L’Esperto

 


Rubrica di expertise gratuite

Autore: prof. Antonello Ferrero
In collaborazione con il Museo del Collezionista d’Arte – Metodi Scientifici d’accertamento, Milano


Hai ereditato o acquistato un oggetto e vuoi sapere quanto vale? Inviaci una richiesta di expertise gratuita!
• E-mail: info@lagazzettadellantiquariato.it
La richiesta di expertise deve essere completa di: foto dettagliate dell’oggetto; misure precise; firme e marchi (ove presenti).
Si dichiara che i pareri esposti nella rubrica sono espressi dallo scrivente in ottemperanza della Legge 14 Gennaio 2013 n° 4 in materia di professioni non organizzate in Ordini o Collegi.


Gentili lettori, stante il crescente numero di expertise che ci pervengono quotidianamente, vi informiamo che tutte le richieste saranno soddisfatte ma che potranno passare anche due/tre mesi dal vostro invio del materiale.
Le risposte, a meno di casi particolari – ritenuti tali dal prof. Antonello Ferrero – verranno date esclusivamente attraverso la rubrica “L’Esperto” pubblicata su www.lagazzettadellantiquariato.it. Pertanto, per poter rimanere aggiornati circa l’uscita periodica di nuove expertise, vi consigliamo l’iscrizione alla nostra newsletter gratuita.


Non so come, si è sparsa la voce che il perito sia un veggente. Non è vero! Per valutazioni corrette servono più foto degli oggetti: fronte, retro, sotto, interni. Inoltre non risponderò più a quesiti su oggetti, quadri, mobili, mancanti di misure. A.F.


Agosto/Settembre 2022


E dopo quasi trent’anni ad agosto non è uscita la rubrica dell’esperto! Vari avevano già auspicato se non festeggiato (ma roba da poco un piccolo brindisi tra amici) la dipartita del “professore”. E invece eccomi ancora qui, si è trattato solo di un rilassamento estivo e oziali paturnie senili. E chiedendo venia ai lettori, risponderò in questa uscita di settembre a più quesiti.

 

 


La signora Ina Farnararo manda foto di un disegno (cm 27,5×22) firmato dal grande Maestro francese ebreo-russo Marc Chagall (1887-1985), e me ne chiede ingenuamente tout-court valutazione. Signora, purtroppo le devo comunicare che non funziona così. Neanche un precipuo esperto dell’artista – uno che ne abbia scritto storia e monografia – potrebbe dichiarare a vista se, e primariamente, l’opera sia da ascrivere allo Chagall. E questo perché qualunque tipologia di arte moderna espressa deve avere dei documenti di origine e provenienza (fatture, lasciti ereditari, numero d’ordine di catalogo generale del Maestro, ecc.) nonché il certificato di autenticità siglato da un lume in materia e la conferma, nel suo caso, della Fondazione Marc Chagall. Solo allora si potrebbe, ed in via di massima, azzardare valutazioni, consultando andamento di mercato e cataloghi d’asta in merito.


Il signor Eugenio Rebagliati manda in visione una tavoletta (cm 17×24) a firma di un pittore sconosciuto (Savoia?) lasciatale da uno zio. Signor Eugenio, purtroppo l’opera ereditata non ha i crismi artistici valutevoli di stima, è lavoro pedissequo di un copiatore popolare da fiera.


Il signor Roberto Contisciani presenta alla mia attenzione un piatto centrotavola (cm 33×33) della manifattura tedesca Rosenthal. Già in passato, in questa rubrica, valutai ad una signora un piatto della stessa serie: Molier-Kranac, datandolo 1945, ben sapendo che tale tipologia di marchio (come il suo) potrebbe risalire anche agli anni 30. Ma so con certezza, ed anche i decori lo confermano, che la prestigiosa ditta bavarese ripetè la dicitura Moliere dagli anni 40 al 60 nascondendo sul suo sito storico tale particolarità. Valuterei il piatto sui 120/150 euro senza alcunissima rottura e/o difetto.


Ingegner Luciano Lisanti da Pisa, dalle foto non esaustive inviatemi non riesco a capire se la sua specchiera (h 110 cm) sia incisa ad acido o a “ruota”, né riesco a verificare dall’assemblaggio l’epoca della sua costruzione. Comunque, tali tipologie, ad occhio, risalgono agli anni 50-70 del ‘900. Dette impropriamente muranensi, sono prodotti generalmente empolesi-fiorentini. Se intatta e senza difetti e/o rotture, vale sui 250/350 euro, vent’anni fa venivano vendute tra i 600 e gli 800 euro.


Signor Pasquale Mauro Caggiano, mi scuserà se mi viene da pensare che lei ed altri abbiano voglia di scherzare nel definire dipinto all’olio d’epoca ottocentesca (vaso di fiori) un prodotto della IBC (International Business Center) di Mosca, azienda specializzata in stampe e riproduzioni (anche su tela). Il bello poi, è che lei manda anche il codice a barre di tale azienda che vende questi prodotti online tra i 30 e gli 80 euro.


Signora Rosa, il suo orologio da tavolo è un prodotto di piccola industria (Die Lafendeuhr) della Foresta Nera (zona tedesca nota per tali fabbriche), anni 50 del ‘900. Se funzionante, vale tra i 50 e i 100 euro.
Quanto al disegno ritrovato, penso che non abbia un grande spessore artistico, è un’esercitazione ritrattistica di solo valore arredativo.


Signora Marcella S., la tazzina (di tre) con piattino ereditata da una sua prozia – che lei sostiene essere risalente a prima del 1895 – non presenta, da foto, le caratteristiche necessarie. Viceversa, sotto è firmata Deruta a caratteri stampa e non ha né craquelure né ingiallimenti della pasta. Pertanto, non sono in grado di esprimere valutazioni di sorta da questa immagine. Comunque, fosse anche d’epoca, cosa di cui – mi perdoni – dubito, avrebbe un valore contenuto tra i 40 e i 50 euro, se intonsa.


Signora Francesca Ovidi, la sua teiera in sheffield potrebbe pur essere del 1890, prodotta dalla W. Hutton&Son (come da dichiarazione di vendita allegata), ditta fondata a Birminghan nel 1800 e poi trasferita a Sheffield. Ma scrivo “potrebbe” perché nel 1930 fu acquisita dalla J. Dixon&Sons, un’azienda industriale che ripeteva i motivi e i marchi delle ditte acquisite, naturalmente non usando più lamine d’argento con all’interno altra lega, lavorazione tipica del costoso old sheffield, ma utilizzando il processo di galvanizzazione del metallo. Ad ogni modo, e al di là di ciò, tali prodotti purtroppo, per l’enormità della loro produzione, non hanno sul mercato che bassissimi valori: dai 50 euro ai 150. Va anche detto che qualcuno li offre online a prezzi esorbitanti, ma senza esiti di vendita.


Signora Ada Corlianò dalla bella Brindisi, il suo vaso da notte in bisquit pesante, fabbricazione bavarese del ‘900, potrebbe sì essere stato fabbricato per la famiglia regnante Savoia, ma anche essere, ed è probabile, una di quelle imitazioni fatte negli anni 70/80 quando questi oggetti venivano pagati sino a mezzo milione delle vecchie lire. Ai nostri giorni, fosse pure autentico – e da foto non so proprio appurarlo – al massimo può valere sui 60/80 euro.


Signora Barbara Massari, esistono diversi pittori che in arte si sono denominati Etrusco, il suo è Fernando Balbi (1924-1975) allievo di Ottone Rosai e ottimo artista. Purtroppo non viene trattato dal mercato e non è comparso che rarissimamente nelle aste e per questo motivo sono costretto a relegarlo valutativamente tra quei maestri che oggigiorno spuntano prezzi a caso. Quindi: da un minimo di 350 fino a 600/700 euro è un mio personale parere.


Signorina Francesca Ovidi dalla provincia di Viterbo, purtroppo i suoi fascicoli della Chiesa di Rodi 1931-33, quando Rodi era italiana, non hanno estimatori nel mercato generale. Localmente, e rivolgendosi a collezionisti e studiosi, forse potrebbe ricevere qualche offerta, ma passati a miglior vita o ad altre i primi, ed affatto disponibili allo spendere i secondi, la vedo dura. Può inserzionarli online ed aspettare che qualcuno ne sia interessato. Non so che altro dirle.


Signora Alessia M., il suo vaso cinese decoro Satsuma, anni 50-60 del ‘900 (h 92 cm), potrebbe valere, se intonso e privo di alcun difetto, tra i 600 e i 1.000 euro: il prezzo oscilla poiché ve ne sono moltissimi sul mercato, e manifatture cinesi li stanno sfornando tutt’oggi all’ingrosso sui 300 euro: vengono pagati, quindi, come oggetti arredativi e non antiquariali.
Noi forniamo – da trent’anni – solo il servizio di valutazione e informazione. Non compriamo, non trattiamo, né forniamo contatti.


Signora Katia Bonon, purtroppo gli oggetti in peltro, così come nel detto sheffield, oramai sul mercato non vengono più trattati se non a prezzi irrisori. Ciò vale anche per il suo elegante e completo servizio in peltro e che, al di là dell’epoca –  anni 60-80 del ‘900 – non ha che valore arredativo: tra i 50 egli 80 euro.


Signor Giampaolo Arduini, neanch’io sono riuscito ad individuare l’autore – forse tedesco, Alexander Karl Uman (?) – del suo quadro (cm 74×100) che comunque non risulta essere di grande mano, ma piuttosto opera di pittore seriale d’ambiente. Quadro arredativo di impatto fiammingo, da sola immagine penso risalga ai primi decenni del ‘900. Potrebbe valere sugli 800/1200 euro.


Il signor P.T. manda foto di un gran bel vaso ceramico (h 36 cm) firmato Capogrossi  (Giuseppe 1900-1972), insigne artista italiano, comprato dal di lui padre ad Albisola tanti anni fa. Il vaso, con i motivi tipici dell’arte del Maestro ed a rilievo, se intatto e intonso, può valere sui 2.500 euro.


Il signor Fabrizio Ceccarelli manda in visione opere firmate Giampietro Cipollini, accompagnate con tanto di garanzia “di investimento sicuro”. L’autore, sconosciuto a me e all’Arte, non può che rimanere nel limbo di coloro che non hanno mai visto la gloria terrena e che temo non vedranno neanche quella celeste… anzi! Pubblico, a monito e sperando nella comprensione dei lettori, le immagini inviatemi.


La gentile e simpatica signora Maria Cruz Soriano da Saragozza (Spagna) che ringraziamo per le belle parole sulla nostra rivista, invia foto di un vaso (h 26 cm). Mi spiace, signora, ma non si tratta di una produzione italiana, la craquelure è stata fatta artatamente e il marchio apposto è un apocrifo orientale. Saluti dalla redazione, l’abbraccio.


Ed eccoci al signor Carlo Crociatelli da Genova, con un olio (cm 44×56) di cui invia unica e non esaustiva foto. Ad ogni modo, e spiacente per lui, devo dire che il quadro non presenta alcun canone artistico di pregio, essendo stato eseguito da mano greve e dolente.


Ed in finis, rispondo alla signora Maria Tubolare da Monterotondo (RM), che ha inviato foto una marina dipinta – a torto – da uno di quei lestofanti che lavorano in incognito o con sigle per mobilieri vendenti truciolare, pdf e similiari cose. Nella sua missiva, la signora elogia l’opera sottopostami definendola “pervasa di luce” ?! e me ne chiede valutazione. Ebbene, signora, io non sono un clinico, ma mi è noto che i colpi di luce possono derivare da vari fattori, che so: l’aver assunto sostanze allucinogene, il soffrire di deperimento organico e/o mentale, l’aver preso un colpo in testa per caduta o per percossa, … Si faccia visitare da uno bravo!


E come sempre, un saluto a tutti e un abbraccio ai pochi.



Luglio 2022


Signor Luigi Mocerino, il suo vaso appartenuto alla nonna (cm 15 ca.) è dei primi decenni del Novecento. Fu prodotto dalla SCI (Società Ceramica Italiana) di Laveno, fondata nel 1856 da ex operai della Richard e chiusa nel 1965; il suo decoro classicheggiante, in decolcamania, era tra le tipologie standard dell’azienda. Valore, se intonso, 80/120 euro.


Capodimonte – Ginori

Signor Stefano Faccini, da un acquisto nel 1830 di modelli, calchi e privativa (peraltro mai individuata storicamente con certezza) la Ginori, insieme ad altre decine e decine di manifatture, iniziò ad apporre sui prodotti, insieme al suo nome, la N coronata – simbolo confusionario – ad indicare una supposta fabbricazione sui tipi della Reale fabbrica napoletana. I resoconti della ditta indicano come tale operazione iniziata nel 1830 si sia chiusa alla sua metà, ma… ma la Richard-Ginori ha riprodotto, e su richiesta e continuamente sino agli anni nostri, qualsiasi cosa del suo catalogo (famosa per i servizi che venivano integrati e sostituiti su ordinazione). Detto ciò, i suoi prodotti – inizialmente costosi – presentano sempre un certo valore plastico e figurativo che non riscontro alla vista dei suoi “putti suonatori” (h 18 cm) che in varie misure appaiono anche in rete venduti sugli 80/100 euro. Nei cataloghi Ginori non mi risulta esistere la serie di tali statuine che lei definisce “completa”. Ritengo quindi che si tratti di repliche bombonieristiche in bisquit, prodotte da una qualche fabbrica vicentina; pezzi di basso valore degli ultimi decenni del Novecento dal valore di 15/20 euro cadauno, se in perfette condizioni.


Considerazioni non richieste… oppure si?

La signora Emma Polise, “antica” (sic) frequentatrice di mercati e mercatini, deplora che nel Lazio oramai non si trovi che ciarpame degli anni 70-80 che costa, sì, poco, ma nulla vale! Mi scrive poi di mercatoni come quello di Piazzola sul Brenta (Pordenone) con 700 espositori, di Ninza Monferrato (Asti) con circa 400, e del mercato inglese, a suo dire ancora attivo e fiorente.
Signora Emma, ma di cosa stiamo parlando? Le realtà che lei cita, oltretutto molto dimesse anche loro rispetto a 15-20 anni fa, hanno sempre avuto (stiamo parlando dell’Italia del Nord) una superiorità di merci e clientela rispetto al centro, e non parlo neanche del sud.
Dell’Inghilterra – da dove per buoni vent’anni sono partiti ogni giorno alla volta del nostro paese tir carichi di mobilia ed elementi d’arredo importati da valenti commercianti dell’antico nostrani – non posso dire molto, non frequentandola da un decennio. Non so, quindi, se non ci sia più nulla (eppure esistono ancora manifestazioni e mercati che noi ce li possiamo solamente sognare, tipo Lincoln con mille espositori in agosto) oppure se gli inglesi ora chiamino per vezzo “antiquariato” le mercanzie come: porte vecchie, cessi in ghisa, lampade arrugginite, sedie in ferro e “scubidù”, poltrone scassate… roba che da noi buttiamo!
A tal proposito, signora, guardi sul canale 56 del digitale terrestre HGTV Home & house, il programma dove un probabilissimo rigattiere che si definisce antiquario, tale Drew Pritchard, a bordo di un camion percorre col suo socio centinaia di chilometri in lungo e in largo per il Regno Unito, al fine di comprare delle cose che in Italia abbiamo conferito in discarica da tempo. E purtroppo, con i nuovi tempi, temo che ciò non sia dettato dalla moda che va e viene ma dalla cultura o non cultura delle nuove generazioni che non hanno dato il ricambio alle vecchie nell’amore per il bello, per l’arte e per l’antico. Ed infatti, credo che oramai la nuova frontiera dei mercati in tal senso sia quella di vendere-comprare cose vecchie o usate per il proprio vivere immediato. E anche se è rimasto qualcuno che cerca oggetti di cosiddetto modernariato in qualche modo richiamanti il bello ed il collezionare, la maggior parte dei nuovi compratori è aliena da ciò, e tutto il comparto, che da anni peggiora, è in una crisi profonda. Certamente, fanno ancora eccezione i “vecchi” estimatori e compratori dell’antiquariato vero, e i “malati” come lei, come me, ed altri inguaribili accumulatori, collezionisti, stracciaroli evoluti, o semplicemente amanti del bello e delle epoche passate.
E in finis, signora Emma, eccomi alla sua richiesta in merito alla pittura popolare religiosa (cm 50×70) supposta settecentesca. Come valore arredativo, assegnerei all’opera un valore di circa 1.000 euro, per le ottime condizioni. Le trovi, sempre nei mercatini, una cornice consona.


Detrattori affezionati

La signora Clelia A. di Roma invia una email ad una mia passata collaboratrice che me la gira: “Sono trent’anni che leggo il Ferrero e altrettanti che non lo sopporto, sempre pronto al vituperio e all’offesa di chi magari semplicemente chiede e non ne sa”, sic. “È un saccente borioso che invece di elargire il suo sapere lo impone a derisione e scherno” sic. Ohibò, signora Clelia, rimango basito dalla sua circostanziata e dotta opinione che, comunque, non le impedisce di continuare a leggermi negli anni. Mi chiedo: è ‘sì rapita dalla mia prosa da aver sviluppato la famosa sindrome di Stoccolma?


Signora Annalisa Balletta, il suo orologio francese (50×17 cm) è un eclettismo novecentesco di parti in bronzo applicate ad una porcellana con marchio spurio di Limoges. Come oggetto d’arredamento di non elevata artisticità, il suo valore è limitato: sui 150/250 euro. A mio avviso non le conviene far riparare l’orologio che, essendo senza alcun marchio, non andrebbe a valorizzare neanche l’oggetto.


Il signor Edmondo Massa, gradito lettore di Genova, manda in visione due opere. La prima è una tempera su carta (cm 66×94) a firma Pierre Girard (1806-1872), artista francese paesaggista di discreta fama che valuterei – con i prezzi al profondo ribasso dei nostri giorni – sui 350 euro. La seconda opera (cm 28×18) è su foglio vergellato settecentesco di manifattura italiana; il disegno contenuto però, presenta elementi discordanti e l’opera non appare in pienezza, sembrerebbe fatta da un principiante dell’epoca oppure un rifacimento del nostro tempo. Si nota l’elevata fattura degli armenti e viceversa la scarsa plasticità delle figure umane, per non parlare delle rovine schematiche e non rifinite. Nessuna valutazione.


Il restauratore Federico Buzzati presenta alla mia attenzione un interessante e valente pastello su carta (cm 86×62) firmato e datato FB 1765. Signor Federico, neanche io ho trovato nomi di pittori francesi o altri da poter attribuire alla sigla espressa. Pur tuttavia trovo l’opera di pregio e valutabile sui 600/800 euro.


Signora Cristina Croci, il suo porta bonbon datato 1932, con stilemi riferenti l’art Déco, è interessante anche se purtroppo “sciupato” nei decori. Non sono riuscito ad individuarne la sigla e la pubblico nella speranza che qualche nostro preparato collezionista più ne sappia. Il valore, nello stato e nella limitata conoscenza, è sui 50 euro.


Al signor Vincenzo Saldamarco che propone la scultura in legno (h 124 cm) di una maternità africana, risponde l’esperto in materia Dott. Bruno Albertino di Torino.
Si tratta di una figura di maternità di cultura Senoufo, proveniente dalla regione di Khorogo/Boundiali nel Nord della Costa d’Avorio. Databile alla seconda metà del XX secolo, questa statua appartiene ai riti della Società Poro. Possiamo considerarla una maternità “Nong” e rappresenta la madre primordiale del Gruppo Senoufo; presenta segni d’uso ma non è di grande qualità scultorea. Valore economico: 300/500 euro.


Signora Patrizia Manzella, purtroppo la mobilia d’antiquariato è ai minimi storici nelle valutazioni di mercato. Lei manda foto di un divano eclettico fine Ottocento primi Novecento, così come la poltrona e la sedia della stessa linea. Ritenendoli ad occhio in buono stato di conservazione e senza conoscerne alcuna criticità, posso dirle che il valore del divano si aggira sui 400/500 euro e quello della poltrona sui 300; la sedia la dia in regalo a chi le compra uno dei due.


Signor Ferri E., ecco le valutazioni del pittore Ferdinando Del Basso (1897-1971), paesaggista di scuola napoletana che – come tanti suoi colleghi una volta osannati – ha goduto di buoni valori commerciali, ma che oggi, caduto nel limbo dei misconosciuti, vede i suoi lavori alienati a poche centinaia di euro se non invenduti. Le opere da lei presentate, infatti, hanno nel mercato attuale quotazioni di 300/500 euro al massimo. Se poi lei trovasse uno dei rari collezionisti, il prezzo potrebbe alzarsi di un 20-30%, ma le speranze sono minime.


Giovannone, mercataro, mi saluta e mi manda in valutazione ben quattro radio a valvole in ottimo stato. La prima, una Selb francese degli anni 40, valore sui 120/150 euro, funzionante; la seconda, una radio-Alba anni 50, valore sui 100/130 euro, funzionante; la terza, una Allocchio Bacchini mod. F53M anni 30, valore sui 300/400 euro, funzionante; la quarta, una Supergiollo GGE anni 50, sui 250/300 euro, funzionante. Lui le ha vendute tutte insieme a 400 euro prima di interpellarmi!! …Così impara a consultarmi prima.


E come sempre, un saluto a tutti e un abbraccio ai pochi.



Giugno 2022


Signora Stefania, lei manda in visione una tazza con piattino (ne ha 10) per saperne il valore, e io ci aggiungo anche un po’ di storia. La produzione ceramica è della Rosenthal, fondata a Selb nella Baviera tedesca nel 1879 (e dal 2001 proprietà dell’italiana Sambonet). Il marchio impresso sotto la qualifica come esportazione della United States by Rosenthal China Corporation, con sede a New York tra il 1925 ed il 1941. Si tratta di pezzi rari in quanto l’America, in seguito alla guerra, ne proibiva – nonostante l’escamotage adottato dalla ditta tedesca – l’importazione. Diciamo sui 60/80 euro per piattino e tazza.
Riguardo l’altro quesito – e premettendole che mi hanno insegnato come lo champagne non vada “disturbato” in alcun modo, né con versamenti violenti, né con rotazioni varie, né in bottiglia o in bicchiere – si figuri se posso immaginare che vada “girato” con arnesi atti all’uopo! In più con uno d’argento a titolo 800 (e non 925 o 1000 come nei tastevin) che, a contatto con la materia vinicola e gli acidi contenuti, certamente non esalterebbe in alcun modo le qualità organolettiche, svilupperebbe degli ossidi non proprio piacevoli e distruggerebbe il fine “perlage” (frutto di meticolose lavorazioni e tempo) per cui lo champagne è rinomato. Lei, comunque, mi manda la foto di questi arnesi che, leggo sulla confezione, sono qualificati come argento, e senza entrare in ulteriore merito le posso dire che tali oggetti a me sconosciuti, ma non credo d’uso comune, possono valere il loro peso a quotazioni standard attuali del metallo (sui 350/400 euro al chilo).


Il signor Roberto D. manda in visione un vaso (36 cm H) della ditta Fantechi di Sesto Fiorentino, fondata da Egisto nel 1896 e alla sua morte, nel 1933, condotta dai figli Mario e Renato.
Il suo vaso – pur riflettendo il ricordo di un liberty che portò in auge l’azienda – dovrebbe essere degli anni 50 del 900, e rispecchia la flessione decorativa che avrebbe portato alla chiusura nel 1961. Valore, sui 250/300 euro.


Telefonata con il “mercataro e comunista” Billy A. da Modena, il quale mi manda poi – che non ho mezzi moderni in tal senso tipo “uòzap”- delle cattive immagini in tradizionale posta-web. Innanzitutto caro Billy – e benché non sia un precipuo esperto sugli argenti – ti dico che il marchio sul vaso dell’argentiere “W.C” non è, come dettoti a Milano dall’orefice tuo amico, da ascriversi a William Caldecott che iniziò a registrare marchi a Londra nel 1756 ma come “smallworker” (ovvero produttore di piccoli oggetti), ma piuttosto sia attribuibile alla William Comyns & Sons fondata nel 1859 a Londra e acquistata da Bernard Copping nel 1953. L’ultimo marchio depositato “W.C” è del 1905. La società è tutt’ora attiva e ha riprodotto negli anni tante cose del suo antico catalogo.
Riguardo poi alla pittura “Fanciulla con uva” (60×90 cm), ti rispondo che – a mio sommesso avviso – non è opera dell’Irolli Vincenzo (1860-1949), è pezzo di scuola napoletana dell’Ottocento vicina ai modi del Postiglione (mi rammenta un quadro visionato una quindicina d’anni fa). Lo valuterei intorno ai 1.000/1.200 euro.


Signori del Mastronardi-bar di Roma (che tramite l’amico Floris mi contattano sempre telefonicamente), il mio giudizio sul pittore Vittorio Gussoni (1893-1968) era ed è sulle quotazioni – basse – di mercato, ma per evidenziare che viceversa lo consideravo e lo considero uno dei maggiori ritrattisti italiani del 900, con una capacità di trasposizione di tecnica e pathos uniche. Impietoso purtroppo il mercato, che lo ha relegato insieme a tanti grandi artisti una volta in auge di fama e ricchezza, nel limbo e nelle basse acquisizioni. Guardavo il 13 maggio scorso una delle televendite (che io genericamente aborro, ma che sporadicamente seguo “per mestiere”) della ditta “Vimarte” ove offrivano dell’artista un meraviglioso ritratto di “Donna allo specchio”, un 75×64 cm a 3.950 euro. Nonostante sapessi elevato il prezzo paragonato alle quotazioni attuali del pittore, l’avrei consigliato per la bellezza intrinseca ed estrinseca dell’opera. Mi pare che tale ditta accetti poi offerte e venda alla migliore, ma non ne ho seguito l’esito finale. Comunque ciò per informarvi che le nature morte come la vostra non hanno grosse richieste e vengono vendute a 500 e addirittura 300 euro; circa i ritratti, come detto e nonostante la struggente delicatezza e bellezza, per i migliori siamo sui 1.200-1.700 euro al massimo. Una volta consigliavo di tenere le belle cose non al momento veicolate o capite, ma a mio parere di sicura rivalutazione nel tempo; oggi, invece, dico solamente di tenerle per proprio arredamento e piacere poiché “mala tempora currunt”, e vabbè! Ma la frase di Cicerone continua in “sed peiora parantur” (e peggiori si profilano) ed è ciò che anch’io penso al vedere tante persone “vecchie” isolate nelle loro paranoie (tipo me per intenderci) e tanti giovani uniti nelle loro intemperanze/ignoranze e quant’altro, i quali altro non sono che gli estremi di generazioni non più dedite alla cultura e all’arte. Una volta si salvava “la massaia di Vigevano”, ma è deceduta fortunatamente da tempo e si è risparmiata, ad esempio, la visione – e l’ohinoi dire e fare – di tutti quei nullafacenti che pare opinionizzino su tutto, o cantino travestendosi, o appaiano nei salotti mediatici italiani transeunti ed inutili.


Ed eccoci alla signora Federica Ignazzi con il solito gruppo ceramico marcato “N coronata” tipo “capodimonte” (cm 24x28x17), e che invito a leggere in rubrica le risposte ai quesiti dei mesi – ed anni – scorsi riferentisi a tale tipologia. Nello specifico, il gruppo presentatomi – anche in ragione della firma G. Solesin (1958) – si riferisce probabilmente a produzione di manifattura vicentina. Il valore senza alcun difetto e/o rottura è solo arredativo: sui 120/170 euro.


La signora Gabriella Burzio invia l’immagine di una “patente da speziale” ereditata, un documento di 4 pagine vergato manualmente, recante sigilli dei primi del ’900. Speziale o “rizotomo” (tagliatore/raccoglitore di radici) è l’antico nome del farmacista legato, naturalmente, alla farmacopea delle piante medicinali con cui si producevano i medicamenti. Il professionista, per essere qualificato tale con appunto il conseguimento di una patente, doveva aver compiuto studi umanistici, aver frequentato per due anni lezioni di chimica farmaceutica e botanica presso una Regia Università e aver trascorso un tirocinio di cinque anni presso una “spezieria” autorizzata. Il documento, a vista, è perfetto nella sua conservazione, ma ha valori di mercato – se non collezionistici – che sono ai nostri giorni bassi: diciamo sui 200/250 euro.


Signor Gaetano Micillo, pubblico il suo quesito per rispondere anche ai signori Bella e Ludovici. Le fotografie, ed in special modo quelle degli anni del periodo ventennale fascista, hanno avuto in passato notevoli quotazioni ma attualmente, terminati i ben paganti collezionisti e pubblicate a iosa in rete, non hanno che bassissime quotazioni. La sua ad esempio, del 1941, che mostra il duce Benito Mussolini attorniato da gerarchi all’inaugurazione del Mausoleo di Guglielmo Marconi (opera dell’architetto Mario Piacentini) a Pontecchio (Bo), poi denominato Pontecchio Marconi, è immagine usuale di repertorio dell’avvenimento: valore 25/40 euro al massimo.


La signora Elena Bulla manda in visione un documento cartaceo (1898-1903) di 7 pagine, inerente decreti del Ministero della Guerra a firma Re Vittorio Emanuele, su militari e loro posizioni amministrative. Le rispondo pubblicamente signora, anche per ricordare un mio caro amico scomparso nel 2007: Berardo Luciani di San Cesareo (Rm), valente ricercatore cartaceo e promotore insieme a me ed altri della manifestazione internazionale “Solo Carta” tenutasi per quasi un quinquennio a Valmontone (Rm) nel Palazzo Doria-Pamphili, una manifestazione che ebbe quale suo ardente e fattivo sostenitore il grande e lungimirante sindaco Angelo Miele – purtroppo anch’egli scomparso – a cui la cittadina laziale deve le grandi realtà dell’Outlet e del Parco divertimenti Magicland, oltre al restauro e alla riqualificazione del Palazzo nobiliare detto. Ebbene, l’amico Berardo una quindicina di anni fa inondò il mercato di fascicoli del Ministero della Guerra, della Difesa, dell’Esercito, ma anche della Guardia di Città (polizia) e dei Carabinieri – come il suo, signora – a quintali. Praticamente erano documenti che dovevano finire al macero ma che un compiacente suo amico ritirava “a sgombero” dai palazzi ministeriali per conto di associazioni benefiche (a cui devolveva il compenso in peso cartaceo dovuto) e glieli riversava a pagamento minimo. Per un breve periodo il Luciani riuscì a farsi pagare abbastanza bene, centellinandoli, tali documenti, soprattutto quelli dove era presente la firma del re o dei suoi noti ministri, poi piano piano il mercato si trovò sommerso dalla stessa massa del materiale cartaceo che il Luciani iniziò a vendere ad interi pacchi e cartoni (io gliene vidi nel suo magazzino ad altezze di vari metri) a professionisti del settore. Ciò, signora Elena, per significarle che il suo documento ha scarso valore sia storico documentale sia di mercato. Una cifra valutativa può essere sui 15/30 euro.


Signor Cico Lapo, pubblico il suo quesito concernente la brocca da vino ottocentesca in peltro (h 25 cm) pur non sapendo rispondere in merito, poiché spero che qualche nostro valente lettore e collezionista ne sappia qualcosa. Purtroppo non ho trovato alcuna notizia sul marchio dei grifoni alati impresso, e non posso far altro che archiviare il quesito in attesa di qualche futura informazione.


II signor Salvatore Di Matteo pone alla mia attenzione 3 quadri. Il primo (cm 23×29) è a firma A. Mascheni, autore sconosciuto ai miei prontuari e di levatura artistica tanto scarsa da non poter essere valutato, così come il secondo di 99×64 cm a firma Iorik (della serie quadrume da basso arredamento degli anni 50-60). Il terzo quadro (cm 29×25), signor Salvatore, è un ovale novecentesco con cornice lavorata annessa in pastiglia, al cui interno è raffigurata una madonna o una santa; lei ipotizza anche che non sia una vera e propria pittura, e in questo caso si tratterebbe di un’oleografia, ma comunque, ed in ogni caso, è cosa devozionale e popolare che, anche per le cattive condizioni, non è suscettibile di valutazione. Mi spiace comunicarle queste notizie perché lei è una persona amante del bello e affezionata alle opere possedute, ma l’arte ha dei parametri scientifici che a volte valicano impressioni e trasporto emozionale e che il perito deve, anche a malincuore, esporre.


Il signor Salvatore Pannaioli ogni tanto mi manda foto di quadri di importanti autori del ’900 italiano, ma alle mie richieste di fornirmi la loro allegata documentazione glissa e non risponde. Ora è nuovamente in campo con un’opera di Alberto Savinio (1891-1952). Ebbene signor Salvatore, io non sono certamente in grado di valutarle alcunché, per foto poi e senza “allegati”. Pertanto, le invio i riferimenti della fondazione preposta: Fondazione Magnani Rocca, Via Fondazione Magnani-Rocca n. 4 – 43029 Mamiano di Traversetolo (Parma), tel. 0521.848327-848148. Se ci va di persona, abitando lei vicino nel circondario della bella Collecchio, può anche prenotare un tavolo nell’ottimo ristorante annesso alla suggestiva villa sede della fondazione-museo.


La signora Silvia Ciardi da Roma, frequentatrice di mercati da trent’anni, ha comprato un ottima natura morta (cm 50×90) al grande mercato al coperto delle Ferrovie dello Stato, stazione di Monterotondo scalo (Rm): “I sabati dell’Usato”. L’opera, con cornice originale a “guilloche”, è ascrivibile alla fine dell’Ottocento, primi del 900. Acquistata per 600 euro dall’espositore Claudio V., con la sua bella e intatta cornice ne vale almeno 1.800.


E come sempre, un saluto a tutti e un abbraccio ai pochi.



Maggio 2022


Repetita juvant a tutti i lettori e particolarmente ai signori P. Baiani, Lara Messina, Giancarlo Totti: io sono un perito di carta, lavoro con immagini – in genere brutte e insufficienti – da remoto, e dunque a volte non bastano né studi, né decennali esperienze nel campo per poter dirimere e valutare. Non mi potete paragonare agli esperti in carne e ossa a cui vi siete rivolti, che certamente – e soprattutto se li pagate – ne potranno più di me, sempre naturalmente che ne sappiano sulla materia a loro sottoposta.
Ed inoltre: le mie stime sono dettate al 95% non da mie convinzioni personali ma dal mercato, e per mercato si intendono aste, negozi, mercati e mercatini, ed è chiaro che la valutazione delle varie voci dette, assolutamente disparate e non concordi, vengano a formare un minimo ed un massimo a cui poi io mi attengo. Oramai è assodato come tutti commercino, appunto, nelle più disparate sedi e a seconda dei bisogni o meno di chi vende e delle disponibilità o meno di chi compra. Faccio delle eccezioni quando per mia convinzione personale penso che il “pezzo” sia effettivamente bello o raro e destinato a conservazione e rivalutazione.


Hoinoi! Siamo arrivati al “capodimonte di resina”! grazie al quesito della signora Teresa L., che naturalmente oltre a non aver mai letto la mia rubrica, non sa che il termine capodimonte – ed io lo ripeto per la millesima volta – non costituisce sinonimo della fu prestigiosa ed antica fabbrica partenopea né per esecuzione né per luogo. Ed infatti, il suo gruppo “Napoleone a cavallo” con il marchio della N è stato prodotto dalla Miriam di Giurastante Luigi & C. di Canosa Sannita in Chieti, una ditta di lavori artistici in “resine plastiche”! E mi parrebbe di averle detto tutto, se non fosse che la signora, sicura del valore del suo oggetto, me ne chiede precipuamente il valore. Ebbene signora, e nonostante sua nonna lo possa aver caramente pagato in uno di quei eclettici negozi che vendono tali cose, il suo Napoleone non vale nulla. E mi fermo qui per non recar offesa ad alcuno!


Signora Danila Ferrari, il suo vaso senza misure, imitante nelle sole spade incrociate la manifattura di Meissen cui hanno aggiunto la lettera “R”, è riproduzione delle fabbriche tedesche di Dresda della prima metà del ‘900. Valore sui 300/400 euro se intatto.


La signora Giulia S. presenta un centrotavola con putti (cm 42×18) avente il marchio PM sotto una corona, ed abbinata la scritta “China-Dresden”. Il “solito” antiquario/stagnino le ha detto trattarsi appunto di una porcellana prodotta nella città di Dresda (Sassonia). Ma così non è: il marchio appartiene alla Porzellanfabrik Friedrich Eger & co.KG fondata nel 1901 a Martinroda (Turingia) che – dopo traversie e cambi societari – terminò la lavorazione nel 1972. La scritta “china-dresden” va intesa come “porcellana alla maniera di dresden”, città famosa in tutto il mondo per tale lavorazione. Lo “stagnino” le ha riferito che risale all’Ottocento e che vale perlomeno 1.500 euro! Forse – non è detto – gli si potrà dare dell’incompetente ma non dello scemo! Infatti ha da lei acquistato delle deliziose miniature – ad occhio settecentesche – pagandogliele due soldi asserendo essere pezzi degli anni 50 del Novecento, ed ha supervalutato epoca e bellezza del vaso in questione – anni 40-50 circa – che però si è guardato bene dal comprare, ed il cui valore è realisticamente intorno ai 300/500 euro, se perfetto.
Riguardo il suo sfogo circa l’altra vicenda, e anche qui repetita juvant: in un Paese che ha una legislazione penale o comunque sanzionatoria con rito inquisitorio, l’onere della prova contraria, cara signora, spetta a lei. Quindi è lei che deve dimostrare la provenienza degli oggetti in argento “attenzionati” nel corso di una perquisizione pur condotta per altri motivi. Inoltre, i carabinieri sono uomini e donne che svolgono un mestiere come un altro: medici, meccanici, geometri e quanti altri, ci sono quelli bravi e ci sono gli asini, generalizzare mi pare inconsulto, e si rammenti comunque che le decisioni finali vengono espresse in nome del “popolo italiano” da un giudice che ha le stesse caratteristiche precipue, essendo un uomo o una donna, di cui sopra.


Signor Mauro Tufanari, la bottiglia n.1 firmata Salvator Dalì è degli anni 70, fa parte di un trittico di pezzi (n. 1-2-3) creati dall’artista per pubblicizzare l’aperitivo Rosso Antico (allora della casa Bouton). Il valore è modesto: in rete e nei mercatini le vendono sui 20/30 euro l’una, poi, come al solito, vi sono esagitati che chiedono 100/200 euro, ma senza esito di compratori.
I sei bicchieri a rilievo del ‘900 sui tipi muranensi (prodotti dagli anni 20 sino agli anni 60), non hanno ai nostri giorni le quotazioni di un tempo e si possono trovare a valori modesti. Comunque, se intatti e senza sbiadimenti, arrivano intorno ai 300/500 euro.


Ringrazio per gli apprezzamenti la signora Lorena Borghesi che, pur di piene origini italiche (padre romano e madre aretina), mi scrive dal Cile, con ciò facendomi tornare alla memoria una meravigliosa terra dove ho dimorato per tre mesi cento anni fa: Punta Arenas in Patagonia.
Il suo quadro, signora Lorena, un ovale di cm 39×49 con cornice, è sui tipi del ‘700 ma presenta canoni pittorici di fine ‘800 primi ‘900; è infatti un ritratto su tela applicata su legno senza “preparazione” (che è una miscela di gesso e altro con cui si da “corpo” al supporto per accogliere i colori ). In più: la sommarietà della stesura pittorica da mano di “mestierante” (che pur non escludendone la bravura ne elude l’alta qualità), la cornice a pastiglia e gli elementi applicati in non ottimo stato, mi inducono a valutarlo sui 400/500 euro come opera meramente arredativa. A bueno sièntulo de nuevo.


Il signor Salvatore Di Matteo e la sua preziosa famiglia con interessi culturali artistici mi scrivono da Avezzano (AQ), per porre alla mia attenzione diversi quesiti. Il primo riguarda il dipinto (cm 60×40) del pittore armeno Gerard Orakian, rifugiato in Italia nel 1920 dal genocidio turco, operante Roma dal 1947 al 1962 anno della sua morte. Sono poche le notizie su questo ottimo pittore che non ebbe una vita facile e fu – per scelta – sempre lontano dalle luci della scena artistica. Le sue opere, quasi tutte portate per volontà in Armenia, non hanno circolazione sul mercato, né inerenti quotazioni. Le valutazioni delle poche presenti hanno alti esiti d’asta sia per il tenore artistico sia per la loro rarità. Quindi, ed anche attenendomi ad esse, direi tra i 2.000 e i 3.000 euro, non meglio specificando per quanto detto.
Il secondo dipinto (cm 20×30) è del pittore torinese Benedetto Ghivarello (1882-1955) che, come tutti gli artisti del ‘900 e non solo, ha subito ribassi estremi. Quindi, per il valore della sua tela propenderei tra i 150 e i 200 euro. Le altre due opere, una in legno firmata A. Jovine (di non eccelsa levatura artistica), l’altra firmata sul retro Giuseppe Piccablotto in cornice liberty – da me non giudicabile perché dalle foto non riesco a capire né la tecnica né il materiale di supporto – risultano di autori sconosciuti a me e ai miei prontuari.


La signora Daniela Pasut manda in visione due quadri. Il primo (cm 100×100) è di autore non identificabile, ma poco importa giacché la scarsezza artistica della tela non gli fa assumere valore alcuno. Il secondo, con ritratti (cm 86×83), è opera del pittore Luis Garcia Oliver (1907-1977), autore variegatamente trattato sul mercato, che viene da alcuni proposto, fantasiosamente, a 400-500 euro, e da altri alienato a 20 euro nel 2015! (casa d’asta Catawiki, sempre ritratti, cm 55×70). Ciò ad indicare che penso sia opera trattabile tra i 50 e i 100 euro al massimo, per mero arredamento.


Il signor Michele Angelo pone alla mia attenzione due oggetti. Il primo è un Pagliaccio con computer, in vetro e argento del poliedrico pittore aretino Vittorio Angini (1950); tali figure sul mercato hanno un valore intorno ai 120/160 euro.
Il boccale in peltro con stemma (altezza cm 36), a vista non sembrerebbe antico e anche i marchi (non sono ingranditi e non li ho potuti ben identificare) danno tale responso. In più, caro lettore, il peltro che ha del valore è solo quello d’uso e cioè inerente sino al ‘700, poi si hanno, e solo, oggetti d’arredo per chi non poteva permettersi l’argento, e le quotazioni sono basse per comuni oggetti d’arredamento.


Signor Trevisan, le sue statuine sui tipi di capodimonte valgono sui 50/70 euro cadauna; quella della “fanciulla disabbigliata” della ditta Ronzan (42 cm), pezzo degli anni 50, non presenta canoni di modellazione elevati e quindi va dai 150 ai 300 euro, ma… ma la mancanza del dito in una mano la porta chiaramente ad un consistente deprezzamento, diciamo quindi sui 60/80 euro.

 


Da Tolentino, la signora Elsa B. che scrive: “mi hanno venduto per anni, gli antiquari di fiducia, mobili ed oggetti che ora altri – anche lei da foto – mi dicono che sono falsi… Ed io ho sempre creduto nella buona fede e nella correttezza delle persone che ho incontrato nella vita, ed ora che sono diventata povera… ma allora (sic)?”. Signora Elsa evidentemente: “i mercanti parevano, ma erano masnadieri” (Boccaccio). Cosa dirle? Furfanti sono anche i funzionari bancari che hanno garantito fondi, cartolarizzazioni, diamanti rivelatisi fasulli, ma anche gli immobiliaristi che hanno fatto acquistare case senza servizi pubblici o abitabilità ecc. Il mondo, signora, non è per i puri di spirito e le persone buone, il mondo è sostanzialmente fatto di soldi, e solo, ed è il vero “ordine mondiale” sbandierato dai vari eterogenei ignoranti “negazionisti”. E comunque, per lei, io sono a disposizione gratuitamente, per valutarle in Tolentino tutto ciò che vuole.


Il signor Vittorio Gaibotti manda in visione un vaso a rilievo tedesco (cm 42×26) inneggiante il vino del Reno. Sinceramente so ben poco di tali tipologie ceramiche. Presumendo sia oggetto degli anni 60-70 del Novecento, lo valuterei a corpo – se sono solo presenti le piccole abrasioni che vedo – intorno ai 250/350 euro.


Dott. Tito Gaudio da Torino, le rispondo sul servizio da caffè dei suoi conoscenti ed in modo specifico – eh già! gli esperti a volte sanno ciò che la rete ignora. Le porcellane sono state prodotte in Baviera dalla Porzellanfabrik Oscar Shaller & Co. Nachfolger con sede in Schwarzenbach che era una succursale della Gerbruder Winterling OHG di Roslau, sempre in Baviera. Il marchio è inerente una produzione del 1921. Il valore di tali manufatti, che non hanno né grande artisticità né grande esecuzione (diretti all’esportazione) sono modesti, calcoli per un servizio da 6 sugli 80/150 euro e da 12 sui 120/250, sempre se intatti e privi di qualsiasi difetto.


Signora Elisabetta Menna da Assisi – in opera encomiabile di aiuto al prossimo – il suo “servizio” di contenitori di varie cose (detto generalmente in sheffield), ha diverse ditte produttrici: due pezzi sono punzonati “tromba e banner” della James Dixon & Sons (ditta fondata nel 1806 da James Dixon e Thomas Smith a Sheffield che chiuse nel 1992), il marchio apposto ci dice che furono eseguiti nel 1890 in Britannia Metal (stagno-antimonio-rame) elettroplaccato in argento. Il terzo contenitore è della Daniel & Arter ltd (fondata a Birmingham nel 1892 da Thomas Henry Daniel e da Thomas Harte , chiusa nel 1930) in lega di zinco e rame elettroplaccato in argento, l’anno di fabbricazione è il 1920. Il quarto pezzo, marcato TV e altri simboli, similiare per materiale, non sono riuscito a identificarlo. Ad ogni modo, gentile signora, devo dirle che mentre una ventina d’anni fa tali tipologie spuntavano cifre discrete, oggi come oggi, vuoi per il disinnamoramento verso tali oggetti, vuoi perché ne hanno prodotti con ritmi industriali a tonnellate, essi hanno perso di valore economico e penso che tutti in gruppo non possano spuntare che 150/200 euro.
Anche circa i tre differenti servizi di bicchieri, ognuno da dodici con due bottiglie (invece di tre), probabilmente arte di vetrerie muranensi degli anni 30 molati alla ruota, devo dirle che i tempi non sono dei migliori: tra i 300 e i 400 euro.


Signora Marina Maria complimenti per il salvataggio del bel lampadario in ottone laccato e vetro che ora adorna il suo studio. La linea è senz’altro quella del design anni 40-50, ma ad ora non sono riuscito a risalire al creatore o alla sua ditta di fabbricazione. L’ho messo comunque nel mio archivio a futura memoria o visione. Il valore indicativo, senza poterne individuare l’origine, è sui 600 euro.


E come sempre, un saluto a tutti e un abbraccio ai pochi.



Aprile 2022


Il signor G.C. fa parte di quella categoria di lettori che credono che, per espertizzare opere complesse e di pregio, ad un perito “in lontananza” basti inviare delle foto senza allegare alcuna informazione: riferimenti, storia, …e che costui, “illuminato” dall’alto, possa dare un responso. Ohi ohi! …E così, oramai assuefatto a tali credenze scellerate, vado a compiere l’opera di “bassa macelleria” ad occhio.
Vari i quesiti, tra cui una tavola “a traforo” con una crocifissione (cm 165×105), le cui parti sgorbiate in pioppo inducono a pensare a una manifattura operante non in Italia tra la fine dell’800 e i primi del 900, ma senza averne visione diretta non posso esprimermi più esaustivamente. Il valore potrebbe essere indicato, se confermato il periodo, 800/1.200 euro.
Il quadro “Giuditta e Oloferne”, di non eccelsa fattura (testa) sui tipi del 700, e anche qui con foto e visione sommaria, vale sui 1.200 euro.
L’arazzo francese (cm 300×250) in lana (?), tecnica a point de l’Halluin, potrebbe arrivare intorno ai 2000 euro se fosse di vecchia manifattura, altrimenti 400 euro.


