L’Esperto

 


Rubrica di expertise gratuite

Autore: prof. Antonello Ferrero
In collaborazione con il Museo del Collezionista d’Arte – Metodi Scientifici d’accertamento, Milano


Hai ereditato o acquistato un oggetto e vuoi sapere quanto vale? Inviaci una richiesta di expertise gratuita!
• E-mail: info@lagazzettadellantiquariato.it
La richiesta di expertise deve essere completa di: foto dettagliate dell’oggetto; misure precise; firme e marchi (ove presenti).
Si dichiara che i pareri esposti nella rubrica sono espressi dallo scrivente in ottemperanza della Legge 14 Gennaio 2013 n° 4 in materia di professioni non organizzate in Ordini o Collegi.


Gentili lettori, stante il crescente numero di expertise che ci pervengono quotidianamente, vi informiamo che tutte le richieste saranno soddisfatte ma che potranno passare anche due/tre mesi dal vostro invio del materiale.
Le risposte, a meno di casi particolari – ritenuti tali dal prof. Antonello Ferrero – verranno date esclusivamente attraverso la rubrica “L’Esperto” pubblicata su www.lagazzettadellantiquariato.it. Pertanto, per poter rimanere aggiornati circa l’uscita periodica di nuove expertise, vi consigliamo l’iscrizione alla nostra newsletter gratuita.


Non so come, si è sparsa la voce che il perito sia un veggente. Non è vero! Per valutazioni corrette servono più foto degli oggetti: fronte, retro, sotto, interni. Inoltre non risponderò più a quesiti su oggetti, quadri, mobili, mancanti di misure. A.F.


Gennaio 2023


Repetita juvant. Mi rivolgo ai tanti lettori che scrivono come se questa la rubrica fosse una pagina social dove poter disquisire con tracotanza o furbizia con l’esperto, rabbuiandosi poi per i pareri a volte tranchant di consuetudine, o per il fatto che li dileggi quando non mi scrivono le misure, non mi ragguagliano sui materiali o non mi forniscono, artatamente o meno, le informazioni necessarie a completare immagini che definire fotografiche è a volte eufemistico. Ebbene, a tutti questi lettori ripeto: cambiate indirizzo mail e rivolgetevi a chi, meglio di me potrà esaminare sia opere sia paturnie. Oh… mi raccomando! andate da uno bravo, uno di quelli che ti mettono a posto senza prescriverti medicinali di sorta.


Signora Carla Chiabotto, innanzitutto è inconsueto che si possegga un quadro (cm 50×70) acquistato in asta (Rapallo 1977) e non si abbia di esso documentazione né tanto meno se ne conosca l’autore. Le dico ciò perché la “donna con falcetto” rappresentata, è opera iconografica di uno dei pittori più rappresentativi dell’espressionismo italiano del 900, Giuseppe Migneco (1903-1997). Naturalmente, la sua autenticità è tutta da verificare visto che lei non possiede documentazione alcuna, e che senz’altro io non posso, da remoto e per immagine, confermarle nulla. Se lo desidera, può rivolgersi alla Fondazione Corrente che cura l’opera dell’artista (Via Carlo Porta 5 – 20121 Milano tel. 02-6572627.

 

 


L’affezionata lettrice Elena Bulla presenta alla mia attenzione delle spalline da Ufficiale della Regia Marina italiana, ipotizzando siano un unicum in quanto riportanti le iniziali del Re Vittorio Emanuele di Savoia. Ebbene, no! gentile signora Elena: le spalline – in dotazione alla guardiamarina – hanno tali iniziali in quanto il re in questione, con decreto 4419 del 1861 fondò la Regia Marina, e nel 1865, con decreto 2438, il Corpo della Capitaneria di Porto accorpato poi alla Regia Marina nel 1923; credo – altrimenti attenti collezionisti ne disquisiranno – che esse appartengano proprio ad ufficiali di questo corpo. Il valore sarebbe sui 100/150 euro, ma le sue, essendo ancora in scatola originale della Guglielmo Manucci di La Spezia (cm 17,5×13,7 h 24), ditta che le fabbricò, arrivano ai 250/300 euro.


Signor Marco Cupellaro, lei manda in visione una bolla pontificia di Pio IX (Mastai-Ferretti 1846-1878), Papa che ad oggi detiene il più lungo pontificato della storia: 31 anni, 7 mesi, 23 giorni e da ciò consegue che di bolle ne abbia prodotte abbastanza. Per questo motivo, dal punto di vista collezionistico il loro valore – a meno che non si parli di quelle contenenti atti di rilevanza – è contenuto sui 400 euro. Inoltre il suo esemplare, a vista, non sembra essere in stato ottimale, quindi sui 300/350 euro.
Lei manda in visione anche la copertina del libro di Gabriele D’Annunzio; anche qui le condizioni non sono buone e, avesse anche il testo (Edito da Pizzi & Pizio Riovedi Milano nel 1921), il valore sarebbe sui 30/50 euro; in condizioni buone viene venduto nelle librerie specializzate anche online variegatamente, come oramai tutte le cose, dai 70 ai 150 euro.


Signora Carmen Casto, nonostante decenni e decenni di studi e di frequentazioni d’arte e antichità, ogni volta – e di fronte a tante tipologie di oggetti – mi sento sempre un asinaccio e mi par di ben poco sapere; lasci perdere poi lo scrivere: sono un affabulatore di bocca e di penna ed ho un variegato lessico con cui colmo le mie sostanziali lacune.
Riguardo il suo grande vaso antropomorfo (cm 53) non credo sia manufatto dei Toso, per via della firma incisa con un comune vibratore elettrico da ferramenta, ma la famiglia si è talmente divisa nei suoi componenti che è impossibile per chiunque definirli e riconoscerli tutti, anche perché taluni di essi si sono specializzati nel riprodurre, pedissequamente o meno, tante opere del passato glorioso dei loro avi o parenti. Per la grandezza e la non disdicevole fattura, direi sui 500 euro.


Dott. Giorgio Montanari, debbo dirle subito che il suo candeliere con puttini (cm 30) non può affatto appartenere alla Real Fabbrica di Porcellane di Meissen: la composizione e la stesura plastica corrispondono a canoni ben più modesti, penso ad una delle tante fabbriche di Dresda (come risposi alla lettrice Danila Ferrari nel mese di maggio dell’anno passato) oppure anche alla Wallendorf oppure alla Wolkstedt nella Turingia. Il valore è sui 150/200 euro.
Riguardo agli angioletti (cm 25), essi vengono definiti “mortuari” da pendant a lapidi casalinghe o cimiteriali, una tipologia prodotta e riprodotta nei secoli. I suoi esemplari nello specifico mi sembrano avere un’aria novecentista per quella vaghezza – e cuoricino abbinato – nei loro volti. Valore, 120 euro la coppia.


Signor Marco M. fedele corrispondente, il suo dipinto (cm 29×47) attribuibile all’opera di Giovanni Trussardi Volpi (1875-1925) è stato purtroppo malamente tagliato (e incollato poi su compensato!). Cosa vuole le dica…, già l’autore, morto prematuramente in gloria artistica, non ha avuto in seguito quei successi economici dovutigli nel mercato, se a questo poi ci aggiunge che la tela è mutila di corpo e di firma, non si può che attribuirle un valore di 300/400 euro al massimo.
Riguardo il pastello su carta (cm 50×65) firmato A. Beltrame, è chiaro che ad onta di quella data che sembrerebbe un “72” ma potrebbe essere altro, il taglio e la firma stessa potrebbero attanagliarsi all’Achille Beltrame (1871- 1945) grande illustratore (le copertine mirabili in decine di anni della Domenica del Corriere) e valido pittore, ma…, ma vi sono pure tanti dubbi, compreso quello riguardante la stesura grafica non proprio attinente alla cifra stilistica dell’artista. Non potendo ascrivere l’opera ad alcun altro a me noto, la valuterei, come buon lavoro, sui 400 euro nello stato in cui si trova, ma avrebbe bisogno di altra disamina “de visu”.


Dottoressa Daniela Daniele, rispondendo a lei mi rivolgo anche ai signori Bonavita e Festa. Le litografie, tanto tempo fa, erano numerate singolarmente e realizzate con processo di incisione su lastre di zinco, piombo, pietra, legno (xilografie) e linoleum, e impresse, torchiate, a mano. Oggi invece, addirittura si utilizzano macchine tipo stampa a impressione di colore, e si raggiungono “tirature” di migliaia di esemplari. Una volta, la lastra originaria, raggiunti gli esemplari certificati, veniva “biffata”, cioè annullata cancellandola con bulino oppure veniva distrutta, oggi… neanche si sa se esista una matrice originaria. Ma, e al di là di ciò, nel mercato le uniche lito che valgono sono, e solo, quelle associate ai nomi di grandi autori e maestri ma…, ma devono anche avere le fatture e una documentazione ben precisa dei passaggi nel tempo, e cioè di esse si deve sapere quando sono state acquistate, dove e da chi, e questo perché eredi, gallerie aventi diritto o meno, continuano a stampare (questo il termine esatto) migliaia di copie, una volta vendute a prezzi esorbitanti (fu chiamata la grande truffa delle litografie), e adesso, accontentandosi, a qualche centinaia di euro ed anche meno. Naturalmente, non valgono nulla, a meno che non siano incorniciate, e allora qualche decina di euro si possono rimediare. Ciò, come detto, vale per le “grandi firme”, si figuri per le lito – pur piacevoli – che possiede lei, cara dottoressa, i cui autori sono pressoché sconosciuti nel mercato e in più sono falsamente certificate da un “Istituto d’arte per la grafica d’autore” (anch’esso sconosciuto a me ed ai miei prontuari nel tempo), senza timbro, né data, né indirizzo e a firma di un “nessuno” che certifica addirittura la tiratura complessiva di 6 opere (??).


Signor Enzo Tartagni fedele lettore, le do una bella notizia: il vaso di famiglia lasciatole dai suoi genitori non è degli anni 60, ma bensì del periodo 1912-1928, come dal marchio della Regia Scuola di Faenza fondata e riconosciuta nel 1925 da Gaetano Ballardini (1878-1953), grande ceramista e ceramologo, ideatore del prestigioso Museo della Ceramica di Faenza nel 1908. Se integro vale sui 2.000/2.500 euro!


Il signor Luciano Bruschi manda in visione uno “strappo” o ritaglio di quadro attribuibile (da scritta posteriore e da una certa affinità con l’opera del pittore sabino) a Girolamo Troppa (1636 + dopo il 1706); restaurato in conservativa, cioè senza integrazioni, e nel cattivo stato in cui fu reperito, purtroppo, vista l’unica cattiva immagine inviata, non mi consente ulteriore disamina. Che dirle…, fosse effettivamente del Troppa (cm 47×97) nell’attuale stato potrebbe valere sui 1.500 euro, altrimenti 400.
Il quadro (cm 49×37) della Madonna non ha, purtroppo, che canoni devozionali popolari e manca di pathos artistico. Opera forse tra 800 e 900, ne sconsiglio il restauro. Valore, sui 300 euro.


Signor Giuseppe Facchini, piano o pianola meccanica a gettone (cm 142×155) che sia, dell’800 o dei primi del 900, è indifferente per la valutazione monetaria. Il fatto è che per valutare lo strumento appieno, e considerando che la ditta trascritta sia solamente una sconosciuta importatrice o un’assemblatrice, bisognerebbe osservarne il meccanismo interno e provarne la funzionalità. Tali strumenti sono delicati e con il passare degli anni le ossidazioni e le usure (quelle degli “spinotti” dei cilindri soprattutto) li rendono bisognosi di cure e di costose revisioni, dato che sono pochi i professionisti artigiani del ramo. Nello stato di non funzionante, e a corpo, il suo esemplare potrebbe valere sui 600/800 euro, fosse in condizioni migliori, e variegatamente, dai 1.000 ai 2.000 euro.


Signor Antonio Guarnotta da Anzola dell’Emilia (Bo), il suo servizio incompleto (5) da caffè marcato MAP, prestigiosa ditta pesarese fondata nel 1915 dal Maestro Ferruccio Mengaroni (1875-1925), risale agli anni 40 del 900 e potrebbe valere nello stato in cui è sui 60/80 euro. Scomponendo il servizio invece: 10/15 euro una tazzina e piattino, 30 la zuccheriera e 50 la caffettiera.
Il quadretto (cm 35×25) acquisto della sua nonna è purtroppo opera di mero valore arredativo dei primi del 900; vale poco, e sarà bene che lo tenga gelosamente come piacevole ricordo.


Signor Marco Ricci, non dispongo attualmente di notizie sulla ditta Siap produttrice della sua salsiera, le posso però senz’altro dire che non è in argento ma probabilmente in alpacca (zinco-nichel-rame ) o “argentone tedesco”, e che forse è stata argentata galvanicamente. La scritta “Italia” è comune alle dotazioni di tanti alberghi che servivano personalità importanti e di regime nel periodo sabaudo del primo 900. Stento a crederla appartenuta a Mussolini in persona poiché avrebbe dovuto avere i rituali e ripetuti “fasci” a cui il dittatore teneva molto. Ma, e al di là di questo, le cose di interesse storico collezionistico, per essere reputate tali e di valore, devono avere una ben verificabile documentazione annessa altrimenti valgono, e solo, per le loro estrinseche caratteristiche esteriori. Pertanto, la sua salsiera potrebbe valere sui 120/150 euro al massimo.


Signora Carla Manganelli da Genova, lei può apprendere da me, ma anche io da lei. Da come scrive, evidentemente è una restauratrice e certamente è a contatto diretto con la materia. Io le posso dire che a prima vista sicuramente la zuppiera (cm 20×12), sui tipi come giustamente scrive “pseudo Tobacco Leaf”, non può essere ascritta alla ceramica cinese, sia pur d’esportazione, e neanche alla Mottahedeh che a volte tendeva a fare prodotti più “raffinati” del dovuto della produzione originale (a carissimi prezzi) o a fabbricare pedissequamente su ordinazione di scaltri antiquari veri e propri falsi. Riguardo al piatto (46 cm) invece, io come lei lo ascriverei proprio a manifattura “blue Canton” da esportazione. Ciò che non le posso proprio dire sono le valutazioni, che oramai tali oggetti vengono trattati secondo la tipologia della materia, secondo chi li vende e dove, e secondo chi li compra e quando. Gli unici riferimenti economici provengono dalle aste, io però li ho sempre considerati aleatori per loro natura, riportando parametri variegati di stima e di risultati, come del resto verificabile. In più lei mi riferisce di riparazioni e difetti che vanno osservati e computati. La ringrazio per la continua lettura del mio operato, un abbraccio.


Signor Alberto Vinci simpatico e arguto lettore, purtroppo i suoi quadri a firma Bach (cm 40×30) e a firma illeggibile (cm 47×45), ma da gettare subito, sono di nessun valore monetario. La litografia (cm 20×26) del maestro Mino Maccari (1898-1989), non numerata, siglata p.d.A (prova d’autore), è sicuramente spuria, ma comunque magari potrebbe spuntare 50 euro tra gli ignari.


 

E come sempre, un saluto a tutti e un abbraccio ai pochi.



Dicembre 2022


Signora contessa E.A.S. di Montebello… ora, se io fossi, che so!, un farmacista, un idraulico, un pompiere, pur nella spettanza e valenza delle mie funzioni certamente avrei avuto serie difficoltà nel discettare su quadri antichi e loro valutazioni, ma… ma io non esercito tali professioni, come viceversa mi parrebbe esercitino i suoi “consiglieri” (oppure mi sbaglio e magari sono carrozzieri o venditori di frutta ed erbaggi?) che giammai, esteticamente ed eticamente, potrebbero essere periti d’arte e antichità, ma semmai fisicamente periti all’arte. Potrebbe anche essere che costoro abbiano loro oscuri motivi, che io non conosco, per indurla a credere che l’Antonio Amorosi valente pittore (1660-1738 ) abbia quotazioni elevate nell’ordine dei 30.000-40.000 euro, e superiori con punte di 60-70 (per tele di 1,5-3 mq). E sa una cosa, gentile contessa, non è che io “abbia opinioni diverse” o “che ognuno possa dare il valore che crede ad una bella opera” (sic), è piuttosto che il mercato funziona in maniera diversa e agisce con la vecchia legge del mercato: domanda e offerta. E quando chi vuole vendere si accorge che la valutazione data ad un quadro non trova acquirenti, semplicemente ne abbassa il prezzo fino a trovare soddisfazione monetaria nell’acquisto da parte di secondi o terzi che siano. E per essere più chiaro, io non sono un precipuo esperto di arte pittorica del XVII secolo né tanto meno dell’Amorosi, ma sono un professionista, ho occhio allenato a migliaia e migliaia di opere e posso valutare il livello qualitativo ed espressivo delle stesse, individuarne il secolo e l’autore, ma per conoscerne il valore economico del momento – è chiaro – devo andare a reperirmi le informazioni e cioè devo venire a conoscenza del se e del quando le opere del dato artista sono apparse nel mercato (negozi-trattative online-private e soprattutto case d’asta) e vendute a quale prezzo.
Detto ciò, veniamo ai risultati d’asta dell’Amorosi da me trovati; naturalmente, ne elenco qui solo alcuni che ne richiamano altri analoghi visionati e che le ho inviato in mail privata: Casa d’asta Wannenes, settembre 2020 (cm 99×74) stima 2.000-3.000 euro, marzo 2021 (cm 22×17) stima 1.500-2.000 euro; Bertolami novembre 2022 (cm 25×19) stima 1.200-1.600 euro. Poi sì, v’è anche una coppia con analoghi soggetti classici pendant (cm 45×58) proposta da Pandolfini tra i 20.000 e i 30.000 euro nel 2018, ma si tratta di pezzi di livello eccezionale e di piena maturità dell’artista che io, peraltro, per la loro bellezza non avrei neanche attribuito agli stilemi dell’Amorosi. Ma ripeto – repetita juvant – non sono un conoscitore tale da poter autentificare tali opere e quindi mi affido alla perizia ben più valevole di altri colleghi all’uopo preposti. Va da sé, poi, che esistono galleristi, negozianti, antiquari che pagando le opere il meno possibile le vendono a cifre anche elevate – specialmente ai nostri giorni – cercando così di poter continuare a pagare locali, esposizioni, restauri, manodopera varia, tasse e quant’altro. Ma l’altra faccia della medaglia è che taluni di essi, e per gli stessi motivi economici, le svendono.
Io comunque, se posso permettermi, avrei un consiglio da dare all’esimio “professore” aretino da lei citato, (e che mi ha liquidato come esperto di “bagattelle” e mercatini, e d’altronde ciò è vero) il quale, in alcuni passaggi del suo pamplet critico/valutativo inerente le sue opere, mi sembra caduto in una crisi identitaria non felice. Premesso che egli scrive (sic) “l’Amorosi è l’inventore delle ‘bambocciate’ dissolutrici dell’ideale classico” – quando in realtà queste hanno chiara matrice ed origine nella cultura pittorica del Nord Europa e sono state trasfuse in Italia da tanti artisti con un tema più caricaturale – il suggerimento lavorativo è: ex abrupto un cambio repentino di professione o lavoro che sia. A tal proposito, mi è giunta notizia di un valente commerciante di origine magrebina che ha una fiorente attività in quel di Siena e precisamente nella prestigiosa e “paliesca” Piazza del Campo (trattasi di una struttura ambulante, abilitata alla vendita di vari souvenir, magliette, bandiere, trombette, sciarpe e altro), il quale vuole ritirarsi dal pur lucroso commercio per motivi personali cedendo in toto la ditta. Il prezzo richiesto sembra essere congruo e accettabile. Rilevando l’attività il “professore aretino”, nel discettare su merce selezionata, non rischierebbe di fare quelle figure da escatologica funzione biologica umana che fa nel campo dell’arte, e che, perdurando nell’infelice via intrapresa, continuerebbe a fare.
Mi è felice l’occasione per dichiararmi sempre a disposizione di tutti ed ovunque, anche in aule giudiziarie. Buon Natale e buone festività a tutti. E non siate come me, siate buoni!


