”. Eravamo intorno al 1995. In seguito, ci procurammo un numero di telefono al quale però non rispondeva nessuno. Nel frangente, tramite il critico d’arte/commerciante Gino Ginori – che aveva regalato il quadro al professore – avemmo non soverchie notizie sul Van Westerhout, e purtroppo, signora Anna, non ne ho trovate di più neanche ora. Evidentemente suo padre era un artista locale che si accontentava di un suo mercato ristretto nonostante avesse una bella e limpida mano capace di collocarlo artisticamente (come anche noto dalle foto inviate più quelle pubblicate in internet) in altri ben più vasti ambiti. Lei dovrebbe organizzare, in accordo con qualche galleria, delle mostre, onde ripristinarne quotazioni e fama, ad ora sconosciute le une e dimenticata (?) l’altra.


Signora Magda, la sua imponente anfora (m 2), sui tipi pesaresi, urbinati, firmata “torniante Angelo Rosso”, del 1947 (?), di cui non ho notizie, può valere (ha rotture) sui 600 euro, altrimenti il doppio.


Signora Pamela dal mercato “I Sabati dell’Usato” a Monterotondo (RM), ho visitato molte volte il mercato dove lei espone e che è senz’altro il più grande al coperto di tutto il Lazio e non solo. Vi gravitano robivecchi e fini espositori che decine di anni di esperienza (tanti con attività di rilievo nel campo dell’antico) hanno formato e istruito. Certamente, però, non mi consta che ai Sabati dell’usato si trovino espositori specialisti precipui in determinati campi, ed è per questo motivo che si possono fare ottimi affari e ben lo sanno alcuni antiquari di Roma (in incognito) che visitano ogni sabato la manifestazione. Ma veniamo al suo quesito. In campo antiquario la coroplastica è, dopo il vetro, la materia più difficile da interpretare e discernere, pertanto, in assenza di marchi o elementi semplici e iconografici interpretativi, solo un vero esperto può capirne davvero. Il suo alberello (cm 12) con smalto stannifero bianco è di tipologia farmaceutica, ma la sigla sotto apposta (1365) non è la data di fabbricazione ma la quantità di medicamento in esso contenuta espressa in libbre e once (la libbra romana antica equivaleva a 327,168 grammi ed era suddivisa in 12 once di 27,264 grammi). Il suo alberello conteneva quindi, probabilmente, un eccipiente-additivo atto alla preparazione di medicinali (tipo grasso, talco, sostanze amidacee ecc.) perché altrimenti vi sarebbe stata espressa sopra la sostanza madre curativa. Il suo esemplare, in particolare: libbre 3, once 5, quindi circa 1 kg di sostanza. Manufatto tipico della fine del ‘500, escluderei ad occhio una riproduzione, ma bisognerebbe esaminarlo “de visu”. Il valore economico è sui 400 euro, per essere, appunto, un vaso farmaceutico da collezionisti, altrimenti, uno analogo, sui 250 euro. I suoi “colleghi” di mercato che le indicavano cifre sui 1.000 euro e più, eufemisticamente, non sanno di cosa parlano.


Signora Miriam Melis, la sua auto giocattolo a pedali (cm 83×40) in latta è in condizioni tali da non potersi specificare altro se non l’epoca: anni 20-40 del ‘900. Tali oggetti, se non conservano smaltature originali e soprattutto marchi, non sono appetibili dal mercato. Per ottenere un buon realizzo poi, si dovrebbe portare a ripristinare da un carrozziere che chiederebbe sui 400 euro! mentre un’automobilina, anche in condizioni ottimali e con marchio, costa appunto tale cifra. La sua, così com’è, vale sul mercato 80-120 euro.


Signora Adriana Alfano, come scrivo da sempre, per le opere d’arte moderna e contemporanea non è consentita ad alcuno la certificazione di autenticità, compito avocato a fondazioni e/o eredi. Non fa eccezione il suo cartoncino (cm 50×40) “prova d’artista” di Salvator Dalì. Inoltre tali opere, specialmente non numerate e come la sua non certificate, non valgono nulla: si vendono a poche decine di euro ovunque, e nei mercatini sui 100-150 euro a persone che, illusoriamente, credono di dare lustro alla propria abitazione esponendole alle pareti, ma si tratta in realtà di pezzi di pseudo prestigio.


Signora Daniela (ma l’informazione vale anche per tutti i lettori e i venditori di pezzi marcati “Dula Bavaria” su internet), il suo servizio in porcellana anni 50 del ‘900 è opera di qualche manifattura bassanese e non certo tedesca-bavarese, che non lo avrebbe marcato “Dula” come fosse simbolo o località. Tale dicitura sta invece ad indicare lo pseudo impasto ceramico del prodotto: “porcellana feldspatica”, composta da feldspato, caolino, quarzo e qualche volta argilla; si distingue dalla fosfatica, fritta, bonne china, magnesica, ecc, perché è resistente a rotture, shock termici, scalfitture. “Dula Bavaria” è appunto il marchio di fantasia legato a questo particolare materiale. Valori: nel mercato in internet, sui 150 euro, nei mercati e mercatini reali, la metà, il valore effettivo per servizi come il suo. Il vaso cinese cloisonné (40 cm) potrebbe valere sui 100 euro se in rame, 60 euro se in ottone. L’arazzo industriale (cm 180×122) anni ’50 (?) è brutto: una ventina di euro per gli amanti dell’horror.


Signor Laurence Viti, la coppia di sedie in stile neo-rinascimentale, ma realizzate negli anni 60-70 del ‘900, nonostante gli arazzi apposti, dal punto di vista antiquariale non valgono nulla.


Signor Angelo Cavalli, il suo quadro raffigurante rovine classiche (cm 116×92) è stato eseguito da un mestierante che ha dato resa all’impianto scenico ma poco al resto. Per misure arredative ed epoca (fine Ottocento-Novecento inoltrato, dalle scarne e non eccelse foto non mi è possibile oltre definire), vale sugli 800-1.000 euro.


Signora Annamaria Giannola, il suo contenitore per biancheria a cui hanno maldestramente sostituito le viti originali spaccate con quelle “parker” presenta, a foto, le venature tipiche delle conifere, quasi certo quelle del larice, legno che allontana tarme e insetti, e che veniva usato per tali tipologie di utilizzo. Manufatto dei primi anni del ‘900, suppongo (mancano immagini degli interni, del sotto e dei particolari della ferramenta), è un mobile d’uso che ad oggi ha, purtroppo, scarsissimo mercato; in più, mi paiono errate le misure inviate – metri 3×2 (?) – che non corrispondono agli oggetti postivi sopra. Valore: 100-150 euro, per arredamento particolare e come curiosità (però vanno sostituite quelle orribili viti a croce).


AVVISO. Signora Piersanti, l’individuo di cui lei mi ha parlato è un noto truffatore di Calcata (VT). Benché malmesso e vecchio, gravita ancora nell’ambiente dei mercatini. Non ha, né ha avuto mai, un negozio nel centro di Roma; collaborava in sodalizio di malaffare con certo Romano, persona più volte indagata dalla giustizia, che aveva attività antiquariale in via Giulia a Roma. Non comperi alcunché, tantomeno opere e/o oggetti sacri antichi di provenienza sicuramente furtiva.


Signora Tania Checchi da Ferrara, il suo quadro “Madonna con Bambino” (cm 113×90) riprende motivi iconografici espressi serialmente, e a meno che non si tratti di un’oleografia (le brutte immagini non aiutano), potrebbe risalire ai primi del Novecento; valore 1.500-1.800 euro. L’orologio da tavola con colonnine in alabastro, stile neoclassico dell’Ottocento, vale sui 600 euro.


Signor Aldo Maria Randazzo, la sua tempera su pietra (cm 50x37x4) ha una stesura popolare che potrebbe collocata in ambito veneziano ottocentesco ma… ma potrebbe essere anche un’imitazione. Andrebbe vista dal vero. Ad ogni modo, per la piacevolezza dell’espresso, la valuto 400 euro nella prima ipotesi, e 200 euro nella seconda. Il tavolo da muro in tranciato di noce (cm 100x110x52) sembrerebbe pezzo Ottocento rimaneggiato nelle zampe. Comunque, nello stato in cui si trova e col basso mercato odierno: 150 euro.


Signora Angela Marino da Foggia, continuo a ripetere e a scrivere che le monete, oltre a valere per la data della loro emissione, valgono – e soprattutto! – per le loro condizioni, come specificate nei cataloghi di settore che indicano: B (bello), MB (molto bello), BB (bellissimo), SPL (splendido), FDC (fior di conio), FS (fondo specchio). Calcoli che tutti i cataloghi (generalmente ad uso dei collezionisti) partono da MB. Detto ciò, gli esemplari di 50 Lire del 1958 (Vulcano) in condizioni FDC valgono sui 1.500 euro (a catalogo), ma già gli stessi in condizioni MB valgono solo 30 euro, figuriamoci le sue 50 Lire circolate e abrase… praticamente 2-3 euro. Le mille Lire d’argento del 1970 “Dante” valgono una ventina di euro se in condizioni FDC, le sue, segnate e usurate, valgono solo il loro peso in argento: 3-4 euro. Analogamente, le sue 20 Lire del 1931 Repubblica di San Marino valgono non 200 euro (FDC) ma 3-4 euro, per l’argento; le famose 5 Lire del 1956, che in condizioni FDC sono valutate 2.000 euro, scendono, visto lo stato del suo esemplare, a 20-30 euro.


Signor Marco Caldana, lei è un collezionista/amatore di gran occhio! Il suo servizio realizzato da una fabbrica epigone di Meissen è delizioso (preso poi in un mercatino a 20 euro!) e certamente di valore. Ineccepibile, la valutazione tecnica del prof. Oscar Ganzina (Presidente dell’Associazione Amici dei Musei e dei Monumenti di Bassano del Grappa), autore di una magistrale pubblicazione: “Il Bisquit di Volpato” (Giovanni Volpato, grande coroplasta imprenditore che seguo da decenni per studiarne il periodo di “Civita Castellana”). Un servizio del ‘700 come il suo, fosse stato marcato Meissen, sarebbe valso sui 1.200 euro; essendo invece prodotto di una fabbrica minore (benché su modelli e forse stampi e/o decoratori della nota casa sassone) e avendo sostituzioni (sia pur pregevoli), vale la metà.


Signora Roberta Fusé, la sua è una cassettiera da viaggio contenente merci per rappresentanza. Con il ribaltamento della maniglia superiore si infilava una barra con occhiello che passava in tutti gli altri manici, il lucchetto nella parte superiore veniva chiuso e ancorato alla maniglia, alla sua cassettiera manca l’ultimo contenitore. Oggetto dell’Ottocento, vale sui 300 euro, per arredamento così com’è.


Signor Nicola Marinaro, il pittore-scultore ceco Alfons Mucha (1860-1939) è stato uno dei più importanti artisti e decoratori del periodo Art Nouveau, ma anche uno dei più “copiati”. Il suo acquerello (cm 54×32) mi lascia perplesso. Naturalmente, dalla sola immagine non sono in grado di appurare se si tratti di una stampa o meno, ma ad ogni modo ciò che mi ha colpito è la firma con la sottostante data “95”, cosa non usuale nella produzione dell’artista. In ogni caso bisognerebbe visionarlo dal vero, e trattandosi di opera che potrebbe essere di alto valore, è importante verificarne provenienza e trascorso.


Signor Raffaele Dajelli, il suo quadro (cm 140×150) è di un artista la cui firma presente sull’opera mi è sconosciuta, non è quindi che si possa attribuirla ad altri affermando, come lei scrive, “sui modi di Ettore/Tito”, a cui l’epigono sconosciuto si è rifatto. L’unica valutazione che posso esprimere è di livello arredativo e di gusto: 800 euro.


Signor Quarto, i suoi quadri di fattura bulgara (cattive le immagini spedite) non presentano soverchie valutazioni monetarie ed epocali (‘900). Il 5 Tornesi, moneta del 1797, vale sui 50 euro.


Miriam da Pordenone (Don Bosco), la sua automobilina Ford, giocattolo a pedali del 1940 (?), potrebbe valere, nello stato attuale, sui 500 euro. I mobili del ‘900 in stile neorinascimentale, sui 400 l’uno.


Signor Giuseppe Di Vella, il suo trumeau in stile olandese (cm 200x170x50) è prodotto degli anni 70-80 del ‘900. Non può valere più di 400-500 euro, per arredamento.


Signor Giovanni Lazzarin da Treviso, la sua statuetta da muro, in legno laccato (cm 70), raffigura un Santo (tolta l’aureola sulla testa). L’epoca, ad occhio, potrebbe essere ottocentesca. Valore sui 400-500 euro.


Signor Massimiliano Marastoni, il suo vaso di porcellana Sèvres (h 100 cm) raffigurante la Battaglia di Austerlitz non è prettamente di epoca napoleonica ma prodotto del ‘900, sui tipi del decoratore H. Despretz. Comunque, si tratta di un pezzo di valore; la Christie’s, nel 2016, ha alienato una coppia simile al suo vaso, firmata H. Despretz, a 12.500 sterline (7-10 mila la stima), naturalmente con epoca consona. Il suo esemplare, ad occhio e dalle cattive immagini, penso possa valere sui 1.500-2.000 euro.


Signora Irene Panada, i servizi da the ereditati sono: il primo, un Meissen da 12 coperti realizzato nel ‘900 nel tipo detto “blu-cipolla”, valore perlomeno 1.200 euro; il secondo, da 6, realizzato dalla manifattura F.A.M.A. di Ascoli Piceno negli anni 50-60 del ‘900, valore intorno ai 200-250 euro; il terzo, un servizio pseudo Capodimonte, sempre da 6 coperti, 60-80 euro. Naturalmente, tutto ciò a vasellame completo e integro.


E come sempre, un saluto a tutti e un abbraccio ai pochi.



Gennaio 2020


Signora Olga Arduini da Grosseto, rispondo qui per scritto alla sua telefonata della settimana passata tramite l’amico Giorgi di Siena. Lei possiede una “cosa” che afferma essere di mano di Lucio Fontana (1899-1968), artista fondatore dello Spazialismo, famoso per le sue tele tagliate che raggiungono quotazioni di centinaia di migliaia di euro. “Si richiede un cambiamento dell’essenza e nelle forme. Si richiede il superamento della pittura, della scultura, della poesia e della musica” asseriva l’artista, e a tal proposito ho assistito anni orsono a New York alla performance di un artista che dipingeva (!) nell’aria e, in tempi diversi, a un musicista che non suonava e a un poeta che scandiva lettere – una al minuto – declamando così, in venti minuti, una sua supposta poesia: tutte persone che, naturalmente, si contestualizzano in loro settori artistici e che altrimenti sarebbero soggette alle cure sanitarie del CIM. “Superare l’essenza e le forme” è come, appunto, suonare non suonando o fissare con nastro adesivo una banana al muro: Comedian di “tale” Maurizio Cattelan, opera venduta per 120 mila dollari! (Art Basel di Miami-California), e la cui vicenda artistica non finisce qui: un altro “artista”, un americano di origini georgiane, certo David Datuna, ha staccato la banana dal muro, e “davanti ai visitatori della mostra esterefatti” (sic) ha sbucciato la banana e l’ha mangiata ripreso da tanto di telecamera, definendo l’intervento una “performance d’artista”. L’arte per tutti! (un quarto di pagina sul Messaggero 9-12-2019). Non conosco l’alienato in questione, ma ho riferimenti precisi su Cattelan: è quello dei manichini di bimbi impiccati ad un dito, del water d’oro “rubato” e altre tristezze del genere. E non faccio i nomi dei cosiddetti artisti sorretti da critici d’arte “bolliti nelle olive” e incapaci di esprimere altro. Io li considero dei buontemponi che prendono per il retro il mondo vendendo banane, merda in scatola (275mila euro – asta Il Ponte, marzo 2018) e altre cose del genere, simboli di un mondo decadente senza più canoni ed in mano a piazzisti senza né scrupoli né senso dell’arte. Ma guardi… è poi questo quello stesso mondo che ha dato il Nobel per la Letteratura non a G. Louis Borges o a Mario Luzi ma piuttosto a Dario Fo (!), un grande attore sì, ma che come scrittore… Vi invito: primo a trovare sue opere scritte, e secondo a cercare di leggerle. Mi chiedo: pure lui ha travalicato la “forma”? Ma non era meglio un Oscar alla Recitazione? E per tutti questi “artisti” concettuali e i loro critici supporter non era meglio un sano lavoro nei campi alla maniera dei Soviet? Chiudo, signora Olga, ripetendo anche a lei che le opere d’arte contemporanea, per la loro esecuzione sommaria (la sua è un’informe massa di gesso su cui è colata sopra una plastica (?) gialla) e l’avvenuta morte l’artista, sono soggette a criteri valutativi particolari: solo un Dio o gli aventi diritto (in questo caso Fondazione Lucio Fontana, corso Montefiore 23 Milano tel. 02.76005885) sono autorizzati a dire di cosa si tratti, e soprattutto, sponte loro, a definire l’opera come autentica.


Il signor Massimo S., esperto di archeologia, incappando sul web nella mia rubrica, viene in aiuto al nostro lettore Tribuzio Egidio che a settembre 2019 chiede lumi circa alcuni oggetti in suo possesso. Riporto per inciso la sua e-mail:
«Si tratta di un gruppo di Fusaiole bi-coniche, che in età preistorica, protostorica e storica, avevano la funzione di volano e venivano montate su un bastoncino e per rotazione erano atte alla filatura di lana o fibre vegetali.
Senza una visione diretta di questi oggetti in ceramica d’impasto fine, resta difficile una datazione precisa (potrei “azzardare” un’età tardo romana). Queste sono molto semplici e di fattura povera, probabilmente provenienti da una necropoli e da corredi di inumazioni femminili.
Le fusaiole si presentano nelle forme più varie e venivano create utilizzando i materiali più vari, ceramica arricchita da linee grafiche, antropomorfe, etc., pietra, quarzo, vetro, faience, metalli vari, osso, conchiglia, avorio, ambra, legno».


Signora Laurence Viti, il busto del quale non mi invia neanche misure (si è sparsa, credo, la voce che io sia un veggente) è un’iconografia francese della primavera, in antimonio patinato bronzo, immagino, mal ridotta nella superficie. Epoca, primi del Novecento.Valore, poche decine di euro.


Signora Dana De Luca, i suoi servizi, molto belli, sono entrambi epigoni della manifattura di Limoges (Francia sud-occidentale), non hanno infatti i marchi precipui. Probabilmente pezzi degli anni 70-80-90 del Novecento, è impossibile collocarli diversamente. Per la piacevolezza arredativa: 250 euro il servizio da sei e 200 euro l’altro.


Signor Rayna, del suo orologio Erso Geneve posso dirle poco. La Ordatix, ditta di Ginevre Export, con questo nome ed altri esportava (soprattutto per il mercato inglese) orologi con buoni meccanismi prodotti da varie manifatture svizzere. Per prodotti del genere il valore è mediamente sui 50 euro.


Signora Silvia Milan, il suo quadro a firma R. Moreu (Renzo Moreu, pittore goriziano, 1934-2005) è mio avviso un falso. Non corrisponde la firma né la pittura che trovo stereotipata e priva di quella “verve” che anche nei dipinti seriali permea l’opera dell’artista.


 

Signora Elisbetta Mazzanti, lei, come gli altri nuovi lettori on-line, non mi conoscono. Ho scritto per venticinque anni sul La Gazzetta dell’Antiquariato versione cartacea e almeno cinque volte l’anno notiziavo i lettori in merito al marchio N coronata di Capodimonte a volte correlata di nomi e pseudo certificati “industriali” di garanzia di maestri coroplastici napoletani (da cui, semmai, hanno tratto i modelli). Invito lei e gli altri lettori a leggere la risposta data a una lettrice nel dicembre 2018, che riporto nuovamente di seguito:

Circa la “N” coronata di Capodimonte (lettori, collezionisti, antichitari, leggetemi!)
Signora Mariapel in e-mail, già ne ho scritto e riscritto negli anni: non esiste più un marchio originale Capodimonte poiché nei secoli se ne è perso il copyright.
Da molto tempo, e ancora ad oggi, qualsiasi manifattura può porre sulle proprie produzioni ceramiche la “N” coronata, o meno, e/o fregiarsi della dicitura “Capodimonte”.
La “Real Fabbrica” borbonica del Parco di Capodimonte, fondata da Re Carlo e sua moglie Regina Maria Amalia di Sassonia nel 1743 e continuata dal figlio Ferdinando, cessa intorno ai primi decenni dell’Ottocento, rilevata da privati che iniziano a marchiare i loro prodotti con i loro nomi e, a volte, con la “N” coronata che era il simbolo della sola produzione ferdinandea sino al 1887, aggiunta alle lettere “FRM”.
Il marchio originale della Primaria Fabbrica borbonica era il “giglio borbonico” in colore azzurro, marchio che è stato ripreso nel 1961 grazie a un decreto del Presidente della Repubblica che, “per la continuità storica della tradizione”, ha autorizzato l’Istituto Professionale Tecnico Chimico Giovanni Caselli di Napoli a depositare un marchio di garanzia a tutela del nome di Capodimonte.
Il 20 marzo 1987 l’Istituto ha depositato e brevettato il “giglio borbonico” con la dicitura Giovanni Caselli-Capodimonte che è l’unico, quindi, a potersi fregiare del nome prestigioso toponimo. Tutto il resto è da considerarsi in “stile Capodimonte” e non ha alcun riferimento o autenticità!
Da una trentina d’anni la produzione “alla N”, coronata o meno ed in genere azzurra-blu, viene dal Centro Ceramico di Bassano; del napoletano è invece, genericamente, la produzione delle figure tipiche, come quelle sue, signora Maria, con tanto di spurio pseudo certificato, con la solite e abusate scritte “N” e “Capodimonte”; le producono in tanti, come la Mollica (manifattura ancora attiva) ma, a volte, è falsificata anche anch’essa. A comprarle dal negozio costano dai 200 ai 500-800 euro per i gruppi imponenti; ai mercati e mercatini dai 40-60 (la sua) ai 250-350 per gli altri.
Attualmente ho visto, con disgusto, delle composizioni in gesso, resina o altri impasti colati a stampo, cinesi, imitanti e simili alle porcellane (così come i personaggi del presepe, l’orrore più profondo della globalizzazione).

I suoi pastorelli (cm 18-20) non hanno alcun valore, li tenga pure per ricordo.


Il signor Piergiorgio Concas invia foto di una scrivania italiana tipica degli anni 20-40 del Novecento, con sedia inerente. Purtroppo ai giorni nostri il mercato disdegna simile mobilia, viceversa appetita sino ad una quindicina di anni fa. Consiglio, quindi, di tenere la scrivania come ricordo di famiglia giacché il suo valore attuale è sui 200-300 euro.


Il signor Gianni Barbero scrive in e-mail (cito testualmente): “Alla vostra valutazione la statuetta: il frate con la gerla dello scultore, padre della ceramica di Castellamonte Angelo Barengo, in quanto il Museo di Castellamonte non si è sentito all’altezza di ospitare in esposizione questa statuetta ‘non avendo una copertura assicurativa adeguata da coprire eventuali danneggiamenti o furto della stessa!’”. Rimasto basito – non avendo mai inteso il nome di questo “Barengo” caposcuola coroplastico – mi sono subito documentato: l’Angelo Barengo (1859-1910), pittore e ceramista, è citato solo nei siti locali di Castellamonte, cittadina in provincia di Torino nota soprattutto per la produzione di stufe in terracotta ma anche di orci ed elementi architettonici vari. Solo nel 500 il luogo visse una stagione felice con una produzione feconda e valida di piatti artistici e ornati coroplastici, ma già un secolo dopo vi fù il declino verso manufatti di uso e seriali. E fin qui… Ma il bello è venuto dopo! quando ho guardato le foto della detta statuina (senza misure) e si sono palesati ai miei occhi una specie di Padre Pio con rosario (sconcertante quanto a bruttezza compositiva, plasticità e colore) ed un’incredibile e oscena (per motivo compositivo) donna nuda e provocante, posta sulla stessa gerla del frate: una cosa scurrile, simile alle pin-up dei camionisti! E questa sarebbe l’opera del sommo Barengo? Quella che il museo non è all’altezza di ospitare? Valutazione finale: sto ancora ridendo! Saluti.


Il signor Carlo Orlando manda in visione due quadri di arte sacra per comparazione: un Sant’Eligio miracolante del 1884 e un San Calogero con cerva ascritto al pittore siciliano Carmelo Mastrosimone (frate cappuccino di Caltanissetta di cui non ho altre notizie ma la cui tela mi induce a definirlo artista vissuto nel XVII-XVIII secolo). Le due opere, a mio avviso di nessuna attinenza tra loro, sono comunque etrambe di stesura e devozione popolare.


La signora Diana Melegari invia foto di un quadro suppostamente di Philippe Peter Roos, detto Rosa da Tivoli (1655-1706). L’artista, valente pittore tedesco che nel 1684 acquistò casa a Tivoli (RM) dove visse, operò e morì, era chiamato nella cerchia dei pittori romani Mercurius (Dio con le ali ai piedi) per la velocità di esecuzione dei suoi dipinti che vendeva subito per vivere, essendo un ubriacone e un dissoluto. Egli morì in miseria cinquantenne, relativamente giovane e, dunque, impossibilitato a produrre le migliaia di tele a lui ascritte e che appaiono ad oggi sul mercato. Temo che il suo dipinto, del quale non fornisce misure, sia una riproduzione. Lo evinco sia dallo svolto pittorico sia dal retro della tela non pertinente al ‘600 (a meno che non sia stata rifoderata).


Signor Vittorio Radicioni, le sue vetrate, fossero novecentesche (attraverso foto è difficile stabilirlo) così come dagli stilemi appare, se intatte e senza rotture, avrebbero un valore di 10.000 euro complessivi, e sarebbero un affare per chiunque volesse comprarle.


Signor Rocca Formiconi, sommariamente le indico che: la vetrina Liberty vale oggigiorno sui 600 euro, gli altri mobili Déco sui 200-250 euro cadauno (oltretutto di difficile vendita), il quadro francese con canale, 1916, firmato, (cm 70×95), 400 euro, il quadro con Madonna e Bambino (cm 82×104), anch’esso dalle brutte immagini, idem. Altro il suo inviato non mi consente.


Signora Marianna Brambilla manda immagini di oggetti comprati nei mercatini. La teiera degli anni 40 del Novecento marchiata Carraresi e Lucchesi, manifattura fondata nel 1938 a Sesto Fiorentino, vale sui 60 euro (ha mancanze di smalto altrimenti varrebbe il doppio); le ceramiche russe e pseudo cinesi non valgono nulla.


Signor Marco Olivari, l’oggetto della sua famiglia trovato in cantina è in bronzo ed è imitazione di uno specchio etrusco corinzio del IV-III secolo a.C. (la parte piatta veniva lucidata a specchio, appunto).


Signora Carla Maria Ottonello da Genova, capisco che a lei, come ad altre lettrici, possa apparire sconveniente inviare le proprie misure, fossero anche quelle della propria cornice lignea laccata bianca: figuriamoci se le chiedessi misure e foto del retro della medesima! …Scherzo! ma basandomi dunque sul poco inviatomi, ad occhio le dico che il suo elemento da incasso a parete è in stile neoclassico, esecuzione di fine Ottocento primi del Novecento. Così com’è – ma servirebbero altre immagini – sui 1.200 euro.


Il lettore-collezionista Davide Amicucci, in merito al quesito del dicembre 2019 della signora Daniela, gentilmente ci segnala che la data di coniazione della 500 Lire “Caravelle” mandata in visione si trova nel bordo della moneta e che non si tratta di un esemplare di valore poiché, se lo fosse, avrebbe le bandiere inverse e la scritta prova.


Dalla residenza Don Bosco di Roma ricevo immagine di un quadro (cm 100×60) firmato “Paolo da S. Lorenzo 1973” (Paolo da San Lorenzo 1935, vivente?), opera dell’ultimo “cubista” europeo significativa ma non certo tra le migliori. In più la vasta produzione dell’artista è ad oggi altamente sottostimata, colpa dello stesso autore e/o dei suoi intermediari che hanno “svenduto” per anni. Valore, sui 500 euro per la misura.


Signor Andrea Bretschneider, la sua madia con alzata, fine ‘800 primi ‘900 (cm 215x110x50), nonostante oramai i mobili di questo periodo abbiano subito nel mercato un tracollo, è un pezzo di gusto, in ciliegio italico con alzata da sacrestia, e mi spencolo a valutarla sui mille euro. Il bastone (cm 90) e il ventaglio (cm 27×49 aperto) intarsiato in oro e argento 800, sono cose anch’esse non più appetibili, parliamo di 40-50 euro il primo e di 60-70 euro il secondo.


Signora Elisabeth, mi piange il cuore dirle che il suo bellissimo ritratto (cm 35×50) con cornice in pieno Liberty, coeva, opera del maestro lombardo Ferdinando Bialetti (1864-1959), un eccellente ritrattista, ha quotazioni ridicole. Esempi: Casa d’Aste Il Ponte (23-11-19), lotto 4640 (ritratto cm 110×75), valutazione 100-120 euro, aggiudicazione 70!! Simile al suo dipinto, Galleria Della Lira asta del 20-1-18, lotto 96 (cm 48×37) stima 300-400 euro, aggiudicazione 300 euro! Nonostante ciò, io valuterei il suo Bialetti sui 500 euro, per la soavità che emana l’opera e per la cornice attinente.


Signora Sylvie Roulot, la sua sedia Napoleone III non può avere un alto valore poiché difficilmente si acquistano sedute singole, quindi, 60-80 euro (e difficilissima vendita). Le due sedie in stile Impero, in mogano o tinte mogano, 200 euro. Auguri anche a lei.


Signora Agnese Buccella, le rispondo in questa rubrica, invece di inviarle una secca e-mail, per “erudire” gli innumerevoli lettori che continuano a presentarmi oggetti denominati “Capodimonte”, senza leggere ciò che da decenni (ed anche questo mese) scrivo. Marchi e dizioni Capodimonte e simili – compresa la sua “vesuviana BERGHER di Torre del Greco” – presenti sotto statuine, vasi e similari, non valgono nulla, neanche accompagnati da quegli “oltraggiosi” (per il gusto e l’intelligenza) certificati per opere coroplastiche brutte, seriali, di nessun valore collezionistico.