Da Torino mi scrive la signora Miranda Mazloumi, nuova e colta lettrice che, imbattutasi nella rivista, si complimenta con me. Nel ringraziare, sperando voglia aggiungersi ai lettori fedeli di trent’anni di Gazzetta, vado a rispondere alla sua richiesta: avere lumi su un servizio di famiglia realizzato dalla S.C.I. di Laveno, dopo aver già contattato il Centro Studi Bossaglia (Università di Verona) e la biblioteca di Laveno che, pur avendo ampia documentazione sulla manifattura, a mio avviso non hanno personale adatto, preparato e neanche così diligente da scusarsi con chi fa una legittima richiesta (diretta tra l’altro a organismi pubblici e pagati dai cittadini). E veniamo dunque alle sue ceramiche, o meglio, alla ceramica, giacché manda in visione un solo piatto del servizio (eh… non lo vuole sciupare!) e non mi fa partecipe dei numeri del medesimo (vabbè… sono un estraneo). Ma non mi adiro – in virtù della sua gentile prosa – e vado ad esprimermi nel merito: il servizio fiori e cineserie, ripetuto dagli anni 30 ai 50 del 900, non è che possa avere grande valore. All’epoca La S.C.I. produceva a Laveno e Verbano in grandi stabilimenti che davano lavoro a migliaia di operai. Dagli anni 30 la Società iniziò ad operare per grandi fabbriche tedesche come la Rosenthal. Il servizio in questione faceva parte di un’importante commissione per un grossista tedesco suo rappresentante: H&C (certo L. Honher membro della famiglia dei famosi produttori di strumenti musicali e… soci) operante a Chodeau (il nome tedesco della città ceca di Chodov), non ritirata e/o venduta poi nel mercato italiano. Il valore di un insieme del genere, se completo da 12, è sui 400/500 euro, ma non deve avere alcuna imperfezione, rottura o sbiadimento delle decalcomanie e/o decori; fosse un servizio da 24, andrebbe sugli 800/1.200, altrimenti alla metà e meno. Pezzi sfusi si possono alienare nei mercati/mercatini e sui siti internet a 12/15 euro l’uno i piatti, la metà i piattini, il doppio quelli da portata, e sui 150/250 euro le zuppiere, sempre che siano perfetti nella loro condizione, altrimenti decrementano del 30-70% il loro valore. In rete esistono altre valutazioni a mio avviso eccessive, date da individui “problematici”! Mi pare così di aver dato tutte le informazioni richieste.


La signora Francesca Caciula manda due quadri di insigni artisti italiani. Il primo è opera del mio amico Luciano Ventrone (1942-2021), grande pittore “iperrealista” prematuramente scomparso un anno fa, che il comune germano Federico Zeri indicava come “il Caravaggio del XX secolo”. Valuterei la tela (cm 60×50) tra i 10.000 e i 12.000 euro.
Il secondo dipinto (cm 44×33) è dell’astrattista informale Giulio Turcato (1912-1995) e può valere tra i 6.000 gli 8.000 euro. Ma… ma la signora Francesca non manda né copia di documentazione delle loro autenticità né altro, per cui, sia chiaro, le mie valutazioni sono solo date sul presupposto che tali opere siano documentate, originali e garantite, altrimenti, sia altrettanto limpido, esse non valgono che poche decine di euro come copie e sono a rischio penale di falsificazione sia in semplice detenzione (a meno che la signora non le sigli come tali) sia messe in circolazione.


La signora Roberta Ricci invia degli elementi arredativi di pregio. Il tavolo modello Delfi, firmato da Carlo Scarpa e Marcel Breuer (cm 220x89x74) in marmo di Carrara, prodotto nel 1969 dallo Studio Simon Gavina, è valutabile tra i 5.000 e i 7.000 euro.
Il lampadario firmato Toni Zuccheri (Antonio, 1936-2008, valente designer collaboratore di Scarpa, Albini, Ponti, lavorò con le manifatture Venini, Barovier&Toso e Veart), modello Exprit (cm 60x60x h 72) prodotto dalle vetrerie Venini nel 1970, nello stato di perfetto ha valutazioni variegate che vanno dai 6.000 euro ai 14.000 fino ai 16.000 euro, mentre la casa di aste Cambi nell’ottobre del 2021 lo valutava tra i 2.500 ed i 3.000 euro. Io penso sia congrua una stima tra i 6.000 e gli 8.000 euro se con ricevuta d’acquisto e nello stato di perfetto.


Signor Claudio Sapienza la statuina (alta 60 cm!) sui tipi dei “capodimonte”, recante le iniziali del coroplasta Giuseppe Armani (1935-2002), non riveste grande valore ed è prodotto da negozi di regalo e bombonieristica. Nella rete le persone “con problemi” le vendono anche a centinaia e centinaia di euro, mentre quelle più assennate, tra i 150 ed i 200 euro. Il suo esemplare vale qualcosa di più per la sua imponenza.
L’altra statuina (alta cm 25), opera del valente “figurinaio” di Caltagirone Romano Gaetano (1926-2015) è pezzo del 1987 e vale sui 250/300 euro, sul mercato, però, lo offrono – se firmato – anche a meno: sui 120/150 euro.


Non avendo mai letto la mia rubrica, il signor “Mario piu” manda, definendolo “oggetto Capodimonte”, una statuina senza misure appartenente, appunto, a quello stile partenopeo oramai prodotto in tutto il mondo da un centinaio di anni. Naturalmente la risposta è sempre la stessa: senza alcun difetto e/o rottura, può valere tra i 60 e i 120 euro.


Signora Loredana Guadagno, il binocolo tedesco, preda bellica di suo nonno, è un WWII-1940 Zeiss – Dienstglas 7×50 Binocular fernglas. Tali oggetti di qualità e con ottica di prestigio vengono valutati più che per la loro storicità per la loro funzionalità (come un’auto d’epoca, per intenderci). Quindi, se avente i prismi senza danni e gli oculari ben fluidi, (in parole semplici se è ben funzionante) il suo valore è tra i 120 e i 150 euro.


Al signor Gabriele Sabbadini risponde l’esperto di arte tribale Dott. Bruno Albertino, di Torino. La scultura in metallo presentata (h cm 80) appartiene alla cultura Senoufo e a mio avviso proviene dall’area di Korhogo, nel nord della Costa d’Avorio. Nella cultura Senoufo sono molto più frequenti sculture di questo tipo in legno, raramente ho visto grandi sculture in metallo. L’opera rappresenta Katieleyo, la madre ancestrale, sormontata da una coppa rituale e da Kasingele uccello mitico fondatore del genere umano. Questo tipo di sculture rientravano nei riti di iniziazione e fertilità della Società Segreta Poro. In considerazione delle caratteristiche del manufatto ritengo possa appartenere alla seconda metà del 900, e che non abbia avuto un uso tribale. Valore decorativo: 300/500 euro.


Signora Laura M.C., le ho di già risposto in forma privata il 16-1 del corrente anno, ed ora mi ripeto nella rubrica poiché ho sentito telefonicamente il comune amico Franco Gaggioli che mi ha riferito della sua lamentela in merito alla mancata risposta al suo quesito ed altro. Dunque, repetita: il suo quadretto è certamente ascrivibile all’opera di tale Picasso, e dico “tale” non precisato poiché non è certamente il Pablo (1881-1973) caposcuola mondiale nell’arte: incerto il segno, non degno di nota il colore, tela e telaio commerciali da due soldi.
Riguardo alle sue poesie – che esulano dalla rubrica – devo sinceramente dirle che pur riflettendo la poetica ermetica ed essenzialista dei grandi autori del 900, le trovo, per cosi dire, arcane e legate ad un’essenza ermeneutica, frutto certamente di colte e disparate letture che però non trovano un raccordo, una liaison che faccia vibrare l’animo, perlomeno il mio. Signora, lei aggiunge – come fosse a suo merito poetico e curriculum – d’aver lavorato per anni in un noto giornale come “correttrice di bozze”, ebbene, spero non si dorrà se le dico che l’inventare è cosa enormemente diversa dal correggere e che, pur cosa di valore, non è un atto creativo: qualunque libro, qualunque pubblicazione passi al vaglio della correzione, è l’autore, e solo lui, a rimanere nella storia, per grande o piccola che sia, nonostante il valore e il talento dei tanti che concorrono e “indispensabilmente” alla sua messa a punto.


Signora Carmen Casto, simpatica lettrice che mi presenta dei bicchieri firmati, come lei stessa ha evidenziato, un conto è la cristalleria Royale de Champagne fondata a Bayel in Francia nel 1678 (dopo alterne vicende ora appartiene al gruppo Haviland, famoso produttore di porcellane di Limoges che ancora fornisce notevoli cristalli di pregio e costo) e un conto è la Royales de Champagne che mi risulta essere un marchio generalizzato di fabbriche ceche (dagli anni 60 del ‘900 in poi, che operavano con ossidi diversi dal piombo) e poi, dagli anni 90, indiane. C’è in internet una frammistione tra i due marchi, complice il fatto che la rete non è fatta – e purtroppo in tanti ancora non se ne sono ancora accorti! – per dare informazioni precise né per tutelare i consumatori, no!, è fatta per dare l’opportunità di commerciare a chiunque esso sia. I suoi bicchieri spaiati (ne vedo 9) imitano lo stile art déco ma non ne hanno la “verve”; riguardo poi al cristallo usato (vetro con ossido di piombo al 24%), da remoto non posso certo calcolare la luce rifrattometrica espressa; lei scrive di averne auscultato il suono (che, le preciso, dovrebbe essere cristallino e “vibrare”). In conclusione quindi, penso che i bicchieri siano stati realizzati in una fabbrica ceca o indiana con altri ossidi meno impegnativi e che comunque siano stati prodotti intorno agli anni 80-90 del ‘900. Il valore, solo arredativo, è modesto: 15 euro al pezzo.


Signora Ines M., preliminarmente le dico che i suoi gruppi in bisquit non possono essere certo esaustivamente valutati attraverso le sommarie foto da lei inviate. Comunque: il primo, putti con tralci (25 cm x 38 di altezza), riportante la famigerata N coronata del marchio pseudo capodimonte, è di manifattura forse vicentina e vale, senza alcuna rottura o difetto, sui 120/180 euro; il secondo gruppo (cm 38×20), ascrivibile dal marchio “dell’ancora” alla produzione della ditta Fabris di Bassano del Grappa (forse degli anni 80-90 quando questa fu assorbita dal gruppo Elite che ne acquistò il marchio e i modelli) vale 200/250 euro, sempre che sia assolutamente intatto.


Signora Paola R., il marchio del suo vaso è indubbiamente quello della manifattura Antonibon (Nove – Vicenza, rilevata nel 1912 dalla famiglia Barettoni che tuttora la detiene), anche se noto un’abrasione sospetta sul fondo e vicino al marchio. Il periodo di realizzazione a mio avviso è quello degli anni 40-50 del 900 e la valutazione, se in integrità assoluta, è sui 300/350 euro.


Il signor Salvatore CS manda in visione una ristampa del Taccuino di Bergamo della fine del 1300, attribuito a Giovannino De Grassi, maestro miniaturista, pittore dello stile detto “gotico internazionale”, compilato negli ambiti del Duomo di Milano. Questa ristampa de Il Bulino, collana Ars Illuminanda, del 1998, numerata (n. 222 su 1000) non è l’unica ad essere stata realizzata nel tempo: esistono altre ristampe dell’opera (Scheiwiller 1961) che hanno, ancorché più vecchie, più basse quotazioni (60/100 euro); l’esemplare esaminato, invece, mantiene ancora un valore intorno ai 400-500 euro, ma devo sottolinearlo, è di difficilissima vendita.


Signor Corrado Tozza, la sua carta-mappa (cm 52×72) del viaggio scientifico di Nobile col dirigibile Italia (anni 20 del 900) purtroppo, e nonostante le ottime condizioni, non ha soverchio valore economico ai nostri giorni essendo pressoché scomparso il collezionismo del genere: una cinquantina di euro. Stesso valore per la stampa con le province del regno austro-ungarico.
Il fermacarte in alluminio (cm 14×4) della CRDA (Cantieri Riuniti dell’Adriatico, dal 1930 e con vicissitudini di proprietà esistente sino al 1966) dovrebbe risalire agli anni 30-40, ma anche qui, e per le ragioni dette sopra, vale la stessa cifra; ci fosse stato il nome o l’identificazione dell’imbarcazione, nonostante il brutto momento, l’avrei valutato il triplo.


Signor Giuseppe Rulli, purtroppo le brutte foto inviate del quadro con crocifissione (60×80 cm circa) non ne consentono pienamente la lettura. Laccata, reintegrata e chiusa in una cornice degli anni 40-60, l’opera potrebbe essere (e dal retro tela) dell’800 come del 900 avanzato (anche per le dimensioni). Per ciò che malamente vedo, potrebbe valere sugli 800/1.200 euro, ma avrei bisogno di esaminare altre immagini.


Il signor “tart ufo” manda in visione un vaso (cm 14×23) della serie Onda, ideato da Sergio Asti, maestro del design italiano nato nel 1926 e deceduto nel luglio dello scorso anno. Prodotto dalle Cristallerie Arnolfo di Cambio a Colle val d’Elsa nel 1970, sicuramente è stato pagato “un occhio della testa” da chi glielo ha regalato per le nozze. Oggigiorno, però, con i professionisti oramai annichiliti da un mercato in rete improvvisato, dove tutti vendono e comprano a una moltitudine di prezzi diversi, non è possibile dare una valutazione standard. Ad esempio, la famigerata casa del lusso di New York Ist D1 Bs (circa la quale ho polemizzato lo scorso mese con un simpatico architetto a proposito di alcune sedie) lo offre a 1.200 dollari, mentre in Ebay si trova anche a 110 euro + spese di spedizione. Io ipotizzo come valore una cifra tra i 250 e i 350 euro, se intatto.


Signora Marzia Texana, il suo “elefantone” in ceramica (cm 35×30) è stato prodotto dalla prestigiosa Lenci di Torino (Helen Konig Scavini) negli anni 30 del 900. Il valore è intorno ai 1.000-1.200 euro, se assolutamente intatto.


La signora Maria Teresa da Torino manda un lungo quesito e innumerevoli immagini disordinate e senza misure, il che rende arduo il mio compito. Sono spiacente, ma non posso dare le valutazioni commerciali inerenti: devo ricevere foto singole di ogni oggetto con abbinate misure e marchi attinenti collegati. Ricevo centinaia di quesiti e il tempo è proporzionale, mi limiterò quindi a rispondere in merito alle sole manifatture.
Le tazzine con piattini hanno le lettere azzurre AR (l’Augusto Rex “Elettore” della manifattura di Meissen), ma… ma sia il marchio in differenti caratteri sia la tipologia decorativa (scene alla Wattau) mi indicano come fabbrica la Porzellanmalerei di Helena Wolfson Nache operante in Dresda-Sassonia tra il 1870 ed il 1906. Fu sua figlia, Emile, che rilevò l’attività nel 1878, a copiare abusivamente il marchio ufficiale dell’altra prestigiosa manifattura sino a che non le fu inibito da vari tribunali: il tedesco nel 1881, l’inglese nel 1883, circostanza che la portò, oltre alla cessazione della riproduzione e al pagamento dei danni, quasi al fallimento. Stranamente, nessuno agì (almeno che io sappia) contro un altro pedissequo “copista” di detto marchio: Albin Rosenloeher (1887-1906) operante nella città baviera di Kups, ma certamente questo perché meno conosciuto e con una produzione minoritaria.
La N coronata sui tipi di “capodimonte” è un marchio usato da due secoli in tutto il mondo (lo scrivo da anni e lo ripeto anche a lei che lo ignora); infatti, le lettere (SM) riportate sulla corona e sotto i soldatini napoleonici mandatimi in visione appartengono alla “S. Marco Porcellana”, ditta di Nove in provincia di Vicenza, fondata nel 1890 dal ceramista Giuseppe Dal Pra, azienda ancora attiva e proprietà dei suoi discendenti. La produzione delle piccole statuine penso risalga ai primi decenni del 900, ma la ditta ripeté nei secoli le tipologie ed io da remoto non posso proprio appurarne con certezza la datazione.
L’altra N coronata impressa sui puttini in bisquit potrebbe essere ascritta ad una fabbrica tedesca di Rudostad, nella Turingia.
La scritta “indecifrabile” con le lettere SP azzurre incrociate riporta alla città e fabbrica sassone di Dreisden, 1901-12.
Il marchio Rosenthal modello Pompadour – ripetuto per decenni – è degli anni 40-60 del 900.


E come sempre, un saluto a tutti e un abbraccio ai pochi.



Marzo 2022


Mancherà mai il “Capodimonte?” Mai!
E anche questo mese mi giunge una richiesta inerente il marchio Capodimonte. Me la invia il signor Aniello Savarese che manda la foto di un servizio da caffè da sei con supporti in “zama” o antimonio argentato, marchiato MAS e riportante la scritta Capodimonte in scudo, e la foto di un quadro (h 80 cm) con all’interno un bouquet di rose in bisquit che presenta la famigerata N coronata. Signor Aniello se lei avesse letto i precedenti quesiti negli anni – ma anche dei mesi scorsi – conoscerebbe già la mia risposta ed anche il conseguente valore dei suoi pezzi. In Italia hanno operato due manifatture ceramiche MAS, ambedue savonensi ed entrambe dedite tra il 1920 ed il ’40 alla produzione di manufatti legati all’antica tradizione ligure e non partenopea. Ma ne esiste è anche una terza (con scudo e scritta sottostante R. Capodimonte) che variamente riporta la sigla G.B o Mas, che ha operato tra gli anni 60-70 e di cui nessuno sa nulla, almeno non io, né i miei prontuari, né la comunità della rete con i suoi venditori che propongono tali prodotti – non ottimali per canoni artistici – a decine di euro oppure a cifre inusuali e folli di centinaia! Nei mercatini ove avvengono le vendite dal vivo e non virtuali, il suo servizietto, mancante di caffettiera o teiera, varrebbe intorno ai 50/60 euro.
Il bouquet di rose, se intatto in ogni sua minima parte vale… nulla! se poi addirittura è mancante di qualche parte, dovrebbe pagare lei chi, ove mai, glielo richiedesse. Mi scuserà la prosa, che vuol essere tutt’altro che irriverente o schernente, ma sono trenta e più anni che vado scrivendo che Capodimonte (meraviglioso parco/bosco di Napoli di 134 ettari che consiglio vivamente di visitare unitamente all’annesso Museo), ove era situata sino alla fine del Settecento la Reale Manifattura Borbonica di porcellane, da lungo tempo, come marchio ceramico, non è più strettamente riferibile all’antica fabbrica detta; esso viene utilizzato a josa da chiunque voglia farlo, non esistendo privativa in tal senso, o meglio venendo essa disattesa in quanto, con decreto presidenziale, l’Istituto Professionale Castelli di Napoli in Capodimonte – solo lui – ha diritto all’utilizzo del marchio dal 1963, ma oramai nessuno si occupa di sanzionare alcuno. Praticamente, dall’Ottocento in poi, in Italia come in Europa, e poi dagli anni 70 nel mondo intero, non v’è luogo in cui non vi sia una manifattura che non smerci prodotti a marchio e/o sigla Capodimonte, ed essendo così importante il nome, nonostante le migliaia e migliaia di oggetti prodotti, non v’è chi non pensi di avere in casa una ricchezza.


Signor Salvatore Bonvissuto, il suo ostensorio ricevuto in eredità (h 63 cm), argento con doratura in parti ormolu, dovrebbe ascriversi all’artigianato napoletano del 700, anche in virtù dei bolli, pur non troppo esaustivi. Il suo valore potrebbe essere intorno ai 3.500/4.500 euro ma le foto mandate sono prive di particolari utili ad evidenziarne lo stato e in più non ne viene indicato il peso, pertanto non posso essere più preciso.


Architetto Gianmaria Giorgi, lei è molto gentile, ma mi perdoni: non ho capito se vuole saggiare la mia preparazione o crede – come molti – di saperne più di un esperto, andando a spulciare in rete e pescando foto dai siti più disparati (New York) e forniture come la 1stDIBS, una società americana e-commerce di prodotti di lusso (dai gioielli, all’oggettistica, ai mobili), ovvero non antiquari, non commercianti di mobilia antica, ma una semplice azienda, che propone cose “lussuose” senza avere il polso del mercato. Affermo questo perché, pur essendo il mobile antico in netto calo, questa (come altre aziende dello stesso tipo) ancora continua a proporre simili tipologie a prezzi che dire esorbitanti è un eufemismo. “Roba” da ridere…! Sono stati sempre gli americani a comprare tutto il ciarpame e le rimasuglierie del vecchio mondo antiquariale europeo e adesso, viceversa, dovremmo essere noi a comprare un set di due sedie classificate come del XIX secolo (e sono invece del XX), continentali neoclassiche (??), suppostamente italiane all’esorbitante cifra di 3.340,73 (pure i centesimi) euro o dollari che siano? “Ma de che?” – si dice gergalmente a Roma. Al massimo sono due sedie del valore di 500 euro o dollari, sempre che siano in prima patina e perfette, altro che…! E qui vengo a lei che mi aveva mandato un quesito su un set di otto sedie che pensa siano identiche a quelle proposte dal sito americano. Gentile Gianmaria io non svolgo la sua professione: quella del farmacista, di idraulico o non so cos’altro. Da trent’anni sono titolare, quale esperto d’arte e antiquariato, di questa rubrica apponendomi/opponendomi a tanti illustri colleghi, antiquari e collezionisti quasi sempre con successo, mai mostrando ad oltranza incompetenza anche quando mi capita di redigere responsi non esaurienti o peggio fallaci perché falsati da cattive immagini, informazioni o – e ci sta – da non conoscenza precipua della materia: ché più si studia e conosce e più – come sempre ho scritto negli anni – si capisce quanto si è asini! Ho il vizio, però, di avere sempre sottomano – grazie ad abbonamenti costosi – i cataloghi d’asta di tutto il mondo e mi parrebbe di notare come anche sedie di alto antiquariato siano oramai vendute ad un “pugno di dollari” e non alle cifre oserei dire “oscene” del sito da lei evidenziato. E ritorno così a quelle sedie “americane” che, poi, non sono affatto identiche alle sue – vedi foto – che hanno una linea rigida ma sono piegate con mossa lignea nel retro; inoltre, l’imbottitura occupa tutta la seduta mentre le sue lasciano scoperto il perimetro; e se queste sono cose per lei insignificanti le assicuro che fanno invece la differenza tra un originale e un riprodotto. Pertanto, rimango fermo nel mio responso: sedie del Novecento inoltrato, quando non riproduzioni degli anni 50-70 (questione che solo la visione dal vero potrebbe dirimere e accertare). Ad ogni modo, se imperterrito nel suo convincimento va cercando la soddisfazione che io non posso darle (da perito di carta, coda ed orecchie d’asino comprese), vada da un antiquario, un rigattiere o un commerciante dell’antico in carne ed ossa a proporre l’acquisto delle sue sedie secondo i valori del sito 1stDIBS. Si tenga però pronto – mi permetta – a quella eventuale, gergale, consueta destinazione per altri siti cui potrebbero mandarla.


Signora Annamaria Chioetto, i suoi vasi (h 28 cm) provengono dalla manifattura Giotto di Monte San Savino, fondata da Giotto Giannoni nel piccolo centro in provincia di Arezzo nel 1919. Dal 1978, in modo precipuo, i continuatori dell’azienda e figli del proprietario hanno iniziato a produrre vecchi modelli della ceramica italiana; i suoi appartengono a questa recente manifattura e ne fa fede l’invecchiamento operato con anilina rossastra e bruna stesa variamente in terza cottura, non con intento truffaldino ma per dare “sapore” ai bei prodotti che, nonostante ciò ed ai giorni nostri, hanno un modesto valore: sugli 80/120 euro al pezzo.


Signora Viola Marchese, il suo Budda (h 130 cm) in legno dorato e intarsiato a pietre è stato prodotto in Birmania e viene genericamente denominato “Mandalay”, dal nome della città famosa per le fabbricazione di tali tipologie. Ad occhio, presenta le caratteristiche di una vecchia lavorazione ma tali tipologie vanno esaminate de visu proprio per la loro fattura ancora, anche se raramente, effettuata a mano. Penso – anche dai bolli di piombo apposti che sono tipiche applicazioni “di fantasia” per far credere un’originalità o una provenienza – che la sua statua sia stata prodotta nella seconda metà del 900, e quindi dagli anni 70 a qualche decina di anni fa. Il valore, invece, è interessante poiché tali soggetti vengono riprodotti sempre meno e non vengono esportati proprio perché difficilmente riconoscibili da quelli originali d’epoca. Quanto al valore economico minimo, diciamo intorno ai 1.200/1.500 euro, ma solo la visione diretta potrebbe concretizzare il mio parere.


Signora Daniela Serioli da Brescia, il suo elemento ligneo intarsiato e dorato (cm 260×55) è una predella d’altare, ovvero una base su cui esso poggia oppure apposta a mo’ di zoccolo allo stesso.
Molto bella e imitante i canoni barocchi di tale tipologia è sicuramente una produzione dei primi decenni del 900 e sino alla metà. Non ho altro, se non le poche immagini inviate, per poter determinare meglio l’elemento. Il valore, soprattutto arredativo, va dai 600 euro sino ai 1.200, dipende a chi si vende.


Da Genova mi scrive la signora Marina Zagabria, che ringrazio innanzitutto per gli elogi. La sua stampa con la Sacra famiglia incorniciata in una ventola (cm 84×62) è prodotto del 900 (dai primi decenni alla metà). I fregi mancanti probabilmente non sono in legno ma in pastiglia di gesso dorato. Purtroppo il suo lo stato non ottimale ne deprezza il valore: sui 100/150 euro; un restauro completo – sui 300 euro – costerebbe il suo valore intero.
Il servizio di cui non indica il numero dei pezzi, forse di manifattura francese, si potrebbe datare attraverso quella trascrizione sul fondo del piatto-biscottiera: 12-4-21. Vistose macchie deprezzano considerevolmente l’insieme, tanto che converrebbe venderlo a pezzi (30/50 euro cadauno zuccheriera e teiera, 15 euro la tazzina e piattino), giacché altrimenti non potrebbe spuntare più di 60/80 euro.
La pendola senza marchio di fabbricazione, oggetto del 900 inoltrato forse russo, se funzionante, vale intorno ai 200/250 euro.


Signor Federico Storti, già ne ho scritto ultimamente. Preliminarmente, le rendo noto che il simbolo e monogramma IHX non sta per Iesus Hominus Salvator ma è un cristogramma adottato nel III secolo dai cristiani che abbreviavano il nome di Gesù (IHΣ) trascrivendo le sole prime tre lettere del nome Iesous, la terza (sigma) veniva tradotta nella S latina. Nel 1541 Sant’Ignazio da Loyola lo adottò come simbolo della fondata “Società di Gesù” (Gesuiti). La ciotola (23 cm) che manda in visione potrebbe riferirsi a episodio di detta compagnia. Il timbro a ceralacca sottostante appartiene alla Congregazione di 3a classe Apostolica di Benevento fondata nel 1816 e soppressa nel 1860, un ente amministrativo della Chiesa inerente territori del Principato di Benevento. La sua ceramica però, stando alle immagini inviate, non presenta alcuna craquelure, né altro segno di vetustà apparente. Non vorrei che, come capita, abbiano impresso posteriormente il sigillo su una “cera dura moderna” (neanche una ceralacca che in genere è rossa o grigia). Il colore giallo mi è infatti sospetto, tanto più che intorno ha delle particelle rosse, magari rimanenze sciolte dal vecchio timbro. Non posso, da remoto, darle ulteriori informazioni.


Signor Mauro Magnati, il bel servizio da tavola in porcellana appartenuto alla bisnonna è stato prodotto dalla Pirken-Hammer, in Cecoslovacchia. La manifattura, fondata nel 1803 da F. Holke e J. Gotlob List, dopo le antiche vicissitudini della guerra ed il passaggio del territorio dall’Impero austro-ungarico, le diverse questioni tra cechi e slovacchi, il blocco comunista nel 1948, ha continuato variegatamente e con varie sigle ad esistere sino al 2006, dopodiché sono occorse una serie di nuove vicende di cui non ho informazioni adeguate. Il tipo di marchio impresso sul suo servizio incompleto data l’insieme tra il 1893 ed il 1918, nel pieno periodo della valente produzione, e vale la pena ricordare che al tempo, per i servizi da tavola, la coroplastica cecoslovacca era, in alcuni casi, più ricercata e costosa di quella tedesca bavarese. Suggerendole di portarlo a 12 pezzi, il valore del suo insieme potrebbe essere intorno ai 600/800 euro, anche per l’ottimo stato. È una vera chicca! ma essendo ormai cosa per pochi amatori, è di difficile vendita. Le consiglio di tenerlo per sé.


Signora Tina Ferraiuolo da Napoli, il suo cavallo con cavaliere, in bronzo (cm 23×47, altezza 62), proviene dalla Fonderia Arena di Afragola (Na), creata negli anni 60 del Novecento da Giuseppe e ora condotta dal figlio Vincenzo Arena: senza dubbio una delle ultime fonderie artigianali di valore in Italia, in quanto capace di riprodurre qualsiasi cosa le venga commissionato da artisti e aziende. Il bronzo porta incisa la firma T. Gambaiolo, artista a me non noto, non riportato nei miei prontuari e né ricordato dall’azienda fusoria da me interpellata. Dalla brutta ed unica foto non riesco neanche a capire la validità o meno artistica dell’opera. Il valore approssimativo che le indico, quindi, è dato dalla sua mera funzione arredativa e dall’imponenza dell’oggetto: 600/800 euro.


L’affezionato lettore Salvatore Capuano da Caserta, persona di buon gusto artistico unitamente alla valida consorte, manda in visione due vasi in porcellana bronzati (cm 36×13) vendutigli in un mercato cuneense come prodotti dalla manifattura francese di Orchies. Preliminarmente, credo sia duopo dare qualche informazione in più a tutti i lettori. Ci troviamo nella Francia del Nord, e precisamente nel comune di SaintAmaud-les Eaux, dove dal 700 si iniziò a produrre ceramica; nel tempo, cinque grandi manifatture preminenti si svilupparono nei piccoli centri contigui – tra cui Orchies – e chiusero tutte nel 1952. L’unica a sopravvivere fu la Ceranord che prolungò la sua vita fino al 1962.
Io credo, signor Salvatore, che i suoi vasi dei primi decenni del 900 provengano effettivamente da quel distretto ceramico, sarebbe da determinare precisamente da dove, individuando quella sigla “DL” impressa nel fondo degli stessi. Non che questo faccia grande differenza: sono validissimi pezzi di ottima esecuzione, pagati perlomeno la metà del loro valore. Un abbraccio a entrambi.


Signor Christian Bernardini da Torino, il suo servizio da tavola incompleto è stato prodotto nella città di Metterteich, nella Baviera tedesca, dalla ditta Julius Rother (1899) passata poi a Joseph Rieber&Co AG. Il marchio impresso sulle sue porcellane si riferisce al periodo 1923-71 e per determinare con precisione la data bisognerebbe esaminarle dal vivo o avere foto certamente migliori di quelle che ha inviato. Pur non essendo completo, in virtù della bellezza decorativa, ogni pezzo può essere venduto singolarmente: la zuppiera sui 200 euro, i piatti ovali grandi sui 40/50 euro l’uno, i piatti singoli sui 10/15 e i piattini 7/10. Fosse stato completo, il servizio avrebbe avuto un valore intorno ai 500/600 euro, ma comunque sarebbe stato di difficile vendita.


Signora Marta Morico, sì! anch’io, benché le immagini inviate non siano esaustive, propenderei l’attribuzione alla bottega di Karl Pald per il suo servizio da liquore (bottiglia h 18-25 cm con tappo). Il Maestro vetraio costituì una manifattura in Boemia nel 1888; il periodo migliore fu tra gli anni 30 e 40, quello Art Déco, quando vennero realizzati manufatti colorati geometricamente. Purtroppo il suo raro servizio da 12 bicchieri presenta la piccola scheggiatura da lei indicata e i segni di consunzione che noto io dalle immagini. Questo fa scendere il suo valore economico dai 1.600/2.000 euro agli 800/1.000.


Il signor Vincenzo Vitagliano, evidentemente esperto conoscitore di incisioni, mi “bacchetta” circa la risposta data il mese scorso al quesito della signora Florinda Corradi Bartoli in merito a un’incisione vendutale dalla Galleria Di Castro a Roma e certificata dalla stessa: 1770, Martin. Proprio partendo da questa base io – non essendo un precipuo esperto di incisioni e non avendo motivo di dubitare di un nome di prestigio dell’antiquariato a Roma – ho dedotto si trattasse di Francoise Baptist Martin detto Martin (1659-1735), e quindi optato per una tiratura postuma. Il signor Vitagliano, invece, indica l’autore in Francoise Nicolas Martinet (1731-1800) e l’incisione come tratta dal secondo volume del libro di Mathurin Jacques Brisson: “Ornithologie ou methode contenant la division des oiseaux” edito a Parigi nel 1760. Certamente, dopo averne preso visione, gli do ragione! Evidentemente la Galleria Di Castro ha scritto Martin per indicare a suo piacimento o perché ne ignorava l’estensione sillabica il Martinet. Il valore, sostiene il signor Vincenzo, è tra i 50 euro da me indicati e i 100. Beh… certo! Perché ciò dipende dallo stato di conservazione, dal luogo in cui si vende e a chi si vende. Io mi regolo generalmente sui valori di aste e mercati per tipologie simili. E infatti, esaminando adesso le proposte dell’asta n. 25 di Gonnelli nel 2018, riscontro che 12 stampe tratte dal Brisson (appunto il volume da lui indicato) venivano offerte complessivamente a 400 euro.
Grazie signor Vincenzo, dai lettori “connoiseurs” attenti come lei imparerò sempre!


Il signor Ennio Latini da Arezzo, mercataro in mobilia di lungo corso, dentro un armadio acquistato ha trovato lasciati lì: un’acquaforte (cm 61×45) firmata Nicolas De Launay (1739-1792) raffigurante parte di un dipinto di Fragonard: “L’Altalena”, che penso possa valere sui 300/500 euro, e 4 volumi completi degli “Ultimi rivolgimenti italiani”, opera del senatore Filippo Antonio Gualtieri (1818-1874) editi nel 1852, che valgono intorno ai 50/70 euro.


Signora Paola Solaris, lei manda in visione tante cose con immagini chiuse e senza particolari, i quadri reintelaiati e reintelati, le stampe nei vetri e incorniciate, quindi io nulla posso appurare circa la veridicità della loro epoca e del loro stato. Solo ad occhio, posso indicare in linea di massima una valutazione monetaria.
Pertanto, uno via l’altro le dico: il paesaggio inglese con figurine arcadiche, ovale (cm 90×75), indicatomi come del 700, valore sui 1.200 euro; le incisioni (cm71x57) di Giuliano Giampiccoli (1703-1759), forse dalla raccolta di 12 paesi inventati da Marco Ricci, 300 euro; l’opera (cm 49×40) di Marco Ricci (1676-1730), sui 400 euro; la “Madonna Virgo” (cm 67×70), bella pittura primi Ottocento (?), 3.000/4.000 euro; il quadro ottocentesco con iconografia mariana, ma desunta da altre sante (Santa Monica, Santa Caterina, ecc.), 1.000/1.200 euro; le stampe francesi, Ottocento primi Novecento (?), sui 60/80 euro cadauna; Antonio Righetti (1899-1976), pittore trevigiano di felice mano, non è purtroppo trattato nel mercato nazionale, forse a livello locale. Il tutto molto sommariamente e con dubbi.
Di più non posso fare, e chiudo con qualche parola in più in merito alla tela di cm 71×57 con scena biblica “Rebecca al pozzo”, ascritta risibilmente, mi permetta, a Gaetano Zompini (1700-1778). Dell’ insigne artista “ecclesiale”, autore raro sul mercato, si trovano parecchie incisioni ma poche tele: l’ultima aggiudicazione in asta, di cui però non conosco il valore, è della Wannenes che valutava un dipinto di cm 119×49 tra i 3.000 e i 5.000 euro. La sua opera è di “genere”, forse italiana, e potrebbe valere sui 1.500 euro per le dimensioni. Pubblico, per comparazione, una “Rebecca al pozzo” dello Zompini presente in un palazzo religioso a Venezia, per farle notare la completa diversità di stile, di tecnica e bellezza rispetto alla sua.


E come sempre, un saluto a tutti e un abbraccio ai pochi.



Febbraio 2022


Signora Florinda Corradini Bartoli, l’incisione (cm 40×45) che invia alla mia attenzione le è stata venduta accompagnata da una delle solite “certificazioni di garanzia” poste sul retro che legalmente non hanno nessun valore sebbene la sua porti l’intestazione dell’attività di Aldo di Castro nella storica sede di via del Babuino a Roma. Inoltre, il non meglio specificato autore di quest’opera su rame datata 1770, “Martin”, dovrebbe essere individuato in Jean Baptiste Martin detto Martin vissuto tra il 1659 ed il 1735, quindi si tratterebbe di una tiratura postuma alla sua morte. Certamente pagata cara all’epoca del suo acquisto, ora sul mercato non vale che una cinquantina di euro e per arredamento.
In merito al quadretto tipo icona (cm 27×31) con riza, pur fosse in lamina d’argento, le dico che è cosa di bassa qualità artistica e proponibile anch’essa come elemento arredativo a decine di euro.


Signor Michele Sangineto, la ringrazio per gli auguri che con piacere ricambio, e vengo “tosto” ai suoi quesiti. Il quadretto suppostamente attribuito alla scuola del valente marchigiano Anselmo Bucci (1887-1955), un bel nome della pittura del 900 italiano, è cosa naif di basso spessore artistico. Se può, altro che restauro… lo butti!.
La bambola in ceramica (cm 77) prodotta dalla Heubach Porzellanmanufaktur nella cittadina tedesca di Koppelsdorf nella Turingia, risale al periodo 1919-1932, quando Ernst Heubach II, figlio dell’omonimo fondatore, si unì con lo scultore Armand Marseille, suo suocero. A volte unitamente alla scritta si trova il marchio a ferro di cavallo. Mi lascia, però, perplesso il numero di fabbrica: nei miei prontuari ho il 250 e non il 2507 da lei indicato, ma credo che la bambola sia autentica e pertanto, se in buone condizioni, il suo valore è tra i 280 e i 350 euro.
La pendola del 900 in legno con meccanismo sconosciuto, purtroppo attualmente non gode di grande valutazione: sui 200/300 euro se funzionante.


Signora Fabrizia Celestini, il suo vasetto è indubbiamente di periodo liberty nella fattura, evidenza ancorché attestata dal marchio AG della Porzellanfabrik di Fraureuth (città della Sassonia), azienda fondata nel 1919 e fallita nel 1926, che rilevò la Porzellanmanufaktur Kampfe & Heubach GMBH (1897-1915) della città tedesca di Wallendorf (nella Renania), e che nello stesso stabilimento ne continuò la produzione (nota: la Heubach è la stessa azienda produttrice di bambole, che ad un certo punto pensò di diversificare la produzione con esiti non felici). In ragione del breve periodo di vita, i pezzi della Fraureuth possono considerarsi rari, benché all’epoca la manifattura vantasse una cospicua produzione e più di 50 lavoranti, ma a mercato oramai crollato (sia per l’antico sia per gli oggetti da collezione) il suo piccolo vaso (h 10 cm, diametro 14) che io valuto tra gli 80 e i 150 euro riferendomi ad aste di alcuni anni fa, oggi può venire proposto da un offerente tedesco (come rilevo da un esemplare analogo in rete) a 49 euro +19 di spedizione. Chiudo l’argomento vasetto rilevando che sotto, oltre al nome della manifattura-città, è riportata la dicitura “Kunstabteilung”che in tedesco significa “dipartimento artistico”.
In merito al suo secondo quesito inerente una gallina in pasta di vetro pieno con frammenti di foglia oro all’interno (cm 16×13, kg 3,2), dalle foto evidenzio come sia stata formata in stampo; non avendo né firme né marchi ed essendo piuttosto debole l’esecuzione, tenderei a classificarla come pezzo artistico di valore non superiore agli 80/140 euro, e sempre che non presenti la benché minima rottura.


Il signor Claudio Tempestini manda in visione una “fiaschetta” da polvere da sparo con dosatore. Tali oggetti, in uso sino alla fine dell’Ottocento (prima delle cartucce e con la carica delle “canne” esplodenti), col crescente collezionismo del secolo successivo sono stati riprodotti, imitati e copiati illimitatamente sino agli anni 60 del 900. La sua fiaschetta, scrive, porta inciso il nome della (James) Dixon & Son (figlio) argentieri a Sheffield dal 1806 al 1976, ma è in ottone e non in sheffield o Britannia metal o peltro, che erano i materiali da essi usati. Peraltro fu così enorme la loro produzione – esportavano navi interamente cariche di fiaschette e di fischietti, altra loro peculiare fabbricazione – che ci può stare che la sua sia di tale produzione inglese. Ma il valore oramai è da collezionisti di curiosità i quali più di 50/80 euro certo non la pagherebbero, e a trovarli! …essendo gli stessi volati da tempo verso altre vite.
Il Budda in bronzo (h 30 cm, 3 kg di peso) non presentando patine, non essendo cesellato né rifinito, debbo valutarlo, ad occhio, come mero oggetto di arredamento: sui 200/300 euro.


Il dott. Ciro Severino, incisore e scultore, invia un documento di famiglia, la Bolla papale con la quale un suo avo, il canonico Manzolino della cattedrale di Gallipoli, venne investito dell’autorità da Benedetto XIV. Il documento è in ottime condizioni ma prima di parlare del suo valore è necessario che faccia due considerazioni: la prima, in merito al lungo pontificato di Papa Lambruschini (1740-1758) durante il quale certamente vennero prodotte migliaia di bolle, il che porterebbe questa a non essere rara e dunque ad assumere un valore collezionistico nell’ordine di 350/500 euro; la seconda, in merito all’eventuale suo valore come documento storico in base all’origine (e qui la cattedrale detta ed i suoi prelati) che, una volta sviscerata e tradotta la pergamena, potrebbe aggiungere un altro valore alla bolla legato anche all’interesse specifico. E qui, sinceramente, non saprei cosa dire, perché i preti e gli studiosi – me escluso – generalmente sono sempre, oggi come ieri, alieni dallo sversare, oltre che la loro maestria e sapere, i loro soldi per acquisire documenti pur interessanti.

 


La signora Paola Rota porta alla mia attenzione un bel vaso a globo di periodo déco dipinto ad areografo (diametro 30 cm), prodotto dalla Galvani di Pordenone. La prestigiosa manifattura ceramica fondata nel 1811 e chiusa nel 1983, grazie ai suoi discendenti protrasse la sua vita mantenendo una piccola attività con un piccolo forno sino al 2000. Il vaso è datato dal marchio: “galletto con la G negli artigli” in uso tra il 1925 ed il 1938. Il valore, se intonso e privo di difetti, è sui 300/400 euro. Nota: esistono sul mercato pezzi di fattezza déco, e tali dichiarati, che presentano il marchio da me definito “del pollo in pentola”, raffigurante la testa del gallo della manifattura con una fascia a scritta Galvani; si tratta di manufatti degli anni 1965-67, periodo in cui la nota ditta ripeté i vecchi motivi richiesti degli anni 20-40.


La signora Antonella, fedele lettrice che ringrazio per i complimenti, invia una bella “Madonna bambina” (h 48 cm) con testa e mani realizzate in ceroplastica (miscela di cera d’api, paraffina, sego, mastice, gesso, ecc.), adornata riccamente di pizzi, merletti e ricami in fili oro-argento o similiari. Il manufatto, dono per il matrimonio di una sua zia negli anni 40 – come una volta si usava – è augurale e di buon auspicio. In auge nel collezionismo dei tempi passati, tali tipologie ai nostri giorni si sono deprezzate – come tante altre da collezione – e nella fattispecie anche per via del materiale deperibile soprattutto con il caldo, pertanto non sono affatto richieste nel mercato. Il valore, come oggetto di arredamento per i pochi amanti di tale genere, può essere, in virtù delle sue dimensioni, tra i 300 e i 500 euro, benché in rete – ma senza esiti di vendita – vengano proposti anche a cifre talvolta molto superiori.


Il signor Manlio Benigni invia un “Bambin Gesù” in teca (cm 38x30x70), una ceroplastica che collocherei nell’Ottocento pieno ed inoltrato, e che comunque, anche fosse di periodo precedente, non cambierebbe di valore economico. Il manufatto, con testa in cera, è adornato con tessuti, ricami e “arte povera” costituita da ritagli di stampe realizzati “alla piccola forbice”, lavoro in cui erano esperte, e a cui si dedicavano, le suore dei conventi di clausura. Tali esempi di arte devozionale venivano esposti dal “padrone” del fondo, tenuta, ecc. nella propria abitazione nei giorni vicini al Natale e/o festivi a beneficio dei propri lavoranti, come conferma lo stesso signor Benigni, discendente di una famiglia di tenutari. Naturalmente, adesso un simile oggetto è ben lontano da qualunque tipo di venerazione e devozione, anzi, nelle sue veritiere sembianze potrebbe essere anche motivo di disagio averlo in esposizione. Come ho già avuto modo di dire, tali cose in cera erano molto collezionate in passato, ad oggi deprezzate anche per via del materiale deperibile, non sono affatto richieste dal mercato e quindi di difficile vendita. Valore tra i 300 e i 400 euro.


Signora Maria Raffaella Spinella, il suo proiettore 16mm degli anni 40 è stato prodotto in Danimarca dalla Kamme&Amp – Zeuton. Se funzionante,  potrebbe valere sui 250/350 euro, in caso contrario solo un tecnico saprebbe determinare il costo della riparazione e conseguentemente stabilirne la differenza in termini di valore commerciale.
Riguardo ai film muti e alle bobine – che non sono patate! – bisognerebbe sapere chi ha prodotto le pellicole, quando, e le condizioni in cui sono, tutte cose verificabili solo “de visu” e valutabili non da remoto come faccio io in questa rubrica. Ad ogni modo, a vederne da foto le confezioni, debbo immaginare siano riproduzioni degli anni 50, del valore di qualche decina di euro cadauno.


Il signor Antonio Cirnelli da Como manda in visione un bel piatto da parata (cm 42) con motivi a grottesche e testa di fanciulla sui tipi della “Primavera” di Botticelli, prodotto a Faenza. La sigla retro impressa “C.C.M.” andrebbe ad indicare il sodalizio costituitosi dal 1923 al 1949 tra i ceramisti Enzo e Francesco Castellini e Luigi Masini nella famosa città romagnola in provincia di Ravenna. Tenderei a collocare il piatto nei primi anni della loro attività giacché in seguito la compagine iniziò a siglarli con il nome societario di “Flaventia ars”. Un pezzo identico per dimensioni e tipologia, stimato 330 euro, è andato invenduto all’asta Catawiki del 2-9-2019; attualmente credo che un valore giusto possa essere tra i 200 e i 250 euro, come da quotazioni di altre aziende d’asta.


Signora Sara Orio, la sua “malconcia” bandiera italiana con asta (cm 2,40×1,70), sui tipi di quella istituita da Re Carlo Alberto di Savoia nel 1848, probabilmente risale ai primi anni del 900. Il suo valore economico è modesto giacché in cattivo stato ed anche perché mancante di riferimenti storici e/o documentali. Le bandiere da collezionismo o esposizione varia devono avere come requisito fondamentale il loro buon stato di conservazione e/o la loro storia documentata. In questo caso, quindi, stiamo parlando solo di 80/100 euro, per amanti “patrioti”.


Voglio ringraziare pubblicamente e vivamente il signor Giuseppe Biagioli da Cesena che mi permetto di definire mio affezionato decennale lettore. Insieme agli elogi – che fanno sempre piacere – egli mi ha inviato un prodotto di sua produzione: un formaggio di fossa veramente prelibato, accompagnato dalla descrizione accurata sulla sua preparazione. Lo abbraccio virtualmente, complimentandomi per la sua passione e la sensibilità avuta nei miei riguardi.


Mi permetto di definire “un gallinaccio” il signor Ettore G. di Cesena che, senza nulla conoscere di antiquariato, senza una preparazione visiva né averne le prerogative minime, scrive: “Mi occupo di materiali edili e basta, ma un amico mi ha fatto conoscere un grosso antiquario il quale mi ha fatto fare un vero affare, due “pentole” (in gergo) veneziane del 700, pensi a soli 2.000 euro e mi sono informato ne valgono perlomeno 10.000”. Letto ciò, guardo le tante immagini inviate (splendide foto nei loro particolari del davanti e del retro) e trasecolo! Signor Ettore: sono le persone come lei ad inquietarmi, ad indurmi agli improperi. Conosco laboriosi e onesti commercianti dell’antico che faticano a guadagnarsi la giornata nei mercati vendendo cose favolose a due soldi, strozzati come sono da altri commercianti o dagli oramai scaltri acquirenti, e lei che fa? Dilapida i suoi denari dando fiducia a lestofanti, compari ed imbonitori che non valgono un soldo. Le sue oramai “pentole” (cm 45×30) – che sarebbero semmai delle “ventole” – prodotte industrialmente a pantografo piatto risalgono al massimo negli anni 60 del 900, e varranno sui 120/160 euro in coppia, avendo oltretutto una doratura non “a foglia d’oro” ma “ad oro matto” (in gergo, l’alluminio colorato come il prezioso metallo) che è certamente e industrialmente di facile applicazione. Cosa dirle… di bastonare il suo amico-compare, di denunciare il grosso (o grasso grazie a lei ) antiquario, come consiglio di solito? E no! Stavolta no: penso che lei abbia tanti soldi da spendere senza curarsi di ciò che compra, e che alla fin fine sia anche giusto che degli imbroglioni possano vivere a spese dei ricchi gonzi. Ho solo una domanda: ma dove è andato ad informarsi sul “vero” valore delle due specchierine? Presso un altro “smorzo”, come in gergo si chiamano in provincia di Roma i venditori di materiali edili? Salute e saluti.