Il signor Angelo Ghirardi presenta alla mia attenzione una statuina in porcellana raffigurante il dottor Balanzone, maschera della tradizione bolognese (cm h 30×12) firmata Zaccagnini, prestigiosa manifattura ceramica fondata a Sesto Fiorentino nel 1905 e chiusa nel 2000. Il pezzo potrebbe essere degli anni 70-90 e il suo valore, se intonso e senza alcuna rottura, tra i 250 e i 350 euro.


Signor Andre Marconi, a prescindere dal fatto che ella non si perita di inviare le misure delle sue statuine, il loro marchio non è a me e ai miei prontuari noto. Pubblico quanto inviato nella speranza che qualche dotto collezionista lettore ben più ne sappia. Il livello delle quattro “damine” è buono, pertanto, collocandole nel ‘900 ad occhio e senza valutarne l’origine precipua, supponendo un‘altezza standard sui 17 cm, assegno loro un valore sui 600-800 euro complessivamente.


Il signor Donato Luna manda la foto di una statua in legno laccato, un Buddha sdraiato lungo 160 cm e alto 47 cm. Purtroppo tali manufatti, prodotti e riprodotti con tecniche artigianali ancora semi manuali – in ragione non tanto della mancanza di macchinari quanto dell’abbondanza di manodopera a bassissimo costo in Cina e nell’Oriente tutto – non possono essere valutati che – e con difficoltà – attraverso la visione diretta. Le posso solo dire che tali opere nel mercato possono ambire variegatamente – la sua per una certa rarità – a cifre tra i 600 e i 1.200 euro, per arredamento.


Signora Anita Lima, il cachepot (h cm 30×18), come giustamente lei ha osservato, è ascrivibile alla tipologia di Bassano, ma il marchio “arco con freccia” non è da me conosciuto. Ascriverei quindi il prodotto a fabbrica vicentina e forse come epoca agli anni 70 del ‘900. Valore sugli 80 euro se intonso.


Signor Michele Angelo, la sua macchina da scrivere Olympia modello M2 o De Luxe (bisognerebbe visionarla dal vero), prodotta negli anni 50-60 dalla tedesca Olympia Werke (1903-1991), ha quotazioni variegate in internet e nei mercatini: si va dai 25 agli 85 euro ma ci sono poi sempre i soliti individui “disturbati” che chiedono inopinatamente varie centinaia di euro.


Signora Nilde Patti di Latina, non scherziamo: se un collezionista precipuo di stendardi e gadget d’epoca fascista le ha determinato e classificato il suo “gagliardetto”, non posso certo essere io a certificarlo e/o valutarlo diversamente. I collezionisti ne sanno quasi sempre – quando non fanno i furbi per poter acquistare a due soldi, e non è il suo caso – più dei periti, chi essi siano e me compreso.


Signora Linda, in passato nomi di artisti come Antonio Reyna Manescau (1859-1937) erano di un certo livello e avevano alte valutazioni di mercato. Ora purtroppo l’arte e l’antico non muovono più le menti né i portafogli, e le quotazioni di artisti pur eccellenti hanno valori altalenanti che le case d’asta contribuiscono a mantenere tali. Oggigiorno, d’altronde, è questa la loro politica precipua per far sì che non ci siano altre “vendite” che le loro, relegando quelle di gallerie e negozi di antiquariato e inficiandole. È comunque un lungo discorso da fare, meglio venire alla sua richiesta. Premettendo che mi manda brutte foto e non esaustive, che non invia autentiche e ricevute di acquisto né documentazioni inerenti, volendo considerare autentica la coppia di tele (cm 42,5×32) valuterei entrambe le opere, e sempre tenendo d’occhio il mercato, sui 4.000/5.000 euro. Esistono anche richieste, specialmente da parte di antiquari, ben superiori, ma le solite case d’asta che dieci anni fa le avrebbero valutate il doppio ora le offrono a stime decisamente sempre più basse. Ad esempio Il Ponte ha in catalogo (20 dicembre c.a) un cartone telato dell’artista (cm 15×20) a 450-500 euro. Comunque, da una panoramica dei risultati, riterrei il valore che le ho indicato abbastanza attinente. Naturalmente, a meno che non trovi un collezionista/amatore dell’artista (sopratutto a Venezia), la vendita le risulterà difficile.


Signora Giorgia Rais, il suo servizio di Limoges da 12 – che pubblico appositamente per renderne edotti diversi lettori che hanno porcellane analoghe – è prodotto di fabbrica orientale da un centinaio di euro di valore, risalente (dal marchio che ne esclude la pulizia in lavastoviglie unitamente a posateria) agli anni 70-80 del ‘900.


Signora Rosalba Salvadori, il suo vaso (h 31 cm, peso 1,800 Kg) è stato prodotto nel vicentino dalla ditta Tizianesca dagli anni 1950 al 1959, non ho altre notizie in merito. Il valore è intorno ai 350 euro.


Signor Maurizio Nocentini, già via email le ho raccomandato di inviare foto migliori, ma quelle giuntemi non rappresentano certo l’ottimale per attuare una perizia soddisfacente. Io capisco la difficoltà dei tanti che hanno a disposizione, e solo, gli immancabili cellulari, ma d’altra parte dovete anche capire le mie difficoltà a visionare da sole immagini, e se queste non sono esaustive io come posso operare? E comunque… il suo piatto (25 cm) sembrerebbe di manifattura viennese e anche il velato “bindenschild” (scudo blu con punta in basso) mi porterebbe a identificarlo come tale, ma… ma l’esecuzione della tesa non è all’altezza della decalcomania a fuoco al centro dello stesso. E a questo punto, potrebbe trattarsi di una replica del novecento francese. Comunque, sui 250 euro come valutazione.


Il signor Roberto Desogus dalla meravigliosa Quartu S.Elena, città sarda tra boschi e mare, invia l’immagine di un piatto (cm 41,5 profondità 14 cm) del valente ceramista e decoratore perugino Edgardo Abbozzo (1937-2004). I pezzi di questo artista sul mercato sono rari e richiesti: valore non meno di 500 euro.


Quadri, quadri e quadri! I lettori non mandano più i cosiddetti “capodimonte”, evidentemente hanno iniziato a leggermi nelle rubriche passate

Adesso è iniziata la fase dei quadri di pittori di basso livello, ma mestieranti, che hanno imperversato in Italia dagli anni 60 agli 80, in genere regalati dai commercianti di mobilia economica di fabbrica quando vendevano una camera da pranzo o un salotto. Per le camere da letto c’erano i tondi in gesso patinato e smaltato di madonne, con o senza figlio, sacre famiglie e/o cristi con il cuore rosso in mano. Oltre ai negozianti di mobili, una pletora di pittori mestieranti aveva come canale di vendita non dico le gallerie ma i corniciai e i negozi di casalinghi, e vendevano anche a prezzi elevati (si fa per dire: non più le oneste venti-trentamila ma a centoventi-duecentocinquantamila). Usavano appiccicare dietro le tele degli stampati – si vendevano nella cartolerie specializzate per prodotti pittorici o erano fatti eseguire da corniciai e assimilati – indicanti la dicitura: Autentico, originale, del maestro…, numerato…, e vi apponevano un timbro semi leggibile di accademie sconosciute, di alti patronati o di sé stessi, i nomi quasi tutti sempre di fantasia, anche se v’era chi, convinto o meno della propria arte si peritava di apporre addirittura numero di telefono e proprio indirizzo. Tant’è in Italia la stranezza del codice penale, che ad esempio punisce chi lede i timpani dei vicini con qualsiasi strumento o apparecchio trasmettente suoni e rumori e non analogamente prevede pene per chi lede la vista altrui. E così, una massa sempre presente di masnadieri a tal uopo votati continua imperterrita a imbrattare più o meno diligentemente tele, carte, supporti plastici, e il brutto è che non solo li espone ma addirittura vende o almeno ci prova.
E veniamo quindi di seguito alle richieste dei gentili lettori che, in buona fede e non interessandosi appieno d’arte, presentano tali cose.


Il signor Pasquale Riccio da Monteprandone (AP) manda in visione una tela (cm 60×70) in cui v’è un lezioso paesaggio di uno di quei pittori detti, con tanto di “garanzia” sul retro; per gli amanti del genere, vale 20-40 euro mentre la cornice perlomeno il doppio.


La signora Ines Binetti da Montecompatri (RM) presenta un quadro simile al precedente (cm 40×60) che non vale nulla così come la cornice.


Il signor Alessandro Contenti manda in visione un quadro firmato da tale Lorenzo Sirolli-Sirotti, che anch’esso non ha valore, né artistico né monetario.


Il signor Luigi Rizzo manda invece foto di altro genere di opera senza misure, ma non fa nulla poiché “la fatica” firmata da tale Vincenti è cosa da scordare e naturalmente di nessun valore.


Il signor Oreste Luini, che per fotografare ha usato un tostapane, sebbene di ultima generazione, manda invece un quadro (cm 70×100) a suo ben dire “strano”, dove non si capisce se il soggetto sia una donna o un motocoltivatore – o forse entrambi – ma ciò non fa nessuna differenza come pure non la fa il nome del firmatario dell’opera, tale Silvio Puccio Via delle Mimose Roma (zona Centocelle) che non indica, scaltramente, il numero civico, forse temendo, e giustamente, se non la legge, che come dicevo è impotente, magari l’ira di qualche turlupinato. “La cosa” è stata pagata parecchio, come si legge nella retro ricevuta incollata e rilasciata dal tale pittore stesso, ma riportante residenza nella città di New York – che balzo! – nella 5 Avenu (che sarà lunga una decina di metri) senza, anche qui, numero civico: un milione, dicasi un milione! delle vecchie lire nel 1982. Eh sì Puccio, hai fatto le cose per benino, per non essere rintracciato e giustamente bastonato.


Chiudo la carrellata dedicata ai quadri con il signor Alfio Cali che manda un dipinto a firma G. Conte (cm 130×70), pezzo di non grande prestigio artistico ma di un certo gusto e arredativo. Valore sui 400 euro.


E come sempre, un saluto a tutti e un abbraccio ai pochi.



Novembre 2022


Signora Gabriella Burzio, il suo olio (cm 60×50) è una bella opera del valente pittore Carlo Follini (1848-1938) che riflette appieno il crepuscolarismo del suo maestro Fontanesi. Il valore di mercato, sia per il soggetto espresso sia per l’inconfutabile paternità (dedica) si colloca, in linea con l’attuale calo del mercato, sui 3.000/4.000 euro.


Il signor Denis Pagani porta alla mia attenzione un olio (cm 60×30) a firma Favelli, anni 60 del Novecento, e un dipinto (cm 120×60) di autore sconosciuto. Rispondendo a lui, colgo l’occasione per rispondere anche ai signori Piotti, Valverde, Nencini che mi hanno mandato immagini di opere pittoriche analoghe. Gentili signori, le schede/certificazioni dei vostri quadri (riportanti a volte firme indecifrabili, a volte targhette sul retro dichiaranti che l’opera è originale, firmata dall’autore e schedata con numero di catalogo registrato di qui e di là, ecc.) sono state redatte dall’autore stesso o dal negozio/galleria/corniciaio che le ha vendute e pertanto non valgono nulla, giacché non stanno certo a testimoniare che le opere siano espressione di un maestro del genere pittorico. Anzi! nella maggior parte dei casi è proprio questa modalità di “confezionamento e vendita” che deve insospettire, in quanto va a significare che tali opera non hanno alcun valore se non quello di mero oggetto arredativo (per seconde case a rischio furto); del resto, basta dare loro un’occhiata per capirne il basso livello artistico. Tali quadri vengono offerti nei mercatini rimanendo in massima parte invenduti. Valore 40/60 euro.


Il signor Andrea Visciano manda immagini di un’opera su rame (cm 14×20) di tal Casale, firma a me sconosciuta; di due dipinti (cm 50×70) di D. De Simone, firma altrettanto sconosciuta, ed ancora, tre opere religiose: un reliquiario a busto di Vescovo e due presepi a firma De Luca. Circa i quadri (anni 50-70 del ‘900), essi non hanno alcuna valenza artistica in quanto prodotti seriali e di solo valore arredativo per gli amanti del genere; circa le opere religiose in argento, si dovrebbe calcolarne il peso in metallo per poi dare una valutazione, anche qui meramente arredativa.


Signor Sergio Raimondo, la sua tela iconica di tradizione bizantino-russa (cm 48×37) sviluppa il tema della Madonna della Tenerezza abbinato al Compianto del Cristo, iconografia che si formò appunto in quell’ambito a partire dal XII secolo e che venne importata in Occidente dal XVI secolo. In questo caso si tratta di un’opera devozionale realizzata da pittore mestierante che non sviluppa un pathos artistico di rilievo. Per di più, il tema svolto non è tanto appetibile dal mercato e l’opera è anche bisognosa di restauro. Nello stato attuale vale sui 600-800 euro.


Signora Renata Di Lorenzo, il suo specchietto (cm 36×15) è stato realizzato, come lei accenna, in lucite (e non in madreperla, duttile materia naturale che veniva, appunto, imitata), un polimero (Polimetilmetacrilato) scoperto nel 1928 e messo in commercio dalla Du Pont nel 1933. La lucite costava meno di altre resine come la bachelite, era più stabile della cellulosa e aveva una bella translucidità; inizialmente utilizzata per riparare e congiungere il vetro, presto divenne tra le materie preferite per la creazione di bigiotteria di lusso (Trifari fu uno dei primi marchi ad usarla costantemente). Il suo specchietto potrebbe collocarsi negli anni 40 del ‘900 e avere un valore contenuto tra i 40 e gli 80 euro.


Signor Luciano Bruschi, esaminare e valutare dei vetri da immagine è cosa non facile per non dire impossibile, ’che già la visione dal vero richiede preparazione e competenza specifica. Comunque, ed a buon occhio, il suo bicchiere (14 cm di altezza x 12) è certamente soffiato in stampo; presenta lo stemma della famiglia Spada di Terni-Gubbio e a mio avviso è prodotto di vetreria empolese dell’Ottocento-Novecento. Il valore approssimativo è sui 150/250 euro. La ringrazio per la stima.


Signori Marco e Giovanna da Brescia, mi spiace informarvi che la Garrard &Co – fondata nel 1735 ed ancora attiva – è una delle più importanti Maison di gioiellieri del Regno Unito e del mondo, fornitrice ufficiale dei Reali inglesi. Va da sé, quindi, che una tale azienda non possa avere a che fare con i vostri oggetti: una scatola con credenziali e un fischietto in ottone con campanelli, regalato alla signora in occasione della nascita negli anni 70, un oggetto bene augurale e apotropaico (allontanante il fischio e le “bubbole”, gli spiriti maligni) che credo sia di fabbricazione orientale e di scarso valore monetario. Indicativamente, una ventina di euro; varrebbe sicuramente più la scatola, se in buone condizioni.


Signor Angelo Barbieri, il suo quadro ritrovato (cm 46×34) è iconografico, rappresenta Sant’Orsola (freccia e manto verde), martire inglese. Venerata come santa cattolica trafitta perché non aveva voluto sposare il re degli Unni Attila, è Patrona delle maestre e delle giovani in cerca di marito, da lei prendono il nome le suore Orsoline. Quadro di devozione popolare – forse un ex voto – a mio avviso risale ai primi dell’Ottocento; di impatto visivo-arredativo piacevole, nello stato in cui si trova può valere sui 400/500 euro.


Signora Rosaria Castaldo, il suo bronzo incensiere (h 55 cm) risale sicuramente, per tipologia e forma, al periodo Liberty, primi del ‘900. Non presenta patine né interne né esterne ricercate, ma solamente un’ossidazione naturale del metallo, e in più non scorgo cesellature. Siamo di fronte ad un’opera seriale di fonderia, forse napoletana, come lei dice. Valore 400/600 euro.


La signora Elena Bulla, lettrice costante della rubrica e fruitrice di questa rubrica, chiede lumi su una feluca da Ufficiale della Regia Marina italiana, ed in particolare chiede come mai il copricapo in suo possesso riporti all’interno della fodera la dicitura di una sartoria inglese. Signora, anche io come lei ho fatto una breve ricerca senza risultati. In passato però mi è capitato di esaminare dei cappelli riparati utilizzando elementi prelevati da altri manufatti simili e addirittura copricapo storici ricostruiti sartorialmente di sana pianta.
La sua feluca – come tutte le divise e i loro accessori – avrebbe bisogno dell’esame visivo di un esperto precipuo o di un collezionista. Ma detto ciò – e fosse la sua autentica – il valore indicato dal mercato oscilla dai 200 ai 400 euro.


Signora Pierangela Stipa, del servizio a fiori ed oro lei non indica precipuamente il numero dei pezzi (ma si può ?), e così io non posso far altro che esimermi dal darne valutazione economica. Lo identificherò quindi solo storicamente. Fu prodotto – come da marchio – dalla Porzellanfabrik della Shumann AG in Baviera (Germania) dal 1923 al 1930 circa (azienda chiusa nel 1994). Uno dei suoi piatti, noterà, sotto la “corona bavarese” riporta la data 1924.