Signor Domenico Rubini di Bari, debbo convenire che la sua tela (cm 45×55) “Mater Puritatis” è di ottima fattura, pur avendo una definizione pittorica di gusto popolare. Trovo coerente la datazione espressa nella scritta tipica della manifattura. Valore, sui 1.500 euro.


Signor Massimo, il suo bookcase inglese in mogano acajou e piuma, nonostante la scarsa richiesta di certi mobili antichi, è piacevolmente bello.Valore, 1.000-1.200 euro. Meno attraente l’orologio da tavolo in bronzo (sembra in antimonio dorato) con un meccanismo seriale come la scultura: 250 euro, per arredamento.


Signor Stefano Binchi, purtroppo la morsa del 1920, con tanto di targhetta dell’artigiano costruttore, vale poco o nulla. Potrei dirle 60-120 euro, ma poi deve trovare l’acquirente! Queste cose interessano oramai le raccolte pubbliche (che le vogliono gratis) e quelle di pochi amatori (che le pagano poco), e la stessa cosa vale per gli attrezzi da falegname. Per sapere qualcosa circa le sue moto invece, invii nel dettaglio le foto specificando: nome dei modelli, condizioni, se funzionanti o meno, presenza o meno di libretto tecnico.


Signor “nipote del pittore naif Marino Ceccarelli”, neanche io so di chi possa essere il quadro senza firma che suo nonno asseriva essere opera di valore. Pubblico l’immagine. Si faccia avanti chi ne sa qualcosa.


Il dott. Pierfrancesco Izzo, manda in visione una Madonna dell’Addolorata su tabernacolo in stucco con fregi, oro, cm 140×95. Il soggetto è di mano greve e poco adatto arredativamente, solo devozionale. Nonostante ciò, vale sui 400-500 euro perché il quadro si può eliminare e vendere separatamente a quei pochi estimatori a 100 euro. Le cornici ovali (cm 95×85) fine ‘800, pur mortuarie, private dei defunti valgono sui 400 euro l’una. Del tavolo intarsiato vedo poche, brutte, scarne immagini, e non essendo un indovino mi astengo da valutazioni.


E come sempre, un saluto a tutti e un abbraccio ai pochi.



Dicembre 2019


Il signor Paolo Barsotti da Pisa, che ringrazio e abbraccio, ha individuato l’oggetto misterioso mandatomi in visione dal laboratorio orafo Sacco di Milano (vedi L’Esperto novembre 2019). Si tratta, scrive il lettore (che allega foto del suo oggetto), di un astuccio in argento contenente set da cucito per piccole riparazioni.


Gentile signor Riccardo Del Guardo, certamente lei avrà già letto nel corso degli anni quanto da me espresso in questa stessa rubrica: le opere d’arte, per essere inserite in un contesto valutativo di mercato, devono avere una loro documentazione, un loro percorso storico che le acclari come effettivamente appartenenti ad un determinato autore. Non è che possa essere io, e in base mere foto, a certificare alcunché. Pertanto, basandomi sulla mia esperienza e studio, posso disquisire in merito a ciò che mi appare evidente e conforme o meno a determinati canoni, posso ascrivere quotazioni desunte dal mercato e null’altro. Precisato questo, in merito alle diverse tipologie artistiche di cui mi invia foto, le rispondo: le due nature morte (cm 50×70) con sigla-firma a me sconosciuta, e comunque opere di modesto svolto pittorico, valgono 800-1.200 euro la coppia; il disegno a matita colorata (cm 30×40) a firma Aligi Sassu (1912-2000), sui 600 euro, perché raffigurante un gatto, fosse stato uno dei classici cavallini del pittore, avrebbe avuto stima doppia; non meno di 1.000 euro per il bel disegno (cm 7×10) china-carboncino (?) opera del sommo Vittorio Corcos (1859-1933), un gigante della grande pittura ritrattistica italiana – a mio avviso non ancora pienamente valutato – i cui oli hanno quotazioni che vanno dalle decine di migliaia alle centinaia di migliaia di euro; il quadro (cm 20×30) di Filippo Carcano (1840-1914) che, devo dirle, non mi convince per la stesura, lo svolto e i toni coloristici espressi, ma magari ha solo bisogno di una ripulitura, vale 1.200-1.500 euro se autentico. Per quanto riguarda poi la ballerina in bronzo (h 36 cm) di Paolo Troubetzkoy (1866-1938), artista nato in Italia da principe russo, l’opera è andata in asta da Sant’Agostino del maggio 2018, valutazione di vendita 1.500 euro più i diritti. Ma io starei attento: nel dopoguerra proprio della statuina come la sua (“Danza”, il titolo) sono stati prodotti multipli a centinaia, senza autorizzazioni.


 

Signora Daniela già ne ho scritto: le monete, recenti e non, quando hanno alte quotazioni vuol dire che presentano parametri collezionistici precisi, ovvero sono “fior di conio” o addirittura “fondo specchio”, cioè praticamente mai maneggiate o quasi. Le 100 Lire del 1955 in acmonital (lega con ferro) valgono sui 1.000 euro se “fior di conio”, 150 euro se in splendide condizioni, ma solo 10 euro se sono usurate come la sua. Quanto alle 500 lire d’argento “Caravelle” senza data di coniazione, non so dirle nulla, né ho trovato notizie; probabilmente si tratta di una moneta di prova o di un falso: nel primo caso è da valutare (tali monete valgono sulle centinaia di euro ma la sua è molto usurata), nel secondo, come falso, vale sui 100 euro.


Signor Marco Caldana, giuste le valutazioni del suo restauratore: il quadro (cm 70×95) mandato alla mia attenzione è un piacevole dipinto settecentesco di area veneta, un’“Adorazione dei Magi” manierista di non eccelso svolto pittorico ma molto suadente nei vari oggetti simbolistici. Valore sui 2.500-3.000 euro.


Signor Christian, la sua consolle specchiera è da ascriversi tra la mobilia eclettica italiana che si rifà agli stili antichi ma realizzata negli anni 60 del Novecento. Catalogabile come mobile d’arredo e non di antiquariato, se è stata creata in legno stuccato e dorato vale sui 1.000-1.200 euro, se in pasta di legno, sui 400 euro.


Signor Federico Bonometti dalla provincia di La Spezia, il suo scrittoio bombato (cm 77 h x75) è in stile eclettico di produzione seriale. Sembrerebbe degli anni 40-50 del Novecento. Valore sui 350 euro, per arredamento.


Signor Daniele Gibino, il suo olio di circa un metro di altezza, un ritratto di gentiluomo con armatura, pur di discreta mano, non piacevole per il taglio (forse opera ridotta). Sembrerebbe del ‘700 ma non ho elementi per giudicare oltre all’unica immagine inviata. Valore, sui 1.000 euro, per arredamento.


Signora Diana Melegari, le sue serigrafie di disegni mancanti di documenti di provenienza e percorso storico, sia pur di Marino Marini, non valgono nulla. Comunque, fossero autentiche, sui 200-250 euro l’una.


Signor Donato Bandecchi, il suo dipinto (cm 28×23) è opera di artista non conosciuto e di mestieranza seriale. Pezzo degli anni 50 del Novecento, vale dai 50 ai 70 euro con cornice.


Signor Alessandro Ladisa, il suo mobile secretaire (cm 156×52), ben descritto, è pezzo impiallicciato in mogano del 1930-40. Vale, purtroppo, ai nostri giorni, poco: sui 400-500 euro.


La signora Francesca Vaccari chiede notizie in merito ad un oggetto a lei, ma anche a me, sconosciuto. Speriamo che, come è successo per il piccolo set da cucito individuato come tale dal lettore Barsotti, ci sia qualche altro appassionato che possa illuminarci.


Signor A. Mazzoni, la sua opera (cm 11×18) in legno intarsiato in osso con simboli e decorazioni incornicianti una “Madonna Addolorata” su rame, penso che, inizialmente, fosse inserita in altro contesto religioso o forse fosse una “pace”: un oggetto atto alla venerazione che veniva fatto baciare ai fedeli; sul retro aveva una specie di maniglia per permetterne la presentazione al gesto. L’opera, purtroppo mutila, che riporta nel suo apice lo stemma delle braccia incrociate dell’ordine dei Francescani, è molto bella e penso risalga al XVI secolo. Difficile determinarne la stima, ma nello stato in cui si trova penso possa valere sui 200 euro.


Signor Massimo Ferrario, il suo trumeau in stile Luigi XIV (cm 244x107x56 ) è un gran bel mobile che, come le hanno detto, è stato probabilmente costruito in area veneta tra l’Ottocento e i primi del Novecento; me lo confermano le serrature, gli interni e il suo “sapore”. Nonostante la crisi attuale è un pezzo da almeno 5.000 euro.


Signor Siro Garrone, le sue miniature su rame (cm 10×12) sono brutte! sia la “Madonna Addolorata” sia la “Regina”. Quindi, e al di là di una qualsiasi epoca presunta, 150 euro per entrambe.


Signora Francesca Massimi, il suo tavolo chippendal (m 1,21 x cm 68×69 h), in rovere tinto mogano con cuoio impresso e cassetti, risale i primi del ‘900 e potrebbe valere sui 600 euro.


Signora Sonia Musumeci, il suo vaso (h cm 40) è pezzo degli anni 30 del Novecento, ascrivibile all’azienda ceramica BMC di Sesto Fiorentino, come risulta anche dalle sue ricerche. Valore, sui 250 euro.


Signora Lucia, il suo quadro del “famoso” Cavallero non vale nulla. Il piatto in metallo, di qualsiasi epoca sia, idem o poche decine di euro. La consolle non è del ‘600 ma degli anni 50-70 del ‘900 e vale 350-400 euro per arredamento.


E come sempre, un saluto a tutti e un abbraccio ai pochi.



Novembre 2019


Il signor Maurizio Asmonti manda in visione delle ceramiche di Anselmo Bucci (Faenza 1887-1959) pittore, incisore e grande tecnico della ceramica. Nel 1923 l’artista iniziò il sodalizio con diversi pittori tra cui Ennio Golfieri che firmò il disegno dei vasi (36 cm) e della ciotola (11 cm h) inviatimi. Le produzioni del Bucci hanno grande valore sul mercato antiquariale (quello delle aste, come tutta la coroplastica) per ciò che concerne i vasi a rilievi; i suoi, che sono lisci (uno dei quali viziato da una rottura che lo svalorizza del 30-40%), valgono sui 400-500 euro cadauno; la coppetta sui 150 euro.


Signora Mina Ciaffa, innanzitutto, e propedeuticamente, la invito a leggere (rubrica del dicembre 2018), quanto più volte da decenni vado spiegando in merito alla “N” coronata del cosiddetto “Capodimonte”. Le sue statuine appartengono alla vastissima non controllata produzione delle innumerevoli fabbriche campane, pezzi in bisquit con caratteristiche e “autentificazioni” industriali. Valgono poche decine di euro cadauna.


Signora Maddalena Martini, ringraziandola per i complimenti, devo dirle che sì, certo, la sua brocca (cm 15×25 h) è soffiata a bocca, ma nell’esecuzione finale è da considerarsi come “difettata” o lavoro di un principiante. Il vetro poi, è bianco, quindi la sua brocca vale poche decine di euro.


Rosa Di Domenico: ma no signora! il suo quadro di San Francesco (cm 26×33) non è di Giovanni Carnovali detto Il Piccio (1804-1873), grande ritrattista e verista. L’opera in suo possesso si presenta più moderna e di non grande svolto pittorico. Valore sui 300-400 euro.


Signora Daniela, il suo secretaire-mobile bar (cm 102x89x45) è un pezzo eclettico degli anni ’40 del ‘900 ad intarsi giapponesi, laccato. Tale tipologia, ad oggi deprezzata dal mercato, incontra, però, suoi estimatori in quanto arredo di piccole dimensioni. Valore, sui 400-500 euro.


Signor Remo Tironi, le immagini inviate non sono esaurienti. La sua maiolica (cm 20x38x5 spessore) raffigurante Madonna del… (non si vede cosa ha tra le mani) mi sa di imitazione di ceramica antica. Non sono in grado di esprimermi oltre.


Signora Cinzia Ditta, i suoi quadri di Tinosa, pseudonimo del pittore surrealista siciliano Salvatore Contino (1922-2008), purtroppo hanno richieste di acquisto a valori di vendita accettabili nella sola Palermo. Dopo gli anni d’oro (’70-’80) il mercato nazionale ha relegato le opere dell’artista (come quelle di tanti altri) nell’oblio. Quindi, sto parlando di 300-400 euro a pezzo, nelle migliori ipotesi e acquirenti. E ripeto, si tratta di valori raggiungibili solo in ambito palermitano o originario di essa.


Signor Davide Vergoni, il suo paravento in lamiera (ferro) decorata con stilemi Liberty è una produzione italiana dei primi decenni del ‘900. Purtroppo, così come analoghe testate di letto, è oramai non più accettata dal mercato. Nonostante ciò però, e come oggetto arredativo desueto, il valore è sui 250 euro.


Signora Giusy Messina, peccato che a causa delle dimensioni (cm 190×120) non possa tenere presso di sé la specchiera ereditata, perché credo sia francese, periodo Napoleone III (fine Ottocento), in legno e pastiglia laccata e dorata. Vedo però dalle foto alcune mancanze, per cui il suo valore non può superare i 500 euro, nonostante il bell’impatto arredativo. Non la dia a meno, e mi faccia sapere.


Signor Maurizio Castelli, la sua “Caccia alla volpe”, olio di cm 170×90, è una produzione standard italiana degli anni ’60 del Novecento, ad imitazione delle “cacce” sette-ottocentesche inglesi. La firma “Toma” di fantasia. Con la cornice di scena è opera arredativa da 400 euro.


Signor Francesco Abbasciano, la sua stufa in ghisa (cm 100x30x30), ad occhio (non ho sufficienti immagini), è prodotto degli anni ’40-’50 del Novecento, ma ne realizzano ancora. Valore, sui 400-500 euro.


Signora Fiorenza Abruzzi, il suo letto in nichel (metallo bianco argenteo) acquistato alla Fiera Campionaria di Bari negli anni ’20-’30 e’ un vero gioiello di tecnica e design: unisce le linee “moderne” al classicismo dei pannelli; in più, lo troverei adatto a qualunque ambiente. Per la sua particolarità ed esecuzione mi sbilancio a valutarlo – e nonostante la crisi del mercato – sui 1.000 euro.


Signor Silvano, non ci siamo! La sua teiera è orientale, in nichel e ottone, con marchi spuri inglesi; idem il sigillo con pietre, che è prodotto seriale venduto a Bangkok ai turisti “facili”.


Signor Vincenzo Caruso, la vetrina appartenuta a sua nonna è un mobile degli anni ’20-’40 del ‘900, in stile neorinascimentale. Pertanto, non è scolpita e intarsiata a mano ma piuttosto eseguita (da una dalle prime fabbriche di mobili italiane) in legni di conifere, utilizzando il pantografo. Della vetrina non manda neanche le misure, ma la tipologia è talmente reperibile e dozzinale da non pormi alcuna difficoltà all’esamina. Valore sui 400-600 euro.


Avv. Barletta, la sua macchina da cucire Adler modello W-Wiedenkeller, funzionante, risale ai primi del ‘900. Il valore di mercato si aggira intorno ai 350-400 euro.


Signora Lella Boni, la sua è una bambola (cm 50) in cartapesta e gesso dei primi del ‘900. In cattive condizioni e “nuda”, si presenta per di più molto sommaria nelle finiture. Valore, sui 40 euro.


Signora Mirella Mossi, lei mi trova simpaticissimo e la ringrazio, anche se non è precipuamente la “fama” che mi sono guadagnato negli anni bastonando a destra e a manca privati, rigattieri e cosiddetti antiquari. L’Italia, paese culla del mondo delle arti, produce, insieme a raffinati connoisseur, molti primari ciarlatani con tanto di lunghe orecchie pelose e coda: persone che non hanno mai studiato, ora esaltate dalle facili informazioni reperibili in rete. Uniche loro reali difficoltà: pigiare i tasti con gli zoccoli e capire il significato di ciò che leggono. Ma veniamo ai suoi quesiti. La Radio Marelli 831 A del 1931 può valere dai 200 ai 500 euro secondo il grado di funzionamento dei componenti e la loro rarità di ricambi sul mercato. La Madonna Incoronata (cm 38×53) con stelline in singolare cornice, opera popolare devozionale dell’Ottocento, può valere sui 300 euro.


Dott. Giovanni Crotti da Crema, per il Credito Emiliano S.p.A, molto interessante il monetiere (cm 41x36x50) intarsiato, che avrebbe bisogno però di una stima “de visu” e/o di altre foto (cassetti, interni, chiave, ferramenta). L’oggetto presenta stilemi del ‘500 ma potrebbe essere stato realizzato nell’800. In questo caso il suo valore passerebbe dai 10.000 euro (base) ai 2.000. Riscriva inviando altre foto.


Signor Enrico Di Giovanni, ho visionato con attenzione la sua pala (cm 230×200) dell’“Ultima cena”, copia certamente del Federico Barocci (1528/35-1612) detto Il Fiori. Mi lascia però veramente perplesso la sua affermazione: il prof. Andrea Emiliani, eminente studioso del Barocci e della pittura emiliana da poco scomparso, le avrebbe detto di non escludere che l’opera possa essere di Lazzaro Giosafatti (1643-1731), uno scultore puro (figlio di un maestro scalpellino) e proveniente nei secoli da una famiglia di architetti e scultori, e del quale non si conoscono non dico quadri ma neanche bozzetti e disegni in senso pittorico. Stando alle sole immagini inviate, io posso dirle che si tratta di una copia anonima e non attribuibile, ben eseguita nel ‘700 inoltrato, e che la tela ha bisogno di una pulitura e/o restauro. Nelle attuali condizioni e arredativamente, vale non meno di 12.000 euro.


Signor Gianluca Valentini, la sua credenza in bronzi e pitture (senza misure) è pezzo degli anni ’70 del ‘900, valore 1.000 euro, per arredamento. Il cassettone secretaire (pur esso senza misure) presenta stilemi degli anni ’40 ma sembra troppo nuovo; insospettiscono, quelle linee ad intarsio, una tipologia di prodotto preconfezionato che veniva venduto a strisce ai falegnami e agli ebanisti negli anni ’80. Valore, 400 euro.


La signora Laura S. manda immagini di un tavolo francese (cm 122×102). Dieci anni fa costava 1.200 euro, oggi si e no 400.


Signora Valeria Calabrese, la sua vetrinetta-bar (cm 157x92x155 h) in radica di pioppo dovrebbe essere degli anni ’40, fine periodo Déco. Purtroppo, ad oggi non ha alcun valore sul mercato antiquariale se non i 200-300 euro come arredo per una seconda casa e/o per gli amanti del genere (pochi). Tenga presente che oramai si vendono alla stessa cifra anche i mobili di fine Ottocento.


Signor Raffaele Dajelli, il suo dipinto ad olio (cm 54×41) di impronta “fiamminga” ha una bella stesura, lontana certamente da Francesco Foschi (1710-1780) ma di gusto e pregio, per cui si potrebbe attribuire alla sua scuola (Scuola di…). Ad occhio, il valore potrebbe situarsi tra i 1.200 e i 1.400 euro, ma va detto che per essere giudicati i dipinti vanno esaminati dal vivo al fine di acquisire elementi utili in merito alla tela, ai pigmenti e quant’altro.


Per il Laboratorio orafo Sacco di Milano pubblico un “attrezzo” in argento, che loro non sanno cosa sia, ma neanche io! Sperando che qualcuno dei nostri valenti lettori, collezionisti, connoisseur, sia in grado di darcene lumi. Non mancherò di pubblicare poi quanto emerso.


Signora Elena Colli è, purtroppo, senza alcun marchio la sua Tell City Chair, sedia a dondolo che mi pare realizzata in legno di conifera recentemente (la fabbrica ha chiuso dopo 146 anni, nel 2011). Non vale che un centinaio di euro, per uso.


Signor Marco Boscolo da Milano, il suo tavolo (cm 164x94x80) con sedie appartiene al genere di mobilia stile neorinascimento prodotta in fabbrica dalla fine dell’Ottocento agli anni ’40 del ‘900, ma che prosegue ancora nei decenni successivi. Il suo tavolo in pioppo tinto noce con sedie, penso sia del Novecento inoltrato e comunque sia e a quale periodo appartenga (che servirebbe un semplice sguardo dal vivo), vale poco: sui 250 euro.


E come sempre, un saluto a tutti e un abbraccio ai pochi.



Ottobre 2019


Gentile signor Francesco Bertolazzi da Mirandola, in provincia di Modena – bella città che mi ricorda un’altrettanto bella ragazza di Crocicchio Zeni conosciuta anni ed anni fa -, la sua credenza intarsiata (cm 100×130), tipologia francese Napoleone III, vale, arredativamente, sui 600 euro. Il comò (cappuccina) dei primi del ‘900 con piano in marmo di Carrara – ormai genere invendibile – vale sui 400 euro per le buone condizioni; la vetrinetta (cm 80-140), sui 200 euro. Purtroppo il mobile d’antichità è morto.


Signora Nicoletta Camporese, la Porzellanfabriken C. Seltmann, fondata nel Weiden in Baviera (Germania), è ancora attiva ed ha incorporato negli anni altre decine di manifatture ceramiche. Tra produzioni e riproduzioni è difficile assegnare le epoche. Il suo servizio credo sia degli anni ’60-’70 del Novecento. Non completo, con solo 6 tazze, vale sui 60 euro. La Churchill China, manifattura relativa al suo servizio con 8 tazze e zuccheriera (mancano teiera e altre 4 tazze a formare il servizio da 12), fu fondata nel 1795 nello Staffordshire (regione inglese). Ancora attiva, ha inglobato nel corso della sua storia produttiva decine di altri marchi; famosa, la sua produzione decorata col motivo del salice (willow-pattern) ripreso dalla ceramica cinese, e copiato poi in tutta Europa (soprattutto in Italia). Prodotto degli anni ’90 del Novecento, il suo incompleto servizio vale sui 50 euro.


Signor Amerigo Mizzon, la sua vetrinetta (cm 120x200x40) è in stile neorinascimento, una tipologia di mobili prodotta dalla fine dell’Ottocento agli anni ’70 del Novecento; ad occhio, la sua, con vetri cambiati alla campagnola, dovrebbe essere degli anni ’20-’40. Valore: 400-500 euro per la funzionalità. Pezzo appetibile per i pochi amanti del genere.


Signora Giovane Lina, moneta classica la sua: 500 lire con caravelle. Pezzo comune, vale solo il suo peso in argento poiché è vecchia e usurata. Non sto qui a spiegare che le monete, oltre che per la loro rarità o meno, vengono valutate anche in base al loro stato di conservazione.


Signor Gianni Conte, i suoi vetri muranensi degli anni ’60-’80 del Novecento valgono ben poco. Credo che le siano costati abbastanza all’epoca dell’acquisto, ma ad oggi il loro valore è tra i 30 ed i 50 euro cadauno.


Signor Paolo Vetryff, i mobili di cui non si perita di inviare nemmeno le misure (come fossero patate), e che per questo motivo avrei volentieri evitato di esaminare, sono però fine Settecento primi Ottocento (così a foto) e pertanto degni di considerazione. Stiamo parlando di un cassone (rimaneggiato) e di una credenza che potrebbero spuntare – nonostante il mercato dei mobili sia a livello zero – un buon prezzo (specialmente la credenza). Senza immagini distinte dei particolari interni, però, non posso fornirle neppure una sommaria valutazione.


Signora Lucia, le debbo purtroppo comunicare che il letto con comodini e la “cassettiera” con cimasa, realizzati dal suo bravo nonno nel 1920 in ciliegio (mi pare) e altri legni, ai giorni nostri non possono che essere valutati tutti insieme a 700 euro al massimo.


Signor Mauro Bonfanti, pur dalle sue brutte foto del quadro – per di più mancanti di misure – evinco che sia dipinto degli anni ’50 del Novecento con cornice coeva in pastiglia, e che non sia da annoverare tra le opere di valore. Pezzo seriale dell’epoca e meramente arredativo, può valere al massimo dai 70 ai 100 euro.


Gradita signora Maria Stella Clemente, bellissima la sua Madonna sarda con Bambino (h 35 cm), manifatura Lenci Essevi del 1943, sui tipi di Sandro Vacchetti. Valore: sui 600 euro.


Il signor Giancarlo Chinellato manda in visione una statuina (h 50 cm) in terracotta dipinta, raffigurante re Vittorio Emanuele II. Benché presenti un suo certo plasticismo, ad occhio, credo si tratti di oggetto di non grande valore antiquariale e in cattivo stato pittorico. Valore: sui 250 euro, per arredamento.


Signor Marco Bonetti, dalle immagini inviate non distinguo bene se la sua Madonna con Bambino (una derivazione da Carlo Dolci), cm 120×80, sia, come lei scrive, un olio oppure un’oleografia o una tempera. Comunque si tratta di uno stendardo niente affatto appetibile dal mercato. Epoca fine Ottocento primi Novecento, valore al massimo 200 euro.


Signora Paola Bellucci i marchi non ci sono, ma le misure? E che diamine… almeno quelle! Pensate sia un veggente? Comunque, e considerando una misura di 25 cm, il suo piatto ornamentale neoclassico “Amorino (cupido) sul carro con fanciulle desiderose di amori”, pezzo di fine Ottocento primi Novecento, può valere dagli 80 ai 100 euro, se in ottimo stato.


Signora Marusca, il suo otre in terracotta a festoni (altezza cm 75 diametro 90 cm) è produzione degli anni ’50 del ‘900. Artigianato toscano, valore sui 120 euro.


La signora Denise manda in visione una fisarmonica Ariston di Castelfidardo, a 80 bassi, anni ’50. Se in condizioni buone e funzionante, potrebbe valere sui 350 euro.


Signor Marco Maggioni, le ribadisco – visto anche il retro della tela – che il suo dipinto a firma De Pisis, insigne maestro dell’arte pittorica (1896-1956), è un falso. Le dirò… il quadro è di ottima mano e coloritura ma manca la sublime decadenza e marcescenza tipica del maestro; inoltre, la firma non è attinente.


Egregio signor Giancarlo Della Putta, io non sono “un altolocato” (sic) esperto, né tanto meno lo sono in merito alla pittura fiamminga. Si accontenti quindi del parere di uno che “da cent’anni” visiona cose e che ha studiato un bel po’. Il suo quadro non ha nulla a che vedere con la pittura di Hendrick Sorgh (1609-1670), verista che ha prodotto capolavori di qualità eccezionale. La sua tavola (cm 21×27) è un lavoro di maniera e di non eccelsa fattura, valutabile, quale ne sia il periodo e l’autore, sui 300-400 euro.


Signor Costantino Vincenzo, nel ringraziarla per gli elogi le esprimo il mio piacere nel leggere gli scritti di lettori i cui oggetti d’arte infondono loro riflessioni e spirito. La sua olandesina in ceramica (cm 18×16) della famosa manifattura Essevi-Lenci di Torino (nella base: 186° giorno di guerra – 24-10-40 va), comunque ad occhio velato (peccato per le brutte immagini), vale sui 400 euro.


Dott.ssa Valeria De Prosperis, il suo ottimo pianoforte, Huni Zurich, ‘800 primi ‘900, è arredativamente piacevole ma poco amato dal mercato e meno ancora dai musicisti (che preferiscono strumenti nuovi e facilmente accordabili). Valore sui 500 euro.


Signora Giusy Messina, le sue lucerne in terracotta non rivestono alcun valore antiquariale se non quello di poche decine di euro cadauna.


Signora Noemi Quasucci, per il suo piatto smaltato firmato “Del Campo”, la rimando alla lettura dell’articolo di Raffaella Tione nella Gazzetta dell’Antiquariato del 2016, titolato: “Del Campo un marchio artistico italiano…”, in cui vengono riportate anche alcune quotazioni che io le indico sommariamente intorno ai 250 euro. Quanto alla campana in vetro (h cm 90×30) con Sacra Famiglia in cartapesta e tessuti, è un oggetto devozionale del ‘900 di scarso valore: sui 150 euro (per la campana).


Signor Antonio Spano da Novara, il suo gufo in bronzo dalla bella patina nera, firmato Bouraine (Marcel André Bouraine 1886-1948), è un bel pezzo del Novecento in Art Déco. La casa d’aste “Bolli e Romiti” di Roma (asta 14, lotto 173 aprile 2018) ne proponeva uno identico, ma con patina molto inferiore, a una stima di 400-600 euro. Il suo gufo, a mio avviso, potrebbe valere sugli 800-1.000 euro in virtù dell’ottimo stato.


E come sempre, un saluto a tutti e un abbraccio ai pochi.



Settembre 2019


Signora Monica Andreucci, sommario quesito, sommaria risposta: lei pensa davvero che io possa valutare un “servito” giapponese (come da lei supposto) composto di ‘12 piatti, zuppiere, tazze da tè, caffè, vassoi, ecc…’ (come lei sommariamente elenca), senza avere altre specifiche? Mi riscriva, se vuole e può, riportando i dettagli.


Signor Alberto, a prescindere dalla bassa qualità del disegno e di altri elementi connessi quali la totale riempitura del foglio (stessa misura foglio e disegno), il suo sembrerebbe, ad occhio, un rifacimento su carta antica. Grazie per i complimenti alla rivista.


Signora Arianna Rizzo, vada a leggere nel sito della Gazzetta del 28 luglio 2016 il bello e suggestivo articolo di Marina Pescatori sulle ceramiche Pucci di Umbertide. Il suo vaso con ragno (1952) è uno dei prestigiosi prodotti dell’ingegnere Domenico Pucci, fondatore, nel 1947, della società Ceramica Pucci che rilevò, sempre ad Umbertide (PG), la famosa “Rometti” nel 1943. Tale manufatto è valutato sul mercato sino a 500 euro ma il suo, viziato dalla mancanza di una zampa del ragno, potrebbe scendere anche ai 70-100 euro. I collezionisti, che sono gli unici ormai a tenere in vita il mercato, non amano affatto ceramiche mutili o con difetti e piccole mancanze. La cornice in legno lavorato (h 3m), Liberty, è oggetto per pochi amanti, da valutare sui 1.000-1.200 euro ma sul mercato sono state vendute anche alla metà. L’asinello in ceramica (di cui lei, come del vaso, non manda misure) è souvenir degli anni 50-70 del Novecento, pezzo da qualche decina di euro. Provi ad inserzionare in un sito gratuito di vendite in rete.