Signor Raffaele Moschella il quadro firmato dal pittore Giuseppe Ciavolino (1918-2011) è una bella tela del rispettabile artista di Torre del Greco (Na). Purtroppo, nel mercato le valutazioni delle sue opere non sono conseguenti all’arte espressa, e per questo dipinto (cm70x50) siamo nell’ordine dei 400/500 euro.
Quanto all’altra opera che manda in visione, è molto interessante, me ne comunichi le misure ed invii le immagini anche dei particolari e del retro.


Dottoressa Maria Messina dall’Università di Urbino: la sua maiolica iraniana (cm 29×39) sta a rappresentare, a mio avviso, l’ingresso di una nuova moglie nell’harem del sultano, e relativa accettazione con simbolico scambio di doni. Dalla visione del retro non propenderei per una vetusta età di fabbricazione, anche perché la maiolica non presenta sul davanti “craquelures” di sorta. Per dare un valore commerciale bisognerebbe esaminarla de visu , un valore che comunque non potrà essere certo rilevante.


Ma mancheranno mai i “capodimonte”?

Questa volta è il signor Giuseppe Aresu, nuovissimo lettore che non ha mai letto la mia rubrica, a chiedermi notizie sul marchio capodimonte inviando alla mia attenzione un vaso traforato degli anni 60-80 del Novecento (h 40cm). Anche a lui, la risposta che vado ripetendo da anni: la dizione e/o marchio afferente la manifattura “capodimonte” è stata e viene utilizzata da migliaia di fabbriche in tutto il mondo (negli ultimi anni anche in Cina) per definire un prodotto “sui tipi” dell’antica manifattura borbonica del Settecento che aveva sede appunto nel Regio Parco di Capodimonte. Questo vaso, probabilmente prodotto di una delle tante fabbriche vicentine di oggetti decorativi e bomboniere, riporta tra la corona la sigla GB che ho già riscontrato in altri oggetti ma che ad oggi non sono ancora riuscito a identificare meglio. Il suo valore come pezzo unicamente arredativo, se intonso, può essere tra i 150 e i 200 euro.


Similmente, rispondo al signor Giampaolo Q. che manda in visione due damine (h 30 cm) riportanti la famigerata e anonima N coronata. In questo caso, però, devo fare una precisazione: le due statuine, che nel modellato dei volti e delle mani non denotano maestria, presentano viceversa nelle trine e nei merletti degli abiti una tecnica virtuosa appannaggio di una prestigiosa manifattura. Potrebbero essere state eseguite da un solo modellatore specializzato in abiti ma meno abile nel realizzare fattezze anatomiche, oppure – com’è anche solito quando per creare un manufatto vengono impiegati più artigiani che si occupano di eseguire parti differenti di un unico oggetto – essere il frutto del lavoro di un personale meno preparato (per ciò che in questo caso riguarderebbe mani e volti). La datazione proponibile delle damine è metà 900, come luogo di produzione penserei alla Bavaria tedesca, che vantava eccellenze specifiche nella modellazione degli abiti, ma questo tanto per dare un’indicazione. Ciò che è certo, invece, è il valore economico che, per la particolarità detta, può assumersi tra i 400 e i 500 euro la coppia, ma questo solo in mancanza della benché minima lesione che deprezzerebbe le statuine sino al 70%.


Anche Lina Ravo possiede una porcellana industriale (cm 20×12) firmata G. Armani che riporta la sempre presente N coronata. Signora, lo scultore e coroplasta Giuseppe Armani (1935-2002) sin dagli anni 90 cedette i suoi modelli a tante manifatture del settore bomboniere, in più da decenni sono a decine le produzioni, neanche autorizzate, che propongono le sue opere (anche con cartellini fasulli allegati attestanti originalità, valore e quant’altro). In rete i prezzi sono alti ma non si vedono movimenti di vendita, come indicano bene i mercatini ove tali esemplari sono alienati al massimo sui 100 euro ai pochi acquirenti del genere.


E come sempre, un saluto a tutti e un abbraccio ai pochi.



Gennaio 2022


Auguri di buon 2022 a tutti i lettori de lagazzettadellantiquariato.it, ed in particolar modo agli appassionati della mia rubrica. Alcuni di loro mi seguono da trent’anni ed insieme a me sono invecchiati sopportando le mie considerazioni fuori luogo, le battute, e quant’altro ami abbinare alle mie consulenze. Un caloroso abbraccio a tutti.


Con il nuovo anno, invece di mitigare, peggiora sempre più il mio carattere. Sarà a causa dell’età, degli stupidi e di coloro che, pur non essendo stupidi, credono a dei cretini che ci spiegano che la terra è piatta, che il Covid non esiste, oppure sono seguaci dell’ignorante e infantile “gretathumberg” (pubblicizzata ed enfatizzata da un’informazione mediatica penosa) che indica ai potenti e alla scienza come salvare il pianeta… e così via dicendo. Il mio peggiorare, però, è colpa anche di chi – antiquario o meno – alla vista di una tazzina e di un piattino del 600-700 parla di migliaia di euro. E con ciò mi rivolgo proprio a lei signora E. Lu, che ancora dà retta a quella donnona sgargiata nei colori e nella testa, che da anni gravita nei mercati atteggiando una portentosa preparazione nel campo ceramico; a quell’asina che le ha valutato una tazzina con piattino, originale Sevres XVIII secolo, 1.200 euro, mentre può valerne solo 120/160, ed ai suoi emuli che continuano a sciorinare valutazioni senza sapere di cosa parlano. Dia un’occhiata in rete al catalogo d’asta Pandolfini dicembre 2021 (Cento tazzine da collezione), potrà ben vedere come i valori di stima siano “leggermente” più bassi e in linea con quello da me indicatole.


Signora Piera Pirovano, per risponderle in merito ai suoi oggetti di arte africana, non essendo io il perito adatto e ritenendo i due falli in bronzo (alti 180 cm) di una certa importanza, mi sono rivolto al valente collezionista e studioso Bruno Albertino di Torino, il quale ha risposto: “Trattasi di imitazioni di antichi bronzi del Regno del Benin”. Pertanto, il mio compito è solo quello di accennare al valore arredativo che direi potrebbe essere tra i 600 e i 1.200 euro; bisognerebbe saperne il peso e valutare la fusione per poter essere più precisi.


 

Il signor Maurizio Pancini invia due ceramiche. La prima è un cestello traforato che ricorda di primo impatto le ceramiche settecentesche “cineseggianti” della manifattura bolognese Rolandi e Finck, ma certamente con un decoro più rozzo e popolare abbinato ad una modesta modellazione; dovrebbe essere degli anni 50-60 del Novecento e non superare come valore gli 80 euro. La seconda è una tazza con piattino avente come marchio quello prestigioso della manifattura francese di Sevres; presenta, oltre alle tipiche L intrecciate, due CC divergenti (ad X) volute dall’allora sovrano Carlo X ad indicare un periodo compreso tra il 1824 ed il 1830, ma tali iniziali erano accompagnate o meno da un fiordaliso stilizzato, mentre nel suo esemplare ve ne sono due e ciò nei miei prontuari non risulta. Inoltre e soprattutto, a me pare che i decori del suo insieme non presentino quella grazia e quella levità espresse al tempo dalla famosa manifattura. Potrebbe trattarsi di riproduzione della fabbrica posteriore o di una copia… Non so. Ma stando a ciò che vedo il valore può essere di 120/150 euro.


Signor Giovanni Venturoli da Brescia, alla disamina delle sue maschere già mi ero accorto che presentavano sul retro dei tondini “zigrinati” da cantiere, da costruzione occidentale, e ciò mi aveva indotto verso un giudizio negativo. Ma comunque, non essendo un precipuo esperto di arte africana, mi sono rivolto ad uno dei collezionisti più validi in Italia, il dottor Bruno Albertino di Torino (abbiamo pubblicato alcuni reperti della sua estesa ed importante raccolta sulla rivista – allora cartacea – in occasione di un lungo e bell’articolo di Raffaella Tione nel Marzo 2017), il quale ha risposto: “Trattasi di riproduzioni moderne di maschere tradizionali delle popolazioni Ibo, Pende, Galoa, Lega”. E io aggiungo: i signori africani che per lavoro frequentano il nostro come gli altri Paesi, tendono, ed in parecchi, a rifilare questi “bidoncini”. Lei non è il primo e non sarà l’ultimo a cui è capitato! Naturalmente, il loro valore è solo arredativo e ornamentale: 20-30 euro a pezzo.


La signora Marina Mastronardi manda foto di una prestigiosa cassaforte austriaca Wertheim, modello Wien del 1881, con chiavi, ma arrugginita e nello stato attuale di non funzionamento. Potrebbe trattarsi di un semplice problema di ossidazione eliminabile con bagni di nafta e/o prodotti scrostanti, ma anche di un qualcosa che necessita dell’intervento di un esperto qualificato su molle di acciaio ed ingranaggi complicati, con tutte le doverose e costosissime spese. Direi tra i 500 e i 600 euro la sua valutazione così come si trova al momento.
La signora propone, inoltre, un mobiletto esagonale in copertura di paglia di Vienna, elaborato degli anni 50 del Novecento, valore 200-250, e un armadio tardo liberty degli anni 40 non valutabile se non tra i 100 e i 150 euro.


La signora Tania Colella porta alla mia attenzione quattro piatti decorati con vedute di luoghi di Napoli. Riportano scritto nel retro: “décor à la main” e una T e una C sovrapposte. A primo impatto mi viene in mente la manifattura di oreficeria e ceramica fondata nel capoluogo partenopeo nel 1862 da Alessandro Castellani (discendente di una famosa famiglia di orafi ed antiquari), il cui figlio ceramista Torquato Castellani (1846-1931), anch’egli operante in loco, usava per monogramma di fabbrica le proprie iniziali. Ma questa ipotesi di appartenenza è negata dal decoro in parte a rilievo realizzato con una tecnica “moderna” e dalla scritta a firma su ogni piatto da me non decifrata. Quindi, come oggetti arredativi, sui 200 euro tutti.


Il signor Andrea Chiurazzi da Milano ha svolto un’encomiabile ricerca su una tavoletta ad olio (cm 19×26) raffigurante San Filippo Neri. Egli, avvalendosi unicamente (purtroppo) delle informazioni tratte da internet, ipotizza che il suo piccolo quadro possa essere stato eseguito da Giovanni Maria Morandi (Firenze 1622 – Roma 1712) pittore fiorentino di nascita ma romano d’adozione, che operò nella capitale della Cristianità per tutta la sua lunga vita come grande ritrattista di papi, dell’Imperatore Leopoldo I e di tanti altri potenti personalità laiche e religiose. A riprova della sua indagine il lettore mi manda un’immagine per comparazione, e mi spiace dovergli dire che l’opera in suo possesso nulla ha a che fare con la pittura del notevole artista. Si tratta piuttosto di un ritratto da devozione popolare che non presenta crismi tali da potersi assegnare al Morandi né ad altri artisti di vaglia o a loro scuole. Posto che risalga al 700, il suo valore non può andare oltre i 300/500 euro, cornice in foglia oro compresa.


La signora A.M. amica di Pasquale Tricaro – valente restauratore di mobilia che saluto – da oltre dieci anni ancora insiste per ricevere il mio parere su un certo quadro, ed ogni tanto – per vedere se ho cambiato opinione in merito – me lo rinvia, cambiando le inquadrature. Signora, il suo quadro settecentesco era una crosta allora e tale è rimasta nel tempo nonostante lei sia devota della Madonnina di Medjugorje (sic). Rilevo che ha mantenuto negli anni un modo di scrivere abbastanza saccente e prosopopeico che la confina, oltretutto, tra le persone che non godono punto della mia simpatia, ma per rispetto dell’amico Tricaro, se lei crederà riscrivermi, continuerò a risponderle (naturalmente, sempre la stessa cosa).


 

Signora Elena Sala ricambiando gli auguri, ho da darle un suggerimento in merito a quegli astuti profittatori (e ne gravitano intorno al mondo degli orologi!) che le hanno detto che il suo “Longines” in oro anni 60-70 vale solo il suo peso in oro: li cacci via a pedate! Il suo esemplare, che sembra essere in ottime condizioni, ha – questo sì – valori di mercato altalenanti, ma comunque può collocarsi tra un minimo di 600 euro a un massimo di 1.200, dipende dalle condizioni e altro, tipo: esistenza di una ricevuta d’acquisto, scatola, ecc. Dal sito web della Maison Longines, che ha un archivio storico, gratuitamente, tramite il numero di serie impresso nel fondello, può chiedere con precisione l’anno di fabbricazione del suo modello. Su richiesta (alla voce: “richiedi un certificato di autenticità Longines”) e a pagamento (mi pare sui 100 euro) è possibile ricevere un’autentica, ma nel suo caso non ce n’è bisogno.


Signor Michelangelo, i suoi piatti decorativi hanno una storia nel marchio: Eschenbach (porcellane per casa ed alberghi) della casa bavarese Winterling AG (fondata nel 1907 a Roslau nel Fichtelgebirg in Baviera e fallita nel 2000). Una storia travagliata perché al fallimento del 2000 l’azienda è stata rilevata dalla Porzellan GmbH & CO. KG di Triptis (Turingia) fallita a sua volta nel 2004, e pervenuta infine al Gruppo Eschenbach Porzellan, sempre con sede a Triptis. Tale gruppo propone in ripetizione gli antichi modelli di catalogo. Ora la domanda è: i suoi piatti, che hanno un marchio usato dal 1945 a tutti gli anni 50, sono originali o sono una riproduzione degli anni 2000? Nel primo caso valgono sui 150 euro, nel secondo la metà.


Signor Enrico Manenti, ho preso visione del suo quadretto (cm 23×32) del pittore Antonio Manuel da Fonseca (1796-1890), artista al seguito del Re del Portogallo, valutato “all’epoca della vecchia lira” dal catalogo Bolaffi – che mi spiace dire non costituisce alcun riferimento e non ha alcun valore di rispondenza – sei milioni. Ai nostri giorni (e coi tempi che corrono poi) né il pittore né l’opera possono avere una stima che superi la semplice curiosità per un oggetto iconografico e datato. E così stando i fatti, sui 500/700 euro è il valore massimo, almeno qui in Italia.


Signor Roberto Sambo, lei manda in visione una riproduzione della “Coppa nuziale Barovier”, capolavoro dell’arte vetraria del Rinascimento (1470-80) esposta al Museo del Vetro di Murano. La tipologia, oramai da regalo di nozze, è riprodotta non solo dalla Barovier & Toso ma anche da altre vetrerie. Le misure delle coppe comunemente in vendita (in negozi e in aste) sono: 18 cm di altezza x 20 di diametro, mentre l’esemplare da lei propostomi – oltretutto correlato a una scritta non presente negli originali – misura cm 20×21. Le coppe in vendita vanno dagli 800 euro sino ai 1500: ma la sua? Chi l’ha prodotta e quando? E’ cosa da stabilire con costose analisi e non ne vale la pena, e ciò ad onta del cartellino pseudo certificato che l’accompagna e che nulla certifica giacché che per me ed altri non ha né può avere alcun valore di corrispondenza. Comunque lei potrà sempre venderla alle condizioni delle altre che non possono certo essere – essendo oramai riproduzioni seriali- superiori per qualità alla sua.


Signor Daniele Zanutti, sì, la sua sculturina in bronzo si rifà a modelli classici partenopei, ma il modellato ha uno svolto modernissimo e la scritta incisa “Amore” (da cui lei ipotizza “un amorino”) è a mio parere da riferirsi forse alla firma di Antonio Amore (1918-2010). L’artista, nato a Catania, soldato in Africa, dopo gli eventi bellici trascorse nel dopoguerra una decina d’anni a Roma dove si formò artisticamente per poi trasferirsi ad Oristano, in Sardegna, dove visse e operò per tutta la sua lunga vita.
Il bravo autore purtroppo non viene trattato nei canali addetti ed ha mercato collezionistico nella sola Sardegna. Il valore dell’esemplare in suo possesso è quello di un buon bronzetto, quindi non meno di 500 euro.


Signor Andrea Gandini, la sua statuina firmata (cm 34×18) non ha a mio avviso i canoni per poter essere assegnata al ceramista e pittore Giovanni Franceschelli detto Donatino da Celenza (1909-1958). L’artista operò come scultore nella modellazione di ritrattistica, nel religioso e nel monumentale. Non ho alcuna notizia per ciò che concerne il campo della figurazione di statuine e similari. In più nella figurina in suo possesso non noto canoni artistici di rilievo, e la stessa firma incisa non corrisponde. Nel collocarne la produzione alla metà del 900, le assegno un valore di 80/120 euro, se intonsa.


Nell’affrontare il quesito alla signora Vera Demina intendo al contempo rispondere anche al dottor Mino Paoli (oli di Edgardo Pinnone) e alla famiglia Picardo (quadretti con fiori di tale Giusy Incoronata).
Innanzitutto signora Vera, quando nel retro dei quadri trova stampate dichiarazioni di autenticità corredate da valutazioni di cataloghi tipo: Comandini – Bolaffi – Quadrato, ecc., deve prestare attenzione. Queste aziende inseriscono a pagamento nelle loro pagine le opere degli artisti trascrivendo le quotazioni dettate dagli stessi inserzionisti e dalle gallerie, si prestano a fuorvianti informazioni per l’acquirente, il quale crede di acquistare opere di nomi quotati e invece si può ritrovare con quadri che non valgono niente se non il piacere di averli. Nel suo caso, signora Vera, addirittura la sedicente scomparsa galleria d’arte il Cenacolo in Via Latilla n.10 a Napoli dichiara nel retro, con tanto di timbro e scarabocchio – falsamente e con imbroglio – che l’opera dalla stessa venduta (250 mila lire) si sarebbe rivalutata del 30% annuo! Per di più, i quadri inviati alla mia attenzione non sono neanche oli o tempere ma fotolito e serigrafie, cioè nulla di che. Si figuri che le opere realizzate in tali tecniche, a meno che non abbiano specifiche documentazioni allegate, non sono apprezzate sul mercato neanche se firmate da artisti di fama nazionale ed internazionale, figuriamoci se firmate dai “Ciaurro” o dai “Melani” – come si chiamano gli sconosciutissimi autori delle sue. Quindi, neanche parlerei di quotazioni ma, sono spiacente, solo di valori reali di grafiche che raggiungono poche decine di euro ognuna, utili a livello arredativo e piacendo simili cose.


Signor G.O. da Milano centro, esistono vari personaggi che gravitano nei mercatini dell’antico spacciandosi per me. L’“antonelloferrero” che ha conosciuto un mese fa al mercato dei Navigli non sono certo io, che manco dalla sua città da una decina d’anni. L’individuo in questione è un personaggio equivoco di basso spessore culturale ma fantasioso parolaio, si tinge variamente i capelli sporchi ed è mal vestito.
Lettori tutti! Vi invito ad ignorare o anzi meglio a chiamare affinché provveda, il più vicino canile municipale (se soggetto mancante di medaglietta e/o microchip) per prelevare chi nei mercatini o nelle manifestazioni attinenti l’antico in genere si dichiari essere il Ferrero esperto della Gazzetta dell’Antiquariato.


Signora Kanotosa, sinceramente non ho mai visto figure di Meissen alte 50 cm, ma se lei così dichiara… Il marchio è quello classico, ipotizzo primi decenni del 900 sino al 50. Senza alcun difetto e rottura, e in ragione delle misure desuete ed imponenti, il loro valore si aggira sui 2/3000 euro per la coppia.


Signora Elena Lalli Pan, non sono un esperto di arte cinese e tanto meno di quella specifica vascolare, però so con certezza che il dittatore e criminale Mao Tse-tung (milioni di persone uccise in vari modi e annichilimento di tutta la cultura e l’arte “imperiale” dell’antica Cina: un genocidio con roghi di libri e distruzione di tutte o quasi le opere d’ingegno, arte e artigianato ad opera delle Guardie Rosse) aveva decretato così tante distruzioni di manufatti che nei dintorni di Pechino – e per citare solo un caso – vi sono delle colline ricoperte di terra create da tonnellate di reperti ceramici rotti e dove ora scavano per recuperarle in parte (con cantieri chiusi e nella segretezza degli apparati comunisti di governo). Inoltre sono altrettanto informato del fatto che con l’avvento della Repubblica maoista, ed in un pentimento tardivo, si organizzarono delle fabbriche di Stato per copiare con antiche tecniche i vecchi manufatti d’arte e artigianato distrutti e richiesti in tutto il mondo da sempre. Questo per dirle che solo grandi esperti possono accertare la datazione dei pezzi, soprattutto se di alta dinastia, particolarità e bellezza come i suoi che, se autentici, varrebbero cifre iperboliche. Le consiglio, onde non buttare via soldi, di rivolgersi a delle case d’asta di livello come Sotheby’s, Christie’s o Dorotheum che hanno esperti e clientela giusta. E a tal proposito pubblico una ciotola smaltata verde come la sua, Periodo Song (meridionale), frammentata e restaurata (frutto sicuro dei recuperi posteriori alle distruzioni maoiste). Proposta all’asta Massol presso l’Hotel Drouot di Parigi nel 2012, questa ceramica Manifattura Xiu Nei Si stimata 2.000-2.200 euro è stata venduta, mi pare, intorno ai 5000, e viste le condizioni i cui è, si figuri a che cifra può arrivare una ciotola intatta ed egualmente autentica.


E parlando della necessità di essere un esperto, risponderò al professor Sante Rossi, perché pur non essendo un perito precipuo della ceramica tedesca del XIX e XX secolo (con il termine voglio indicare anche la porcellana e l’arte coroplastica tutta) posso affermare che il campo sia tra i miei maggiori di studio, uno di quelli nei quali ritengo di avere una solida preparazione; una conoscenza tale, purtroppo, da poter confutare in toto i suoi giudizi ed apprezzamenti in merito alla cosiddetta tipologia di Neundorf (o Porzellan Manifacture Neundorf). In effetti, non si tratta di una fabbrica ma di una società di importazione, la Antik-2000 GmbH della città bavarese di Waging Am See, che aveva “quattro negozi di fabbrica”, degli outlet in realtà, dove vendeva articoli vari di artigianato ed arte di basso costo importati variamente dai paesi asiatici. Col nome Neundorf operavano anche altre società in Belgio e nei Paesi Bassi, alienando dai mobili decorati ai dipinti alle ceramiche. Quindi, riassumendo e venendo al quesito: le ceramiche da lei collezionate, professor Santi, non provengono da una fabbrica singola, né tanto meno da una tedesca, sono manufatti asiatici con marchi fatti a piacimento e/o su ordinazione che, conservando la dizione Neundorf (più o meno, a volte addirittura storpiata nelle lettere di composizione) utilizzavano, abbinandole, parti di marchi famosi come Sevres, Meissen, Ludwig “condite”, a volte, con diciture come “Porzellan Original Germany”, e sui cui lei – mi perdoni – dà fantasiose ed esilaranti spiegazioni. Pubblico solo alcuni dei marchi di tale tipologia, vedrà che in parte corrispondono a quelli dei suoi reperti, e aggiungo che ne esisteranno sicuramente altre decine di simili, e che comunque i miei studi in proposito, come quelli di altri, non potranno mai essere esaustivi riguardo a tali tipologie.


Dottor Michele Zampelli la ringrazio innanzitutto per l’elogio. Venendo alla sua specchiera scolpita in legno e foglia d’oro (m 1,95×1,25), dalle esaurienti foto del davanti e del retro evinco che unisce nella cimasa e ai lati un decoro baroccheggiante di fine Settecento ad una cornice classica di gusto e fattura più recente, primi decenni-metà Ottocento, in cui è racchiuso uno specchio al mercurio confacente. Quindi si tratta di un bel matrimonio, frutto di una produzione provinciale ottocentesca e/o realizzata da vecchie maestranze che usavano rimanenze, parti rimaste in bottega di vecchie cornici, su cui costruivano poi altri elementi. In ogni caso un soddisfacente lavoro di artigianalità italica. E siamo, per mia valutazione, sui 2.000/2.500 euro (essendo oramai vere rarità), ma nell’attuale mercato al profondo ribasso vale non più della metà e anche meno, così nello stato espostomi.


Signora Rosa Milella il suo cavallo in ceramica (cm 33x29x10,5) firmato Gambone (Bruno Gambone 1936 – 26 settembre 2021) grande ceramista di Vietri sul Mare, subisce da anni ampie e variegate valutazioni nel mercato. E proprio nella tipologia del suo pezzo, che è degli anni 70, la misura standard di 19 cm di altezza nelle aste va dai 100 ai 400 euro, il suo esemplare di quasi il doppio nelle sue misure, è pochissimo conosciuto, e mi ricordo vagamente una vendita d’asta di anni fa intorno ai 1.200 euro. Ma… stranamente, la sua ceramica è firmata solo Gambone e non Bruno Gambone come usava l’artista. Non so cosa altro dirle se non che comunque – come tutto oramai – nel campo antiquariale collezionistico è di difficilissima vendita.


Signor Jacopo Nannoni, il suo quadro (cm 45×60) firmato e datato 1875 da autore a me e ai miei testi sconosciuto: A. Testi, raffigura un passionista – prelato dell’Ordine della Congregazione della Passione di Gesù Cristo fondata nel 1720.  Il dipinto non presenta i canoni dell’opera d’arte di pregio, e dunque compresa la cornice in pastiglia può aspirare ad una valutazione di 250-300 euro, per arredamento sommario.


Signora Rita Pareschi, le sue tavolette con putti (cm 31×24 circa), non possono essere ascritte al Francois Boucher (1703-1770) o a sua scuola o ambito, un pittore realista classico con svolti pittorici di sfondo conseguenti. Piuttosto mi ricordano alcune opere nella cerchia di Jean-Jacques Bachelier (1724-1806) ma anche qui con particolari, diciamo, più semplici e stilemi di non alta levatura. Si parla di opere, bozzetti, prodotti anche nell’800 e financo nel 900, come anche si evince dalle cornici a foglia di modesto spessore (ma queste potrebbero essere state aggiunte). V’è infatti in ambedue le tavole una succinta descrizione pittorica e un abbandono alle macchie e al non compiuto tipici delle opere create per fare da fondali a scene teatrali oppure essere venduti come affreschi decorativi sui tipi “francese del XVIII secolo” in aste, in negozi e altrove. Mi intenda bene però, io sono un perito che visiona da foto inviatemi (nel suo caso anche brutte) e non ho quindi gli strumenti necessari alla disamina puntuale: la visione della tela, del telaio, delle cornici, dei colori e loro stesura ed altro. Il mio è un parere a distanza e vale appunto come tale. Collocandole come opere arredative di buon gusto e dovendone dare una stima, indicherei – ai sensi di quanto scritto e quanto dettato dal mercato per opere del genere – sugli 800/1.000 euro la coppia.


Il signor Carmine Buia di Perugia vorrebbe vendere ad un buon amico una litografia offset in acetato trasparente su cartoncino (cm 69×87) eseguita dalla Plura edizioni nel 1971 per l’artista Mario Schifano (1934-1988) in 500 esemplari numerati e firmati a mano dall’autore. Si tratta di una serie di fotogrammi incorniciati con la scritta traversale “Intitolata Nancy R.”, omaggio del pittore raffigurante in varie pose la principessa artista e fotografa Nancy de Charbonnier Ruspoli, sua amica e consulente. Mi si chiede di indicarne un prezzo equo e al di là delle quotazioni che si possano raccogliere nel mercato della rete. Ebbene, il valore della litografia, signor Carmine, si attesta nel mercato odierno tra i 400 e i 1.000 euro, ma è di difficile vendita. Ritengo che 500 euro siano un corretto prezzo di alienazione quando, come nel suo caso, l’opera sia corredata da numero di tiratura (126), presenti sul retro il timbro della editrice e sia fornita di ricevuta della Galleria ove fu comprata a 500 mila lire nel 1974.


E come sempre, un saluto a tutti e un abbraccio ai pochi.



Dicembre 2021


Il professor Leontino Battistin, valente clinico neurologo e cattedratico all’Università di Padova, ora a riposo, manda in visione una “Madonna in estasi o addolorata” (cm 42×52), opera che i restauratori fratelli Volpin di Padova, indicarono a suoi tempo, giustamente, come di scuola veneziana. Dalle immagini, ed in virtù del rintelo e della rintelaiatura (purtroppo il quadro è “chiuso” e preclude ogni disamina aggiuntiva alla pittura espressa), il dipinto riflette la maniera del Tiepolo e seguaci in modo meno soave e più marcatamente popolare tipico della ritrattistica-copia dell’Ottocento. Il valore è intorno agli 800/1.200 euro. Ringrazio il Professore per le belle parole che ha voluto esprimermi e l’abbraccio virtualmente.


 

Signor Marco Ristori, la pregherei di prendere visione di quanto vado scrivendo in questa rubrica (e da trent’anni già nel suo formato cartaceo), riguardo al marchio apocrifo di “Capodimonte”.
Quanto a Giuseppe Cappè (1921-2008), fu un coroplasta che, intorno agli anni 40, iniziò la sua produzione di motivi ispirati alla settecentesca Fabbrica Reale di Capodimonte e che in seguito passò dal classico ad uno stile “caricaturale” nelle statuine. Negli anni 70-80 egli cedette i suoi modelli e fu copiato da innumerevoli manifatture, tant’è che ancora oggi ufficialmente o meno – non so – persiste una produzione di sue opere o sulla falsariga di esse. Pertanto, determinare il valore dei suoi gruppi (alti intorno ai 20 cm) è abbastanza arduo, e il mercato ne offre esemplari ai più disparati prezzi. Io calcolerei dai 150 ai 200 euro cadauno, per mero arredamento.
Diverso discorso va fatto per la coppia di magnifici vasi della De Nast di Parigi, una delle più prestigiose manifatture europee per tecnica e bellezza della porcellana. Fondata nel 1783, la fabbrica chiuse definitivamente nel 1835. La sua pregiata produzione si avvaleva di tecnologie innovative messe a punto dal fondatore Jean Nèpomucene Herman Nast, cittadino francese di origini austriache, coadiuvato da chimici specializzati. L’oro applicato a bassorilievo e l’isolamento dell’elemento cromo come colore (un verde malachite detto virdian) che si manteneva inalterato anche nella cottura alle alte temperature necessarie alla porcellana, furono due delle importanti particolarità della manifattura. La sua coppia (h 39 cm), se intonsa – a tal proposito, eviti, se non pratico, di spolverare o pulire i vasi – può valere sui 1.800/2.000 euro. Il numero “1810” indica l’anno in cui fu creato il modello.


Signor Angelo Acquaviva, purtroppo le opere di Lalla Romano, poliedrica artista e scrittrice (1906-2001) non hanno ai nostri giorni (se non alcune di alto livello) quotazioni stabili e mercato, come rilevo dagli invenduti in aste varie. Il suo quadro (cm 30×40), un ritratto a pennarello, china o matita grassa della sventurata signora Fallarino marchesa Casati Stampa, non è tra le opere certo più riuscite e appetibili dell’artista. Azzarderei – dando per accertata l’autenticità – un valore tra i 300 e i 400 euro.
In merito al secondo quesito, quello sul gruppo ceramico (h 30×21 cm), la invito a leggere più avanti in questa stessa rubrica le considerazioni da me espresse in “Ahia! …con i Capodimonte”; nel suo caso, il valore dell’insieme può arrivare a 150 euro.


Signora Antonella Scozzarini, la pianeta e stola di suo zio sacerdote, ricamata in argento e oro galvanico, può valere intorno ai 500 euro ma è di difficile vendita, nonostante queste lavorazioni – fatte a mano, introvabili – costino nei negozi specializzati intorno ai 2.500 euro. Purtroppo ai nostri giorni imperversano le macchine ricamatrici e i “cinesi”: un mix micidiale per l’artigianato oramai reietto e affatto apprezzato.
Il tabernacolo (h 46 cm) in lamierino d’ottone anni 40-50 del 900, venduto a suo tempo dalla ditta Plinio Frigo, in via Cavour a Vicenza sin dal 1927, essendo in ottime condizioni vale sui 400/500 euro. Anche questo, se adesso va a comprarlo simile in un negozio, le costa perlomeno il doppio.


Signor Taddeo Nanni, nell’era dell’alta tecnologia c’è ancora chi come lei si perita di fotografare non saprei dire con quale misterioso apparecchio. Azzardo: un tostapane… un ferro da stiro? Ci sono: un arriccia capelli! Ad ogni modo, ad occhio, rispondo ai suoi quesiti che per questo motivo attendono da mesi. I mobili anni 50 del 900 che mi sottopone sono praticamente invendibili, e se non paga qualcuno avrà anche difficoltà a smaltirli. I lampadari in ottone stampato e ceramica sono degli anni 60-70 e li vendono nei mercatini – con difficoltà – tra i 30 e i 50 euro. Il camino in peperino è una di quelle riproduzioni annerite ad hoc e commerciate, da decine e decine di anni, dagli scaltri viterbesi che hanno terminato da un secolo di vendere quelli autentici antichi; suo padre lo pagò ben 3 milioni delle vecchie lire, oggi io le direi che non vale nulla, ma sul mercato ancora li trattano sui 1.200 euro.
La macchinetta a pedali giocattolo degli anni 40 è mal tenuta e arrugginita, bisognerebbe portarla a risistemare da un carrozziere vero, così nello stato in cui si trova vale 60/80 euro.
La coppia di valigie firmate “Vuiton”, senza una “t”, sono degli anni 2000, probabilmente di produzione asiatica e forse in vile plastica ad imitazione della pelle: non valgono come dettole minimo 1.000 euro, ma un bel niente! Interessante, invece, la colonnina che sembrerebbe, pur da cattiva immagine, in porfido rosso egiziano: esaminata, potrebbe valere veramente un bel po’.


Signor Michele Angelo il suo arazzo (cm 120) non è opera di Francoise Boucher (1703-1770), valente pittore di maniera francese, ma sui modi o tipi (apres Boucher) come riportato sul manufatto industriale francese degli anni 60-80 del 900. Valore: poche decine di euro.


Signor Michele S., il piatto di Papa Giovanni XXIII e dei fratelli John e Bob Kennedy, prodotto dall’industria bavarese Heinrich & Co di Selb, è degli anni 60 e vale una decina o poco più di euro.
Il servizio da caffè da dodici (anni 50-60 del 900) anch’esso di ditta bavarese (Bavaria Fash) a me non nota, può valere, se intonso, 120/200 euro.


La signora Samantha Romoli Merletti, oltre a delucidarmi su come abbia ereditato un Caimi (Antonio?) e una Madonna del Cova (?), mi manda la foto di un’opera firmata da un ancor meno conosciuto autore, tale Pierry, un paesaggio aulico e alla vecchia maniera (cm 160×100). Ebbene, ci sono stati nel mercato dell’arte vari Pierry, ma tenderei ad identificare questo nel pittore operante alla metà del 900 Ferdinand Pierry, esecutore di “copie dall’antico”. Naturalmente la valutazione dell’opera, per assenza di altre notizie, non può che essere aliena dal mercato e riferibile alla sola arredatività. Diciamo quindi, per le dimensioni e per la tutto sommato piacevolezza della pittura, sui 300/400 euro.


Per la serie “antiquari somari”, la signora Elena Todisco da Roma manda in visione un servizio marcato Ceranova. Una sua amica “mercatara antiquaria” (sic), esperta a suo dire in porcellane antiche, le ha narrato che si tratta di un’importante manifattura milanese del 900 e che il servizio vale perlomeno 2.000 euro! Signora: picchiare la sua amica sarebbe eccessivo, e la legge non permette che gli animali (anche i somari) vengano maltrattati, ma almeno, penso che potrebbe vituperarla a dovere! Il suo servizio da 12 è stato prodotto dalla Porzellanfabrik Gebruder Winterling, manifattura che nel 1977 era specializzata in porcellane ad uso della ristorazione pubblica e operava in tal senso con ben 700 operai. Ceranova fu uno dei marchi usati in quegli anni (altri erano Royalheidelberg Eschenbach, ecc.). Naturalmente, il servizio non vale le migliaia di euro auspicate dall’“Irene” sua deficitaria amica, ma 120/150 euro, se intonso.
Una domanda: ma perché le persone, lei comprasa, continuano a mandarmi foto sfocate? È un vero mistero… o forse no! Ci sono: è per complicarmi il troppo lieve lavoro.


Invece, per la serie “robbivecchi volponi”, dalla provincia di Siena mi scrive il dottor Riccardo Palombi che ha ereditato, insieme ad una casa, gli arredi ivi contenuti. Il lettore, non fidandosi degli “antiquari-robbivecchi-volponi” (sic) delle sue zone – che hanno già dato prova del loro agire turlupinando la defunta zia nell’acquisto di alcuni quadri – mi manda foto di cose cui terrebbe saperne di più. Ebbene, risponderò un po’ alla volta in privato, ma intanto pubblico quanto già esaminato.
L’interessante libro del 1546 stampato in Venezia “Summa Conciliorum&Pontificium a Petro ad Paulum…” non ha i valori da lei ipotizzati ma arriva sui 200/300 euro al massimo; viceversa, l’importante tomo “Portolano Olandese dei mari del Nord e del Mediterraneo” del Claes Jansz Vooght, stampato in Amsterdam 1682, in folio, con 38 +XVII carte nautiche a doppia pagina, vale non meno di 5.000 euro, e può salire, secondo le condizioni, sino a 7.000.
La coppia di piatti di Sevres Manifattura Reale (31 cm) li daterei alla metà dell’800, valore per entrambi 400 euro.
La coppia di poltrone bergères prodotta nel 900 in stile Luigi XV, vale sui 500 euro.


La signora Laura Lanzoni manda foto di due vasi dalle misure pressoché identiche (h 40×25). Il primo è un vaso giapponese il cui marchio, in più incerto, copia caratteri cinesi ed è un vero rompicapo il decifrarlo. Comunque, il pezzo è di vecchia manifattura (anni 60 del 900) di non grande pregio esecutivo e vale sugli 80/120 euro.
Diversamente, il vaso anni 50 della bottega faentina di Carlo Zauli (1926-2002), maestro ceramista di spessore internazionale, anche se in un mercato crollato e quindi con valori alla metà di una quindicina d’anni fa, sta sui 400/600 euro.


Signora Paola Rota, la figlia del maestro ceramista Tiziano Galli (1908-1986) negli anni 80 cedette modelli e privativa ad un certo “Brambilla” che poi a sua volta li alienò a decine di fabbriche che ancora ne continuano la produzione. Determinare quindi chi abbia prodotto il suo “Baro giovincello con pipa” (sui tipi dei seriali “Capodimonte”) e quando lo abbia fatto, è cosa ardua. Comunque, in rete propongono tali tipologie tra i 60 e i 120 euro (e non si vendono); il suo Baro, per di più, presenta una rottura. Valore: poche decine di euro.


“Ahia!”…con i Capodimonte

Quasi nessuno legge le mie risposte sulle ceramiche supposte Capodimonte, pubblicate nelle rubriche dei mesi precedenti ed io sono costretto a ripetermi sempre. Chiedo venia ai tanti attenti e diligenti lettori cui va il mio abbraccio.
La signora Mara B., è appunto tra i molti distratti, e manda una statuina (cm 32×22) realizzata sicuramente nel vicentino ma riportante il famigerato marchio “Capodimonte”. Signora: sono da definirsi veri pezzi “Capodimonte” soltanto quelli settecenteschi realizzati della Real Fabbrica Ferdinandea, il resto sono solo “nello stile” e valgono solo come oggetti arredativi per gli appassionati – ohiloro – di tali cose; la sua statuina, nello specifico, vale dai 60 agli 80 euro.


E come sempre, un saluto a tutti e un abbraccio ai pochi.



Novembre 2021


Signor Wuilder Ness la sua caraffa in peltro e vetro opalino decorato (cm 30×15) non è certo del Settecento; pur non avendo identificato il marchio (che lei ha creduto inviare con piccolissima immagine in cui leggo solo: “V-S”), si tratta chiaramente di un prodotto di fattura Liberty (fine Ottocento, 1930). La sua valutazione – come tutto oramai nell’antico – è bassa, sui 250-300 euro se non presenta alcun difetto. Il contenitore in ceramica, anni 50-70 del Novecento, ha valore di poche decine di euro, se intonso.


Signora Ramona Fiorilli la sua consolle dorata con il piano in onice è tipicamente degli anni 60-70 del Novecento. Anche lei, immaginando che il perito sia un veggente, non ha mandato le misure, figuriamoci poi se mi scriveva il materiale usato! Ad ogni modo, genericamente, tali mobili erano realizzati in legno povero pantografato (ovvero inciso, scolpito, con macchinario), laccato e/o dorato; vista l’epoca, il loro valore può essere solo arredativo. Nello specifico, la sua consolle, in virtù dell’estesa lavorazione a cariatidi e putti, è interessante. Il suo valore economico è determinato dalla quantità dello strato di gesso che ricopre il legno: se è spesso (nell’ordine superiore ad un millimetro) vuol dire che il legno sotto (scolpito) è approssimativo e di mediocre delineatezza e fattura, pertanto il mobile varrà sui 300-350 euro; se viceversa lo spessore è minimo e si percepisce il legno nelle sua modulazione figurale, allora salirà ai 500 euro.


Signor Enzo Tartagni le chine colorate inviatemi (cm 25×35) sono della forlivese Irene Ugolini Zoli (1910-1998), artista “graffitista” autodidatta di grande spessore artistico. Viaggiatrice nel mondo, dall’Europa all’Australia all’estremo Oriente, la pittrice maturò segni e stili mutevoli che la posero in un piano artistico – a mio avviso – di grande spessore. Purtroppo anch’ella è oramai relegata, dai mercanti e dalla “smemoratezza del tempo sociale”, in angusti ambiti di apprezzamento tanto che il suo mercato è solo parzialmente localizzato nella sua terra romagnola. Io le indico le mie valutazioni: l’opera con crostacei: sui 100 euro; quella molto bella con le donne arabe velate: sui 250-350 euro; le altre con i puttini: sui 70 euro cadauna.


Il signor Samuele Di Vetta invia per la valutazione un quesito riguardante la Bibbia d’Europa (due volumi di 1840 pagine + 444 del volume guida (cm 27,7×37,7 formato), una pubblicazione stampata sin dal 2009 in edizioni numerate dalla San Paolo di Torino. La bibbia in questione è la riproduzione della Biblia de San Louis, un’opera preziosa fatta redigere con l’ausilio di valenti calligrafi e miniaturisti tra il 126 ed il 1234 dalla regina Bianca di Castiglia per il proprio figlio Luigi IX futuro re e santo. L’edizione di lusso rilegata e con cofanetto in pelle con decorazioni e sovrimpressioni in oro è una bella opera, ma ai nostri giorni tali tipologie (come altre) sono emarginate dal mercato perché non trovano più estimatori. La sua opera, valutazione commerciale dai 400 ai 1.000 euro ed oltre, è di difficile vendita.


Anna Teresa Lio-Puccini da Livorno, “mercatara” di lungo corso, mia conoscente e lettrice della Gazzetta sin dagli esordi nel 1991, certamente l’esame di materiale pittorico e grafico da sole immagini non consente di potermi esprimere sull’autenticità dell’opera, se consona ai canoni di un determinato autore. Però, circa la tua acquaforte dello scultore Emilio Greco (1913-1995) “Composizione a tre” del 1989, non ho dubbi. Indichi come superficie del foglio in cm 25×34, mentre nel catalogo generale dell’artista le misure riportate sono molto maggiori, cioè cm 109×80, quindi già di per sé non mi convince. Così pure l’altra acquaforte: “Commiato n.16”, le cui misure indichi in cm 30×40 mentre le originali del 1974 sono di cm 50×70. Debbo pertanto presumere che le tue siano stampe tratte da opera divulgativa del Maestro.
Riguardo al piccolo dipinto su tavoletta a firma Giuseppe De Nittis (1846-1884) – impubblicabile per la cattiva e sfocata foto – ne escludo in modo assoluto l’autenticità perché lontano dai modi e dalla fattura del grande pittore. Un abbraccio a te e al tuo “roscio compagno”.


Il signor Gianni V. da Latina manda in visione un acquisto fatto nel “grosso mercatino” della sua città: un’anfora (altezza 35 cm). Nella sua email accompagnatoria mi anticipa: “So che lo sheffield antico e confuso con i prodotti galvanizzati vale poco e nulla, almeno qui in Italia, ma il pezzo da me trovato è settecentesco come indicatomi dall’esperto…”. Non cito il nome dell’esperto, un buon perito preparato che, però, non avrebbe dovuto spencolarsi su una materia difficile ed ostica che non conosce appieno e, tanto per farla breve, pubblico direttamente la foto della pagina 85 della “Guide to Marks of Origin on Brithish and Irish Silver e Old Sheffield Plate, Ediz. R.E Porter Antiques-1964. Come vedrà, signor Gianni, la “testa d’ariete” che si trova (unicamente) nel marchio Froggat Coldell & Lean del 1797 o quello di W. Coldwell del 1806, non è quella impressa nel suo pezzo (che non pubblico perché “illeggibile” a stampa). Pertanto, il suo oggetto è certamente un rifacimento indiano (dell’impero britannico) dei primi del Novecento, sia pure realizzato con la tecnica caratteristica degli oggetti in “old sheffield” (lamine d’argento sottilissime battute e applicate a caldo sulle superfici di una forma realizzata in altro metallo meno nobile: rame, ottone o zinco). Aggiungo che si identificano con la sola dizione “sheffield”, gli oggetti di fattura pur vecchia, la cui rifinitura venne ottenuta all’epoca con l’immersione in bagno galvanico d’argento; questi pezzi naturalmente, e ai giorni nostri poi, valgono davvero poco. Quindi, si consoli: il suo è sì di epoca posteriore a quella indicata ma è di un certo gusto arredativo, pagato poche decine di euro può valere dai 250 ai 400 euro.


La signora Maria Vittoria Rosa manda in visione un’opera di Jean Triffez (1931-1983) di cm 80×100. Artista belga d’avanguardia che dagli anni 50 fino alla sua prematura scomparsa, lavorò con le più grandi gallerie nazionali ed internazionali, raggiungendo quotazioni rilevanti. Purtroppo, ai giorni nostri dimenticato da critici, gallerie e relative mostre, le sue opere si vendono a 120 euro (asta Katawiki 2019); offerto dalla casa d’aste Daliano Ribani nel 2018 una sua opera di cm 100×100 stimata 400-600 euro è stata aggiudicata a 160 euro, e così analogamente in altre sessioni di altre case d’asta.


La signora Rosa Baccillieri mi chiede di valutare un servizio da caffè o tè giapponese in vecchia porcellana Hayasi Kutani (1950-60) con litofania della “geisha” sul fondo. Tali tipologie hanno un valore non elevato sul mercato, stiamo parlando di 60-80 euro, e questo in particolare non è un servizio da 6 persone, come dai canoni occidentali di commercio, ma da 4, quindi scendiamo di prezzo intorno ai 50 euro.


Signor Francesco Palmiotti, lo stile della sua consolle nel mercato è definito nel mercato “tardo napoleonico” (III). È un buon mobile – lastronato, pare, in mogano o olmo tinto – risalente all’ultimo quarto dell’Ottocento, presenta, infatti, una “bella mossa” non più tarda. Purtroppo tale mobilia, che superava in passato il milione di vecchie lire o i mille euro, è ora svalutata alla metà.
La specchiera, mal fotografata ed individuabile appena, è stimabile 100-150 euro, sia essa dei primi del Novecento o più recente.

 


Il signor Marco Bertani presenta alla mia attenzione una cornice ovale (cm 52×44) dell’Ottocento contenente un’anonima pittura popolare di scarsa qualità che valuto al massimo 150 euro, per arredamento di parti della casa nascoste. La cornice, viceversa, che sembra avere una doratura a foglia, la stimo sui 250-300 euro.