Signor Roberto Desogus, la sua lunetta (cm 27×3) in terracotta smaltata che riporta la firma dell’insigne ceramista e caposcuola Arturo Pannunzio (1891-1953), credo sia stata prodotta dopo la sua morte, immagino negli anni 60. La firma dell’artista, infatti, è un marchio depositato dalla V.B.C.M, azienda dove il Pannunzio lavorava sin dagli anni 30. Il valore dell’oggetto, per l’ottimo stato di conservazione, si aggira sui 350 euro. Il suo tema, la “Sacra famiglia”, ai nostri giorni non è appetibile sul mercato come, viceversa, quello della “Madonna”, con figlio o senza, che avrebbe spuntato il doppio (della serie: in Italia la famiglia non ha più valore, le mamme ancora si!).


Signora Noemi Volpato, il servizio da lei classificato come “da 6” coperti potrebbe essere un misto di rimanenza di un servizio, magari imponente, della bavarese Porzellanfabrik Gebruder Wuinterling AG, creato, come da marchio, dopo il 1960 e sino al 2000, data del fallimento della ditta. Dico questo perché non esistono suoi servizi da tavola da 6 (oltretutto sforniti di zuppiera e ovali da portata), e se sono ancorati a servizi da te e da caffè, anch’essi sono minimo da 12 pezzi più zuccheriera, lattiera o teiera abbinate. Detto ciò, tutta la sua ceramica – di cui lei, discutibilmente, manda in visione solo un piatto – può essere valutata intorno a un centinaio di euro.


Signora Enza, la ringrazio per la stima e per la fiducia. Anni ed anni di visione di opere e oggetti, più altrettanti di studio, formano l’occhio del perito e gli consentono da foto, ma non sempre, di dirimere quesiti. Ne è un esempio il suo Cavaliere del ‘900 inoltrato, tipo “Vercingetorige” (h 30×15), che non è stato realizzato in bronzo ma in antimonio patinato (o zama), materiale niente affatto appetibile sul mercato. L’opera, se fosse integra e in perfetta patina potrebbe spuntare sui 100/120 euro, ma così tronca sulla zampa e con la rifinitura ai limiti della scadenza vale poche decine di euro, trovando chi disponibile a dagliele. La coppia di vasi in porcellana montati a lume (altezza 29 cm) è francese dei primi del ‘900. Posso valutare il vaso integro ma con la doratura dei bronzi di base completamente sparita, sui 250 euro, mentre quello con manico mancante, sui 50 euro. L’altro vaso singolo (altezza 27cm) fine ‘800 primi ‘900, con base aggiunta in bronzo ormolù, vale sui 120/150 euro.


Signora Emilia Durante, la firma di fantasia Van Ros relativa alla sua coppia di ovali (cm 52×11) è da me identificata in un pittore mestierante degli anni 50-60 del ‘900 autore di tali tipologie e di cui ogni tanto appare sul mercato qualche opera venduta a decine o poche centinaia di euro, accompagnata sempre da belle cornici più valevoli del contenuto stesso. Così pure per l’altra sua tela (cm 40×30) a firma Van Thoren, di mano probabilmente dello stesso sconosciuto pittore mestierante. L’unico valore è dato dalle belle cornici.


Il signor Carlo Crociatelli da Genova manda tre interessanti dipinti: di Romolo Pergola (1890-1960), una “Veduta di Monte Portofino” (cm 40×60) che valuterei 3.000/4.000 euro; del ricercato pittore Amos Natini (1892-1985), “I Dioscuri” (cm 60×40 su compensato) cui assegno un valore di 1.500/2.000 euro; infine, di Edoard Louis Dubufe (1819-1883), il bell’olio su tavola “Piccola lavandaia” (cm 30×40). Il Debufe presenta quotazioni del tutto altalenanti nelle aste; per le misure dette vanno dai 2.000 euro ai 10.000 ed oltre secondo soggetto; il pittore non ha vasto mercato (almeno qui in Italia) quindi per l’acquisto va trattato con il proponente, asta, galleria o privato che sia.


Signora Stella Rossini da Roma, la sua mattonella a rilievo in maiolica (cm 22×16) che l’antiquario fiorentino ha dichiarato per iscritto e in garanzia essere del periodo iraniano Quajar, e a “voce”, quindi, del ’700, non lo è per niente! Il periodo detto va dal 1779 al 1925 (non sto qui a farne storia, mala tempora di internet), pertanto, io credo che la sua ceramica sia la ripetizione di un motivo classico, “falconiere a cavallo”, e che risalga ai primi anni del ’900. Non può valere sul mercato 1.200 euro, cifra dichiarata che ha allettato lei all’acquisto pensando all’affare, ma 400/500 euro al massimo, un po’ meno di quanto lei l’ha pagata.


Signor Eugenio Magro, il suo anello opera dell’artista e maestro Giorgio Cecchetto (deceduto nel 2006) non ha purtroppo alcuna valutazione di rilievo se non quella relativa al suo peso in oro più un 30-50%, trovando qualcuno interessato. Il Cecchetto – di professione vigile del Fuoco – pur presentando alte capacità, non ha raggiunto livelli artistici tali da emergere nel panorama nazionale o internazionale come artigiano orafo.


E come sempre, un saluto a tutti e un abbraccio ai pochi.



Ottobre 2022


Il signor Oskar Grazio di Bolzano manda una credenza – in origine piattaia – con alzata eclettica di fine ‘800 primi ‘900 con intagli e corpo classicamente pantografati a macchina ed anilinati in nero. Il mobile è stato trasformato in seguito da un ignoto falegname o assimilato – non certo ebanista – che vi ha aggiunto dei pannelli contornati a tralci e fiori, anch’essi pantografati, su cui ha intarsiato con non grande tecnica e soprattutto pirografato – invece di intagliare i tranciati o le impiallacciature – delle scene campestri con personaggi. Dalle esaustive foto inviate dal lettore è possibile “leggere” bene la storia del “matrimonio” avvenuto tra i diversi elementi lignei. Lo sconosciuto artigiano facente funzioni di ebanista, non si è peritato di apporre le proprie iniziali con il ferretto del pirografo. Naturalmente, il mobile così conciato ha solo valore arredativo e per gli amanti di tali connubi può valere sui 300/500 euro.


Il signor Lorenzo Arcante manda in visione dei disegni di ritratti di Marino Parigi (1904-1988) detto “Marino da Montevarchi”, disegnatore ed illustratore famoso negli anni 30-40 il quale poi, una volta sposatosi e con prole, si impiegò come insegnante. Dell’artista hanno più valore i bozzetti e i disegni pubblicitari o per le illustrazioni dei libri. I pur piacevoli ritratti inviati alla mia attenzione possono essere valutati al massimo 50 euro cadauno, però dovrebbero avere acclusa la documentazione di percorso e provenienza o di autenticità, non essendo né esplicativi, né di grande livello dell’arte del Parigi.


La signora Antonella che ringrazio per i complimenti, invia un bambinello in terracotta dipinta (con gli occhi in vetro?) alto 32 cm e pesante 632 gr. L’oggetto presenta gli stilemi delle creazioni di fine ‘700 primi ‘800, ma dalla foto non è possibile determinare di più. Il valore è sui 350/400 euro (dieci anni fa il doppio e più).


Signor David Migliorelli, il suo portacenere in cristallo (cm 20 diametro h 4,7) è oggetto creato dalla Compagnia Italiana del Cristallo Arnolfo di Cambio, azienda attiva in Val d’ Elsa (in quel di Siena) nata nel 1963 e nota per le creazioni di design. Il pezzo è talmente classico che potrebbe essere anche nella produzione odierna della Compagnia. Non conosco i prezzi della ditta, ma so che sono cari, in quanto il prestigio e la qualità si pagano e certamente il suo portacenere vale tutti i soldi spesi. Si informi lei contattandoli, li trova in rete.


Signora Marta M. la sua scultura è stata prodotta – su calchi originali – dalla Fonderia Artistica Gemito in Napoli fondata nel 1936 dai nipoti del grande scultore Vincenzo, ed ora condotta dai pronipoti .Tale ditta riproduce su licenza anche bronzi di altri noti artisti. Purtroppo, quando le riproduzioni – come la sua – non hanno numerazione da multipli e sono vendute in centinaia di esemplari non identificati, il valore sul mercato è basso, e nonostante in rete le propongano a tutti i prezzi: da 1.500 scendendo a 500 e anche meno, i modelli Gemito oramai sono troppo inflazionati. Io, comunque, opterei per un buon bronzetto che, se certificato dalla fabbrica, potrebbe essere venduto sui 400 euro, e che non so se in fonderia stessa potrebbe costare molto di più.


Signora Paola Incerti da Torino, non so chi sia quel perito che le ha valutato la sua credenza neo rinascimentale (fine Ottocento primi Novecento) 6.000 euro – mentre io 300/400 – e neanche lo voglio sapere onde non sproloquiare in insulti giacché il suo mobile, per di più in legni teneri (pioppo-abete) e mordenzato classicamente in noce, di fatto non ha più mercato, destino che poi lo accomuna a quasi tutta la mobilia del genere antica o vecchia. Ma chissà, in genetica il progresso ha compiuto passi da gigante, e magari da un asino se n’è tratto un umano e questi si è fatto esperto – cosi come avrebbe potuto farsi pittore o idraulico – ed in mancanza di leggi e regolamenti idonei egli può dire di tutto. Come accade, ad esempio, per gli imperversanti astrologi sostituiti oggi dai meteorologi, una pletora di improvvisati che raramente ne azzeccano una, e che prevede catastrofi quando poi v’è una bella giornata e viceversa, senza doverne rendere conto a chicchessia, cosa invece che si richiede – paradossalmente – ai sindaci ed agli amministratori in caso di disastri (come se loro dovessero saperne più di altri e fossero “specializzati” sulle casualità del tempo meteorologico). Ribadendo la mia stima valutaria sulla credenza, e magari non sapendo lei – da profana – a chi dar retta, le do il più vecchio dei consigli: provi a proporla in vendita ad un antiquario, ad un robivecchi, ad un negozio in conto terzi o in rete a quell’alta cifra (6.000 euro). Però non se la prenda se poi, al minimo, si mettono a ridere.


Signor Giuseppe Corallo, la sua coppa di rame (h 23 cm, peso 4 kg) acquistata a Praga anni fa, ad occhio e nella sua composizione non da affatto la sensazione di essere antica o di pregio. Viceversa, sembra prodotto fusorio di bassa officina ed eseguita alla meglio senza cesellatura proprio per un basso mercato turistico o meno.


Signor Venanzio Cameli, il suo quadro classicamente devozionale raffigurante San Giuseppe e Gesù (cm 66×54) sembra essere composto da un ovale in oleografia (stampa su tela ad imitazione dell’olio) e da un contorno, invece, dipinto a tempera (anche nel retro ci sono delle telature diverse). Fosse interamente dipinto, varrebbe sui 200/250 euro, altrimenti 50 euro.


E daje! con il mai morto Capodimonte, di cui la signora Valeria Bresciani invia immagine, senza avere contezza dei miei trentennali strali sul marchio che non esiste come origine di manifattura (ma come località in Napoli con un meraviglioso parco e Museo) ,a meno che non sia riportato sotto gli oggetti creati presso l’Istituto d’Arte Giovanni Caselli (NA), cui è stata concessa la privativa ufficiale di utilizzo. E repetita juvant: il marchio è usato in tutto il mondo e rappresenta semmai uno stile, un modus “alla maniera di”. Il suo servizio caffè/tè da 12 +12 tazze con accessori è stato probabilmente prodotto negli anni 70-90 del ‘900 da fabbrica vicentina: arredativamente e d’uso, se intatto, vale sui 250 euro.


La signora Rosanna Semprini manda in visione una stampa sette-ottocentesca che raffigura San Luca (Accademia di San Luca Roma fondata nel 1593) ed altri fogli numerati e tratti da elenco riportanti i nomi di alcuni noti rappresentanti – con pseudonimo e cartiglio – dell’altrettanta nota Accademia dei Lincei fondata a Roma da Federico Cesi nel 1603. Signora, questi fogli in suo possesso – che lei indica come donati a Tonino Guerra (poeta e scrittore 1920-2012) – non hanno granché valore sul mercato, neanche quello collezionistico, ma li riterrei importanti se, come penso, sottratti e strappati – non certamente da lei – agli elenchi ufficiali dell’Accademia che ancora è in prestigiosissima attività, e la esorterei a restituirli alla stessa.


Il signor Paolo Nardi presenta alla mia attenzione un prestigioso ed imponente servizio da caffè da 12 prodotto a Vallauris, città francese tra Antibes e Cannes nota produttrice di ceramica d’arte e design, dove Picasso imparò la coroplastica e dove esiste un museo dedicato a lui e alle sue opere ceramiche. Eseguito dal ceramista Marius Giuge negli anni 50-70 del ‘900, il servizio, commerciabile forse con maggior successo oltralpe, potrebbe valere sui 1.500 euro se intonso e perfetto, senza alcun minimo difetto.


Signor Andrea Visciano, rispondo ai vari quesiti inviati. La sua statuina in bisquit non può essere affatto settecentesca ma piuttosto, credo, del ‘900, di fabbricazione estera probabilmente austriaca tedesca ma da sole immagini il mio giudizio non può essere più dirimente; ne consegue che il valore, non avendo canoni artistici-plastici di rilievo, non può che essere per arredamento: sui 150 euro.
Il busto di fanciulla in bronzo firmato Rossi stampatello (h cm 19) è opera di fonderia napoletana di pochi decenni proprio dalla patinatura con ossidi a caldo, ascrivibile ai tipi di Edoardo (1867) o Gaetano (1829) Rossi ma comunque sul filone tipologico partenopeo, valore sui 350 euro.
La scatola di stile eclettico in lega di ottone (diametro 11 cm) è stampata e non cesellata e/o rifinita a bulino, vale dagli 80 ai 150 euro per il peso (500 gr).
L’alzata in argento (h 29 cm peso kg 1,6) , mi spiace, ma per la sua ecletticità e senza marchi, da sole immagini non può essere ascritta ad alcun luogo di produzione, né periodo.
Il bambinello in terracotta smaltata e con occhi in vetro (37cm, peso 2,2 kg) non è certamente dell’Ottocento come dettole dall’antiquario (che parola grossa!) in provincia di Napoli il quale glielo ha venduto, senza certificazione a norma di legge, a 1.800 euro! (e non mi parla neanche di fattura). Il manufatto non ha patine, craquelure attinenti e né quant’altro necessario, in più ha gli occhi seriali dei prodotti commerciali anche attuali. Prodotto nella prima metà del Novecento se non più di recente – che simili cose le fanno in serie per i presepi ovunque nel napoletano – ha un valore sui 250/350 euro, per le sue dimensioni.


Dottor G. Arduini, la ceramica e la porcellana tedesca Otto-Novecentesca è una delle mie passioni che il suo quesito mi dà modo di esternare. Il piatto con marchio MZ e aquila imperiale austriaca fa riferimento alla fabbrica MZ-Austria. Fondata nel 1810 da Benedict Hablacher. Nel 1884 fu ceduta appunto alla Moritz Zdekauer Bank che diede inizio al marchio MZ aquila imperiale con sotto la scritta Austria. Nel 1909, quando la fabbrica passò nelle mani del grande gruppo tedesco CM Hutschenreuter (se va su Wikipedia a tale voce non appare tale acquisizione, ed io ne godo!) il marchio cambiò in MZ Altrohlau, città austriaca dove si insediò la manifattura e che non troverà sulle carte poiché oggi si chiama Stara Role e fa parte della Repubblica ceca. Nel 1945 il Reich nazista la nazionalizzò. L’azienda è ancora operativa nella Repubblica ceca dal dopoguerra e si chiama Starololsky Porcellan Moritz Zdekauer; nel marchio ci sono sempre l’aquila imperiale austriaca e le lettere MZ ma sotto riporta la scritta Czechoslovakia. Ciò detto, passiamo all’epoca del suo piatto (24,5 cm) raffigurante un gioco antesignano al baseball. Concordo con lei nell’assegnarlo ai primissimi anni del ‘900, e come pezzo da collezionista le indico un valore tra i 200 e i 250 euro.


Signor Carlo Crociatelli da Genova, la Maddalena penitente rappresentata nel suo quadro ( cm 50×60) gode di un certo patos, ma l’opera è di artista professionale che non ha curato molto il soggetto (eseguito come opera devozionale e di genere). Si potrebbe collocare in un tardo Ottocento – così da immagine – o in un Novecento inoltrato per lo svolto pittorico. Nel tempo, Il quadro è stato comunque ridotto per eliminare i motivi “macabri” della tipologia,  si vede ancora il teschio (ho visto in altri quadri analoghi la loro totale eliminazione) ma è in secondo piano, e si è dato risalto al visivamente e centrale bel volto femmineo. Nonostante il mercato rimanga restio a tali tipologie del “memento mori”: 600/800 euro.


Il signor Massimo Ferrario, costante lettore che ringrazio per i lusinghieri apprezzamenti, manda in visione un’opera di Natale Penati (1884-1955), valente pittore lombardo che a mio avviso ammogliatosi – e per non cimentarsi appieno con” l’Arte” che non sempre dà frutti, almeno da vivi – preferì rivolgersi alla decorazione e all’affresco di genere, tipologie nelle quali era un vero e proprio maestro per tecnica ed esecuzione. Non per niente entrò in anticipo d’età, a 17 anni, nella prestigiosa Accademia di Belle Arti di Brera e ne uscì carico di diplomi e premi a 18, artista rifinito in ogni genere. Si dedicò inizialmente all’esecuzione di ritratti e di decorazioni di scene classiche nelle ville delle provincie lombarde, ma poi incontrò, grazie ad un industriale per cui aveva lavorato, la sua vera passione: la pittura religiosa. Negli anni 30 si recò nel Gargano dove, dopo l’affresco in una prima chiesa, quella di Santa Maria delle Grazie in San Marco in Lamis, fu chiamato ad illustrarne altre come quella dei Cappuccini a San Giovanni Rotondo (padre Pio), e raggiunse l’apice dipingendo la volta e le navate della cattedrale di Manfredonia. Negli anni 40-50, tornato operativo nel milanese, dipinse in altre chiese dell’hinterland che alternò alla decorazione nelle ville dei borghesi arricchiti e della nobiltà. Le sue tele per privati, signor Massimo, non sono poche ma hanno tutte quella tipologia e gusto settecentesco da “scena di genere”, riproduzioni insomma, che certo non possono interessare il mercato ed i suoi clienti più o meno raffinati. Si tratta di gran quadri arredativi, come il suo (cm 125×182), che potrebbero collocarsi – per gli amanti, pochi, del genere – sui 1.000/1.200 euro al massimo e con difficile vendita, quindi chi li ha se li tiene e non prova neanche a veicolarli sul mercato. In un panorama così delineato, poi, anche le altre opere del Penati non seriali, come i raffinati ritratti che eseguiva, quando vanno in asta (Lucas-Milano 10-11-2020, un magistrale e stupendo ritratto di signora cm 70×100 alienato a base d’asta per 500 euro) non riescono a spuntare cifre di riguardo. Mi parrebbe di averle così sciorinato tutto quel poco che so. L’abbraccio.