Signor Enzo Costanzo da Catania, città bellissima e a me cara, occupiamoci della mail riguardante gli arredi della sua eredità. Sono mobili dei primi del 900 che appartengono purtroppo a quel genere che il mercato non tratta più. Li tenga, se può, altrimenti non le daranno più di 1.000-1.500 euro in totale.


Un lettore sconosciuto (e lo credo!) scrive in e-mail (cito testualmente): “Alla vostra valutazione la statuetta: il frate con la gerla dello scultore, padre della ceramica di Castellamonte Angelo Barengo, in quanto il Museo di Castellamonte non si è sentito all’altezza di ospitare in esposizione questa statuetta ‘non avendo una copertura assicurativa adeguata da coprire eventuali danneggiamenti o furto della stessa!’”. Rimasto basito – non avendo mai inteso il nome di questo “Barengo” caposcuola coroplastico – mi sono subito documentato: l’Angelo Barengo (1859-1910), pittore e ceramista, è citato solo nei siti locali di Castellamonte, cittadina in provincia di Torino nota soprattutto per la produzione di stufe in terracotta ma anche di orci ed elementi architettonici vari. Solo nell’ 800 il coroplasta visse una stagione felice grazie alla sua produzione di piatti e ornati, ma già nel secolo successivo “il suo astro” era tramontato. E fin qui… Ma il bello è venuto dopo! quando ho guardato le foto della detta statuina (senza misure) e si sono palesati ai miei occhi una specie di Padre Pio con rosario (sconcertante quanto a bruttezza compositiva, plasticità e colore) ed un’incredibile e oscena (per motivo compositivo) donna nuda e provocante, posta sulla stessa gerla del frate: una cosa scurrile, simile alle pin-up dei camionisti! E questa sarebbe l’opera del sommo Barengo? Quella che il museo non è all’altezza di ospitare? Valutazione finale: sto ancora ridendo! Saluti.


Signor Salvatore Mazzaro, i suoi personaggi da presepe alti 34 cm rappresentano la Madonna e San Giuseppe; il maggiore, alto 45 cm, raffigura Sant’Anna (o altra santa locale) ed è più grande poiché posto a distanza maggiore nella scena presepiale. Testa, mani e piedi sono in terracotta, il resto in filo di ferro e bambagia rivestiti. Il secolo, ad occhio, è il 900, il valore – molto ribassato in questi tempi – è 150-200 cadauno.


Signor Roberto Bacco, il suo olio (?) che a me sembra tempera o acrilico (cm 70×100) a firma “Profità 73” non ha trovato lumi neanche nei miei prontuari, ma è molto bello e di eccelsa mano. Il valore, nei quadri non firmati o di artisti non conosciuti, è assegnato a seconda della loro piacevolezza e leziosità arredativa. Il suo è, a vista, un quadro ispirato a ideali, a lotte sociali e molto suggestivo per questo, ma è non amato, in genere, dal mercato. Valore sui 300-400 euro.


Signor Halip Dumitru, neanche io sono riuscito ad individuare l’autore del suo dipinto ad olio (cm 60×40). Dovrebbe essere – se tela e telaio sono adeguati – dei primi del 900. Di non eccelsa mano, ha un valore di 300-400 euro.


Signor Tribuzio Egido, innanzitutto le auguro di restare “quaggiù” il più tempo possibile: di gente all’antica come lei è il mondo intero ad averne bisogno, non solo i figli e i nipoti. I suoi oggetti di “coccio” non hanno alcuna valenza archeologica e nessun bisogno di essere comunicati all’autorita. Lei li ha ereditati da suo padre e così li trasmette. Ignoro anch’io cosa siano: puntali di anfore (basi) o pesi da telaio. Comunque, come detto, un abbraccio.


Signor Giancarlo Della Putta, il suo vaso giapponese Kutani o non Tukani, di cui non indica dimensioni, avrebbe bisogno di essere visto dal vivo da uno specialista del settore. È sicuramente di vecchia manifattura.


Signor Maggioni, mi mandi foto del retro di timbri e sigle, anche se a semplice vista e a firma direi che trattasi di falso fatto da buon artista meridionale.


Signora Miriam, la sua camera da letto anni 40 del Novecento non ha purtroppo alcun valore antiquariale, solo quello di 200-300 euro totali come mobilio d’uso per seconde case e similari.


Signora Silvia Bruschi, finalmente, con la nuova e-mail dettagliata, ci siamo! Il suo serivizio da tavola di 64 pezzi è stato prodotto nella regione tedesca del bacino della Saar (Saar-Basin). Occupata dal 1920 al 1935 da Francia e Inghilterra su mandato dell’O.N.U, col nazismo ritornò alla Germania. Nel periodo di occupazione vi fu trasferita, tra l’altro, una succursale della ditta francese di Roven: la Villeroy Boch, che produsse in tale periodo manufatti come il suo servizio denominato, dal motivo imperante delle decalcomanie impresse: “Bird of Paradise”. Il servizio, raro nella sua completezza, se intatto – ovvero non sbeccato e/o usurato nei colori – credo possa valere, nonostante ormai il mercato non sia più incline a tali tipologie, sui 1.300-1.500 euro.


Signor Lorenzo, i suoi mobili anni 60-70 del Novecento, impiallicciati e pantografati, non hanno purtroppo valore antiquario sul mercato. Presentano, però, una linea sobria che potrebbe tradursi in un valore, solo arredativo, di 500-600 euro complessivamente.


Signor Michele Moroni, il suo cassettone (cm 125x60x98 h) è un mobile ottocentesco in condizioni di cattivo stato. Il mercato odierno non prende in considerazione tali tipologie che a 200-300 euro.


Signora Paola Farina, la sua macchina da cucire Singer vale sui 300 euro; la cassapanca neo rinascimentale, anni 30-50 del Novecento, sui 400 euro (perché arredativa ed in discreto stato); la scrivania anni 60-80 del Novecento (che mi pare tinta mogano), 300-350 euro, sempre per arredamento.


Signora Maria Teresa, lei che mi scrive del suo oggetto: “anfora di Capodimonte autentica col timbro della corona” (cm 47×37), vada a leggere tra le mie expertise di questa stessa rubrica quella del dicembre 2018 in cui parlo (e metto in guardia) circa gli oggetti marcati Capodimonte. In più, il suo vaso a fiori con coperchio – al di là dell’essere falso – è veramente brutto (si dovrebbero arrestare il suo produttore e chi l’ha commercializzato). Lo pubblichiamo declinando ogni responsabilità sull’offesa all’ars visiva. Scusi la franchezza.


Signor Stefano, le sue cartoline fotografiche dei primi anni del 900 venivano ritoccate in sede di stampa in laboratorio con bromuri e pennello. Hanno una loro leziosità e a volte anche i connotati dell’opera d’arte. Sono purtroppo mal accolte dal mercato che le giudica foto artefatte e prive di realismo. Valgono pochi euro cadauna, a meno che non siano firmate da autori noti.


Signora Antonella Bernocchi, il suo vaso degli anni 70-80 è sui tipi di Sesto Fiorentino. Non ha valore che di poche decine di euro.


Signor Bonfanti, non dispongo al momento di alcun elemento che risalga all’autore dei suoi vasi di vetro e dalle foto mi è difficile dar loro una data, benché la tipologia mi porti ad assegnarli agli anni 40-50 del 900. Ma tali pezzi hanno valori molto discordi nel mercato e, senza individuazione dell’autore, vanno dai 120 ai 300 euro cadauno.


Signora Elisabetta il suo è un boccale da birra prodotto in Austria per souvenir piuttosto che per uso. Prodotto seriale che potrebbe andare dall’oggi ad un venti-trent’anni fà. Valore sui 30-50 euro.


Signora Antonella Cirrito, la sua consolle laccata è produzione degli anni 70, non ha valore antiquariale ma arredativo – per gli amanti del genere. Può valere sui 300-400 euro.
La sua stanza degli anni 50-60 non è richiesta sul mercato antiquariale. Ha solo valenza – poca – arredativa e può valere sui 300-400 euro.


E come sempre, un saluto a tutti e un abbraccio ai pochi.



Agosto 2019


Il signor Klevis Gockaj ha ereditato un vaso blu e bianco cinese (cm 15,5×14,5) viziato da due fori per applicazioni. Il periodo potrebbe essere, come lui scrive, “di transizione” ovvero il passaggio tra la dinastia Ming e quella Qing (1610-1638). Ma io, in mancanza di marchi e segnature, visto solo da foto e constatato uno svolto decorativo non eccelso lo assegnerei all’800-‘900 della dinastia Qing (1644-1912). Valore, sui 250 euro; fosse probante la prima ipotesi, sui 400 euro.


Signora Paola Arena, il suo egregio vasetto (cm 15×15) è delizioso e azzarderei produzione di Gunther Studemann (1890-1981), pittore tedesco impressionista e ceramista attivo negli anni 1922-25 a Vietri sul Mare (Sa), ma nel 1928 a Velte nei pressi Berlino, e a tale periodo ascriverei il suo reperto. Ma naturalmente questo solo ad occhio e a sigle viste. Valore ipotetico: 200 euro.


Signora Maria De Novellis, gli strumenti musicali valgono secondo la loro funzionalità, oltre ad epoca e marca. Comunque, la sua fisarmonica Castelfidardo, 24 bassi, anni 1940-1960, se funzionante, può valere sui 400 euro.


Signora Maria Pia Formisano, i suoi calici ecclesiali hanno un percorso storico e un valore intrinseco ad esso. Sottoporli ad una stima mercatale di mero denaro significherebbe doverle chiedere il loro peso in oro e argento per darle un valore che non si discosterebbe poi troppo da quello dei calici considerati nella loro interezza. Tali tipologie, infatti, andrebbero vendute a corpo, in altre situazioni e con altri arredi: isolate e decontestualizzate non hanno appetibilità commerciale superiore al loro peso in metallo nobile.


Signor Emidio Albanesi, lei invia un intero catalogo di mobili in stile e ne vorrebbe valutazione. Ne deduco che lei sia un operatore del settore. Il nostro servizio gratuito però è solo per i privati e/o si possono richiedere solo poche expertise per volta. Grazie.


Signor Riccardo Di Guado, il suo tavolino cinese dovrebbe essere sì della metà dell’Ottocento e sì in lacca intagliata: in questo caso avrebbe un notevole valore; ma potrebbe anche essere in lacca o altro impasto modellato a fusione, e allora il valore sarebbe minore. È dunque un mobile da far esaminare dal vivo.


Signor Cristiano Galli Zugaro da Hong Kong, i suoi due reperti trovati nella provincia di Tartous (Siria), in un terreno sulla costa, sono di difficile “lettura”. La statuina offerente (h cm 9) sembrerebbe essere formata in una lega con attinenza all’oro ma anche all’ottone (dalle foto); l’altro reperto, un animale antropomorfo, in materiale lapideo. Entrambi i reperti sono attinenti a un qualche culto. La statuina (cava) parrebbe, per quei fori in testa e sulla lampada – fiore nel braccio, un elemento facente parte di un gruppo da fontana. Isolati e decontestualizzati, i due reperti sono comunque, se autentici – e per certificare ciò ci vorrebbe un esame diretto – cose di non grande valore antiquariale (a meno che la statuina abbia una effettiva e alta percentuale aurea). E ciò senza valutare le leggi inerenti tali detenzioni nel luogo ove lei si trova.


Signor Aurelio Andretta, i suoi mobili sono del Novecento: anni 20-40 il secretaire, anni 40-60 il tavolo. Ai nostri giorni hanno valore solo arredativo, neanche epocale: il secretaire a cassetti (cm 170 h x100x60) sui 500 euro; il bel tavolo impiallicciato in noce e palissandro e radica di tuja (?) (cm 90x106x190 + prolunghe) corredato da 12 sedie legno-pelle, non più di 1.000-1.200 euro, purtroppo.


Signor Ronald79, il suo pianoforte meccanico svizzero RH-AMEX-DROX a monete è degli anni 20 del ‘900. Se perfettamente funzionante vale sui 1.500 euro. Sul mercato taluni propongono simili oggetti anche a 2.000 euro e più.


Signor Franco, generalmente i quadri del pittore Romano Mussolini (1927-2006), figlio di Benito Mussolini e donna Rachele Guidi, hanno quotazioni discordanti che vanno dai 300 ai 2.000 euro. Le opere, debbo dire, sono di basso livello artistico: vende più il nome che l’arte espressa. Ma… ma guardando i ritratti che Romano fece del padre, il Duce, si avverte una forza, un segno che, pur illustrativo, ne riscatta la pittura flebile e seriale proposta in altri soggetti: clown, vasi, donne e paesaggi dozzinali. I ritratti portano l’artista a livelli espressivi più alti ma, nonostante ciò, sul mercato tali opere sono collezionate solo da nostalgici o equipollenti e quindi il loro valore rimane sui 600-700 euro a ritratto.


Signora Maria, il suo servizietto è degli anni 70-80, ceco-boemo, e non ha alcun valore antiquariale.


Signor Carlo, dalla foto inviata sinceramente non riesco a capire di cosa si tratti, di quale Duomo parla poi? Vedo un parallepipedo con degli intarsi di recente fattura che non ha alcun interesse antiquariale. Riscriva e spedisca altro.


Signor Simone la sua ciotola da centro è degli anni ’60, tipologia “Sesto Fiorentino”, vale poche decine di euro.


Signor Maurizio, i suoi vasi – degli anni 60-70 – non rivestono interesse sul mercato antiquario, hanno valore di poche decine di euro.


Signor Antonio Formati, la sua consolle con specchiera è mobile degli anni 40-60, prodotto industriale, non vale più di 150 euro.
Le sue lampade in opalina con decalcomanie, sono prodotti francesi dei primi del ‘900, non hanno appetibilità per il mercato, valgono una sessantina di euro la coppia.


E come sempre, un saluto a tutti e un abbraccio ai pochi.



Luglio 2019


ARTE CONTEMPORANEA: OVVERO, IL RE È NUDO!
Signora Giansante, nell’arte, dal ‘900 in poi, sono emersi fenomeni e tendenze che definire esilaranti è riduttivo. Una miriade di nullafacenti, malati di mente e assimilabili guidati da pseudo-critici, lestofanti e avventurieri, hanno prodotto ciò che si vede comunemente declamato in riviste e giornali: due uova cotte ad occhio di bue (gli occhi), un pomodoro (naso), una scatola di sardine aperta e sporca di rimasugli (la bocca), titolo: “Ritratto del giornalista”, o altre cretinate del genere che risalgono a tagli sulle tele, merde d’artista in scatola e ad una serie di querulanti e orinanti “maitre a penser” che starnazzano su artisti avanguardisti che non sanno neanche cosa è il disegno. Peter Max (Peter Max Finkelstein -1973- Stati Uniti) è un altro poveraccio fatto diventare simbolo della controcultura americana, ora demente in balia di critici e gentaccia che gli sta facendo firmare e autentificare orripillantitudini peggiori delle sue. Mi scuserà, ma è lei che mi ha chiesto cosa ne penso, ‘che io, per amor mio, sarei stato zitto. Perché vedere l’arte – italiana in particolare – raffigurata da un animale che lascia una serie di escrementi ed orme su una strada di plexiglass con titolo: “Tracce analitiche”, e uno pseudo-critico che ne inneggia in un giornale, è veramente troppo!


Signor Marco Maggioni, certamente il suo dipinto (cm 72×66) “svelato” è di ottima mano, ridipinto forse per svilirlo e acquistarlo oppure dividerselo a due soldi (pratica già usata in divisioni ereditarie). In genere le copie valgono poco ma la sua ha un che di sublime, pittoricamente parlando. Non ho elementi probanti per assegnarla ad altri maestri ma è opera da far ben valutare “de visu”. Stiamo parlando, così ed a occhio, di un valore comunque superiore ai 10.000 euro.


Signora Francesca Zanoni, la sua scultura policroma (cm 44 h) ha stilemi settecenteschi, mentre il trono funerario (cm 44 h), angeli con occhi bassi e coltri scure in mano, è – come lei stessa ha notato – di altra epoca (credo fine dell’Ottocento). La prima vale sui 400-500 euro, nello stato in cui si trova; il secondo, non rivelando ciò che ho scritto, sugli 800 euro giacché in buono stato e pezzo di impatto arredativo. Naturalmente, reputo più preziosa – ad onta del valore – la Madonnina che, restaurata come si deve da un professionista, potrebbe salire a 1.200 euro. Ma il costo del restauro?


Signora Alessandra Rondinone, i suoi mobili anni ’50 del Novecento non sono appetiti dal mercato. Hanno valori bassissimi di alienazione: 100 euro la coppia di comodini e 100 euro cadauno sia il cassettone che l’armadio.


La signora Elisabetta Menni porta alla mia attenzione alcuni oggetti: bambino con cerchio (30 cm h), bronzo anni 20-30 del Novecento, valore 300 euro; gruppo orologio in antimonio del 1920-40 (cm 42×57), 150 euro; Napoleone a cavallo (cm 17×21), 200 euro; calamaio in ottone (cm 25×35), anni 40-50 del Novecento, 100 euro.


Signora Valentina Congiu dalla bellissima Iglesias, la invito a leggere la risposta data al quesito del dicembre 2018 su questa rubrica in merito alla manifattura di Capodimonte.
I suoi due candelabri (anni ’60-’70 del Novecento) sono dei bisquit con del colore non cotto ma dipinto sopra. Mi spiace quindi dirle che non hanno alcun valore, anzi sarebbero da rompere e buttare. I vasi prodotti in Bassano (h cm 35), pur arredativi, valgono solo poche decine di euro cadauno.


Signora Maria Stella Clemente, il suo servizio da caffè da 12, in porcellana Bavaria, anni ’40 del Novecento, è in ottime condizioni; considerandolo raro, nonostante il mercato non più incline a tali tipologie, lo valuto sui 500 euro. Il gruppo (4) di santi “a presepe napoletano”, fine ‘800 primi ‘900, con abiti “rifatti”, potrebbe valere sui 1.500 euro.


Signor Otello, la sua credenza con specchiera siciliana-francese (cm 1,50×2,50 c.) è degli anni ’40 del Novecento. Impiallicciata, e con il ripiano in marmo venato grigio di Carrara non in ottime condizioni, vale, purtroppo, al mercato odierno 500-600 euro.


Signor Tommaso Sorbo, non mi è possibile accertare da foto se la sua copia di A. Van Der Werfe sia seicentesca o ottocentesca. Calcoli però che le copie pedisseque hanno poco valore sul mercato antiquario. La sua tavola (cm 39×31), sui 600-800 euro.


Signor Luca Francioni, il suo orologio da tasca “Viser” è una produzione svizzera del Novecento, probabilmente realizzata per le Ferrovie (turche?). Comunque, se funzionante, vale sui 100 euro.


Signor Stefano Colaiacovo invito anche lei, come altri lettori, a leggere cosa scrivo nel dicembre 2018 su questa rubrica in merito alla ceramica di Capodimonte. Il suo servizio da caffè, realizzato chissà dove venti-trenta anni fa al massimo, vale, nei mercatini, dai 60 ai 120 euro, se intatto.


Signora Graziella Riva manda la foto di una credenza (cm 133×214 h c.), tardo Liberty, italiana, anni 40 del Novecento. Tali tipologie purtroppo non hanno più mercato. Cosi com’è vale sui 400 euro.


Signora Martina Caci, è un piacere per me interloquire con la sua gentile persona. Le sue statue sono effettivamente dei primi del Novecento ma purtroppo, essendo in antimonio o zama, non spuntano grandi valutazioni. Il marmo su cui poggiano è un alabastro tinto rosso. Alte ognuna 80-90 cm, assegno loro un valore come elementi di impatto arredativo: 250 l’una.


Signora M.P., ma perché, mi chiedo, c’è ancora chi continua ad effettuare scavi abusivi alla ricerca di materiale archeologico non essendo un “tombarolo” professionale? Per inciso, in realtà questi sono pressoché scomparsi: sopravvivono solo degli avvinazzati reumatoidi che raccontano storie di milioni guadagnati grazie ai reperti trafugati, mischiando realtà a fantasia e definendosi poi (avezzi, viceversa, unicamente alla “pala e picco” delle buche e del cantiere cui devono andare a lavorare per campare) archeologi superiori agli studiosi della materia. E vengo al dunque, signora. Se dal suo campo emergono quei “coccetti” di cui immagino la valenza ed il periodo, e si sta chiedendo quanto possano valere, per farglielo capire le riporto dal Catalogo asta Pandolfini 18-12-2018 la foto del lotto n 77 – raccolta di 28 pezzi etruschi (VII-VI secolo) – con la stima: 2.750 euro per il tutto. Ha capito? Cento euro a pezzo! Praticamente costano come le riproduzioni di cose simili ben fatte, e non migliaia e migliaia di euro. E poi… a chi penserebbe di venderli? Chi ama l’archeologia sa benissimo che può comprarla, e legalmente, presso le tante case d’asta su cui Stato e organismi di vecchie cariatidi (che non hanno saputo fare negli anni una legge seria in maniera di detenzione archeologica) chiudono gli occhi!


Signor Corrado Iacono, il suo tavolo non riveste i criteri dell’antichità e della collezione e, non essendo “firmato”, unicamente quelli dell’arredamento. È per questo che è lei – ed unicamente – che può determinarne un dato valore e venderlo tenendo conto del materiale e dello stato. Tali tipologie possono essere vendute a 300 euro come a 1.000, a seconda dove e a chi si vende.


Signor Franco Rhodio, purtroppo tale tipologia di tappeti non ha alcun interesse per il mercato antiquario e vengono trattati di sfuggita a 200-300 euro.


Signora Fiorella Olivieri il suo vasetto in opalina verde è degli anni 50 del 900, non ha valore antiquariale, si trovano nei mercatini a poche decine di euro.


Signora Emanuela purtroppo il suo lampadario, in ottone o antimonio bronzato degli anni 70-80 di produzione dell’Est europeo, non vale che poche decine di euro.


E come sempre, un saluto a tutti e un abbraccio ai pochi.



Giugno 2019


Signor Ciro Pasqua, inconsuetamente, sto ricevendo una serie di disegni in piccolo formato come il suo (cm 12×11,5), strani per le dimensioni e in più riquadrati a fine foglio. Il suo, ingrandito, per ciò che mi ha consentito la cattiva immagine fotografata in piano obliquo, è stato eseguito su carta antica ma non è ad essa coerente.


Signora Daniela, i vasi cinesi e giapponesi inviati in foto hanno marchi spuri e sono riproduzioni recenti che vanno comprati unicamente per il piacere arredativo di averli in casa.


Signor Roberto, il suo vaso in pseudo cristallo, con applicazioni di ottone argentato o argento in lamierina e fusione (zampe) è eclettico, tipico degli anni ’40-’60 del ‘900, con richiami al Tardo Impero (Napoleone III). Lei non manda misure, quindi, calcolandolo sui 30 centimetri e realizzato in cristallo con ossido di piombo superiore al 250% o con cloruro di potassio e gesso, gli assegno un valore sui 400-500 euro, altrimenti 100 euro.


Signora Patrizia Reale, il prof. Luciano Renzi, presidente dell’Istituto Amedeo Modigliani di Firenze, e il curatore della mostra a Spoleto “Stanza segreta degli amici di Modigliani” a Spoleto (4/8/2018), inserita nel programma culturale del 61esimo Festival dei Mondi, sono stati indagati per il reato di contraffazione di opere d’arte con perquisizioni e sequestri effettuati dal Reparto operativo Tutela Patrimonio Culturale dei Carabinieri il 18/4/2019. Punto.
Ora, che il prof. Alberto D’Atanasio, docente di cattedre alla prestigiosa Accademia di Belle Arti “Santa Giulia” di Brescia, sia un valido professionista nelle sue materie (Estetica e Teoria della percezione) non lo metto in dubbio; che invece si metta a certificare opere d’arte moderna con metodi quali la “percezione psicologica” lo trovo invece discutibile. Io, che non oso paragonarmi a siffatto cattedratico, sono di quei periti “terra terra” che vogliono vedere i documenti veri, le provenienze (gli originali e non le fotocopie), perché ho conosciuto falsari e fatto vedere loro opere agli artisti copiati i quali, le autenticavano a “vista” come proprie ma, furbi, non le siglavano dicendo: “beh avrà un suo percorso che provi che è autentica”, sapendo quanto fosse facile riprodurre le loro cose. Quindi, lungi da me la sola idea di unirmi al coro dell’accusa, ma… ma nelle opere d’arte moderna ci vuole tanta, tanta cautela e pochi virtuosismi analitici e psicologici, perché quei signori stellati (carabinieri) e quelli togati inquirenti sono affatto inclini a tali circostanze. In un’aula giudiziaria le cose potrebbero invece cambiare: i togati giudicanti – oberati di fascicoli e non leggendoli a fondo – a volte amano indulgere alla parola, al racconto, all’iperbole, alla filosofia del diritto, e lì ciò che è nero non può trasformarsi in un grigio-bianco, un cenerino sì, forse in un bianco-sporco, e gli avvocati averne vittoria. Ma, ai fatti odierni, signora Patrizia, non posso che dirle di ben valutare i suoi acquisti pregressi. D’altronde – e le rispondo al post scriptum – io neanche la conosco.

 


Signora Valentina Negri, il suo inginocchiatoio (cm 95x55x47) si presta a due interpretazioni. La prima (più probabile): un rifacimento con legno di abete e/o larice mordenzato; la seconda: un pezzo del Novecento malamente sverniciato e restaurato. Ad ogni modo, non si tratta di mobile antico, al massimo vecchio. Valore: forse 50-70 euro per un agriturismo.


Signor Mario Serao, i suoi mobili sono in stile eclettico, non antichi e probabilmente non italiani. Il credenzone è un connubio tra l’artigianato austriaco e quello spagnolo (campiture nere sullo scolpito), l’armadio con intarsi a pantografo sembra avere più motivi olandesi su un corpo italiano impiallacciato in ciliegio americano (?). I due pezzi hanno solo un valore arredativo, ai nostri giorni basso: 600-800 il credenzone, idem l’armadio.


 

Signora Lorenza Testoni, se avrà la bontà di leggere le risposte già date in passato in questa rubrica, si renderà conto che mi è impossibile identificare, autenticare o anche dare semplici pareri su opere d’arte moderna senza documenti di accompagno. In più, lei manda le immagini di due opere di cui: una – Osvaldo Piraccini (cm 68×44) – addirittura in cornice con vetro! e dunque non identificabile; l’altra – Nino Caffè (cm 10×14) – a mio parere più che falsa. Rimandi foto della prima libera da vetro e cornice.


Signora Grazia Capobianco, con l’avvento di internet tutti i mercatari, anche i più sprovveduti, sono diventati esperti! sebbene non abbiano studiato gran che, non abbiano frequentato mostre, musei, né partecipato a dibattiti, conferenze, seminari: sono analfabeti istituzionalizzati del clic (della tastiera). Ed è per questo motivo che quando si trovano di fronte a oggetti che non presentano diciture, marchi, firme o altri elementi da poter inserire nel loro computer per avviare una ricerca, “cascano somari” e finiscono per fornire spiegazioni fantasmagoriche, fare ipotesi risibili e quant’altro.
La sua moneta in argento (di cui mi invia immagine scattata con un tostapane), non è una “prova” di produzione, come dettole dall’omino mercataro, ma un bratteato anepigrafo (ovvero una moneta piatta, sottile in oro o argento), prodotto con una metodologia applicata principalmente tra il III sec. d.C. e il Medioevo in Europa centro settentrionale; moneta senza “legenda”, ovvero senza scritte intorno, la sua dovrebbe essere, per il simbolo apposto, renana (Germania). Per il cattivo stato conservativo vale poche decine di euro.
Chiudo precisando che quanto affermato sui mercatari, naturalmente, non vale per tutti. Ne esistono anche di sapienti che potrebbero pure insegnare qualcosa a me e ad altri.

 


Signor Giulietti, lo scultore e coroplasta Giuseppe Armani (1935-2006), famoso per aver creato statuette per la Walt Disney, era soprattutto un grande artigiano sul cui nome poi l’industria della ceramica ha creato un brand che ha unito al “marchio-stile” Capodimonte (come già scritto di nessunissimo valore). Naturalmente, nella generalità, senza il suo consenso. La sua statuina (32 cm) fa parte di queste cose che vengono vendute tra i 100 e 300 euro, ma non so se e a che titolo si potrebbero acquistare.
Il busto (40 cm) che, sia pur anch’esso seriale, ha una valenza arredativa: sui 400 euro.


Signor Valter Benetton, purtroppo la sua museale macchina da cucire Singer del 1927, fornita di numero di matricola, non è più richiesta sul mercato. Valutazione, sui 350 euro.


Ioan Alupoaei, la sua lampada in ottone-peltro, stile Art Noveau, è di recente fattura. Per il suo valore arredativo, vale sui 150-200 euro.


Signor M.D. da Ravenna, il suo camino in ceramica (cm 95×105) con canna fumaria anch’essa in ceramica (h 1,75), prodotto nella prima parte del Novecento dai F.lli Borghi, fumisti di Ravenna, non ha ai nostri giorni una grande richiesta di mercato. Il suo esemplare è però una “chicca”. Le invierò a parte, come richiesto, sommaria valutazione.


Signora Nadia Ganzitti da Villarbasse (TO), la sua lampada (h 62 cm) è un assemblaggio eclettico richiamante lo stile Impero. Vecchia produzione degli anni 60-80 del Novecento, ha un valore di 250 euro.