La signora Rita Meloni, da San Gavino Monreale, manda le foto di due ceramiche: “Levrieri” (cm 67×34) e “Levriero” (cm 50×24). La prima, anonima, è certamente un bel gruppo forse degli anni 50 del Novecento; la seconda, più identificabile, porta la firma del ceramista bassanese Favaro Cecchetto, operante con una sua manifattura dagli anni Trenta. Nel 50 l’artigiano iniziò una grande produzione per la famosa manifattura Ronzan, e a mio avviso questo esemplare appartiene a quegli anni. Il gruppo di levrieri potrebbe valere sui 400 euro, il soggetto singolo, sui 600-700, ma va considerato che le rotture di cui mi si accenna nella mail – se individuate – potrebbero svalutare le opere sino al 70% del loro valore.


Signor Massimo Castellani lei è fortunato, si da il caso che io abbia conosciuto di persona Niki Madonanaki, autrice del suo dipinto, in quanto abitante vicino a me nel quartiere Trieste a Roma. Amica di mia zia antiquaria, l’artista era persona dagli estesi interessi artistici e, professionalmente, “Addetta culturale dell’Ambasciata Greca”. Autrice anche di libri di poesia, era dotata di bellissima mano pittorica, come dimostra la sua tela “Fiorellini” (cm 50×60). Purtroppo il tempo e la storia si sono dimenticati di questa eccellente pittrice di cui non vi sono più notizie né ricordi. Comunque, io valuto la tela in suo possesso perlomeno 600 euro perché è veramente un’opera fine e di pregio, da conservare.


Signora Francesca Bevacqua, il suo “roller cab with 7 drawers”, più noto in italiano come “settimino” (cm 195x112x52), è un mobile inglese in mogano oppure in olmo o ciliegio tinto (le foto non sono esaurienti) degli anni 40-60 del Novecento. Purtroppo a causa del calo dell’antiquariato tutto, ma specialmente della mobilia, tale pezzo non può essere valutato che meno della metà di vent’anni fa e cioè intorno ai 400 euro.


La signora Carmen Casto mi presenta un elegante bel servizio da caffè della ditta Waldfraud, avente nel marchio un pesciolino con le lettere S.H.C di cui non so nulla. Pubblico l’immagine affinché qualche dotto lettore/collezionista che ne sappia qualcosa di più si faccia vivo. Ad occhio, e ripeto solo per la bellezza e l’eleganza, il servizio da 10, quindi incompleto per i canoni occidentali, potrebbe valere sui 200-250 euro.


E per finire, il “capodimonte” che non manca mai!

Signora Patrizia Ignoti se avrà la bontà di leggere le risposte ai quesiti dei mesi precedenti, si renderà conto di come il marchio e/o la dizione “capodimonte” non rappresentino ad oggi alcunché, né come località di provenienza né come storia dell’antica manifattura napoletana. È solo, semmai, un modo di intendere uno stile usato da una miriade di manifatture, oramai in tutto il mondo da almeno un secolo. E difatti, la sua statuina (che invia senza alcuna misura!!) è stata prodotta dalla fabbrica vicentina San Marco, fondata a fine Ottocento, attiva sin dagli anni 50 del Novecento nella riproduzione di vecchi modelli della tradizione coroplastica italiana. Ancor oggi in attività, perlomeno ne continua i modelli indicandone l’origine (“S.M.” nella corona). Il suo puttino con campanella, di non eccelsa fattura, potrebbe ascriversi ai nostri ultimi decenni, il valore, se intonso, è intorno ai 50-80 euro.


La signora Gianferi da Ancona scrive che ha ereditato: “un prezioso ed antico Capodimonte”, e non sa a chi rivolgersi per venderlo. Aggiunge anche (chiedo scusa, mi permetto di sorridere) che le dispiace perché è affezionata alla statuina (h 27) sin da bambina, e che a malincuore intende disfarsene poiché desiderosa di acquistare una nuova auto (sic!). Ebbene signora, anche anche in questo caso devo dare la brutta notizia già comunicata a persone ignare come lei centinaia e centinaia di volte: “capodimonte” è marchio e sigla generica, usata da migliaia di fabbriche in Italia e nel mondo: non vale alcunché (legga in rubrica la motivazioni date nelle risposte dei mesi precedenti). La sua statuina è cosa generica degli anni 70-80 del Novecento. Valore: da 60 a 80 euro, per gli amanti (ohiloro!) del genere.


Signori Maragna e Colaforte, vi prego! leggete anche voi i quesiti precedenti in merito. Avete dei “capodimonte”, per di più sbeccati e con mancanze: non so indirizzarvi su dove collocarli nella raccolta differenziata.


E come sempre, un saluto a tutti e un abbraccio ai pochi.



Ottobre 2021


Signora Pia S. da Cerveteri, so già di mettermi contro e ancora una volta: cultori, conoscitori, appassionati e collezionisti della sua città “etrusca”, dicendole che il 60-70% di ciò che voi collezionate più o meno lecitamente è falso! giacché il vero e sopratutto di pregio e bellezza è sempre stato, e onerosamente, venduto grazie ad una legge “idiota” dettata e mantenuta negli anni, con i pareri protervi di quella pletora di archeologi, che sia detto bene neanche hanno un albo che li rappresenti e qualifichi se non titoli più o meno accademici ottenuti con i famosi “concorsi” all’italiana (non tutti chiaramente, che ci sono valenti figure e grandissimi storici e maestri) che anche la magistratura, che ogni tanto se ne occupa, ha evidenziato come “funzionano”. E’ roba falsa, ripeto, o per la dirla meno forte, è oggettistica riprodotta, realizzata non ai giorni nostri dai vari Omero Bordo, Mastro Cencio, ecc., ma già nell’Ottocento da: Antonio Scappini di Serafino (nel Museo Archeologico Società Tarquiniense di arte e storia), Giovanni Meraviglia, Egidio Querciola, Pietro Ghignoni, Alessandro Calandrini, Sesto, per nominare alcuni artigiani di grande spessore artistico che producevano pezzi bellissimi, difficili allora da identificare senza esami di laboratorio (che neanche c’erano). E oggi? …Beh, oggi ci sono artigiani come Massimiliano Bordo di Tarquinia, ceramista e figlio del più famoso Omero di Cerveteri, che insieme ad altri suoi emeriti sodali qualche anno fa ha ideato una nuova tecnica che fa passare per autentici i vasi etruschi falsi, irradiandoli con raggi X di apparecchiature mediche così da farli retrodatare all’esame di laboratorio della termoluminescenza, e che per tale scoperta/innovazione (solo grazie ad una serie di altri reati violenti connessi) sono finiti a meditarne in un tribunale.
Ma venendo a lei e ai suoi tanti reperti: ripeto, a lei e ai lettori tutti, che non posso occuparmene nello specifico, onde non finire anch’io a meditarne in quelle sedi aduse ma tuttora funzionanti eccome, in cui si sono trovati – per altri motivi – i compari tarquiniesi di cui sopra.
Da anni si aspetta una legge che venga a sanare le migliaia di cocci e reperti detenuti ad oggi illegalmente dai privati, pezzi di cui il patrimonio dello Stato, che ha centinaia di magazzini nell’oblio e nell’incuria soggetti anche al saccheggio sistematico, non saprebbe neanche che farsene: decontestualizzati, generici e anche dubbi. Sono d’accordo alla sanatoria pressoché tutti i politici e gli intellettuali di onesta fede, sono viceversa contrari quei somari di cui sopra che temono gli venga tolta o diminuita la biada, oppure quelli che sono contrari per pura stupidità.

La Termoluminescenza in parole povere

Il materiale ceramico è formato di argille composte da minerali tra cui quarzo e feldspati; queste sono composte, come tutte le materie, di elettroni che col tempo – dalla loro formazione geologica – assorbono le radiazioni naturali dello spazio terrestre. Nel momento in cui queste argille trasformate in prodotti: vasi, piatti, ciotole, ecc., vengono cotte in un forno a temperature superiori ai 500 gradi, le loro radiazioni originarie accumulate negli anni (termoluminescenze) si azzerano. A questo punto, l’oggetto ceramico, nei suoi componenti chimici detti, inizia a riassorbire le radiazioni terrestri e quindi ad accumulare termoluminescenza. In laboratorio si misura questo accumulo, e con dati parametri si stabilisce con una certa sicurezza l’epoca in cui il pezzo è stato cotto, e quindi la sua data di realizzazione.


Signor Alessio Guerrucci, anche nel passato numero di agosto ho risposto ad un quesito riguardante una statuina di Giuseppe Armani (1935-2006), coroplasta e scultore livornese che, nonostante le sue resistenze, alla fine fu produttore industriale e concedente licenza di prodotti da regalo e “bombonieristica” e che soprattutto fu abusivamente usato e riprodotto. Ripeto che solo alcuni suoi pezzi in edizione limitata e “belli” hanno valore. Per il resto, come per il suo “pagliaccio”, si tratta di cose pagate a caro prezzo in negozio ma che di artistico hanno ben poco. La dizione “porcellana e argento è fuorviante e va ad indicare al massimo una copertura dipinta ad ossidi metallici sul rivestimento a smalto (vetrina) della figura. Per le dimensioni inusuali di ben 45 centimetri, arredativamente e solo perché i gusti sono gusti, può valere al massimo 250 euro.


Signora Daniela Gneo il suo quadro (cm 50×70) è firmato: “NARDI”, e non so da dove lei abbia dedotto e aggiunto il nome Antonio. Antonio Nardi (1888-1965) è stato un docente accademico a Verona e illustre pittore di grande mano; nonostante le sue valutazioni attuali non raggiungano più con quelle di vent’anni fa, resta sempre un autore di ottima pittura e richiesto nel veronese. Quella del suo quadro invece è una mano dozzinale e, me lo lasci dire, usa ad altri magari più profittevoli mestieri. A mio avviso non vale nulla.


La signora Federica Cagnolati manda in visione con un vaso in vetro satinato Lalique (cm 20×15). Le do un po’ di notizie: si tratta del modello Sylvie (due colombi intrecciati) creato nel 1956 da Marc Lalique; la sua produzione è continuata sino agli anni recenti. I prezzi in asta e nel mercato vanno dai 150 euro ai 200, il suo suo esemplare forse vale qualcosa in più avendo la scatola originale.


Signora di Abbadia San Salvatore (Si), la sua opera del pittore umbro Elvio Marchionni (1944 Spello) è certamente suggestiva, dipinta con mestiere dall’artista che nel 1981 ideò gli “strappi”, prelevando da vecchie mura gli intonaci, trasponendoli sul cavalletto e vi dipingendovi sopra con una tecnica tra la figura e l’evanescente astrattismo. Il suo strappo (cm 35×40) è numerato e originale. Il Marchionni è artista come accennato di bella mano, ritrattista di Papa Francesco, autore di molte commissioni religiose e certamente di rinomato interesse mediatico. In più, in rete privati e/o sodali mettono in vendita sue opere a prezzi strabilianti di decina di migliaia di euro, e addirittura serigrafie, litografie e multipli vari a prezzi sopra i mille euro. Detto ciò però, diciamo anche che la critica d’arte, ovvero volente o nolente quella compagine che muove mercati e collezionisti, non ha ritenuto l’arte sua tale da doverla indicare nel novero delle opere da acquistare e di sicura rivalutazione. Tant’è, che per citare degli esempi, nell’asta 225 Modern&Contemporary dell’11-10-2017 una “Maternità” (cm 48×71) veniva stimata ed offerta a 400-600 euro, e in una di Katawiki del 3-12-2016 la tela “Musique” (cm 70×65) veniva alienata a 450 euro, e neanche ho trovato risultati diversi andando a guardare nel mercato delle vendite tradizionali. Non è detto però che in futuro l’ancora vivente artista non possa raggiungere la fama che la sua arte merita.


Signor Gandolfo Lipani, la sua medaglia è il “fac-simile” dei gettoni in oro del “Concorso Cynar in casa”, indetto dalla famosa marca di liquore nel 1967-68. Tale lotteria ogni 10 giorni devolveva il corrispettivo di un milione delle vecchie lire proprio in gettoni, estraendo una cartolina numerata abbinata alla vendita della bottiglia. Essi avevano l’effige del carciofo (come quella riportata sulla sua medaglia) disegnata ed ideata da Flaminio Bertoni, scultore e designer, autore tra l’altro dei modelli delle famose automobili Citroen 2 Cavalli e Citroen DS. Abbinata c’era la possibilità di invitare l’attore e noto promotore pubblicitario della marca “contro il logorio della vita moderna”, Ernesto Calindri, a bere un Cynar presso il proprio bar o domicilio. Nella Gazzetta dell’Antiquariato on line del 26-6-2018 è apparso un bell’articolo sugli oggetti Cynar da collezione a firma della direttrice della rivista Marina Pescatori, le consiglio di leggerlo. La sua medaglia potrebbe interessare qualche oramai raro collezionista, naturalmente a poche decine di euro.


La signora Gabriella Clementi invia alla mia attenzione un piccolo quadro (26×21 cm con cornice) sul cui retro è apposta la scritta Tiarini-(Prof.Negroni), comunicandomi che qualcuno le ha ipotizzato poter essere opera del Tiarini stesso oppure un dipinto di tale scuola. Ebbene, mi spiace comunicarle, signora, che io sono di parere inverso. A mio avviso esso nulla ha a che fare con la bella pittura del bolognese Alessandro Tiarini (1574-1668). Innanzitutto il soggetto è raffigurante San Luigi Gonzaga (1568-1591) fatto santo da Benedetto XIII solo nel 1726 e chiaramente la sua iconografia classica (capo chino o ispirato davanti al crocefisso) è posteriore a tale data quando il Tiarini non era più in questo mondo. Per parlare poi di scuola di un determinato autore bisognerebbe che l’opera avesse dei caratteri precipui dell’artista di riferimento. Ma come accennato la sua opera non ha caratteristiche artistiche di possibile attribuzione o “scia” né al pittore bolognese né ad altri di rilievo da me conosciuti. Si potrebbe collocare alla fine del Settecento come buona pittura religiosa italiana del valore – nello stato non eccelso in cui si trova – di 400-600 euro.


Signora Carla Finotti, il portaspazzolino-dentifricio pubblicitario in ceramica firmato Kaliklor, presente nella bottega di suo nonno barbiere negli anni 20, è stato commissionato probabilmente ad una fabbrica tedesca della Baviera (forse del gruppo Winterling ma non ne sono sicuro e ho archiviato il marchio per fare ulteriori ricerche) dalla Valli farmaceutica di Milano che produceva la pasta dentifricia. Nel 1919 indisse un Concorso il cui slogan: “a dir le mie virtù basta un sorriso”, è impresso nel suo “morettino” di ceramica. Indico il valore, anche se a lei giustamente interessa solo il ricordo affettivo: tra i 120 ed i 150 euro.


Signora Luciana Frugani la sua ceramica (cm 8×38) è firmata dal coroplasta e scultore padovano dal nome idilliaco di Candido Fior (1942), ed è stata prodotta negli anni 70 del Novecento. Nonostante in rete e altrove si propongano cose come la sua a 400-600 euro, nel mercato reale e ogni tanto alle aste (Il Ponte 14-2-2017 – Katawiki 17-8-2020) si trovano aggiudicazioni a 60-90 euro, a riprova che il momento è critico sia per il collezionismo che per l’arte, l’artigianato e l’antiquariato tutto.


L’affezionato lettore Marco Ricci che ringrazio per l’attenzione, spedisce il quesito su un fornelletto da campo militare (a petrolio o spirito) (cm 20×25) del quale non so dare alcuna informazione. So che oltre alle fabbriche preposte tali tipologie (primi 900) venivano costruite da fabbri e lattonieri vari, ma oltre… Lo pubblico affinché qualche dotto collezionista tra i nostri lettori più ne sappia e ce ne parli. Sul mercato, comunque, tali oggetti – senza ditta o marca di fabbricazione – vengono oramai venduti tra i 60 e i 100 euro.


Signor Franco Ristori, rinvii le immagini del “compianto cristo”che non mi sono pervenute. Riguardo al suo “San Bartolomeo penitente” (cm 75×80) che ho esaminato nonostante la cattiva e scarna immagine, non ho, come lei, trovato rispondenza con il Denys Calvaert (pur avendo esaminato la vasta selezione di sue opere presenti nei miei prontuari) sia per la composizione sia per i diversi accenti chiaroscurali. Non saprei ad ora indicarle – senza studi specifici – l’ambito artistico della sua tela, e tenga presente che io non sono un esperto precipuo di tale pittura antica.


Il signor Alessio Tedone non si perita di inviare le misure di una porcellana della Rosenthal: “Fanciulla a cavallo”, il cui marchio indica approssimativamente datare dal 1940 alla metà degli anni 50. Tali gruppi vengono offerti in rete (anche senza datazioni, come d’altronde tutte le tipologie collezionistiche oramai) ai prezzi più disparati: dalle poche alle molte centinaia di euro. Come al solito, fanno fede i risultati d’asta e le vendite avvenute nel mercato: la tedesca Auktionshaus (casa d’aste) di Erlangen, che tratta abitualmente ceramiche della Rosenthal, aggiudica sui 100-200 euro i pezzi singoli di composizione, con punte di 400-500 e oltre per le cose molto belle; il suo insieme composto da due figure, se integro e perfetto, vale sui 300-350 euro.


Il signor Edmondo Massa, fedele e gentile lettore, manda in visione una serie di quadri di artisti di bella mano e spessore. Purtroppo la crisi culturale del nuovo secolo non ha risparmiato valutativamente neanche questo settore, e le sue opere che all’acquisto le saranno costate un bel po’ di denaro oggi non trovano soverchi canali di vendita. Nel valutare io debbo prestare attenzione quindi non alle varie offerte di vendita che appaiono anche sul web a cifre variegate e del tutto personali, ma soprattutto agli esiti di aste. La sua prima opera (cm 48×37) è del veronese Domenico Colpati (1912-1982), che le aggiudicazioni pongono sui 300-500 euro; poi abbiamo Ulderico Marotto (1890-1985) (cm22x28), un maestro dell’“acquarello” che viene registrato sui 200-250 euro; l’acquaforte di Domingo Motta (1872-1962) e tali tecniche sono proposte intorno ai 100 euro; chiudiamo con un piccolo acquarello (cm 12×12) del dominicano Guillo Perez (1923-2014), artista pressoché senza mercato in Italia, che la spagnola Galleria de arte Shanel pur vende in rete a prezzi misti dai 200 in su, una proposta economica che mi porterebbe a valutare il suo piccolo lavoro sul centinaio di euro. Riguardo al Colpati, a Verona vi sono professionisti che in rete propongono l’acquisto di sue opere; pur non conoscendoli li indico per informazione: Faustini arte, Vincenzo Lovato. Naturalmente concorrono poi le vendite effettuate tra privati che, come detto sopra, sfuggono alle leggi di mercato e potrebbero anche triplicare le stime dell’artista, ma è l’assioma di quei venditori sommi che riescono a vendere i ghiaccioli al polo nord. E detto ciò, certamente ricambio l’abbraccio.


Signora Dana De Luca, il suo servizio di bicchieri di Empoli (30 pezzi con due brocche), lumeggiato e inciso, fa parte di quelle tipologie sui tipi “muranensi” ma che con tali manufatti non hanno nulla a che fare. Le vetrerie di Empoli (quasi tutte chiuse) sono sempre state in auge dall’inizio del secolo scorso per la produzione di fiaschi, bottiglie e damigiane; solo nelle ultime decine di anni alcuni negozianti hanno iniziato (con materiali provenienti da dove io non so), a ricopiare i vetri veneziani e, senza riuscirci, paventano chissà quali origini e prestigio. I suoi bicchieri sono arredativi ma da sole immagini non posso appurare se siano semplici vetri, mezzi cristalli o cristalli. L’esperienza e l’origine mi induce ad indurre per i primi, quindi parliamo di un valore “d’uso e arredativo” intorno ai 150-250 euro.
Il servizio da caffè completo da sei con bordure in oro zecchino, proveniente dalla fabbrica di Tirschenreuth (comune della Baviera), nella conduzione Zehender&Co fondata nel 1832 e chiusa dopo numerosi cambiamenti di proprietà nel 1995, è degli anni 40 del Novecento. Purtroppo il gusto odierno è profondamente cambiato, e servizi ottimi per eleganza, composizione e datati come il suo, non hanno più il fascino di un tempo. Non richiesti che per mero uso, in rete e nei mercatini se ne vendono simili da 12 a 100 euro.


Il signor Marciano Benedettino da Napoli pone alla mia attenzione una vetrinetta (cm 92x70x75) all’interno della quale v’è una “madonnina” (h 50 cm) probabilmente in cartapesta con veri capelli e vesti ricamate impreziosite da fili d’oro. A tale oggetto devozionale è abbinato un biglietto che lo condurrebbe ai suoi artefici: Tipi degli Artigianelli. Per Artigianelli si intende un’istituzione pontificia operante tra la fine dell’Ottocento (o forse anche prima) e i primi decenni del Novecento in tutta Italia; suo scopo era accogliere e insegnare un lavoro professionale ai ragazzi poveri e abbandonati. A Napoli la più famosa fu quella che istituita sotto l’egida Tipografica (o sui tipi) degli Artigianelli, ma certamente i “mestieri” insegnati ai poveri diseredati dalla società erano molti e quindi sicuramente e a maggior ragione essi furono caritatevolmente impiegati nell’artigianalità dei manufatti religiosi come il suo. Ai giorni nostri e scomparsi (alla vita alcuni e al collezionare altri) i sensibili conoscitori e studiosi che incettavano tali reperti, il mercato antiquariale disdegna tali espressioni artigianali e le relega tra le curiosità atte a soddisfare le stanze o sale di raccoglitori di civiltà contadina/apotropaica e piccoli musei di istituzioni pubbliche. “Repetita juvant”: i primi difficili ad esborsare quattrini, i secondi, niente affatto propensi. Ne consegue che non posso esprimere una valutazione della sua vetrinetta se non genericamente, e ad una cifra che non supera i 200-250 euro.


La signora Marisa Pesce di Roma possiede un ottimo pastello (cm 50×40) del milanese Romano Valori raffigurante il ritratto della madre (1886-1918), e me ne chiede notizie. Il Valori fu pittore di grande mano, allievo prediletto a Milano di un nume qual era Tallone; socio onorario dell’Accademia di Brera che gli dedicò varie mostre postume, è presente nella Galleria d’arte Moderna di Milano e di Novara. Purtroppo la sua preconizzata ascesa nelle arti fu interrotta da una di quelle stupide guerre (la Prima mondiale) dove perse la vita la migliore gioventù, per età e per ingegno, dell’Italia dell’epoca. E così Romano Valori è ora relegato nella massa degli artisti dell’Ottocento che a causa della deflessione economica, ma soprattutto culturale, non trova valutazioni di mercato idonee. Ma guardi, il problema investe tutta l’arte antica e voglio esporle un dato: Asta “Dipinti e sculture antiche”, 16-24 settembre 2021, della nota casa di Firenze Pandolfini: su 102 lotti ne sono stati aggiudicati 21 e quasi tutti erano di bassa fascia e prezzo. E così, le assicuro, sta succedendo in altre case d’asta e nei mercati. Il momento non è proprio idoneo alle vendite. Detto ciò, il suo bel pastello di cui invia due foto: una fatta probabilmente con un tostapane di ultima generazione che riproduce evidentemente anche immagini ma purtroppo non idonee alla pubblicazione, e un’altra in bianco e nero fornita di attestato notarile di autentificazione redatto e bollato dal professionista e firmato dal Prof. Erminio Tassone, Accademico di Brera, Cavaliere del Santo Sepolcro di Marsiglia (?) (toh! credevo fosse a Gerusalemme), Principe dei Cavalieri di S. Venanzio (?). Vabbè…! Sulla parola o meglio sullo scritto, le dico sì anch’io: credo che l’opera sia di mano del Valori. Ma la valutazione mi spiace, per quanto sopra esposto, non può andare sopra i 300-400 euro.


E come sempre da un po’, chiudo con CAPODIMONTE!

Signor Michele Angelo, la sua statuina (senza misure!) supposta antica, come cita onestamente il “cartellino-garanzia” allegato (che non certifica né autentifica nulla), è opera solo “sullo stile” di Capodimonte giacché, come vado ripetendo da tempo, per le ceramiche non esiste più da secoli tale denominazione di origine, che può essere mantenuta solo se riferita alla produzione della Reale Fabbrica Ferdinandea del XVIII secolo posizionata in quel di Capodimonte – parco, Napoli. La sua “damina”, signor Michele, risale al massimo agli anni 70 del Novecento ed è trattata tra gli amanti del genere – che non esiste tale collezionismo – tra i 70 ed 120 euro, come oggetto d’arredo.


Signor Pasquale Pasculli, il suo vaso con coperchio anni 70-80 del Novecento, sempre marcato “capodimonte” (h 45 cm), ha un valore sui 250 euro per la grandezza e per arredamento.


E come sempre, un saluto a tutti e un abbraccio ai pochi.



Settembre 2021


Signor Gianni Mauro, ho sempre sconsigliato – e trovo deprecabile – la compera di copie di dipinti sia pure di prestigiosi autori. Tali copie infatti, eseguite in maniera perfetta o con liberalità d’esecuzione da parte del copista, sia che abbiano un secolo o pochi anni costano molto a farle eseguire ma poi, a doverle rivendere, hanno bassissime quotazioni. I pochi antiquari o mercanti che le trattano le propongono a 2.000-5.000 euro (per dimensioni come le sue elencate) e, mi creda, le hanno acquistate a ben poco. Ora, se a lei piacciono, ed esclusivamente per il loro valore arredativo, le consiglio di comprarle soltanto intorno ai 500 euro, non di più. E personalmente ritengo sia meglio rivolgersi ad opere magari di non grande mano e autore ma autentiche per epoca e di gusto, oppure puntare su tanti artisti moderni privilegiando i figurativi o quelli che abbiano nella “forma” la loro bellezza esecutiva. Ce ne sono tanti, e magari in futuro potrebbero rivelarsi d’investimento. Prima di acquistare, però, me ne chieda parere se si tratta di autori proposti a caro prezzo. Detto ciò, mi riesce impossibile dover quotare le copie inviatemi, per quanto di prestigio esecutivo possano essere.


La signora Mariastella Verderio pone in visione immagini di una lampada a sospensione (cm 30 di diametro, senza indicarne l’altezza complessiva!) che a lei “sembra” essere della Peill&Putzler. Tale ditta vetraria, fondata nel primo dopoguerra a Düren (città della Renania-Vestfalia) in Germania, cominciò nel 1947 la produzione di lampade a petrolio, bicchieri e lampade artistiche soffiate a stampo in vetro opalino e cristallino. Nel 1950 la ditta iniziò una produzione industriale di pregio, lampade soprattutto, che coinvolse grandi designer nella progettazione, arrivando a dare lavoro sino a 1500 dipendenti. In seguito, primi anni 90, il marchio, trovò difficoltà sul mercato e cercò una soluzione trasferendo la produzione (esclusa quella delle lampade – e licenziando gli operai) in Slovenia, Polonia e Repubblica Ceca. Nonostante ciò, nel 1997 la ditta chiuse i battenti e continuò la sola vendita di enormi giacenze di magazzino (che ancora in certi siti continua, con mie profonde perplessità) consociandosi con altri produttori che ne sfruttarono variamente il marchio utilizzandolo per prodotti similari. Nel 2005 infine si è aperta e chiusa la procedura di fallimento nei suoi confronti.
Ebbene, signora, dalle scarne per non dire brutte foto, tenderei ad escludere la produzione tedesca, anche in ragione della mancanza dell’adesivo tenacissimo a mastice (prima in lamierino di ottone poi in plastica trasparente) che accompagnava generalmente la vecchia commercializzazione. Così anonima come si presenta, la sua lampada potrebbe essere un prodotto degli anni 60-70 del valore di 50-80 euro.


Mi scrive da Livorno il signor Edoardo Giannetta che, hoilui!, ha per amico un altro di quegli “antiquari” che , magari capacissimi in altri mestieri (che so: stagnino, verduraio, imbianchino edile, bidello) giammai potrebbero esercitare la professione di numismatico, così come lui ritiene. Signor Edoardo, mi dispiace che si sia affidato a siffatto personaggio per valutare le sue svariate “Bolle papali” da dividere poi tra i suoi figli, ma possiamo ancora rimediare. Allora: i detti “bolli plumbei”, apposti dai papi a ratificare documenti, assumono il loro valore economico non in base alla loro vecchiaia – come dichiaratole dal suo incompetente amico – ma soprattutto, così come le monete, in base al loro stato di nitidezza e conservazione. Poi, certamente, vi sono anche Bolle papali di sovrani religiosi che hanno governato pochi anni se non mesi o giorni, e certamente per quelle prevale la rarità degli esemplari. Ad esempio: una Bolla di Bonifacio VII (1294-1303) vale sui 150 euro, mentre quella del pur più tardo Paolo II (1464-1471) – ma in migliori condizioni e “lettura” – vale sui 600 euro; quella poi, di un Pio III (1503), papa che governò solo 26 giorni, come le dicevo, vale di più: sui 1.700-2.000 euro. Mi mandi una lista dettagliata delle sue Bolle (e anche delle medaglie militari di cui mi scrive) e le rimetterò le valutazioni delle case d’asta, ad oggi unici canali di commercio poiché anche per tali tipologie il mercato antiquario ordinario è andato a picco.


 

La signora Vanessa Belpietro di Settebagni (RM) manda in esame decine di Album di figurine di giocatori Panini editi tra gli anni 70 e 80, purtroppo non completi, chiedendone valutazione.
Signora in questo caso è chiaro che i suoi cataloghi devono essere esaminati dal vivo per appurare quali siano i giocatori, gli stemmi o scudetti mancanti e quale sia lo “stato” di conservazione dei volumi. Le consiglio di recarsi a Monterotondo, cittadina vicino Roma non lontana lei, dove ogni sabato del mese (orario 8.00-13.30) con qualunque condizione meteo, giacché al coperto del parcheggio delle Ferrovie dello Stato, si svolge i “Sabati dell’usato”, il più grande mercato al coperto del Lazio con oltre 150 espositori. Il luogo è dotato di servizi igienici custoditi e di un punto ristoro; comodo, il parcheggio posto sul piano superiore dello stabile, ma anche nelle vicine ampie strade attinenti c’é molta disponibilità di posto. Ma per lei potrebbe essere comodissimo arrivarci anche col la linea del treno da Roma (una sola fermata da Settebagni) che ferma proprio in prossimità del mercato. Una volta lì, le suggerisco di cercare lo stand di uno dei più grandi specialisti in Italia di tale settore cartaceo: il mitico espositore Pippo Zambataro, un’autorità in materia unitamente alla simpaticissima moglie Flora, che le potranno darle tutte le informazioni con grande serietà e rispetto (non fanno parte dei tanti mercantucoli avidi e da strapazzo che si trovano ovunque).


Al dott. Emilio Pindari che conosco da molti anni, rispondo pubblicamente e non telefonicamente affinché si intenda “alla luce del sole” il mio dire. La ialurgia (arte della fabbricazione e lavorazione del vetro), pur nella sua semplicità (fusione di sabbie silicati con aggiunta di fondenti vari) è procedimento altamente tecnico che cambia non solo da officina a officina ma addirittura da stessi lavoranti in una stessa fornace. Quindi, l’individuazione pedissequa del manufatto dalle sole forme è altamente difficile, e per giungere a dei risultati non certi ma almeno probanti occorrono difficili e costosissimi esami di laboratorio che non sempre portano a risultati utili. Le ripeto, dunque, che il suo vaso in “murrina” ha un aspetto cinquecentesco, ma l’assenza di iridiscenza “disfattiva” nella superficie, cosa vuole che le dica: non mi convince.


La signora Cristina Zannini continua con piacere la vexata questio sulla medaglietta devozionale religiosa del signor Parente, mandandomi del nuovo materiale: il resoconto dei diretti scavi effettuati a Pola in Istria, da me citati a supporto di datazioni riferibili ai secoli XI-XII come da mera notizia divulgativa appresa dalle agenzie giornalistiche cui sono abbonato. Nel precedente mese della rubrica scrivevo, appunto, che stavo riportando quanto appreso in un articolo di cronaca e non in una relativa “agenda o bollettino di scavo”, quindi… La mia era solo una prolusione dettata da tale lettura che riferiva di scavi archeologici in un edificio religioso medievale e non delle sue successive stratificazioni e di dove fossero state rinvenute le medagliette espresse. Nella sua ultima osservazione la signora Cristina, riferisce circa i diretti scavi da me indicati riportandone le conclusioni che fanno ritenere le topologie in oggetto come appartenenti ad un ben definito strato di scavo e periodo, cioè tra il XVI ed il XVIII secolo! Si confermerebbe quindi – inter nos, sino ad ora – tale datazione per la medaglietta oggetto della nostra indagine ma, che dirle… ancora non demordo. A questo punto, cercherò altre informazioni anche rivolgendomi al Pontificio Istituto di Archeologia Cristiana, dove conosco illustri studiosi e dove fu Rettore e professore un mio maestro, l’emerito epigrafista Antonio Ferrua (1901-2003), uno dei nomi più eccelsi che io possa vantare nel campo la mia modesta cultura speculativa.

Medaglietta devozionale, scavi di S. Teodoro, Pola (2015), ascritta al XVI-XVIII secolo

Signor Massimo F., è impossibile – almeno per me e da sole foto – riuscire a distinguere tra area sabauda e area francese come luogo di produzione del suo armadio in noce (cm 149 x h 222). Piuttosto, e a differenza del suo restauratore, non ascriverei il mobile ad un Seicento ma piuttosto ad un Settecento inoltrato, per via di tutte quelle traverse inserite sia nel davanti sia nella fodera, consone ad un secolo in cui per la costruzione ebanistica non si usava più conservare in deposito del grosso tavolame, e in cui, per l’avvenente produzione di massa, si ricorreva a legname non tanto stagionato e quindi necessariamente tagliato in liste di misure inferiori, “contenendolo” in traverse. Ma anche ciò dipende da molteplici fattori e vi sono anche mobili cinquecenteschi costruiti in siffatto modo. Altro non posso dire da sole immagini se non esprimermi circa una valutazione inerente, purtroppo al ribasso dei giorni nostri: 1.400-1.600 euro, difficilissima la vendita.


Il dottor Giorgio Montanari si è regalato per suo compleanno e per la sua collezione – presumo di livello – un bel vaso dell’illustre ceramista e scultore faentino Carlo Zauli (1926-2002). Il vaso (h 31 cm), produzione degli anni 50-60 di ottima fattura e disegno, come tante opere del genere ha subito in questi ultimi anni variazioni discordanti nel mercato, variazioni di valore che vanno dai 400 ai 600 euro e oltre senza una determinatezza, a seconda di chi vende e di chi compra.


Signor Roberto Talamo, il suo “misterioso” oggetto in ottone e vetro (h 15 cm, peso 1,400 kg) dovrebbe essere una pisside ecclesiale (contenitrice di ostie); nel foro apicale della pigna v’è un buco ove era situato il perno sostenente una croce. Novecentesca la fattura, probabilmente di area est europea ortodossa. Il valore, non determinabile a pieno se non dal vivo, in virtù della complessa fattura artigianale potrebbe collocarsi tra i 250 e i 500 euro, con ripristino della croce.


Signor Simone Tirinnanzi, la sua zuppiera prodotta dalla Ginori nel 2010 per la Missoni Home: “Aladdin soup tureen”, è valutata ufficialmente da catalogo (032-16852-0880) euro 521,72, ma non è più disponibile. Ne consegue, dunque, che è diventata un oggetto ricercato; purtroppo però ai nostri giorni, in un mercato che non premia più il collezionismo e la sua “bonne china”, se intonsa e perfetta, la sua zuppiera potrebbe valere dai 200 ai 350 euro e oltre, solo trovandone l’acquirente.


Signora Silvia Pizziga, il suo mappamondo in legno e carta pressata (h 60 cm, diametro 28 cm) redatto dal Prof. Cav. Schiaparelli di Torino è un bell’oggetto della sua epoca, primi decenni dell’Ottocento. Grazie allo stato di conservazione, e nonostante i tempi non felici per l’antichità tutta ed il collezionismo, penso che per rarità possa ancora valere intorno ai 500-600 euro.


La signora Anna Altieri ha trovato in un mercatino una tela (cm 43×40) firmata “romiti 79” che collegherebbe a Sergio Romiti (1928-2000), artista di fama, poliedrico e non appartenente, nel corso della sua esperienza artistica, ad alcun profilo o corrente pittorica. Benché non sorretto da mostre e/o eventi le sue opere negli anni sono state acquistate da enti, fondazioni e gruppi bancari che ne hanno spinto in alto il valore di mercato. Ora, venendo alla tela in oggetto, al di là dell’interpretazione pareidolica che la signora dà delle macchie e delle forme astratte e casuali contenute (addirittura scansionate e mandatemi in visione), l’opera non mi sembra riflettere la pittura tipica dell’artista da me visionata nei cataloghi, e ciò nonostante il Romiti, dal 1976 in poi, a causa dell’incomprensione della critica circa i suoi ultimi lavori e per le vicissitudini personali, abbia iniziato un periodo di ritorno alla “tentazione del colore”. Nella disordinata tela postami in visione non v’è l’impronta originale dell’artista “riconoscibile tra mille” (Montale), e devo quindi optare per un giudizio negativo sulla sua paternità, coadiuvato anche dalla firma apposta che trovo non soddisfacente.


Signore Nunzia e Katia, le valutazioni che do hanno a che fare con le aste e con il mercato in genere, va da sé che le trattative tra privati, tipo quelle che intercorrono nei mercatini tra venditore e compratore, sono un’altra storia. Accade questo: mentre gli operatori “professionisti” di tali luoghi mantengono comunemente e per determinate tipologie prezzi similari, un altro tipo di espositori, quelli che hanno ricevuto gli oggetti in regalo o li hanno recuperati svuotando le cantine, i pochi secchioni rimasti e le discariche, vende senza cognizione di ciò che ha, oppure non gli interessa saperlo, non avendo pagato nulla per averlo, tant’è che v’è compravendita tra gli espositori stessi. Tra questo genere di venditori si annoverano anche quelli che, pensando di avere tra le mani dei “tesori”, all’inizio chiedono cifre esorbitanti ma poi, col tempo, adeguano le loro richieste al “mercato”.
Per rispondere, infine, alla vostra domanda ripeto che noi della Gazzetta non operiamo né in trattative di vendita né in altre operazioni collegate.


Rispondo al signor Pietro Archis e unitamente alla signora Elena Zanni di Cortemaggiore (PC) che mandano immagini di quadri in loro possesso, suppostamente attribuibili a Filippo De Pisis (1896-1956) insigne pittore del 900 italiano. Ebbene: mentre il quadro della signora Zanni, pur firmato, è completamente fuori dagli schemi figurativi del Maestro, quello del signor Archis (cm 50×60) presenta una vaga somiglianza con i suoi canoni figurativi. Scrivo “vaga” poiché forme e colori sono stesi da mano seriale e diversa dalla scansione del De Pisis. E v’è di più: dove il lettore individua la firma dell’autore in “Pisis” io leggo, viceversa, “S. Faina”, ed è infatti molto diversa dalle firme “pur di getto” – come il lettore afferma – del grande artista. Inoltre, dalle foto del retro evinco che telaio e tela non riflettono vetustà sufficienti a collocarli negli anni 50 del 900.


Signor Valter Suich il suo vassoio (cm 35,5×29) è stato probabilmente prodotto da una delle innumerevoli fabbriche toscane agli inizi del 900 (Pera, Malloggi, Palme, ecc.) nel classico modello (copiato dalle ditte inglesi che lo avevano estrapolato da modelli orientali) detto “Willow” o “modello del salice”, il leone e l’unicorno sono desunti dallo stemma reale britannico. Il suo valore è variabile dai 120-150 sino ai 250 euro, non riuscendo a leggere e ad individuare specificatamente la fabbrica che lo ha prodotto.


Il signor Nazzareno Pica rinvia foto – questa volta ottimali e fornite di spiegazioni utili – dei cassettoni Luigi XV che nel tempo, come il lettore scrive, hanno subito dei cambiamenti nei vari restauri (maniglie, serrature, aggiunta di traverse di legni vari). I mobili in sé hanno decisamente un’ebanisteria costruttiva di rispetto ma riflettono, a mio avviso e dalle foto, un’epoca più tarda rispetto al loro periodo precipuo (dai primi decenni del 700 all’ultimo quarto), ovvero appartengono, direi, alla metà e oltre dell’800. Ma ciò non ha grande rilevanza dal punto di vista monetario in quanto tali mobili ai nostri giorni hanno valutazioni da decine di migliaia di euro solo se sono perfetti, documentati per epoca, originali in tutte le loro parti e in prima patina, se non originale almeno simigliante. Devo quindi valutare la coppia di cassettoni con il metro del mercato e dei mobili derivanti o copie: a seconda di chi vende e di chi compra, dai 3.000 ai 5.000 euro, anche se il solo buon restauro potrebbe costare tra i 1.200-1.500 euro a pezzo.


Signor Roberto Contisciani, sia gentile! …non può sottopormi per immagini il quadro di un sommo maestro come Goya pretendendo che io possa parlare di autenticità e valutazioni. Un perito può anche discernere e valutare senza essere un esperto precipuo di un determinato autore, ma solo e soltanto avendo la possibilità di studiare accuratamente una data documentazione di origine e provenienza in originale allegata all’opera, e potendola controllare nelle sue fonti: passaggi di proprietà, expertise, catalogazione, ecc. e naturalmente, avendo il quadro nella disponibilità per poter effettuare esami visivi accurati critici ed eventualmente di laboratorio. Fatto ciò, poi, v’è tutta la disamina del mercato internazionale delle vendite antiquariali e delle aste, ed ancora c’è da contattare fondazioni, mercanti ed altri esperti. Insomma, un lavoro alieno dal mio semplice operare in una rivista – pur specializzata – di massa. Mi spiace quindi non poterla aiutare nella sua richiesta.


E per chiudere, anche questo mese non mancano le richieste riguardanti gli pseudo “capodimonte”

Inizia la signora Anna Gaia Mastromauro con due vasi (36 cm) marcati “capodimonte” e riportanti la “corona” della Ginori, modelli usati oramai anche dalle ditte cinesi. Signora la prego di leggere le rubriche precedenti dell’esperto dove più volte parlo della dizione “capodimonte” che oramai – negli anni – è diventata sinonimo di modello tipologico e non di località precipua di provenienza o manifattura dell’oggetto, tant’è che, esportato per oltre un secolo, è stato proposto nelle varianti più belle e di stile dalle fabbriche di porcellana tedesche, ma non solo, e che ha oggi, ripeto, ha raggiunto le manifatture asiatiche. I suoi vasi (h 36 cm) sono riferibili, d’impatto, alla produzione ceramica anni 50-60 del 900 di Sesto Fiorentino, e di origine toscana è il cognome del decoratore – a me sconosciuto – che si firma O. Bruschi. Per il loro valore arredativo i vasi raggiungono i 200-300 euro, senza alcuna rottura e/o difetto.


Il signor Francesco Pagano manda foto di una ceramica firmata “Mollica” con il solito riferimento a “capodimonte” (perlomeno il fondatore della manifattura, Giovanni Mollica, aveva lavorato realmente nella Real Fabbrica Ferdinandea), dono di nozze ai suoi genitori nel 1983. La ditta Mollica, però, ha cessato la produzione già nel 1978, quindi la sua ceramica, signor Francesco o è una rimanenza di magazzino o, ed è molto facile, è una riproduzione “Mollica” operata da una delle centinaia di ditte campane usuali a tali “marketing”. In entrambi i casi comunque, tali prodotti hanno un basso valore di mercato stimabile (come verificabile da offerte anche nel web) tra i 70 ed i 120 euro.


E come sempre, un saluto a tutti e un abbraccio ai pochi.



Agosto 2021


PREMESSA

Vorrei brevemente fare una premessa per i lettori tutti che a migliaia seguono questa rubrica. L’espertizzare in toto: quadri, mobili, oggetti, ecc. richiede sia una vasta conoscenza sia una preparazione pluridecennale di studi e consultazioni, ma ciò non sempre basta e il rischio della “cantonata” è sempre dietro l’angolo, soprattutto se si consulta da sole immagini! Se solo pensassimo alle tante sviste e brutte figure prese da immensi critici e professoroni nel campo delle arti, dell’archeologia, e della storia, con super perizie e reperti a loro totale disposizione, ce ne faremmo subitaneamente ragione.
Anche il più modesto Ferrero è conscio che il suo “pontificare” va inteso come parere, e solo, seppur dotto che possa essere o tale possa apparire, e il buon uomo diventa sarcastico – se vogliamo offensivo – allorquando le cose sono macroscopicamente esagerate. Solo allora è d’uopo che egli prenda nettamente posizione, ma non per ergersi a chissà quale statura, no!, semplicemente per impedire agli asini di alzar la testa come cavalli (chiedo venia ad animalisti paritari e congreghe a protezione dell’asino). Ogni riferimento a cose e persone è fortemente voluto.


Signor Federico, la sua scultura (h cm 69, 8 kg di peso) è opera sui modelli dello scultore A.J. Scotte (1885-1905). Decine e decine di fonderie come la Mark D & JR dal primo ‘900 sino agli anni 40-50 e oltre – datazione quest’ultima che sembrerebbe essere attribuibile alla sua opera che presenta una patinatura neanche fissata a fuoco – hanno continuato a riprodurre all’infinito queste varie statuine in lega di metallo povero: antimonio-zama o zinco arricchito con qualche fondente. Fosse dei primi del secolo (1906) oppure postuma, la sostanza ed il valore non cambierebbero: sui 300 euro, come oggetto d’arredamento niente affatto richiesto dal mercato.


Signor Pisino, presumo che per “pozzo pestifero” lei intenda la buca fatta nel terreno dove venivano gettati tutti gli oggetti e le sostanze organiche (dai legni, ai pagliericci, ai panni appestati) in caso di pestilenza, ma non certo i metalli e le ceramiche che il “fuoco purificatore” sotto forma di torce, provvedeva a “sanare”. Questo è sempre stato, sin dai tempi remoti, il rimedio principe delle genti che, tra l’altro, non si potevano permettere di “buttare” (e “butti” infatti si chiamano i pozzi di scarico o di rifiuto sia domestici sia sanitari) via cose di valore come le specificate.
Il suo secchiello o paiolo in ferro brunito (cm 20×25), a vista, potrebbe essere stato prodotto da una metallurgia italiana del XII-XVII secolo (per appurarlo in maniera precisa occorrerebbero esami visivi e di laboratorio). Ho scritto italiana in quanto, diversamente, in Oriente o in Africa tali manufatti, realizzati con pezzame di ferro rimediato e martellato poi unito da “rivetti” di ferro, sono stati prodotti sino ai primi decenni ed oltre del ‘900 da popolazioni di estremi villaggi ai confini del mondo evoluto e industriale. Dedurrei il suo paiolo nostrano per la forma e la lavorazione, e interessante solo per raccoglitori/collezionisti di civiltà contadine che, come ho di già scritto, non sono soliti essere dispendiosi. Comunque, con pochissimi acquirenti interessati e mancante di una perizia scientifica di laboratorio, la valutazione è di 120-150 euro, se corrispondente ai canoni italici detti.
E passiamo al suo secondo quesito riguardante un libro: Viterbo nei suoi monumenti (1915-20 – Stab Edit. Capaccini – in 625 copie numerate in 4°) rispondendo così anche alla signora Tatiana V. di Tarquinia che ne ha una copia analoga, e che ha letto che in un mercatino della carta di Viterbo lo esponevano come rarissimo (?). Signori, il libro veniva venduto (questo luglio circa) a 187 euro dalla libreria specializzata Sergio Trippino di Gavirate (Va), con accluso l’indice generale A-Z. I vostri esemplari, pur numerati ma mancanti di tale appendice, penso possano valere sui 150 euro al massimo.


La signora Dana De Luca pone alla mia attenzione un servizio da caffè da otto, classico della inglese Royal Albert (1896) di Longton, ditta specializzata in porcellana (bonne china) per servizi da caffè-the-colazione. Il decoro del suo insieme, denominato Old Country Roses del 1962, lumeggiato in oro, è il più famoso della manifattura, prodotto probabilmente dopo il 1980 (solo da tale data v’è riferimento all’anno in cui fu ideato il modello precipuo e la sigla Ltd (dal 1970) (Private Limited Company). Ma… ma la fabbrica ha ripetuto e ripete continuamente i suoi modelli con una frammistione di sigle difficili da specificare. Ciò, però, poco conta, tant’è che tali servizi vengono venduti agli stessi prezzi, sia i vecchi che i nuovi, anche perché il marchio ha cambiato proprietà e interessi in centinaia di anni. Solo i servizi veramente antichi hanno mercato nella sola Inghilterra. Il suo vale sui 200-250 euro, se non ha difetti.
L’orologio da tavolo al quarzo (cm 14) marca Hettich (Ugo Hettich, grande orologiaio tedesco autore di innumerevoli brevetti nell’orologeria popolare, fallito nel 1984) modello anni 70-80, con decorazioni blu lumeggiate oro alla maniera di Sevres, può valere, se funzionante sui 250-300 euro.
La figurina in bisquit (cm 13) della serie “capodimonte”: Florence 1987, è produzione del famigerato scultore Giuseppe Armani (1935-2006) che, oltre ad aver creato una serie industriale di figurine e statuette, è stato anche imitato e riprodotto. Messi da parte alcuni pezzi in edizioni limitate e belli, il resto è “bombonieristica” che viene fatta pagare un occhio della testa nei negozi di regali e affini, ma che certo non vale i 200-300 euro (e oltre da individui problematici) a cui viene proposta anche nei siti on-line di vendita, ma piuttosto i 60-80 euro dei mercatini, e per gli amanti “ohiloro” di tali cose.