Signor A.G., lei è una persona di gusto e allo stesso tempo un sognatore che si è lasciato trasportare – mi consenta – nell’Eldorado argentino del ‘900. Ora purtroppo quei tempi sono passato remoto e le cose che lei ha acquistato, magari senza competenze di base, sono gli scampoli di quel mondo. Vorrei discutere a lungo con lei, ma i tempi e i modi che mi vengono concessi in questa rubrica sono limitati. Vengo dunque al sodo con i suoi quadri: “Fucina” (cm 63×86), di tale non identificato Molinari, opera di genere, valore 500/600 euro; “Spazzacamini” (cm 49×63), di Gioni (?), valore 200/300 euro; il dipinto (cm 66×50) con scena di pastorelli, cane e armenti, mi spiace dirle, nulla ha a che fare con l’opera né con la scuola del Michetti, essendo anche un quadro sui tipi del ‘900 inoltrato da tempo, privo di unità stilistica e di patos bucolico, valore sui 300-400 euro per mero arredamento; il quadro “Asina” (cm 37×32), siglato Diana 1883, regalatole dall’antiquario che le riferisce possa essere il nome dell’asina che era modello per i pittori post-impressionisti alla fine dell’800!?!, è viceversa, sicuramente, il nome di un pittore che ho notizia fosse di origine italiana e che dipinse in Sud America alla fine dell’Ottocento. Ho visionato una decina d’anni fa opere con tale nome nell’abitazione villa dell’avvocato Paolo Morisani in quel di Castelnuovo di Porto (Rm), e concernevano appunto asini, cavalli e gauchos. La storia narratale dall’antiquario è strampalata e assolutamente falsa: è forse questo il motivo del regalo? Valore sui 200/250 euro. Insomma per concludere, gentile lettore, le sue opere hanno, come scritto, non soverchie valutazioni ed in più sono di difficile vendita. Mi spiace molto affermare questo ma torno a ripetere a lei e ad altri sensibili lettori che io purtroppo ho il dovere e l’onere, per mestiere, di essere spietato anche andando contro alle passioni più sincere e nobili.


E come sempre, un saluto a tutti e un abbraccio ai pochi.



Agosto/Settembre 2022


E dopo quasi trent’anni ad agosto non è uscita la rubrica dell’esperto! Vari avevano già auspicato se non festeggiato (ma roba da poco un piccolo brindisi tra amici) la dipartita del “professore”. E invece eccomi ancora qui, si è trattato solo di un rilassamento estivo e oziali paturnie senili. E chiedendo venia ai lettori, risponderò in questa uscita di settembre a più quesiti.


La signora Ina Farnararo manda foto di un disegno (cm 27,5×22) firmato dal grande Maestro francese ebreo-russo Marc Chagall (1887-1985), e me ne chiede ingenuamente tout-court valutazione. Signora, purtroppo le devo comunicare che non funziona così. Neanche un precipuo esperto dell’artista – uno che ne abbia scritto storia e monografia – potrebbe dichiarare a vista se, e primariamente, l’opera sia da ascrivere allo Chagall. E questo perché qualunque tipologia di arte moderna espressa deve avere dei documenti di origine e provenienza (fatture, lasciti ereditari, numero d’ordine di catalogo generale del Maestro, ecc.) nonché il certificato di autenticità siglato da un lume in materia e la conferma, nel suo caso, della Fondazione Marc Chagall. Solo allora si potrebbe, ed in via di massima, azzardare valutazioni, consultando andamento di mercato e cataloghi d’asta in merito.


Il signor Eugenio Rebagliati manda in visione una tavoletta (cm 17×24) a firma di un pittore sconosciuto (Savoia?) lasciatale da uno zio. Signor Eugenio, purtroppo l’opera ereditata non ha i crismi artistici valutevoli di stima, è lavoro pedissequo di un copiatore popolare da fiera.


Il signor Roberto Contisciani presenta alla mia attenzione un piatto centrotavola (cm 33×33) della manifattura tedesca Rosenthal. Già in passato, in questa rubrica, valutai ad una signora un piatto della stessa serie: Molier-Kranac, datandolo 1945, ben sapendo che tale tipologia di marchio (come il suo) potrebbe risalire anche agli anni 30. Ma so con certezza, ed anche i decori lo confermano, che la prestigiosa ditta bavarese ripetè la dicitura Moliere dagli anni 40 al 60 nascondendo sul suo sito storico tale particolarità. Valuterei il piatto sui 120/150 euro senza alcunissima rottura e/o difetto.


Ingegner Luciano Lisanti da Pisa, dalle foto non esaustive inviatemi non riesco a capire se la sua specchiera (h 110 cm) sia incisa ad acido o a “ruota”, né riesco a verificare dall’assemblaggio l’epoca della sua costruzione. Comunque, tali tipologie, ad occhio, risalgono agli anni 50-70 del ‘900. Dette impropriamente muranensi, sono prodotti generalmente empolesi-fiorentini. Se intatta e senza difetti e/o rotture, vale sui 250/350 euro, vent’anni fa venivano vendute tra i 600 e gli 800 euro.


Signor Pasquale Mauro Caggiano, mi scuserà se mi viene da pensare che lei ed altri abbiano voglia di scherzare nel definire dipinto all’olio d’epoca ottocentesca (vaso di fiori) un prodotto della IBC (International Business Center) di Mosca, azienda specializzata in stampe e riproduzioni (anche su tela). Il bello poi, è che lei manda anche il codice a barre di tale azienda che vende questi prodotti online tra i 30 e gli 80 euro.


Signora Rosa, il suo orologio da tavolo è un prodotto di piccola industria (Die Lafendeuhr) della Foresta Nera (zona tedesca nota per tali fabbriche), anni 50 del ‘900. Se funzionante, vale tra i 50 e i 100 euro.
Quanto al disegno ritrovato, penso che non abbia un grande spessore artistico, è un’esercitazione ritrattistica di solo valore arredativo.


Signora Marcella S., la tazzina (di tre) con piattino ereditata da una sua prozia – che lei sostiene essere risalente a prima del 1895 – non presenta, da foto, le caratteristiche necessarie. Viceversa, sotto è firmata Deruta a caratteri stampa e non ha né craquelure né ingiallimenti della pasta. Pertanto, non sono in grado di esprimere valutazioni di sorta da questa immagine. Comunque, fosse anche d’epoca, cosa di cui – mi perdoni – dubito, avrebbe un valore contenuto tra i 40 e i 50 euro, se intonsa.


Signora Francesca Ovidi, la sua teiera in sheffield potrebbe pur essere del 1890, prodotta dalla W. Hutton&Son (come da dichiarazione di vendita allegata), ditta fondata a Birminghan nel 1800 e poi trasferita a Sheffield. Ma scrivo “potrebbe” perché nel 1930 fu acquisita dalla J. Dixon&Sons, un’azienda industriale che ripeteva i motivi e i marchi delle ditte acquisite, naturalmente non usando più lamine d’argento con all’interno altra lega, lavorazione tipica del costoso old sheffield, ma utilizzando il processo di galvanizzazione del metallo. Ad ogni modo, e al di là di ciò, tali prodotti purtroppo, per l’enormità della loro produzione, non hanno sul mercato che bassissimi valori: dai 50 euro ai 150. Va anche detto che qualcuno li offre online a prezzi esorbitanti, ma senza esiti di vendita.


Signora Ada Corlianò dalla bella Brindisi, il suo vaso da notte in bisquit pesante, fabbricazione bavarese del ‘900, potrebbe sì essere stato fabbricato per la famiglia regnante Savoia, ma anche essere, ed è probabile, una di quelle imitazioni fatte negli anni 70/80 quando questi oggetti venivano pagati sino a mezzo milione delle vecchie lire. Ai nostri giorni, fosse pure autentico – e da foto non so proprio appurarlo – al massimo può valere sui 60/80 euro.


Signora Barbara Massari, esistono diversi pittori che in arte si sono denominati Etrusco, il suo è Fernando Balbi (1924-1975) allievo di Ottone Rosai e ottimo artista. Purtroppo non viene trattato dal mercato e non è comparso che rarissimamente nelle aste e per questo motivo sono costretto a relegarlo valutativamente tra quei maestri che oggigiorno spuntano prezzi a caso. Quindi: da un minimo di 350 fino a 600/700 euro è un mio personale parere.


Signorina Francesca Ovidi dalla provincia di Viterbo, purtroppo i suoi fascicoli della Chiesa di Rodi 1931-33, quando Rodi era italiana, non hanno estimatori nel mercato generale. Localmente, e rivolgendosi a collezionisti e studiosi, forse potrebbe ricevere qualche offerta, ma passati a miglior vita o ad altre i primi, ed affatto disponibili allo spendere i secondi, la vedo dura. Può inserzionarli online ed aspettare che qualcuno ne sia interessato. Non so che altro dirle.


Signora Alessia M., il suo vaso cinese decoro Satsuma, anni 50-60 del ‘900 (h 92 cm), potrebbe valere, se intonso e privo di alcun difetto, tra i 600 e i 1.000 euro: il prezzo oscilla poiché ve ne sono moltissimi sul mercato, e manifatture cinesi li stanno sfornando tutt’oggi all’ingrosso sui 300 euro: vengono pagati, quindi, come oggetti arredativi e non antiquariali.
Noi forniamo – da trent’anni – solo il servizio di valutazione e informazione. Non compriamo, non trattiamo, né forniamo contatti.


Signora Katia Bonon, purtroppo gli oggetti in peltro, così come nel detto sheffield, oramai sul mercato non vengono più trattati se non a prezzi irrisori. Ciò vale anche per il suo elegante e completo servizio in peltro e che, al di là dell’epoca –  anni 60-80 del ‘900 – non ha che valore arredativo: tra i 50 egli 80 euro.


Signor Giampaolo Arduini, neanch’io sono riuscito ad individuare l’autore – forse tedesco, Alexander Karl Uman (?) – del suo quadro (cm 74×100) che comunque non risulta essere di grande mano, ma piuttosto opera di pittore seriale d’ambiente. Quadro arredativo di impatto fiammingo, da sola immagine penso risalga ai primi decenni del ‘900. Potrebbe valere sugli 800/1200 euro.


Il signor P.T. manda foto di un gran bel vaso ceramico (h 36 cm) firmato Capogrossi  (Giuseppe 1900-1972), insigne artista italiano, comprato dal di lui padre ad Albisola tanti anni fa. Il vaso, con i motivi tipici dell’arte del Maestro ed a rilievo, se intatto e intonso, può valere sui 2.500 euro.


Il signor Fabrizio Ceccarelli manda in visione opere firmate Giampietro Cipollini, accompagnate con tanto di garanzia “di investimento sicuro”. L’autore, sconosciuto a me e all’Arte, non può che rimanere nel limbo di coloro che non hanno mai visto la gloria terrena e che temo non vedranno neanche quella celeste… anzi! Pubblico, a monito e sperando nella comprensione dei lettori, le immagini inviatemi.


La gentile e simpatica signora Maria Cruz Soriano da Saragozza (Spagna) che ringraziamo per le belle parole sulla nostra rivista, invia foto di un vaso (h 26 cm). Mi spiace, signora, ma non si tratta di una produzione italiana, la craquelure è stata fatta artatamente e il marchio apposto è un apocrifo orientale. Saluti dalla redazione, l’abbraccio.


Ed eccoci al signor Carlo Crociatelli da Genova, con un olio (cm 44×56) di cui invia unica e non esaustiva foto. Ad ogni modo, e spiacente per lui, devo dire che il quadro non presenta alcun canone artistico di pregio, essendo stato eseguito da mano greve e dolente.


Ed in finis, rispondo alla signora Maria Tubolare da Monterotondo (RM), che ha inviato foto una marina dipinta – a torto – da uno di quei lestofanti che lavorano in incognito o con sigle per mobilieri vendenti truciolare, pdf e similiari cose. Nella sua missiva, la signora elogia l’opera sottopostami definendola “pervasa di luce” ?! e me ne chiede valutazione. Ebbene, signora, io non sono un clinico, ma mi è noto che i colpi di luce possono derivare da vari fattori, che so: l’aver assunto sostanze allucinogene, il soffrire di deperimento organico e/o mentale, l’aver preso un colpo in testa per caduta o per percossa, … Si faccia visitare da uno bravo!


E come sempre, un saluto a tutti e un abbraccio ai pochi.



Luglio 2022


Signor Luigi Mocerino, il suo vaso appartenuto alla nonna (cm 15 ca.) è dei primi decenni del Novecento. Fu prodotto dalla SCI (Società Ceramica Italiana) di Laveno, fondata nel 1856 da ex operai della Richard e chiusa nel 1965; il suo decoro classicheggiante, in decolcamania, era tra le tipologie standard dell’azienda. Valore, se intonso, 80/120 euro.


Capodimonte – Ginori

Signor Stefano Faccini, da un acquisto nel 1830 di modelli, calchi e privativa (peraltro mai individuata storicamente con certezza) la Ginori, insieme ad altre decine e decine di manifatture, iniziò ad apporre sui prodotti, insieme al suo nome, la N coronata – simbolo confusionario – ad indicare una supposta fabbricazione sui tipi della Reale fabbrica napoletana. I resoconti della ditta indicano come tale operazione iniziata nel 1830 si sia chiusa alla sua metà, ma… ma la Richard-Ginori ha riprodotto, e su richiesta e continuamente sino agli anni nostri, qualsiasi cosa del suo catalogo (famosa per i servizi che venivano integrati e sostituiti su ordinazione). Detto ciò, i suoi prodotti – inizialmente costosi – presentano sempre un certo valore plastico e figurativo che non riscontro alla vista dei suoi “putti suonatori” (h 18 cm) che in varie misure appaiono anche in rete venduti sugli 80/100 euro. Nei cataloghi Ginori non mi risulta esistere la serie di tali statuine che lei definisce “completa”. Ritengo quindi che si tratti di repliche bombonieristiche in bisquit, prodotte da una qualche fabbrica vicentina; pezzi di basso valore degli ultimi decenni del Novecento dal valore di 15/20 euro cadauno, se in perfette condizioni.


Considerazioni non richieste… oppure si?

La signora Emma Polise, “antica” (sic) frequentatrice di mercati e mercatini, deplora che nel Lazio oramai non si trovi che ciarpame degli anni 70-80 che costa, sì, poco, ma nulla vale! Mi scrive poi di mercatoni come quello di Piazzola sul Brenta (Pordenone) con 700 espositori, di Ninza Monferrato (Asti) con circa 400, e del mercato inglese, a suo dire ancora attivo e fiorente.
Signora Emma, ma di cosa stiamo parlando? Le realtà che lei cita, oltretutto molto dimesse anche loro rispetto a 15-20 anni fa, hanno sempre avuto (stiamo parlando dell’Italia del Nord) una superiorità di merci e clientela rispetto al centro, e non parlo neanche del sud.
Dell’Inghilterra – da dove per buoni vent’anni sono partiti ogni giorno alla volta del nostro paese tir carichi di mobilia ed elementi d’arredo importati da valenti commercianti dell’antico nostrani – non posso dire molto, non frequentandola da un decennio. Non so, quindi, se non ci sia più nulla (eppure esistono ancora manifestazioni e mercati che noi ce li possiamo solamente sognare, tipo Lincoln con mille espositori in agosto) oppure se gli inglesi ora chiamino per vezzo “antiquariato” le mercanzie come: porte vecchie, cessi in ghisa, lampade arrugginite, sedie in ferro e “scubidù”, poltrone scassate… roba che da noi buttiamo!
A tal proposito, signora, guardi sul canale 56 del digitale terrestre HGTV Home & house, il programma dove un probabilissimo rigattiere che si definisce antiquario, tale Drew Pritchard, a bordo di un camion percorre col suo socio centinaia di chilometri in lungo e in largo per il Regno Unito, al fine di comprare delle cose che in Italia abbiamo conferito in discarica da tempo. E purtroppo, con i nuovi tempi, temo che ciò non sia dettato dalla moda che va e viene ma dalla cultura o non cultura delle nuove generazioni che non hanno dato il ricambio alle vecchie nell’amore per il bello, per l’arte e per l’antico. Ed infatti, credo che oramai la nuova frontiera dei mercati in tal senso sia quella di vendere-comprare cose vecchie o usate per il proprio vivere immediato. E anche se è rimasto qualcuno che cerca oggetti di cosiddetto modernariato in qualche modo richiamanti il bello ed il collezionare, la maggior parte dei nuovi compratori è aliena da ciò, e tutto il comparto, che da anni peggiora, è in una crisi profonda. Certamente, fanno ancora eccezione i “vecchi” estimatori e compratori dell’antiquariato vero, e i “malati” come lei, come me, ed altri inguaribili accumulatori, collezionisti, stracciaroli evoluti, o semplicemente amanti del bello e delle epoche passate.
E in finis, signora Emma, eccomi alla sua richiesta in merito alla pittura popolare religiosa (cm 50×70) supposta settecentesca. Come valore arredativo, assegnerei all’opera un valore di circa 1.000 euro, per le ottime condizioni. Le trovi, sempre nei mercatini, una cornice consona.


Detrattori affezionati

La signora Clelia A. di Roma invia una email ad una mia passata collaboratrice che me la gira: “Sono trent’anni che leggo il Ferrero e altrettanti che non lo sopporto, sempre pronto al vituperio e all’offesa di chi magari semplicemente chiede e non ne sa”, sic. “È un saccente borioso che invece di elargire il suo sapere lo impone a derisione e scherno” sic. Ohibò, signora Clelia, rimango basito dalla sua circostanziata e dotta opinione che, comunque, non le impedisce di continuare a leggermi negli anni. Mi chiedo: è ‘sì rapita dalla mia prosa da aver sviluppato la famosa sindrome di Stoccolma?


Signora Annalisa Balletta, il suo orologio francese (50×17 cm) è un eclettismo novecentesco di parti in bronzo applicate ad una porcellana con marchio spurio di Limoges. Come oggetto d’arredamento di non elevata artisticità, il suo valore è limitato: sui 150/250 euro. A mio avviso non le conviene far riparare l’orologio che, essendo senza alcun marchio, non andrebbe a valorizzare neanche l’oggetto.


Il signor Edmondo Massa, gradito lettore di Genova, manda in visione due opere. La prima è una tempera su carta (cm 66×94) a firma Pierre Girard (1806-1872), artista francese paesaggista di discreta fama che valuterei – con i prezzi al profondo ribasso dei nostri giorni – sui 350 euro. La seconda opera (cm 28×18) è su foglio vergellato settecentesco di manifattura italiana; il disegno contenuto però, presenta elementi discordanti e l’opera non appare in pienezza, sembrerebbe fatta da un principiante dell’epoca oppure un rifacimento del nostro tempo. Si nota l’elevata fattura degli armenti e viceversa la scarsa plasticità delle figure umane, per non parlare delle rovine schematiche e non rifinite. Nessuna valutazione.