Signor Domenico Sorridente, purtroppo non la farò sorridere affatto. La sua lamina, come già dettole da alcuni, è del periodo Liberty del ‘900. Ma… “trovata in una tomba”? Semmai sotto terra, per caso. Si tratta, infatti, dell’elemento decorativo di un mobile dell’epoca suddetta; una figura sdraiata in orizzontale di donna dormiente nella natura (e non di Venere) situata sulla parte superiore di una credenza. E senza alcun dubbio.


Signora Silvana Clerici, non ho notizie circa l’autore del suo olio su tela (cm 150×100) recante la firma: Casselli (o Cosselli) 1871. Trattandosi però di manufatto pregevole, eccezionalmente, abbiamo inviato le sue immagini al professor Renato Mammucari, consulente d’Arte del Tribunale, esperto in dipinti tra il XIX e il XX secolo, il quale, pur non avendo riscontri circa la firma, ha voluto egualmente onorarci di una sua expertise sull’opera. Pertanto, le riporto quanto ci ha scritto:
“L’artista Casselli, autore di uno stupendo ritratto rappresentante una giovane ragazza che offre a chi la sta osservando un frutto, rivela in questo suggestivo quadro con la sua cornice d’epoca più che il gesto disinvolto della ragazza quei suoi occhi che sembrano voler comunicare con chi la sta guardando.
L’eterno femminino, un semplice quanto usuale gesto quotidiano, un attimo di intimità ripetuto infinite volte, trova nella tela del Casselli, che proprio con un quadro come questo ha lasciato traccia della sua arte, “riflessi” ben modulati e resi con un taglio originale riuscendo così a rendere tutto ciò che nella donna c’è di misterioso, di fragile, di mutevole, di appassionante ed anche di artificioso.
Questa figura orfica contiene in sé oltre all’ambiente, nel quale all’epoca le donne vivevano, soprattutto lo sguardo di una adolescente che l’artista ci restituisce con quelle labbra serrate su quel bell’ovale del volto dal colorito di porcellana e con un tipico abito da festa, quasi a voler nascondere un pensiero che vuole trattenere per sé.
Il tutto esaltato da un cromatismo che riesce a rendere i valori atmosferici in tutta la loro grazia ed importanza fissando così sulla tela uno degli infiniti attimi irripetibili perché l’uno diverso dall’altro in quanto quello che viene rappresentato non è più il gesto o solo questo ma soprattutto l’ansia che lo determina e lo fa assurgere appunto a momento di vita che non si ripeterà più nello stesso modo e con lo stesso stato d’animo.
L’osservatore oltre che alla introspezione psicologica del soggetto raffigurato, sono certo che soffermerà il suo sguardo alla fedeltà esteriore dell’immagine e ad una puntuale resa delle stoffe e dei panneggi tipici delle donne del 1871 così come è datato il quadro.”
Prof. Renato Mammucari


E come sempre, un saluto a tutti e un abbraccio ai pochi.



Maggio 2019


CERAMICA ANTICA

Egregio dott. E. Biamonte dalla provincia di Ferrara, lei si definisce un collezionista evoluto, e di seguito mi parla di acquisti alla “buona” operati “nella prestigiosa area orvietana” (sic), grazie ad omini che trafficano “cose di butto” (sic) (nota 1).
Ora, premesso che ad Orvieto tra la fine dell’Ottocento e il Novecento sono sorte le più grandi “fabbriche” del falso della ceramica in Italia, con una specializzazione talmente alta che (aiutate da lestofanti ma prestigiosi antiquari e studiosi) sono riuscite a rifilare i loro prodotti anche a prestigiosi collezionisti e a musei, ai nostri giorni tali ceramiche – che, si badi, ormai hanno un secolo – girano ancora nelle aste con tanto di cartellini e provenienze (i vari proprietari che se ne sbarazzano). In più, particolarità singolare, alcune di esse vengono offerte nelle aste a prezzi importanti (20-25 mila euro) senza riferimenti specifici, senza né pubblicazioni né percorsi, attanagliate semplicemente a riferimenti bibliografici importanti o a pezzi simili presenti in musei e/o istituzioni. Non dimentichiamo, inoltre, che le case d’asta sono giuridicamente dei “venditori di cose altrui in buona fede”, a significare che ciò che scrivono nel catalogo (a loro dire redatto da esperti) è quanto a loro dichiarato dal committente e così lo espongono e vendono. Gli esperti e giudicanti siete voi! Pertanto, se in tempo utile (un anno) l’acquirente si accorge che gli hanno venduto un falso, tutto ciò che può fare è portare la casa d’asta in giudizio (con spese a proprio carico) ed al massimo il giudice potrà condannarla a risarcire quanto sborsato. E basta!
Detto ciò, lei, caro lettore, compera soprattutto “tacchie” (nota 2) molto belle ma impossibili da espertizzare se, appunto, frutto di ceramiche fabbricate e poi rotte e bruciate ad arte. Cosa vuole che le dica, se non che nel secolo scorso il falso nelle ceramiche ha coinvolto tutte, tutte le aree di produzione prestigiose e non, e che ancora continua?

Note:
1) Butto: pozzo o cavità all’interno delle case ove anticamente venivano gettate cose rotte e/o rifiuti
2) Tacchia: frammento di terracotta, ceramica


Signor De Pascale, ecco la valutazione dei suoi mobili: la ribaltina-vetrina inglese, anni ’50-’60 del Novecento, a intarsi pantografati, in mogano o mordenzata tale, vale sui 400 euro; la consolle laccata degli anni ’70 con marmo sagomato di Carrara, sui 200-300 euro; la vetrina a vetri anni ’40, sui 600-800 euro. Purtroppo ai giorni nostri tali pezzi non sono apprezzati dal mercato e si vendono come mero arredamento basso.


Signora Antonella Cirrito, il suo mobile del ‘900 in stile “Boulle”, classico a ottoni intarsiati e tartaruga (se lavoro ben fatto), ornato di bronzi ormolu, si vende intorno ai 1.000-1.200 euro, per arredamento.


Signor Maurizio Giusta, il suo reliquiario in ferro patinato e legno (cm 25x14x15 h) dovrebbe essere una riproduzione novecentesca sugli stilemi del XI-XII secolo. Valore: 300 euro.


La signora Silvia Tantardini manda in visione una miniatura devozionale di cm 11 (cornice cm 20), popolare dell’Ottocento, cui attribuisco un valore dagli 80 ai 120 euro, e una caraffa (h 45 cm, peso 8,5 kg) in metallo satinato di produzione novecentesca con marchi di area nord europea da esaminarsi de visu, non essendo quantificabile al momento in termini di valore economico.


Signor Massimo Patuzza, la sua disamina sull’etagere a specchiera laccata degli anni ’20 (cm 270), con figure e rilievi, lumeggiatura in oro, realizzata dall’ebanista napoletano Squillante – di cui io non ho purtroppo notizie – è interessante. Servirebbero, per l’appunto, documenti di accompagno (fatture, cartellini, ecc.) per poter valutare il suo mobile eclettico sui 1.200 euro, altrimenti siamo sui 400.


Signor Michelle Baldasso, i suoi mobili novecenteschi (come gli altri) purtroppo, come lei ha scritto, non interessano il mercato odierno. Mobile specchiera, sui 400 euro; mobile vetrina, sui 600 euro; sedie, sui 200-250 euro.


Signor Angelo Cossu dalla bellissima Sardegna, il suo tavolino intarsiato (cm 90×74 h) è un bel “sorrentino” del Novecento proveniente appunto dalla famosa scuola di ebanisteria di Sorrento. In passato, pezzi del genere costavano intorno ai mille euro, oggi non più di 500.


Signor Luca, purtroppo non ho alcun riferimento per poter valutare la sua scultura in bronzo (cm 40x27x20) che, pur presentando una certa plasticità, non può essere ascritta ad alcuno senza avere un riferimento mentale di attribuzione ad un iconografia conosciuta di autore. La pubblico, in caso qualcuno dei nostri lettori, alcuni di valenza e prestigio nel campo, possa darne lumi.


Signor Maicol, il suo disegno (cm 12,7×12,3), suppostamente del ‘700, lo riterrei un falso realizzato su vecchia carta filigranata: primo per l’ingombro atipico di tutto il foglio, secondo perché le gore (tracce di umidità-ossidazione) sulla carta non influiscono sulle linee del disegno, quasi fosse fatto sopra. I mercatini ed i negozi di rigatteria e pseudo antiquariato sono pieni di questi disegni mentre, viceversa, i libri antichi continuano ad impoverirsi dei frontespizi e delle pagine bianche (“carte di guardia” e “contro guardia”) e i vecchi registri, soprattutto i documenti notarili che compaiono in vendita ormai – senza la pagina bianca di accompagno – redatti usualmente a due pagine. E guarda caso, poi, i venditori sanno dare esatte informazioni sul luogo da dove proviene il disegno: e certo! del foglio utilizzato conoscono il libro, il luogo di stampa e la data.
Voglio riportare un episodio significativo, esplicativo di quanto affermo. Premetto di essere stato dal 1994 al 2014 archivista-curatore di un duomo- basilica in cui sono conservati atti, registri e carte dalla fine del Quattrocento ai giorni nostri. Un giorno, negli anni ’90, mi si presenta un tizio, un professore esperto in materiale cartaceo, il quale, per avere fogli in bianco a seconda del periodo di antichità, mi offre del denaro, addirittura sino a centomila lire per i fogli (in-folio) da 38 cm e oltre, risalenti al Cinquecento. Naturalmente lo mandai in malo modo – e non me ne sono mai pentito – a farsi friggere altrove (in realtà l’espressione esatta fu, meno prosaicamente, altra).


Signora Chiara, la sua lancia da “orologio a torre” (cm 82,5), ottocentesca, con parte centrale forse in bronzo e apicali in ferro, ha basso valore arredativo: sui 50-70 euro. La coppa soffiata in vetro (cm 19,5×12), di esecuzione e fattura muranese, anni ’60-’70 del Novecento, vale sugli 80-120 euro.


Signora Emanuela, la sua consolle con specchi, pezzo eclettico credo degli anni ’40-’60 del Novecento (mobili prodotti e replicati per decenni, per ben datarli bisogna esaminarli “de visu”), è intagliata a pantografo, valore sui 600 euro; il pianoforte verticale (H. Garn), sugli 800 euro per l’ottimo stato, e la vetrinetta 200 euro.


Egregio signor Massimiliano Aliotta, innanzitutto non effettuiamo valutazioni “per diletto”, che avremmo di ben altro che fare. La rivista La Gazzetta dell’Antiquariato opera da trent’anni nel campo e la rubrica dell’Esperto è un servizio di consulenza fornito ai suoi lettori con impegno e dovizia, naturalmente, ma, tenendo conto della sua natura, valuta solo da immagini inviate.
Espletata questa doverosa precisazione, veniamo al suo copriletto in pizzo di Cantù, esecuzione a tombolo in cotone, (cm 310×310). Il manufatto sembrerebbe novecentesco in ragione del cotone ecrù usato: gli esemplari più antichi sono bianchi. Il valore ormai non è più valutabile e può variare, per una dimensione grande come la sua, dai 500 fino ai 20 mila euro, dipende a chi si vende. E sono rimasti ben pochi gli estimatori.


E come sempre, un saluto a tutti e un abbraccio ai pochi.



Aprile 2019


Arte moderna. Parliamone un po’

Signora L. Marcelli, ormai alcune pagine di arte moderna vanno riempiendosi di ridicolo grazie a galleristi truffatori e a uno “scritico” eletto parlamentare il quale, sentendosi minacciato da indagini di magistrati e Carabinieri (sic), invoca l’art. 68 della Costituzione (il non poter essere perseguito, per intenderci) motivando che le sue opinioni in merito ad expertise di opere d’arte sono – pur false secondo gli inquirenti – insindacabili giacché su di esse poggia anche la sua credibilità politica! Il compare del mago Otelma, insomma.
Pertanto signora Marcelli, le consiglio di non investire sull’arte moderna tout-court: è un campo troppo minato per affrontarlo senza un consulente-perito serissimo che la sappia indirizzare, e lei, mi scusi, mi pare un tantino inesperta (gallinaccia in gergo mercantile).
A riprova di ciò non posso che dichiarare falsa l’opera da lei reperita in un mercatino a 100 euro: una tecnica mista su carta, cm 60×50, firmata Antoni Tàpies (1923-2012), un caposcuola internazionale spagnolo. Tale opera, fosse autentica, varrebbe sui 70-100 mila euro!


Investimenti e antiquariato

Anche qui speculazioni, truffe, aggiudicazioni improbabili, false, creazioni di mercato fatte per rivalutare bilanci, costituire fondi, ripulire soldi sporchi. Oggetti valutati poche migliaia di euro dalla stessa casa d’aste, venduti con aggiudicazioni di centinaia di migliaia. Oramai, con nessuno che segua questi flussi di denaro, questi imbrogli atti alle più disparate attività truffaldine.
Mi ricorderò sempre di una expertise da me fatta presso una grande società che aveva come capitale supposto una stanza piena di quadri, alcuni a firma di Maestri (ma mancanti della dovuta documentazione, quindi falsi), altri di pseudo artisti sconosciuti di uno squallore unico! Ognuno di essi, però, era accompagnato con fattura da milioni di vecchie lire, e con tutta quella porcheria tale Società aveva convinto un tribunale (compiacente) a non rinviarla a giudizio per aver fatto sparire beni e soldi (veri), asserendo di aver creato quel po’ po’ di capitale in opere d’arte (false). Non paga di ciò, tale Società, per altre truffe, voleva da me certificazioni del valore di quel ciarpame pagandomi a percentuale; praticamente, più avessi certificato e dichiarato, più avrei guadagnato. Ebbene, risposi che, al bisogno estremo, avrei preferito fare, più onorevolmente, il ladro.


Signor A.B. da Roma, amico del grande Plinio, lei mi scrive per sottopormi la solita opera d’arte moderna che ha reperito in un mercatino, chiedendomene valutazione. E io qui ripeto che senza documentazioni tali opere non valgono nulla! Io non posso certificare niente in questo campo, e gli unici che possono farlo, senza documentazione – a meno di fare lauto imbroglio – non lo faranno! Mi scrive anche di avere subito una perquisizione dai Carabinieri del Nucleo Patrimonio Artistico e che le hanno “sequestrato tutto” (sic) “non capendone nulla” (sic). Ebbene signor A.B., io ben conosco i Carabinieri del Nucleo Patrimonio – con cui ho anche collaborato come perito – e voglio dire a lei e ad altri che si tratta di un organismo di prim’ordine per capacità ed esperienza. Naturalmente, però, nella sua veste di “Polizia Giudiziaria”, esso opera sequestri autorizzati da organismi giudiziari e non è quindi compito del Nucleo decidere cosa sequestrare specificatamente. A seguito di qualche segnalazione, avendo avuto il mandato per operare verso un trafficante di cose antiche (lei, che mi scrive di non avere autorizzazioni a comprare e vendere privatamente), è normale che i Carabinieri del Nucleo le abbiano sequestrato tutto – pur avendo “occhio” per le tipologie – e questo proprio perché, in questo caso non è loro compito esaminare gli oggetti, cosa che verrà fatta successivamente dai giudici e dai periti nominati dalle parti (anche la sua).
Tornando al suo “Virgilio Guidi” (cm 50×70) e all’olio: Venezia 1945, è chiaro che trattasi di un falso, primo perché privo di documentazione, secondo perché l’ha comprato dal “greco” A. (e lei sa!) a 1.000 euro. Autentico, ne varrebbe 20-30 mila.


Il signor Maurizio Baldi da Bologna manda in visione un vaso montato a lume (cm 29×20), in vetro soffiato su stampo, anni ’50-’70 del Novecento. Pezzo di non eccelsa tecnica e maestria, può valere sui 100 euro.


L’avv. Silvana Clerici manda foto di una bellissima opera (cm 150×100). Si tratta di fanciulla con frutto in costume laziale o a confine campano, ciò soprattutto in ragione del mantile (copricapo) ristretto. A mio avviso la firma sembrerebbe apposta – su una sigla che si intravede sotto – da autore a me e ai miei prontuari sconosciuto. Da ben studiare. Mandi altre foto.


Signora Cristina Melena, lei manda in visione parti di mobilia fotografate, per di più, malamente. A parte ciò, trattasi di mobili neo-rinascimentali di bassa richiesta sul mercato. Valore: 300-500 euro cadauno.


Signora Laurence, il suo tappeto Mud (cm 392×294) prodotto nel Khorasan (nord-est della Persia, odierno Iran) è una gran bella cosa che purtroppo la mala foto non evidenzia appieno: una vecchia manifattura da 300-320 mila nodi a mq, lana-seta, probabilmente anni ’70-’80 del Novecento, non più fabbricata. Senza danni e difetti, vale sui 3.500-4 mila euro (stima fattami dall’amico esperto e venditore Giampiero Colasino di Monterotondo).
Il suo uovo in porcellana Royal Satsuma giapponese (il suo forse prodotto in Cina) vale poche decine di euro.
Infine, per darle un parere in merito la servantina servono foto migliori ed anche del piano e del retro.


Signora Antonella Cirrito, la sua chiffonnier a secrètaire, in piuma di mogano acajou, intarsi (pantografati) in acero è, ad occhio (sparagnina, neanche ne ha aperto gli sportelli), un mobile in stile (1960-80). Oggi vale sui 600-800 euro.


Signora Lodovica Pasini, mi spiace dirle che il suo tavolo con piano in vetro verde oliva non è antico ma degli anni ’60 del ‘900. Non ha alcun valore – oggi – né interesse di mercato.


Signora Daniela Faldrini, il suo baule in legno verniciato è una cosa degli anni ’40-’60 del ‘900. Non di valore, lo può sverniciare anche lei stessa, ma non essendo una professionista, non posso suggerirle l’ottima, ma difficile e pericolosa, soda caustica e acqua, piuttosto un comune sverniciatore acquistabile in ferramenta; a volte, però, su vernici antiche e oleose non funziona. Ci sarebbero anche la pistola termica (fiamma con bomboletta gas) e dei raschietti che si acquistano anch’essi in ferramenta. Ma se non ha alcuna esperienza di bricolage, dia retta, se ne astenga.


Signor Giuseppe Rigoli, sì, il suo quadro del 1959 (cm 50×80) è di bella mano ma neanche io sono riuscito a decifrarne l’autore. Così: sui 400-600 euro.


E come sempre, un saluto a tutti e un abbraccio ai pochi.



Marzo 2019


Signora Ludovici, ma non dia retta… la storia è vecchia! Per rilanciare mercati non certo “nazionali”, come quello di Roncadelle (Brescia), l’organizzatore ha divulgato il “ritrovamento” di un Fontana (Lucio 1899-1968), riconosciuto artista internazionale (con quotazioni da centinaia di migliaia ai milioni di euro a quadro) fatto da un avventore che lo avrebbe pagato solo 150 euro. Con l’ausilio di un giornalista del Corriere della Sera hanno lanciato l’improbabile avvenimento ma forse ignorano che “trovare” un’opera importante di un grande artista presuppone poi che ci sia qualcuno (in sostituzione dell’autore deceduto) che la dichiari autentica. E per un’opera moderna, tipo i “tagli” del Fontana, non credo ci sia qualcuno al mondo in grado di certificarne l’autenticità senza una documentazione autentica e attinente. Quindi, è inutile credere al ritrovamento di opere moderne tout-court. Quanto poi e quelle antiche, esse hanno la loro bellezza estrinseca ben visibile anche agli “ingenui” mercatari che, voglio sempre ricordare, benché ignoranti in materia nella loro maggioranza, grazie ad internet sono ora connessi con l’intero universo dell’arte e riescono in qualche modo ad avere cognizione di ciò che vendono, quindi… Certo l’affare si può fare sempre ma, mi creda, non con l’arte moderna a livello internazionale.
E veniamo all’opera di cui mi chiede. Il suo olio di Michele Cascella, artista di cui esiste un Catalogo Generale edito da Mondadori, può essere dichiarato autentico dal nipote-artista Matteo Sabilè (fotografia digitale), uno degli ultimi discendenti della grande famiglia di artisti Cascella (con capostipite Basilio), oppure dalla Casa d’Aste Pace di Brera (Galleria Pace, piazza San Marco – Milano, tel. 02.6590147, e-mail pace@galleriapace.com). Per me, il suo olio non lo è.


Signora Palma Annese: dama in ceramica a lume, anni ’40-’50 del Novecento, fabbrica Mollica-Napoli (cm 47×18). Valore sui 250 euro.


La signora Rita Corbi mi sottopone un’anfora di produzione del Maestro coroplasta prof. Alfredo Santarelli (Gualdo Tadino-Deruta). Imponente per misure (cm 71×45), essa è purtroppo cosa non classica, viziata – a mio vedere – dal soggetto: uno stemma di San Marino (avrebbe reso felice l’amico e compianto proprietario della Gazzetta dell’Antiquariato, Marino Rattini, originario della Repubblica, conoscitore e collezionista di tali tipologie) che a mio avviso ne inficia la validità sul mercato antiquario. Penso, così, ad un valore di 500 euro. A San Marino forse di più.


Signor Tommaso, lo svolto pittorico del suo impropriamente definito “ecce homo” – solitamente dettato da Vangelo e vulgata come il “Cristo segnato” (ovvero additato), con flagellazione o corona di spine – non consente, perlomeno a me, di definire la scuola pittorica in cui è stato espresso. Forse, l’accenno di tunica indossata potrebbe farlo ascrivere ad area veneziana-balcanica, ma troppo poco. La tavola (cm 29×38) ha una mano riassuntiva nel volto che ne esalta l’effusione che scema, però, nei capelli e nell’abito apportati a complemento sbrigativo. Così com’è vale, io credo, sui 700 euro. Ripulitura senz’altro.


Signora Silvana da Napoli, la sua anforetta di cristallo (h 33 cm) con base e manici dorati, sembrerebbe un oggetto dell’Europa dell’est ma di buon gusto e tipologia. Dalle foto mi è impossibile determinarne l’epoca poiché, benché le parti in bronzo siano state realizzate in fusione a terra e doratura ormolù (nei cigni, sembra) potrebbe ascendere a poche decine di anni o anche essere ancora più recente. Comunque è un bell’oggetto che, se fosse realmente in cristallo, varrebbe intorno ai 600 euro, se in vetro piombato ad “imitatio”, sui 300.


Il signor Antonio da Novara manda in visione un servizio da caffè che potrebbe essere stato prodotto dalla manifattura ceramica Alessandro Sbordoni di Civita Castellana (VT) negli anni ’50. Il suo valore è ridotto, però, a poche decine di euro: primo, dalla mancanza di due tazzine e relativi piattini (nei mercati usano parlare di servizio da quattro per vendere il prodotto, ma i servizi da caffè in Italia sono tutti rigorosamente da sei); secondo, dallo stato dei pezzi che è deteriorato; terzo dalla coloritura originale degli stessi, che ha variazioni notevoli tanto da classificarli pezzi di terza scelta.


Signora Gianna Guidacci, mi spiace informarla che l’unico oggetto interessante dal punto di vista antiquariale e/o di pregio ereditato è l’inginocchiatoio (cm 67x50x87), il cui valore è sui 600 euro all’attuale mercato, sempre se in condizioni ottime. L’angoliera e la credenza sono riproduzioni in stile. Il quadro, poi, è cosa da dimenticare.


Signor A.E. Fittipaldi, secondo lei io dovrei aiutarla a vendere dei cocci (pezzi) romani trovati arando il suo campo, sperando, mi scrive, che io non avvisi i Carabinieri. Ma no che non li avviso, si tranquillizzi! ‘che ci metterebbero poco a portarmi a uno di quei centri d’igiene mentale a loro portata. A me, e non a lei, che rimarrebbe pure libero.


Signora Dini, l’ambra (resina fossile emessa da conifere e da altre piante) è un elemento troppo falsificabile perché io ne consigli l’acquisto oneroso a chicchessia. Pensi solo che ultimamente ad un mio amico orafo hanno venduto (a grossa cifra) una bella collana d’oro del ’700 (autentica) intervallata da bellissimi vaghi di ambra di un giallo limone veramente splendidi. Il mio amico aveva già “saggiato” con uno spillo incandescente durezza e aroma di tali parti in ambra e valutato il loro peso specifico. Solo dopo le mie perplessità di vecchio indagatore di materiali, le ha esaminate anche al microscopio elettronico in trasparenza. Ne è risultato che la composizione e la viscosità interna rivelavano trattarsi del cosiddetto procedimento “ambra baltica pressata”, ovvero: piccole ambre o scarti sottoposti ad alte temperature e pressioni che poi vengono formate e sagomate a piacere. I creatori di tali “gemme” avevano poi impastato tutto con ossido di zinco che, a temperature elevate, dal bianco vira al giallo creando un effetto unico e di sorprendente bellezza. Che altro dirle… Lasci all’antiquario i suoi meravigliosi gioielli in argento e ambra “antichissimi” e si tenga stretti i migliaia di euro richiesti.


E come sempre, un saluto a tutti e un abbraccio ai pochi.



Febbraio 2019


Il signor E. Fogliano da Roma nel 1995 ha comprato per dieci milioni di vecchie lire un olio (cm 50×70) seicentesco, ma ha perso tutta la documentazione. L’unica cosa che ricorda è che fu comprato da Christie’s in un’asta negli anni ’80. A vederlo, d’impatto e senza analizzare il contesto della scena, mi sono detto: è un fiammingo. La professoressa Marina Tuba, restauratrice insigne a cui per caso ho fatto vedere la foto del dipinto, si è così espressa: campagna romana (ed in effetti vi sono figure popolari tipiche) e tela “svelata”, ovvero ripulita con soda (vecchio triste procedimento usato da rigattieri, mercatari e tristi pseudo restauratori). In effetti la tela ha subito una drastica ripulitura, tant’è che in alcuni tratti si vede la trama del filato. In più, come dice la professoressa, affiora il tono rossastro della preparazione, cioè sulla tela di cotone è stato steso un impasto di gesso-colla colorato sul rosso mattone, per poter meglio dipingere. Dal punto di vista iconografico, io trovo che le case lunghe nordiche e i volti dei personaggi rappresentati siano propriamente dell’area delle Fiandre, dell’Olanda. Potrebbe trattarsi, quindi, dell’opera di un artista del nord Europa, uno dei tanti frequentatori del nostro Paese. Il dipinto, di gran bella mano, sebbene ai giorni nostri i prezzi siano scesi anche per i quadri, penso possa valere 5-6 mila euro, a meno che con attenta ricerca e studio non si riesca a risalire all’autore, e allora il prezzo lieviterebbe.


Signora E.M. De Santi (amica dell’emerito “Augusto di Porta Portese (RM)” mio eterno amico), il suo quadro è accompagnato da documenti di esperti che non lo danno come opera certa di Daniele Crespi (1579-1630). In uno di essi (Marini) viene “attribuito”, in un altro (Corda) è dichiarato “firmato” – il che vuol dire che la firma potrebbe essere dell’artista – e in un ulteriore foglio a firma prof. Vicenni o Vicenti, il dipinto è considerato opera di “bottega”, ovvero realizzata da aiuti e collaboratori del Maestro. Si tratta, quindi, di documenti e pareri discordanti che lei non può unificare deducendone che l’opera è “senz’altro” – sic – del Crespi. Ad ogni modo, il quadro va studiato perché è bello. Per lei e per i lettori, pubblico una tabella esplicativa delle varie diciture apposte da esperti e riportate in cataloghi di opere d’arte.


Il signor Matteo Meucci presenta alla mia attenzione una macchina per il gioco del lotto (Lottomatica), cm 154x61x37, stampante le giocate effettuate dal pubblico; lasciata nello stato di uso (neanche pulita), è accompagnata da schemi e pubblicitari. Il suo valore potrebbe variare dai 150 euro ai 600, ma dipende da chi la compra. Intendo dire che non esiste un mercato specifico di tali tipologie, e che esse possono essere appetibili solo per i collezionisti. Questi, però, tendono a pagare poco l’oggetto usato “tal quale”, dovendolo poi rendere, con costosi restauri, museale. La macchina in questione, in più, non ha lo stesso effetto arredativo che, collocati in ambienti casalinghi, hanno telefoni, flipper, juke box, ecc.


Signora Sonia Colaci, anche a lei, come già ad altri, devo dire che a stabilire l’autenticità di un’opera d’arte non può essere la storia o il racconto suo o tramandato da altri, ma necessariamente l’autenticazione-pubblicazione scritta della Fondazione dell’autore o dell’autore stesso con fotografia, oppure la perizia di periti-studiosi accertati e riconosciuti dalla critica e dal mercato (e nonostante ciò a volte vi sono discussioni).
Detto ciò, i suoi acrilici su tela di Antonio Corpora (1909-2004), uno di cm 70×60 (1999), l’altro di cm 65×55 (1989), fossero autentici (e sta a lei provarlo e documentarlo), a mio avviso possono avere due quotazioni a seconda del caso: la prima, supportata dal suo racconto e dalla sua buonafede (e sempre che abbia una qualche documentazione ad avvalorarla) è di 1.000-2.000 euro per ognuno, ad occhio; la seconda, nel caso i due acrilici siano stati pubblicati su Catalogo generale o abbiano autenticazione probante, è del doppio.


Egregia signora Elsa Paulini, io non amo discutere né discettare con incompetenti che socialità, governo e leggi hanno sottratto l’onesto e sano lavoro dei campi. Il suo professore – sedicente – è la seconda volta che si permette di offendermi per interposta persona (lei). Io non ci “capisco” di tutto ma solo di quello che ho appreso in decine di anni di studio e osservazione. Su ciò che non so mi informo e mi raffronto con altri esperti che non sono certo somari come il suo professore il quale, non distinguendo una perla da una ghianda, le mangerebbe entrambe.
E vengo al dunque: il biglione non è una moneta medievale, come dettole dal “professore”, ma una lega d’argento a basso titolo (meno del 50%) – detta in gergo anche “argentone” – tipica delle produzioni orientali. Il suo “pezzo da 8” in argento è il famoso “8 Reales” coniato dalla Spagna dal 1497 al 1864, nelle colonie americane fu barrato con due linee sul numero dando origine al simbolo del dollaro americano. Il pezzo è rarissimo nella sua primaria edizione (dollaro spagnolo), e quindi è da ben visionare.
Il suo fiorino d’oro è un falso, mi parrebbe una riproduzione del toscano Banditelli.