Signor Massimo Ferrario, mi complimento innanzitutto con lei per le tante ed esaurienti foto inviate relative al suo troumeau, un doppio corpo in rovere (h cm 2,08×1,05×40 di profondità). Tanti lettori – non so per quale motivo, dato che ai nostri giorni spedire foto online non costa nulla – per quesiti simili mi inviano, peggio per loro, solo due/tre scarne immagini a volte anche sfocate o storte, quasi avessero qualche patologia deambulatoria. Devo dirle inoltre che ha un bell’occhio: in quell’accenno alle corone floreali rivoluzionarie francesi lei denota comprensione e gusto, e sì! come da lei ipotizzato il mobile – di area savoiarda francese – è un eclettismo di fine ‘800. Purtroppo, come già saprà, il valore dei mobili antichi, tutti, ha avuto un tracollo mostruoso, sono stati praticamente cancellati dal mercato e ognuno vende come può e a chi può. Pertanto, sugli 800-1.000 euro, come valutazione standard ai giorni nostri.


Signora Laura Merlo, no! purtroppo i vasi “Gallè” (Emile Gallè 1846-1904) che le hanno regalato (h cm 36) non sono certo pezzi della prestigiosa ditta francese. I non giusti colori e il dozzinale decoro sono confermati da una improbabile firma. Li ascriverei ad una bassa produzione rumena, per un valore arredativo di 70-100 euro la coppia (per chi ama tali cose).


Signora Bruna Stimpfil, il suo servizio incompleto di 22 pezzi è una produzione della MZ – Cecoslovacca, fondata a Stara Role nel 1810 da Benedict Heblascher in Austria, ma il marchio MZ fu apposto al fallimento di detta manifattura allorché venne rilevata dalla banca austriaca Moritz Zdekaur. Nel 1945 fu nazionalizzata dal Reich tedesco. Nel dopoguerra, sempre nella città di Stara Role divenuta territorio cecoslovacco, riprese la produzione ed il marchio del suo servizio è proprio quello impresso dal 1948 e per tutti gli anni 50. Al di là della sbeccatura su un pezzo e di una felatura su un altro – che dimostra come tale servizio sia stato ben usato o mal tenuto – tali tipologie non hanno valore elevato attestandosi sul centinaio di euro l’insieme.


Signora Monica Oppici, il suo servizio completo da 12 (54 pezzi) appartiene alla prestigiosa manifattura “Bernardaud” di Limoges, con esordi del fondatore Leonard nel 1883, che tra l’altro acquisì nel tempo la Ancienne Manufacture Royale di Limoges in auge dal 1737, azienda proseguita con i discendenti ed ancora attiva. Il decoro dei suoi piatti è denominato “Chateaubriand blue” ed è stato eseguito dal 1920 credo sino agli anni 1972, sono infatti lacunose e incomplete le notizie esternate dalle fabbrica e quelle presenti nei documenti. Comunque, di per sé i servizi da tavola sia pur prestigiosi come il suo, hanno pochissimi acquirenti ai nostri giorni nella loro interezza, vendendo invece singolarmente i pezzi si può avere una piacevole sorpresa: la zuppiera, ad esempio, si potrebbe vendere a 350-500 euro (c’è chi chiede pure – esagerando – il doppio); i piatti da portata vanno dagli 80 ai 120 euro, ecc. Ma dovrebbe mettere in rete piatto per piatto, pezzo per pezzo, e questa la vedo un’operazione difficile e più riservata a venditori in rete e similiari di mercatini. L’intero servizio io lo valuto (se con pochissima usura e senza rotture) sui 700-1.000 euro.


Quadri

Signor Francesco de Venuto, eh sì! mi sta chiedendo troppo. Non saprei cosa dirle in merito all’autore del quadro con ritratto di sua madre bambina in una Roma novecentesca (cm 58×42). Certamente si tratta di un mestierante di bella mano e la pittura lo dimostra, ma sapere chi possa essere tra le migliaia di pittori che sono confluiti nella Capitale (in ogni secolo) per brevi o lunghi periodi che fossero, è praticamente impossibile. La ringrazio per le sue belle parole circa il mio operare e l’abbraccio virtualmente.


Signor Daniele Postiglione devo essere franco, le due sue pitture che le sembrano molto belle in realtà sono poco apprezzabili, abbozzate nelle forme e nei colori, tanto da far dubitare persino siano autentiche del buon pittore partenopeo Giovanni Parlato (1956), un figurativo di mestiere che mi parrebbe di altra più sicura mano. Comunque, io non ho altro da dirle se non di rivolgersi alla Galleria d’arte Engema, a Nocera Inferiore, che lo ha trattato e lo tratta (tel 081.910757) o che potrebbe metterla in contatto con l’artista di cui, personalmente, non ho riferimenti.


Sono tante le persone che per professione od occasionalmente espongono nei mercati e mercatini, e che mi chiedono una valutazione delle loro merci non avendo trovato risposte in Internet.
La signora Pina L., valente commerciante da oltre vent’anni nei mercatini laziali e umbri, mi riferisce che le hanno proposto l’acquisto di due disegnini di paesaggio alpino (cm 20×10 ognuno) del pittore torinese Alessandro Toma (1874-1960), e mi chiede, ad occhio e mandando una brutta foto non pubblicabile, quanto li potrebbe pagare. Signora Pina, io considero il Toma Alessandro uno dei più interessanti pittori del ‘900 italiano, e questo ancor prima che qualcuno nel mercato e nella critica – e solo agli inizi del 2000 – si accorgesse della potenza coloristica di questo insigne artista. Il Toma trasferitosi a Roma per molti anni nel corso del ‘900, fu uno dei pittori che aderì al gruppo dei “XXV della Campagna romana”, un artista di grande acutezza e meravigliosa sintesi compositiva del colore e della luce. Purtroppo, come tanti grandi la cui opera non fu valorizzata dopo la scomparsa né da critici né da galleristi, il Toma è stato dimenticato e quindi le sue opere non godono di quotazioni di mercato, non apparendo neanche in incanto d’aste. I disegni con le Alpi, poi, ancor meno, forse avranno un loro mercato in terra piemontese. Che dire: un centinaio, ma anche meno, di euro cadauno, per tenerli o per proporli magari a qualche collezionista alpino al doppio?


Paoletta Fierro dalla provincia di Terni, manda in visione un quadro (cm 60×35) a suo dire dell’ottimo pittore torinese Demetrio Cosola (1854-1895). La signorina: dopo aver consultato Internet ed un suo amico “antiquario in mercatini vari” (sic), dopo aver fatto le ricerche sull’autore (vita, morte e miracoli), nonché dopo essere già stata edotta circa la valutazione ufficiale e di mercato alla predetta opera, di tutto questo mi mette a conoscenza e in finale della mail mi chiede: “è d’accordo? Signorina, la parte iniziale con percorsi e attribuzione dettata dal suo “antiquario” (a cui suggerirei l’apertura di un buon banco di onesta frutteria) assegna al Cosola un’opera che certamente per esecuzione non gli è appartenuta allora e né mai lo sarà (suppostamente datata 1870). Non mi sperticherò qui sulle differenti cifre stilistiche di appartenenza, ma sul telaio degli anni 50-60 del ‘900 in cui tale dipinto è racchiuso sì! e anche sulla tela nel cui retro, e artatamente, anilinata è riportata la dicitura “cosola” in minuscolo (per di più). Rimango esterrefatto al pensiero che qualcuno, sulla base di queste evidenze, abbia potuto costruire una storia e esprimere un’appartenenza esecutiva. E vado oltre: il talloncino ai bordi non è di una galleria prestigiosa ma di un corniciaio se pur eccellente, Carlo Grassi di Milano (dal 1925) con ancora attiva la sua ragione sociale; il timbro Cav. Comm. Grand’Uff. Prof. Edmondo Pasquini storico delle Religioni (?), per di più con abrasioni sul suo indirizzo, è una di quelle apposizioni tipiche dei rigattieri truffatori seriali – quante ne ho viste! – che hanno a disposizione nella loro paccottiglia di tutto e di più. Completa il tutto, o il poco, un 1870 stampato non allineato con timbri di gomma singoli!
In parole povere la sua tela è sul davanti di onesta mano pittorica sconosciuta degli anni 50-60 del ‘900, e sul retro riporta prove dell’intervento di ignoranti personaggi dediti al turlupinio di persone come lei e/o del suo amico improbabile connaiseur. Valore sui 200-250 euro.


Il signor Elio manda in visione una piccola tavoletta ad olio (cm 16×13) che asserisce essere datata 1859 e firmata dal pittore americano W.J. Hais. Signor Elio, v’è stato un artista – non ho dati per dichiararlo americano – William Jacob Hais, di origini francesi (Les Hais è un comune della Borgogna), nato nel 1830 e morto nel 1875. Potrebbe essere lui l’artefice della sua opera, visto che un’altro americano, questa volta certo, tale William Hais (1872-1934), per dati anagrafici naturalmente non può esserlo. Comunque, il dipinto non è di grande spessore artistico e non avendo l’autore in questione un mercato, posto sia autentico, devo valutarlo come opera arredativa ottocentesca: da 250 a 300 euro, cornice compresa.


E ancora, ancora… Capodimonte!

Al signor Silvio Scardulla, che leggendo frettolosamente o non leggendo affatto le continue e ripetute risposte date in questa rubrica negli anni in merito agli oggetti “pseudocapodimonte” ancora non si è convinto (sic), hanno donato un calamaio con marchio scudo GB e tre stelle con la scritta “capodimonte”. Ebbene signor Silvio, se avrà la costanza di sbirciare le offerte in internet troverà a josa pezzi di tale ditta cui viene assegnato un valore dai 30 ai 70 euro. Lei insiste scrivendo che ha un documento (?) che lo stila come “autentico capodimonte 1800” (sic), e poi, imperterrito, aggiunge: “ma nella ceramica v’è scritto made in Italy, glielo avranno aggiunto dopo” (sic). Rimango basito! Mi segua attentamente: chi ha stilato detto attestato è un semplice truffatore seriale, la sua ceramica di cui ad oggi non conosco l’origine precisa (probabilmente di fabbrica vicentina o piemontese) è prodotto degli anni 80 del ‘900 e può valere al massimo 100-150 euro. E se non è ancora convinto, penso che ce ne faremo entrambi una ragione.


La professoressa Almaide Nunzi da Firenze, gran signora di classe e bon ton che scriveva in riviste femminili del dopoguerra su arredamenti e stili, si dichiara profana della ceramica e porcellana: “tali ninnoli non mi son mai garbati” (sic), e mi esorta a darle valutazione sommaria su un “capodimonte” regalatole da una sua nipote “con “interesse” (all’eredità) (sic),e che lei oltretutto ritiene semplicemente “orrendo”. Concordando e deprecandone il solo possesso (da una signora come lei, per giunta), non esito a suggerirle il suo naturale ripristino nella “raccolta differenziata” alla quale forse è stata sottratta, e al contempo a cancellare dall’elenco dei suoi eredi la nipote: obnubilata per aver comprato una simile cosa a caro prezzo, oppure scaltra per averla avita al costo massimo di pochi euro presso qualche basso rigattiere.


E infine… segue il botta e risposta circa la vexata questio della medaglietta religiosa e la sua datazione

L’attenta lettrice Cristina Zannini, appassionata e conoscitrice di medagliette devozionali religiose, entra in discussione sul quesito del signor Parente (“novela” dei mesi Aprile – Maggio – Giugno) e della sua “placchetta” in lega (ottone-bronzo) raffigurante, scrive, la “Madonna del Monte Carmelo”. E anche attenendosi all’epigrafe riportata nel reperto che lei indica come: “M(madonna) D(del) CAR(carmelo)”. Ed ha pienamente ragione riguardo l’identificazione dell’iconografia “mariana”. D’improvviso ho focalizzato l’immagine-stereotipo e mi sono dato dello stupido. Era la prima cosa che avrei dovuto notare e non tanto da esperto precipuo di produzioni minori di culto (quale non sono) ma certamente da studioso di patristica e di simbologie religiose: il modello bizantino di “madonna Hodeghétria” è mutuato in seguito in varie tipologie tra cui la nostra. A mia discolpa, il fatto di non poter dedicare – viste le centinaia di richieste che giungono mensilmente – la specifica attenzione ad alcune che mi coinvolgono con altri lettori e che, pur permettendomi a volte di espletare e analizzare, non visiono attentamente. La signora Cristina, precisando che la materia è poco conosciuta e che esiste scarna bibliografia in merito, manda del materiale inerente la comparazione tra vari esemplari per stabilirne una presunta datazione che lei indica come “probabilmente riconducibile ai secoli XVI-XVII”, e ciò citando valenti studiosi della materia che scrivono come non si siano trovati esemplari antecedenti i detti secoli. Forse, però, quest’ultimo “passo” mi convince un po’ meno. Dal punto di vista dell’iconografia mariana, il culto della Madonna del Carmelo è indubbio come si manifesti ed appaia nel detto Monte (sede già dell’asceta Elia e di sue predicazioni al culto monoteista) a Simone Stoch (santo carmelitano eremita) nel 1251, e si sia sviluppato inizialmente in quel periodo insieme alla sua iconografia. Mi sfugge sempre, mi scusi, come chi radicato per carità non per supposizioni proprie ma per appunto studi noti e qualificati, tralasci e non menzioni quanto un’altra parte – sia pur minima – propone. Ho pubblicato di medaglie simili per non dire uguali nella tipologia a quella del signor Parente, repertate da archeologi e presenti nel Museo archeologico dell’Istria, in vari strati tra cui in ambito di un convento e di una chiesa paleocristiana (XI e XIII secolo) in rione S. Teodoro a Pola, con addirittura, tra le immaginette trovate, proprio una “Madonna del Carmelo) e se vuole altro le posso documentare di ritrovamenti analoghi in aree unicamente medievali; ma lei non ne fa minimo cenno! Mi ricorda, mi perdoni, un mio amico noto e professionale araldista che continua a far propria la convinzione (e comune a tutti i suoi colleghi) che gli scudi araldici di appartenenza alle famiglie nobili non siano esistiti prima del XV secolo. E ciò nonostante io avessi trovato un’emblema/scudo scolpito in travertino giallo – appartenente alla famiglia campana/romana Capocci – impresso in una malta datata scientificamente (da laboratorio) XII secolo. Avendoglielo sottoposto in esame, l’amico araldista ha preso tempo per un responso: ma sono passati vent’anni! La mia semplice obiezione era ed è sempre la stessa: ma nelle battaglie medievali di selvaggi mucchi eterogenei di uomini, come facevano a riconoscersi negli scontri senza alcuna e determinata insegna dei capi? E infatti poi ultimamente, in un dossier (rivista “Medioevo” giugno 2020) circa i riscontri storici sulle fasi della famosa battaglia tra Guelfi e Ghibellini a Campaldino (Arezzo), leggo elencate e raffigurate singolarmente “le armi” – ovvero gli scudi con tanto di disegni e simbologie e attribuzioni – delle decine di famiglie da una parte e dall’altra schierate, e siamo all’11 giugno del 1289! Tutto ciò a dirle che esistono – secondo pur non esaustivi ritrovamenti – delle possibilità che tali tipologie di medaglie, come quella del signor Parente, possano avere origini anteriori ai secoli XVI-XV. E gliela dico tutta: la stessa “legenda” o epigrafe nella medaglia mantiene per me un carattere arcaico con MD per il greco “meter theù” declinato nel latino “mater dei”, e la solitaria CAR da lei rilevata – come giustamente in “Carmelo”, o e anche se, come da lei interpretata la scritta in M(mons) D (del) CAR(carmelo). Il mio semplice ragionamento non costituisce, naturalmente, alcuna prova; “le officine” che producevano tali piccoli manufatti erano situate in conventi – santuari di culto – cappelle di varia estrazione ordinale e conseguente cultura. In finis, la mia disamina è un semplice apporto discussivo, un’interrogazione, una speculazione ammessa e non concessa, non è né vuole portare ad alcuna risultanza di carattere probatorio, che è compito di ben altri studiosi. Tanto più che i miei dubbi sono espressi in ritrovamenti non significativamente accertati, e di cui ho letto e visionato solo come presentazione alla stampa di mera cronaca. Voglio comunque ringraziarla, Cristina, per il suo valente contributo al dibattito a cui vorrei – a questo punto per acquisire maggiore conoscenza – che altri si unissero. Nel frangente, sto pensando al lettore Parente, proprietario della medaglietta, e a quando potrò scrivere che il suo reperto – prima che lo pulisse e spatinasse a dovere in maniera invereconda – come documento medievale rarissimo sarebbe valso 10.000 euro! Scherzo, ma non troppo.

Da sinistra: Pala del maestro della Madonna del Carmine, 1268 (Cappella Brancacci – Basilica S. Maria del Carmine Firenze). A destra: Ritrovamenti a S. Teodoro, XI-XII secolo – Pola, 2005 (Museo Istriano)

E come sempre, un saluto a tutti e un abbraccio ai pochi.



Luglio 2021


Nuova strategia delle case d’asta
Come scritto per anni, e ai sensi di legge, le case d’asta non sono dei venditori in proprio di beni ma affidatari e tramiti (sensali) d’altri. Detto ciò va da se che operino in buona fede, così come un immobiliarista che venda una casa, e non siano tenuti a garantire pedissequamente del trattato e venduto bene.
Costringere le case d’asta al risarcimento per opere non rispecchianti quanto descritto in catalogo è operazione (anche economica) assai ardua, anche per le innumerevoli avvertenze che pongono nelle “condizioni” scritte al riguardo. Ma evidentemente qualche illuminato giudice ritenendo queste aziende non più parti terze rispetto alla vendita (e fatti i calcoli di come con le commissioni pretese da chi vende e da chi compra esse risultino a volte i maggiori percettori di denaro), le ha assoggettate – in caso di accertata disparità nel dichiarato – ad onerose restituzioni totali di Iva, depositi, commissioni, spese legali e quant’altro, e non soltanto al risarcimento della mera cifra sborsata dal compratore, come era nella sinora comune prassi.
E allora cosa stanno facendo le case d’asta negli ultimi tempi? Non tutte, naturalmente (che vi sono quelle che tengono ad un certo prestigio ma diverse, riportano nei cataloghi valori non reali e confacenti gli oggetti, partono cioè da cifre molto basse (che certamente poi in corso d’asta salgono vertiginosamente). In questo modo un domani esse potranno mostrare nelle aule, come i loro esperti non ritenessero l’oggetto di vetustà e di valore al di là del dichiarato, e che sono stati i partecipanti all’asta stessa, fallaciamente o meno, ad intendersene e far crescere le stime. Esse hanno poi ai nostri giorni l’opzione (esplosa con la pandemia e con le sedute d’asta virtuali) di poter inserire telefonate “anonime” che rilanciano ad altre cifre nel caso un’aggiudicazione si profili – per mutui accordi in sala, disinteresse o altro – bassa a loro vedere e interesse. Ed in più, è certamente una sagace operazione commerciale quella di far credere che con poche centinaia di euro – da catalogo – ci si possa aggiudicare una “specchiera romana dorata del XVII secolo” alta 170 cm, con intagli e volute in legno”. Andate in asta e vedrete all’opera gli scaltri mercanti d’asta!


Signora Elsa Gianlongo da Roma-Gianicolo, non vorrei peccare di vanagloria reputandomi un discreto conoscitore di marmi antichi, sebbene non certamente al livello del suo amico professore architetto Dario Del Bufalo, dal Castello della Cecchignola a Roma, che ho conosciuto anni fa tramite l’artigiano cosmatesco Alberto Locatelli appunto nella sua avita dimora, il quale è indubbiamente uno dei più grandi esperti di lapidei antichi in Italia e quindi al mondo (e che lei, signora, poteva quindi consultare senza ricorrere alla mia modesta conoscenza). Autore di valenti pubblicazioni ed articoli in materia Del Bufalo è anche un grande collezionista nel campo (mi pare di aver veduto anni fa parte della sua collezione alienata in asta, ed ora anche il castello). Ebbene, Seppur senza essere un esperto al suo livello, debbo dirle però che: a) la casa d’aste Wannenes di Genova seduta del 15-16 maggio 2018, classificava la vasca del XIX secolo genericamente in marmo, mentre, più precisamente, i tratta di marmo numidico (dall’antica Simitthus in Tunisia) ovvero “giallo antico”; b) la sua coppa è invece in “giallo senese”, un marmo indubbiamente antico (milioni di anni di formazione geologica) ma che iniziò ad essere usato “industrialmente” nel XVI secolo cavandolo dalla “montagnola” di Siena.
Spiegandomi in maniera empirica e nella generalità per farmi intendere: la differenza tra i due marmi è che il “giallo antico” ha un colore più acceso e carico tendente al crema, e ove abbia “brecce”, esse sono sull’arancione/rosso, pertanto più consistenti rispetto a quelle del marmo “giallo senese” che è pallido, sul limone, e con “brecce” (ove ne abbia) meno intense nel colore.
I marmi differiscono, pur essendo gli stessi come genere e formazione geologica, da nazione, territorio, nella stessa cava in “fronti” diversi di estrazione, ed esistono in migliaia e migliaia le varietà. Quello che generalmente si tenta di fare è non solo il raffronto visivo ma l’excursus storico di un dato lapideo.
Lei che è di Roma, vada a vedere la Basilica di San Giovanni Bosco che affaccia sull’omonima piazza in zona Tuscolana e costruita tra gli anni 50-60 del Novecento su progetto dell’architetto Gaetano Rapisardi, potrà ammirare una parete meravigliosa di 4.000 metri quadrati in lastre di “giallo senese”.


Signor Alessandro Spila, eh sì! ha ragione lei, le foto inviate sono orribili, e analogamente il secondo esperto che ha definito le sue statuine (cm 19) – pseudo bottega veneziana di Geminiano Cozzi – delle (brutte) imitazioni recenti. Si evince ciò dal modellato, dai colori e dal tentativo maldestro di invecchiarle con patine marroni in evidenza sul fondo.


Signor Nazzareno Pica, è interessante il suo vassoio ovale da portata, decoro “willow”, senza marchi (cm 42,5×31,7). Il modello dell’elefante raffigurato lo toglie dal novero delle produzioni soprattutto pisane (Pera, Malloggi, Palme, Renzoni… e Ginori, nonostante il piatto da portata porti un’etichetta adesiva che lo identifica come venduto a Lucca dalla S. Giusto Antichità operante e attiva credo sino agli anni 70) che emulavano le terraglie inglesi nell’ultimo quarto dell’Ottocento, a loro volta “copiatrici” delle porcellane cinesi che venivano introdotte in Occidente dalla Compagnia delle Indie, e anche dalle altre italiane (almeno io non ne ho mai visto pur essendo un certo cultore della materia e tipologia). L’unica manifattura riproducente tale modello particolare, che io sappia, è l’inglese John Rogers & Son, poi Rogers-Dale Hall e sino al 1882. Il suo vassoio lo daterei a quest’ultimo periodo per le misure, che nelle prime produzioni della ditta (1830) e nei decenni seguenti erano diverse. Anche la Wegdwood che riprese alla fine dell’Ottocento i modelli della Rogers, potrebbe esserne la produttrice, ma non lo credo sia per la formatura del piatto sia per la mancanza della stampigliatura del marchio che era sempre presente, mentre così non era negli ultimi periodi della Rogers. Quindi per ora si accontenti di queste spiegazioni, anche perché senza marchio (che le avrebbe dato valutativamente qualcosa in più) e con qualche felatura e difetti intravisti da foto, la ceramica non può valere, nonostante l’imponenza, più di 200 euro.
Scarne anche le foto dei cassettoni stile Luigi XV, con particolari non evidenti e senza alcuna spiegazione. Pertanto, il mio giudizio è similmente approssimativo. La coppia in questione ha misure leggermente diverse (cm 123-27×83) e ciò potrebbe indicare un’origine artigianale, ma… ma il retro tradisce una fabbricazione fine Ottocento primi Novecento tipica dell’industria e non vedo le pesanti e barocche usuali maniglie dello stile (il cassetto si aprirebbe tirando la chiave inserita nelle bocchette?). Cosa altro vuole che le dica?


QUADRI

Signor Mauro Giovanni, il pittore Lorenzo Sirotti (1932-2017) di Cesena non è recensito dalla critica né è presente sul mercato, è sicuramente molto meglio conosciuto a livello locale.
In rete, un tale (escluderei con intenti truffaldini ma piuttosto con un disagio psichico) pone in vendita le sue opere a decina di migliaia di euro! In realtà l’artista, autodidatta di modesto spessore artistico, non è mai riuscito ad avere né interesse culturale né granché monetario nel corso della sua carriera. Distinguerei però, a mio modesto avviso, due fasi artistiche ben distinte. Nella prima, che va dal 1947 (cioè dagli esordi della sua pittura) fino agli anni 70, l’artista operò con una valenza compositiva non disdicevole. Nella seconda, forse dagli anni 80-90, egli iniziò a virare verso una costruzione pittorica “turneriana”, con l’apporto degli spazi vuoti-velati e della luce che, però, nel suo caso assursero a un modestissimo risultato seriale di scarso valore artistico. La sua “Marina con alberi” (cm 50×100), signor Mauro è, fortunatamente, opera del primo periodo “accademico” del Sirotti; pur nella sua semplicistica resa descrittiva non manca di luminosità, di un certo pathos e, caso raro, anche la cornice applicata ha una sua resa idonea. La valuterei quindi sui 500 euro, per la bella e rilassante pittura.


Signor Massimiliano Stocchino il suo quadro: “Madonna con bambino” (cm 58×78) che lei dice di trovare orrendo e forse non a torto (fondamentalmente per via del primo piano di un “Gesù” affetto da macrocefalia e veramente sgraziato nel viso), mi sembra tipico esempio del novecentismo romano in cui le campiture vuote delimitano e racchiudono le forme. Possiede una certa fascinazione solo la figura della Madonna che indica poi al silenzio. La simbologia del dito davanti alla bocca in rapporto al figlio dormiente è allegorica (“Digito ad os admoto silentium” – Saturnalia III-9,4) e va ad indicare appunto il mito dell’antica dea romana Angerona, protettrice ed evocatrice del silenzio come rito di induzione ai segreti mistici. Non riesco ad indicare il dipinto come una brutta opera – per via del particolare svolto pittorico detto non scevro di una certa aurea – ma non avendo altre “prove” del pittore a me sconosciuto e valutando quindi solo in base ad esso, direi che gli manca qualcosa a renderlo veramente “artistico”. I quadri tutti, poi, andrebbero esaminati dal vero, per cogliere nei segni del pennello sulla tela titubanze e incertezze che delimitano e distinguono un praticante da un professionista. Dare una valutazione così, da sola immagine, è quanto mai arduo. Sono di quelle opere che valgono per il piacere o meno di possederle.


Signor Mauro Magnati, lei manda in visione un pastello e carboncino, “Ragazza con veste multicolore e fiori” (cm 37×47) a firma Antonio Mancini (1852-1930), insigne artista romano di “scuola napoletana”, ma non mi scrive né come le è pervenuto né se possiede una qualche documentazione sull’opera. Pertanto, è certo che io, dalle sole semplici e scarne foto inviatemi, non posso autentificarle alcunché. Detto ciò, a una disamina della firma e del tratto, il disegno parrebbe lavoro del celebre pittore. Dico parrebbe perché, come anche riportato dalla professoressa Cinzia Virno, curatrice del catalogo generale dei dipinti del maestro (De Luca Editore, 2020), Mancini fu enormemente falsificato in vita e sin da giovane. In un’intervista rilasciata ad un vecchio collaboratore della nostra Gazzetta, il valente critico d’arte Cesare Biasini Selvaggi, la curatrice evidenziava come fossero a centinaia le opere da lei individuate come false, in occasione della compilazione e redazione del catalogo. Inoltre, ho appreso come sia altresì fallace l’affermazione comune che indica quale luogo di nascita Albano Laziale: il Mancini nacque in via dei Pianellari a Roma e fu battezzato nella locale chiesa di Sant’Agostino a Campo Marzio.
Il valore del suo pastello potrebbe collocarsi tra i 2.000 e i 3.000 euro (ai nostri giorni e causa la crisi che ha colpito l’antiquariato tutto, anche meno, dipende da chi e dove si acquista) se lei possiede tutte le garanzie precipue, foto firmata dell’opera e sottoscritta da un valevole perito o gallerista. In caso contrario dovrebbe farselo autentificare e/o porlo in visione alla curatrice Cinzia Virno (info@cinziavirno.com) che sta appunto preparando un nuovo catalogo dei disegni del Mancini; ciò le darebbe l’occasione di far pubblicare la sua opera – una volta determinatane l’autenticità – e porterebbe a consolidarne e aumentarne il valore.


La signora Claudia Mora invia un’opera (cm 82×82) di Arturo Carmassi (1925-2015), grande scultore e pittore del Novecento italiano. Purtroppo le quotazioni dell’artista sono in netto ribasso e in asta si è assistito a invenduti stimati 400-500 euro. Questo, forse anche a causa delle vicende della Fondazione a lui intitolata nel 2017, che ha visto arrestata la sua Presidente (ultima compagna dell’artista ed erede universale), per malversazioni varie, comprese minacce, rapina, lesioni, furto ed altre cosucce del genere. In più c’è da dire che se un artista non viene continuamente pubblicizzato con mostre, anniversari, avvenimenti, piano piano l’interesse su lui scema. Oltre a ciò la produzione del Maestro – deceduto a 90 anni – è stata negli anni vastissima e non “vigilata” da alcuno. Il suo dipinto, signora Claudia, ad occhio originale, e in più firmato e datato 1962, esula secondo me dalle “cose” seriali e di piccole dimensioni in giro nel mercato, e potrebbe valere tra i 3.500 ed i 4.000 euro. Ma… ma senza alcuna documentazione di accompagno, ricevute, fattura di acquisto, expertise, a chi lo si può vendere? Ci vorrebbe l’attestazione di un perito specifico e riconosciuto dell’artista, che però – e giustamente – le chiederebbe un compenso iniziale (intorno ai 1.000 euro) per la sola disamina al di là o meno dell’autenticità dell’opera, avuta la quale potrebbe provare a venderlo, ma di questi tempi, le assicuro, non è per niente facile alienare qualunque cosa. So che la prestigiosa Galleria Benucci di Via del Babuino a Roma ha organizzato qualcosa sull’artista e sulla sua rivalutazione un paio di anni fa, potrebbe contattarla direttamente.


Signor Fabrizio Manieri, vi sono pochissimi dati sul pittore Vicente Seritti (1876 o 1883) che, nato ad Avezzano, emigrò con la famiglia in Argentina ove ebbe numerosi ed importanti riconoscimenti artistici.
La sua tela (cm 60×88) firmata e datata 1906 (madre e figlia dormienti all’interno di un vagone ferroviario) è certamente di bella mano e secondo i canoni dell’epoca. Purtroppo, però, il soggetto non è appetibile ai nostri giorni e la valutazione è anche concorde con l’assoluta assenza dal nostro mercato di opere dell’artista, che forse è trattato di più in Argentina: sui 400-500 euro.


Signora Fosca Maggini da Taranto in mail privata, purtroppo ho poche e vaghe notizie del pittore Delio Oneto (1909-1973) e le deduco unicamente grazie alla mia biblioteca in cui conservo un catalogo edito da Quadrato di Milano del 1975 a cura di Orvieto-Falossi. L’artista, che era un noto caricaturista ed illustratore per riviste italiane ed estere, tenne poche personali e praticamente non è rappresentato nel mercato. Il suo quadretto (cm 29×36), impubblicabile “sparato” com’è dalla luce in superficie, è bello e di artefice mano. Valore, sui 250-350 euro.


Signor Fabrizio Colabianchi, forse sono una delle poche persone in Italia a conoscere (pur poco) l’opera del pittore romano Gino Spalmach (1900-1966) e a ritenerlo (pur molto) una delle “voci pittoriche” più pure del Novecento italiano, un autore purtroppo ora nell’oblio che partecipò alle Quadriennali nazionali d’arte di Roma (V-VI-VII e IX). Mi scrive che l’artista fu compagno di sventura di suo padre nel campo di concentramento di Wietzendorf (Hannover) nel 1944-45, e che a lui alienò il quadro (cm 70×48) che lei mi manda in visione. Sinceramente, tale opera non è alla pari di quelle veramente tragiche, toccanti e con un’animità profonda, delle rappresentazioni della prigionia, dei suoi detenuti o di altre che presentano lo svolto intimistico che caratterizzò l’opera del Maestro. Pur tuttavia – e stento a credere lo possa aver dipinto nelle tristi condizioni cui era assoggettato – quegli animali aggiogati e silenti in una radiosità di colori e luce contengono un prepotente messaggio di pace e serenità che solo un grande artista poteva proporre. Purtroppo, per quanto detto e in mancanza di critica che ne abbia rivalutato appieno l’opera, i quadri dello Spalmach non hanno veicolazione nel mercato se non attraverso sporadiche presenze in asta con risultati da poche centinaia di euro.


Signora Francesca Bevacqua, se su internet si potesse cercare e trovare tutto quanto occorre, non ci sarebbero più i libri, le pubblicazioni e gli esperti. In più, ai nostri giorni acquisire informazioni per quanto approfondite senza una preparazione specifica sugli argomenti porta alla formazione di una pletora di somari che sbandiera a destra e a manca la professione di antiquario, mercante d’arte e via dicendo, come ho modo di constatare oramai periodicamente.
Lei manda in visione una zuccheriera ed una lattiera senza misure, definendole entrambe in argento. Temo di doverle dare diverse indicazioni. I suoi oggetti sono in Britannia Metal, ovvero una lega di stagno al 92%, di antimonio al 6% e di rame al 2%, a volte, ma non sempre, con un’argentatura-placcatura galvanica. Essi hanno nel marchio una tromba, un banner (bandiera), le lettere: J(ames) D(ixon) & S(on) EPBM (Electro Plated Britannia Metal) e sono databili al 1836, avvento del secondo figlio Giacomo in azienda (fondata nel 1806 con tale Thomas Smith). In seguito furono adoperati altri marchi. La J. Dixon, dopo varie peripezie, chiuse nel 1922 e alcuni esperti sostengono che nei primi anni del Novecento producesse ancora dei pezzi con il vecchio marchio ottocentesco. Comunque, pur datandoli nel primo terzo dell’Ottocento, si tratta di oggetti ormai non più di grande pregio e poco collezionati. Come valore siamo sui 50-70 euro cadauno, se ben conservati e senza grandi usure.


 

La signora Alessia Bellanova porta alla mia attenzione una collezione di 6 piatti della Richard Ginori: “Ville fiorentine”. Si tratta di una produzione degli anni 70 del Novecento, realizzata nello stabilimento di Sesto Fiorentino su illustrazioni ed incisioni del maestro Pietro Parigi (1892-1990). Il suo valore, senza difetti e/o rotture, è sui 150-200 euro.


 

Signora Paola Pironti il suo servizio di 72 pezzi della Richard Ginori con bordi in oro zecchino è meraviglioso! Probabilmente risalente agli anni 30-40 del Novecento, è veramente un insieme museale ed è questo il motivo per cui ai nostri giorni tali capolavori non hanno mercato: chi li compra dovrebbe solo esporli, altrimenti rischia rotture che immediatamente ne deprezzerebbero il valore, anche perché sarebbe impossibile per la ditta produttrice sostituire il pezzo (come una volta).
Quanto alla definizione economica stiamo parlando, a mio parere, di 3.000-4.000 euro. E anche se ho visto in aste e altrove cessioni di servizi simili ad un migliaio di euro (e questo per il motivo sopra esposto), ritengo che il suo insieme sia qualcosa di veramente bello ed unico, possibilmente da tenere e tramandare.


Signor Carlo Pivetti il vaso in vetro dipinto (cm 25×18) ereditato dai suoi genitori modenesi presenta una manifattura tardo liberty (anni 40-50 del Novecento). Il valore ai nostri giorni – complice la funesta crisi dell’antiquariato – è sui 150-200 euro.


Il signor Mauro Giovanni manda in visione un violino con custodia, ereditato. Tali strumenti trovano il loro valore economico nel suono che producono e quindi sono valutabili solo dagli esperti liutai, a meno che non presentino un accertato marchio di produzione. Sotto il suo violino appare la famigerata e apocrifa scritta stampata “Antonius Stradivarius”, che ci dice della altrimenti anonimità dello strumento. E così, ad occhio e per aver visto decine di tali tipologie, le posso dire che il suo strumento potrebbe valere tra i 100 e i 150 euro, a patto che non sia troppo “secco”, ossia che non abbia perduto la capacità armonica.


La signora Annalisa Conway mi scrive da Letchworth, bellissima “cittadina giardino” del Novecento nel nord-est dell’Inghilterra da me visitata tanti anni fa, e della quale ancora ricordo gli straordinari e fantastici campi di lavanda che spero ancora persistano.
La sua ricerca su internet, cara signora, non è propriamente corretta: la legge sul marchio “Made in Italy” è la n. 676 del 4/7/67 ed è da tale data che si è iniziato ad usarlo e apporlo su variegati prodotti. Nel 1891 ci fu un accordo tra Stati (detto di Madrid) per la repressione delle frodi sull’indicazione di provenienza, che venne recepito tra le varie nazioni ma dopo decine di anni. Le sue “piastrelle” dal tipo di marchio che non ho identificato da foto (Sassuolo, Vicenza?) potrebbero essere degli anni 70: commemorative di un viaggio di monarchi inglesi in Italia? O più ordinariamente una commissione inglese e puramente decorativa ordinata in Italia?
L’industria nostrana delle “mattonelle ceramiche” credo non abbia avuto rivali nel mondo – e sino agli anni 90 – per costi ed esecuzione. Ho riposto il suo quesito nel mio archivio delle cose da studiare. Spero prima o poi di esaudire ulteriormente il suo quesito.


Avvocato Lina P. da Tor Lupara (Rm) in mail privata: no! signora, quanto dettole con sicumera dall’“antiquario” di Roma suo amico non risponde al vero. Il suo non è un vaso dipinto a mano in quanto eseguito nel Settecento. La tecnica del transfeware, e cioè il trasferimento di un disegno o pittura su una ceramica, che parte dall’incisione di una lastra, la sua colorazione e poi il riporto in un tessuto speciale applicato sul manufatto, veniva utilizzata sin dalla metà del Settecento in Inghilterra ad opera di John Sadler e Guy Verde di Liverpool nel 1756. Fu questo, il procedimento a stampa manuale che permise al ceto medio/borghese di acquistare a prezzo contenuto prodotti ceramici con decorazioni che prima venivano effettuate a pennello (naturalmente costosi), e all’industria di terraglie, ma anche di porcellane, di produrre oggetti accessibili a tutti. Inoltre, il suo pur bel vaso dipinto a transfeware (h 45 cm), smalto e bronzi, francese (ambito di Sevres), non è del Settecento ma della fine dell’Ottocento, e non potrà mai valere la cifra indicatale di oltre 10.000 euro, ma al massimo di 1.500-1.800 euro. Riguardo poi al detto “antiquario” di cui lei non rivela il nome, che altrimenti l’avrei ben pubblicato: perché gentile avvocatessa, forte della comune amistà, non lo distoglie dalla penosa strada intrapresa e lo spinge verso quei vasti orizzonti liberi e ubertosi della campagna così solitaria ed avida di braccia?


Signori Paolo e Giulio, il metal detector presuppone, per essere legale, che: a) non lo usiate in aree o vicinanze di siti archeologici o di interesse paesaggistico (anche le spiagge non devono avere tali vincoli o essere spiagge in concessione di stabilimenti); b) che non lo usiate in terreni altrui e senza il consenso dei proprietari.
E comunque, ogni cosa antica trovata sotto il suolo è di appartenenza dello Stato e quindi va riconsegnata (anche se si tratta di materiale di poco conto). Ho visto i vostri ritrovamenti di piccoli pezzi di metallo “romano” (mezze fibule, spilloni, borchie e monete) e vi esorto a lasciar perdere: il sito da voi rovistato è in prossimità di area archeologica, come del resto lo è quasi tutto il territorio italiano. A fronte delle centinaia di euro sinora totalizzate – e dimenticando che avete pagato il buon strumento 2.500 euro – se vi scoprono quelle simpatiche persone con strisce rosse sui pantaloni che girano curiosando qua e là, rischiate mesi di galera (anche se per la prima volta solo sulla vostra fedina penale, non valendo le frasi tipo: “ciò che abbiamo trovato intendevamo consegnarlo alle autorità”), e in più il sequestro dell’attrezzo, le perquisizioni in auto e a casa al momento e in seguito ogni tanto negli anni. Se avete – come dite – tanti clienti interessati, fate come il vostro “compare” Alfio, che compra legalmente alle aste blocchi di monete romane a due soldi e poi se le “spilla” (seleziona e vende) al triplo e più a collezionisti vari, raccontando loro di estenuanti e “pericolose” ricerche nelle campagne (quelle che fate voi!). Vi porto, ad esempio, il valore raggiunto dal lotto di una sessantina di monete romane in bronzo e argento battuto in asta Phidias 2017: 500 euro!


E oramai ogni mese devo occuparmi delle “cose” ascritte indebitamente a “Capodimonte”. Pertanto, oltre alle risposte personali (in maggioranza), ho deciso che prossimamente darò alcune nozioni a tutti – ad erudire – in un articolo pubblicato sulla rivista.
E veniamo alle richieste pervenute.


Signora Mariagrazia Sampaolo: due statuine (cm 30) dalla solita fattura e riferentisi all’antica manifattura napoletana. Ripeto anche a lei che tali oggetti non valgono nulla se non qualche decina di euro e solo per gli amanti del genere; la prego di leggere i quesiti dei mesi passati in proposito. In più, lei mi indica una statuina “con certificato” non specificando di che, ma siccome lo immagino, le posso facilmente dire che si tratta di un cartellino pubblicitario della ditta produttrice – quale essa sia – e che non autentica un bel niente.


Signora Arabella Vaiana: gruppo in bisquit (cm 36x27x20) “Dama con cicisbei”, come argutamente lei lo definisce, riportante incussa la famigerata “N” coronata. Signora, il pezzo, di scarso modellato, è stato probabilmente prodotto nel vicentino da una delle decine e decine di “fabbriche bombonieristiche” che da decenni ormai copiano il marchio. Ha una bella dimensione atta all’arredo quindi, e solo in virtù di questo, lo valuto sui 200 euro, sempre che non presenti rottura alcuna.


Signor Fabio: una brocca (cm 29) e una zuppiera (cm 25) con “N” coronata come marchio. Prodotti chissà dove negli anni 60-80 del Novecento, tali oggetti non hanno mercato specifico e vengono venduti in rete (36 euro una zuppiera simile in asta Katawiki nel 2019) dai 50-100-200 euro, ma ci sono anche “esagitati” che chiedono 400-700-1.200 euro! Che dire? Il loro valore reale è quello di vendita nei mercatini e nei negozi che propongono oggetti in conto terzi: massimo 120-150 euro ogni singolo pezzo.


Signor Simone Mic: statuina (cm 25×30) acquistata negli anni 70 dal genitore. Dalla particolare “N” coronata sembrerebbe prodotto di una fabbrica della Turingia (Germania), anni 70 appunto. Le aziende ceramiche tedesche esportavano in Italia per la forte domanda del mercato. Valore, sui 120 euro per arredamento.


E come sempre, un saluto a tutti e un abbraccio ai pochi.



Giugno 2021


La signora Agata Di Salvo invia immagine di un pianoforte verticale John Broadwood &Sons, fabbrica fondata nel 1728 a Londra, operante sino al 1980. Signora, i pianoforti verticali vecchi o antichi non hanno musicisti che li possano apprezzare, siano essi professionisti o amatoriali, e sono generalmente tenuti per arredamento; costosa la loro costante manutenzione e la loro accordatura. Il suo pianoforte a 85 tasti è detto dal produttore “da studio”, anche se difficilmente poi si vedrebbe un pianoforte verticale ad 88 tasti normali usato “da concerto”. I nuovi musicisti, studenti o appassionati dello strumento, adoperano pianoforti elettronici giapponesi che si autoaccordano (sono leggeri e hanno dei suoni meravigliosi) o anche quelli di impianto classico e meccanico che hanno però una completa tecnologia di materiali diversa. I concertisti usano, e solo, i pianoforti a coda e sono solo questi – anche antichi – a raggiungere cifre di decine di migliaia di euro. Il numero di serie del suo piano con telaio in ferro è il 67471, e avendo i tabulati della vecchia casa – che io non ho – si potrebbe datarlo con certezza. Lei me lo indica come strumento degli anni ’60, e penso sia la datazione giusta della sua fabbricazione.
Comunque, e per quanto espresso sia degli anni detti o posteriori, il suo strumento ha valutazioni di mercato tra i 1.100 e i 1.400 euro ma, le assicuro, è di difficilissima vendita, cosa della quale, ad ogni modo, noi non ci possiamo assolutamente occupare.


La signora Alessandra Zanchi manda in visione un “steamer trunk” o baule da viaggio a cassetti (cm 52,5×54 h 116 ) in rame e pelle della “Innovation Trunk e Co.”, ditta operante negli anni 20-49 del Novecento con sedi in Europa e in America. Altro non so. In ragione delle serrature lo assegnerei agli anni ’30 – ’40. Tipologie come la sua vengono offerte nel mercato a 1200-1500 euro, ma si tratta di valutazioni per esemplari in ottimo stato (il suo non lo è) e in più a mio avviso sono esagerate. Esistono pochi collezionisti del genere e questi si rivolgono verso marchi famosi del bagaglio e della” valigeria”. Pertanto gli esemplari di minore notorietà rimangono a disposizione dei “raccoglitori” di civiltà d’epoca e dei “vetrinisti” (ovvero i creatori di vetrine), ambedue facenti parte di categorie ostiche a tirar fuori quattrini. Valutazione sui 200-300 euro, provando a inserzionarlo su rete.


La signora Paola Meneghin mi chiede informazioni circa un cronometro da tasca in argento della Postala-Patent, ditta dello Jura svizzero attiva nel tempo come fornitrice di orologi per le poste svizzere ed in seguito – situata nella famosa Valle degli Orologi o Watch Valley – di meccanismi per innumerevoli produzioni svizzere ed europee. La ditta di orologeria Parolin (1885) di Bassano del Grappa li usava per i suoi prodotti sin dalla fine dell’Ottocento; ancora attiva nel campo dell’orologeria e dei manufatti preziosi e di lusso, nel 1985 ne ha fatto rinascere il marchio. Il suo orologio dovrebbe essere della fine Ottocento primi Novecento, e nonostante in rete alcuni, non edotti nello spirito e offuscati nella mente, li offrano a cifre tra i 400 e i 600 euro, il valore di tali prodotti è basso. La Casa d’aste Pandolfini nel settembre 2019 ne presentava uno simile al suo ma da foto in migliori condizioni, a 60 euro; in altre aste andavano tra gli 80 e i 120 euro.


Signora Sofia da Roma, i due piattini da servizio tavola (nelle anse mancano altri elementi ceramici tipo ciotoline o contenitori) hanno nel retro i numeri che li definiscono di produzione tra gli anni 30 e 50 del ‘900; i suoi esemplari, naturalmente dell’ultimo periodo, valgono sui 150-200 euro la coppia. La zuccheriera degli anni ’40 con marchio Ginori ma riprodotto anche da altre manifatture, vale sui 40-60 euro; la tazzina e piattino, 15-25, calcolando che tali cose “non complete” vengono acquistate, e solo, da chi colleziona singole tipologie.


Signor Enrico Ambrosio il quadro ereditato (cm 79×69) non è un ex voto; pur di mano popolare, rintelato e restaurato è, da foto, di difficile collocazione epocale. Forse pezzo ottocentesco, presenta la tematica agostiniana della Madonna (regina mundis) incoronata dalla Trinità: Figlio (Gesù) Padre (Dio) Colomba (Spirito Santo), forse di area nord balcanica. Valore arredativo sugli 800-1.000 euro per il buono stato.