Il restauratore Federico Buzzati presenta alla mia attenzione un interessante e valente pastello su carta (cm 86×62) firmato e datato FB 1765. Signor Federico, neanche io ho trovato nomi di pittori francesi o altri da poter attribuire alla sigla espressa. Pur tuttavia trovo l’opera di pregio e valutabile sui 600/800 euro.


Signora Cristina Croci, il suo porta bonbon datato 1932, con stilemi riferenti l’art Déco, è interessante anche se purtroppo “sciupato” nei decori. Non sono riuscito ad individuarne la sigla e la pubblico nella speranza che qualche nostro preparato collezionista più ne sappia. Il valore, nello stato e nella limitata conoscenza, è sui 50 euro.


Al signor Vincenzo Saldamarco che propone la scultura in legno (h 124 cm) di una maternità africana, risponde l’esperto in materia Dott. Bruno Albertino di Torino.
Si tratta di una figura di maternità di cultura Senoufo, proveniente dalla regione di Khorogo/Boundiali nel Nord della Costa d’Avorio. Databile alla seconda metà del XX secolo, questa statua appartiene ai riti della Società Poro. Possiamo considerarla una maternità “Nong” e rappresenta la madre primordiale del Gruppo Senoufo; presenta segni d’uso ma non è di grande qualità scultorea. Valore economico: 300/500 euro.


Signora Patrizia Manzella, purtroppo la mobilia d’antiquariato è ai minimi storici nelle valutazioni di mercato. Lei manda foto di un divano eclettico fine Ottocento primi Novecento, così come la poltrona e la sedia della stessa linea. Ritenendoli ad occhio in buono stato di conservazione e senza conoscerne alcuna criticità, posso dirle che il valore del divano si aggira sui 400/500 euro e quello della poltrona sui 300; la sedia la dia in regalo a chi le compra uno dei due.


Signor Ferri E., ecco le valutazioni del pittore Ferdinando Del Basso (1897-1971), paesaggista di scuola napoletana che – come tanti suoi colleghi una volta osannati – ha goduto di buoni valori commerciali, ma che oggi, caduto nel limbo dei misconosciuti, vede i suoi lavori alienati a poche centinaia di euro se non invenduti. Le opere da lei presentate, infatti, hanno nel mercato attuale quotazioni di 300/500 euro al massimo. Se poi lei trovasse uno dei rari collezionisti, il prezzo potrebbe alzarsi di un 20-30%, ma le speranze sono minime.


Giovannone, mercataro, mi saluta e mi manda in valutazione ben quattro radio a valvole in ottimo stato. La prima, una Selb francese degli anni 40, valore sui 120/150 euro, funzionante; la seconda, una radio-Alba anni 50, valore sui 100/130 euro, funzionante; la terza, una Allocchio Bacchini mod. F53M anni 30, valore sui 300/400 euro, funzionante; la quarta, una Supergiollo GGE anni 50, sui 250/300 euro, funzionante. Lui le ha vendute tutte insieme a 400 euro prima di interpellarmi!! …Così impara a consultarmi prima.


E come sempre, un saluto a tutti e un abbraccio ai pochi.



Giugno 2022


Signora Stefania, lei manda in visione una tazza con piattino (ne ha 10) per saperne il valore, e io ci aggiungo anche un po’ di storia. La produzione ceramica è della Rosenthal, fondata a Selb nella Baviera tedesca nel 1879 (e dal 2001 proprietà dell’italiana Sambonet). Il marchio impresso sotto la qualifica come esportazione della United States by Rosenthal China Corporation, con sede a New York tra il 1925 ed il 1941. Si tratta di pezzi rari in quanto l’America, in seguito alla guerra, ne proibiva – nonostante l’escamotage adottato dalla ditta tedesca – l’importazione. Diciamo sui 60/80 euro per piattino e tazza.
Riguardo l’altro quesito – e premettendole che mi hanno insegnato come lo champagne non vada “disturbato” in alcun modo, né con versamenti violenti, né con rotazioni varie, né in bottiglia o in bicchiere – si figuri se posso immaginare che vada “girato” con arnesi atti all’uopo! In più con uno d’argento a titolo 800 (e non 925 o 1000 come nei tastevin) che, a contatto con la materia vinicola e gli acidi contenuti, certamente non esalterebbe in alcun modo le qualità organolettiche, svilupperebbe degli ossidi non proprio piacevoli e distruggerebbe il fine “perlage” (frutto di meticolose lavorazioni e tempo) per cui lo champagne è rinomato. Lei, comunque, mi manda la foto di questi arnesi che, leggo sulla confezione, sono qualificati come argento, e senza entrare in ulteriore merito le posso dire che tali oggetti a me sconosciuti, ma non credo d’uso comune, possono valere il loro peso a quotazioni standard attuali del metallo (sui 350/400 euro al chilo).


Il signor Roberto D. manda in visione un vaso (36 cm H) della ditta Fantechi di Sesto Fiorentino, fondata da Egisto nel 1896 e alla sua morte, nel 1933, condotta dai figli Mario e Renato.
Il suo vaso – pur riflettendo il ricordo di un liberty che portò in auge l’azienda – dovrebbe essere degli anni 50 del 900, e rispecchia la flessione decorativa che avrebbe portato alla chiusura nel 1961. Valore, sui 250/300 euro.


Telefonata con il “mercataro e comunista” Billy A. da Modena, il quale mi manda poi – che non ho mezzi moderni in tal senso tipo “uòzap”- delle cattive immagini in tradizionale posta-web. Innanzitutto caro Billy – e benché non sia un precipuo esperto sugli argenti – ti dico che il marchio sul vaso dell’argentiere “W.C” non è, come dettoti a Milano dall’orefice tuo amico, da ascriversi a William Caldecott che iniziò a registrare marchi a Londra nel 1756 ma come “smallworker” (ovvero produttore di piccoli oggetti), ma piuttosto sia attribuibile alla William Comyns & Sons fondata nel 1859 a Londra e acquistata da Bernard Copping nel 1953. L’ultimo marchio depositato “W.C” è del 1905. La società è tutt’ora attiva e ha riprodotto negli anni tante cose del suo antico catalogo.
Riguardo poi alla pittura “Fanciulla con uva” (60×90 cm), ti rispondo che – a mio sommesso avviso – non è opera dell’Irolli Vincenzo (1860-1949), è pezzo di scuola napoletana dell’Ottocento vicina ai modi del Postiglione (mi rammenta un quadro visionato una quindicina d’anni fa). Lo valuterei intorno ai 1.000/1.200 euro.


Signori del Mastronardi-bar di Roma (che tramite l’amico Floris mi contattano sempre telefonicamente), il mio giudizio sul pittore Vittorio Gussoni (1893-1968) era ed è sulle quotazioni – basse – di mercato, ma per evidenziare che viceversa lo consideravo e lo considero uno dei maggiori ritrattisti italiani del 900, con una capacità di trasposizione di tecnica e pathos uniche. Impietoso purtroppo il mercato, che lo ha relegato insieme a tanti grandi artisti una volta in auge di fama e ricchezza, nel limbo e nelle basse acquisizioni. Guardavo il 13 maggio scorso una delle televendite (che io genericamente aborro, ma che sporadicamente seguo “per mestiere”) della ditta “Vimarte” ove offrivano dell’artista un meraviglioso ritratto di “Donna allo specchio”, un 75×64 cm a 3.950 euro. Nonostante sapessi elevato il prezzo paragonato alle quotazioni attuali del pittore, l’avrei consigliato per la bellezza intrinseca ed estrinseca dell’opera. Mi pare che tale ditta accetti poi offerte e venda alla migliore, ma non ne ho seguito l’esito finale. Comunque ciò per informarvi che le nature morte come la vostra non hanno grosse richieste e vengono vendute a 500 e addirittura 300 euro; circa i ritratti, come detto e nonostante la struggente delicatezza e bellezza, per i migliori siamo sui 1.200-1.700 euro al massimo. Una volta consigliavo di tenere le belle cose non al momento veicolate o capite, ma a mio parere di sicura rivalutazione nel tempo; oggi, invece, dico solamente di tenerle per proprio arredamento e piacere poiché “mala tempora currunt”, e vabbè! Ma la frase di Cicerone continua in “sed peiora parantur” (e peggiori si profilano) ed è ciò che anch’io penso al vedere tante persone “vecchie” isolate nelle loro paranoie (tipo me per intenderci) e tanti giovani uniti nelle loro intemperanze/ignoranze e quant’altro, i quali altro non sono che gli estremi di generazioni non più dedite alla cultura e all’arte. Una volta si salvava “la massaia di Vigevano”, ma è deceduta fortunatamente da tempo e si è risparmiata, ad esempio, la visione – e l’ohinoi dire e fare – di tutti quei nullafacenti che pare opinionizzino su tutto, o cantino travestendosi, o appaiano nei salotti mediatici italiani transeunti ed inutili.


Ed eccoci alla signora Federica Ignazzi con il solito gruppo ceramico marcato “N coronata” tipo “capodimonte” (cm 24x28x17), e che invito a leggere in rubrica le risposte ai quesiti dei mesi – ed anni – scorsi riferentisi a tale tipologia. Nello specifico, il gruppo presentatomi – anche in ragione della firma G. Solesin (1958) – si riferisce probabilmente a produzione di manifattura vicentina. Il valore senza alcun difetto e/o rottura è solo arredativo: sui 120/170 euro.


La signora Gabriella Burzio invia l’immagine di una “patente da speziale” ereditata, un documento di 4 pagine vergato manualmente, recante sigilli dei primi del ’900. Speziale o “rizotomo” (tagliatore/raccoglitore di radici) è l’antico nome del farmacista legato, naturalmente, alla farmacopea delle piante medicinali con cui si producevano i medicamenti. Il professionista, per essere qualificato tale con appunto il conseguimento di una patente, doveva aver compiuto studi umanistici, aver frequentato per due anni lezioni di chimica farmaceutica e botanica presso una Regia Università e aver trascorso un tirocinio di cinque anni presso una “spezieria” autorizzata. Il documento, a vista, è perfetto nella sua conservazione, ma ha valori di mercato – se non collezionistici – che sono ai nostri giorni bassi: diciamo sui 200/250 euro.


Signor Gaetano Micillo, pubblico il suo quesito per rispondere anche ai signori Bella e Ludovici. Le fotografie, ed in special modo quelle degli anni del periodo ventennale fascista, hanno avuto in passato notevoli quotazioni ma attualmente, terminati i ben paganti collezionisti e pubblicate a iosa in rete, non hanno che bassissime quotazioni. La sua ad esempio, del 1941, che mostra il duce Benito Mussolini attorniato da gerarchi all’inaugurazione del Mausoleo di Guglielmo Marconi (opera dell’architetto Mario Piacentini) a Pontecchio (Bo), poi denominato Pontecchio Marconi, è immagine usuale di repertorio dell’avvenimento: valore 25/40 euro al massimo.


La signora Elena Bulla manda in visione un documento cartaceo (1898-1903) di 7 pagine, inerente decreti del Ministero della Guerra a firma Re Vittorio Emanuele, su militari e loro posizioni amministrative. Le rispondo pubblicamente signora, anche per ricordare un mio caro amico scomparso nel 2007: Berardo Luciani di San Cesareo (Rm), valente ricercatore cartaceo e promotore insieme a me ed altri della manifestazione internazionale “Solo Carta” tenutasi per quasi un quinquennio a Valmontone (Rm) nel Palazzo Doria-Pamphili, una manifestazione che ebbe quale suo ardente e fattivo sostenitore il grande e lungimirante sindaco Angelo Miele – purtroppo anch’egli scomparso – a cui la cittadina laziale deve le grandi realtà dell’Outlet e del Parco divertimenti Magicland, oltre al restauro e alla riqualificazione del Palazzo nobiliare detto. Ebbene, l’amico Berardo una quindicina di anni fa inondò il mercato di fascicoli del Ministero della Guerra, della Difesa, dell’Esercito, ma anche della Guardia di Città (polizia) e dei Carabinieri – come il suo, signora – a quintali. Praticamente erano documenti che dovevano finire al macero ma che un compiacente suo amico ritirava “a sgombero” dai palazzi ministeriali per conto di associazioni benefiche (a cui devolveva il compenso in peso cartaceo dovuto) e glieli riversava a pagamento minimo. Per un breve periodo il Luciani riuscì a farsi pagare abbastanza bene, centellinandoli, tali documenti, soprattutto quelli dove era presente la firma del re o dei suoi noti ministri, poi piano piano il mercato si trovò sommerso dalla stessa massa del materiale cartaceo che il Luciani iniziò a vendere ad interi pacchi e cartoni (io gliene vidi nel suo magazzino ad altezze di vari metri) a professionisti del settore. Ciò, signora Elena, per significarle che il suo documento ha scarso valore sia storico documentale sia di mercato. Una cifra valutativa può essere sui 15/30 euro.


Signor Cico Lapo, pubblico il suo quesito concernente la brocca da vino ottocentesca in peltro (h 25 cm) pur non sapendo rispondere in merito, poiché spero che qualche nostro valente lettore e collezionista ne sappia qualcosa. Purtroppo non ho trovato alcuna notizia sul marchio dei grifoni alati impresso, e non posso far altro che archiviare il quesito in attesa di qualche futura informazione.


II signor Salvatore Di Matteo pone alla mia attenzione 3 quadri. Il primo (cm 23×29) è a firma A. Mascheni, autore sconosciuto ai miei prontuari e di levatura artistica tanto scarsa da non poter essere valutato, così come il secondo di 99×64 cm a firma Iorik (della serie quadrume da basso arredamento degli anni 50-60). Il terzo quadro (cm 29×25), signor Salvatore, è un ovale novecentesco con cornice lavorata annessa in pastiglia, al cui interno è raffigurata una madonna o una santa; lei ipotizza anche che non sia una vera e propria pittura, e in questo caso si tratterebbe di un’oleografia, ma comunque, ed in ogni caso, è cosa devozionale e popolare che, anche per le cattive condizioni, non è suscettibile di valutazione. Mi spiace comunicarle queste notizie perché lei è una persona amante del bello e affezionata alle opere possedute, ma l’arte ha dei parametri scientifici che a volte valicano impressioni e trasporto emozionale e che il perito deve, anche a malincuore, esporre.


Il signor Salvatore Pannaioli ogni tanto mi manda foto di quadri di importanti autori del ’900 italiano, ma alle mie richieste di fornirmi la loro allegata documentazione glissa e non risponde. Ora è nuovamente in campo con un’opera di Alberto Savinio (1891-1952). Ebbene signor Salvatore, io non sono certamente in grado di valutarle alcunché, per foto poi e senza “allegati”. Pertanto, le invio i riferimenti della fondazione preposta: Fondazione Magnani Rocca, Via Fondazione Magnani-Rocca n. 4 – 43029 Mamiano di Traversetolo (Parma), tel. 0521.848327-848148. Se ci va di persona, abitando lei vicino nel circondario della bella Collecchio, può anche prenotare un tavolo nell’ottimo ristorante annesso alla suggestiva villa sede della fondazione-museo.


La signora Silvia Ciardi da Roma, frequentatrice di mercati da trent’anni, ha comprato un ottima natura morta (cm 50×90) al grande mercato al coperto delle Ferrovie dello Stato, stazione di Monterotondo scalo (Rm): “I sabati dell’Usato”. L’opera, con cornice originale a “guilloche”, è ascrivibile alla fine dell’Ottocento, primi del 900. Acquistata per 600 euro dall’espositore Claudio V., con la sua bella e intatta cornice ne vale almeno 1.800.


E come sempre, un saluto a tutti e un abbraccio ai pochi.



Maggio 2022


Repetita juvant a tutti i lettori e particolarmente ai signori P. Baiani, Lara Messina, Giancarlo Totti: io sono un perito di carta, lavoro con immagini – in genere brutte e insufficienti – da remoto, e dunque a volte non bastano né studi, né decennali esperienze nel campo per poter dirimere e valutare. Non mi potete paragonare agli esperti in carne e ossa a cui vi siete rivolti, che certamente – e soprattutto se li pagate – ne potranno più di me, sempre naturalmente che ne sappiano sulla materia a loro sottoposta.
Ed inoltre: le mie stime sono dettate al 95% non da mie convinzioni personali ma dal mercato, e per mercato si intendono aste, negozi, mercati e mercatini, ed è chiaro che la valutazione delle varie voci dette, assolutamente disparate e non concordi, vengano a formare un minimo ed un massimo a cui poi io mi attengo. Oramai è assodato come tutti commercino, appunto, nelle più disparate sedi e a seconda dei bisogni o meno di chi vende e delle disponibilità o meno di chi compra. Faccio delle eccezioni quando per mia convinzione personale penso che il “pezzo” sia effettivamente bello o raro e destinato a conservazione e rivalutazione.


Hoinoi! Siamo arrivati al “capodimonte di resina”! grazie al quesito della signora Teresa L., che naturalmente oltre a non aver mai letto la mia rubrica, non sa che il termine capodimonte – ed io lo ripeto per la millesima volta – non costituisce sinonimo della fu prestigiosa ed antica fabbrica partenopea né per esecuzione né per luogo. Ed infatti, il suo gruppo “Napoleone a cavallo” con il marchio della N è stato prodotto dalla Miriam di Giurastante Luigi & C. di Canosa Sannita in Chieti, una ditta di lavori artistici in “resine plastiche”! E mi parrebbe di averle detto tutto, se non fosse che la signora, sicura del valore del suo oggetto, me ne chiede precipuamente il valore. Ebbene signora, e nonostante sua nonna lo possa aver caramente pagato in uno di quei eclettici negozi che vendono tali cose, il suo Napoleone non vale nulla. E mi fermo qui per non recar offesa ad alcuno!


Signora Danila Ferrari, il suo vaso senza misure, imitante nelle sole spade incrociate la manifattura di Meissen cui hanno aggiunto la lettera “R”, è riproduzione delle fabbriche tedesche di Dresda della prima metà del ‘900. Valore sui 300/400 euro se intatto.