 

Il signor Giuseppe Demaio da Taurianova (RC) mi manda foto e depliant di un ventilatore L.E.S.A. (Laboratori Elettrotecnici Società Anonima 1929-1972) costruito negli anni ’50. Dieci anni fa poteva valere 200-300 euro, oggi tra gli 80 e 120, se integro e funzionante.


Il signor Piergiulio Prandi invia immagini di un orologio bronzeo da tavolo dell’Arma dei Carabinieri, Fonderia Agrati-Milano, del ‘900 (?), meccanismo straniero (Repeater-Foreign), stampo su terra, senza patine. Valore: 250 euro.


Dal signor Halip Dumitru, un quadro firmato “P. Signac”. Nulla a che vedere con Paul Signac (1863-1935), grande pittore francese caposcuola, insieme a Georges Seurat, del Puntinismo e del Divisionismo. Il dipinto sottopostomi è cosa degli anni ’70-’80 del Novecento. Valore arredativo: 30-50 euro.


La signora Laura Galluzzo manda in visione sei seggioloni mordenzati neri e intagliati in stile rinascimentale. Belli e in buone condizioni, credo siano della metà dell’800. Sui 1.200-1.500 euro per le condizioni e per l’impatto scenico arredativo.


Signor Pierstefano Davy, non ho alcuna idea di stima circa i suoi oggetti (ottone-bronzo), h 20-25 cm. Si tratta di opere non firmate e che non riflettono spessore artistico.


Signora Roberta P., la sua camera da letto in pino russo, anni ’20 del Novecento (armadio, letto spalliera, comodino), vale 200-300 euro. Le poltrone, 50 euro cadauna.


E come sempre, un saluto a tutti e un abbraccio ai pochi.



Gennaio 2019


La signora Paola Bertoglio chiede informazioni circa un orologio da tavolo “laccato” blu e oro. Dalla foto, unica, non riesco a capire – né la lettrice lo specifica – il materiale di cui è composto. Comunque, la tipologia è degli anni 70 del Novecento, provenienza francese o sui tipi. Fosse ottone, varrebbe sui 250 euro; se in antimonio, sui 150 euro.


La signora Elena Spadafora invia per valutazione due punzoni siciliani per medaglie. Il primo (3,5 cm) riporta calice eucaristico, ostia e tralci d’uva. Il secondo (5,5 cm), presenta il simbolo della Trinacria (o Triquetra, nome originario della Sicilia) rappresentato dalla Medusa, una delle tre Gorgoni, con tre gambe (a simboleggiare i tre promontori o vertici che caratterizzano “a triangolo” la regione: Pachino, Peloro e Lilibeo). Quello della Trinacria è un simbolo antico, portafortuna capace, nell’usanza e tradizione sicula, di allontanare e respingere gli influssi maligni, ed è riportato nello stemma della Regione. Il punzone presentatomi dalla signora Elena riporta anche la dicitura: “La Sicilia a Garibaldi”.
Entrambi gli oggetti sono per collezionisti. Assegno un valore di 50 euro al primo punzone, e di 150-200 euro al secondo per il nome del “generalissimo”.


Signora Giovanna De Napoli, le sue statuine in bisquit, il cui marchio è anche a me sconosciuto, non sono di grande levatura tecnica pur avendo un piacevole svolgimento artistico. Buon plasticista e modesto modellatore l’autore. L’epoca potrebbe essere fine Ottocento, primi Novecento. Il valore, essendo gli oggetti inficiati da rotture, è modesto.


Don G.S. dalla provincia di Roma, il suo libro “Notizia de’ vocaboli ecclesiastici” di Domenico Magri Maltese, edito a Venezia nel 1703, vale intorno ai 250 euro.


Signor Marco Diomedi voglio innanzitutto complimentarmi con lei per le sue attente osservazioni – d’altronde lei è collezionista numismatico – in merito alle ceramiche postemi in visione.
Quanto ai due piatti, concordo con lei: toscano il primo, e di influenza araba (quindi siciliano) il secondo. Sono, però, ambedue prodotti seriali, senza craquelure, che hanno poche decine di anni.
I vasi cinesi, con marchio spurio, sono prodotti nati per l’esportazione, anni 50-60 del Novecento. Piacevoli e di vecchia manifattura, valgono sui 300 euro.


Signor Antonio Ambrosino, il suo proiettore “Pathé Frères” a sviluppo verticale, apparecchio del 1926-’35 con accessori, può valere, a foto, sui 300-350 euro.


La signora Paola Veronesi possiede un tesoretto formato da un centinaio di “quarti” di dollaro americani, da lei acquistati in un mercato del viterbese ove un filibustiere le avrebbe detto che, essendo tutti degli anni Duemila, contengono una percentuale d’argento al 95%, dunque metallo quasi puro. In realtà è stato così, anche se non proprio (90% d’argento, 10% rame), per le monete coniate sino al 1964; dal 1965, invece, il “quarto” di dollaro è stato prodotto con il 91,67 di rame e l’8,33 di nichel. Per averne la prova, signora Paola, faccia battere uno dei suoi “quartini” su un marmo o una superficie analoga, sentirà un suono basso e non, viceversa, squillante come una campanella, che è suono tipico della moneta ante 1965. Lei ha sborsato, per quasi 6 chili di moneta, 500 euro! ma valore in circolazione è ora di 25 dollari (25 cent l’uno) ovvero 22 euro!


Più ne scrivo, più nessuno si cura di quel che vado ripetendo invano in questa rubrica così come di fronte a tutori della legge e tribunali.
C’è sempre qualcuno che cade dalle nuvole e pone alla mia attenzione pezzi d’arte moderna del tipo: scarabocchi, monocromi in plastica, carta appiccicata o, come nel caso della gouache firmata sul retro Joan Mirò (1893-1983) mandatami in visione da Riassi di Milano, un “fumo di candela su carta”: una cosina che -fosse autentica- varrebbe 7.000 euro.
Io, secondo il richiedente, dovrei accertare se si tratti o meno di pezzo autentico del grande maestro spagnolo, e questo in base alla sola visione di un’opera bambinesca, senza provenienza e documentazione alcuna.
Ebbene ripeto nuovamente per lui e tutti che: io, così come altri conoscitori ed esperti, esamino tipologie moderne del genere esclusivamente attraverso lo studio dei documenti di accompagno. L’opera in sé, che nella sua semplicistica esecuzione potrebbe essere stata eseguita anche dal richiedente stesso avendo a disposizione qualche cartone o foglio degli anni ’60, non ha soverchia importanza. Quello che conta sono il suo percorso e coloro che ne hanno trattato i passaggi di mano nel tempo. Se non vi sono questi elementi l’opera non vale nulla!


Due miniature inglesi (cm 6), attraverso una brutta foto, mi manda in e-mail la signora Hernandez da Firenze. Le spiegazioni circonstanziate con documentazioni d’asta Christie’s le fanno riconoscere per opere del ‘700. Pagate un milione nel 1989, ora, purtroppo, non valgono più di 500-600 euro entrambe.


Dott. Mauri Anzini da Trento, il suo gran bel vaso (cm 26) in vetro satinato arancione, con firma incisa “R. Lalique”, dovrebbe essere un autentico “Archers” del 1922 circa, e il suo valore esprimersi in 10.000 euro. Ma per tal opera e tal cifra, le consiglio di farlo visionare dal vivo a persona competente nello specifico settore, basandosi su queste mie considerazioni.


E come sempre, un saluto a tutti e un abbraccio ai pochi.



Dicembre 2018


Circa la “N” coronata di Capodimonte

(lettori, collezionisti, antichitari, leggetemi!)

Signora Mariapel in e-mail, già ne ho scritto e riscritto negli anni: non esiste più un marchio originale Capodimonte poiché nei secoli se ne è perso il copyright.
Da molto tempo, e ancora ad oggi, qualsiasi manifattura può porre sulle proprie produzioni ceramiche la “N” coronata, o meno, e/o fregiarsi della dicitura “Capodimonte”.
La “Real Fabbrica” borbonica del Parco di Capodimonte, fondata da Re Carlo e sua moglie Regina Maria Amalia di Sassonia nel 1743 e continuata dal figlio Ferdinando, cessa intorno ai primi decenni dell’Ottocento, rilevata da privati che iniziano a marchiare i loro prodotti con i loro nomi e, a volte, con la “N” coronata che era il simbolo della sola produzione ferdinandea sino al 1887, aggiunta alle lettere “FRM”.
Il marchio originale della Primaria Fabbrica borbonica era il “giglio borbonico” in colore azzurro, marchio che è stato ripreso nel 1961 grazie a un decreto del Presidente della Repubblica che, “per la continuità storica della tradizione”, ha autorizzato l’Istituto Professionale Tecnico Chimico Giovanni Caselli di Napoli a depositare un marchio di garanzia a tutela del nome di Capodimonte.
Il 20 marzo 1987 l’Istituto ha depositato e brevettato il “giglio borbonico” con la dicitura Giovanni Caselli-Capodimonte che è l’unico, quindi, a potersi fregiare del nome prestigioso toponimo. Tutto il resto è da considerarsi in “stile Capodimonte” e non ha alcun riferimento o autenticità!
Da una trentina d’anni la produzione “alla N”, coronata o meno ed in genere azzurra-blu, viene dal Centro Ceramico di Bassano; del napoletano è invece, genericamente, la produzione delle figure tipiche, come quelle sue, signora Maria, con tanto di spurio pseudo certificato, con la solite e abusate scritte “N” e “Capodimonte”; le producono in tanti, come la Mollica (manifattura ancora attiva) ma, a volte, è falsificata anche anch’essa. A comprarle dal negozio costano dai 200 ai 500-800 euro per i gruppi imponenti; ai mercati e mercatini dai 40-60 (la sua) ai 250-350 per gli altri.
Attualmente ho visto, con disgusto, delle composizioni in gesso, resina o altri impasti colati a stampo, cinesi, imitanti e simili alle porcellane (così come i personaggi del presepe, l’orrore più profondo della globalizzazione).


Signora Aurora, il suo grande piatto in ceramica è oggetto arredativo di una ventina d’anni al massimo, con un decoro eclettico e non riferibile ad alcuna specifica produzione. Il pezzo vale poche decine di euro.


Dottor Massimo Loriga, mi vorrà scusare se le dico che suo padre avrebbe potuto tranquillamente far buttare – invece di accaparrarselo – il quadro dozzinale a firma “Marco” (cm 39×29). Provveda lei.
Anche il piatto ovale a firma di tale Boccia Antonio (cm 58×44 peso 3,5 kg) fa parte di quelle cose che non si dovrebbero esporre.
Diverso è il mio giudizio in merito al piatto (cm 45) firmato Saca, nome riferibile ad una serie di manifatture italiane. Il suo voluminoso piatto del peso di 3,5 kg è sui tipi di Castelli e potrebbe essere una ceramica della nuova Saca srl, frazione Cerchiara, nelle vicinanze di Castelli. La sua ipotesi che lo si possa attribuire a Renato Bassanelli (1896-1973), insigne ceramista di Civita Castellana, non è, però, priva di fondamento. Negli anni ’30-’40 egli si firmava anche con il marchio Saca, e la foto del retro in cui si evidenzia la craquelure (da lei diligentemente inviata come dovrebbero fare tutti) potrebbe confermare l’epoca. Così fosse – e vi sono buoni elementi anche figurativi per ritenerlo – il suo piatto potrebbe valere sui 600 euro.


Il lettore Antonio Spado, con un’attenta e qualificata ricerca, anche questa volta mi facilita il compito ma… attenzione! Come ripeto da anni, l’avvento del computer ha permesso a chiunque di informarsi e di trarre dati circa opere e artisti, però, individuare con precisione a vista un manufatto e collocarlo nella sua giusta dimensione e valutazione è ben altra cosa e attiene a chi, per decenni, ha studiato e analizzato migliaia di reperti.
Ciò vale, naturalmente, anche per la sua alzatina (non vaso), la quale non può essere attribuita all’“Andrea Levantino”, maestro decoratore savonese del Settecento, il cui marchio: “A.L.” e globo con croce, fu usato, come lei ben scrive, sino ai primi del ’900. Proprio per questo, e anche in virtù di una data, 1905, e della lettera “E”, lei ipotizza che il manufatto sia una riproduzione di quel periodo realizzata ad Ellera, frazione di Albisola nel territorio di Savona. Io, però, vedo un’alzata (cm h 15×16) con colori moderni e leggeri e noto l’assoluta mancanza di crettatura (o craquelure) in tutte le sue parti. Trattasi quindi, a mio avviso, di una riproduzione di una ventina di anni fa realizzata in una bottega savonese, per di più di esecuzione a due mani incerta e grossolana: di allievo, nella parte esterna (gialla) e di “mestierante” mastro nei medaglioni (bianchi). Pertanto, il suo valore antiquariale è basso.


La gentile signora Anna mi invia foto di un bronzo neoclassico (cm h 60×40) firmato “V.C.”, che a me ricorda, per l’incisività espressiva, un artista lombardo, Vincenzo Cattò (Clivio 1878 – Milano 1938), un valente scultore collaboratore di artisti e architetti quali Wilbt, Butti, Nitti, Pogliaghi. Attivo nella scultura religiosa-funeraria è stato autore di monumenti pubblici. Il suo bronzo, però, è piuttosto statico nella formazione plastica e da ciò forse si potrebbe dedurre che sia un’opera giovanile, ma non mi posso sbilanciare oltre. Lo definirei, comunque, un bel bronzo arredativo dei primi del ’900, dal valore di 1.200-1.500 euro.


Signor Mattia Schianchi, mi spiace dirle che i suoi quadri (anni ’60-’70) non hanno alcun valore artistico e conseguente quotazione.


Signor Tommaso, la sua sanguigna è interessante ma da foto non sono in grado di esprimere (come per tutti i disegni) pareri probanti in merito. La ringrazio per il piacere con cui mi segue.


Signora Sonia Tania Corongiu da Medaglia (MI), i suoi mobili di stampo forse austriaco, in puro Liberty, con vetri e decori Liberty neorinascimentali, sono rari ma purtroppo il mercato non assorbe tali tipologie. Pertanto, la valutazione è bassa e si riduce ai 1.200 euro per la credenza a vetri, 600 per l’altra.


 

Signor Andrea Rossi, il suo orologio da tasca, dei primi del ’900, se funzionante, potrebbe valere sui 100 euro; l’anello con sigillo è cosa di nessun valore a meno che l’incisione non sia in pietra dura o in osso; in tal caso, valore sui 60 euro.


Signor Flavio Ludovico, in effetti la sua riproduzione in scala 1 a 3 della Fiat Legnano 6/8 HP è prodotto di uno di quei vari artigiani che si dilettavano così negli anni ’50-’60. Ne ho viste diverse. Come bellissimo oggetto arredativo, e al di là del collezionismo che ha altre ipotesi riproduttive di scala, per me potrebbe valere sui 1.500-2.000 euro, ma solo se integralmente funzionante.


Signora Catherine Lerat, mi dispiace dirle che non riscontro a vista gli elementi indicatigli dal venditore riguardo l’epoca della servante e del tavolino tondo e cioè ’800 e prima metà. E infatti, poi, si parla di stile e non di Vittoriano e Restaurazione veri e propri. Mobili entrambi con intarsi industriali, pantografati in impiallacciatura e non piallaccio, sono stati prodotti al massimo negli anni ’40-’50 del Novecento. Il prezzo da lei pagato è conseguente, anche se al massimo per tali tipologie.


E come sempre, un saluto a tutti e un abbraccio ai pochi



Novembre 2018


Memento mori

Risposta unica per Elena Basaglia e Vania De Luigi, che mi hanno scritto separatamente.
Egregie signore, essendo stato per decenni curatore di importanti archivi e di un museo ecclesiale oltre che studioso di patristica, mi è congeniale rispondere ai vostri comuni quesiti.
La signora Elena nemmeno presso un’università del restauro (grave!) ha trovato notizie e delucidazioni riguardo al significato delle sue tre piccole pitture (h 12 cm) su legno, probabilmente settecentesche, in cui elemento ponderante è il teschio. Chi gliele ha vendute le ha raccontato che le tre immagini, trovate in una chiesetta fantasiosamente del veneziano, avevano uso scaramantico, “scacciamorte” per tenere lontana la nera sorte!
La dottoressa Vania invece ha visto scolpito sul portale di una cappelletta in provincia di Viterbo un teschio con le classiche ossa incrociate e tre lettere puntate sotto: A.T.V. indicanti dal latino “Ad Te Venire”, in italiano “Per Te che Entri”.
Ebbene, in entrambi i casi si tratta di rappresentazioni del Memento mori: ricordati che devi morire. Questo genere di immagini iniziano a prendere corpo dopo la metà del ‘500 con la pittura cristiana della controriforma il cui tema prevalente è la caducità dei corpi e il fine ineluttabile che attende l’uomo. La locuzione latina memento mori divenne l’emblema dei frati Trappisti (Ordo Cisterciensis Strictioris Observantiae), un ordine monastico pontificio estremamente rigido in disciplina e fede.
Ora, tornando a quanto inviato dalla signora Elena, in una delle 3 tavolette vi sono rappresentati i libri (simbolo della sapienza), le foglie di lauro (la gloria), la civetta (saggezza e profezia), insieme al teschio ad indicare all’uomo che, per quanto sapiente e illustre, il suo destino è quello di morire. Stessa ammonizione, nelle altre immagini ove sono presenti dei vescovi con mitra (copricapo) e pastorale (bastone ricurvo): anche personaggi così illustri attendono alla misera fine ed hanno il volto di macabri teschi.


Il signor Gennaro Gravante invia foto di un fermacarte in vetro di Murano probabilmente manufatto della fine dell’Ottocento. Signor Gennaro, propedeuticamente le evidenzio che il vetro è una di quelle tipologie che va vista esclusivamente dal vero: impossibile fare datazioni e qualificazioni di sorta attraverso immagini, pur intravedendo nel suo oggetto pizzi, murrine e paste tipiche di una lavorazione complessa e di vecchia manifattura. Il fatto è che oggigiorno tali tipologie vengono anche ripetute con macchinari industriali non solo nei laboratori veneziani ma anche israeliani ed indiani, per cui il loro valore di mercato è sottostimato. In più è difficilissimo – se non si è precipui esperti – individuarne l’epoca, non essendoci parametri differenziali di patine e ossidazioni se non sono trascorsi più secoli. Il mercato offre tali oggetti dai 60 ai 150 euro. Il suo fermacarte (7 cm) penso valga sui 200 euro, ma la vendita le sarà ostica.


Signora Giuseppina Luzzio, mi complimento con lei per la ricerca mirata in merito al suo quadro settecentesco (h cm 100) eseguito probabilmente per un oratorio, raffigurante il Cristo sotto forma di pianta di vite tra cui tralci sono presenti santi, asceti, profeti. Quanto all’autore, tenderei ad escludere senz’altro il Domenico Provenzani (1736-1794) di Palma di Montechiaro (AG), per via dello scarno ed essenziale impatto scenico di fondo e per la mancata incisività raffigurativa dei volti. Convince di più assegnarlo alla scuola dei fratelli Manno (Antonio, Francesco, Vincenzo) di Palermo, che nel XVIII secolo diedero vita a un’industria familiare di pittura. I fratelli accettavano ogni commessa gli si proponesse, pubblica e privata, ed eseguivano le loro opere utilizzando ad una serie di disegni e cartoni che venivano ripetuti pedissequamente per le diverse richieste, anche se nei pezzi importanti si “leggono” le varie e distinte personalità pittoriche dei fratelli. La sua tela, purtroppo, è di quelle seriali. In mancanza di studi inerenti la collocazione specifica dell’opera ed altro, e valutando un’attribuzione piuttosto probante alla scuola dei Manno, le indico in 2.500 euro il suo valore economico.


Signora Marisa Alberti, il suo cassettone è di origine prettamente marchigiana. Realizzato in legno tenero dipinto, mi sembra rimaneggiato e troppo lucidato, ma questo giudizio solo dalle foto inviate. Tale mobilia, purtroppo, pur essendo della fine dell’Ottocento – epoca che suppongo senza aver visto né interni, né retro, né serrature – non trova acquirenti. Il suo poi, le ripeto, ha subito eccessivi “ritocchi”. Valore: 400 euro.


La signora Sandra Piron da Padova invia immagini di una credenza a doppio corpo (h cm103x121x51). Tipica produzione industriale italiana degli anni ’40 del Novecento, è diventata nel tempo una étagère con due belle placche bronzee. L’essenza lignea usata è anch’essa tipica e ad occhio, dalla foto “specchiata”, si tratta di ciliegio. Il mobile può valere sui 250 euro per sommario arredamento.


Il signor Antonio da Novara ha reperito in un mercatino un bellissimo vaso in ceramica (h cm 28, bocca 13, x cm 26,5, peso kg 3,4) sui tipi “della Rometti”, e come lui stesso non esagera nello scrivere, certamente il pezzo ne ricalca le linee: si tratta forse dell’opera di un qualche lavorante artigiano che ha spostato intorno agli anni ’30-’40 (mi pare l’epoca da lui suggerita) la produzione da Umbertide? Il marchio espresso sotto la base del vaso non è purtroppo leggibile, e la scritta Perugia non mi è d’aiuto. Da studiarci. Il valore, anche senza documentata origine, lo stimerei sui 400 euro, trattandosi di un eccellente pezzo.


La signora Anna da Latina ha inviato foto di un quadro senza misure e con firma pasticciata che non sono riuscito a decifrare. Né, d’altronde, mi ha aiutato l’opera stessa, un interno, probabilmente francese, dei primi del ‘900. Opera di mestierante non di eccelsa levatura.


Signor Guido Capellari, la sua ceramica lumeggiata oro (h 30 cm) è degli anni ’60-’70 del Novecento. Marcata Deruta, fonde i piccoli fiori tipici della coroplastica cittadina con i canoni della moda di quell’epoca ispirata ai modelli ceramici di Sesto Fiorentino. Pezzo industriale, è di basso valore mercatale: 30 euro.


Il signor Anto Monti manda in visione una fisarmonica rivestita in madreperla, marca: Nota d’Oro di Osimo (1946-1975), per principianti. Ad occhio dovrebbe essere di quelle prodotte dalla fabbrica (proprietaria) ditta Busilacchio (via Soglia – Osimo) nel 1975. Valore di mercato, se ottimamente funzionante, dai 200 ai 300 euro.


Signora Simona Barbisan, mi scusi, ma mi chiedo in base a quale esperienza e/o studi lei possa definire “stupenda” la sua grossolana imitazione di lampada Gallé inviatami. Evidentemente nessuna. Il suo oggetto manca di levatura, colore, incisione. In definitiva è cosa di nessun valore artistico antiquariale e non si avvicina neanche lontanamente non dico alla produzione d’élite del grande maestro francese ma neanche a quella sua industriale sviluppatasi negli anni ’80 dell’Ottocento, come già scritto ad abundantiam nella Gazzetta degli anni scorsi.


E come sempre, un saluto a tutti e un abbraccio ai pochi.



Ottobre 2018


Icone: un po’ di notizie

Signora Maria Assunta Inardi da Como, non so chi sia il noto antiquario di Milano che, consigliandola in “cinquant’anni di acquisti antiquari” (sic), le ha potuto dire cose così astruse e prive di verità. Tralasciando le corbellerie sul presunto percorso dei tarli nei mobili (tutto da ridere!), per informarne anche gli altri lettori – sommariamente a scopo divulgativo – vengo subito a parlarle delle icone russe che il suddetto ‘antiquario’ vorrebbe farle malamente acquistare. E scrivo ‘malamente’ per i seguenti motivi. Primo: mentre lui le certifica come opere del 1898 (con precisione solo perché datate), io vedo del legno naturale (noce?) non trattato con gesso, su cui sono dipinte a tempera (notizia fornitami) le figure religiose. Ebbene: solo le prime icone del III-IV secolo vennero dipinte direttamente sul legno senza il gesso (tecnica dell’encausto: cera bollita con acqua salata a cui generalmente erano aggiunti l’olio, la resina di pistacchio e i vari colori; poi si affermò – accompagnata da motivazioni religiose – la tempera). La tecnica dei secoli successivi prevedeva invece: la tavola di legno (simbolo della nascita di Cristo da un falegname) coperta da strati di gesso levigato (simbolo della prima luce creata, la “tabula rasa” su cui tutto sarà scritto), ricoperto a sua volta dall’oro del fondo (indicante la luce divina in cui tutto si muove) e dai colori stemperati nel tuorlo d’uovo (simbolo del principio cosmico da cui si esce alla vita). Secondo: le rize (protezioni metalliche che coprono le icone russe) in questo caso in argento come la sua, dovevano avere obbligatoriamente (come certificato dal febbraio del 1700 – Pietro il Grande) la punzonatura indicante il titolo del metallo prezioso in zolotnik (zolotnik è la 96° parte della libbra russa = 10,4175 millesimi); quello maggiormente usato era l’84 zolotnik (875/1000) ma esistevano anche il titolo 72-76-88-90. Terzo: indicandole, vieppiù con precisione sia la città di fabbricazione (Novgorod) sia la data (1898) desunte da vecchi cartigli applicati sul retro dell’icona, il suo ‘antiquario’ mostra di ignorare che su tutto il territorio russo nel 1896 fu adottata la presenza obbligatoria di un marchio riportante insieme una testina di donna e il titolo in zolotnik, più il marchio con le iniziali degli assaggiatori (figure professionali certificatrici del titolo dell’oro e dell’argento) operanti nei centri più importanti di produzione. Dov’è tutto questo nelle foto della riza inviate? Non oso pensare cosa il suo ‘antiquario’ le abbia fatto acquistare negli anni. Un’ultima ma doverosa osservazione finale. Le icone – quelle vere – per essere esportate legalmente hanno bisogno di autorizzazione rilasciata da un ente di Stato russo, il Novaexport , che esercita un severo controllo di quantità e qualità. Tra i documenti ufficiali della galleria russa presunta venditrice al suo ‘antiquario’, da lei inviatimi, non la trovo… come mai? Non pubblico, come richiesto, la sua foto.


Il signor Gianni Pepe di Ponte Milvio (Roma) mi confessa di essere da decenni “fissato” per i mercatini e di essere alla continua ricerca di cose, curiosità vecchie, antiche, e che avendone la casa piena ora deposita in garage (e tiene la macchina fuori). Signor Gianni, la sua malattia – le scrivo da medico clinico nel campo – è grave e contagiosa, ma scrivendone ed essendo io stesso affetto della stessa, mi è oltremodo difficile darle una cura. La malattia purtroppo colpisce anche persone che per professione hanno a che fare con l’antico. E mi viene in mente Paolo Farroni, della conosciuta antiquariale famiglia Farroni che, pur avendo case e magazzini pieni di ogni cosa, ogni sabato del mese non manca mai al grande mercato de I Sabati dell’Usato presso la stazione di Monterotondo (RM), od ogni domenica del mese alla Fiera Tiberina Mercantile in via Tiberina, prima del ponte autostradale di Fiano Romano (RM). Un malato, anch’egli, dell’antico e dell’arte, che ha più piacere a cercare e comprare che non ad attendere seduto e a vendere. Come vede, nella malattia è in ottima compagnia.
Riguardo alla sua stufa in ceramica smaltata e decorata (cm 90x70x50), ritengo sia oggetto dei primi decenni del ‘900 e non di metà ‘800. Può valere sui 600 euro.
Gli orci in terracotta, alti 60 cm circa, potranno valere al massimo sui 150 euro cadauno, ma nei mercati si trovano anche alla metà. L’abbraccio, in ragione della comune malattia.


Il signor Adriano Faticoni invia immagini di una credenza, una servante e un tavolo con sedie in stile rinascimentale del III periodo (così lo classifico io), mobili appartenenti, cioè, non al periodo originale, che è il XVI secolo, non a quello “Umbertino” di fine Ottocento primi Novecento, ma al successivo: anni ’40-’60, prodotti intarsiati e scolpiti da innumerevoli fabbriche italiane. Il valore mercatale di questo tipo di mobilia è, come d’altronde tutta la categoria oggigiorno, basso. Potrei dirle: 800 euro la credenza, 400-600 la servante ed idem per il tavolo con le sedie.


Letizia64 da Pratica di Mare (RM), i denari d’argento di Traiano Imperatore Romano (53 d.C. – 117 d.C.) coniati dal 98 al 117 d.C., non sono affatto rari. Nella loro generalità poi, dato che non sono patate, vanno singolarmente visionati per tipologia e stato di conservazione, analizzati e valutati. Lei calcoli un valore tra i 35 ed i 90 euro (eh già!) per esemplare, pur in ottimo stato e con certificati di autenticità e provenienza. All’ultima interessante e bella asta Artemide, agosto 2018, ne sono stati presentati numerosi esemplari valutati alle cifre da me indicate. Se ne deduce, quindi, che per pezzi di scavo e/o ritrovamento fortuito o meno – e che la legge disapprova- il valore scenda e di molto. Lei manda in visione anche una presunta serigrafia di A. Warhol, “Marilyn”, 1967: trattasi di una cosa stampata su cartone, una riproduzione senza alcun valore.


Signor Presta-Roma60, nella vita mi sono sempre pagato i periodi di riposo e villeggiatura di mia tasca e non ho mai soggiornato a spese di chicchessia in alcun posto, tendenza che potrebbe invertirsi se accettassi la sua offerta di valutarle i molteplici oggetti “trovati” scavando nella sua qualità di “tombarolo” (sic). E ciò accadrebbe tanto più se mi inserissi in qualità di procacciatore di clienti, come lei gentilmente mi suggerisce, “alla percentuale del 50%”! Repetita juvant: nel mercato clandestino cocci e coccetti, ma anche vasi, anfore ecc., non hanno più soverchia richiesta e stima, tant’è che se uno va a consultare i cataloghi d’asta del settore trova di tutto e di più a quattro soldi e legalmente. Quindi signor Presta, per tema di quei signori che hanno il vezzo di indossare pantaloni con curiose strisce rosse, e che potrebbero avere da ridire e fare in merito al di lei auspicato sodalizio, debbo declinare la sua pur generosa offerta.