Signora Elena Bulla, sì! le sue stampe sono originali e lo dico a malincuore: quei laidi individui commercianti di stampe sfuse hanno smembrato una bellissima opera: “Plantae selectale” (ed. 1750) dell’eminente botanico Christoph Jacob Trew, illustrata da Georg Dionysius Ehrt (1710-1770) – pittore, disegnatore specializzato in illustrazioni botaniche – edita dalla Honig&Zoonen, ditta con aziende cartiere operante dal 1765 al 1836 a Zaandijk a nord di Amsterdam e con tanto di filigrana “a giglio” espressa sui fogli.
Il lavorio criminogeno di questi individui che svellono e separano opere perché non riescono a venderle nella loro interezza, spesso si trasforma in attività criminale quando smembrano ad artifizio volumi di provenienza illecita e sottratti magari ad archivi e biblioteche pubbliche (come mi sovviene accaduto nelle prestigiose istituzioni dell’Accademia di San Luca a Roma e della Biblioteca dei Girolamini a Napoli dai dirigenti stessi fornitori di questo abominevole mercato). Le ho detto tutto, e finisco con la definizione economica di queste sue due pagine separate (cm 50,5×30,5) che, arredativamente, e solo, hanno un valore di 50 euro cadauna.


Signora Maria Labrozzi il suo piatto (cm 38) è una riproduzione in trasfert (?) forse di un disegno di Torquato Castellani (1846) – artista appartenente alla famiglia di grandi orefici e antiquari romani – che nel 1862 a Napoli operò in rifacimenti di antiche maioliche italiane. Chiaramente il suo esemplare marcato dietro con corona e sottostante C (come Castellani), nonché riportante la scritta aggiuntiva Capodimonte, è una chiara imitazione di fantasia atta a vendere il prodotto, ma che nulla ha a che fare con il ceramista, il quale marcava diversamente i suoi prodotti, e con la sua bottega che morì con lui nel 1931. Il suo piatto probabilmente è degli anni 50-70 del ‘900, decorativo, e valevole per dimensioni sui 200-250 euro se privo di difetti e rotture.

 


Anche la signora Virna Maggio di Monterotondo (Rm) manda in visione un piatto istoriato da ippocampi e volute a tralci e foglie (cm 28), firmato anch’esso sul retro T. Castellani. L’oggetto fu comprato circa dieci anni fa al mercatino di Ponte Milvio (Roma) presso un antiquario in ceramiche che glielo vendette come autentico (!). Signora, Torquato Castellani (1846-1931) è un nome importante nella coroplastica ma non tutti lo conoscono. Non lo conoscevano, ad esempio, i periti della casa romana d’aste Bolli & Romiti che, non avendo riconosciuto il marchio della “T” e “C” sovrapposte (lo pubblico per conoscenza), ritennero anonime e senza epoca due placche in maiolica che erano invece del 1878 circa, valutabili almeno 1.500 euro e non i 200-300 assegnatigli a una sessione veneziana del 10 marzo 2019 in catalogo d’asta (facendo fare, non volendo, un bell’affare ai clienti). Il marchio del suo piatto, signora, riporta la firma per esteso e a me non risulta sia stato mai adoperato dall’artista. Valutazione, sui 100-120 euro, quanto da lei pagato all’epoca.


Signor Gianfranco Vergari da Perugia, la sua lampada degli anni ’80 (priva di attacchi e cappello (h cm 29×39 diametro) firmata Gambone (Bruno Gambone 1936 Vietri sul Mare), eclettico artista e ceramista, può valere nelle condizioni in cui è sui 300-400 euro; avendo il certificato – da lei smarrito – sui 600.


L’anonimo Massimo S. (di cui sarà la gloria dei cieli) insiste a proposito di certe medagliette devozionali. Ma ha sbagliato indirizzo: pensa che “l’esperto risponde” sia una rubrica “da social” in cui tutti possono liberamente dire la loro su tutto, dagli “stralli” del ponte di Genova ai vaccini, alle medagliette religiose, appunto. Chiarisco, quindi che io a volte, non sapendone su un dato oggetto o non avendone informazioni esaurienti, chiedo aiuto a collezionisti e studiosi che: o sono da me già conosciuti o minimo devono esibire primo la loro identità e secondo il loro curriculum e/o le loro fonti specifiche per essere accettati e proposti! Il lettore, invece, mi accusa di non aver letto attentamente la sua mail e, rimanendo sempre nella pavida anonimia, a causa della mia risposta (in maggio) mi comunica che in avanti non leggerà mai più “La Gazzetta dell’Antiquariato”, di cui forse egli crede di essere uno dei dieci lettori e non uno delle decine di migliaia che ci onorano del loro interesse.
Ebbene, al di là di come io non vada oltre riguardo le spiegazioni iconografiche degli elementi generali e conosciuti da chiunque si occupi della materia, le significo, umorale quanto sconosciuto lettore, che forse in gioventù – per i tanti studi svolti – credevo di essere un padreterno dell’antiquariato, ma che ora, dopo decine e decine di anni, mi sento, e con certezza, di essere un asino. L’ho scritto varie volte (se invece di rileggersi, mi leggesse, lo saprebbe da tempo), e sempre lo ribadisco anche ad evitare che le mie risposte, frutto di sole visioni fotografiche, possano assurgere a chissà quali certificazioni.
Detto ciò, è vero – e mi scuso – non ho letto attentamente la sua email, e questo sa perché? Perché le sue per quanto volenterose spiegazioni erano blande e più da “amatore” che da studioso, come la classificazione epocale della medaglia di cui manda alcuni esemplari del XVII-XVIII secolo a comparazione. Sia umile, studi e si informi meglio lei, altrimenti colleziona o si informa malamente, perché a tal proposito pubblico – ad unico esempio, che troppi ce ne sono – le immagini di medaglie devozionali (XI-XIII secolo) rinvenute negli scavi archeologici in Rione S. Teodoro a Pola (iniziati dal Museo Istriano nel 2005) del febbraio 2015. Come può vedere, esse non si discostano, per tipologia, della forma dalla medaglia del signor Parente presentata nei mesi di aprile e maggio della rubrica, medaglia che ha causato questo “casus belli”. Esse stanno a indicare che tali tipologie (come quelle da lei inviate) si siano espresse sin dal medioevo e fino al secolo XVIII, ed è proprio questo che – dalle sole immagini ed in mancanza di altri elementi quali quelli iconografici di cui non sapevo e non so – mi ha impedito e mi impedisce di esprimere probanze. Ne chiedevo, appunto, lumi ad altri ben più di me preparati lettori. Con buona pace di lei, sconosciuto e quanto mai minimo “connaisseur”, Massimo S.


Dottoressa G. Pinna dalla provincia di Cagliari (tramite l’amico “indipendentista” Giovannino Carta), anche a me capita di vedere nei cataloghi d’asta delle descrizioni non corrispondenti alle foto. Ciò sta semplicemente a significare che l’esperto o gli esperti chiamati alla disamina non sono edotti nella materia specifica (nessuno può sapere di tutto) e che le case d’asta sono dei semplici “mandatari o sensali” non responsabili dell’autenticità delle cose da loro alienate. La sua curiosità deriva dal fatto che sta acquistando una colonna dichiarata in “marmo cipollino rosso”, mentre in un catalogo della Semenzato del 2014 una coppia analoga alla sua come forme e colori viene indicata come “marmo fiore di pesco grigio”. Dottoressa, certamente l’esame visivo ci detta come “cipollini” tutti i marmi antichi della nostra questione, ovvero delle pietre calcari con grana saccaroide, ondulati marini con stratificazione “a cipolla” provenienti dalla Grecia, e nel caso specifico della sua colonna probabilmente da Iasos nella costa di Caria (Asia Minore ora Turchia). Ma altrettanto, le dico che nei lapidei non è semplice l’identificazione, in quanto in una stessa cava per motivi geologici di sconvolgimento e contatti, dei minerali vanno a contatto con altri ed in milioni di anni si sviluppano varietà di colore e strutturazione diverse. Precisato ciò, acquisti pure subito la colonna, tra l’altro ad un prezzo ottimo, e poi potremo con tranquillità se crede – e anche con altri edotti – disquisirne.
Pubblico a comparazione un particolare della sua colonna in “cipollino rosso” e una di quelle della casa d’asta ritenuto “fiore di pesco grigio” che parrebbero, da foto, eguali.


Signor Felice Di Ruzza, per iniziare le spiego le origini del suo servizio (195 pezzi) acquistato nel 1973, o meglio del modello “pattern blue onion” o in tedesco Zwiebelmuster, insomma il modello della cipolla blu che lo contraddistingue. Tale decorazione iniziata dalla dinastia cinese Ming raffigurava i “melograni”, frutti sconosciuti in Sassonia. La prima fabbrica di Meissen ad imitarne il decoro nel 1740 li trasformò in cipolle e così via le altre centinaia di fabbriche tedesche e ceche che continuarono nei secoli per il grande favore che ricevette e ancora riceve il decoro nel mercato. Il suo imponente servizio degli anni ’70, di fabbrica ceca, potrebbe essere valutato, se tutto coerente (cioè con ad esempio egual numero di piatti per ogni tipologia e con tutte le accessorietà e senza rotture), dai 1200 ai 2.000 euro.


Egregia professoressa Adele Maini della provincia di Milano, ci siamo sentiti per telefono e in aspro contraddittorio con il suo “commerciante” di stampe e libri, ‘che definire “antiquario” è cosa grossa e – con tutto il rispetto – non mi viene. Lei mi chiede se io possa asserire in “forma scritta” (sic) quanto detto a “vivavoce”. Certamente – e senza farle pagare la consulenza come lei propone – su questa rubrica che potrà usare, se occorresse, in un contenzioso giuridico.
Allora, la rara mappa monumentale del “Campo Marzio” (in 6 lastre ideate, disegnate e incise da Giovan Battista Piranesi, dedicata a Robert Adam (1728-1792), architetto inglese fautore dello stile Adam nel 1757, in carta vergellata, acquaforte su rame con interventi di bulino (mm 456×596) spess. 1,6-2,1, edizione del 1762, non può essere venduta a 15.000 euro! Significo a lei e al prestigioso commerciante milanese che nell’asta Pandolfini del 18 novembre 2014 la detta mappa con le identiche caratteristiche veniva valutata 8-10.000 euro, ma… attenzione! insieme ad altre 50 tavole incise con altre importanti opere – come quella dell’Antico acquedotto dell’Acqua Marcia e quella dell’estrazione della Colonna Antonina – in un album di mm 560×425. Ed ancora, un identico album del 1762 veniva aggiudicato a 9.800 euro presso la casa d’asta Ponte nella più recente sessione del 21 gennaio 2020. E allora… guadagnare sì, ma esagerare (e con un foglio intestato di accompagno senza foto e alcuna fattura: vero signor libraio?) mi pare proprio eccessivo!


Famiglia Pierini ed altri: effettuo anche stime private su contatti ed appuntamento, ma voglio ben premettere come in seguito io non acquisti né possa indicare chi possa acquistare: non sarebbe professionale, e mai vorrei mi si qualificasse come “compare” di qualcuno in qualsiasi trattativa e/o vendita.


Signora Francesca Bugiatti fedele lettrice da anni, i libri – che non sono patate! – valgono a seconda dei loro contenuti e dell’interesse del mercato, non per la loro epoca, vecchiaia o antica edizione, che è cosa di secondo piano o di nessuno. I tomi in suo possesso, editi tra gli anni 10 e 40 del ‘900, sono romanzi sconosciuti nei testi e negli autori, e i libri scolastici di ragioneria ed estimo sono di quanto meno vendibile nel campo dello scibile libraio. A ciò, lei unisce centinaia di volumi della Reader’s Digest, libri la cui sola detenzione è chiaro indice di temerarietà.


“Capodimonte” e dintorni

Signor Silvio Giorgini, lei mi mette in imbarazzo veramente, ma non per la spedizione di immagini di decine e decine di statuine in porcellana – il che non è e né può essere certamente ammissibile per una rubrica gratuita di expertise! – ma, e soprattutto, per lei che, non avendo minimamente letto nei mesi e negli anni la mia rubrica, ignora cosa io abbia sempre scritto sulle ceramiche dette di “Capodimonte” e sul marchio “N” apocrifo e dozzinale usato in tutta Europa da chiunque lo voglia apporre sui suoi prodotti. In più le sue ceramiche – di produzione non antica – sono quasi tutte firmate appunto da ceramisti, vivi o deceduti, vicentini: Cappè, Bedin (operante dal 1977) Carpiè, Barbetta, o anche da ditte che hanno usato impropriamente tali firme e che sul web (potrà e avrà la pazienza di consultarlo?) venditori “fulminati” da qualche disgrazia celeste o terrestre che sia, propongono dai 15-30-100 euro fino a migliaia di euro, secondo il buzzo, l’estro o la stima autofattasi. Ciò a significare che tali tipologie non hanno un mercato di base specifico che vada oltre le usuali contrattazioni tra chi ha una cosa e decide di venderla a suo insindacabile parere circa il valore, e chi ha voglia di comprala. Badi bene che le sue statuine se le acquista – come avrà fatto – dai titolari di tali firme o nei negozi equipollenti le paga un occhio della testa, anche in ragione delle assicurazioni dei venditori che, traendo in inganno il compratore, raccontano la storiella di essere eredi o autorizzati a fregiarsi del marchio Capodimonteo e che affiancano alle dette statuine cartoncini di nessun valore attestanti “l’originalità” del prodotto, assicurando che tali “opere” lieviteranno di valore nel tempo. Naturalmente così non è, e per questo le scrivo spiacente che, come già ripetuto decine di volte, l’unico ente autorizzato a fregiarsi di tale marchio con decreto del Presidente della Repubblica è l’Istituto d’Arte Giovanni Caselli, questo sì con sede nel parco di Capodimonte.


Signora Hilary Nicolato, in genere rispondo ai quesiti “minimi” o che hanno poca rilevanza monetaria – come il suo – in mail privata. Ma in considerazione del fatto che ben altri tre lettori mi hanno chiesto di valutare delle statuine prodotte dalla ditta Medea (fondata nel 1967), accompagnate da certificato (!?) – ovvero una piccola stampa di carta acclusa di nessunissimo valore che le definisce “originale Capodimonte” – le rispondo in rubrica per avvisare tutti che tale ditta di “bombonerie” è ancora attiva in quel di Caldogno, località che non si trova nelle vicinanze di Napoli ma di Vicenza, dove esistono, e lo scrivo da tempo, centinaia di fabbriche produttrici della fattispecie detta. Le vostre statuine, oltretutto di non eccelsa levatura nè artistica nè artigianale, sono delle bomboniere di bassa fascia e valgono poche decine di euro cadauna.


Signor Vanni Fuschini, legga (e prego di farlo anche gli altri lettori) i precedenti quesiti inviati alla mia rubrica, e nello specifico quello dello scorso mese di aprile inviato dal lettore Alberto a cui rispondevo in merito a Giuseppe Armani e “Capodimonte”. Si renderà conto così che il certificato accluso alla sua statuina (senza misure) non ha alcun valore di per sé, giacché l’Armani, in tali tipologie, non rappresenta nulla della sua reale opera: sono cose da negozi di regalo e basta, e possono valere 80-100 euro. Quando le compra, magari il doppio.


La signora Laura manda in visione una statuina (h 20 cm) della solita “Capodimonte” con “N” coronata, prodotto seriale da 40-60 euro, e una coppia di vasi (h 35 cm) con marchio Sèvres ma ad imitazione, come da indicazione in francese sotto la base della manifattura. Valore sui 300 euro per arredamento.


La signora restauratrice Barbara presenta alla mia attenzione un bisquit lesionato e privo di misure. Le rispondo egualmente per lo strano marchio riportato che mi intriga. Potrebbe appartenere alla prestigiosa ditta Mollica che, però, vi apponeva sopra il cartiglio “coronato capodimonteo” che nel suo esemplare manca: potrebbe essere prodotto di altra ditta imitatrice o della Mollica stessa “con variante”? Improbabile. E ai soli fini disquisitivi le indico che tale marchio è stato apposto anche su ceramiche della fine del ‘700 francesi da Pierre Rossencq, fondatore di una manifattura a Marans in Francia. Le cattive immagini mandate non mi consentono purtroppo altro dire. Lei, nonostante sia una professionista, neanche manda, come detto, le misure, e si concentra viceversa sul marchio senza minimamente darmi modo di “leggere” il pezzo. Andiamo bene!


E come sempre, un saluto a tutti e un abbraccio ai pochi.



Maggio 2021


Al Generale A.S., per tempo emerito Comandante nell’Arma, un mio buon amico, l’avvocato e funzionario della Camera dei Deputati per lunghi anni Paolo Morisani (dedicatosi in pensione al forsennato accumulo di cose antiche, collezionistiche e d’arte, e diventato uno dei protagonisti espositori della famosa manifestazione nazionale di “Solo Carta” a Valmontone (Rm) negli anni 2000) aveva venduto il libro Pinocchio di Carlo Collodi, illustrazioni di Luigi e Maria Cavalieri, Edizione Salani 1929, per euro 30. Ora il Generale mi chiede, per mera curiosità: quanto vale adesso? Ebbene, il libro nelle sue varie edizioni dal 1924 (prima) al 1929 è quotato sui 150-200 euro secondo condizioni e venditore, ma… ma per quanto già scritto, in questo periodo di annichilimento sia della cultura sia del collezionismo ad essa collegato ne ho visto in rete esemplari offerti a 25-30 euro!


Storia di comune antiquariato tra “venditori e profani”

Signora Anna Maria Ginori da Firenze (tramite il comune amico scomparso purtroppo da poco e artista internazionale Luciano Ventrone), i veri antiquari (e parlo di quelli di tre generazioni) sono, a volte, dei gran signori. Il suo è una delle eccezioni che comprova il detto che “signori si nasce”, e quale che sia lo stato sociale di appartenenza. Questo il suo racconto: sua madre compra da un noto antiquario di Arezzo (al caro prezzo di 12 milioni) un quadro religioso descritto in fattura come “Una soave S. Caterina in estasi” (cm 120×80) “attribuita con certezza a Gregorio De Ferrari (1647-1726)”. E già qui mi vengono i dubbi: se c’è una certezza, perché non viene ascritto all’autore? Ma andiamo avanti. Dopo trent’anni lei fa restaurare il quadro da un valente professionista, e sui dubbi di questi che lo ritiene opera tardo ottocentesca per telaio, tela, pigmenti e anche stesura, si reca nel negozio del vecchio antiquario che glielo ha venduto e senza dire nulla gli fa esaminare il quadro per un’ipotetica vendita. L’interessato, a colpo sicuro, le dice che la tela è cosa della fine dell’Ottocento “su modelli seicenteschi”, e che può prenderlo solo in conto vendita a circa 3.000 euro. A quel punto lei tira fuori la fattura del 1990 dove, insieme, v’è la foto dell’opera. Lo scaltro antiquario inizialmente accusa il colpo farfugliando, poi si riprende e con un lampo di luce negli occhi: “Ma signora, la foto non è né timbrata né firmata, non è questo il quadro della fattura!”. E lei: “Scusi, ma allora io o mia madre avremmo venduto il quadro originale della fattura e trovato un altro analogo ma più recente come epoca per poi riportarlo da lei e… “Signora io non so nulla della faccenda e non so neanche se il quadro le appartenga e chi l’abbia mandata, sta di fatto che a questo punto neanche mi interessa e che la posso pure salutare”. Detto fatto l’antiquario lascia lestamente la sala della galleria e interviene una sua collaboratrice che con convenevoli anch’essa la invita al saluto di commiato.
Signora Anna Maria: che dirle? Ci sono nel campo i “truscianti” ed i Matteo Salamon di Milano che: dopo aver acquistato in asta alla Christie’s di Londra un trittico fondo oro fiorentino del ‘400, fattolo restaurare e analizzare in laboratori specialistici; dopo averne scoperto l’autore e l’appassionante storia e percorso ed averlo posto in vendita a 350 mila euro e in trattativa con museo svizzero, riceve la telefonata di Don Marino Navalesi parroco della chiesa di S. Pietro d’Avenza (antico borgo, ora quartiere di Massa Carrara) sede originaria dell’opera, desideroso di riportarla ivi (ancora esistono questi sublimi preti che non solo non si vendono i patrimoni storici-ecclesiali ma che tendono a recuperarli). L’antiquario Salamon, allora, decide di cederlo alla Chiesa per 160 mila euro (cifra che copre i soli costi vivi dell’intera operazione) raccolti con offerte da tutta Italia (da: rivista Antiquariato dicembre 2019).
Eccole signora la morale: l’antiquariato flette da secoli tra generazioni di filibustieri e galantuomini, e a lei è capitata la prima. E temo, gentile lettrice, che lei personalmente abbia conosciuto anche un altro appartenente alla stessa caratteristica categoria: colui che le ha affibbiato a 6.000 euro il divano in noce (cm 65x200x105) come autentico di epoca Carlo X, e che viceversa è una volgarissima imitazione di pochi decenni fa, neanche degli anni ‘50 quando ancora usavano le fasce di canapone ed il crine di cavallo per l’imbottitura. Il suo divano, in gommapiuma – ohilei – a fasce elastiche e rifinito nel legno a “Sayerlack – nitro”, è cosa da solenni bastonate. Vada pure ad espletarle dal venditore, ‘che nel caso non è reato, e dia libero sfogo alla sua generazione – se mi permette – di abbindolati. A Roma – con tutto il rispetto – si chiamano “gallinacci”: in sintesi, coloro che vanno in giro a spendere tanti quattrini da profani senza far ricorso prima ad un esperto.


Bijou americani e truffa italiana

Altra storia di comune dabbenaggine. Una signora “angelica” S. di Roma, un anno fa si è fatta convincere da una psicopatica amica, o forse scaltra “comare”, ad acquistare da una conosciuta lestofante di mercatini e sedicente esperta della materia come si professa in rete, una “prestigiosa collezione di bijou americani” per la somma di 90.000 euro! che erano i risparmi di una vita! Signora, la compiango, i detti bijou, vetri colorati o pietre dure e vili metalli, qui lo dichiaro: non hanno, né potranno mai avere valore alcuno, se non quello di indossarli; non avranno mai rivalutazione certificata nel tempo, essendo cose riproducibilissime fatte con materiali non lavorati ma fusi o stampati nella loro generalità, e per poterli rivendere deve aprire un banchetto per almeno vent’anni. Le significo che vi sono fabbriche apposite nel Rajasthan indiano che lavorano su ordinazione e riproduzione, anche da vecchi cataloghi, qualsiasi cosa venga loro indicato. Lei ha pudore per la “truffa subita”, se ne vergogna e non vuole che lo sappiano i suoi parenti, e mi ingiunge di non espletare i nomi della venditrice – cosa che avrei fatto ben volentieri. Almeno, la esorto a presentare una denuncia penale in cui dichiararsi “raggirata”, ma chissà che anche lei non trovi – nonostante il tempo passato – uno di quei “giudici di Berlino”.
Sono tanti i lettori che hanno provato a mandarmi bigiotteria da valutare e che io neanche prendo in considerazione. Anzi, esorto tutti ad astenersi da qualsiasi acquisto di biglietteria che non sia e solo per il piacere di adornarsene transuentemente.


Il signor Paolo da Bassano del Grappa (TV) non ha trovato notizie su Internet ed io gli fornisco le mie: il suo vaso (h 35×23 cm) in lattimo opalinico è stato prodotto – come da etichetta – dal “Gruppo Vittorio antiche soffierie napoletane” a Murano. Vittorio Sclopis (1844-1918) era un discendente di una nota famiglia torinese di industriali minerari a cui seguirono stabilimenti chimici. Intorno al 1870 creò, con il supporto ed il capitale di imprenditori napoletani, il gruppo Vittorio citato, con base nel veneziano e per prodotti commerciali di bassa fattura. Erano vetri soffiati su stampo da macchine o meramente stampati su forme per la fiorente richiesta interna e per i turisti. Ho notizie che tale gruppo era ancora in vita negli anni 60-70 del ‘900. Il suo vaso potrebbe appartenere a tali ultimi anni, ma il vetro è materia ostica anche a valutarla dal vivo, si figuri da foto prive di particolari (base, interni). Se intatto, il suo valore è sui 150-250 euro.


Il gentile signor Massimo S., che ringrazio per essersi messo a disposizione, mi scrive a proposito del quesito del signor Francesco Parente pubblicato nello scorso mese di aprile, circa una medaglietta religiosa. Riguardo ad essa chiedevo l’ausilio dei lettori che ne sapessero, al fine di decifrarne una parte iconografica. Spiega il signor Massimo: “Le frecce sotto le braccia del Cristo tali non sono ma soluzioni grafiche atte ad indicare il sanguinamento dovuto dai chiodi, al contempo indicano il significante 3 magico cabalistico, ricorrente solo nella religiosità cristiana”. Signor Massimo mi permetta: il numero tre, come simbologia, spazia dal culto “pagano” dei Celti, alla Kabala indorientale, alla Triade o Hung cinese (cielo-terra-uomo), ai tre semi e alle tre verghe di Mosè, alla stessa terza lettera “ghimel” (rotazione celeste) ebraica e così via (numero matematico dalle multiformi particolarità: primo euclideo, terna pitagorica, palindromo nel sistema binario ecc. tale da determinarlo nei secoli come numero “essenziale, magico, significo). Lei prosegue: “tre sono i chiodi della crocifissione di Gesù: padre, figliolo e spirito santo” sic (!?). E afferma la medaglia essere del secolo XVII-XVIII.
Vede gentile signore, quando scrivo “non ne so nulla delle frecce” è a significare che nel corso dei miei lunghi anni di studi di patristica ed iconografia religiosa (iniziati da insegnamenti nel Pontificio Seminario Minore, per poi passare ad archivi ecclesiali pontifici con Mons. Antonio Ferrua, all’Archivio capitolare lateranense di S. Maria Maggiore con Padre Jean Coste, all’Archivio dell’Imperiale Abbazia di Farfa con Mons. Aldo Andreozzi – e si può agevolmente informare su chi erano tali figure), ed essere stato per venti anni alla direzione come Curatore dell’Archivio-Museo del Duomo, basilica di Monterotondo e di tutte le sue antiche chiese, di tale simbologia non ne ho mai avuto conoscenza! Naturalmente, ciò sta solo a significare di non aver studiato abbastanza e certamente di non aver consultato a fondo i testi. Lei, mi permetta, dovrebbe fornire le fonti documentali delle sue affermazioni o esternare – con credenziali – la sua oculata preparazione scientifica in tale materia! Così come per il fatto di dichiarare con sicurezza l’epoca di un reperto non facilmente, come tipologia, accertabile, e che io, pur ipotizzando esemplare anteriore al XV secolo per mancanza di patina (abrasa), segni tipologici e attinenze precise, mi guardo bene dal certificare. Ad maiora.


Il signor Alberto manda in visione un quadro (cm 100×80) in scarna foto, rintelato e foderato, che afferma essere del ‘600 senza null’altro sapere (?).
Spiego in toto la sola scena rappresentata partendo dal cagnolino centrale con fiaccola in bocca e zampe sulla Terra che è l’emblema dell’Ordine dei Domenicani, per un gioco di parole del latino: Domenicus (Guzmàn il fondatore) derivante da domini = signore e canes = cani, quindi canes-domini ovvero i cani – fedeli – del Signore = Domenicani, capaci di allontanare i lupi (il diavolo-peccato) e di proteggere le greggi del Signore, portando la fiaccola della luce e della verità nel mondo.
Il secondo particolare rappresentato è la Madonna con bambino che fa scendere sul capo del Santo fondatore ciò che parrebbe un rosario, ma si può notare che non è chiuso circolarmente. E infatti si tratta di un salterio (cadenza ritmata della preghiera ripetuta quasi musicale) o “paternoster”: una cordicella con dei nodi, tipo quella con la quale il Santo recitava mille “avemarie” al giorno. Si ascrive a lui infatti – ma non è accertato – l’invenzione del Rosario così come conosciuto, anche per le missioni fatte contro gli eresiaci Catari che negavano i misteri della Passione e Incarnazione del Cristo e la Divinità della sua madre. Quivi San Domenico mette sotto la protezione della Madonna il suo Ordine maschile e il succedaneo femminile, con accanto il Papa Onorio III che approvò dell’Ordine nel 1216.
Detto ciò signor Alberto, non le comunico alcun valore della tela: mi stanno pervenendo quesiti di troppi lettori come lei con opere antiche, di pregio e/o valore, e non desidero che questo servizio gratuito sia il passepartout per accreditare, trattare o vendere opere con le mie credenziali (come successo, con tanto di fotocopia della pagina dell’Esperto) a chicchessia, tanto più che valuto da sole immagini e il giudizio così espresso è solo amatoriale e per privati e collezionisti, non per vendite o trattative professionali, per le quali dovete rivolgervi ad un esperto in carne ed ossa, facendovi fare una dichiarazione a fattura.


Signor Riccardo Leuci, pubblico il suo quesito unicamente per far capire ai lettori che continuano ad inviare fattispecie analoghe, cosa non si possa ritenere un’opera d’arte suscettibile di valore.
Lei mi invia una serigrafia (stampa direi) del maestro internazionale Giorgio De Chirico (1888-1978) su lastra d’argento (?), riportante sul retro una risibile dichiarazione di autenticità a “scarabocchio” come firma, redatta da una inesistente Euroart (senza infatti ne ragione sociale, indirizzo e qualsiasi altro riferimento), multiplo di 15/100 (n. 23) dal titolo ”Ritorno al castello avito” , Omaggio a De Chirico. Naturalmente, si tratta di prodotto illegale, da negozio di regali e bomboniere che, come detto, non vale nulla.


Signora G.S., le sue 4 serigrafie (dicasi stampe) di maestri pittori olandesi su rame (Studio Renoir – Taranto) non valgono nulla, nonostante le pseudo dichiarazioni sul retro apposte.
Il servizio bavarese da 12, se completo e senza rotture, vale 350-400 euro.


Signora Anna Gabbiani, non so chi siano questi esperti da lei conosciuti, che hanno usato il termine desueto ed improbabile di “scuola labronica” (movimento nato a Livorno nel 1920 da “post-macchiaioli” e che ancora adesso – e a mio dire impropriamente – esiste) per definire un’opera ad olio (cm 60×50) che tende ad un novecentismo alla De Pisis, con più controllo formale e delicatezza, di gran bella mano. Il quadro è firmato ma non ne riconosco l’autore, comunque lo valuterei, per pregio artistico, sui 500 euro.


Della serie “Capodimonte”, o anche marchio “N” seriale ed apocrifo (invito a leggere la rubrica dei mesi scorsi)


Il primo quesito è della signora Valentina Mattolini, un centrotavola (cm 40x20x14) marcato appunto come tale, di bella forma, presenza scenica ed arredativa. Anni 50-60 del ‘900, valore sui 500 euro se intatto.


Il secondo quesito è della signora Alessia Randazzini: statuine senza misure (!) “tipo capodimonte”. La prima con “vecchi”, valore sui 100-120 euro; i musicisti, valore sui 50-70 l’uno; i bambini musicanti, sui 100 euro.
Il vaso di bella manifattura compositiva e scenografica (sui tipi di Bassano degli anni 70), se alto 30-40 cm e intatto, vale sui 400 euro (e al di là del fatto che abbia o meno la “N” coronata).


Il terzo quesito è della signora Vivian Romeo che manda in visione un vaso a rilievi degli anni 50-80 del ‘900 (h 26 cm) marcato serialmente MAS – Capodimonte 1913, per il cui valore basta consulti i siti in internet dove sono in vendita a 30-40 euro.
L’orologio in lega stampata e dorato degli anni 70 del ‘900 (h 20 cm) non ha alcun valore monetale né per il meccanismo, né per le figure stampate in lega (anche mancanti di un braccio).


Il quarto quesito è del signor Sergio Andrietti il quale illustra delle statuine napoleoniche come di “Capodimonte”, senza indicare né misure né marchi. Egli ipotizza che la loro epoca possa risalire al periodo in cui furono regalate al padre, ovvero agli anni 70 del ‘900, e in ciò – per via della basetta in lega – mi trova d’accordo. Tante fabbriche in Italia produssero e producono ancora modelli simili. Il “Napoleone” vale sui 200 euro; il “Maresciallo” con bastone sui 150 e gli altri soldati sui 100 euro l’uno. Ma a parte il “Napoleone”, gli altri pezzi sono di difficile vendita; tutti in gruppo, invece, potrebbero valere sui 500 euro.


Il quinto e finale quesito della serie “Capodimonte” per questo mese, è della signora Cristina M. che ha tutte statuine con marchio “N” coronata. Il gruppo in bisquit (h 30 cm), forse Rinaldo e Armida, dalla Gerusalemme Liberata XVIII 17-39, valore sui 500-600 euro al di là del marchio (tra l’altro la base su cui è apposto il marchio non sembra da foto quella del gruppo) per l’imponenza e la fattura. La coppia di fanciulle in bisquit (h 15 cm) con panneggio dorato (di cui una difettata), valore sui 250 entrambe. I due amorini (h 12 cm) che presentano, oltre alla “N” coronata, due D incise nella pasta, sui modi di Giuseppe Cappè – Ipa-King- (1921-2008), valore 600 euro. La filatrice in bisquit (h 15 cm), statuina di non eccelso modellato, valore 100 euro.


Il signor Andrea Giuffrida manda in visione la foto di un’automobile: la S67 o 12 Ter, una Fiat da 300HP Record detta “la belva di Torino”, con al volante il pilota Pietro Bordino (1887-1928). L’auto, costruita in due soli esemplari (oggi ne rimane uno) toccò la strepitosa velocità record di 200 Km orari (eravamo nel 1911). La sua foto, signor Giuffrida, sembrerebbe autentica dell’epoca, se non fosse che ne ho ritrovata una identica e originale presentata nelle pagine del magazine americano “The Old motor” di Brattleboro-Vermont di alcuni anni fa, appartenente al collezionista di auto storiche inglese Graham Rankin. Nella sua foto sono stati eliminati dei particolari ed un altro personaggio accanto al pilota Bordino. Allora, se anche il suo esemplare – pur ritoccato – fosse autentico dell’epoca, il suo valore sarebbe sui 400-500 euro, altrimenti, come edizione successiva del 1920-40, sui 100 euro, mentre se è degli anni 50 in poi non vale nulla.


La signora Carolina invia alla mia attenzione una Santa Teresa (?) in cartapesta e gesso (h 41 cm) composta di elementi che, a vista, sembrano diversi come epoca. Ad ogni modo, tali cose non sono richieste e hanno mercato di riferimento a poche decine di euro.
Il bel servizio di piatti incompleto, in porcellana inglese della Cauldon Ltd, prodotto tra il 1905 e gli anni 20 del ‘900, vale sui 500-700 euro (tali prezzi per privati, nei mercati e mercatini la metà e meno).


Signor Bruno “biancoblak” la sua piastrella di ceramica, acquistata vent’anni fa ad un mercatino di Ventimiglia a 5 mila lire è una soave madonnina firmata dal maestro ceramista Guido Cattozzo (1910-1995), Gubbio, anni 40 del ‘900, che potrebbe valere oggi sui 250-300 euro.


Il signor Stefano Brazzelli invia foto di due statuine bucoliche in bisquit (cm 27). Nel 1953 Giorgio Basso, Bennacchio, e i fratelli Giuseppe ed Antonio Pordomello fondarono a Bassano del Grappa (VI) la manifattura Triade (marchio sotto gli esemplari inviati), ispirata ai modelli di Capodimonte e ancora attiva con denominazione “Nuova Triade”. Le opere in questione dovrebbero essere state prodotte negli anni 70 e valere sui 150-200 euro l’una, senza rotture né difetti.


 

Signor Michelangelo Leo, lei – su mio consiglio – ha fatto preliminarmente una prova sulla statuina cinese: venditore di conchiglie (fasciolaria trapezium) usate come contenitori, h 41 cm, che è una grandezza insolita per le creazioni in avorio, quindi, pur emanando alla fiamma odore organico potrebbe essere appunto di osso o di polvere di esso. Non mi scrive se ci sono o meno i segni caratteristici circolari dell’avorio, né io li vedo, e da foto più non posso dirle.
Il boccale svizzero (cm 15) pubblicizzante una funivia che conduce al Wetterhorn, picco delle Alpi Bernesi, stazione d’altura del comune di Grindelwald, non ha coperchio in argento ma in peltro lucidato. Non fosse peltro, insolitamente, potrebbe essere in alpacca (lega di rame, zinco, nichel). Tali boccali, ipotizzando il suo degli anni 40-50 del ‘900, valgono sui 50-80 euro.


Il signor Michele Di Meglio manda foto di due potiche in ceramica (cm 36) con dicitura sottostante: “Ancora 0269”. Allora: la fabbrica è appunto l’Ancora fondata a Nove (VI) nel 1946 e ancora attiva; i numeri potrebbero indicare – come avviene – il mese di febbraio e l’anno di produzione, il 1969. Le potiche sono molto belle e rare in coppia, ma dalle foto vedo una profonda lesione – che lei non cita – in una delle due, cosa che, naturalmente, le deprezza di molto. Le avrei valutate entrambe sui 600 euro, ma senza alcuna rottura o lesione; così – con una difettata – sui 250-300 euro.


Signora Lisa Pivotto, eh sì! la sua coppia di piccoli vasi (h 22 cm) non può essere ricondotta alla prestigiosa manifattura nazionale di Sevres, se non nella tipologia. Primo e fondamentale motivo, i vasi non sono marcati come “obbligatoriamente” prevedevano e prevedono i disciplinari della fabbrica. Secondo motivo, la non eccelsa fattura dei “transfert decorativi” della porcellana e i bronzi non cesellati e rifiniti – pur in una fusione a cera persa – e propri di fabbriche ceche o dell’Est europeo. Il loro valore, in un’ipotetica produzione degli anni 40-70 del ‘900, è sui 350-400 euro come oggetti d’arredamento.


E come sempre, un saluto a tutti e un abbraccio ai pochi.



Aprile 2021


Un altro pittore Poggiolini. L’autore stavolta però, ben identificato in don Leonardo Poggiolini (1977-2019). Me lo propone l’ulica e gentile professoressa Elsa Mariani dei Visconti. Signora, sarò franco: dire che il suo quadro è brutto, è un eufemismo, e non lo pubblico sia per non turbare l’ars visiva di alcuno sia per le cattive immagini inviate. Spero che su questa terra l’autore abbia ben più meritato in altri virtuosi campi per assurgere all’agognata gloria dei cieli, ‘che altrimenti lo vedrei ben al caldo nei sottostanti piani della Nemesi divina.


Da “trestevere” (Roma) l’amico Nuccio, mercataro di lungo corso a Porta Portese, manda in visione una ceramica di Limoges: dice lui! “Ma de che…” gli rispondo io in romanesco. La tua ceramica è stata prodotta negli anni 70-80 del 900 dalla Old Styles (in località Camillara – Gallese scalo, distretto ceramico di Civita Castellana), una delle tante fabbriche dello storico territorio che hanno copiato tutto e tutti sin dall’antichità (a cominciare dalle famose ceramiche falische ad imitazione delle greche nel IV-V secolo a.C.). E il marchio apposto lo conferma.


Signorina Adriana Alfano, sia gentile, la prossima volta mandi le misure! La vetreria Verreries de Compiegne fu fondata nel 1923 da David Guéron che appose le iniziali del suo nome e cognome come marchio alla nascente manifattura: Degué. La ditta, prestigiosa nel campo, terminò la sua avventura nel 1940. La sua lampada – fosse autentica – dovrebbe risalire agli ultimi anni di produzione, ma esistono tanti falsi nel campo e la sua, a foto, lascia qualche dubbio. Tra i 300 e i 500 euro.


Signor Alberto, la sua statuina è opera della pseudo bottega dello scultore livornese Giuseppe Armani (1935-2006), artista che divenne noto per avere creato le statuine/personaggi per conto della Walt Disney (e queste, introvabili, hanno quotazioni ragguardevoli). Quelle come la sua sono state prodotte da una delle innumerevoli fabbriche di “pseudo Capodimonte” che, a nome dello scultore e indebitamente, hanno copiato qualche sua tipologia. Io non ne conosco minimamente il tipo di produzione, ma nel tempo ho visto centinaia di tali cose comprate nei negozi di bomboniere a caro prezzo e a volte donate come lussuosi regali di matrimonio. Naturalmente, pezzi del genere non hanno grandi valori: 80-100 euro, cifre che, del resto, chiedono gli onesti espositori nei mercatini agli amanti di tale genere.


Signora Giovanna, la sua è una servantina con alzata del periodo tardo Liberty (anni 20-40 del 900). Non mi scrive – chissà perché – le misure, ma in questo caso è irrilevante giacché tale mobilia oggi è trattata nel mercato a bassi prezzi: 300-400 euro.


Signor Francesco Parente, bene ha fatto a dichiararsi non interessato al valore della sua medaglia religiosa (cm 1×2), forse medievale, e che lei ha ben spatinato rendendola priva di qualsiasi valore. Quanto ai significati delle scritte apposte: MD sta certamente per “mater dei” (dal greco antico MHTHP – meter – OEOY – theù-). CAR potrebbe appartenere all’aggettivo latino di 1ª classe car-carae = cara. Ma le sigle, specialmente in campo religioso, seguono l’intento precipuo dei loro realizzatori e a volte non per  conoscenza e intento generale. Nulla so in merito alle frecce che indicano le braccia crocifisse nel verso della medaglia, ma ci studierò, e spero sempre che qualcuno dei valenti, dotti collezionisti e antiquari che mi leggono, ben altro sappiano dircene.


Signor Giuseppe Avola, no! la sua coppia di porcellane (cm 14×11) non appartiene alla manifattura di Meissen. Si tratta di riproduzione degli anni 50-60 (?) del 900 e può valere sui 150-200 euro.


Signor Francesco Iannucci, innanzitutto voglio sperare che si riprenda al più presto dal difficile momento che sta passando e le invio auguri e abbracci.
Il suo piatto sui tipi derutiani (cm 52), a vista e dalle non esaurienti foto, lo ritengo pezzo del 900. L’autore mi è sconosciuto. Lo inserirò nel mio archivio per ulteriore studio. Così al momento, il suo valore come pezzo d’arredamento è sui 350 euro.


Signora Claudia Volpi da Milano, il suo gruppo in porcellana (h 18 cm) con marchio “N coronata” probabilmente – come sono costretto a dire trattandosi di buon prodotto visto da sole foto – è stato realizzato in Turingia o in Sassonia da una delle fabbriche che hanno fatto del logo “napoletano” una tipicità esportata in tutto il mondo. Ma non escludo che potrebbe essere anche di una buona manifattura italiana da me non individuata. Come incessantemente ripeto, tale marchio fu ed è ancora copiato da produttori di tutta Europa e non solo. Valore, se privo assolutamente di rotture e/o difetti, 350-500 euro.


Signora Ines Musa, il suo tavolo in artigianato povero (cm 1,80×75) sverniciato a metà, e del quale, viste le diverse coloristiche foto, non riesco ad individuare l’essenza (castagno, olmo, ciliegio?), è comunque di quei tavoli popolari ad uso casalingo presenti nel mercato a centinaia e la cui epoca è distinguibile solo dal vivo. Il loro valore a completo restauro – ‘che altrimenti si comprano a 200 euro – a seconda dello stato di conservazione, dell’essenza lignea, e di chi li vende, varia tra i 600 ed i 2.000 euro, ma oramai penso al capolinea della mobilia antica.
La statuina (cm 45), sui tipi dello scultore belga Victor Rousseau (1856-1954), è prodotta in migliaia di esemplari un po’ ovunque in Europa e vale sui 150 euro se mancante di rotture.

 


Signor Roberto Contisciani, in primis rispondo facendo presente, a lei e ai lettori tutti, che non dispongo di collaboratori in diverse materie nel disbrigo dei quesiti inviatimi; mi aiutano solo anni e anni di studi umanistici, artistici e scientifici, unitamente a una biblioteca di circa 40 mila volumi, 110 mila pubblicazioni specifiche e metri cubi di documenti (sono un fanatico di questo!). D’altronde, la rubrica “L’Esperto”, che riceve ogni mese centinaia di quesiti, è al momento gratuita, e disporre di altri esperti sarebbe insostenibile economicamente. Quando mi avvalgo di altri colleghi esperti antiquari e/o connaiseur, è mio compito e dovere citarli almeno nella rubrica.
La sua statuina (40 cm) in bronzo, “la Giustizia bendata”, è fusione patinata dozzinale, probabilmente francese del 1900/1950. Vale sui 250-300 euro.


Signora  Loredana Fossati, la sua coppia di versatoi in metallo e vetro (h 40 cm) è senz’altro piacevole arredativamente. Esemplari in bronzo, come a lei sembrano essere, valgono sui 500 euro, nonostante la piccola rottura della parte apicale facilmente ripristinabile con pasta o cera dura. Fossero viceversa realizzati in antimonio o zama (gratti o scartavetri il metallo sotto la base: se appare il colore giallo o oro è bronzo, se appare il grigio alluminio è zama) il valore scenderebbe ai 150-200 euro.


Signora Elisabetta S. da Palermo, non dovrei risponderle perché mi sono ripromesso di non farlo a chi non manda le misure, ma visto che queste sono facilmente deducibili dalle variegate foto inviate, non lo faccio. E in ordine di invio le dico: ceramica “studente al tavolo”, firmata Bedin (Raffaello), manifattura dozzinale Araba Fenice con altrettanta “N coronata”, cosa degli anni 70 del 900, valore sui 70-100 euro; “fanciullina con scopa”, marchio Essevi-Torino, ma che mi lascia perplesso per la sigla M.T. ed il numero 257 che non appaiono nei miei prontuari, valore dai 350 ai 600 euro; i “Cavalli” sui modelli della Lenci di Torino (da cui derivò la Essevi) non hanno marchio e vanno ascritti a fabbrica epigona del fiorentino, valore sui 200 euro.


Signora Milena P. detta Milly da Terni, le rispondo circa i mercati di cui chiede ulteriori notizie: “I Sabati dell’Usato” si svolge il sabato tutte le settimane (chiusure per Covid a parte) e con ogni condizione climatica  perché posizionato al coperto nel parcheggio delle Ferrovie dello Stato a Monterotondo Scalo (RM). Il mercato, al quale si può arrivare comodamente anche con il treno, è enorme – credo il più grande al coperto del Centro Italia (150/200 espositori) – è fornito di moltissimi parcheggi gratuiti, servizi igienici curati dal personale e di un punto ristoro. Preso d’assalto al mattino presto (chiude alle 14) da tanti commercianti romani, e non solo, a caccia di affari presso i banchi dei variegati espositori (svuota cantine, appartamenti, discariche, fabbriche), propone merce di ogni genere che cambia di volta in volta: dalla montagna di materassi del negozio in chiusura, alla pressa del 900 da 5 quintali proveniente da qualche azienda. Pensi, signora Milena, che una volta è stato messo in vendita persino un missile meteorologico lungo 3 metri. Insomma, ai “Sabati dell’Usato” si possono trovare cose inconsuete e particolari insieme ad abiti, accessori anche di lusso e antichità. La cosa migliore sarebbe frequentarlo con costanza, unitamente all’altro grande mercato limitrofo (a una decina di chilometri) di cui chiede: la “Fiera Tiberina”, che si svolge, però all’aperto, per cui le consiglio di telefonare prima agli organizzatori in caso di previsto maltempo, e adesso in emergenza Covid. La Fiera si svolge ogni domenica sulla Via Tiberina al Km 24, presso il piazzale Wurth – Scorano – Capena, vicino all’entrata dell’autostrada casello di Fiano Romano. Vi si possono trovare un centinaio ed oltre di espositori/cercatori di un po’ di tutto, e pure qualcosa di artigianato e prodotti agro-alimentari. Anche qui, grande possibilità di parcheggio, servizi igienici con personale, punto ristoro. Da vecchio collezionista/ricercatore compulsivo le consiglio questi mercati vivamente. Informazioni al 324.6318453 – 342.0634022 – eslas@libero.itumaif@libero.it


Il signor Giampiero Provenzano manda foto di un importante libro: “Atlante generale della anatomia patologica del corpo umano” di Jean Cruveilhier (1791-1874), grande anatomista e patologo francese, Edizioni Batelli 1843. Il volume fa parte di quei testi di pregio che anni fa avevano una loro rilevanza nel mercato e si vendevano a cifre pressocché identiche da chiunque si acquistassero. Purtroppo oggi, deceduta la gran parte dei valenti collezionisti, non v’è più interesse e amore per oggetti come i libri di pregio, tant’è che chi vende, sia che abbia acquistato a sua volta a poco, sia che abbia bisogno di vendere, lo fa, come si suol dire, a “ prezzi stracciati”. E cosi oggi abbiamo che: la Libreria Antiquaria Malavasi di Milano offre il testo a 3.800 euro  (che potrebbe essere il suo valore reale);   lo Studio Benacense di Riva del Garda (Tn)  lo propone a 1.400 euro, mentre la Gilimbert, libreria antiquaria di Torino, addirittura a 1.000 euro! E il bello è che ognuno dei venditori citati – e ve ne sono anche altri – sono persone serie e di esperienza! Cosa altro dirle dunque? Io le suggerirei di tenerlo.