La signora Giulia S. presenta un centrotavola con putti (cm 42×18) avente il marchio PM sotto una corona, ed abbinata la scritta “China-Dresden”. Il “solito” antiquario/stagnino le ha detto trattarsi appunto di una porcellana prodotta nella città di Dresda (Sassonia). Ma così non è: il marchio appartiene alla Porzellanfabrik Friedrich Eger & co.KG fondata nel 1901 a Martinroda (Turingia) che – dopo traversie e cambi societari – terminò la lavorazione nel 1972. La scritta “china-dresden” va intesa come “porcellana alla maniera di dresden”, città famosa in tutto il mondo per tale lavorazione. Lo “stagnino” le ha riferito che risale all’Ottocento e che vale perlomeno 1.500 euro! Forse – non è detto – gli si potrà dare dell’incompetente ma non dello scemo! Infatti ha da lei acquistato delle deliziose miniature – ad occhio settecentesche – pagandogliele due soldi asserendo essere pezzi degli anni 50 del Novecento, ed ha supervalutato epoca e bellezza del vaso in questione – anni 40-50 circa – che però si è guardato bene dal comprare, ed il cui valore è realisticamente intorno ai 300/500 euro, se perfetto.
Riguardo il suo sfogo circa l’altra vicenda, e anche qui repetita juvant: in un Paese che ha una legislazione penale o comunque sanzionatoria con rito inquisitorio, l’onere della prova contraria, cara signora, spetta a lei. Quindi è lei che deve dimostrare la provenienza degli oggetti in argento “attenzionati” nel corso di una perquisizione pur condotta per altri motivi. Inoltre, i carabinieri sono uomini e donne che svolgono un mestiere come un altro: medici, meccanici, geometri e quanti altri, ci sono quelli bravi e ci sono gli asini, generalizzare mi pare inconsulto, e si rammenti comunque che le decisioni finali vengono espresse in nome del “popolo italiano” da un giudice che ha le stesse caratteristiche precipue, essendo un uomo o una donna, di cui sopra.


Signor Mauro Tufanari, la bottiglia n.1 firmata Salvator Dalì è degli anni 70, fa parte di un trittico di pezzi (n. 1-2-3) creati dall’artista per pubblicizzare l’aperitivo Rosso Antico (allora della casa Bouton). Il valore è modesto: in rete e nei mercatini le vendono sui 20/30 euro l’una, poi, come al solito, vi sono esagitati che chiedono 100/200 euro, ma senza esito di compratori.
I sei bicchieri a rilievo del ‘900 sui tipi muranensi (prodotti dagli anni 20 sino agli anni 60), non hanno ai nostri giorni le quotazioni di un tempo e si possono trovare a valori modesti. Comunque, se intatti e senza sbiadimenti, arrivano intorno ai 300/500 euro.


Ringrazio per gli apprezzamenti la signora Lorena Borghesi che, pur di piene origini italiche (padre romano e madre aretina), mi scrive dal Cile, con ciò facendomi tornare alla memoria una meravigliosa terra dove ho dimorato per tre mesi cento anni fa: Punta Arenas in Patagonia.
Il suo quadro, signora Lorena, un ovale di cm 39×49 con cornice, è sui tipi del ‘700 ma presenta canoni pittorici di fine ‘800 primi ‘900; è infatti un ritratto su tela applicata su legno senza “preparazione” (che è una miscela di gesso e altro con cui si da “corpo” al supporto per accogliere i colori ). In più: la sommarietà della stesura pittorica da mano di “mestierante” (che pur non escludendone la bravura ne elude l’alta qualità), la cornice a pastiglia e gli elementi applicati in non ottimo stato, mi inducono a valutarlo sui 400/500 euro come opera meramente arredativa. A bueno sièntulo de nuevo.


Il signor Salvatore Di Matteo e la sua preziosa famiglia con interessi culturali artistici mi scrivono da Avezzano (AQ), per porre alla mia attenzione diversi quesiti. Il primo riguarda il dipinto (cm 60×40) del pittore armeno Gerard Orakian, rifugiato in Italia nel 1920 dal genocidio turco, operante Roma dal 1947 al 1962 anno della sua morte. Sono poche le notizie su questo ottimo pittore che non ebbe una vita facile e fu – per scelta – sempre lontano dalle luci della scena artistica. Le sue opere, quasi tutte portate per volontà in Armenia, non hanno circolazione sul mercato, né inerenti quotazioni. Le valutazioni delle poche presenti hanno alti esiti d’asta sia per il tenore artistico sia per la loro rarità. Quindi, ed anche attenendomi ad esse, direi tra i 2.000 e i 3.000 euro, non meglio specificando per quanto detto.
Il secondo dipinto (cm 20×30) è del pittore torinese Benedetto Ghivarello (1882-1955) che, come tutti gli artisti del ‘900 e non solo, ha subito ribassi estremi. Quindi, per il valore della sua tela propenderei tra i 150 e i 200 euro. Le altre due opere, una in legno firmata A. Jovine (di non eccelsa levatura artistica), l’altra firmata sul retro Giuseppe Piccablotto in cornice liberty – da me non giudicabile perché dalle foto non riesco a capire né la tecnica né il materiale di supporto – risultano di autori sconosciuti a me e ai miei prontuari.


La signora Daniela Pasut manda in visione due quadri. Il primo (cm 100×100) è di autore non identificabile, ma poco importa giacché la scarsezza artistica della tela non gli fa assumere valore alcuno. Il secondo, con ritratti (cm 86×83), è opera del pittore Luis Garcia Oliver (1907-1977), autore variegatamente trattato sul mercato, che viene da alcuni proposto, fantasiosamente, a 400-500 euro, e da altri alienato a 20 euro nel 2015! (casa d’asta Catawiki, sempre ritratti, cm 55×70). Ciò ad indicare che penso sia opera trattabile tra i 50 e i 100 euro al massimo, per mero arredamento.


Il signor Michele Angelo pone alla mia attenzione due oggetti. Il primo è un Pagliaccio con computer, in vetro e argento del poliedrico pittore aretino Vittorio Angini (1950); tali figure sul mercato hanno un valore intorno ai 120/160 euro.
Il boccale in peltro con stemma (altezza cm 36), a vista non sembrerebbe antico e anche i marchi (non sono ingranditi e non li ho potuti ben identificare) danno tale responso. In più, caro lettore, il peltro che ha del valore è solo quello d’uso e cioè inerente sino al ‘700, poi si hanno, e solo, oggetti d’arredo per chi non poteva permettersi l’argento, e le quotazioni sono basse per comuni oggetti d’arredamento.


Signor Trevisan, le sue statuine sui tipi di capodimonte valgono sui 50/70 euro cadauna; quella della “fanciulla disabbigliata” della ditta Ronzan (42 cm), pezzo degli anni 50, non presenta canoni di modellazione elevati e quindi va dai 150 ai 300 euro, ma… ma la mancanza del dito in una mano la porta chiaramente ad un consistente deprezzamento, diciamo quindi sui 60/80 euro.

 


Da Tolentino, la signora Elsa B. che scrive: “mi hanno venduto per anni, gli antiquari di fiducia, mobili ed oggetti che ora altri – anche lei da foto – mi dicono che sono falsi… Ed io ho sempre creduto nella buona fede e nella correttezza delle persone che ho incontrato nella vita, ed ora che sono diventata povera… ma allora (sic)?”. Signora Elsa evidentemente: “i mercanti parevano, ma erano masnadieri” (Boccaccio). Cosa dirle? Furfanti sono anche i funzionari bancari che hanno garantito fondi, cartolarizzazioni, diamanti rivelatisi fasulli, ma anche gli immobiliaristi che hanno fatto acquistare case senza servizi pubblici o abitabilità ecc. Il mondo, signora, non è per i puri di spirito e le persone buone, il mondo è sostanzialmente fatto di soldi, e solo, ed è il vero “ordine mondiale” sbandierato dai vari eterogenei ignoranti “negazionisti”. E comunque, per lei, io sono a disposizione gratuitamente, per valutarle in Tolentino tutto ciò che vuole.


Il signor Vittorio Gaibotti manda in visione un vaso a rilievo tedesco (cm 42×26) inneggiante il vino del Reno. Sinceramente so ben poco di tali tipologie ceramiche. Presumendo sia oggetto degli anni 60-70 del Novecento, lo valuterei a corpo – se sono solo presenti le piccole abrasioni che vedo – intorno ai 250/350 euro.


Dott. Tito Gaudio da Torino, le rispondo sul servizio da caffè dei suoi conoscenti ed in modo specifico – eh già! gli esperti a volte sanno ciò che la rete ignora. Le porcellane sono state prodotte in Baviera dalla Porzellanfabrik Oscar Shaller & Co. Nachfolger con sede in Schwarzenbach che era una succursale della Gerbruder Winterling OHG di Roslau, sempre in Baviera. Il marchio è inerente una produzione del 1921. Il valore di tali manufatti, che non hanno né grande artisticità né grande esecuzione (diretti all’esportazione) sono modesti, calcoli per un servizio da 6 sugli 80/150 euro e da 12 sui 120/250, sempre se intatti e privi di qualsiasi difetto.


Signora Elisabetta Menna da Assisi – in opera encomiabile di aiuto al prossimo – il suo “servizio” di contenitori di varie cose (detto generalmente in sheffield), ha diverse ditte produttrici: due pezzi sono punzonati “tromba e banner” della James Dixon & Sons (ditta fondata nel 1806 da James Dixon e Thomas Smith a Sheffield che chiuse nel 1992), il marchio apposto ci dice che furono eseguiti nel 1890 in Britannia Metal (stagno-antimonio-rame) elettroplaccato in argento. Il terzo contenitore è della Daniel & Arter ltd (fondata a Birmingham nel 1892 da Thomas Henry Daniel e da Thomas Harte , chiusa nel 1930) in lega di zinco e rame elettroplaccato in argento, l’anno di fabbricazione è il 1920. Il quarto pezzo, marcato TV e altri simboli, similiare per materiale, non sono riuscito a identificarlo. Ad ogni modo, gentile signora, devo dirle che mentre una ventina d’anni fa tali tipologie spuntavano cifre discrete, oggi come oggi, vuoi per il disinnamoramento verso tali oggetti, vuoi perché ne hanno prodotti con ritmi industriali a tonnellate, essi hanno perso di valore economico e penso che tutti in gruppo non possano spuntare che 150/200 euro.
Anche circa i tre differenti servizi di bicchieri, ognuno da dodici con due bottiglie (invece di tre), probabilmente arte di vetrerie muranensi degli anni 30 molati alla ruota, devo dirle che i tempi non sono dei migliori: tra i 300 e i 400 euro.


Signora Marina Maria complimenti per il salvataggio del bel lampadario in ottone laccato e vetro che ora adorna il suo studio. La linea è senz’altro quella del design anni 40-50, ma ad ora non sono riuscito a risalire al creatore o alla sua ditta di fabbricazione. L’ho messo comunque nel mio archivio a futura memoria o visione. Il valore indicativo, senza poterne individuare l’origine, è sui 600 euro.


E come sempre, un saluto a tutti e un abbraccio ai pochi.



Aprile 2022


Il signor G.C. fa parte di quella categoria di lettori che credono che, per espertizzare opere complesse e di pregio, ad un perito “in lontananza” basti inviare delle foto senza allegare alcuna informazione: riferimenti, storia, …e che costui, “illuminato” dall’alto, possa dare un responso. Ohi ohi! …E così, oramai assuefatto a tali credenze scellerate, vado a compiere l’opera di “bassa macelleria” ad occhio.
Vari i quesiti, tra cui una tavola “a traforo” con una crocifissione (cm 165×105), le cui parti sgorbiate in pioppo inducono a pensare a una manifattura operante non in Italia tra la fine dell’800 e i primi del 900, ma senza averne visione diretta non posso esprimermi più esaustivamente. Il valore potrebbe essere indicato, se confermato il periodo, 800/1.200 euro.
Il quadro “Giuditta e Oloferne”, di non eccelsa fattura (testa) sui tipi del 700, e anche qui con foto e visione sommaria, vale sui 1.200 euro.
L’arazzo francese (cm 300×250) in lana (?), tecnica a point de l’Halluin, potrebbe arrivare intorno ai 2000 euro se fosse di vecchia manifattura, altrimenti 400 euro.


Da Torino mi scrive la signora Miranda Mazloumi, nuova e colta lettrice che, imbattutasi nella rivista, si complimenta con me. Nel ringraziare, sperando voglia aggiungersi ai lettori fedeli di trent’anni di Gazzetta, vado a rispondere alla sua richiesta: avere lumi su un servizio di famiglia realizzato dalla S.C.I. di Laveno, dopo aver già contattato il Centro Studi Bossaglia (Università di Verona) e la biblioteca di Laveno che, pur avendo ampia documentazione sulla manifattura, a mio avviso non hanno personale adatto, preparato e neanche così diligente da scusarsi con chi fa una legittima richiesta (diretta tra l’altro a organismi pubblici e pagati dai cittadini). E veniamo dunque alle sue ceramiche, o meglio, alla ceramica, giacché manda in visione un solo piatto del servizio (eh… non lo vuole sciupare!) e non mi fa partecipe dei numeri del medesimo (vabbè… sono un estraneo). Ma non mi adiro – in virtù della sua gentile prosa – e vado ad esprimermi nel merito: il servizio fiori e cineserie, ripetuto dagli anni 30 ai 50 del 900, non è che possa avere grande valore. All’epoca La S.C.I. produceva a Laveno e Verbano in grandi stabilimenti che davano lavoro a migliaia di operai. Dagli anni 30 la Società iniziò ad operare per grandi fabbriche tedesche come la Rosenthal. Il servizio in questione faceva parte di un’importante commissione per un grossista tedesco suo rappresentante: H&C (certo L. Honher membro della famiglia dei famosi produttori di strumenti musicali e… soci) operante a Chodeau (il nome tedesco della città ceca di Chodov), non ritirata e/o venduta poi nel mercato italiano. Il valore di un insieme del genere, se completo da 12, è sui 400/500 euro, ma non deve avere alcuna imperfezione, rottura o sbiadimento delle decalcomanie e/o decori; fosse un servizio da 24, andrebbe sugli 800/1.200, altrimenti alla metà e meno. Pezzi sfusi si possono alienare nei mercati/mercatini e sui siti internet a 12/15 euro l’uno i piatti, la metà i piattini, il doppio quelli da portata, e sui 150/250 euro le zuppiere, sempre che siano perfetti nella loro condizione, altrimenti decrementano del 30-70% il loro valore. In rete esistono altre valutazioni a mio avviso eccessive, date da individui “problematici”! Mi pare così di aver dato tutte le informazioni richieste.


La signora Francesca Caciula manda due quadri di insigni artisti italiani. Il primo è opera del mio amico Luciano Ventrone (1942-2021), grande pittore “iperrealista” prematuramente scomparso un anno fa, che il comune germano Federico Zeri indicava come “il Caravaggio del XX secolo”. Valuterei la tela (cm 60×50) tra i 10.000 e i 12.000 euro.
Il secondo dipinto (cm 44×33) è dell’astrattista informale Giulio Turcato (1912-1995) e può valere tra i 6.000 gli 8.000 euro. Ma… ma la signora Francesca non manda né copia di documentazione delle loro autenticità né altro, per cui, sia chiaro, le mie valutazioni sono solo date sul presupposto che tali opere siano documentate, originali e garantite, altrimenti, sia altrettanto limpido, esse non valgono che poche decine di euro come copie e sono a rischio penale di falsificazione sia in semplice detenzione (a meno che la signora non le sigli come tali) sia messe in circolazione.


La signora Roberta Ricci invia degli elementi arredativi di pregio. Il tavolo modello Delfi, firmato da Carlo Scarpa e Marcel Breuer (cm 220x89x74) in marmo di Carrara, prodotto nel 1969 dallo Studio Simon Gavina, è valutabile tra i 5.000 e i 7.000 euro.
Il lampadario firmato Toni Zuccheri (Antonio, 1936-2008, valente designer collaboratore di Scarpa, Albini, Ponti, lavorò con le manifatture Venini, Barovier&Toso e Veart), modello Exprit (cm 60x60x h 72) prodotto dalle vetrerie Venini nel 1970, nello stato di perfetto ha valutazioni variegate che vanno dai 6.000 euro ai 14.000 fino ai 16.000 euro, mentre la casa di aste Cambi nell’ottobre del 2021 lo valutava tra i 2.500 ed i 3.000 euro. Io penso sia congrua una stima tra i 6.000 e gli 8.000 euro se con ricevuta d’acquisto e nello stato di perfetto.


Signor Claudio Sapienza la statuina (alta 60 cm!) sui tipi dei “capodimonte”, recante le iniziali del coroplasta Giuseppe Armani (1935-2002), non riveste grande valore ed è prodotto da negozi di regalo e bombonieristica. Nella rete le persone “con problemi” le vendono anche a centinaia e centinaia di euro, mentre quelle più assennate, tra i 150 ed i 200 euro. Il suo esemplare vale qualcosa di più per la sua imponenza.
L’altra statuina (alta cm 25), opera del valente “figurinaio” di Caltagirone Romano Gaetano (1926-2015) è pezzo del 1987 e vale sui 250/300 euro, sul mercato, però, lo offrono – se firmato – anche a meno: sui 120/150 euro.


Non avendo mai letto la mia rubrica, il signor “Mario piu” manda, definendolo “oggetto Capodimonte”, una statuina senza misure appartenente, appunto, a quello stile partenopeo oramai prodotto in tutto il mondo da un centinaio di anni. Naturalmente la risposta è sempre la stessa: senza alcun difetto e/o rottura, può valere tra i 60 e i 120 euro.


Signora Loredana Guadagno, il binocolo tedesco, preda bellica di suo nonno, è un WWII-1940 Zeiss – Dienstglas 7×50 Binocular fernglas. Tali oggetti di qualità e con ottica di prestigio vengono valutati più che per la loro storicità per la loro funzionalità (come un’auto d’epoca, per intenderci). Quindi, se avente i prismi senza danni e gli oculari ben fluidi, (in parole semplici se è ben funzionante) il suo valore è tra i 120 e i 150 euro.


Al signor Gabriele Sabbadini risponde l’esperto di arte tribale Dott. Bruno Albertino, di Torino. La scultura in metallo presentata (h cm 80) appartiene alla cultura Senoufo e a mio avviso proviene dall’area di Korhogo, nel nord della Costa d’Avorio. Nella cultura Senoufo sono molto più frequenti sculture di questo tipo in legno, raramente ho visto grandi sculture in metallo. L’opera rappresenta Katieleyo, la madre ancestrale, sormontata da una coppa rituale e da Kasingele uccello mitico fondatore del genere umano. Questo tipo di sculture rientravano nei riti di iniziazione e fertilità della Società Segreta Poro. In considerazione delle caratteristiche del manufatto ritengo possa appartenere alla seconda metà del 900, e che non abbia avuto un uso tribale. Valore decorativo: 300/500 euro.