Il signor Federico Farloni invia una foto di grammofono raro a due trombe (forse un Gaumont francese) ma avrebbe bisogno di un esame visivo per poter stabilire se è autentico (sui 1.200 euro) o riprodotto (250 euro).


“Aridaje co le Pancaldi”, le sorelle romane commercianti e sedicenti antiquarie chiamate anche a Roma “le marchigiane” (e non per la loro origine, che sono trasteverine!). La signora Ines Verazzi di Roma mi comunica che, incontratele in un mercatone della Capitale, le hanno parlato male di me, definendomi un incompetente in tutto salvo che nelle ceramiche su cui: “è veramente preparato” (sic). Strano e curioso fatto, giacché le mie trascorse diatribe con le signore, arrivate persino a querela poi ritirata, riguardavano unicamente delle ceramiche. Che dirle? Ringrazio lei del notiziamento e le signore Pancaldi del riconoscimento. In merito, poi, al cassettone in noce intarsiato in legni vari, tardo Carlo X (1757-1836), dalle innumerevoli foto inviate mi pare mobile molto rimaneggiato (serramenta rifatte ed eccessiva rifinitura lucida) e costruito verso i tre quarti dell’Ottocento. Inoltre le misure (cm 110x48x85) sono inferiori di una decina di centimetri in tutti i lati e l’altezza, rispetto ai prototipi dello stile. Il valore, comunque, è sui 2.000 euro, per conservazione e “scena”. Il camino in marmo di Carrara (cm 180×100) è pezzo eclettico, pantografato e vecchio solo di una decina di anni. Brutto!

 

 


E come sempre, un saluto a tutti e un abbraccio ai pochi


Settembre 2018


La signora Claudia manda le immagini di due mobili arredativi: una credenza degli anni ’20-’40 del Novecento intarsiata a pantografo, cui assegno un valore 600 euro, e una vetrina anni ’70-’80, sempre del Novecento, che valuto 300 euro. Questo, ad occhio, avendo a disposizione scarne foto e non avendo comunicato la lettrice le misure.


Signora Alessandra, il suo orologio da tavolo in metallo dipinto (h 40 cm) con inserti in ottone placcato oro (echt vergoldet), tedesco, è un soprammobile per turisti. Anni ’50-’60 del Novecento, vale 350-400 euro.


Signora Antonella, il suo canterano lastronato in piuma di mogano ho impressione viva che abbia subito rimaneggiamenti e aggiunte varie al punto di renderlo “illeggibile”. Il valore così è intorno ai 100-150 euro.


La signora Marika manda in visione 5 mobili. La cassettiera in legno d’olmo o ciliegio, di un certo gusto, sembrerebbe pezzo caratteristico di area umbro-marchigiana, e anche se presenta mancanze, vale 600 euro; l’armadio, pantografato, 300 euro. All’angoliera da muro assegnerei un valore di 150 euro, al tavolo, 100 euro e alla ribaltina, 200 euro.


Signor Nicola Giovacchini, dica pure al suo amico Angelo di Centocelle (RM) che il suo orologio da tasca è un falso Vacheron. Se poi si vuole sincerarsi sul fatto che la cassa sia in oro, può andare a farlo controllare da un orefice qualsiasi (comunque senza mai lasciarlo in “visione” o per effettuare il “saggio”). Non fosse in oro, l’orologio varrebbe sempre 100 euro per la marca riprodotta.

 


Signor Roberto Fornaroli, le immagini del “tondo con Madonna e Bambino con cornice” inviatemi non sono assolutamente sufficienti per poter ascrivere l’opera ad alcuna epoca, tanto meno al secolo XVI. Anzi, v’è da dire che nessun parametro visivo ivi espresso potrebbe condurre il mio giudizio in tal senso. L’immagine in sé non evidenzia craquelure ma piuttosto elementi abrasivi sospetti.


Signor Roberto Pratese, operatore al mercato “I Sabati dell’Usato” Monterotondo-Scalo, la sua statua in marmo è riproduzione attuale di fanciulla in stile Liberty. Alta 180 cm, realizzata in statuario apuano, se integra, vale, per arredamento, sugli 800 euro.


Botta e riposta circa l’autentica delle opere d’arte

Signor Marco Paoli da Roma, io ancora non mi capacito di come, anche a mero senso di logica, si possano acquistare opere d’arte, moderna soprattutto – che l’arte antica è cosa complessa e richiede per riprodurla fior di artisti veri e storici antiquari restauratori che preparino i supporti per eseguirla (tele, telai d’epoca, colori, invecchiamenti) – senza averne capacità e conoscenza adeguata. Nelle opere moderne e contemporanee – che sono più idea che forma – prevale il segno condensato, accennato, quando non criptico: tagli, superfici monocoloriche, geometrie, astrattismi, alla portata di tutti. Ed è per questo, difatti, che sono molti i falsari che vi si cimentano, operando su vecchi cartoni, compensati, masoniti, che sono materiali del Novecento facilmente reperibili. In più, essi sopportano costi esecutivi minimi, tant’è che si possono permettere di vendere a 50-100 euro pezzi che, buttati a finto casaccio nei mercatini o nel retrobottega del magazzino, invogliano scaltramente chi, gettato lo sguardo sulla firma, pensa di aver fatto il colpo della vita.
«Guarda… – mi diceva un commerciante d’arte mesi fa – guarda questo disegno (tre bottiglie ad acquarello evanescenti con firma); a quell’asino di (…) ho dato 40 euro, ne voleva 60. Aveva visto la bella mano ma letto Morando e non Morandi, che poi non saprà neanche chi è. Eh!… che ne dici? Qui si parla di 20-30 mila euro eh!».
«E già!… – ho risposto – e chi ti dichiara che è di Giorgio Morandi, chi te lo autentica?».
«Ah… allora, secondo te, tutte le opere di Morandi che si trovano in giro hanno l’autentica: ma che dici? E allora, chi ha comprato dall’artista sconosciuto all’inizio della sua carriera o da gallerie minori che vendono opere a dozzine di autori agli esordi? …E allora, le opere regalate, perse, buttate?».
«Sì – ho ribattuto – ma una volta che l’artista diventa un nome internazionale, per farlo circolare, commerciarlo, la legge, e non il ragionamento tuo e di altri, prevede che vi siano delle documentazioni di provenienza in primis, e non va certo bene, come motivazione, il ritrovamento occasionale dell’opera, che potrebbe nascondere sottrazioni, furti e quant’altro. E poi, anche ci fosse liceità, permane l’obbligo, se la si vuole vendere come autentica (altrimenti dovrebbe essere alienata chiaramente come copia), di avere una autentificazione; può essere rilasciata dalla Fondazione dell’artista, se istituita, o dagli eredi dell’artista autorizzati in divisione ereditaria notarile o anche dagli studiosi autorevoli, basandosi su documentazioni e conoscenza, ma generalmente sottoposti ai primi».
In seguito ho saputo che il commerciante, non persuaso dalle mie osservazioni o non sembrandogli conveniente tenerle in considerazione, ha venduto il disegno del supposto Morandi ad un antiquario umbro per 3.000 euro: 1.000 subito, e il resto a vendita di costui a un collezionista che verrà dal Canada e che lo comprerà, probabilmente, a una decina di migliaia di euro circa. Il “collezionista” acquisterà una sontuosa cornice antica, collocherà il disegno nel suo salone o lo metterà in cassaforte insieme alla ricevuta d’acquisto per 30 mila euro presso Galleria o prestanome compiacente (o lo stesso antiquario umbro) che gli servirà per scaricarne fiscalmente il valore attraverso una sua Società. E documenterà bene il suo acquisto in Italia: il nome dei mediatori, la ricevuta del venditore accompagnata magari dalla dichiarazione di un critico, un professionista d’arte o di un antiquario di basso profilo e pochi scrupoli, oppure da autentica di un grande critico deceduto, con tanto di carta intestata (oggi facilmente riproducibile con il pc da tutti).
Mi è giunto, mentre scrivo, un comunicato stampa dei Carabinieri Comando Tutela Patrimonio: hanno sequestrato un centinaio di opere d’arte (da De Chirico, a Rosai a Fantuzzi) a uno scenografo romano, commerciante di falsi da tempo sul mercato.

Che altro dirle, signor Paoli, se non che per acquistare opere di pregio moderne ci vuole accanto un perito professionista, serio, fidato, che ne capisca, o una Galleria di nome e di prestigio? E questo, certo, nell’ipotesi che non decida, viceversa, di comprare da privati a due soldi, e di sobbarcarsi poi l’impresa e la spesa dell’autenticazione.
Ma veniamo al dunque. Il suo quadro, supposta opera di Mario Schifano (Homs 1934 – Roma 1998), artista poliedrico di fama internazionale, è un falso, e per ovvi motivi: primo perché lo ha acquistato da un venditore di quadri a 1.000 euro senza documentazioni, con sola ricevuta e senza la foto firmata dal venditore dell’opera stessa; secondo perché, sia per studio sia per frequentazione del Maestro, sapevo e so quali colori, telai e tele usava, e il telaio del suo quadro non è proprio tra questi, anzi, è della tipologia che lui odiava. Non le fornisco altri particolari poiché i falsari, quelli non provetti, potrebbero avvalersene. E tutto ciò che scrivo va al di là della querelle circa le opere di Schifano (che faceva eseguire i suoi dipinti anche a terzi). E ripeto, qui non si tratta di stabilire l’esecuzione dell’opera (alla portata di tutti) ma piuttosto di essere a conoscenza di ciò che la legge ordina in merito all’autenticità.


E come sempre, un saluto a tutti e un abbraccio ai pochi



Agosto 2018


Brutte foto invia il signor Emilio Genovese. Lo scrittoio impiallacciato e intarsiato probabilmente – e ad occhio – è un mobile degli anni ’70-’80. Solo la rastrellatura delle gambe potrebbe far pensare a un’epoca meno recente – anni ’20-’40 – ma in questo caso starebbe a significare che il mobile è stato malamente restaurato e riverniciato. Valore: sui 300-400 euro, per arredo.

 


La signora Antonella Cirrito manda una “Carta generale della Sicilia e sue isole del Cav. Guglielmo E. Smith”, capitano topografo della Reale Marina Britannica, compilata nel 1824 ed edita nel 1826 dall’Officio Topografico di Napoli in fogli due. L’esemplare inviato dalla signora è un’edizione del 1860 e penso possa essere valutato sui 200-250 euro.

 


Il signor Maurizio Castelli invia un’icona il cui retro certifica che si tratta di copia manuale da originale (Museo Zagorsk Russia) eseguita dal Pantocrator Iconstudio Ungheria (senza indirizzo). Praticamente si tratta di una copia dozzinale che non ha, spiacente, alcun valore se non arredativo.

 


Signor Mario Coppolino, il suo tavolino, senza misure, credo sui 2 metri di lunghezza e suppostamente novecentesco, così com’è può valere 200 euro.

 

 


Signor E. Pugliese da Viterbo, il suo registratore di cassa dei primi del Novecento è americano. Funzionante e in ottimo stato, vale sui 2.000 euro, ma più di 1.000 credo non le daranno.

 


Signora Gianna Tornabene, il camino in marmo (cm 1,70×1,60) che lei vorrebbe acquistare è in stile neoclassico dell’Ottocento, ma non è originale, quindi, è pagabile al massimo 2.000 euro e non 5.000. Spieghi poi al venditore, che i suoi elementi decorativi sono stati pantografati, non eseguiti a mano!

 

 


Doriali in e-mail, manda in visione un armadio in noce – afferma lui – da sverniciare, in quanto ricoperto. Ebbene, al di là delle mie perplessità su chi e perché abbia verniciato di nero un legno nobile e bello come il noce, debbo accertare al signor Doriali che, anche se lui lo restaurasse a puntino, il suo armadio piemontese (h 210x140x52) non potrebbe mai valere “oltre cinquemila euro” (sic), ma 700-800 euro – in noce fiammante e trovando l’acquirente – giacché la tipologia non è affatto appetibile nel mercato attuale.

 


Vetrina eclettica, fine ‘800 primi ‘900, per il dottor A. Flavinio da Roma. Mogano, bronzi, vetri molati (h 210x90x40), è un pezzo molto arredativo ma di poca richiesta: 1.200 euro per l’ottimo stato.

 

 

 


La signora Manuela Brizzi di Bologna invia foto di un’angoliera in noce (ma tanganica), anni ’80 (h 80×40) di nessun valore antiquariale, e una coppia di comodini (cm 40x34x85) in palissandro con intarsi in acero, stupendi, Carlo X, da 2.500 euro.

 

 


E come sempre, un saluto a tutti e un abbraccio ai pochi


Luglio 2018


“Una storia”

Il lettore Emilio Pio Nardi da Roma-Parioli mi fa contattare da Ettore Carta – “mercataro” a riposo di Porta Portese – in merito a una “cornucopia a cavallo marino alato” in bronzo (cm 40×30 h), oggetto che mi viene indicato come sovra camino Primo Impero francese (sic), e ciò in base all’opinione del proprietario stesso “cultore di studi napoleonici” e di un “celebre bronzista” di cui (talmente celebre!) non mi viene fatto il nome. Io, vedendo il pezzo dal vivo, lo trovo senza nerbo plastico, lo definisco un bell’oggetto, ma seriale, appartenente a un eufemistico e rivisitato Tardo Impero non francese ma italiano, e lo colloco, infine, negli anni ’20-’40 del ‘900. Apriti cielo! Il “Pio” Nardi copre di male parole il povero e incolpevole Ettore Carta reo di avergli presentato (e “a gratis”) un somaraccio che non capisce nulla e che gravita “tra rigattieri e mercatacci” (sic). Ah… dimenticavo di precisare che il bronzo era stato comprato dopo essere stato rinvenuto, steso a terra su un lenzuolo, presso il mercatino abusivo che si svolge addossato alle mura di San Giovanni, a Roma, compra/vendita illegale che viene chiusa dai vigili periodicamente con sequestri e arresti. Questo nell’ottobre dello scorso anno.

Ora, capita a chi si informa e legge sempre, di imbattersi ogni tanto in qualcosa che gli conferma di non aver sprecato gli anni dedicati allo studio e alla ricerca. In un vecchio opuscolo/catalogo da me conservato: “Fonderia Artistica – Roma 1936”, rinvengo, al n. 85, proprio il bronzo Primo Impero dell’accanito lettore.
Mi viene in mente, anch’esso retaggio di studi, il “Pio Bove” di carducciana memoria.

 


La signora Tatiana T. da Udine, il suo orologio da tavolo a pendola (cm 30×30), con carica settimanale e funzionante, è in antimonio bronzato e dorato, probabilmente realizzato in Francia. Tali oggetti in antimonio non sono appetibili sul mercato, nonostante il bell’effetto visivo. Valore, sui 300-350 euro.

 


Antonello Fox mi manda le immagini di tre classici bronzetti della tradizione partenopea (cm 65 h per 10 kg di peso ognuno circa). Si tratta di copie di fonderia tratte dalle collezioni di due artisti scultori specializzati nel genere del “Pescatorello”: Gioacchino Varlese (1888-1922) e Giovanni De Martino (1870-1935). Copie dai 30 ai 40 cm di altezza, valgono sul mercato sui 200 euro. Quelle inviate in visione, arrivando a 65 cm, penso possano valere sui 400-500 cadauna.

 


Il signor Daniele Bagni, dalla meravigliosa Malcesine sul Garda (Verona), invia immagine di una statuina dell’azienda ceramica Rometti (cm 26×18), firmata Dante Baldelli, sommo ceramista della manifattura, 1932. Ideata come segnalibro e recante il titolo “Vagabondo”, è una versione che si discosta dall’originale che appare sui cataloghi, ma io credo che sia egualmente autentica. Purtroppo l’opera è danneggiata nel viso, e dunque e dai 3.000-3.500 euro di stima si scende ai 1.200-1.500. Ciò sommariamente.

 


Il signor Mauro Malusa da Trieste manda in visione un bronzetto novecentesco (cm 21×27, peso 5 kg) firmato con nome non reperito nei cataloghi. Pur di non eccelsa perizia compositiva, “le due sorelline” hanno un “che” di solitaria trasfusione che fa risultare la composizione, tutto sommato, piacevole e delicata. Valore, 250 euro.

 

 


Gianfelice in e-mail, il marchio impresso sulla sua porcellana (rosso) non è italiano di Vinovo (il cui distintivo è generalmente una “V” tra due punti sormontata da una croce e in blu sotto vernice o incisa) ma è riferibile a Varages, in Francia. Ciò, per l’epoca della sua porcellana che è il XVIII secolo.

 


Signora L. Passoni in e-mail, la sua è un’acquaforte originale e coeva di Giuseppe Vasi (1710-1782), mm 10,10×6950: Prospetto della città leonina che si vede colla Basilica Vaticana, Ponte e Castel Sant’Angelo, 1765. Sedici anni fa ne comprai una dello stesso autore (con altro scorcio romano) per un cliente ad un’asta, mi pare Semenzato, per 3.500 euro. Ora il valore è sui 2.000 euro, a dir tanto.

 


Ginosa62 in e-mail, il suo dipinto veronese, inizi del XVIII secolo, è una copia oleografica, ossia una stampa su tela. È inutile quindi portarla in visione ad una casa d’aste per venderla.

 

 


Signora Pinapaste, non scherzi!: se lei ha creduto veramente che le “feci” del Manzoni Alessandro fossero state vendute in scatole “ricordo” a duemila euro a confezione, beh… penso che il titolo di “gallinaccia” (con cui si identificano nel campo antiquariale pollastri ed affini) non glielo possa togliere nessuno. Sì!, è vero che sono state fabbricate ed edite scatole contenenti “feci”, ma nel 1961, e non si trattava di quelle dell’autore dei Promessi Sposi ma di un altro Manzoni, il noto Pietro artista di avanguardia che, provocatoriamente (ma non troppo, come hanno dimostrato gli anni trascorsi), affermava che qualunque cosa sia contestualizzata ed esposta da un artista diventa ipso facto un’opera d’arte. E giù ad esporre: piumini, corde, candele e… merda. Il termine è crudo, lo so, ma l’opera in scatola si intitola proprio così: “Merda d’artista”, gr 30, senza conservanti, prodotta e inscatolata dall’autore nel maggio 1961. L’ultima aggiudicazione in asta parla di 275mila euro! Meditate gente, meditate… e pregate il vostro Dio, se lo avete.


l.london70 in -mail, gli artigiani viterbesi sono falsari da quando producevano per i “tonti romani” terrecotte dipinte a imitazione – grossolana – delle ceramiche greche, le cosiddette “falische”. Loro epigoni sono i famosi ceramisti di Civita Castellana, (ne ho scritto negli anni sulla Gazzetta) che hanno copiato per secoli di tutto: dalle cinquecentesche di Deruta e Urbino ai “cessi” della Ginori, fino alle porcellane di Tiffany. Già negli anni ’60-’70 i viterbesi si erano specializzati in copie di statue, camini, fontane, vasi. Ne hanno venduti a migliaia, e continuano pur nella crisi odierna che, però, non gli consente più di chiedere, per i camini ad esempio, dai 5-8-12 mila euro ma, più modestamente, 800-1.200. E quindi: tra materiale (non più reperibile nei campi come una volta e/o smontando tombe e santuari antichi), costi di esecuzione a macchina e rifinitura a mano (che l’antichizzazione, a parte i mesi, anni buttati all’aperto con l’esposizione a tutte le condizioni atmosferiche, non la fanno più), non è che gli convenga più tanto realizzare qualcosa; anche perché, oramai, dagli acquirenti “gallinacci” che spendevano senza scrupoli si è passati agli acquirenti “faccia da retro”, i quali, se gli chiedono mille è facile che propongano cento, vuoi per ignoranza vuoi per legittimarsi furbi e scaltri compratori. Adesso i venditori viterbesi si limitano a dirvi “è un pezzo antico, l’ho comprato io trent’anni fa da un vecchio rigattiere” ecc. ecc. “ma per quello che chiedo non glielo fa neanche nuovo nessun marmista”.
In definitiva, signor london70, il camino (cm 130×110) da lei comprato a Orvieto è una riproduzione in pietra (sembra pugliese di Trani), ed è stato pagato il giusto: 1.100 euro. Ma non è un pezzo del ‘700.


Michele, in e-mail, conciso: epoca e valore di una tela (cm 105×80), un francescano Priore della fine del ‘700. Pezzo di modesta mano e stesura, non in eccelso stato, vale 300-400 euro.

 

 


E come sempre, un saluto a tutti e un abbraccio ai pochi



Una storiella

Il falsario ed il perito. Scambio di vedute tra due professionisti

Il perito viene raggiunto dalla telefonata di un amico “mercataro” di Bologna – persona seria e da lui stimata tant’è che ha il suo cellulare personale – che gli parla di un discreto collezionista di pittura futurista – ed anche commerciante – bisognoso di una consulenza nel campo. Dopo le solite domande esplorative per capire che tipo di incarico dovrebbe accettare, l’amico a digiuno di arte (ma gran conoscitore di mobilia) lo prega di telefonare al collezionista. Dopo qualche giorno si mettono in contatto e il perito si reca presso la sua abitazione/galleria romana: un appartamento immenso che subito lo colpisce: intravede un Modigliani, un De Chirico, e pitture futuriste di pregio: Dottori, Severini, Balla, Carrà… Un museo! Il proprietario inizia ad aprire cartelle con documentazioni, provenienze, certificati. Meno male, pensa rinfrancandosi il perito, arciabituato a visionare opere senza curriculum e senza storie documentate. Ma allo stesso tempo si chiede: e che mi ha chiamato a fare se è tutto certificato e avallato? Dopo un’ora di discorsi, il perito capisce che il collezionista ne sa più di lui in materia, conoscendo e opera pittorica e gallerie e mercati, e così, gli pone una domanda/constatazione onesta: «Guardi – esordisce – le ne sa più di me. Inoltre, ho ben guardato tele e documentazioni e ad un primo esame visivo è tutto autentico: cosa posso fare per lei?». « Eh… caro professore – risponde il collezionista – ha detto bene, ad un primo esame tutto è autentico: tele d’epoca, colori, patine, provenienze, certificazioni… Ma ad una più attenta verifica anche lei, che non è precisamente un esperto d’arte futurista, comincerebbe a farsi e a farmi delle domande. Per prima cosa, però, mi permetta! io l’ho chiamata e voglio darle l’onorario concordato, che accetti l’incarico o meno». Così dicendo il collezionista mette nelle mani del perito una busta e conclude, con intensità, dicendo: «La riterrei vincolato, così, ad una dovuta segretezza». Il perito posa la busta sul tavolo: « Signore, l’hanno male informata se pensa che io possa essere vincolato per soldi. Lei mi ha fatto entrare nella sua casa – e a che titolo si vedrà – fidandosi di me, ed io, una volta uscitone, non direi a nessuno per nessun motivo ciò che lei vuole tenere riservato, neanche alla giustizia, e ciò, le ripeto, che lei mi paghi o meno». Il collezionista stringendogli la mano: «Sono quindici anni che la leggo e mi ero, infatti, fatto un’opinione ben precisa di lei. Mi scusi. Devo a questo punto farle una confessione: tutto ciò che ha visto ad esame sommario, è falso. Le uniche cose autentiche sono quei disegnini di De Chirico sul vestibolo d’ingresso, e questa, per quanto rara, sculturina di Gerardo Dottori», precisa indicandola su un tavolino d’appoggio. «Io sono commerciante e falsario, e sono, lei avrà ben capito, un profondo conoscitore del periodo e degli artisti operanti. In più, ho per anni avuto conoscenza di materiali, gallerie, mercati. Ho contatti con collezionisti “veri” e “pseudo”: i “veri” sono quelli che hanno le opere nei cataloghi, gli altri sono “affaristi”, quelli che comprano un olio di De Chirico a 15mila (invece dei 50 e oltre) e si accontentano delle ricevute di aste, o di nobili e borghesi impoveriti o defunti. Sono questi “affaristi” i miei clienti». Il perito non si scompone: «La domanda – dice – è sempre la stessa: come potrei aiutarla o favorirla visto che lei è un eclettico, mi permetta, imbroglione?». Il falsario sorride: «Professore, nella rubrica della Gazzetta lei scrive – e così è! – che in special modo le opere moderne possono essere autenticate solo dall’autore o, se questo è deceduto, dagli eredi o dalla Fondazione dedicata, oppure da autorevoli conoscitori dell’opera dell’artista e da chili di documentazioni, foto, perizie ecc. “Autentica”, ecco. E lei sa di cosa parlo. Ma a me ed ai miei clienti “affaristi” basta una buona opera ben dipinta (e ho due fratelli che le riprodurrebbero la Sistina quanto sono bravi) con tela e telai d’epoca, un po’ di carte d’appoggio e di eredità. È per questo, mi permetta, che ho chiamato lei… ossia un perito serio, conosciuto ma non esperto del Futurismo, che possa stilare, sulle basi da me fornite, un’attribuzione scritta e articolata. Non una dichiarazione di autenticità ma di semplice attribuzione, che quindi mette lei al riparo da tutto, legge compresa. Ed io e i miei clienti siamo a posto. Sono disposto ad offrirle il venti per cento su fattura o ricevuta su ogni quadro che lei mi valuta con l’attribuzione». Il perito guarda il falsario: «Signore, sono costretto a ripetermi: l’hanno male informata. Ma stia tranquillo, mi ritengo vincolato, e senza percepire alcun onorario, a quanto innanzi detto. Noi non ci siamo neanche conosciuti, e… addio!». Il perito si avvia all’ingresso, apre la porta, e se ne va.

I TERMINI

Autentica: è la certificazione assoluta che l’opera è indubbiamente e incontestabilmente dell’autore. Possono certificare autenticità unicamente: l’autore, gli eredi o le Fondazioni nominate. Chi effettua le certificazioni ne risponde penalmente e civilmente di fronte alla legge.
Attribuzione: è fatta sulla base della visione dell’opera con o senza documentazione. Chiunque in buona fede può redigerla senza risponderne a chicchessia e – paradosso, tanto più se non capisce nulla dell’opera e della documentazione – essa assume valore quanto più la persona che la redige ha autorevolezza sul mercato.

 



Giugno 2018


Signora Rosa62, la sua credenza con piattaia in larice (cm 220x60x195) è della fine dell’Ottocento, probabilmente di area friulana. Vale 800 euro, e ciò perché mi ostino a valutare i mobili per la loro specificità: il suo è lucidato con l’antica cera a strati ed è in prima patina. La scrivania (cm 130x65x82) non è del Settecento ma anch’essa della fine dell’Ottocento e qui, per l’usualità dello stile – e nonostante il bel noce massello – devo scendere ai livelli dell’odierno mercato, cioè non più di 500 euro.


Signor Giovanni Pasuello da Roma, la credenza (cm 210x120x50) comprata a “due soldi” (sic) nel negozio in conto vendita, non è dell’Ottocento e non è in mogano ma in legno asiatico, prodotta una decina di anni fa in India da dove, allora, ancora conveniva esportarle in Europa. Si tratta di pezzi a imitazione di quelli originali; oggi non se ne producono più perché i mobili autentici costano di meno. Il suo: 300-400 euro per arredamento e per gli amanti, pochi, del genere.

 


Giannirosa in e-mail, la sua radio Philips 2531 e l’altoparlante 2032, Olanda 1929, restaurati esternamente ma non funzionanti e mancanti di parti all’interno, valgono forse 50 euro per chi li vorrà e potrà ripristinare.

 

 


Signor Sandro Suriano da Napoli, l’inginocchiatoio con leggio in legni vari mordenzati noce, reperito in un antico palazzo in abbandono, non è cinquecentesco ma mobile eclettico tipico di fine Ottocento primi Novecento, riproponente, cioè, nel suo aspetto un insieme di vari stili precedenti. Da restaurare, sui 150 euro.

 

 


Il signor Maurizio Castelli ha acquistato un okimono (h 14 cm peso 186 gr) “oggetto da posare” giapponese del 1910 in avorio, e me ne chiede il giusto valore. Si tratta, in genere, di statuette in vari materiali da porre in nicchie o su scaffali – mai su mobili – e bene auguranti per la casa. Posto che il suo, signor Maurizio, sia veramente avorio, presenta un bel modellato e, senza entrare nel merito del marchio (da identificare), credo che 350-400 euro sia la sua valutazione. Ricordo comunque a lei e agli altri lettori che l’avorio è sottoposto alle norme internazionali CITES e alla legge 7-2-92 n. 150 in materia di commercio e detenzione e che quindi ogni oggetto deve avere provenienza e certificazione di chi vende, acquista e detiene.


Un signore romano ha ereditato dal padre una collezione di opere di Pascal Papisca, un pittore (nato nel 1938 a Parigi poi operante dagli anni ’60 a Roma) che io ricordo di grande mano e notorietà. Ebbe successo in Italia negli anni ’70-’80, ma poi ne ho perso le tracce e non ne ho più avuto notizie. L’oblio è ciò che capita a tanti ottimi artisti di non primaria importanza nazionale i quali, finito il momento di gloria, non trovano in seguito chi li mostri e valorizzi. Pertanto, dare valutazioni odierne su Papisca è oltremodo difficile; potrei dire che i ritratti possono essere valutati sui 300-400 euro, i paesaggi (cm 50×70) sui 400, i nudi (cm 50×50) sui 500. Ciò a grandi linee.


Costames in e-mail, la sua sedia capotavola realizzata in mogano istoriato è scozzese e non francese. Può valere oggigiorno al massimo sui 200 euro e non 2.000 come indicatole dal buonuomo venditore di anticaglie (?) – bomboniere suppongo – e forse esercitante la professione di idraulico come primo mestiere.

 

 


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Maggio 2018


D’Orazio, da Napoli, pone alla mia attenzione un “cassone da sposa emiliano del ‘600 in noce”, scrive lui!… Io vedo invece un assemblaggio, neanche bello, di legni vari: pioppo, castagno, abete; il noce, evidentemente disturbato, se n’è “fujuto”. Il coperchio, addirittura, è una porticina in larice: un classico di questi rifacimenti casarecci! Il cassone fu pagato da sua madre 3.000 euro una decina di anni fa, ma ora, ohi voi!, devo purtroppo ridimensionare il suo valore: 300 euro al massimo, e sempre per i soliti amanti del genere.