Signora Federica, un po’ di storia: Fritz Thomas, imprenditore tedesco, nel 1903 fonda a Marktredwitz, Bavaria, una manifattura di porcellana a suo esclusivo nome (prima era con altro socio). Nel 1908 la prestigiosa ditta Rosenthal ne diventa proprietaria acquisendo il marchio che userà a proprio piacimento. Dal 1939 al 1952 circa inizia ad operare con il logo Thomas Hivory, trasferendone la produzione singola in altra città e stabilimento nel 1959-60. E infatti, signora, il suo servizio porta la data 64 dopo i numeri seriali e da questo deriva la sua epoca. Rispondo poi alle sue ulteriori domande: il nome impresso nei fondi dei piatti, Giuseppe Bernasconi  “esclusivista della Rosenthal ”, determina la persona come una di quei “grossisti” che ottenevano tale prerogativa (insieme a grossi sconti) dalle ditte, ordinando grandi quantitativi di merce e distribuendola  nei negozi, in questo caso di lusso, vocati. Il bordo in amalgama di oro/rame applicato è tipico delle porcellane di un certo pregio. Detto ciò: se non mi invia nel dettaglio il numero dei pezzi che compongono il servizio cosa le valuto?


Il signor Sandro Conforti mi scrive di aver fatto esaminare le due coppie di statuine ceramiche inviatemi in visione (vedi rubrica di Marzo) anche da altro esperto, il quale ha rilevato equivalenti le stime date ma ha dato diverso parere circa la loro manifattura di provenienza. Le prime, con marchio “N coronata”, io le indicavo come di fabbrica tedesca della Turingia di Rudolstad, forse la Ernst Bohne Sohne, l’altro esperto, invece, le ritiene della Doccia-Ginori, sempre fine Ottocento primi Novecento. Io però rimango della mia idea, considerando e marchio e fattura, e trovo piuttosto generici i manufatti per potergli assegnare a una così precisa provenienza, salvo poi che l’esperto consultato non abbia studi così specifici e dettagliati – che io non ho – da poter affermare con certezza cosa diversa.
Le seconde statuine, che per le due “CC” affiancate e tipiche di alcune manifatture tedesche io avevo ascritto a fabbrica tedesca similare alla prima, sono invece, per l’altro professionista, da assegnarsi a Giuseppe Cappè (1921-2008). E su questo devo dichiarare che, indiscutibilmente, ha ragione lui! Dopo aver visionato meglio il marchio poco visibile da foto nella sua interezza, ovvero “G. Cappè”, e trovati coerenti all’opera dell’artista i motivi decorativi alla base, non faccio soverchia fatica ad ammettere la svista che la frettolosa visione delle sole immagini (di modellati classici e generici ) non ingrandite ha prodotto. 
Vede signor Sandro – e mi rivolgo ai lettori tutti – il mio compito precipuo di esperto di carta è quello di non far prendere abbagli in merito al valore delle cose inviate, e su ciò mi ritengo – essendo anche stato antiquario – abbastanza ferrato sul mercato. Sul resto che mi viene sottoposto, e che naturalmente comprende tutto lo scibile del creato (dai gioielli alle figurine, dai tappi alle auto d’epoca, dai quadri alle terraglie) io, grazie ai lunghi studi e all’esperienza, faccio quel che posso, ma non è che sia un luminare di tutte le tipologie, e sono ben contento quando qualcuno esprime, ed a ragione, un parere diverso dal mio, perché ciò mi arricchisce e mi ridimensiona. Il che è sempre utile.


Il signor Enzo Romagnolo manda in visione 3 opere ereditate. Due di esse (cm 48×36) sono del forlivese Enzo Pasqui (1920-1998), insigne disegnatore, grafico, designer, pittore di vaglia. Purtroppo la sua variegata mano non è stata consacrata appieno e le sue creazioni non sono trattate che raramente nel mercato e a prezzi diversi. Ad esempio, il  primo quadro in foto, molto bello, penso sia valutabile sui 600-800 euro, il secondo la metà. La terza tela (cm 60×80), opera di impatto dell’artista, sempre di Forlì, Carmen Silvestroni (1937-1997), esponente minore della Transavanguardia, che ha purtroppo scarsa trattazione sul mercato, vale sui 400-600 euro. Le mie stime l’avviso, si riferiscono ad un contesto nazionale di vendita e non alla trattazione locale che magari ha un suo mercato di specifici collezionisti.


La signora Natalia Vaccari mi scrive affinché le indichi dei buoni libri inerenti la conoscenza dettagliata degli stili, della manifattura e della provenienza dei mobili antichi. Colgo così l’occasione per salutare l’amico professore Alberto Vaccari (suo omonimo di Bovolone – Verona) esperto, divulgatore e sommo restauratore, autore di “Dentro il mobile”, libro che tutti i cultori dovrebbero avere nella loro biblioteca (Edizione Zanichelli  nella II edizione corretta e ampliata 2005, ma anche la prima va bene). Ricordo, con lui e con l’altro amico e connaiseur ingegnere Antonio Valenti, una conferenza negli anni ’90 presso la prestigiosa Galleria d’antiquariato Ida Benucci a Via del Babuino a Roma. Un altro consiglio che posso darle è quello di cercare nell’usato, anche in rete – pagandola poco – l’ enciclopedia “Corso di restauro e antichità” (5 volumi) della De Agostini anni ’90. Nel volume dei mobili e del restauro troverà informazioni interessantissime.


Signor Paolo Gotti, non credo che le sue sedie neo-rinascimentali (h 123 cm) possano ascriversi – così come indicatole all’acquisto circa trent’anni fa – all’Officina Milanese di Ferdinando Pogliani (1832-1899) e figli, sita in via Montenapoleone 21, con filiale in Via Brema 21 Milano. E questo per due ben precisi motivi: il primo è dato dall’assenza di targhette o stampigliature che comparivano su tutti i mobili della famosa ebanisteria; la seconda, più tecnica, è che le sue sedie riflettono uno stile prettamente umbertino e non proprio dei Pogliani, più evoluti verso un gusto meno  nazionale e d’oltralpe. A ragione di queste considerazioni le sue sedie mi paiono più vicine all’opera degli ebanisti, anch’essi milanesi, Daniele Lovati e Carlo e Giovanni Andreoni (1860-80), artigiani di minori facoltà tecniche e più legati alla tradizione costruttiva. Naturalmente la mia valutazione ha la criticità di non essere dal vivo, ove viceversa e per tanti motivi occorrerebbe essere in questo caso. In più, la sua mobilia, priva di documentazione, fattura o quant’altro (se in suo possesso, non l’ha comunicato) non si presenta in condizioni ottimali per un responso. Posso, così, dare alla sue sedie solo un’attribuzione generica ai Lovati-Andreoni, e stimarle, nelle condizioni in cui sono, sui 1.000 euro cadauna.


Avvocato Marie B. Blanchette dal Quèbec – Canada, innanzitutto i suoi piatti non hanno alcun riferimento con  la manifattura Theodore Haviland & Company (1893 Limoges). I motivi decorativi delle sue porcellane derivano da modelli cinesi, copiati un po’ ovunque in Europa e altrove. L’unica cosa certa è il marchio riportato: “Leone di San Marco” impresso, che si differenzia, d’altro canto da quello simile della Ceramica S. Marco di Nove, fondata nel 1895, che pure lo ha utilizzato negli ultimi anni, apponendovi invece del Vangelo la N di Napoli-Capodimonte (chissà poi per quale triste ed oscuro motivo!). Lei pone come data di riferimento il 1923, anno in cui sua nonna ricevette il servizio in regalo per le nozze, ed io, stimando da sole foto, devo accettarla come possibile, anche perché per quante ricerche abbia fatto, non sono al momento riuscito a trovare altre notizie. Pubblico, sempre nella speranza che qualche collezionista ne possa sapere di più e riferirci in merito.


Signor Giorgio Giarra dalla provincia di Milano, non facciamo confusione: io non so chi sia il grande collezionista e “modernarista” milanese che la consiglia e le vende, ma se da una parte è indubbiamente più di me informato sui valori dei prodotti di cui parleremo, dall’altra noto alcune strane lacune sulla conoscenza dei materiali.
Sintetizzando – anche per non addentrarmi in formule chimiche astruse – mi spiego: la resina termoindurente nota come Bachelite, inventata nel 1907 dal chimico belga Leo Hendrik Bakeland (1863-1944), poteva, e solo, essere prodotta nei colori scuri nero o marrone; materiale ancora durissimo, ai nostri giorni presenta esemplari perfetti a livello conservativo. Solo negli anni 20-30 nacquero  nuove  resine ureiche che potevano essere colate o stampate in colori chiari, ma esse negli anni presentano conseguenze spiacevoli per chi le colleziona. Ad esempio: il Plaskon nel tempo si crepa; la Catalina sbiadisce e si restringe; il Beetle o Scarabeo, con i suoi bianchi screziati o marmorizzati, si rompe ai piccoli urti; il primario Polistirolo duro si rompe e disgrega, ecc. Fatto stà che i prodotti in bachelite sono ancora “eterni” mentre gli altri si trovano, generalmente, in non buone condizioni, e i pezzi autentici sono rarissimi nel mercato. Le significo, a questo proposito, che la Corea del Nord da anni ha intrapreso una fiorente industria statale delle false resine dei primi decenni del 900, impiegando semplicemente scarti inutilizzabili di variegate plastiche moderne più volte riciclate “e a fine carriera”. Queste, non più legate dai componenti polimeri esausti sono: fragili, similarmente dure, simulano le vecchie resine a base ureica e in più sono dannose per la nostra salute e per l’ambiente.


Il signor Renato 63 da Faenza manda in visione una serie di ceramiche a sua detta autentiche della bottega faentina dei Ferniani, ma che anni fa “la Luisa Foschini di Bologna ha ritenuto false” (sic). Signor Renato, evidentemente lei non conosce una delle più profonde esperte della coroplastica italiana, io invece si! Quindi, neanche guardo i suoi pezzi… ubi major minor cessat… et tacet.


Signor Francesco Mason (con foto al limite della cestinazione!), le premetto che il mercato degli sci “antichi” o vecchi non ha delle valutazioni stabili ma a seconda di chi li vende: si possono trovare nei mercatini a poche decine di euro o in siti on-line a centinaia di euro. La sua prima coppia (in frassino) è produzione della mitica fabbrica di Torino Attilio Angrisani fondata verso il 1930 (allora in Corso Belgio 1 e in seguito in Via Lessolo n. 16). Avrei assegnato i suoi sci agli anni 40-47 (non mi risulta infatti attiva oltre), ma gli attacchi inseriti: Colber della ditta dell’impresario di Milano Renato Covini che, fondata nel 1953 produceva bastoncini da sci e poi dal 1958 anche una linea di attacchi, mi inducono a crederli appartenenti a quegli anni, a meno che non vi siano stati apposti dopo. Il loro valore, nello stato precario in cui mi appaiono, è di 200-250 euro; una volta restaurati, sui 500. Gli altri modelli: i Persenico, sui 100 euro, gli altri nulla per le condizioni da “discarica” in cui si trovano.


Signor Guido Cassanelli da Zocca (MO), le premetto che sono onorato di conoscere una persona che ha lavorato, e duramente, per 60 anni, permettendo a persone come me di studiare e lavorare (molto meno e con minore fatica) in una nazione sviluppata e creata non tanto dai discorsi e dalle prolusioni di politici ed intellettuali (che hanno semmai indicato la strada) ma appunto dalle persone che come lei hanno duramente faticato, sollevando un paese dalle macerie della guerra e portandolo ad essere una delle sette potenze industriali nel mondo, rinunciando – nel suo caso – a studi che altri (come me) hanno potuto permettersi. Dalla sua mail, noto poi un “linguaggio” non scevro di conoscenza e desiderio di essa, e questo vale per me più di una laurea.
E andiamo al suo quesito: un tavolino giapponese laccato (avuto a scomputo lavori) che presenta inserti bordativi d’argento e ospita una vaschetta in rame dall’uso non identificato (braciere, scaldavivande…), detto per tali tipologie: “urushi”. Ma… ma la scritta dorata giapponese apposta recita “Progettista Paul Larssen”, che dire? Non ho trovato nei miei prontuari alcuna notizia riguardante tale “designer”. Quasi sicuramente trattasi di una serie di mobili sullo stile giapponese, ordinati a qualche fabbrica per arredare un albergo, un luogo di comunità… Non so cos’altro pensare. Ad occhio, lo ascriverei agli anni 40-60 del 900, ma senza certezza. Il valore non può comunque superare, a corpo, i 400-500 euro. L’abbraccio, prendendomi i complimenti per lo svolgimento solitario dei quesiti rivolti dai lettori, ma estendendoli alla Redazione tutta per l’abnegazione con cui mi sopporta e supporta da decenni.


Signor Marco Bassi da Verona, i vasi che lei vorrebbe acquistare, manufatti sui tipi di Limoges riconducibili a fabbriche certo minori, non hanno la leggiadria, il modellato e lo svolto decorativo necessari a farli assurgere ad oggetti di grande pregio, sono al più oggetti arredativi. Il primo ha per base non il classico bronzo ma del legno porporinato più che dorato (e a foglia) è ascrivibile con gli altri stilemi agli anni 50-80 del 900. Valutazione: per il primo (cm 90) sui 400-500 euro, per il secondo (cm 40) sui 200-250.


Signora Maria Cardinale,  ritratti “a filo” come il suo erano la specialità di Burano e delle sue grandi ricamatrici, ma anche a Rapallo e a Cogne vi è stato, dai primi dell’800 e sino agli anni 50 del 900, un fiorente artigianato di medesima qualità e dall’elevato valore economico. Oggi purtroppo, mi spiace dirlo, tali tipologie non solo non hanno alcuna trattazione, ma sono detestate dal mercato.


Ringrazio vivamente il signor Giuseppe Biagioli da Cesena – abbonato per più di vent’anni alla nostra rivista cartacea) – oltre che per la stima, per le parole scritte: “all’arrivo della Gazzetta ci bloccavamo tutti in famiglia per leggere la pagina dell’esperto”, che a distanza di decenni è ancora la mia rubrica e che mi riempie di soddisfazione e orgoglio.
In merito quesiti accumulati da sottopormi: i 27 volumi completi “Collezione italiana dei diari, memorie, studi e documentazione per servire alla storia della guerra”, editi dalla Mondadori nel 1926, nella condizione di intonsi valgono intorno ai 200-250 euro; l’opera in 147 fascicoli “L’eroina del Piave” di Nino Costa, edita nel 1909 dalla Casa Editrice Moderna con copertine di Campanini, vale sui 120-150 euro; due lastre tipografiche (cm 20×15) incise all’acido su zinco, anni 1860-80, valgono  poche decine di euro cadauna; il calco di testa di donna in gesso laccato, neoclassico fine ‘800 primi ‘900 (h 42 cm), vale 80-120 euro; il busto (h 17 cm) non di “pastora da presepe” ma di santa meridionale privata di aureola (là dov’è lo spillone con due olive) e di vestimenta, epoca 800, vale sui 250-300 euro nello stato; l’orologio da tavolo (cm 15×15) Jager Le Coultre degli anni 60, uno Skeleton clock carica meccanica a 8 giorni, vale sui 500-600 euro se funzionante ed in buone condizioni.
Quanto ai servizi della ceramica Cossa, signor Giuseppe, mi deve inviare più foto dei pezzi e del decoro. Un abbraccio.


Signor Remo Fedi, lei manda ancora foto di difficile valutazione: manufatti orientali che, in mancanza di marchi e/o segni di riconoscimento, sono costretto ad analizzare basandomi solo da quanto vedo e dalla tipologia che, io identifico, e che lei mi indica. Ciò non è molto, considerato il mio modus operandi – unico – nella disamina di simili oggetti. Ovvero: prendere in mano il manufatto per rendermi conto del peso, strofinare i polpastrelli sulla vetrina per valutare lo spessore, dare una schicchera col dito per sentire il suono delle pareti, e infine, leccare (eh già!) i fondi non smaltati. Pertanto il mio giudizio che le espongo è basato unicamente sul craquelure (piccole crepature nello smalto) che, però, purtroppo non vedo sui suoi oggetti, e che non solo mi induce a ipotizzare date recenti ma addirittura non mi fa escludere che possa trattarsi di copie moderne. Detto ciò: il vaso (cm 60) della dinastia cinese Qing (1644-1912) – ma che io assegnerei ad un periodo più tardo del 900 – valore sui 400 euro; la grande mattonella (cm 40) del periodo persiano Qajar (1779-1925), a mio avviso pezzo dei primi decenni del 900, valore 800-1.200 euro.
Chiudo riportando, per notiziarne tutti, il seguente risultato ai miei occhi un tantino strabiliante: asta Pandolfini 22 luglio 2020: Vasca da pesci in porcellana tarda dinastia Qing ( stiamo parlando del Novecento, quanto inoltrato?) h cm 29,5×39,5, valutazione 3.000-5.000 euro, aggiudicazione 751 mila euro! Ora: o c’è sotto un problema di soldi e di loro “giri”, oppure io, avendone venduta una più bella e autentica negli anni 90 a 2 milioni delle vecchie lire (l’avevo acquistata, perché bellissimo esemplare, ad 1 milione), ad oggi ancora, ed è facile, non ne capisco nulla!


E come sempre, un saluto a tutti e un abbraccio ai pochi.


 


Marzo 2021


Apro questo mese con il quesito postomi da una gentile signora di Livorno che mi prega di citarla solo con il nome: Ines. Ella possiede – afferma – alcuni disegni di Amedeo Modigliani (1884-1920) e me ne chiede expertise dal vivo. Ebbene, senza neanche vederli – e con l’intento di farle risparmiare denaro – le dico subito, signora, che si tratta di falsi. E mi spiego: la vicenda post mortem (per suicidio) del grande artista livornese è talmente piena di falsità, bugie, interpretazioni e messinscena clamorose e scandalose, che a mio avviso, non possono esistere (se non documentate da passaggi di proprietà e percorso storico) opere in circolazione che possano definirsi autentiche dell’artista. Non intendo soffermarmi sull’arresto (2012) del Presidente degli Archivi Legali Modigliani, tale Cristhian Parisot: ciarlatano, falsario condannato. E non voglio nemmeno ricordare più di tanto – per amor patrio e amicizie – i famosi ritrovamenti (1984) delle teste sculture di Modigliani nel canale di Livorno, autentificate dai luminari italiani dell’arte quali Argan, Ragghianti, Brandi e, purtroppo, anche dal mio amico Enzo Carli: una vicenda che trascinò nel ridicolo tutta la struttura della Soprintendenza che egli stesso presiedeva a Pisa. Un abbaglio che si rivelò documentalmente e senza ombra di dubbio, lo scherzo di tre ragazzotti muniti di Black&Decker, nonché atto di protesta (così giustificò il suo gesto) di uno pseudo artista locale che voleva far “riflettere” sul mondo dell’arte e sui suoi meccanismi di induzione. Io ed altri – modestamente – all’epoca avevamo detto e scritto ben altre cose sulla vicenda e sull’intera opera del “Modì”, e parlato delle considerazioni e accuse (alterne) non proprio limpide fatte dal dott. Carlo Pepi, collezionista e commercialista in quel di Cercina.
Sull’opera di Modigliani non v’è certezza alcuna. Morta l’unica nipote dell’artista e azzerati periti e controperiti che possano dare sicurezza al mercato: chi può sentenziare autenticità di sorta? Solo adesso, forse, grazie al lavoro del valente Prof. Marc Restellini (già ex direttore della Pinacoteca di Parigi), un catalogo ragionato con analisi scientifiche di laboratorio, si potrà cominciare a dare qualche certezza sulle opere dello sfortunato e depresso Modigliani. Ma ne sono fortemente dubbioso: nei musei e nelle collezioni private ci sono decine e decine di opere false dell’artista che, a forza si essere state così ben esposte e/o rappresentate, non hanno la minima possibilità di essere disconosciute o distrutte. È questo, un dato di fatto e che per di più, a mio avviso, è propedeutico ad altro, come ad esempio alla sentenza espressa da un giudice americano di Huston (Texas) che ha decretato autentici dei Modigliani giudicati falsi da un collega italiano che aveva dato incarico di periziare a due signore che non avevano titolo precipuo per occuparsi dell’opera del Maestro. Insomma, signora Ines, ripeto: i suoi disegni – che non voglio neanche visionare – sono falsi!


Signor Roberto Cecon, per le sue tavole a china di fumetti degli “Albi dell’Intrepido”, vale quanto da sempre ripeto sulle opere d’arte: deve avere prova di provenienza e documentazione accertata, attestati o immagine con foto dell’autore, altrimenti ad artista scomparso – nel suo caso il prestigioso Galep (Aurelio Galeppini 1917-1994 autore e creatore di Tex Willer) – l’autentificazione diventa cosa ardua, da specialisti del settore, non sempre propensi – se non a lautissimo tornaconto – ad espertizzare. Mezzo secolo fa le tavole originali si potevano reperire tra gli scarti delle tipografie. Mi ricordo, a Roma, quella dei fratelli Spada sulla Tiburtina, che stampava decine di fumetti prestigiosi. Aveva, nella campagna sul retro, una sorta di discarica a cui, fatto un mucchio (era tutta carta), dava fuoco. Tanti ficcanaso e stracciaroli evoluti (tipo me) vi si introducevano negli anni 70, abusivamente o grazie all’accordo, remunerato, con qualche operaio. Si frugava alla ricerca di stampe e disegni! Mi ricordo, tra i pacchi di carta raccolta, di alcune serie di “prove inchiostro” e di due chine originali di Flash Gordon di Alex Raymond: vendute a caldo ad un collezionista americano, mi permisero il mio primo viaggio negli States.


Signor Fabrizio Bertolotto, quando mi propongono – ai nostri giorni… poi – opere di artisti conosciuti, con passato di gloriose vendite ma con nome non di primo piano e veicolato dal mercato, mi spiace rivelare che esse non vengono vendute che a poche centinaia di euro. Ma lo debbo fare! per non creare false illusioni. Il pittore-scultore Pio Succi (1929-2007), artista di bella mano che ha avuto numerosissimi riconoscimenti di critica e pubblico con conseguenti valutazioni sino agli anni 90, ora non è più commercializzato, e un quadro come il suo cm 50×70 ha il valore – come dicevo, e presso qualche raro collezionista – di poche centinaia di euro, a seconda del compratore.
Stessa situazione per Renaldo Nuzzolese (1918-1988), pittore e ceramista dalle non poche qualità. Non si trovano di lui recenti stime d’asta o di vendita, e su rete solo poche cose proposte o a quasi niente o a migliaia di euro – da gente inconsapevole. Ma il mercato consapevole, viceversa, tace su di lui come su altri innumerevoli pittori una volta famosi e costosi.


Signor Sandro Conforti manda in visione quattro statuine. Le due pregevoli in porcellana (h 35 cm), con “N coronata” apposta, mi permettono di ribadire il concetto (lettori tutti, leggete bene, vi prego!): tale marchio (pseudo Capodimonte) è stato ed è usato da migliaia di manifatture un po’ in tutto il mondo. Quello in questione dovrebbe appartenere a una fabbrica di Rudolstad nella Turingia tedesca, e probabilmente alla Ernst Bohne Sohne che le produsse tra la fine dell’Ottocento e i primi del Novecento. Valore sui 400-500 l’una, per epoca e livello plastico/decorativo. Le altre due statuine in bisquit dorato (h 25 cm) della stessa epoca, che hanno incise due “C” disgiunte, sembrerebbero anch’esse di produzione tedesca e forse della stessa fabbrica che ne produceva di simili. Ad ora, però, non ho elementi sul marchio assunto, e così, ad occhio, indicherei sui 500 euro per la coppia. Tale cifra si intende valida in assoluta mancanza di rotture e difetti.


Signora Lorena Buffa, i suoi due gruppi, sempre con la famigerata “N coronata”, presentano entrambi un inconsueto e caricaturale svolto plastico che non so attribuire ad un autore preciso. Prodotti negli anni 60-70 del Novecento, da una fabbrica a me sconosciuta, li direi pezzi “sui tipi” dei ceramisti Cedraschi e Cappè, ma con altra soluzione figurativa. Al primo, un pianista “estremizzato”(cm 27×20), assegnerei un valore intorno ai 250 euro; al secondo, un suonatore di organetto su carretto che presenta un meccanismo sulla ruota che fa entrare in funzione un carillon (cm 25×38), sui 400 euro, se il carillon è funzionante.


Signora Alessandra Castellano, i suoi due servizi di gran bella qualità sono stati prodotti dalla ditta bavarese tedesca di Lindener-Kueps (famosa per le decorazioni cobalto), fondata da Ernst Lindener nel 1928. Da tipologia e marchio, penso possano essere assegnati agli anni 40 del Novecento, e se intatti, ambedue da 12 coperti e completi, valgono sui 300-350 euro a servizio. Sono cose pregiate, da tenere. L’altro servizio da 12, meno bello, è produzione di una fabbrica epigona di Sevres, anni 40-60 del Novecento (tra l’altro ha al centro una “W” dataria che la manifattura di Sevres non ha mai usato). Può valere sui 200 euro.


Signora Marina Ravot da Cernusco Lombardone (CN), il suo leggio di famiglia (cm 30×29 h 45) in legno, gommalacca nera e dipinta, presenta intarsi in ottone (credo) placcati e/o galvanizzati oro (ed infatti là ove il tempo ha agito si nota l’ossidazione della lega sotto). Centralmente, intarsiato, riporta lo stemma IHS che non è, come comunemente si crede, un monogramma indicante Gesù (Iesus Hominum Salvator) ma un cristogramma risalente al III secolo. I primi cristiani perseguitati lo usavano come simbolo segreto scrivendo le prime tre lettere del nome di Cristo in greco IHΣ (dal nome completoYHΣOY), la lettera “sigma” “Σ” greca, tramutata in latino “S”. Nel XV secolo San Bernardino da Siena organizzò una campagna di riverenza al nome di Gesù ed esortò i cristiani fedeli a mettere il simbolo IHS sui portali e gli architravi delle case, ed infatti lo vediamo tuttora presente in alcune case – risparmiate da discutibili ristrutturazioni – negli antichi borghi di paesi e città. Nel 1541 Sant’Ignazio da Loyola adottò il simbolo per rappresentare l’Ordine costituito della Società di Gesù (o dei Gesuiti).
A mio avviso, collocherei il suo leggio nella tipologia propria di detti lavori di artigianato e cioè nella prima metà dell’Ottocento, quando giunsero in Italia i primi carichi di mobilia laccata orientale che influenzarono il gusto in tal senso. Il valore, in considerazione dello stato non eccelso di conservazione, penso possa essere intorno ai 350-400 euro.


Signor Italian da Roma, circa la sua tela (cm 44×33) raffigurante una stazione della Via Crucis, e precisamente la XIV: deposizione del Cristo nel sepolcro, ho una domanda per lei: che l’opera sia della prima metà del ‘700 è una sua opinione personale o ha certificazioni in merito? Perché a me sembrerebbe – a occhio e a vista delle non esaurienti foto inviatemi – un pezzo fine Settecento, prima metà Ottocento. Ma la cosa non è poi così importante giacché il dipinto è comunque di mano popolare, cioè di non soverchio spessore artistico; ha piuttosto il valore documentale e storico locale che lei ha esaurientemente e diligentemente portato alla luce con documentazione. Cosa posso dirle ancora? Il valore economico della tela, così nello stato non ottimale in cui si presenta e in ragione della scena non lieta raffigurata, è sui 300 euro.


Signor Giulio Stoppa, la sua statuina in ceramica, una bambina con fiori (cm 21) firmata C. Mollica (originale), pezzo degli anni 30-40 del Novecento, vale sui 120-150 euro.
Il “Bambi” con farfalla sulla coda, un modello dello scultore Domenico Cogno per la Lenci, Torino, è seriamente danneggiato: dalla foto vedo che la coda e la farfalla non ci sono (lei mi dice di averli e volerli riattaccare) e in più una zampa è rincollata. Pertanto, dai 400-500 euro che varrebbe se intatto, il suo “Bambi” passa ai 40-50 (posto che riunisca coda e farfalla).
La ciotola o vasetto di Delft è cosa di recente produzione da pochi euro.


Signor Aleaffar, la sua statuina in ceramica (cm 37) è stata prodotta da una delle tante ditte operanti nel settore con marchi di fantasia (come la “N” coronata, che starebbe per Napoli ma viene intesa come prodotto di “Capodimonte”, un marchio usato da migliaia di fabbriche – come scrivo per la centesima volta – in Italia e all’estero). E nonostante la Victoria bomboniere d’arte (ditta rilevata dal marchio che mi invia), produttrice della sua ballerina, si classifichi addirittura (in rete) come appartenente a un Consorzio di Capodimonte, essa non ha alcun riferimento con la prestigiosa antica Real Fabbrica. Tra l’altro, l’unico ente deputato all’uso e alla commercializzazione nel solco della tradizione del marchio è l’Istituto G. Caselli, situato appunto nel Parco di Capodimonte (vedi Legge 188-90).
La ditta di bomboniere Victoria (simbolo in blu, impresso con la “N” coronata ) di Carlo Aveta in Calvizzano (NA), le significo, è attiva dal 1979. La ballerina in suo possesso ha una fattura a colaggio e stampo (veste traforata compresa) e non riveste grande pregio artistico. La sua produzione è assimilabile a quella di altre ditte napoletane, come ad esempio La Visconti, fabbrica di bomboniere in Via Capodimonte sempre a Napoli, che in catalogo ne offre un modello simile a 249 euro. Penso che l’esemplare della ditta Victoria sia stato venduto a prezzo analogo “ieri” o al massimo qualche anno fa. Ad oggi lei può sperare di ricavarne sui 50-70 euro da amanti appunto del “bombonierismo”.


Signora Giusy Pirroni, il suo servizio di piatti da dolce (12+1) della serie The Hunter (Il cacciatore) è un prodotto degli anni 80 del Novecento della Myott-Staffordshire britannica. Il suo valore è estremamente vario sul mercato, lo vendono a 40-70-150 euro. Io penso che 120 euro sia la cifra adatta, se l’insieme non presenta rotture o difetti.


Il signor Mauro Assi mi chiede se l’opera in suo possesso, un quadro “Vecchia Milano” (cm 60x 80) a firma di tale Pastorelli Giorgio, possa valere quanto riportato da uno pseudo certificato seriale, da corniciaio, posto nel retro e specificante un valore di 4 milioni di vecchie lire. Il dipinto, di fattura dozzinale, purtroppo non vale nulla, forse i 30-40 euro della cornice con vetro, utile per inserirvi qualcosa di più piacevole. inoltre il signor Assi acclude alla sua missiva il frontespizio di una pubblicazione (che è in originale opera in più parti): “Monumenti comaschi” del canonico V. Barelli (1807-1890), non specificando null’altro. Ed io null’altro posso dirgli in merito.


Signor Manlio Suardo da Piacenza, legga l’ottimo articolo della valente studiosa Gabriella Petrone inerente la vita e l’opera del grande ebanista (1738-1814) Giuseppe Maggiolini, inserito in gennaio su lagazzettadellantiquariato.it. Si tratta di un approfondimento dal quale io stesso ho appreso notizie che ignoravo. Vedrà che troverà facile risposta al suo complesso quesito.


Signora Anna Maria Niola, la sua leziosa statuina (cm 20) è un prodotto seriale della ILPA (Industrie Lucchesi Plastiche Arti) di Ulisse Viviani (Bagni di Lucca), società attiva tra gli anni 50-60 del Novecento. Diventò celebre nel 1953 allorché una sua produzione: un “capezzale” (ovvero una riproduzione religiosa messa sopra il letto matrimoniale) raffigurante una “Madonna con il cuore immacolato” in gesso smaltato – come la sua figurina – iniziò “miracolosamente” a piangere. All’epoca costava 2.500 lire, subito dopo l’evento il suo prezzo aumentò sino a 5.000 lire: un vero miracolo! In suo onore fu eretto il Santuario-basilica della Madonna delle lacrime in Siracusa, tutt’ora in auge.
Tutto questo, per arrivare a dirle che il suo “bambino con fiori”, a meno di un intervento prodigioso, “dall’alto o dal basso che sia” (magari si metta a cantare o che i fiori esalino profumo), non ha che il valore sentimentale di un ricordo da poche decine di euro.
Riguardo la sua china-gouache (cm 98×78) a firma Ernesto Treccani (1920-2009) le rinnovo la domanda che sempre faccio ai richiedenti autentica quando si parla di arte moderna: lei ha dei documenti di provenienza, certificati, fatture? Se la risposta è no, cosa vuole che io le dichiari? Comunque, a parte le offerte “improbabili” che gravitano in rete – con prezzi da vanno da poche centinaia di euro a migliaia – le significo che la quotazione dell’artista per gli oli intorno ai cm 50×70, è 400-500 euro (ultimi risultati Case d’asta S. Agostino, Vincent, ecc.). L’opera in suo possesso però, minore come espressione tecnica, penso possa arrivare sui 300 euro. Ma attenzione, sto parlando di dipinti che, se non propriamente certificati, hanno almeno una provenienza accreditata.


Signor Isacco Trivellin, lei mi ha intenerito con il ricordo del tornio posseduto dal suo buon padre, e cercherò quindi, nei limiti della mia “tuttologia”, di risponderle al meglio. L’utensile è stato prodotto dalla Greaves-Klusman, ditta fondata nel 1889 dall’americano William A. Greaves e il tedesco Herman H. Klusman a Cincinnati nell’Ohio. La fabbrica, inizialmente specializzata in macchinari per la lavorazione del legno, in seguito aggiunse anche la produzione di torni per metalli. Ad essa si deve l’invenzione del tornio con mandrino a dieci velocità a progressione geometrica e lubrificazione ad olio continua, che permette di non surriscaldare né il motore né gli organi meccanici costruiti in cromo-nikel temperato e trattato. Una lavorazione “a freddo” pubblicizzavano. E difatti i loro torni – come il suo, prodotto nei primi del Novecento – sono ancora perfettamente funzionanti e meccanicamente revisionabili, senza le diavolerie dei prodotti tecnologici moderni che, se salta una “scheda”, bisogna chiamare un ingegnere della Nasa per farli ripartire.
Quanto alla valutazione dell’utensile, la questione è complessa, perché non vi sono più persone che sappiano usarlo e quindi in grado di dargli un valore reale: non c’è più la gente del mestiere, quella che usciva dalle botteghe, dalle officine o dalle grandi scuole italiane dell’Avviamento professionale, ora non più in essere. E questo, grazie alle riforme scolastiche che amano far studiare altro – per dimostrare di aver svolto democraticamente e socialmente il loro compito – sino a far diplomare e laureare i giovani in qualcosa che non li renderà meno ignoranti ma più disoccupati.
Quindi signor Isacco, tornando a noi: è difficile quantificare il valore economico del suo tornio. Potrei dirle – se funzionante come credo, e dallo stato non ottimale come da foto: dai 400 agli 800 euro. Ma resta oggetto di difficile vendita per i motivi esposti.


Signor Andrea Formica da Livorno, no! non ci siamo, i suoi vasi in bisquit (h 27 cm) non possono affatto essere ascritti alla vecchia Ginori. Basta guardare i coperchi (a puttini piuttosto informali) che li chiudono, imprecisi e con dislivelli non combacianti. Inoltre, il marchio è similiare a quello di manifatture tedesche della città di Rudolstadt in Turingia, sui tipi della Albert Stahl&Co, ma con modellato di basso livello artistico e artigianale. Ciò mi porta a pensare ad una produzione seriale di Bassano anni 60-70 del Novecento, e pertanto a una valutazione monetaria di 200 euro per arredamento.


Signor Massimiliano Longo, circa il primo quesito riguardante due quadri: mi spiace comunicarle che l’opera su tela (cm 63×53) a firma Calovicih (o similiare) 1977, non ha sul certificato-retro, solito per tali mercanzie, una valutazione Bolaffi o Quadrato, ma il valore economico messo dal ceffo stesso che ha dipinto il quadro e che magari si è inserito nei relativi cataloghi (aperti a chiunque paghi, indipendentemente dall’arte espressa). Naturalmente – e la cornice apposta ne fa fede – non vale nulla. Idem per il secondo quadro, un olio (cm 30×30) di tale J. Jackson, sconosciuto di mala mano atta ad altro (che so… all’abigeato) che anche la dozzinale cornice indica. Ma probabilmente si tratta di un nome inventato, come usano fare i mestieranti di tali turpinerie.
Il suo secondo quesito riguarda un orologio da tavolo (cm 38×29) marcato Melux (fabbrica Gustav Beker), pezzo degli anni 50-60 del Novecento con meccanismo di buon livello tecnico però fatto industrialmente. Oggetti del genere si trovano sul mercato a 200-300 euro, se funzionanti.
Terzo quesito: trattasi di statuine dell’Industria ceramica Vicentina di Cesare Villari, nata nel 1968 e ancora in attività (dagli anni 2000 ha usato anche la “N” coronata e la dicitura Capodimonte). Le vendono in rete ai 70-180 euro l’una (altezza sui 25 cm, come le sue, e probabilmente risalenti agli anni 70-80). Io reputo valevole una quotazione intermedia di 90-120 euro l’una.

 


La signora Giulia Cara manda in visione un’opera (cm 49×68) di Novella Parigini (1921-1993), artista che ho personalmente conosciuto negli anni 90, persona stravagante e generosissima, che però esprimeva un’arte, diciamo così, non certamente tra le maggiori. Ebbe un periodo di fama artistica e di vendita legato più che altro ai suoi trascorsi romani vicini alla “dolce vita”, alla frequentazione di tutti i maggiori personaggi artistici e cinematografici dell’epoca, con conseguenti “paparazzate” sui giornali. Tante volte fu anche al centro di vicende giudiziarie che ne amplificarono il nome. Detto ciò, ora i suoi quadri risultano invenduti nelle aste o aggiudicati a cento euro; solo alcuni “fulminati” si ostinano a metterli in rete a migliaia di euro, sperando in qualcun altro colpito dalla medesima disgrazia celeste. In più, per la facile riesecuzione stessa delle opere, esistono vagoni di falsi dell’artista, eseguiti quando, negli anni 70, ogni casa romana ambiva – per moda – ad avere un Novella Parigini alla parete. Lei mi scrive di non avere neanche documentazione, quindi, valore per gli amanti del genere: 50-70 euro.


Signore Roberta e Daniela Guerrini, anche a voi la risposta che do ai tanti lettori che mi presentano opere di artisti che negli anni passati hanno avuto gloria e merito, ma che ai nostri giorni vengono disdegnati dal mercato o trattati a basse cifre. Uno di questi è il pittore toscano Rolando Castellani (morto nel settembre 2008) le cui opere sono state alienate in asta 100 euro e che alcuni altri, in rete (elettrica), propongono – viceversa e invano – a migliaia di euro. Del Castellani voi avete un Clown (cm 43×38), soggetto tra i prediletti dal pittore, ma che subisce la stessa sorte degli altri. Non so che dirvi: 200-250 euro, come valutazione, ma di certa difficile vendita.
Secondo quesito: un quadro religioso con madonna e bambino (cm 60×40), dipinto su vetro con cornice ad inserti in ottone, una classica opera d’arte popolare degli anni 20 del Novecento. Tali raffigurazioni da tempo non sono più apprezzate dal mercato, né tantomeno dal gusto arredativo che una volta li privilegiava come “capezzali” sul muro del letto. Valore: 150-200 euro.
Terzo quesito: una statuina in porcellana (h 18,5 cm) anni 50-70 del Novecento, in classico modellato e colore riferibile a una fabbrica tedesca della Turingia, forse la Volksted di Rudolstadt. Valore: 150-250 euro, sempre se senza alcuna rottura e/o difetto.


Signor Luca Soracco dalla bella Sanremo, le creazioni della prestigiosa manifattura spagnola di porcellana Lladrò, fondata nel 1953 a Siviglia, si distinguono tutte per l’ottima fattura, come quella che mostra infatti la sua fanciullina nuda (h 48 cm) del 1976, dallo splendido modellato. I prezzi dei manufatti di questo marchio, anche all’acquisto odierno, sono alti, ma il collezionismo di tali tipologie in Italia langue. Ipotizzo, sui 400-500 euro.


Signora Daniela Serioli da Brescia, la sua amatissima mamma le ha lasciato uno stupendo servizio da caffè in blu lumeggiato in oro, tipico della Manifattura Reale di Vienna, con transfer bucolici, credo risalente alla fine dell’Ottocento. Valore tra i 600 ed i 900 euro (dieci anni fa il 50% in più).
Il porta bon-bon (cm 12×8) anch’esso nel blu dorato della stessa produzione, primi decenni del Novecento, sui 150 euro.


Il signor Roberto del Corso, vecchio e fedele lettore de La Gazzetta dell’Antiquariato cartacea di cui ha come tutti noi nostalgia, mi scrive dalla bella Quarrata di Pistoia, città del mobile, che ricordo anche per il bellissimo e significativo Monumento ai Caduti, ad opera del grande maestro internazionale Agenore Fabbri. Mi invia in visione un quadretto ottocentesco (cm 11,5×20) di non brutta mano, con una certa rêverie toscana, della “macchia” e del colore trascendente. Indico il suo valore sui 200-250 euro, come buona pittura italiana da conservare, mettendo magari una migliore cornice di quella deteriorata o facendola per affettività, ma a caro prezzo, ripristinare. Un abbraccio a lei e alla sua famiglia.


Signora Elisabetta Monti, la ringrazio per l’auspicio di poter ricevere un mio autorevole parere sulla grande tela (cm 270×60) che la sua famiglia possiede dagli anni 70, un lavoro dell’eclettico maestro e caposcuola milanese Bruno Munari (1907-1998), pittore, designer-grafico, scrittore e sociologo d’arte. Purtroppo, però, come sempre scrivo, per la disamina dell’arte moderna – facilmente eseguibile da chiunque come nel caso della vostra tela – occorrono documenti e certificati che voi non avete. E sono gli stessi incaricati precipui ad un riconoscimento (Fondazioni, studiosi delegati) a richiederli innanzitutto, poi esaminano l’opera! Stiamo parlando, nel caso, di valutazioni in migliaia di euro. Io posso fornirvi l’indirizzo dello Studio Munari (mi pare ci sia il figlio) presso l’Associazione ABM Fattoria delle Ginestre Fraz. Genestrello, 27054, Montebello della Battaglia (PV), oppure, direttamente in rete potete collegarvi al sito dell’Associazione Bruno Munari ABM e provate a chiedere a loro eventuale indirizzo di valutazione. indirizzarvi a critici specifici o gallerie, è farvi buttare i soldi. Sono capaci di chiedervi i soliti 1.000 euro anticipati, poi se non portate loro, come detto, alcuna documentazione, vi dicono o scrivono (+ IVA) che l’opera è falsa e tanti saluti. Fatemi sapere.


Signora Dilyar, è strano che lei compri un oggetto in un negozio di antiquariato e l’esercente non le dica nemmeno ciò che le ha venduto. Comunque, la sua statuetta (h 21 cm) su modello di derivazione punico-fenicia è in ottone più che bronzo, non ha patina alcuna e non può essere classificata come antica. Valore, sui 20-30 euro.


Signor Giuseppe Pezzella del suo televisore portatile degli anni 60, Laboratorio Superior – modello “Pollicino” non ne so nulla. All’epoca, e anche soprattutto oggi, una miriade di fabbriche elettroniche, comprando elementi costruttivi e schede intere nel mercato, assemblavano ed assemblano modelli “economici” rispetto alle costose marche conosciute. Pubblico quanto inviato nella speranza che qualcuno dei miei colti e raffinati lettori possano saperne più di me. Valutativamente, se funzionanti, apparecchi come il suo arrivano ai 150 euro.


Il signor Antonio Fatica manda in visione un olio (cm 36,5×21) del pittore Augusto Lovatti (Roma 1852 – Capri 1921), artista di vecchia scuola e tradizione vedutistica, impostato ad un ampio cromatismo trasfigurante. L’opera oggetto, che raffigura dei fiori, non rientra nelle cose più quotate – a migliaia di euro – come i paesaggi e gli scorci tipici dell’artista. Case d’asta (come Blindarte n. 54 -2012) danno, per tipologie analoghe ma con dimensioni sui cm 70×40, valutazioni tra i 1.000-1.500 euro, ma aggiudicazioni tra gli 800 ed i 1.000 euro. Il quadretto, di dimensioni minori, penso valga sui 300-400 euro.


Signor Maurizio Gherardini da Modena, ha fatto bene a dubitare delle virtù artistiche del pittore “decantato” da sua suocera. Il quadro (cm 115×75) in sé è da distruggere per quanto è brutto. Il Poggiolini, autore sconosciuto, andrebbe – se ancora vivo – condotto in qualche remota isola penitenziaria a scontare il fio dei suoi peccati di seriale, o anche estemporaneo che fosse, imbrattatore di tele. Pubblico per visione a soli adulti e vaccinati (anche al Covid), ché l’ars visiva è cosa seria!


Signora Laura Simonetti, noi non acquistiamo, né forniamo servizi di intermediazione. Lei invia immagini di un vaso Gallè (h 10,5), accompagnato da una dichiarazione di autenticità dove viene addirittura indicato l’anno di fabbricazione, e che si spertica in melense parole sulla botanica e l’opera del Maestro vetraio, che fanno sorridere. Viceversa, la dichiarazione non contempla una fotografia del vaso stesso, bollata e firmata: eh già! nelle vere autentificazioni serve questo e pure la data della dichiarazione. Del vasetto, per la cui autenticità non basta, quindi, quanto prodotto, io posso dirle che i bei vasi Gallè, hanno ben altro impatto (sia pur fotografico). Ma la mia è un’opinione solo a visiva, io sono un semplice perito di carta.
P.S.: Ma non è che le signore redattrici della dichiarazione sono le stesse che glielo hanno venduto? Io comunque lo archivio come copia, spero lei non se ne abbia a male.


La signora Daniela da Arona (NO), invece, nutre giuste perplessità il merito al suo vaso Gallè (h 38 cm). I manufatti a firma del grande maestro vetraio Emile Gallè (1846-1904) sono quelli sino al 1904, anno della sua morte. Dopo di lui subentrarono a guida della ditta la moglie Henriette Grim e in seguito il genero Paul Perdrizet. A me – e ai miei prontuari – risulta che essi continuarono la produzione del vecchio marchio Gallè sino al 1930 (la grande crisi economica mondiale del 29 portò anche loro al fallimento, alcuni testi riferiscono, senza documentare, che l’attività si protrasse sino al 1936). In tutti questi anni seguiti alla morte del fondatore, la vetreria ripeté pedissequamente – con le vecchie maestranze – la tecnica del Maestro, che consisteva nel depositare strati di vetro caldo, molandoli mano, mano alla ruota diamantata.Vero è che negli anni, a volte i prodotti furono alleggeriti dei toni scuri e romantici delle classiche tipologie, sostituiti da colori più vivi, ma non come quelli dell’esemplare presentatomi, che piuttosto ha la fattura dei vasi di Stato prodotti in Romania per volere del suo dittatore dell’epoca, Ceausescu, e che inondarono il mondo intero; vasi incisi al solo acido fluoridico. La tecnica dell’impasto a caldo e l’uso della mola furono, invece, ripresi in Boemia ad opera di valenti artigiani sino agli anni 60-70: oggi risulterebbe troppo costoso far uscire, dopo decine di giornate di lavoro, un pezzo che, senza pedigree e storia, verrebbe trattato sul mercato a un migliaio di euro e che sarebbe di difficile vendita, così come quelli proposti odiernamente nel mercato. Un vero, vero Gallè costa migliaia di euro e può arrivare a centinaia di migliaia di euro, e anche gli altri esemplari post-mortem prodotti dalla famiglia, introvabili, hanno alte quotazioni. In più, autentificare un Gallè è cosa da grandi e precipui esperti riconosciuti nonché da analisi di laboratori scientifici, e non da postulanti signore del Web o da improvvisati guitti pseudo esperti da rete – come posso pur io essere classificato. Detto ciò, e nonostante questo, per i motivi sopra espressi, credo che il vaso sottopostomi, anche al solo guardarlo non riflette nessuno dei parametri tecnico visivi – né di arte, né di artigianalità – che possano farlo ascrive alla originale produzione del grande Maestro o della sua famiglia.