Signora Laura M.C., le ho di già risposto in forma privata il 16-1 del corrente anno, ed ora mi ripeto nella rubrica poiché ho sentito telefonicamente il comune amico Franco Gaggioli che mi ha riferito della sua lamentela in merito alla mancata risposta al suo quesito ed altro. Dunque, repetita: il suo quadretto è certamente ascrivibile all’opera di tale Picasso, e dico “tale” non precisato poiché non è certamente il Pablo (1881-1973) caposcuola mondiale nell’arte: incerto il segno, non degno di nota il colore, tela e telaio commerciali da due soldi.
Riguardo alle sue poesie – che esulano dalla rubrica – devo sinceramente dirle che pur riflettendo la poetica ermetica ed essenzialista dei grandi autori del 900, le trovo, per cosi dire, arcane e legate ad un’essenza ermeneutica, frutto certamente di colte e disparate letture che però non trovano un raccordo, una liaison che faccia vibrare l’animo, perlomeno il mio. Signora, lei aggiunge – come fosse a suo merito poetico e curriculum – d’aver lavorato per anni in un noto giornale come “correttrice di bozze”, ebbene, spero non si dorrà se le dico che l’inventare è cosa enormemente diversa dal correggere e che, pur cosa di valore, non è un atto creativo: qualunque libro, qualunque pubblicazione passi al vaglio della correzione, è l’autore, e solo lui, a rimanere nella storia, per grande o piccola che sia, nonostante il valore e il talento dei tanti che concorrono e “indispensabilmente” alla sua messa a punto.


Signora Carmen Casto, simpatica lettrice che mi presenta dei bicchieri firmati, come lei stessa ha evidenziato, un conto è la cristalleria Royale de Champagne fondata a Bayel in Francia nel 1678 (dopo alterne vicende ora appartiene al gruppo Haviland, famoso produttore di porcellane di Limoges che ancora fornisce notevoli cristalli di pregio e costo) e un conto è la Royales de Champagne che mi risulta essere un marchio generalizzato di fabbriche ceche (dagli anni 60 del ‘900 in poi, che operavano con ossidi diversi dal piombo) e poi, dagli anni 90, indiane. C’è in internet una frammistione tra i due marchi, complice il fatto che la rete non è fatta – e purtroppo in tanti ancora non se ne sono ancora accorti! – per dare informazioni precise né per tutelare i consumatori, no!, è fatta per dare l’opportunità di commerciare a chiunque esso sia. I suoi bicchieri spaiati (ne vedo 9) imitano lo stile art déco ma non ne hanno la “verve”; riguardo poi al cristallo usato (vetro con ossido di piombo al 24%), da remoto non posso certo calcolare la luce rifrattometrica espressa; lei scrive di averne auscultato il suono (che, le preciso, dovrebbe essere cristallino e “vibrare”). In conclusione quindi, penso che i bicchieri siano stati realizzati in una fabbrica ceca o indiana con altri ossidi meno impegnativi e che comunque siano stati prodotti intorno agli anni 80-90 del ‘900. Il valore, solo arredativo, è modesto: 15 euro al pezzo.


Signora Ines M., preliminarmente le dico che i suoi gruppi in bisquit non possono essere certo esaustivamente valutati attraverso le sommarie foto da lei inviate. Comunque: il primo, putti con tralci (25 cm x 38 di altezza), riportante la famigerata N coronata del marchio pseudo capodimonte, è di manifattura forse vicentina e vale, senza alcuna rottura o difetto, sui 120/180 euro; il secondo gruppo (cm 38×20), ascrivibile dal marchio “dell’ancora” alla produzione della ditta Fabris di Bassano del Grappa (forse degli anni 80-90 quando questa fu assorbita dal gruppo Elite che ne acquistò il marchio e i modelli) vale 200/250 euro, sempre che sia assolutamente intatto.


Signora Paola R., il marchio del suo vaso è indubbiamente quello della manifattura Antonibon (Nove – Vicenza, rilevata nel 1912 dalla famiglia Barettoni che tuttora la detiene), anche se noto un’abrasione sospetta sul fondo e vicino al marchio. Il periodo di realizzazione a mio avviso è quello degli anni 40-50 del 900 e la valutazione, se in integrità assoluta, è sui 300/350 euro.


Il signor Salvatore CS manda in visione una ristampa del Taccuino di Bergamo della fine del 1300, attribuito a Giovannino De Grassi, maestro miniaturista, pittore dello stile detto “gotico internazionale”, compilato negli ambiti del Duomo di Milano. Questa ristampa de Il Bulino, collana Ars Illuminanda, del 1998, numerata (n. 222 su 1000) non è l’unica ad essere stata realizzata nel tempo: esistono altre ristampe dell’opera (Scheiwiller 1961) che hanno, ancorché più vecchie, più basse quotazioni (60/100 euro); l’esemplare esaminato, invece, mantiene ancora un valore intorno ai 400-500 euro, ma devo sottolinearlo, è di difficilissima vendita.


Signor Corrado Tozza, la sua carta-mappa (cm 52×72) del viaggio scientifico di Nobile col dirigibile Italia (anni 20 del 900) purtroppo, e nonostante le ottime condizioni, non ha soverchio valore economico ai nostri giorni essendo pressoché scomparso il collezionismo del genere: una cinquantina di euro. Stesso valore per la stampa con le province del regno austro-ungarico.
Il fermacarte in alluminio (cm 14×4) della CRDA (Cantieri Riuniti dell’Adriatico, dal 1930 e con vicissitudini di proprietà esistente sino al 1966) dovrebbe risalire agli anni 30-40, ma anche qui, e per le ragioni dette sopra, vale la stessa cifra; ci fosse stato il nome o l’identificazione dell’imbarcazione, nonostante il brutto momento, l’avrei valutato il triplo.


Signor Giuseppe Rulli, purtroppo le brutte foto inviate del quadro con crocifissione (60×80 cm circa) non ne consentono pienamente la lettura. Laccata, reintegrata e chiusa in una cornice degli anni 40-60, l’opera potrebbe essere (e dal retro tela) dell’800 come del 900 avanzato (anche per le dimensioni). Per ciò che malamente vedo, potrebbe valere sugli 800/1.200 euro, ma avrei bisogno di esaminare altre immagini.


Il signor “tart ufo” manda in visione un vaso (cm 14×23) della serie Onda, ideato da Sergio Asti, maestro del design italiano nato nel 1926 e deceduto nel luglio dello scorso anno. Prodotto dalle Cristallerie Arnolfo di Cambio a Colle val d’Elsa nel 1970, sicuramente è stato pagato “un occhio della testa” da chi glielo ha regalato per le nozze. Oggigiorno, però, con i professionisti oramai annichiliti da un mercato in rete improvvisato, dove tutti vendono e comprano a una moltitudine di prezzi diversi, non è possibile dare una valutazione standard. Ad esempio, la famigerata casa del lusso di New York Ist D1 Bs (circa la quale ho polemizzato lo scorso mese con un simpatico architetto a proposito di alcune sedie) lo offre a 1.200 dollari, mentre in Ebay si trova anche a 110 euro + spese di spedizione. Io ipotizzo come valore una cifra tra i 250 e i 350 euro, se intatto.


Signora Marzia Texana, il suo “elefantone” in ceramica (cm 35×30) è stato prodotto dalla prestigiosa Lenci di Torino (Helen Konig Scavini) negli anni 30 del 900. Il valore è intorno ai 1.000-1.200 euro, se assolutamente intatto.


La signora Maria Teresa da Torino manda un lungo quesito e innumerevoli immagini disordinate e senza misure, il che rende arduo il mio compito. Sono spiacente, ma non posso dare le valutazioni commerciali inerenti: devo ricevere foto singole di ogni oggetto con abbinate misure e marchi attinenti collegati. Ricevo centinaia di quesiti e il tempo è proporzionale, mi limiterò quindi a rispondere in merito alle sole manifatture.
Le tazzine con piattini hanno le lettere azzurre AR (l’Augusto Rex “Elettore” della manifattura di Meissen), ma… ma sia il marchio in differenti caratteri sia la tipologia decorativa (scene alla Wattau) mi indicano come fabbrica la Porzellanmalerei di Helena Wolfson Nache operante in Dresda-Sassonia tra il 1870 ed il 1906. Fu sua figlia, Emile, che rilevò l’attività nel 1878, a copiare abusivamente il marchio ufficiale dell’altra prestigiosa manifattura sino a che non le fu inibito da vari tribunali: il tedesco nel 1881, l’inglese nel 1883, circostanza che la portò, oltre alla cessazione della riproduzione e al pagamento dei danni, quasi al fallimento. Stranamente, nessuno agì (almeno che io sappia) contro un altro pedissequo “copista” di detto marchio: Albin Rosenloeher (1887-1906) operante nella città baviera di Kups, ma certamente questo perché meno conosciuto e con una produzione minoritaria.
La N coronata sui tipi di “capodimonte” è un marchio usato da due secoli in tutto il mondo (lo scrivo da anni e lo ripeto anche a lei che lo ignora); infatti, le lettere (SM) riportate sulla corona e sotto i soldatini napoleonici mandatimi in visione appartengono alla “S. Marco Porcellana”, ditta di Nove in provincia di Vicenza, fondata nel 1890 dal ceramista Giuseppe Dal Pra, azienda ancora attiva e proprietà dei suoi discendenti. La produzione delle piccole statuine penso risalga ai primi decenni del 900, ma la ditta ripeté nei secoli le tipologie ed io da remoto non posso proprio appurarne con certezza la datazione.
L’altra N coronata impressa sui puttini in bisquit potrebbe essere ascritta ad una fabbrica tedesca di Rudostad, nella Turingia.
La scritta “indecifrabile” con le lettere SP azzurre incrociate riporta alla città e fabbrica sassone di Dreisden, 1901-12.
Il marchio Rosenthal modello Pompadour – ripetuto per decenni – è degli anni 40-60 del 900.


E come sempre, un saluto a tutti e un abbraccio ai pochi.



Marzo 2022


Mancherà mai il “Capodimonte?” Mai!
E anche questo mese mi giunge una richiesta inerente il marchio Capodimonte. Me la invia il signor Aniello Savarese che manda la foto di un servizio da caffè da sei con supporti in “zama” o antimonio argentato, marchiato MAS e riportante la scritta Capodimonte in scudo, e la foto di un quadro (h 80 cm) con all’interno un bouquet di rose in bisquit che presenta la famigerata N coronata. Signor Aniello se lei avesse letto i precedenti quesiti negli anni – ma anche dei mesi scorsi – conoscerebbe già la mia risposta ed anche il conseguente valore dei suoi pezzi. In Italia hanno operato due manifatture ceramiche MAS, ambedue savonensi ed entrambe dedite tra il 1920 ed il ’40 alla produzione di manufatti legati all’antica tradizione ligure e non partenopea. Ma ne esiste è anche una terza (con scudo e scritta sottostante R. Capodimonte) che variamente riporta la sigla G.B o Mas, che ha operato tra gli anni 60-70 e di cui nessuno sa nulla, almeno non io, né i miei prontuari, né la comunità della rete con i suoi venditori che propongono tali prodotti – non ottimali per canoni artistici – a decine di euro oppure a cifre inusuali e folli di centinaia! Nei mercatini ove avvengono le vendite dal vivo e non virtuali, il suo servizietto, mancante di caffettiera o teiera, varrebbe intorno ai 50/60 euro.
Il bouquet di rose, se intatto in ogni sua minima parte vale… nulla! se poi addirittura è mancante di qualche parte, dovrebbe pagare lei chi, ove mai, glielo richiedesse. Mi scuserà la prosa, che vuol essere tutt’altro che irriverente o schernente, ma sono trenta e più anni che vado scrivendo che Capodimonte (meraviglioso parco/bosco di Napoli di 134 ettari che consiglio vivamente di visitare unitamente all’annesso Museo), ove era situata sino alla fine del Settecento la Reale Manifattura Borbonica di porcellane, da lungo tempo, come marchio ceramico, non è più strettamente riferibile all’antica fabbrica detta; esso viene utilizzato a josa da chiunque voglia farlo, non esistendo privativa in tal senso, o meglio venendo essa disattesa in quanto, con decreto presidenziale, l’Istituto Professionale Castelli di Napoli in Capodimonte – solo lui – ha diritto all’utilizzo del marchio dal 1963, ma oramai nessuno si occupa di sanzionare alcuno. Praticamente, dall’Ottocento in poi, in Italia come in Europa, e poi dagli anni 70 nel mondo intero, non v’è luogo in cui non vi sia una manifattura che non smerci prodotti a marchio e/o sigla Capodimonte, ed essendo così importante il nome, nonostante le migliaia e migliaia di oggetti prodotti, non v’è chi non pensi di avere in casa una ricchezza.


Signor Salvatore Bonvissuto, il suo ostensorio ricevuto in eredità (h 63 cm), argento con doratura in parti ormolu, dovrebbe ascriversi all’artigianato napoletano del 700, anche in virtù dei bolli, pur non troppo esaustivi. Il suo valore potrebbe essere intorno ai 3.500/4.500 euro ma le foto mandate sono prive di particolari utili ad evidenziarne lo stato e in più non ne viene indicato il peso, pertanto non posso essere più preciso.


Architetto Gianmaria Giorgi, lei è molto gentile, ma mi perdoni: non ho capito se vuole saggiare la mia preparazione o crede – come molti – di saperne più di un esperto, andando a spulciare in rete e pescando foto dai siti più disparati (New York) e forniture come la 1stDIBS, una società americana e-commerce di prodotti di lusso (dai gioielli, all’oggettistica, ai mobili), ovvero non antiquari, non commercianti di mobilia antica, ma una semplice azienda, che propone cose “lussuose” senza avere il polso del mercato. Affermo questo perché, pur essendo il mobile antico in netto calo, questa (come altre aziende dello stesso tipo) ancora continua a proporre simili tipologie a prezzi che dire esorbitanti è un eufemismo. “Roba” da ridere…! Sono stati sempre gli americani a comprare tutto il ciarpame e le rimasuglierie del vecchio mondo antiquariale europeo e adesso, viceversa, dovremmo essere noi a comprare un set di due sedie classificate come del XIX secolo (e sono invece del XX), continentali neoclassiche (??), suppostamente italiane all’esorbitante cifra di 3.340,73 (pure i centesimi) euro o dollari che siano? “Ma de che?” – si dice gergalmente a Roma. Al massimo sono due sedie del valore di 500 euro o dollari, sempre che siano in prima patina e perfette, altro che…! E qui vengo a lei che mi aveva mandato un quesito su un set di otto sedie che pensa siano identiche a quelle proposte dal sito americano. Gentile Gianmaria io non svolgo la sua professione: quella del farmacista, di idraulico o non so cos’altro. Da trent’anni sono titolare, quale esperto d’arte e antiquariato, di questa rubrica apponendomi/opponendomi a tanti illustri colleghi, antiquari e collezionisti quasi sempre con successo, mai mostrando ad oltranza incompetenza anche quando mi capita di redigere responsi non esaurienti o peggio fallaci perché falsati da cattive immagini, informazioni o – e ci sta – da non conoscenza precipua della materia: ché più si studia e conosce e più – come sempre ho scritto negli anni – si capisce quanto si è asini! Ho il vizio, però, di avere sempre sottomano – grazie ad abbonamenti costosi – i cataloghi d’asta di tutto il mondo e mi parrebbe di notare come anche sedie di alto antiquariato siano oramai vendute ad un “pugno di dollari” e non alle cifre oserei dire “oscene” del sito da lei evidenziato. E ritorno così a quelle sedie “americane” che, poi, non sono affatto identiche alle sue – vedi foto – che hanno una linea rigida ma sono piegate con mossa lignea nel retro; inoltre, l’imbottitura occupa tutta la seduta mentre le sue lasciano scoperto il perimetro; e se queste sono cose per lei insignificanti le assicuro che fanno invece la differenza tra un originale e un riprodotto. Pertanto, rimango fermo nel mio responso: sedie del Novecento inoltrato, quando non riproduzioni degli anni 50-70 (questione che solo la visione dal vero potrebbe dirimere e accertare). Ad ogni modo, se imperterrito nel suo convincimento va cercando la soddisfazione che io non posso darle (da perito di carta, coda ed orecchie d’asino comprese), vada da un antiquario, un rigattiere o un commerciante dell’antico in carne ed ossa a proporre l’acquisto delle sue sedie secondo i valori del sito 1stDIBS. Si tenga però pronto – mi permetta – a quella eventuale, gergale, consueta destinazione per altri siti cui potrebbero mandarla.


Signora Annamaria Chioetto, i suoi vasi (h 28 cm) provengono dalla manifattura Giotto di Monte San Savino, fondata da Giotto Giannoni nel piccolo centro in provincia di Arezzo nel 1919. Dal 1978, in modo precipuo, i continuatori dell’azienda e figli del proprietario hanno iniziato a produrre vecchi modelli della ceramica italiana; i suoi appartengono a questa recente manifattura e ne fa fede l’invecchiamento operato con anilina rossastra e bruna stesa variamente in terza cottura, non con intento truffaldino ma per dare “sapore” ai bei prodotti che, nonostante ciò ed ai giorni nostri, hanno un modesto valore: sugli 80/120 euro al pezzo.


Signora Viola Marchese, il suo Budda (h 130 cm) in legno dorato e intarsiato a pietre è stato prodotto in Birmania e viene genericamente denominato “Mandalay”, dal nome della città famosa per le fabbricazione di tali tipologie. Ad occhio, presenta le caratteristiche di una vecchia lavorazione ma tali tipologie vanno esaminate de visu proprio per la loro fattura ancora, anche se raramente, effettuata a mano. Penso – anche dai bolli di piombo apposti che sono tipiche applicazioni “di fantasia” per far credere un’originalità o una provenienza – che la sua statua sia stata prodotta nella seconda metà del 900, e quindi dagli anni 70 a qualche decina di anni fa. Il valore, invece, è interessante poiché tali soggetti vengono riprodotti sempre meno e non vengono esportati proprio perché difficilmente riconoscibili da quelli originali d’epoca. Quanto al valore economico minimo, diciamo intorno ai 1.200/1.500 euro, ma solo la visione diretta potrebbe concretizzare il mio parere.


Signora Daniela Serioli da Brescia, il suo elemento ligneo intarsiato e dorato (cm 260×55) è una predella d’altare, ovvero una base su cui esso poggia oppure apposta a mo’ di zoccolo allo stesso.
Molto bella e imitante i canoni barocchi di tale tipologia è sicuramente una produzione dei primi decenni del 900 e sino alla metà. Non ho altro, se non le poche immagini inviate, per poter determinare meglio l’elemento. Il valore, soprattutto arredativo, va dai 600 euro sino ai 1.200, dipende a chi si vende.