 


Signora Fanali C. da Tivoli (RM), le sue porcellane raffiguranti animali (h sui 35 cm), essendo oggetti degli anni 50-60 del Novecento, valgono poco: sui 30-50 euro l’una, secondo gusti.

 


Bianchini da Bracciano (RM) manda in visione tre orologi da parete. Il primo (cm 35), ottocentesco, detto a “occhio di bue”, presenta quadrante in latta, carica a tre giorni, cornice a mecca: se funzionante, 250 euro. Il secondo, anch’esso di fine Ottocento, è un pendolo in bosso intagliato, un gioiellino di cm 10×8 funzionante e con un bel meccanismo tedesco: valore 300 euro. L’ultimo orologio, in latta serigrafata (cm 40×48), è un austriaco “foresta nera” a pendolo; pezzo della metà dell’Ottocento, funzionante e in condizioni museali, vale 600-800 euro.


Il signor Sergio Celotto manda in visione tre quadri. Il primo è opera del pittore romano Leonardo De Magistris (1933-2010), uno dei fondatori della famosa manifestazione “I cento pittori di via Margutta” nata a Roma nel 1953 e ancora “viva”. Purtroppo, come a tanti pittori è accaduto, una volta scomparsi, le loro opere non hanno avuto più un valore adeguato. Nel mercato girano tele dell’artista (cm 50×70) a cento euro l’una. Il suo dipinto (cm 150×80) considerando anche la con cornice arredativa, potrebbe valere sui 350 euro; tra l’altro, l’opera è di quelle seriali dell’artista. Il quadro a firma Giorgini (cm 150×100), artista da me non identificato, potrebbe valere sui 200 euro arredativamente parlando; non ho elementi visivi per stabilirne l’epoca, essendo una pittura di stampo classico. Il terzo dipinto – che sua zia indica di scuola inglese – anonimo, ma di grandi dimensioni (cm 250×150), è pezzo di fine Ottocento, ha mestieranza e respiro; ad occhio, fosse dell’epoca presunta, potrebbe valere sui 1.500 euro.


Signora Emma Trisino da Roma, la sua specchiera (cm 120×60) non è pezzo dell’Ottocento ma prodotto seriale di fabbrica, anni 60-70 del Novecento. Può verificarlo lei stessa poggiando in piano la cornice: constaterà che è piatta e rileverà che sopra il gesso “a spruzzo” è stata applicata una foglia dorata (oro matto) non consona. Per le ottime condizioni, 200 euro per arredamento.

 

 


Specchierina in noce, ‘800 francese (cm 60×40). Signor Paolo, siamo su un valore dai 60 ai 120 euro, secondo dove si vende e per gli esclusivi amanti di tale genere.

 

 

 

 


Gioacchino, mercataro marchiggiano: ancora? Ma lo dovresti sapere, ormai, no? Le credenze fine Otto primi Novecento varrebbero sui 1.200 euro ma più di 500-600 non te li danno, punto. Aivoglia a parlare di noce, vetri molati e piombati, ecc… Non le vuole più nessuno.

 

 


Valenzi, il suo cassone non è rinascimentale, ossia risalente al XVI secolo, ma piuttosto neo rinascimentale, ergo pezzo del XX secolo. Quindi: 400-500 euro e per l’ottimo stato.

 

 


Signor Fassa, un mese fa circa, in qualità di perito e consulente di un’autorità pubblica in un processo, il giudice mi ha chiesto se potessi valutare a vista dei disegni firmati di arte moderna. Ho risposto che tali opere non erano “accompagnate” né da documentazioni e certificazioni né da quant’altro occorre alla validazione d’autenticità di una “qualsiasi opera d’arte”, e che nessuno altrimenti che non sia erede o responsabile di una specifica Fondazione può assumere su sé l’onere di valutarne e dichiararne l’autenticità. Ciò ripeto a lei in merito al suo disegno di Modigliani. E tanto valga per tutti quei lettori che hanno comprato e/o scoperto dei Picasso, Cezanne, Mirò, Kandisky, Morandi, ecc. ecc.


E come sempre un saluto a tutti e un abbraccio ai pochi



Aprile 2018


Foto da catalogo: Asta Pandolfini – Firenze 18 aprile 2018 lotto 73

Egregie sorelle Pancaldi da Roma, note frequentatrici disgiunte di mercati e mercatini, conosciute a Roma come le “marchigiane” (e non per la loro terra d’origine) quando comprano, e come le “Bulgari” quando vendono (Arezzo e Parma), signore con le quali, ogni tre-quattro anni ho degli scontri notevoli (vent’anni fa addirittura mi denunciarono per aver scritto sulla Gazzetta della loro scarsa competenza nonostante si professassero antiquarie, denuncia, poi, “motu-loro” e chissà perché, prontamente ritirata): ecco che ci risiamo!
I fatti: nell’autunno del 2017, a Parma, le sorelle vendono a una lettrice della Gazzetta una zuppiera con decoro “aux lambrequins”, blu cobalto, giallo antimonio, verde ramina, marcata con il giglio della Real Fabbrica di San Carlo, Caserta XVIII sec. Sin qui tutto bene. Poi, però, scoppia la “querele” riguardante il prezzo, a mio dire – e non solo – esagerato. La lettrice Ivana C., infatti, comprata la zuppiera dalle sorelle – che quando vendono sono congiunte – a 5 mila euro (da 6.500 iniziali) con rilascio di ricevuta – senza foto – attestante il tutto, prezzo compreso, orgogliosa del suo acquisto la fa vedere a un conoscente “mercataro” che, ritenendone esagerato il valore, la manda da me. Io, pur autentica, valuto la zuppiera 500-700 euro. A questo punto la signora Ivana telefona inferocita alle sorelle le quali non si spencolano – come avrebbero voluto – in improperi su di me e il mio operato (forse ricordando l’episodio della denuncia e di ciò che dissi e promisi al loro avvocato), ma fanno osservare alla signora che il mio è un parere da foto e quindi non esaustivo (vero), e che simili prezzi appaiono raramente sul mercato (vero).
Che dire? Semplicemente, da Catalogo Pandolfini asta “Maioliche e porcellane dal XV al XVIII secolo”, 18 aprile 2018, lotto 73, riporto: “Assortimento, Real Fabbrica S. Carlo Caserta (1753-1756)”, 13 pezzi di servizio in blu cobalto, verde ramina, giallo antimonio (insomma, tipologia identica nei colori e nella forma alla zuppiera contestatami) di cui fanno parte, oltre al piattame ed altro, 3 zuppiere (una coppia grande e una piccola), tutto al prezzo base e valutativo di 1.500-1.800 euro.
Punto.


Do il benvenuto al neo lettore Antonello Ciotoli che manda in visone un efebo in bronzo realizzato dalle Fonderie Artistiche Farbel, ditta di Brescia nata nel 1966, ancora attiva e nota soprattutto per gruppi bronzei cesellati e con orologi. La sua statuina, prodotta negli anni ’70-’80, non è di grande pregio, non ha un cesello curato né presenta patinatura importante. Valore: 250-300 euro.

 

 


Signor Giovanni C., non posso darle consigli su come “frodare” legalmente terzi tramite apposizione di attestati di gallerie su quadri falsi, anzi, la esorto a non farlo e non per il rischio della galera (giacché pare in Italia non ci sia più, a meno di non chiamarsi Reina, Provenzano o Mattia Messina Denaro, o si sia tanto incauti da dare una testata a un giornalista nel mentre si è ripresi da una telecamera di troupe televisiva) ma per il breve percorso che avrà la sua attività.


Signora Pina62, le sue ceramiche miste di Sesto Fiorentino, Bassano e Imola risalgono agli anni ’50. Non sono rare, e dunque non le serviranno per concorrere economicamente allo sposalizio di sua figlia. Valgono una trentina di euro l’una.

 


Sempre polemiche su stime e valutazioni.
Una volta, tanto tempo fa, facevo valutazioni a vista su mobili, opere, oggetti…, adesso invece devo andare a consultare risultati d’asta, cataloghi, gallerie e operare sempre con maggior difficoltà perché i prezzi variano a seconda di chi vende e dove si trova.
I luoghi più deputati per vendere e comprare sono le aste dove vanno ad acquistare fior di volponi che, se riescono a coalizzarsi all’interno della sala, tengono bassi i prezzi. Ma principi, in gergo “gallinacci”, delle battute d’asta sono coloro che senza alcuna esperienza, ma decisi ad acquistare una data opera, rilanciano oltre il dovuto (facendo però a volte, con i bassissimi prezzi di mercato correnti, degli affari). Il mercante, viceversa, deve comprare con oculatezza e parsimonia per poi rivendere a chissà chi e quando; è spesso escluso dal “battage” mentre naturalmente chi compra per sé è avvantaggiato.
Con ciò, mi rivolgo alla signora Emilia Gianni da Latina ed ad altri lettori che si trovano disorientati da miei ed dagli altrui pareri. Purtroppo, cari lettori, ormai le valutazioni, come ho scritto, vanno a seconda del mercato o dell’acquirente. Certo ci sono dei canoni di rispetto ma sono ampli. Alla signora Emilia, per l’appunto, ho valutato dei mobili umbertini o neo-rinascimentali, fine ‘800 primi ‘900 (3 tavoli, 18 sedie, 3 credenze, 2 servanti ed una libreria), solo (dice lei) quindicimila euro in tutto. Ma io gentile lettrice, mi sono pure, come si dice, “allargato” perché tutto il mobilio è in noce massello, ma lei difficilmente potrà ottenere in blocco la metà di questo valore. Ed anche volendo alienarlo a singoli pezzi (ma dove, a chi?) sarà dura, e alla fine non so se potrà arrivare ad ottenere la cifra da me indicata per l’insieme (e naturalmente avendo un suo deposito ove tenere per lungo tempo il mobilio).


Signor Paolo Sinceri da Frosinone, il suo juke-boxe è americano, degli anni ’50. Importato dalla ditta Bini, vale, funzionante, sui 500 euro. La slot machine, sempre americana, stessa epoca, sui 600-700, sempre se funzionante.

 

 

 


Signora Magda Spini, mi spiace comunicarle che i suoi mobili non sono antichi ma in stile eclettico e provenienti dall’India. Valgono, arredativamente, sui 200-300 euro al pezzo.

 

 


Pannaioli Circolo manda in visione due vetrine. La prima, in ciliegio (cm 280x110x40), stile Biedermeier metà ‘800, bella e sontuosa, vale 3.000-4.000 euro. Rari e ormai introvabili, i pezzi autentici di questa tipologia, nonostante l’azzeramento dei mobili antichi sul mercato, mantengono – anche se non ottimali come una volta – quotazioni soddisfacenti. Viceversa, la seconda vetrina, pur in noce tardo Luigi Filippo (primi ‘900), scende a 400 euro.

 

 


Leonardi da Modena sottopone alla mia attenzione due vetrinette del ‘900 (cm 60x35x80 e cm 90x55x35), una più brutta dell’altra: a chi pensa di venderle? Ha ragione il suo figliolo, le regali all’Istituto. E ci porti pure quell’esperto che le ha detto che una delle due (non voglio sapere quale) è del ‘700, e che vale (ohilei a conoscerlo!) almeno 2.000 euro. La legge Basaglia ha purtroppo eliminato i luoghi di detenzione per i matti senza offrire loro altre alternative che la strada.

 

 


E come sempre un saluto a tutti e un abbraccio ai pochi



Marzo 2018


Signora Adele Pruni (mail giratami dal “prof. Ennio” insigne connaisseur di “Madonnine votive da strada” romane), io trovo che internet abbia certamente permesso a tutti di evolversi se non culturalmente “conoscitivamente” ma che, altrettanto certamente, non possa porre chi ha studiato una vita determinate materie sullo stesso piano di chi con un “click” apre un link o un sito creato – come appuro tante volte – da incompetenti.
Il suo “esperto”, dandole notizia del marchio posto sotto il suo oggetto in ceramica del XVI secolo, ha detto una stupidaggine. I segni incisi sul cotto, infatti, stanno ad indicare non “l’antica fabbrica del Volpato a Civita Castellana” (sic), bensì un’unità di peso, la libbra, seguita dal numero. Si tratta di una tipologia di misurazione ancora da studiare, che si poneva generalmente sui contenitori ceramici farmaceutici ad indicare il peso del loro contenuto. Le dico ancora da “sviscerare” in quanto tale simbolo, insieme alla sotto misura oncia non compare in tutti i recipienti del genere ma solo su alcuni. E sto parlando, e solo, della provincia romana. La sua misura impressa indica libbra una: probabilmente il peso del contenuto, ovvero circa 327 grammi. Sfocato e impubblicabile, il suo vaso, che presenta decorazioni deboli e la scritta abrasa indicante il prodotto interno (poche le lettere rimaste), penso possa valere sui 1.000 euro.


Signora Magda Tonti con attività antiquaria, la sua icona (cm 37×23) greca – e non russa, la correggo! – non è una “Eleusa” (la misericordiosa) ma una “Glykophilousa” (dolce bacio) in quanto la madre non solo china il capo verso il figlio ma lo tocca, e in più è una “Dexiocratousa” perché tiene il bambino sul braccio destro. Ciò per quello che concerne la complessa tipologia che governa tale settore. Per quanto riguarda invece la sua attribuzione al XVII secolo, devo dirle che dall’esame del supporto ligneo noto una tarlatura strana: simmetrica e con buchi simili nel diametro; in più l’essenza lignea non è patinata debitamente. Insomma, ascriverei la sua opera come una riproduzione di qualche decina di anni fa. Valore sui 200 euro per l’ottima esecuzione. Non pubblico, così come da lei richiesto.


Fabio 92, da Roma, ha comprato presso un rigattiere un vasettino (h 4×4 di diametro) in terracotta, come un giocattolo per bambini di epoca romano-etrusca. Ebbene no, caro lettore! In primo luogo, se fosse un oggetto di tale epoca sarebbe un ex voto per santuario e non un giocattolo; in secondo luogo, l’invetriatura interna (a sale), da lei descritta, lo indica come microvasetto farmaceutico, contenitore per pomata-unguento, una tipologia in auge tra i secoli XII-XVII. Si tratta, dunque, di una chicca di valore più storico-documentale (non rara) che economico.

 


Barletta Uff. da Viterbo, la sua consolle non è del ‘700 ma una riproduzione sugli stilemi del tardo Luigi XV (cm 2,40×1,30×47). Acquistata da lei al prezzo eccessivo di 5.000 euro, ne vale 1.200, per arredamento.

 

 

 


La signora Gioia Antonini dalla provincia di Terni ha ereditato un cassettone lastronato in radica di noce biondo (cm 130x110x60) che pensa sia un pezzo “napoletano del ‘700”. A mio avviso, invece, è di chiara marca lombarda e risale all’ultimo quarto dell’Ottocento. Valore: sui 1.500 euro, per l’ottimo stato in patina originale.

 

 


Il dottor Mario Pieri invia due orologi da muro, ambedue della fine dell’Ottocento. Il primo: un pendolo italiano (h 46 cm), valore sui 300-400 euro; il secondo: tedesco (cm 40×70), in legno con quadrante in latta litografata, ‘800 primi ‘900, valore sui 600 euro.

 

 


Il mercataro e vecchio lettore “Gino” manda in visione tre radio tutte funzionanti: la prima, a valvole, modello Ares del 1940, in legno e bachelite. valore sui 100 euro; la seconda a transistor, anni ’60, modello Capri, valore 30-50 euro; la terza, modello Singer, a transistor, anni ’60, sui 20-40 euro. Un abbraccio.

 


Signora Paola C., le sue specchiere in legno dorato (cm 55×40) non sono ottocentesche ma degli anni ’60 del Novecento. E ciò nonostante il parere dell’antiquario suo amico. L’intaglio è debole. Faccia una prova: metta la cornice in posizione orizzontale e ci poggi sopra, a coprirla, un foglio o un cartone, si accorgerà che rimane in piano senza eccessive protuberanze. Segno distintivo della lavorazione seriale a macchina.

 

 


Signor Corrado Manni, tutti i suoi quadri ed oggetti sono importanti. Visto il suo desiderio di alienarli in breve tempo, abbisognano di visione diretta in modo da poter dare un parere scritto professionale e poterle indicare il canale di vendita.


Giacalone in e-mail manda in visione una suonatrice di fisarmonica in ceramica di grande formato (cm 20 x h 52 ) firmata Clelia Bertarelli, 1934 Torino. Valore sui 250-300 euro.

 

 

 

 


Signor Maurizio Castelli, l’unica prova per stabilire se un oggetto è d’argento o meno (oltre l’esperienza di un professionista che addirittura riesce a determinarlo odorandolo) è data dall’acido di rivelazione che, come ho già scritto, applicato in minima quantità sul metallo, a seconda del colore che evidenzia indica la presenza e stima la percentuale di argento contenuto.
E veniamo ai suoi oggetti. Il vaso, senza marchi, non riveste particolare interesse artistico e dalla foto inviata non riesco a individuare il valore del test.
Quanto allo spruzza essenze, il marchio apposto è tipico di un oggetto d’uso orientale dei nostri tempi.
Infine, mi è impossibile, dalla foto sfocata, darle alcun parere sull’“amuleto”.


L’affezionato lettore Sergio Celotto invia foto di un comò a scrittoio che ha ereditato. Si tratta di un mobile rustico in ciliegio (cm 117x53x98) con ferramenta esterne sostituite. Costruito da un falegname nei primi del ‘900, presenta intarsi pantografati aggiunti con garbo. Pezzo di gusto ma non di elevato valore: sui 400 euro.

 

 


I signori Bologna, Ciotoli, Vanni, avranno risposta sul prossimo numero.


E come sempre un saluto a tutti e un abbraccio ai pochi


Febbraio 2018


Malimpiero67, valutando il suo entusiasmo, mi spiace riferirle che la vetrinetta da farmacia in ciliegio massello lucidato a cera (cm 80x45x160) da lei recuperata tra le macerie del terremoto della sua meravigliosa città di Norcia (a cui nessun cataclisma potrà togliere il respiro, l’aura e il sentimento storico che la pervade e pervaderà sempre) non è settecentesca ma dei primi decenni del ‘900. Può valere non migliaia di euro come indicatole, ma intorno ai 500 al massimo.

 

 


Egregio signor Manlio Annaloro da Caltanissetta, lei mi ha mandato in visone un’opera di Edouard Bisson (Parigi 1856-1939), ritrattista femminile (soprattutto), di prim’ordine, una tela di cm 96×74 che rappresenta due nudi muliebri (rarissimi). A prescindere dal fatto che è stata mal fotografata e da distanza, da subito ho notato che in essa non vi erano le virtù coloristiche del Bisson; il tutto mi è apparso, ad occhio, piatto e omogeneo ma, non essendo un esperto precipuo di tale autore, mi sono limitato solamente all’impressione. Poi però, sul retro tela da lei inviato ho riscontrato il marchio L. Besnard!
Ora, reputandomi da anni un antiquariartestoriometra*, è d’uopo che io mi occupi oltre che della pittura anche dei supporti su cui essa è necessariamente collocata. Ebbene, sommariamente, le rendo noto che la ditta di articoli per pittura e coloreria Besnard – ancora attiva – pone i suoi esordi nel 1898 con Hess (forse anche è più antica ma non commercialmente reclamizzata). L. (Leon) Besnard subentra nel 1902 sino al 1912, poi v’è Barillon A. (1913-1921). Da ciò ne consegue che la sua opera firmata e datata 1885 non potrebbe avere sul retro un marchio “L. Besnard”, in auge produttivo (tela-telaio) dal 1902! Che altro dirle?
*Antiquariartestoriometria, scienza formulata dallo scrivente che estende l’analisi di una data opera-oggetto a tutti i campi di ricerca: chimici, d’analisi, studio e documentali storici.


Signor Angelo Sappa, il suo quadro reperito in un mercatino, carta su compensato dipinto a pastello (cm 13×24), è un bozzetto liberty che ha una sua maestranza tecnica, però, non essendo firmato, è da relegarsi a oggetto arredativo. Valore: un centinaio di euro.

 

 

 


Signora Sabrina Mailli, purtroppo anche lei invia cattiva immagine di un bel dipinto di maniera (cm 81×103) che i suoi restauratori ascrivono al ‘700 veneziano. I particolari inviati non suppliscono all’impossibilità di esprimere un parere più dettagliato circa il “Re, Imperatore vittorioso spencolante ori ai suoi, con le figure tiepolane dei nobili vinti incatenati in primo piano”. L’opera e il suo retro tela andrebbero rivisti dopo oculato restauro.

 

 


E. Pasini da Perugia, i grammofoni con mobili che, provenienti dall’Inghilterra, negli anni ’90 inondarono i mercati italiani, come tutte le cose d’antiquariato una volta erano ambiti ma ora non hanno più estimatori. Lei pagò il suo grammofono anni ’30, in mogano e impiallacciatura, 700 mila vecchie lire, ma adesso vale (funzionante) sui 250 euro.

 

 


Rinaldi, lei ha una gouache su carta (cm 24×31) firmata “Magnelli 41”. L’autore, Alberto Magnelli (1888-1971), pittore e scultore internazionale, passò dai futuristi, a Picasso, a Léger, a Matisse, per approdare infine ad un “astrattismo” ossimoricamente “ragionato”. La sua opera si colloca nel pieno di tale contesto ma – e come al solito fanno gli spedenti quesiti – perché non mi ha mandato documenti che accertino provenienze, certificati e quant’altro? Il mio mestiere e compito è verificare proprio questi e non quello che da semplice immagine mi si presenta alla vista, giacché lei potrebbe – come altri hanno già fatto – aver fotocopiato l’opera da un libro o catalogo e dichiarare autenticità o meno, tanto più che si tratta di opere “semplici” nella loro esecuzione e riproducibilità.
Anni fa mi giunsero foto di una tela bianca con due tagli obliqui e del suo retro firmato Fontana. La lettrice che le aveva inviate voleva da me il parere tecnico sull’opera!! Ebbene, senza conoscere provenienza e percorsi dell’opera, da valutarsi e poi trasmettere a Fondazioni o critici precipui dell’autore, nessuno, dico nessuno, può azzardarsi ad esprimere giudizi di autenticità. Io posso, là ove possibile, fare una valutazione – e sempre se mi convince visivamente l’opera – unicamente dalle carte d’accompagno trasmessemi. Null’altro. Sarebbe, oltreché disonesto e fuorviante, inutile farlo.


Cesa46 da Caserta, vecchio mercataro che abbraccio per la continua passione per l’antico, possiede: un giradischi Heyd Italy a valvole, anni ’60, in ottimo stato, il cui valore è sui 50 euro; un pendolo (cm 55×25) toscano, primi ‘900, che vale sui 250 euro, e una bella e funzionante radio Telefunken-Koncert-Trial (cm 20x20x35) da lucidare, che, nello stato in cui si trova, vale sui 200 euro.

 


Fiscale Venerina, da Macerata provincia, venti anni fa comprò al mercato di Arezzo una statuina in porcellana (h 40 cm) di cui chiede lumi e valutazione. Signora, la sua bella porcellana è stata eseguita in modo mirabile nei primi del ‘900 in una manifattura senz’altro veneta. Si dovrebbe studiare per identificare il bravissimo modellista che è poi riuscito a colorare e smaltare il pezzo con un’abilità degna di plauso. L’oro (vero) del catino retto dalla figura del fachiro è uno specchio e illumina d’intorno, il modellato tutto sembra essere stato immerso nel vetro. Pagata 80 mila delle vecchie lire, questa statuina ne vale oggi perlomeno 800, ma in euro.

 


Gioia da Roma, la sua sedia in noce (cm 52x47x107) è senz’altro della fine del ‘700. Pezzo di fattura piemontese, nello stato in cui si trova vale sui 500 euro.

 

 

 

 


E come sempre un saluto a tutti e un abbraccio ai pochi


Gennaio 2018

A tutti, auguri di Buon Anno!


Signor Giuseppe Rossi, la ringrazio per il “luminoso” complimento e mi felicito per il suo “bel vedere”. La sua tela (cm 65×52) è dell’Ottocento inoltrato e propriamente di stampo sud-orientale siciliano, indi, potrebbe – e senza ferire alcuno – essere definita, come lei scrive, siracusana. La mano popolare e l’elementare composizione non può farla assurgere ad elevato valore: sui 400-600 euro.

 

 


Lorenzo Bussandri invia immagini di una affettatrice Berkel mod. 7 U.S, colore verde, mancante di disco (lama). Valore: sui 2.500 euro.

 

 

 


Signora Paola67 da Roma, purtroppo il suo secretaire (cm 60x130x35), impiallacciato in acero e bois de rose, decorato con bronzi, non è un Napoleone III francese, come dalla ricevuta già di per sé anomala. Essa, infatti, non riporta la data né la firma di chi l’ha stilata, e reca solo l’intestazione “A.R compravendita mobili d’epoca Roma via Casilina km 15”, un indirizzo piuttosto vago (!!??). Il mobile è una riproduzione eclettica indiana degli anni ’90; non vale i 2.000 euro d’acquisto ma 600-800 euro se non meno: nel caso l’interno sia stato realizzato addirittura con truciolare tinto legno (come già mi è capitato di vedere). Seppure ritrovasse il venditore, dubito che le restituirebbe i soldi (simili lestofanti non hanno questa abitudine), però lei cerchi se non altro di scambiare il mobile con qualcosa di meno vergognoso.

 

 


Giovanni Puppo, la sua madia umbro-toscana, costruita nei primi decenni del ’900, è stata troppo sverniciata e ha perduto la sua patina. Nello stato in cui è, vale sui 400 euro.

 

 

 


Valsacchi da Perugia, la sua credenza dei primi del ‘900, dipinta in nero, non può avere “sotto – come scrive – noce massello”: non ha senso! piuttosto è stata realizzata in legni poveri e vari (da qui la necessità di tingerla). Il mobile è cosa di ambito popolare e non può venire da “dimora principesca”, a meno di non essere collocata in ambienti di servizio e servitù. Può valere, nello stato in cui è, 350-400 euro.
La macchina da cucire in ghisa visibile sul piano del mobile, è anch’essa del periodo. Vale sui 400 euro.

 


Giusti, vecchio amico mercataro senese, invia immagini di tre radio perfettamente funzionanti. La prima è una Altaire (cm 45×50) della Radio Marelli, anni ’30, valore 300-400 euro; la seconda, una Depaphon (cm 27×15) Milano, anni ’40-’50, sui 120 euro; la terza, una Sterling (inglese) cm 50x25x25, anni ’30, sui 400 euro.
Auguri anche a te, e un abbraccio anche se sei dell’Oca!


Emilio Grassi da Roma manda in visione una slot machine (cm 130×110) “Bally Amazon” degli anni ’60, funzionante. Vale sui 600 euro.

 

 

 


Signora Paolina Smart da Napoli: eh sì… sorrida! Il suo proiettore degli anni ’60, integro e imballato, è pezzo museale. Vale almeno 800-1000 euro. Bastoni chi gliene ha offerti 50!

 

 

 


Panini da Latina invia cinque disegni-bozzetti (impubblicabili per essere stati mal fotografati da un cellulare) di Domenico Tojetti (Rocca di Papa 1807 – San Francisco 1892). Caro lettore, i suoi disegni riguardano un affresco posto in Sant’Agnese fuori le mura, Basilica sulla via Nomentana, Roma. Il loro valore complessivo è sui 1.500 euro.


Signora Pamela Ludovisi da Frosinone invia foto di una zuppiera e una fruttiera dipinte a mano (cm 34×30 e 41×17) di Caltagirone. Pezzi anni ’50-’60 con marchio non repertato (S.O Caltagirone), valgono rispettivamente: sui 20-30 euro la fruttiera, 60-80 euro la zuppiera.

 


E come sempre, un saluto a tutti, un abbraccio ai pochi.


 

Dicembre 2017


Signor Paolo Antonio Baiocchi da Roma, il suo versatoio/teiera è di produzione indiana, realizzato in un materiale che in campo antiquariale è detto argentone, la cui lega è formata da argento ed altri metalli meno preziosi. Nell’argentone, il metallo nobile è presente tra il 30 e il 60% del totale. Lei mi scrive che, per testare il suo versatoio, ha usato un reagente all’argento in commercio, il quale, applicato sulla superficie, ha prodotto una macchiolina arancione/rossastra. Questo vuol dire proprio che, essendo l’oggetto realizzato in un metallo a basso contenuto di argento, l’acido non ha rimarcato in maniera netta la superficie, ossia non ha prodotto una macchiolina tendente al viola. In definitiva: il colore che si produce con il reagente cambia in base alla quantità di metallo nobile contenuto nella lega, quanto più la macchia è scura tanto più si è in presenza di un’alta percentuale di argento (puro 1000 millesimi).
Il versatoio, da foto, mi sembra di antica lavorazione ma poiché questa tipologia di manufatti è stata ancora ripetuta con le stesse tecniche sino a una trentina di anni fa, il suo valore non è alto: sui 250 euro.

Nota tecnica
Il titolo dei metalli nobili ha per parametro 1000 millesimi che indica la purezza massima.
Se il marchio impresso su un oggetto in oro è 750, significa che quella è la percentuale (75%) di metallo nobile presente nella lega in cui è formato l’oggetto, il restante 250 è in altri metalli usati per indurire e/o colorare il materiale.
Come parametro dell’oro viene usato anche il carato: per 24 carati si intende oro puro “fino”, quindi il 18 ct andrà a certificare il “fino” presente nella lega; le altre 6 parti della lega in cui è composto l’oggetto sono in altri metalli.
Negli oggetti in argento, oltre al classico titolo 800 (puro è 1000 millesimi) che certifica la presenza dell’80% di metallo nobile, esiste, per gli oggetti piccoli (in genere monili), il titolo 925 che, essendo quasi argento puro, ossida poco a contatto con la pelle; le restanti 75 parti della lega sono di altro metallo.


Signora Bianca62, la sua tela di Bruno Cassinari (1912-1992), maestro pittore e scultore italiano, è un falso. Trattasi di una copia su cui hanno steso del colore a rilievo. Le dico questo con sicurezza perché tale tela gira da anni nei mercati romani, e inoltre, non presenta timbri né ha documentazioni a supporto. Il titolo “Personaggio Lunare” e l’anno “1969” impressi nel retro, così come la firma, sono approssimativi e incerti in una grafia copiativa elementare.