La signora Francesca Biginato da Imperia manda in visione tre oggetti. Il primo è un servizio in porcellana giapponese da esportazione, anni 60-70 del Novecento, lumeggiato in oro e con teofanie, il cui valore è sui 350 euro. Il secondo un orologio da tavolo in gesso patinato oro, cosa mostruosa dei primi del Novecento che non vale nulla. Il terzo è una statua (h 63 cm) in gesso colorato nero raffigurante Gesù del Sacro cuore, cosa di confraternita religiosa fine Ottocento primi Novecento, vale nulla anch’essa.


Signor Denisagjini, della sua lastra di rame sbalzata a rilievo (cm 50,5×21) a firma Umberto Mastroianni (1910-1998) mi fornisce una dichiarazione (senza foto acclusa e firmata, ed io già mi agito) inserita-incollata dietro l’opera. Credo di poter affermare che essa non rappresenta alcun titolo di garanzia né di originalità. In più, non v’è la cifra o la fattura che ne comprova l’acquisto oneroso e che la dichiara opera del Mastroianni con titolo “Nemesi o vendetta divina” del 1979. Titolare della dichiarazione è la Starmarket s.r.l di Roncadelle (Bs) operante dal 2014 e fallita il 20-4-2017, con strascichi sulla natura del suo capitale d’arte rimasto. Infine, non ho trovato riscontro su quest’opera, neanche professata multiplo, solo una analoga nel titolo, ma di altre misure e materiale (alluminio). Ad ogni modo, pur fortemente perplesso circa la sua autenticità, in quanto venduta senza (per quel che ho visionato) le caratteristiche a legge precipue che accompagnano un bene artistico, non essendo un conoscitore dell’opera del Maestro, la invio alla Fondazione che ne cura nome ed immagine: 0776-848105 – info@fondazionemastroianni.it


Signor Matteo Pamato, la sua statuina (senza misure!) non ha nulla a che fare con la dizione o marchio “Capodimonte” che è una tipologia anonima e usata – lo scrivo da decine di anni – da chiunque lo voglia in Italia e all’estero. È firmata da Luigi Fabris, maestro ceramista, artista nato a Bassano del Grappa nel 1883 e morto nel 1952, la sua produzione fu maggiormente espletata nella sua fabbrica a Milano. A lui subentrò il figlio Augusto sino al 1979, quando vendette anche i diritti dei pezzi storici alla manifattura vicentina Elite. Pertanto, tanti pezzi come il suo (e che non hanno raffigurata l’àncora che accompagnava i pezzi del maestro) o sono di Augusto o anche della Elite, che li riproduceva e a volte li accompagnava con la famigerata “N” coronata. Ma la cosa che va a deprezzare la sua porcellana sono le 6 rotture, e che se anche lei avesse i pezzi da rincollare, e non li ha tutti, le tolgono l’80-90% del suo valore che, ipotizzando una manifattura post anni 50 sarebbe stato di 500 euro.


Signora Annalucia Bigerni, la ringrazio per la prosa e per la sua continua lettura della mia rubrica. Ho esaminato i suoi quadretti (cm 16×13 – 18×13); non sono riferibili né ad uno dei figli pittori del grande vedutista di scuola napoletana Attilio Pratella, Fausto 1888-1946 e per mano e per firma, né ad un non meglio identificabile Fausto Pratella (1886 -19649) in rete, di cui circolano opere perché anche lui ha diversa firma e operato. Soprattutto, e purtroppo, le sue opere non hanno mano leziosa né artistica, tale da collocarli in una stima suscettibile di valore monetario. Li appenda pure serenamente nell’antibagno.


Signora Silena Osmani (mi permetta: che bel nome da star), il suo vaso (h 25 cm) anni 50-60 è un pezzo della manifattura ceramica Lenci, Torino (1919-1964) non dei più qualificanti, valore sui 250-300 euro. Il quadretto, da tenere con reverenza, ricordo di sua madre, non ha spessore artistico valevole.


Signora Cristina Protasi, lei sa tutto del suo flicorno dell’austriaca Bohland&Fucks (1850-1945), prodotto in Polonia negli anni 20-30 del Novecento, ma non sa che tale strumento ha la sua funzione nell’essere suonato e il valore economico è conseguente. Lei mi scrive che deve essere restaurato, quindi io non le posso che indicare un valore di mercato riferito da strumenti simili al suo non funzionanti. Nelle condizioni e da foto, quindi: sui 150-300 euro. Un amico “trombonista” mi ha detto una volta, che lui comprava certi strumenti vecchi nei mercatini per i pezzi di ricambio che poi rivendeva a riparatori di strumenti a fiato, e che gli rendevano – soprattutto se di marca – molto, ma molto più dello strumento stesso acquistato.


Signora Concetta, innanzitutto le spiego la differenza tra vetro e cristallo. Il vetro è una fusione di materiali (sabbie) contenenti ossidi di silicio, il cristallo invece è un’alta fusione di materiali (sabbie) con ossido di piombo minimo al 24% del peso, sino al 35%. Il cristallo ha una sonorità, un tintinnio e una trasparenza che il vetro non ha. Produrre cristallo costa mediamente dieci volte più del vetro ed è appannaggio di vetraria specialistica. Detto ciò, è difficile, ai profani come lei ma anche a chi vende, riuscire a valutare e capirne tra i generi. Quindi parliamo di mercato, tralasciando altre considerazioni da precipui esperti. I lampadari a 12-18 luci, se anche con canne “cave”, come il primo da lei elencato, possono valere tra i 350 e i 600 euro; quelli di ottone brunito bronzo, stampati, anni 60-70, sui 150-200 euro; quelli con ottone rivestito da placche di vetro o cristallo, sui 250-300 euro. Poi c’è chi vende a 1.000 euro e oltre, ma lei lasci perdere perché anche valessero tale somma, lei non saprà mai cosa ha comprato.


E come sempre, un saluto a tutti e un abbraccio ai pochi.



Febbraio 2021


Signori T.C. e S.G., mi scrivete proponendomi non solo valutazioni di pezzi a vostro dire archeologici, ma anche di aiutarvi a venderli, con ovvio riconoscimento di percentuali.
Bene! È d’uopo, però, cari scriventi, che io vi informi circa le consuetudini basilari di “certi signori” presenti un po’ ovunque in Italia. La prima, di immagine, è quella di avere il vezzo e la vetusta abitudine – se volete – di adornare con strisce rosse verticali i loro pantaloni; ciò potrebbe anche essere oggetto di dibattito, ma personalmente la cosa mi lascia nella più completa afasia sia ricettiva sia espressiva. La loro seconda consuetudine, viceversa, non mi lascia affatto indifferente. È quella di andare a sindacare – per mera curiosità – chi compra, chi vende, e chi tratta materiali estratti nottetempo, o meno, dal sottosuolo. E sì! …ciò mi disagia. E ancor più mi mette in difficoltà la proposta di eventuale percentuale che mi toccherebbe, considerato che quei “certi signori” dai pantaloni con strisce rosse hanno talmente a cuore il loro consueto esercizio, da essere capaci di premiare gli autori di tali commerci, portandoli – pensate – a fare villeggiature completamente gratuite in luoghi appositamente pensati e costruiti. Luoghi che hanno approntato anche per voi, cari signori, e non certo per me, che vi scrivo e vi saluto.


Signor Simone, trasecolo sempre più! Lei mi invia un orologio a pendolo senza neanche fare lo sforzo di tirarlo fuori dal loculo in cui lo ha depositato, e senza neanche indicarmi una marca, una misura, un tipo di meccanismo, nulla! L’unica cosa che lei indica è di averlo pagato, negli anni ’70, mezzo milione delle vecchie lire. Cosa le dico? Che lo ha pagato troppo: non vale nulla!
La prossima volta, se la sua automobile non funziona, faccia la foto del motore e me la mandi, vedrò che posso fare! Della serie: incredibile ma vero.


Signor Andrea Rogari, il suo dipinto (cm 31×23) è di impronta metà Novecento, di mano mestierante e di non eccelsa levatura artistica. L’opera non presenta craquelure e non è dipinta su tavola ma su masonite (pasta di legno pressata a caldo), il che ne avvalora l’epoca. La cornice, di primo Novecento, è posta poi con un discutibile e inusitato brutto sopraffondo (o impropriamente passepartout). La mia valutazione per il dipinto è 200 euro; per la cornice (a parte), 200-250 euro.


 

Signora Ilaria Bergamo, il suo servizio da tè della Richard Ginori risale agli anni 1958-60; le decalcomanie con le vedute di città erano ordinate alla fabbrica direttamente dai grossisti venditori di souvenir per il mercato relativo alla zona. Naturalmente, valgono 250 euro in Venezia, la metà e meno altrove. Il quadretto (senza misure!) è cosa di basso livello artistico di autore a me sconosciuto, il “9-77” ne indica la datazione.


Signor Piermauro, purtroppo le sue creazioni artistiche (ma non troppo) sono prodotti da negozio di regali dozzinale, lo confermano – se mai ce ne fosse bisogno – gli acclusi biglietti (chiamarli “garanzie” sarebbe reato) della fonderia Farbel di Erbusco (BS) nata nel 1985.
Il vaso in ceramica e ottone di stile neoclassico (cm 33), e l’orribile “fanciulla in fiore” in peltro su base in marmo veronese Breccia Pernice (cm 22), sono oggetti di basso livello arredativo, che possono essere magari stati acquistati a cifre discrete, ma che oggi sul mercato possono valere: 50-60 euro il vaso, 20 euro la statuina.


Signora Natalia Vaccari, la statuina cinese da lei comprata in un mercatino (h cm 7) è detta “Mudware” o “Mudman” (uomini fango) ed è realizzata in ceramica di Shekwan (città cinese). Calcoli però che ne vengono creati più di due milioni di pezzi l’anno, dagli anni ’50 (la Shiwan Artistic Ceramic Factory è la ditta che ne supporta la produzione). Improbabile, dunque, che la sua statuina, così come quella mostratami a paragone proposta da una casa d’aste, sia della Dinastia Ming (1368-1644) o della Manciuria Dinastia Ch’ing (1644-1912). Comunque, una ventina di euro il suo valore commerciale.


Signora Lisa Botteon, il manifesto (cm 60×40) posto in casa di sua nonna: un giovane Benito Mussolini negli anni ’20 illustrato da Corrado Sarri (1886-1964), ha un valore modesto in quanto mal conservato: è deteriorato da macchie e strappi. Così com’è, vale sui 15-20 euro. Fosse stato integro, e con il bollo postale accluso, avrebbe raggiunto i 100-120 euro.


Signora Sabrina Sangalli, le sue statuine sui tipi di Capodimonte non hanno alcun valore, il marchio della “N coronata” è seriale ed usato da oltre un secolo da chiunque produca oggetti simili. Le sue ceramiche o porcellane sono, inoltre, di brutta manifattura. Escluderei, però, i due puttini nudi i quali presentano una certa levità e che sono gli unici pezzi a valere qualcosa: 200 euro la coppia.
Noi della Gazzetta dell’Antiquariato non siamo mercanti né procacciatori d’affari, quindi non possiamo offrirle null’altro che il servizio gratuito di stima.


Signor Giancarlo Chinnelato, la sua lampada o vaso diventato tale (cm 23×9), è prodotto della BACA (Bottega Artigiana Ceramica Artistica) di Caltagirone, manifattura attiva tra gli anni 40-50 del Novecento. Valore, poche decine di euro; fosse stato un vaso integro, sui 100-120 euro.


Signora E. Floris, conosco il pittore Ettore Andonaia (1961), artista di eclettica e felice mano: un naïf trasfigurato a volte con punte sublimi, di soluzione e immediatezza grafica che appassiona. Comperi il suo dipinto principalmente per allietare la sua casa; in seguito la buona pittura potrebbe rivelarsi un investimento.


La signora Sara Moschetti di Mentana (RM), collezionista di porcellane, ha visto in rete la proposta di vendita fatta da una ditta di antichità con sede in Milano: “gruppo di putti porcellana tedesca 1900, manifattura Passau euro 480”, e mi chiede se può acquistarli.
Signora, i putti sono, sì, fine Ottocento primi Novecento, e il prezzo è buono, ma la ditta milanese in questione non può certo dirsi edotta in materia o almeno non lo è sulla porcellana antica tedesca di cui temo, temo! non sappia granché.
Non esiste, né è mai esistita, “una manifattura Passau”,  Passau o Passavia è una bellissima città della Baviera ai confini con  l’Austria, nota per i giacimenti di “terra di Passau” un antico e famoso caolino che conferisce un candido, naturale, color crema ai prodotti, e usato da molteplici fabbriche di porcellana della Baviera. Tale materia prima non mi risulta, però, essere stata utilizzata dalla fabbrica ducale di Ludwigsburg (come si evidenzia dal marchio impresso sotto i putti) che è una cittadina tedesca del Baden-Württemberg, a 400 km di distanza da Passau. Purtroppo, signora, l’improvvisazione e la faciloneria sono tra le cause del declino dell’antiquariato. In questo caso, perlomeno, v’è la vendita di un ottimo esemplare ad un buon prezzo (per lei).
E sempre per rimanere nel campo (agricolo), cui dovrebbe dedicarsi la sua amica Tina, antiquaria sedicente, il servizio che le ha venduto non è un manufatto di Meissen dell’Ottocento: non vi sono le due spade tipiche del marchio ma una S e una C poste trasversalmente a incrociarsi, marchio da attribuirsi alla Schaller & Co. (dal 1917) degli anni ’30. Il prezzo, però, essendo un servizio da dodici da tè, è stato conveniente per lei.


Signora Marcella Scaglione, la sua tela “Natura morta” (cm 50×70) a firma Pierry (Piero Tartaglia, 1933-2008), autenticata dalla Tartaglia Arte di Roma, non è opera tipica dell’autore padre del disgregazionismo e legato, quindi, artisticamente a tale espressione. La sua produzione non ha quotazioni né trattazioni sull’odierno mercato se non quelle della Galleria a suo nome. Appaiono in rete rare opere tutte inerenti il suo particolare “astrattismo” a prezzi omogenei. La sua tela, signora, è valutabile sui 300-400 euro.


Prof. Giorgio Bisi, il suo dipinto “Grigie fantasie di un cavaliere notturno” (cm 120×90), di Walter Mac Mazzieri (1947-1998), pittore e poeta surrealista onirico di grande mano e spessore artistico, purtroppo non gode sul mercato di sovente trattazione. Pittore da collezionisti precipui, l’artista è ad oggi di difficile collocazione; in più, il suo dipinto non è tra i più vividi e visivamente trainanti: 1.000-1.200 euro, indicativamente.


Il signor Davide Ceruti da Ponte dell’Olio, Piacenza, manda in visione un acquarello (cm 18,5×11,5) di delizioso segno, siglato “MP”, ma che non è certo opera – come lui ha supposto – di Pompeo Mariani, pittore di ben altro spessore. Pezzo novecentesco di autore a me non noto, il dipinto è cosa semplice, non elaborata in composizione né in coloristica. Sui 150-200 euro.


Signora Ombretta Biasion, le due mattonelle in ceramica (cm 25×20 l’una) firmate dal coroplasta pesarese Elso Sora (1905-1991), ditta Artigiani Maiolicari Associati – AMA, sono degli anni ’50-’60 e valgono, in coppia inscindibile, sui 500 euro. I piatti, sempre sigla AMA anni ’70-’80, valgono sui 150-200 euro; il servizio da sei, con marchio spurio giapponese, sui 100-120 euro.


Famiglia Bani, la vostra statuina/reliquiario in legno policromo (cm 30×11), San Paolo (a cui manca la spada inserita retroversa nella mano destra), ha stilemi e fattura settecenteschi ma in ragione del peso indicato in 400 gr, risulta  essere troppo pesante per i secoli trascorsi, essendo stata realizzata in legno di pioppo (lo vedo dalla base). Quindi, collocandola come periodo alla prima metà dell’Ottocento, indicherei il suo valore sui 700 euro, anche nella considerazione della sua non eccelsa fattura e dell’improbabilità della reliquia stessa (che vale per tutti i santi arcaici della religione).


Signora Luisa P., operatrice nel più grande mercato al coperto del centro Italia “I Sabati dell’Usato”, parcheggio FS Monterotondo Scalo (RM), lei non può avere un anello con sigillo in platino di epoca medievale. Il platino è un metallo la cui scoperta, in America del sud, si deve agli spagnoli nel 1500; il nome deriva da “plata”, argento, ad indicare spregiativamente “argentaccio”. Metallo di difficilissima lavorazione, solo nei primi dell’Ottocento il platino cominciò ad essere utilizzato dapprima per la produzione a scopo industriale e poi per l’oreficeria. Il suo anello, a mio avviso, è composto da un’alpacca in cui, insieme allo zinco, v’è argento a sostituzione del rame; una lavorazione, tra l’altro, tipica del revival rinascimentale di fine Ottocento. Valore: una trentina di euro.


La signora Gaja Scaffidi manda foto di due dipinti. Il primo è a firma Romano Mussolini (1927-2006), pittore noto ben più meritoriamente come pianista jazzista internazionale. Va detto che l’artista, nel suo percorso pittorico, ha alternato opere buone a vere e proprie brutture, e quella postami in visione è una di queste ultime. La seconda tela è opera del pittore pisano Alessandro Volpi (1909-1978), artista solitario, autodidatta, che meriterebbe ben altra collocazione artistica. Non inserito in scuole o in movimenti, e non avendo avuto promotori della sua distintissima  particolare e bella opera principale “I simulacri” – di cui la sua tela è un esempio probante – il Volpi non ha, purtroppo, alcun mercato di riferimento. E comunque, per protesta, mi rifiuto di fornirle valutazione alcuna: è ora che lei, così come tanti altri, impariate ad inviare le misure! …E che diamine! …già espertizzo da semplici, piccole brutte foto (come le sue).


Signora M.V., la sua zuccheriera di Limoges (h cm 6,5) con piattino (cm 12×12) è pezzo degli anni 50 del Novecento. Valore, sui 200-250 euro. Lei mi chiede ragione dell’inconsueto foro presente sulla parte superiore. Ebbene, non si tratta del classico alloggio per un generico cucchiaino di servizio, ma piuttosto di un foro dal quale dovrebbe fuoriuscire il manico di un cucchiaino in porcellana decorata contenuto all’interno della zuccheriera. Il suo scopo, oltre che abbellire l’oggetto stesso, è quello di rimestarne il contenuto che con minima umidità tende ad indurirsi. Purtroppo, il piccolo suppellettile manca alla sua zuccheriera.


Signora Annie Mason i suoi due tondi in ceramica ironstone (cm 38) sono della manifattura boema Johann Maresch (1821-1914). E fin qui ci siamo. Ma il marchio, “JMO MUSTERSCHUTZ”, è stato usato dal 1863 fino al 1948, e io penso che i due tondi appartengano alla produzione degli anni 30-40 del Novecento. Il valore delle quotazioni d’asta è altalenante e non omogeneo; di mercato, poi, neanche a parlarne: tali tipologie non hanno più acquirenti specifici. Comunque, a mio parere, 600 euro la coppia per vendita.


Dottoressa Elisa Petrucci, la Victor (Casa discografica e costruttrice di fonografi e grammofoni) nel 1906 mise in commercio un nuovo fonografo inserito per la prima volta in un mobile di arredamento denominato “Victoria”, di cui furono realizzati vari modelli. Il suo fonografo ortofonico in mogano è stato prodotto negli anni ’28-’30 in migliaia di pezzi. Ora, al di là delle offerte in rete affatto simili tra loro come prezzo, io penso che per valutare più congruamente il suo esemplare sia necessario ricorrere ai vecchi mercati e mercatini dove i venditori trattano questi apparecchi in base alle condizioni di conservazione e funzionalità. Il suo, dichiarato perfettamente funzionante, potrebbe valere sui 350 euro, se proposto a privati.


 

La signora Filomena Pecci manda in visione un orcio in terracotta (h cm 85) firmato e inciso “Giovanni Francini 1810 Marino”, il cui marchio rappresenta una valva di conchiglia (di S. Giacomo o capasanta). Sicuramente, trattasi di una delle tante fornaci presenti allora nel territorio dei “Castelli Romani”. La inserirò nei miei prontuari. Pur non avendone contezza piena, assegnerei comunque al suo orcio il valore di 400 euro. Fosse il nome dell’artefice stampato sulla terracotta, il doppio, poiché ciò sarebbe indice di una manifattura non estemporanea ma indicizzata.


Daniela e Roberta Guerrini, la vostra statuina in porcellana (cm 14) con marchio della Sächsische Porzellan Manufaktur Dresden – manifattura di Freital, città tedesca nella Sassonia – anni 20-40 del Novecento, vale 200-250 euro.


Il signor Ferruccio Severini da Ancona, manda in foto un bel servizio degli anni 50 del Novecento della Seltmann Weiden – Bavaria, prestigiosa fabbrica tedesca di porcellane. Purtroppo, il valore economico di tali “servizi buoni” – doni sontuosi che all’epoca sono costati un capitale e che hanno mantenuto il loro prezzo per decenni – da una quindicina di anni è precipitato. Un servizio analogo al suo lo offrono in rete (con 10 piatti piani, 10 fondi, 10 frutta, zuppiera, più i grandi piatti di servizio, a 160 euro!). Lei non scrive di quanti pezzi è composto il suo servizio, né indica lo stato di conservazione. Fosse da 16 (come sembra a vista) e intatto, a mio avviso non dovrebbe essere valutato meno di 500 euro, e teoricamente meriterebbe il doppio.


Signora Piera De Nicolo, il suo bisquit (cm 26×20) dovrebbe essere un modello di fabbrica (di una variazione mitologica) di Meissen. Tali bisquit, però, non trovano nel mercato soverchia accoglienza. Oggetti per collezionisti, vengono trattati a poche centinaia di euro, considerando il modello di stampo novecentesco.


Signora Letizia, la sua bookcase in mogano e piuma di mogano (cm 237x33x123) è mobilia novecentesca inglese di importazione. Come lei stessa scrive, aveva discreto valore sino agli anni 80 del Novecento; ora non è che un mobile arredativo e, in questo caso, di non eccelsa fattura. Valore 600 euro.


La signora Paola Meneghin manda in visione tre tele, due delle quali sono del pittore Mario Cestari (1943), artista non accolto dal mercato se non a valori – per opere come le sue (cm 50×70) – di poche centinaia di euro cadauna. La terza tela (cm 60×60) firmata da Mattia Traverso (1885-1956), potrebbe salire sui 400 euro, ma anche in questo caso si parla di autore non trattato nel mercato.
La serigrafia polimaterica di Antonio Nunziante (1956) vale sui 400-500 euro.


Signor Marco Viganò, anche a lei l’invito a leggere quanto scritto nei mesi scorsi sul dozzinale marchio della “N coronata” presunto Capodimonte. Le sue statuine, a firme di comodo e/o su modelli seriali, non hanno che i valori di 60, 40 e 20 euro cadauna, nell’ordine.


Il Signor Marco Ricci manda foto di 10 lastrine (?) d’oro con opere di pittori a serie limitata, acquistate dal padre con offerta bancaria. Signor Marco, per poter io espertizzare dovrebbe indicarmi quale ditta le ha prodotte e il loro peso. Ad ogni modo, però, dal tipo di tagliandino (pseudo certificato) accluso, e che intravedo nella foto, temo si tratti di foglia e non di lastra, e credo che tali opere non valgano nulla. Consideri che all’epoca (e, anzi, anche oggi) la stessa Zecca d’Italia metteva in atto operazioni similari riguardanti riproduzioni di monete/medaglie e quant’altro prodotto in oro e/o argento, promettendo agli acquirenti rivalutazioni favolose nel tempo! E invece, dopo decine di anni sa quale è il loro valore reale? Solo quello del peso del metallo adoperato, e basta! Ai nostri giorni, e per mera fortuna, i metalli preziosi sono alle stelle e solo per questo motivo possiamo dire che non vi sia stata beffa! Poi, se vogliamo aprire il discorso sulle banche italiche che hanno fatto acquistare ai loro clienti derivati, crediti inesigibili, diamanti ballerini ed altro, facciamolo pure! Il fatto è che quando c’è benessere e opulenza si compra di tutto, allietati dai soldi e allettati dai futuri guadagni in interessi. Ma poi un brutto giorno l’economia si ferma. Ognuno cerca di vedere se può: il diamante, l’azione, il credito, l’opera d’arte a suo tempo consigliata e acquistata presso lo stesso Istituto di provenienza. Ma niente da fare: ci si accorge che il mercato si mette a ridere al solo tentativo di vendita. Agli artisti, come operazione editoriale d’arte, magari veniva dato un minimo compenso forfettario per la riproduzione delle loro opere e offerta l’opportunità di una pubblicità gratuita senza che muovessero un dito. Ma poteva capitare anche il caso di operazioni fatte da imbroglioni veri e propri, delle quali gli artisti non sapevano nulla.


Signora Patrizia Mazzella, lei mi invia una statuina della riconoscibile produzione di Giovanni Duso, “Lo scrivano” (cm 15×18), facente parte della manifattura “Lo Scricciolo”, fondata a Milano (1959-1993) da Duso, Moretti, Colombo, Artigiani. Anche in questo caso il mercato è ormai in confusione: generalmente la quotazione di tali tipologie, se non presentano alcuna rottura, è alta, sui 500-700 euro con punte di 1.000, ma ultimamente nei mercati e in rete vengono offerte a 200 euro. Per tali statuine il problema, poi, è che non è possibile datarle. La manifattura, eccetto rari casi, ha usato lo stesso marchio e/o firme dagli anni ’50 ai ’70.
Invece, il gruppo ‘Napoleone e consorte in carrozza’ (cm 40x13x20) con la solita “N coronata”, è un prodotto ceramico tedesco degli anni 60-70 del Novecento. Per arredamento ed amanti del genere, sui 250-300 euro.


Signor Roberto Marchi di Volterra, mi sembra strano che un frequentatore e compratore presso case d’asta sia, poi, così sprovveduto da inviare per la valutazione due foto “polaroid” scattate oltretutto da lontano! Comunque, il disegno inviato, anche visto da distanza, non è certo di mano di Daniele Ricciarelli (1509-1566) detto Daniele (Nello) da Volterra. È piuttosto opera di non certo somma composizione, per di più a soggetto mortuario e in pessimo stato conservativo. Mi chiedo come abbia fatto a spenderci sopra (cm 37×25), pur fosse del Seicento-Settecento, 200 euro. Ne vale 50-80.


Signora Lorena A., non le consiglio affatto di acquistare la mercanzia del “somaro in rete” (lo chiamo così perché osa definirsi “consulente d’arte”). La definita ”Antica insalatiera (cm 24) in ceramica porcellana inglese anni ’50 del Novecento – marchio CBM” è in realtà un piatto fondo della italianissima ditta Vedova Besio & Figlio, di Mondovì (CN) (1842-1990), produzione degli anni ’80-’90. Il valore non è di 56 euro, ma di 20 euro. Tale soggetto, che dovrebbe dedicarsi alla verdureria con maggior credo e profitto, si chiama Enos e tira il carretto da rigattiere – a campare – nella provincia di Brescia.


Signor Salvatore Capuano da Caserta, in genere, per mancanza di tempo e spazio, non mi metto a dare informazioni su ciò che le persone non trovano in internet, ma a lettori appassionati come lei mi fa addirittura piacere darne, anche perché ha inviato delle ottime ed esaurienti foto, a differenza di tanti lettori che per eufemismo indicherò come “sprovveduti”. La sua jardiniere (cm 49×13 h cm 21) è un prodotto della boema Wilhelm Schiller & Son. Tale manifattura trae origine primaria da due ex-lavoranti della Leyhn (ditta che produceva fornelli da pipa in ceramica): Wilhelm Schiller e Friedric Vincent Meinulph Gerbing. I due artigiani nel 1829 fondarono la Schiller-Gerbing a Bodenbach (ducato storico dell’Alta Slesia, in Germania), sul fiume Olza. Nel 1848 Gerbing morì e le strade si divisero in due manifatture diverse. Nel 1850, Schiller fondò a Obergrund (impero austro-ungarico, ora Horni Zleb, sobborgo di Teschen nella Repubblica Ceca), sul fiume Elba, la W.Sc & Son. Nel 1855 subentrò al capostipite il figlio Eduard che condusse la fabbrica sino a quando nel 1914, per mancanza di maestranze, chiuse per non riaprire mai più. La ditta, che era specializzata in centri tavola, jardiniere, cahepot, colonnine e vasi, non ha mai prodotto piatti e/o servizi da tavola, e quindi ciò che di queste tipologie viene indicato nel mercato come appartenente alla W.Sc & Son, è falso. La sua jardiniere è un classico pezzo della manifattura boema, trovato ed acquistato a Ratisbona, bellissima città tedesca, in un mercatino (penso a quello famoso di Natale) lungo il Danubio (che spettacolo!). Nota di autenticità: caratteristica precipua del marchio è quella di essere sempre stampato, o impresso, o a rilievo, mai apposto con scritte.
Il prezzo pagato è buono, poiché la sua ceramica penso valga, per imponenza ed origine (nonostante il mercato azzerato) intorno ai 500 euro. Il numero impresso: “7771” (DRP Deutsches Reichs Patent) la assegna all’anno 1879, e pur sapendo che a volte tali numerazioni non rispecchiano – per tanti motivi, soprattutto fiscali – l’effettivo anno di produzione, in questo caso ritengo legittimo detto periodo.


 

Signor Ermanno Salini, legga anche lei ciò che ho scritto nelle risposte ai quesiti dei mesi passati a proposito della famigerata “N coronata” di Capodimonte, che, ripeto, è da considerarsi null’altro che un marchio di riferimento spurio alla grande manifattura Reale Ferdinandea napoletana del XVIII secolo. Esso non ha alcun valore né di luogo (fu usato da fabbriche tedesche, ad esempio, sin dai primi del ‘900), né di storia, né di antichità. Detto ciò, i suoi vasi sono degli anni 70-90 del Novecento, di brutta manifattura, probabilmente prodotti da fabbrica industriale bassanese. Valore: poche decine di euro cadauno, per gli amanti di tali cose.


 

Signor Guido Resen, i bronzi non firmati o sono artisticamente validi o, indipendentemente dalla loro epoca – come nel caso del suo cane (cm 20×15) già presente nel 1860 nella collezione Conti Cesarini Sforza – valgono solo dal punto di vista arredativo. Per di più, se sono stati non correttamente puliti e spatinati (come il suo) sino a far apparire la lega di fusione, si deprezzano sino al 50% del loro valore: 150-200 euro.
Quanto al bue brucia-essenze cinese in bronzo (cm 15×6), benché attraverso semplici foto non sia possibile precisarne l’epoca, potrebbe collocarsi nel primo Novecento in ragione di alcuni particolari (il piego della groppa), e per il fatto che, pur essendo presente nel corpo dell’animale la cavità per poter collocare e bruciare le resine, esiste al contempo il foro per accogliere i bastoncini d’incenso, un uso iniziato in tale epoca. Noto, però, che non ci sono cenni d’uso dello stesso, quindi l’oggetto potrebbe essere di produzione più recente ma realizzato sui modi dell’antico. Valore intorno ai 100-200 euro.


Signora Loredana Fossati, il suo servizio da tè per due, in ceramica con teofanie, è degli anni 70 del Novecento. La garanzia Satsuma fornita dal negozio bolognese ci dice che è stato prodotto in detta località giapponese, per l’esportazione (la produzione, iniziata nel XVII secolo, ancora continua). Il suo servizio sarebbe poi, più precisamente, del periodo Ko-Kutani (come tipologia decorativa). Valore: 300-350 euro, per intenditori.


Signor Matteo Zanetti, il suo olio (cm 67×43) è opera di Antonio Zona (1814-1892), artista veneziano di sicura mano per ritratti e pitture storiche; l’opera è autentificata dal prestigioso critico Enrico Somarè 1889-1953. Il mercato odierno ha sminuito l’autore che si vende, anche bene, nel Veneto e in Lombardia, meno altrove. Il valore potrebbe aggirarsi, così com’è, sui 4.000 euro. L’opera ha bisogno di restauro certamente, intervento che consiglio di fare ora solo se ha soldi in più da spendere, e in questo caso le potrei proporre dei validi ed economici restauratori. Altrimenti, lo tenga così: non ha né crepe né rotture che possano ulteriormente inficiarlo.


E come sempre, un saluto a tutti e un abbraccio ai pochi.



Gennaio 2021


Signora Marianna Lori da Monterotondo (RM), da sempre ripeto che ciò che viene propinato in rete (articoli di gente che non ha mai consultato libri e/o documentazioni ma operato copia e incolla dalla stessa rete) è da prendere con le “molle”: l’approssimazione condita dalla faciloneria è sempre in agguato. Il fatto è poi che anche i professori che insegnano provengono in gran parte da studi e “tesi” aventi medesime fonti e percorsi. Non ci sono più le visite nelle biblioteche, negli archivi, ormai la cultura vera è morta soppiantata da cinema, moda, teatralità, una volta a compendio, ora uniche fonti. La società stessa pericola nei suoi costumi, nella sua educazione, perché pur essendo democratica e libera (la nostra) non ha più né regole né autorità, e ne dovrebbe avere perché la libertà – come tutte le istituzioni che riguardano la collettività, e che non è un esercizio e diritto singolo – è regola e limitazione ed ha dei confini facili che sono dettati dal rispetto individuale reciproco di tale funzione. Chi non rispetta prima o poi non viene rispettato. Ecco il perché temo ci conduca prima o poi ad una deriva sostanziale. Ecco fatto: si sorbisca un panegirico non dovuto da parte di un tizio che scrive e opera in quella famigerata rete che critica.
Il vassoio (cm 31×20), ottenuto da un’argilla “ball clay” (intesa come un’argilla ad alto tenore di caolino), benché bianca, non è porcellana (che tra l’altro viene cotta a temperature più alte) ma una terraglia smaltata. Ciò che ha visionato su internet è l’offerta di un rigattiere che neanche sa cosa sia lontanamente la “bonne china” – per lui “bonacina” (sic), fatta con avorio in polvere e argilla (sic) – ovvero una porcellana contenente caolino, 20% di feldspato e 35-50% di ossa animali, resistentissima, e che alla luce dà una trasparenza bianco avorio. La porcellana comune dà, invece, sul bianco puro e azzurro, la sua ceramica, signora, nessuna, perché la luce non l’attraversa essendo un’argilla secondaria bianca con, oltre al caolino, componenti quali carbonati, ossidi, quarzo, non eccessivamente depurati. Probabilmente si tratta di una ceramica francese prodotta a Sarreguemines nei primi del ‘900, vista la tipologia. Valore: 60 euro al massimo.


Signora Federica Antolini – senza mandare alcuna misura! – chiede informazioni circa 3 pezzi in porcellana. Le due damine con base firmata G. Cappé, sono prodotti dozzinali tipo Capodimonte. Il milanese Giuseppe Cappé (1921-2008), coroplasta, lavorò con modelli e stampi all’IPA, fabbrica milanese di porcellana industriale, da dire, imitato, anche per la bassa qualità, da molteplici aziende in Italia. Valore: 100 euro la coppia, per chi adorna la casa di bomboniere! La terza opera, una “Villanella” firmata “G. Pellati”, presenta il popolare marchio di mero riferimento a Capodimonte: la “N coronata”, ed è stata prodotta a Usmate Velate, in quel di Monza, dalla I.P.A. (Industria Porcellane S.p.A.) leader in Italia per tazze e tazzine. Questa, rispetto alle altre due, presenta viceversa un’ottima modellazione, e pur soggiacendo agli stereotipi dell’opera in serie, non è scevra di un’impostazione coloristica di richiamo. Prodotto seriale ma di alta fascia, vale sui 350 euro. Tutte le statuine sono cose non antiche.


La signora Simona Gorreri manda in visione tre piatti in ceramica popolare che sono stati artatamente invecchiati. E mi spiego meglio con una semplice spiegazione per renderne edotti anche altri lettori. I piatti di terracotta invetriata in questione sono, per disegno e formatura, suppellettili da mensa quotidiana e farebbero riferimento all’Ottocento il primo (diametro 19,5 cm), e al Settecento e Seicento il secondo ed il terzo (22-23 cm). Però… però, girandoli, si vedono degli attaccagnoli (a buco o a occhiello) creati ad hoc per poterli collocare a muro. Ebbene: tale pratica, iniziata nel ‘900 e proseguita sino ai giorni nostri, viene effettuata o per piatti istoriati e importanti da parata o per riproduzioni di piatti antichi, anche “poveri” e da mensa quotidiana che, però, presenterebbero lo stato deteriorato solo se realmente usati per decenni oppure, appunto, come quelli in oggetto, se resi tali allo scopo di farlo credere, ma commettendo l’“errore” di crearli con gli “attaccagnoli”. Concludendo, si tratta di pezzi recenti antichizzati, validi solo per arredamento e del valore di una ventina di euro cadauno.
L’edicola (cm 46×68) con Madonna indicante un “Bambinello” (rimosso) è ottocentesca/novecentesca; era tipica, con pseudo ex scapolari appesi, di tante case bene del sud Italia. In genere le Madonne sono riccamente vestite, con testa e mani in cera. La sua sembrerebbe, invece, in cartapesta mista a gesso. Tali edicole non sono affatto apprezzate nel, fossero anche integre ed in buono stato. La sua, così com’è bruciacchiata, non ha alcun valore.


Il signor Andrea Gigante manda in visione la tavola (cm 28×41) di una battaglia tratta da un dipinto di Salvator Rosa (1614-1673). La sua propedeutica disamina è probante: l’opera è una copiatura tratta dal quadro del Rosa, eseguita da un mestierante che sapeva il fatto suo. La fattura del retro e della firma la indicano sicuramente novecentesca. Indicherei una valutazione di 1.200 euro, per la richiesta nel mercato di tali soggetti e per l’ottima fattura.


Signora Kristina Koskoska, il suo servizio da dolce in porcellana da 12 è marcato F.D. Chauvigny, cittadina francese della Normandia. Realizzato negli anni 80-90 del Novecento, vale sugli 80-100 euro.


Signora Sonia Paganesi, le sue ceramiche su tipi “Capodimonte” sono state realizzate da una fabbrica di Bassano negli anni 60-70 del ‘900. Valgono sui 30/40 euro cadauna, ma in trittico: i due eguali più il centrale ad anse di nudi, sui 150 euro.


Il signor Paolo C. – senza inviare misure! – chiede informazioni circa un quadro su tavola. Si tratta di una riproduzione della “Predica agli uccelli di S. Francesco” ed è la quindicesima scena delle storie del Santo nella Basilica in Assisi negli affreschi di Giotto. Nessun valore, se non poche decine di euro se si tratta di dipinto e non di stampa o oleografia.
Gli altri due quadri a firma A. Del Moro (autore che non conosco) sono cose di piacevole mano, arredativi, da 150 euro l’uno.


Signor Marco M., il suo quadro (cm 30×39) firmato De Conink P.L. (1828-1910), fosse dell’artista francese – autore raro sul mercato – varrebbe sui 2.500-3.000 euro, specialmente per il soggetto rappresentato: fioraia romana (il pittore soggiornò anni in Italia). Ma… ma immagino che lei avrà scaricato il lotto così come veniva proposto nell’asta on-line, e avrà, vero, la ricevuta d’acquisto? Me la mandi.


Il signor Edmondo Massa pone alla mia attenzione alcune opere. Due disegni (cm 24×36) di Teresa Gazzo (1901-1994), pittrice genovese di splendida mano: il mercato non ha proposto negli ultimi anni (a livello nazionale) sue opere, pertanto, al momento l’artista non ha che quotazioni locali. Valore: 100-150 euro l’uno.
Olio su cartoncino (cm 40×30) di Oreste Paltrinieri (1873 – dopo il 1951), pittore veronese paesaggista: sino agli anni 2000 il mercato proponeva opere come quella inviatami in visione intorno ai 1.000 euro. Ora, invece, all’ultima aggiudicazione (lotto andato invenduto in altre aste che lo assegnavano ad alti prezzi) presso Pandolfini Firenze, settembre 2018, il lotto 657 (due opere: cm 30×40 e 40×50) stimato 200-400 euro, è stato assegnato a 562 euro! Che dirle?
Il bassorilievo in bisquit, tipo Liberty ma non mi pare con le caratteristiche precipue del periodo – diciamo un tardo Liberty – vale sui 150 euro.
Il piatto in ceramica (cm 30×24) anni 60 del Novecento, che mi ricorda le manifatture di San Marino (Titano o Marmaca), vale sui 40-60 euro.
L’acquarello su cartoncino (cm 24×33), seppure di leziosa mano, nulla ha a che fare con l’inventiva pastosità deliquescente del sommo De Pisis: 50 euro. E ci siamo detti tutto.


Signor Francesco M., il suo crocefisso (cm 5) risale ai secoli 1600/1700. Non v’è scritto sulla croce: “18” ma INRI che è il “Titulus Cruci” che si apponeva sul patibolo del condannato ad indicarne la colpa, ed INRI va ad indicare in latino le iniziali dell’espressione IESUS NAZARENUS REX IUDAEORUM (Gesù Nazareno Re dei Giudei), e proclamarsi tale – come aveva fatto intendere Gesù – in una Regione governata da Roma e sotto l’imperatore Augusto, era un reato di sedizione grave.Valore: sui 50 euro in quanto il crocefisso è lesionato.
La medaglietta, forse opera cinquecentesca o anche più tarda (da un verso ha una Madonna coronata con Bambino tra gli Angeli e dall’altro un Cristo coronato a mo’ di Croce, anch’esso tra Angeli), vale sui 150-200 euro. Mi raccomando non li pulisca in nessun modo.


Signora Lorella Colombo, primariamente, non so cosa lei intenda per cornice Carlo X riferendola alla sua (?!) che è cosa novecentesca e non certamente nello stile del re borbonico.
Riguardo poi al tondo, un bassorilievo in peltro di cm 20, è da visionarsi dal vivo. Il foglio che lo certifica di Benvenuto Cellini non vale, anonimo com’è, nulla. Pur tuttavia, non mi risultano lavori in peltro del grande orafo e scultore fiorentino, né noto nelle figure un’incisione ragguardevole. Mi sembra, come indicato anche dal foglio inglese, una copia da originale, semmai presente altrove.


Signora Chiara Concu, il cornetto in terracotta smaltata ritrovato fortuitamente nel giardino adiacente una chiesa del XII secolo, è certamente attinente a quelle pratiche apotropaiche di culto che tendevano a condurre la religione e gli elementi magici e demologici su un piano di salvaguardia dai influssi negativi e a porre la persona nella buona sorte. Il colore rosso ed il corno ne erano i tangibili amuleti. L’attaccaglia del suo cornetto potrebbe essere, in mancanza di patine evidenti, in zinco. La collocazione epocale dell’oggetto potrebbe benissimo essere tra il XIV secolo e il XVIII (ci vorrebbe visione diretta) ma per il suo valore (ha anche una rottura) solo generalmente documentativo (che lo pone, foss’anche medievale, al riparo da segnalazioni a chicchessia) non mi pare necessaria. Lo conservi come presidio giocoso di buona ventura che anch’io le auguro per questo nuovo anno.


Il signor Luciano Mancini mi chiede valutazione di una una natura morta (cm 28×41) firmata Vito Apuleto. Ora, io conosco tale nome, anche nella versione Vito Apuleo ma come critico d’arte (ebbe per anni una rubrica sul Messaggero di Roma) e non come pittore. In più, se l’opera fosse di sua mano, documenterebbe senza tema di come abbia meglio operato dedicandosi a critica e disamina artistica in luogo di praticarla. Naturalmente, nessuna valutazione.


Signora Aurora Giona, il suo piatto (cm 25) marcato “Lìmoges decorato a mano” è un prodotto anni 70-90 del Novecento da 25-30 euro.
Per la scodella con marchio Rosenthal (ditta) Kronach (località della Baviera) Moliere (modello) Germany (nazione) del 1945-46, il valore non va oltre i 40 euro (in rete offrono tali tipologie anche a 10 euro).
Le rose in ceramica da muro (cm 22×12) con marchio spurio della solita “N coronata”, tipiche degli anni 60-70 del Novecento, valgono 10-15 euro se intatte.


La signora Bianca Prola manda in visione tre piatti in porcellana decoro Impero oro con marchio della tedesca Hutschenreuther di Homberg (località della Baviera). Il marchio riportato è quello del 1914-34, ma non presenta il colore verde impresso all’epoca (riferito dai prontuari), quindi il suo (rosso) è forse riproduzione degli anni ’70. Ma non importa. Il valore viene dato dalla bellezza collezionistica: sui 30-50 euro cadauno.


Signor Lorenzo Bellopede, nel 1997 il suo quadro (cm 80×62) a soggetto bucolico con Sacra Famiglia su cornice coeva, anni 60 del Novecento, è firmato da Carlo Parisi, illustratore e pittore salernitano. Posto che non sia un’oleografia (ce ne sono a migliaia), cosa che dalle immagini inviate (addirittura poste sotto vetro) io non sono in grado di verificare, devo dirle che purtroppo il Parisi non ha gran mercato reale: le uniche quotazioni per opere devozionali religiose come la sua si trovano in rete e a basse valutazioni: vanno dai 100 ai 300 euro.


La signora Giuseppina Cascone pone alla mia attenzione un quadro (cm 60×39) a firma Casorati (Felice C. 1883-1963), grande artista italiano del ‘900 che operò, oltre che nella pittura, nel design, nella grafica, nella scenografia e nella docenza (Scuola Casorati di Torino). Propedeuticamente, devo dirle che nell’esaminare l’opera inviatami ho letto al retro il timbro “Galleria d’Arte il Poliedro S.p.A.”. Ora, mi è parso strano che una galleria d’arte potesse essere una società per azioni e infatti, dopo verifica, ho appurato che non esiste alcuna galleria con dette caratteristiche societarie. Detto ciò, e senza altro a disposizione se non l’unica foto, e non eccelsa, ricevuta, credo che l’opera non sia originale. Se vuole, può verificare se essa è inclusa tra i 1340 dipinti nel Catalogo ragionato dell’artista (Bertolino-Polli), tre volumi, Allemandi Editore, Torino 1995-2004. Le rendo noto, inoltre, che autorizzato alle autentiche delle opere di Casorati è il prof. Luigi Cavallo (lui.cavallo@gmail.com) che chiede 1.000 euro più IVA, per dipinti sino a cm 50×70. Io però le consiglio di risparmiare tempo e denaro.


La signora “Donna Bianca Magdalone” possiede un quadro di Cristoforo Santanna (1735-1805), pittore valente, molto conosciuto e richiesto in terra di Calabria. All’epoca ogni famiglia nobiliare, come quella della richiedente, ambiva commissionare ritratti agli artisti, e fu così che anche una sua ava venne effigiata dal Santanna in abito di novella suora, in un ritratto di cui non mi vengono fornite misure e che io ad occhio ipotizzo essere di cm 60×80.
Gentile signora Magdalone, devo significarle innanzitutto che i ritratti in genere non hanno soverchie quotazioni di mercato (a meno che i soggetti non siano adornati da abiti e/o siano posti su fondi di particolare pregio o interesse) si figuri quello di una suorina (che non sia stata dispensatrice di miracoli e/o prodigi). Ma al di là di questo, il vulnus del suo quadro è che la tela è pressoché illegibile, deteriorata com’è nei suoi elementi figurativi ed espressivi. Non le consiglio il restauro, che costerebbe 1.200-1.500 euro a fronte di un possibile e incerto ricavo di 2.500 euro, e sempre che non venga sottoposto ad un’indagine spettografica che rivelerebbe una ricostruzione pittorica del 60-70% della superficie.


Signora Ambra Leto, la sua eclettica coppia di lumi a petrolio (cm 75x30x19) dovrebbe essere degli anni 40 del Novecento, realizzata con un assemblaggio di elementi e materiali diversi. Fini, le ceramiche sui tipi di Limoges che vengono “disturbate” dai sovrastanti bronzi “cimiteriali” che contrastano a loro volta con la lumeggiatura oro sottostante e con l’aggiunta dei tremendi vetri lattescenti. Che dirle? 500 euro per le deliziose ceramiche?


Signora Maria Palasinka, bella tela la sua! Di impianto settecentesco (cm 103×108), ha un retro telaio ottocentesco ma potrebbe essere stata reintelata; inconsueta e da studiare, anche per la tipologia degli Arcangeli e Angeli che esortano il Cristo deposto e abbandonato ad una dolce morte (in quanto lenitiva e cessante le sofferenze patite) alla resurrezione. Come detto, una bella opera in buono stato, ottimamente composta (cornice da eliminare), da far visionare dal vero. Io, da mestierante d’arte, le posso ad occhio indicare un valore intorno ai 5.000 euro, se proposta ad un privato.


E come sempre, un saluto a tutti e un abbraccio ai pochi.