 


Signor Palombi, il suo è un bel tavolo vittoriano in mogano massello. Gli inglesi (popolo conservatore) hanno prodotto mobili in questo stile sino agli anni ’70 del Novecento. Non starò quindi a discettare sull’epoca dello specifico, poiché tavoli del genere sono – e sempre – stati venduti “a corpo” e in base al loro valore arredativo. Pesanti e belli, erano il sogno per ogni abitazione borghese italiana. Un tavolo come il suo (cm. 135×120 con prolunghe per oltre 100 cm.) in passato costava sui tre milioni delle vecchie lire, ora, invece, penso che più di 750 euro non possa, purtroppo, valere. Un consiglio: si imponga al “figliame” e lo tenga: è un bel mobile di pregio.


Nannini, da Frosinone, porta alla mia attenzione due mobili rustici. Il primo è una credenzina dell’Ottocento in noce (cm. 90x50x100) di area francese; il secondo è un cassettone marchigiano-umbro (cm. 85x80x50) in noce, primi del Novecento. Tale mobilia – come tutto nell’antiquariato – vent’anni fa costava qualcosa, ora: 450 euro al pezzo, nel mercato.

 


Il lettore Alessandro La Monica da Parma invia foto di un’opera su tavola (cm. 29×35) che sembrerebbe, a vista, un’immagine settecentesca semplice ma ben svolta, però… però non vedo craquelure né canoni classici di risulta. È uno di quei pezzi, dunque, che andrebbe esaminato de visu.

 

 


Alba Rot69, la sua scrivania in noce biondo (cm. 85x195x95) è sicuramente un mobile realizzato tra Ottocento e Novecento e – come da timbro di Pesaro da lei evidenziato – è di produzione marchigiana. Non può valere però il denaro richiestole, ma al massimo – visto che le piace molto – 1.200 euro, per l’ottima costruzione interamente in massello.

 


Il dottor Emiliano Fois Ricci, che mi scrive dalla provincia di Milano, ha acquistato all’asta un ritratto su tavola (cm. 36×28) raffigurante Santa Eurasia. Trattasi di dipinto seicentesco di scuola devozionale “mesteriante”. Pezzo da restaurare, valore sui mille euro.

 

 


Mas23, manda in visione una “allegoria dell’estate” (h. 38 cm), gruppo ceramico forse dei primi dell’Ottocento, Parigi, con delle piccole rotture. Valore: 500 euro.

 

 

 


Signora A. Pini da Latina, repetita juvant: il mio parere di esperto è dato da foto (immagini più o meno buone), quindi, in alcuni casi è esaustivo, in altri meno. Certamente mi aiuta l’esperienza e lo studio di decenni ma a volte – e infatti rispondo privatamente chiedendo altra documentazione – non mi è proprio possibile dare risposte. Lei manda un insieme di cose fotografate in blocco – suppongo scattate col telefonino – fatte da due metri di distanza, cosa dirle?


Per Evelina Palumbo di Caserta: gentile signora, pubblico foto d’archivio in bianco e nero della poltrona in noce con “poggiolo” originale di Gio Ponti (anni ’40). Come vede, differisce sostanzialmente dalla sua che, pur marcata, è un’imitazione degli anni ’50 realizzata di una delle numerose fabbriche dell’hinterland napoletano. Un abbraccio.

 


E come sempre, un saluto a tutti, un abbraccio ai pochi.


Novembre 2017


Signor G. Lions, la sua consolle con specchiera e con accluso certificato d’origine e autenticità (dice lei) è singolare e sintomatica di quanto sia facile approfittarsi della credulità altrui (in questo caso la sua). Il foglio con intestazione di attività di antiquariato in quel di Portici (NA) consegnatole dal venditore, cita infatti: “Consolle cm 100×90, specchiera cm 85×205, legni vari e foglia d’oro, intarsiati e scolpiti, già di proprietà di nobile famiglia partenopea (secolo XVIII-XX)”.
Ebbene, i secoli riportati stanno a indicare la “vita” della famiglia sconosciuta non certo l’epoca della mobilia che ha, sì, un periodo ben preciso di fabbricazione ma non viene indicato, come invece lo è la cifra che suo padre pagò nel 1972: sedici milioni delle vecchie lire! Ora, dalle scarne foto, non me la sento di esprimere un giudizio lapidario ma, ad occhio vecchio e allenato, propenderei per una bella, elegante, preziosa mobilia costruita negli anni ’20 del ’900, e indicherei in 7.000 euro (per sontuosità arredativa e per gli amanti del genere) il valore attuale.

Tecnica della doratura
Sul legno manufatto e scolpito vengono passate varie mani di gesso finissimo con colla; di seguito la superficie viene carteggiata sino a che le superfici non diventano liscissime. Il lavoro procede creando un impasto fatto con argilla polverizzata contenente elevati ossidi ferrosi (bolo armeno) che va steso sul gesso; seguono, una carteggiatura finissima, la stesura della chiara d’uovo con acqua e l’applicazione, con pennellesse speciali, dei foglietti d’oro vero oppure falso o “matto” (alluminio colorato oro).


Signor Davide, la sua affettatrice è degli anni ’60, creazione della prestigiosa ditta Berkel nel suo famoso e notorio “rosso Berkel”. In perfetto stato e funzionante, vale perlomeno 3.000 euro.
Nota sul produttore. Wilhelmus Adrianus Van Berkel (1869-1952), macellaio olandese, inventò la prima affettatrice meccanica nel 1895, e visto il suo successo fondò la prima fabbrica nel 1898. In seguito iniziò a produrre bilance, torni e persino aeroplani. La ditta è tuttora attiva.

 


La signora Nunzia De Paolis dalla bella Bolsena (VT) invia “male” foto di un quadro ancor peggio dipinto da tale A. Vannios, soggetto che sarebbe bene far ricercare dalle autorità preposte al fine di far cessare la sua opera criminosa di offesa all’altrui vista.


Il signor Francesco Gemellaro manda in visione una ceramica tonda (cm 29) a rilievo su cornice di legno. Purtroppo trattasi di prodotto seriale per turisti, venduto nei vari centri umbri di produzione: Deruta, Urbino, Orvieto ecc., forse negli anni ’60. Valore: 150-200 euro.

 

 


Certaldo Iovine, da Napoli, sottopone alla mia valutazione una coppia di belle poltrone francesi in mogano dei primi dell’800, in perfette condizioni. Valore, sui 2.500 euro.

 

 


Signora Elisa Potenziani, capisco che non si possa essere d’accordo con me per i giudizi espressi, e tanto più perché dedotti da semplici – e quasi mai esplicative – foto, ma… ma se è pur vero è che il mio giudizio è appunto unicamente visivo e basato su una riproduzione sommaria dell’esaminato, è altrettanto certo che la mia pratica di decenni e decenni con cose antiche ha “formato”, diciamo così, occhio e spirito, fornendomi quella sensibilità che permette di discernere tra vero e falso “a senso”, tipica anche degli umili rigattieri che senza cultura e titoli, a volte, riescono a capirne e a intendersene di cose vecchie. Posso quindi ripeterle – anche dopo aver esaminato le nuove foto inviate – il perché la sua “lampada con glicine”, 1900 circa, vetro a doppio cammeo firmato “Gallé” (cm 44 h) è una riproduzione, aggiungendo le spiegazioni di seguito allegate.

Note tecniche. Emile Gallé (1846-1904) fu un precursore moderno dell’arte antica del cammeo (conchiglie e pietre dure) applicata al vetro. Su due, tre strati di materiale di diverso colore egli incideva con acidi (asportando) disegni e forme, oppure otteneva lo stesso procedimento attraverso “ruote molitrici”.
Le innumerevoli imitazioni (in India vi sono attuali fabbriche che hanno in catalogo tutta la vetreria d’arte dei grandi maestri: Daum, Gallé, Barovier, Toso, De Vez, Legras, Lalique, ecc.) sono caratterizzate da una piattezza delle incisioni che non rivelano né profondità né dinamismo, presentando viceversa i caratteri tipici dei prodotti realizzati per colata su stampi. Alcuni oggetti, con intenti propriamente truffaldini, sono lavorati e incisi al trapano e si distinguono perché l’attrezzo gira attorno al soggetto disegnato ma poi non “spiana” il materiale intorno, lasciando bozzetti, protuberanze o avvallamenti sia pur minimi.
Il suo lume, dubbiosa lettrice, a “naso ed occhio”, fa parte degli oggetti realizzati a colatura su stampi. Mi ricorda quelli che due mercatari – Emilio “il gatto” e Adolfo “la volpe” – spacciavano con “expertise” al mercato di Rieti negli anni ’90. Provenivano da Israele.


Dottor P. Farma da Latina, il problema nel valutare i quadri d’autore – e moderni soprattutto – non è dato dalla competenza necessaria per apprezzare visivamente l’opera ma dalla presenza o meno della documentazione allegata. Intendo dire che non stiamo parlando della valenza artistica o della bellezza (che può esserci o meno e che è un fatto individuale) ma piuttosto della sua autenticità provata affinché si possa dare una stima monetaria. Il suo studio di nudo (olio su cartone cm 30×50) firmato Ennio Morlotti (1910-1992), maestro di livello internazionale, non ha i requisiti documentali necessari. Posso dirle che se li avesse, e probanti, l’opera potrebbe valere sui 20-30 mila euro, ma… ma!


Minniti – così si firma in e-mail – mi scrive in merito all’eredità ricevuta, composta da decine di mobili anni ’50: credenzine vetrate impellicciate in mogano, tavoli ovali con gambe a sciabola e piani in alabastro-onice. Naturalmente, come anche lui stesso ha intuito, gli unici soldi in giro saranno quelli che dovrà tirar fuori per farli portar via, sature come sono parrocchie e istituti di tale mobilia. Conservarli potrebbe essere – avendone la possibilità – un modo per allungarsi la vita! I quadri, di cui invia foto impubblicabili, fanno parte della dotazione degli stessi mobili di allora e hanno quindi medesima valenza e futura sorte.


Il giovane Jacopo da Ostia (13 anni) mi scrive che i suoi genitori da anni mi leggono e che gli hanno detto (sic) che io “so tutto”. Quindi lui, su questa iperbole e da collezionista di conchiglie alle prime armi, mi manda foto di un esemplare trovato sulle spiagge della Croazia dove è stato con la famiglia in vacanza quest’estate. E in effetti la “Mitra zonata”, questo il nome della conchiglia di Jacopo, è un gasteropode raro nel Mediterraneo e poco frequente nell’Adriatico (h cm 6-10). Specie protetta, ha nello stesso habitat altre due varianti (Mitridae): la Cornea e la Cornicula, più piccole e comuni. Un abbraccio.


E come sempre, un saluto a tutti, un abbraccio ai pochi.


Ottobre 2017


La signora Lidia Buongiorno 62 da Viterbo, mi chiede informazioni circa un suo vaso da lei identificato (“ore” della madre) come opera del ceramista “Bassanello” di Civita Castellana. C’è un po’ di confusione: chiariamo. Il ceramista è Renato Bassanelli (1896-1973), di Civita Castellana, che operó con diversi marchi: nel 1919 a Roma con “Keramos Ceramiche d’Arte”, nel 1929 a Biella con “S.A.C.B.” e “S.A.C.A.”, e a Rocco Biellese con “C.A.A.R.”. Nel 1949, a Vasanello (VT), fu direttore artistico della manifattura “Bassanello Ceramiche” di proprietà di un altro grande ceramista e tecnico (docente di chimica alla Sapienza di Roma) il marchese Paolo Misciattelli. Nel 1951 l’artigiano tornò a Roma con la “Bassanelli Ceramiche” rimasta attiva sino al 1970. Credo che il suo vaso, senza marchi (h 25 cm), appartenga per stilemi a quest’ultimo periodo e valga sui 150 euro.


Il signor Michele D’Angelo chiede la valutazione di un crocifisso (h 1,90×125 cm) con Cristo in rame su lamina d’ottone dorata e sbalzata. L’epoca dovrebbe essere ottocentesca sugli stilemi del ‘700; l’imponenza arredativa inconsueta per un crocifisso – più che la qualità artistica – me lo fa valutare sui 1.000 euro, se il Cristo è semicavo nel retro; quasi il doppio, se la figura è piena.

 


Emmeffetti Fabio manda in visione una cornice tonda, laccata, intagliata e dorata (cm 69 di diametro) che sembrerebbe un manufatto interessante del ‘700. Nelle condizioni in cui si trova, potrebbe valere intorno ai 1.200 euro.

 

 


Signor Luigi Gandini, chiaramente, per i suoi mobili non ho alcun dubbio: sono in stile “Art Nouveau” o Liberty o Floreale; mancanti di alcuni elementi ma classici del periodo sia pur tardo, anni ’30-’40, e di fattura industriale. Difficile se non improbabile la vendita anche per lo stato in cui si trovano. Azzardo: 600 euro il tutto.

 


Signora Iva Massa da Arezzo, il suo letto (cm190x130) risale agli anni ’30 del Novecento. Impellicciato in noce e in stile pseudo direttorio, non può essere valutato come suggeritole dalla sua “amica esperta” (in che? giardinaggio, scala quaranta, uncinetto?) “migliaia e migliaia di euro”, sic, neanche avendoci speso lei ben mille euro per farlo restaurare. Vale intorno ai 500 euro per gli amanti (rari) del genere.

 

 


Signor Pippo Del Vecchio da Roma, il suo cassettone è francese, sullo stile del Luigi XVI ( fine ‘700) ma certamente è stato costruito nei primi del ‘900. Senza entrare nel merito della ferramenta, dello spessore dei cassetti e delle zampe, la prima e sola cosa che le voglio evidenziare è il marmo del piano (un rosa portogallo) che è incassato come nei mobili in serie e industriali. Se il cassettone fosse d’epoca il marmo sarebbe posto debordante “a cappello”.

 

 


Aligi, che invia tre radio tutte funzionanti, è lapidario: epoca e prezzo. Ed eccomi: la prima, una radio a valvole “Mivar” (cm 45×24), anni ’60, valore 100 euro; la seconda, una radio a valvole “Sonora” (cm 30x15x20), anni ’30, 150 euro; la terza è una “Idel” sempre a valvole, anni ’30 (cm 45×36), valore 200 euro.

 


Un secretaire eclettico tra il tardo Impero francese e i primi del ‘900. Signor Parisi, purtroppo le comunico che, pur avendolo pagato tre milioni di vecchie lire nel 1991, ora al massimo, e trovando un acquirente, lo potrà vendere a 800-1.000 euro.

 

 

 


Tecniche e Materiali

Dottor Ennio Cinquanta, la fibra di carbonio fu prodotta nel 1950 (Abbot) con il rayon carbonizzato a 1000 gradi, ma già negli anni antecedenti era stata prodotta una materia detta “fibra nera”, probabilmente una resina fenolica simile alla bachelite (formaldeide e fenolo con farina fossile). Andò a sostiture legni come l’ebano o il tek nella realizzazione di piccoli oggetti d’arredamento e dei manici nei manufatti moderni (anni ’50) d’argento e metalli.

Giovanni Albini da Milano, la gommalacca, prodotto ottenuto dalla secrezione di insetti (emitteri Kerria lacca) su alcuni alberi asiatici, è usata per rivestire e rifinire in vernice mobili e strumenti musicali con l’aggiunta di alcol a 90 gradi, ma veniva impiegata prima del vinile (prodotto nel 1927 e seguenti: il classico pvc o cloruro di polivinile) sino al 1950 per fare dischi musicali e anche cornici, pettini, spazzole, porta oggetti e protesi dentarie.
Sì! è possibile ottenere una gommalacca non ambrata (com’è al suo naturale) ma trasparente, chiara, usando una serie di passaggi con il cloruro di sodio (varechina o candeggina). Essendo commestibile, viene usata anche per ricoprire e lucidare caramelle e dolci artigianali e come rivestimento della frutta tropicale prima e dopo la raccolta al fine di evitarne la marcescenza.


E come sempre, un saluto a tutti, un abbraccio ai pochi.


Settembre 2017


Holy Joe, l’opera, comprensiva di cornice (cm 39×44), è un dipinto di devozione popolare, una Pietà ottocentesca.
Il valore arredativo è sui 400 euro.

 

 

 


Signor Castaldo, il suo monile (d’argento?) che riporta una simbologia massonica sembrerebbe un amuleto apotropaico tipico da “soldato” (guerra anglo-danese, 1670, dalle scritte). Le ricordo che le cose trovate, anche fortuitamente come nel suo caso, hanno un proprietario che potrebbe riconoscerle e rivendicarle. Comunque, il valore sommario di mercato varia tra i 250 e i 300 euro.

 


Signor Mirko Marinoni Aspirante, i suoi putti in legno con basamenti incorporati (appunto), h cm 35, sono di produzione recente. Il foro è dovuto al tentativo di far passare un filo per elettrificare i putti con un portalume aggiunto. Studi! e guardi incessantemente per mercati e negozi, si renderà conto che i suoi putti sono falsi plateali.

 

 


Jenni Loiacono da Ascoli Piceno manda in visione un grammofono francese a mobile, funzionante, anni ’20, privo della griglia davanti.
Valore 200 euro.

 

 


Signor Nicola Giovacchini, mi spiace rispondere in modo deludente alla sua garbata, intelligente e documentata mail.
Il suo tavolo (ex scuderie reali di Palazzo Pitti al Bobolino in Firenze), lascito del suo bisnonno dipendente di Casa Savoia, è senz’altro un bel pezzo storico (accompagnato da sedie più recenti, anni ’40-’60 del Novecento) in noce di ottima fattura e condizioni. Ma il mercato attuale, e lasciando perdere lestofanti e stracciaroli professionali, è purtroppo in un tale ribasso che, ad esclusione delle cose museali che pur grandemente penalizzate riescono a spuntare grazie agli “amanti” cifre se non di rispetto perlomeno di base, tutto il resto viene trattato alla mano come rigatteria. Tavoli simili al suo, anonimi e senza storia – sia ottocenteschi sia di epoche più tarde – non spuntano che centinaia di euro. Per dirgliela a malincuore tutta, la sua mobilia potrebbe essere acquistata ad un massimo di 600-800 euro a fronte dei 1.400-2.000 di quindici anni fa, e dovrebbe trovare anche un commerciante onesto e con vasta clientela (difficile la prima ipotesi, improbabile la seconda). In alternativa, dovrebbe trovare un privato per tentare la vendita a 1.000 euro il tutto. Ma le dico sinceramente che è molto difficile. La abbraccio.


Egregio dott. Mauro Scocca da Marino (RM), il suo attaccapanni (cm 250x150x30) non è “pieno Rinascimento” (sic) ma in stile e di piena epoca umbertina (fine ‘800 primi ‘900); in ottime condizioni qual’è, può valere sui 400-500 euro.
I due comodini in noce, epoca Luigi Filippo, ben restaurati a cera, valgono sui 250 euro la coppia.

 


Signor Marcello Pera, il suo grammofono a mobile non è del 1890 circa ma degli anni ’40 del 900. In mogano massello e compensato, non può valere almeno 1.500 euro (sic) ma, pur nell’ottimo stato in cui si trova, 350 euro (ma chi è l’idraulico o muratore che glielo ha stimato?).

 

 


La signora Vivian72 manda in visione due orologi a muro. Il primo, francese, anni ’60, cm 90×30, vale 300 euro, se funzionante; il secondo, cm 50×23, idem, sui 200 euro.

 

 


Signor G. Tartaglia, la sua angoliera-bar non è in noce ma in materiale tinto noce, non è dei primi del ‘900 e non può essere stata in casa sua prima degli anni ’70: fa parte dei classici rustici proposti all’epoca. Probabilmente è in fracchè, denominazione di vari legni teneri e monderzabili ad effetto noce, importati dall’Asia.

 

 


La signora Liopardo continua ad inviare immagini di quadri tratti da libri e/o cataloghi, sottoponendoli alla mia valutazione scrivendo che suoi amici vorrebbero venderli. Non so se la “Liopardo” sia vittima di un scherzo o a tentare di farmelo sia lei stessa. Comunque, l’ora è giunta!


E come sempre, un saluto a tutti, un abbraccio ai pochi.


Agosto 2017


Gentile A. Romi, la ringrazio per i complimenti. Certamente la scomparsa della “Gazzetta cartacea” ha rappresentato una grave perdita specialmente per chi, come me, vi scriveva sin dal suo esordio 25 anni fa, ma i costi raggiunti e i lestofanti non paganti la pubblicità inseritavi, hanno fatto sì che si dovesse migrare on-line. Credo, però, che per i lettori fedeli non rappresenterà un problema, anche se la carta è “scripta” e “manent” dicevano gli antichi.
Comunque, veniamo al suo quesito: il mobile verniciato (lo lasci così!) è un contenitore da negozio per generi alimentari degli anni ’20-’40 del ‘900 (cm 200x50x200). Valore, sui 400 euro.


Signora Elena Toro da Roma, il suo cassettone in noce è una copia eclettica degli anni ’50, idem la specchiera Luigi Filippo: 400 euro l’uno, 200 euro l’altra.

 


Palombi da Anguillara (RM), le sue poltrone, per il semplice fatto di provenire dalla nobile casa “Larderel” di Allumiere, non è che aumentino di pregio; non vi sono riportati, tra l’altro, stemmi o segni identificativi di tale appartenenza se non il suo “ore”. Mobili a “rocchetto”, in noce e cuoio pesante, hanno valore soprattutto per l’ottimo stato d’arredo. In più, sono 8, ed è questo un loro grande pregio, giacché ben collocabili in una spaziosa dimora. L’epoca non è Ottocento ma, credo, anni ’40 del Novecento. Valore: 3.000 – 4.000 euro.

 


Signora A. Dehorg da Napoli, la sua macchina da scrivere con valigia Remington, modello degli anni ’40, pur se in condizioni ottime, vale tra i 50 e gli 80 euro.
La cassapanca in castagno, mobile da bambini, intarsiato ma orribilmente restaurato e spatinato da un idraulico dichiaratosi restauratore (e a cui andrebbero comminate le pene del codice borbonico del 1820), inizialmente era una bella cosa ottocentesca (cm 110x50x70), ma ora vale dai 200 ai 300 euro per arredamento. Può bastonare il sedicente restauratore ai sensi di legge.

 


Signor Giovanni Guidi, il suo cassettone Impero veneto in ciliegio (cm 125x60x105) non è originale, ha subito, infatti, delle trasformazioni. Deduco ciò dalle tante immagini che ha inviato e anche dalla vista dell’insieme. Comunque, il mobile è penalizzato dai bassi prezzi di mercato attuali, altrimenti non sarebbe una brutta cosa, anzi. Valore: sugli 800 euro.

 


Due radio manda in visione Principe da Napoli. La prima, a valvole esterne, è degli anni ’20 (cm 30x30x30); ottimamente funzionante, vale 500 euro. La seconda, una famosa “Allocchio-Bacchini” mod. F53M degli anni ’30, funzionante, vale sui 300 euro.

 

 


La signora Ines72 da Roma, pone alla mia attenzione due grammofoni degli anni ’40, funzionanti: il primo della “Parlophone”, il secondo della “Victrola”. Valore: 250-300 cadauno. Un giradischi portatile “Enver”, funzionante a 120 volts, per il suo stato di nuovo, può valere sui 150 euro.

 

 


Ancora mi scrive il signor Paolini da Gubbio, a cui già risposi in merito agli oggetti in zama, una lega a base di zinco (alluminio, rame, magnesio, ecc.) che viene confusa da alcuni con l’antimonio, un semimetallo a sé, difficilmente lavorabile (fu usato chimicamente nell’antichità come cosmetico o sanitario prima di capire la sua pericolosità). Come già scrissi, e qui repetita iuvant, gli oggetti in zama – per quanto belli e artistici, prodotti industrialmente, non valgono nulla, nel senso che non sono mai stati accettati dal mercato, a differenza di quelli in peltro (metallo pur formato da una lega “sciocca” a base di stagno-piombo), che hanno trovato estimatori. Il valore degli oggetti in zama, anche quelli più sontuosi dei suoi, è misero: l’anfora, alta 50 cm, probabilmente della fine dell’Ottocento, vale 100 euro; gli altri pezzi, dai 20 ai 30 euro o al miglior offerente.
Viceversa, la scatola in latta della “Magnesia San Pellegrino”, anni ’40 (cm 35x25x15), meravigliosa e in stato museale, vale sui 120 euro.


Quinziliani da Latina mi scrive lamentandosi di come il grande e bel mercato di brocante della sua città (1° domenica del mese) sia calato per qualità espositiva. Gentile lettore, le do notizia che tutti i mercatini antiquari del Lazio sono alla “canna del gas”, anche grazie alla deplorevole scelta di organizzatori che da anni aprono le porte ai venditori di frutta come ai venditori di mutande. Il mercato di Latina, invece, resiste. Diretto dal grande “Cesare”, è uno dei pochi in regione a tener fede alla proposta del vecchio e dell’antico.


E come sempre, un saluto a tutti, un abbraccio ai pochi.


Luglio 2017


Inizierò questo nuovo format della Gazzetta raccomandando ai miei personali lettori che da decenni mi seguono e complimentano per la rubrica edita su carta, di continuare a farlo attraverso il sito on line, così come spero farà l’ingegnere Paolo Raimondo che attende da febbraio una risposta al suo quesito (d’ora in poi, nella nuova versione digitale, non si verificheranno più tali ritardi). Il gentile lettore invia foto di un quadro (cm 77×50) siglato “A.N.”. Purtroppo il dipinto, cosa da anonimo imbrattatele, non ha alcun valore.

 


Il lettore Franco Papi mi invia due quesiti. Il primo riguarda una spilla multipla in argento, dello scultore Aldo Caron (1916-2006), di cm 9×6, che potrebbe valere dagli 80 ai 120 euro. Il secondo, una tela (cm 80×58) che le cattive immagini non mi permettono di analizzare in modo probante: è “specchiata”, e non v’è il retro né i particolari. Iconograficamente la figura rappresenta San Giovanni Battista che abbraccia un ariete (sacrificio di Cristo) con in alto la Croce (passione di Cristo). Ad occhio, e solo, nello stato in cui si trova, e ponendo la tela come epoca tra la metà e la fine dell’Ottocento, vale sui 1.200-1.500 euro.


Giovanni Miccoli, presenta alla mia attenzione una lignea e policroma testa di Cristo (h 36 cm) con base in porfido. A mio avviso non si tratta di scultura del ‘600 ma di fine ‘700. La valuterei tra i 500 e i 700 euro.

 

 


La signora Serena Pham di Roma presenta una grande scatola musicale francese (carillon), con otto motivi. L’oggetto (h 43×18,16) risale al XIX secolo ed è in ottime condizioni visive. Se funzionante, può valere sui 1.000 euro, in considerazione delle “arie” di opere musicali importanti che vi si possono ascoltare (Barbiere di Siviglia, Vespri Siciliani, ecc.). Sul mercato antiquario cose del genere, a seconda delle condizioni e dei brani, hanno prezzi che vanno dai 400 agli 800 fino ai 1.200 euro.


Il lettore Alessandro presenta un orologio da tavolo in ottone dorato e smalti, firmato Janetti padre e figli, bottega orologiaia napoletana del XIX secolo. Fornito di barometro e bussola, lo strumento risale ai primi del ‘900, è funzionante e in discreto stato di conservazione. Valore: sui 500-600 euro.

 

 


Signora Marina Trentani, le sue incisioni di Giovanni Battista Piranesi (1720-1778), Fontana dell’Acqua Vergine detta di Trevi (Roma), cm 49×70 più margini, e Tempio della Sibilla in Tivoli, cm 40×63,5 più margini, se originali, valgono sugli 800-1.000 euro cadauna (10 anni fa 1.200-1.600); se, viceversa, riedizioni, pur dai “rami” originali, sui 250. Non posso essere più preciso: tali tipologie vanno studiate dal vivo.

 


Lubrano da Napoli centro, manda in visione una “Natività”, olio su tela di cm 75×100. A lui hanno detto trattarsi di pezzo di scuola prettamente partenopea, io, invece, penso che sia di scuola romana del Seicento, in ragione di quella tipica fasciatura alla “romana-frusinate-reatina” in cui è avvolto il bambino. L’opera è molto bella, ma ai giorni nostri è difficile spuntare più di 15.000 euro. Anni fa, il doppio.


Signora Giuliana Rallai, il suo disegno a firma Claude Monet (1840-1926), artista internazionale, padre dell’Impressionismo francese, è una riproduzione, sia pur realizzata (non saprei dire per quali fini) in modo pressoché perfetto, avendo usato materiali coevi. L’opera originale, il cui titolo è Due Pescatori, si trova al Fogg Art Museum di Cambridge. Lei può pure venderla – se il suo amico la supporta – a chi le ha già fatto un’offerta che, pur bassa rispetto alla reale valutazione per un artista del genere, è abbastanza alta: 8.000 euro. È importante però – e al di là di ciò che io ho affermato – che lei non la venda come opera autentica poiché in seguito – sia pur non perseguibile penalmente non essendo lei un’esperta e dichiarandosi in buona fede – su azione penale dell’acquirente dovrebbe restituire l’importo.


L’amico mercataro “Pinuccio” sottopone alla mia attenzione una vera da pozzo in pietra bianca (d’Istria?) che, pur sormontata da ferri cinquecenteschi, ad occhio, a me sembra una riproduzione novecentesca. Per tale motivo, non posso acclarare la stima di vendita sui 10.000 euro fatta da lui, e scenderei piuttosto ai 3-4 mila.
Ciao Pinuccio! e un abbraccio speciale alla tua piccolina appena nata.

 


A causa dei traslochi (i miei), e della nuova organizzazione on line (della rivista), la mia rubrica si chiude, scarna, qui. Nel prossimo numero, che potrete visualizzare sul sito www.lagazzettadellantiquariato.it, rispondendo a tutti gli arretrati amplierò anche la rubrica con note tecniche – veri e propri articoli – a compensare.


Ma sempre, come nel passato, un saluto a tutti, un abbraccio ai pochi.