Da Genova mi scrive la signora Marina Zagabria, che ringrazio innanzitutto per gli elogi. La sua stampa con la Sacra famiglia incorniciata in una ventola (cm 84×62) è prodotto del 900 (dai primi decenni alla metà). I fregi mancanti probabilmente non sono in legno ma in pastiglia di gesso dorato. Purtroppo il suo lo stato non ottimale ne deprezza il valore: sui 100/150 euro; un restauro completo – sui 300 euro – costerebbe il suo valore intero.
Il servizio di cui non indica il numero dei pezzi, forse di manifattura francese, si potrebbe datare attraverso quella trascrizione sul fondo del piatto-biscottiera: 12-4-21. Vistose macchie deprezzano considerevolmente l’insieme, tanto che converrebbe venderlo a pezzi (30/50 euro cadauno zuccheriera e teiera, 15 euro la tazzina e piattino), giacché altrimenti non potrebbe spuntare più di 60/80 euro.
La pendola senza marchio di fabbricazione, oggetto del 900 inoltrato forse russo, se funzionante, vale intorno ai 200/250 euro.


Signor Federico Storti, già ne ho scritto ultimamente. Preliminarmente, le rendo noto che il simbolo e monogramma IHX non sta per Iesus Hominus Salvator ma è un cristogramma adottato nel III secolo dai cristiani che abbreviavano il nome di Gesù (IHΣ) trascrivendo le sole prime tre lettere del nome Iesous, la terza (sigma) veniva tradotta nella S latina. Nel 1541 Sant’Ignazio da Loyola lo adottò come simbolo della fondata “Società di Gesù” (Gesuiti). La ciotola (23 cm) che manda in visione potrebbe riferirsi a episodio di detta compagnia. Il timbro a ceralacca sottostante appartiene alla Congregazione di 3a classe Apostolica di Benevento fondata nel 1816 e soppressa nel 1860, un ente amministrativo della Chiesa inerente territori del Principato di Benevento. La sua ceramica però, stando alle immagini inviate, non presenta alcuna craquelure, né altro segno di vetustà apparente. Non vorrei che, come capita, abbiano impresso posteriormente il sigillo su una “cera dura moderna” (neanche una ceralacca che in genere è rossa o grigia). Il colore giallo mi è infatti sospetto, tanto più che intorno ha delle particelle rosse, magari rimanenze sciolte dal vecchio timbro. Non posso, da remoto, darle ulteriori informazioni.


Signor Mauro Magnati, il bel servizio da tavola in porcellana appartenuto alla bisnonna è stato prodotto dalla Pirken-Hammer, in Cecoslovacchia. La manifattura, fondata nel 1803 da F. Holke e J. Gotlob List, dopo le antiche vicissitudini della guerra ed il passaggio del territorio dall’Impero austro-ungarico, le diverse questioni tra cechi e slovacchi, il blocco comunista nel 1948, ha continuato variegatamente e con varie sigle ad esistere sino al 2006, dopodiché sono occorse una serie di nuove vicende di cui non ho informazioni adeguate. Il tipo di marchio impresso sul suo servizio incompleto data l’insieme tra il 1893 ed il 1918, nel pieno periodo della valente produzione, e vale la pena ricordare che al tempo, per i servizi da tavola, la coroplastica cecoslovacca era, in alcuni casi, più ricercata e costosa di quella tedesca bavarese. Suggerendole di portarlo a 12 pezzi, il valore del suo insieme potrebbe essere intorno ai 600/800 euro, anche per l’ottimo stato. È una vera chicca! ma essendo ormai cosa per pochi amatori, è di difficile vendita. Le consiglio di tenerlo per sé.


Signora Tina Ferraiuolo da Napoli, il suo cavallo con cavaliere, in bronzo (cm 23×47, altezza 62), proviene dalla Fonderia Arena di Afragola (Na), creata negli anni 60 del Novecento da Giuseppe e ora condotta dal figlio Vincenzo Arena: senza dubbio una delle ultime fonderie artigianali di valore in Italia, in quanto capace di riprodurre qualsiasi cosa le venga commissionato da artisti e aziende. Il bronzo porta incisa la firma T. Gambaiolo, artista a me non noto, non riportato nei miei prontuari e né ricordato dall’azienda fusoria da me interpellata. Dalla brutta ed unica foto non riesco neanche a capire la validità o meno artistica dell’opera. Il valore approssimativo che le indico, quindi, è dato dalla sua mera funzione arredativa e dall’imponenza dell’oggetto: 600/800 euro.


L’affezionato lettore Salvatore Capuano da Caserta, persona di buon gusto artistico unitamente alla valida consorte, manda in visione due vasi in porcellana bronzati (cm 36×13) vendutigli in un mercato cuneense come prodotti dalla manifattura francese di Orchies. Preliminarmente, credo sia duopo dare qualche informazione in più a tutti i lettori. Ci troviamo nella Francia del Nord, e precisamente nel comune di SaintAmaud-les Eaux, dove dal 700 si iniziò a produrre ceramica; nel tempo, cinque grandi manifatture preminenti si svilupparono nei piccoli centri contigui – tra cui Orchies – e chiusero tutte nel 1952. L’unica a sopravvivere fu la Ceranord che prolungò la sua vita fino al 1962.
Io credo, signor Salvatore, che i suoi vasi dei primi decenni del 900 provengano effettivamente da quel distretto ceramico, sarebbe da determinare precisamente da dove, individuando quella sigla “DL” impressa nel fondo degli stessi. Non che questo faccia grande differenza: sono validissimi pezzi di ottima esecuzione, pagati perlomeno la metà del loro valore. Un abbraccio a entrambi.


Signor Christian Bernardini da Torino, il suo servizio da tavola incompleto è stato prodotto nella città di Metterteich, nella Baviera tedesca, dalla ditta Julius Rother (1899) passata poi a Joseph Rieber&Co AG. Il marchio impresso sulle sue porcellane si riferisce al periodo 1923-71 e per determinare con precisione la data bisognerebbe esaminarle dal vivo o avere foto certamente migliori di quelle che ha inviato. Pur non essendo completo, in virtù della bellezza decorativa, ogni pezzo può essere venduto singolarmente: la zuppiera sui 200 euro, i piatti ovali grandi sui 40/50 euro l’uno, i piatti singoli sui 10/15 e i piattini 7/10. Fosse stato completo, il servizio avrebbe avuto un valore intorno ai 500/600 euro, ma comunque sarebbe stato di difficile vendita.


Signora Marta Morico, sì! anch’io, benché le immagini inviate non siano esaustive, propenderei l’attribuzione alla bottega di Karl Pald per il suo servizio da liquore (bottiglia h 18-25 cm con tappo). Il Maestro vetraio costituì una manifattura in Boemia nel 1888; il periodo migliore fu tra gli anni 30 e 40, quello Art Déco, quando vennero realizzati manufatti colorati geometricamente. Purtroppo il suo raro servizio da 12 bicchieri presenta la piccola scheggiatura da lei indicata e i segni di consunzione che noto io dalle immagini. Questo fa scendere il suo valore economico dai 1.600/2.000 euro agli 800/1.000.


Il signor Vincenzo Vitagliano, evidentemente esperto conoscitore di incisioni, mi “bacchetta” circa la risposta data il mese scorso al quesito della signora Florinda Corradi Bartoli in merito a un’incisione vendutale dalla Galleria Di Castro a Roma e certificata dalla stessa: 1770, Martin. Proprio partendo da questa base io – non essendo un precipuo esperto di incisioni e non avendo motivo di dubitare di un nome di prestigio dell’antiquariato a Roma – ho dedotto si trattasse di Francoise Baptist Martin detto Martin (1659-1735), e quindi optato per una tiratura postuma. Il signor Vitagliano, invece, indica l’autore in Francoise Nicolas Martinet (1731-1800) e l’incisione come tratta dal secondo volume del libro di Mathurin Jacques Brisson: “Ornithologie ou methode contenant la division des oiseaux” edito a Parigi nel 1760. Certamente, dopo averne preso visione, gli do ragione! Evidentemente la Galleria Di Castro ha scritto Martin per indicare a suo piacimento o perché ne ignorava l’estensione sillabica il Martinet. Il valore, sostiene il signor Vincenzo, è tra i 50 euro da me indicati e i 100. Beh… certo! Perché ciò dipende dallo stato di conservazione, dal luogo in cui si vende e a chi si vende. Io mi regolo generalmente sui valori di aste e mercati per tipologie simili. E infatti, esaminando adesso le proposte dell’asta n. 25 di Gonnelli nel 2018, riscontro che 12 stampe tratte dal Brisson (appunto il volume da lui indicato) venivano offerte complessivamente a 400 euro.
Grazie signor Vincenzo, dai lettori “connoiseurs” attenti come lei imparerò sempre!


Il signor Ennio Latini da Arezzo, mercataro in mobilia di lungo corso, dentro un armadio acquistato ha trovato lasciati lì: un’acquaforte (cm 61×45) firmata Nicolas De Launay (1739-1792) raffigurante parte di un dipinto di Fragonard: “L’Altalena”, che penso possa valere sui 300/500 euro, e 4 volumi completi degli “Ultimi rivolgimenti italiani”, opera del senatore Filippo Antonio Gualtieri (1818-1874) editi nel 1852, che valgono intorno ai 50/70 euro.


Signora Paola Solaris, lei manda in visione tante cose con immagini chiuse e senza particolari, i quadri reintelaiati e reintelati, le stampe nei vetri e incorniciate, quindi io nulla posso appurare circa la veridicità della loro epoca e del loro stato. Solo ad occhio, posso indicare in linea di massima una valutazione monetaria.
Pertanto, uno via l’altro le dico: il paesaggio inglese con figurine arcadiche, ovale (cm 90×75), indicatomi come del 700, valore sui 1.200 euro; le incisioni (cm71x57) di Giuliano Giampiccoli (1703-1759), forse dalla raccolta di 12 paesi inventati da Marco Ricci, 300 euro; l’opera (cm 49×40) di Marco Ricci (1676-1730), sui 400 euro; la “Madonna Virgo” (cm 67×70), bella pittura primi Ottocento (?), 3.000/4.000 euro; il quadro ottocentesco con iconografia mariana, ma desunta da altre sante (Santa Monica, Santa Caterina, ecc.), 1.000/1.200 euro; le stampe francesi, Ottocento primi Novecento (?), sui 60/80 euro cadauna; Antonio Righetti (1899-1976), pittore trevigiano di felice mano, non è purtroppo trattato nel mercato nazionale, forse a livello locale. Il tutto molto sommariamente e con dubbi.
Di più non posso fare, e chiudo con qualche parola in più in merito alla tela di cm 71×57 con scena biblica “Rebecca al pozzo”, ascritta risibilmente, mi permetta, a Gaetano Zompini (1700-1778). Dell’ insigne artista “ecclesiale”, autore raro sul mercato, si trovano parecchie incisioni ma poche tele: l’ultima aggiudicazione in asta, di cui però non conosco il valore, è della Wannenes che valutava un dipinto di cm 119×49 tra i 3.000 e i 5.000 euro. La sua opera è di “genere”, forse italiana, e potrebbe valere sui 1.500 euro per le dimensioni. Pubblico, per comparazione, una “Rebecca al pozzo” dello Zompini presente in un palazzo religioso a Venezia, per farle notare la completa diversità di stile, di tecnica e bellezza rispetto alla sua.


E come sempre, un saluto a tutti e un abbraccio ai pochi.



Febbraio 2022


Signora Florinda Corradini Bartoli, l’incisione (cm 40×45) che invia alla mia attenzione le è stata venduta accompagnata da una delle solite “certificazioni di garanzia” poste sul retro che legalmente non hanno nessun valore sebbene la sua porti l’intestazione dell’attività di Aldo di Castro nella storica sede di via del Babuino a Roma. Inoltre, il non meglio specificato autore di quest’opera su rame datata 1770, “Martin”, dovrebbe essere individuato in Jean Baptiste Martin detto Martin vissuto tra il 1659 ed il 1735, quindi si tratterebbe di una tiratura postuma alla sua morte. Certamente pagata cara all’epoca del suo acquisto, ora sul mercato non vale che una cinquantina di euro e per arredamento.
In merito al quadretto tipo icona (cm 27×31) con riza, pur fosse in lamina d’argento, le dico che è cosa di bassa qualità artistica e proponibile anch’essa come elemento arredativo a decine di euro.


Signor Michele Sangineto, la ringrazio per gli auguri che con piacere ricambio, e vengo “tosto” ai suoi quesiti. Il quadretto suppostamente attribuito alla scuola del valente marchigiano Anselmo Bucci (1887-1955), un bel nome della pittura del 900 italiano, è cosa naif di basso spessore artistico. Se può, altro che restauro… lo butti!.
La bambola in ceramica (cm 77) prodotta dalla Heubach Porzellanmanufaktur nella cittadina tedesca di Koppelsdorf nella Turingia, risale al periodo 1919-1932, quando Ernst Heubach II, figlio dell’omonimo fondatore, si unì con lo scultore Armand Marseille, suo suocero. A volte unitamente alla scritta si trova il marchio a ferro di cavallo. Mi lascia, però, perplesso il numero di fabbrica: nei miei prontuari ho il 250 e non il 2507 da lei indicato, ma credo che la bambola sia autentica e pertanto, se in buone condizioni, il suo valore è tra i 280 e i 350 euro.
La pendola del 900 in legno con meccanismo sconosciuto, purtroppo attualmente non gode di grande valutazione: sui 200/300 euro se funzionante.


Signora Fabrizia Celestini, il suo vasetto è indubbiamente di periodo liberty nella fattura, evidenza ancorché attestata dal marchio AG della Porzellanfabrik di Fraureuth (città della Sassonia), azienda fondata nel 1919 e fallita nel 1926, che rilevò la Porzellanmanufaktur Kampfe & Heubach GMBH (1897-1915) della città tedesca di Wallendorf (nella Renania), e che nello stesso stabilimento ne continuò la produzione (nota: la Heubach è la stessa azienda produttrice di bambole, che ad un certo punto pensò di diversificare la produzione con esiti non felici). In ragione del breve periodo di vita, i pezzi della Fraureuth possono considerarsi rari, benché all’epoca la manifattura vantasse una cospicua produzione e più di 50 lavoranti, ma a mercato oramai crollato (sia per l’antico sia per gli oggetti da collezione) il suo piccolo vaso (h 10 cm, diametro 14) che io valuto tra gli 80 e i 150 euro riferendomi ad aste di alcuni anni fa, oggi può venire proposto da un offerente tedesco (come rilevo da un esemplare analogo in rete) a 49 euro +19 di spedizione. Chiudo l’argomento vasetto rilevando che sotto, oltre al nome della manifattura-città, è riportata la dicitura “Kunstabteilung”che in tedesco significa “dipartimento artistico”.
In merito al suo secondo quesito inerente una gallina in pasta di vetro pieno con frammenti di foglia oro all’interno (cm 16×13, kg 3,2), dalle foto evidenzio come sia stata formata in stampo; non avendo né firme né marchi ed essendo piuttosto debole l’esecuzione, tenderei a classificarla come pezzo artistico di valore non superiore agli 80/140 euro, e sempre che non presenti la benché minima rottura.


Il signor Claudio Tempestini manda in visione una “fiaschetta” da polvere da sparo con dosatore. Tali oggetti, in uso sino alla fine dell’Ottocento (prima delle cartucce e con la carica delle “canne” esplodenti), col crescente collezionismo del secolo successivo sono stati riprodotti, imitati e copiati illimitatamente sino agli anni 60 del 900. La sua fiaschetta, scrive, porta inciso il nome della (James) Dixon & Son (figlio) argentieri a Sheffield dal 1806 al 1976, ma è in ottone e non in sheffield o Britannia metal o peltro, che erano i materiali da essi usati. Peraltro fu così enorme la loro produzione – esportavano navi interamente cariche di fiaschette e di fischietti, altra loro peculiare fabbricazione – che ci può stare che la sua sia di tale produzione inglese. Ma il valore oramai è da collezionisti di curiosità i quali più di 50/80 euro certo non la pagherebbero, e a trovarli! …essendo gli stessi volati da tempo verso altre vite.
Il Budda in bronzo (h 30 cm, 3 kg di peso) non presentando patine, non essendo cesellato né rifinito, debbo valutarlo, ad occhio, come mero oggetto di arredamento: sui 200/300 euro.


Il dott. Ciro Severino, incisore e scultore, invia un documento di famiglia, la Bolla papale con la quale un suo avo, il canonico Manzolino della cattedrale di Gallipoli, venne investito dell’autorità da Benedetto XIV. Il documento è in ottime condizioni ma prima di parlare del suo valore è necessario che faccia due considerazioni: la prima, in merito al lungo pontificato di Papa Lambruschini (1740-1758) durante il quale certamente vennero prodotte migliaia di bolle, il che porterebbe questa a non essere rara e dunque ad assumere un valore collezionistico nell’ordine di 350/500 euro; la seconda, in merito all’eventuale suo valore come documento storico in base all’origine (e qui la cattedrale detta ed i suoi prelati) che, una volta sviscerata e tradotta la pergamena, potrebbe aggiungere un altro valore alla bolla legato anche all’interesse specifico. E qui, sinceramente, non saprei cosa dire, perché i preti e gli studiosi – me escluso – generalmente sono sempre, oggi come ieri, alieni dallo sversare, oltre che la loro maestria e sapere, i loro soldi per acquisire documenti pur interessanti.

 


La signora Paola Rota porta alla mia attenzione un bel vaso a globo di periodo déco dipinto ad areografo (diametro 30 cm), prodotto dalla Galvani di Pordenone. La prestigiosa manifattura ceramica fondata nel 1811 e chiusa nel 1983, grazie ai suoi discendenti protrasse la sua vita mantenendo una piccola attività con un piccolo forno sino al 2000. Il vaso è datato dal marchio: “galletto con la G negli artigli” in uso tra il 1925 ed il 1938. Il valore, se intonso e privo di difetti, è sui 300/400 euro. Nota: esistono sul mercato pezzi di fattezza déco, e tali dichiarati, che presentano il marchio da me definito “del pollo in pentola”, raffigurante la testa del gallo della manifattura con una fascia a scritta Galvani; si tratta di manufatti degli anni 1965-67, periodo in cui la nota ditta ripeté i vecchi motivi richiesti degli anni 20-40.


La signora Antonella, fedele lettrice che ringrazio per i complimenti, invia una bella “Madonna bambina” (h 48 cm) con testa e mani realizzate in ceroplastica (miscela di cera d’api, paraffina, sego, mastice, gesso, ecc.), adornata riccamente di pizzi, merletti e ricami in fili oro-argento o similiari. Il manufatto, dono per il matrimonio di una sua zia negli anni 40 – come una volta si usava – è augurale e di buon auspicio. In auge nel collezionismo dei tempi passati, tali tipologie ai nostri giorni si sono deprezzate – come tante altre da collezione – e nella fattispecie anche per via del materiale deperibile soprattutto con il caldo, pertanto non sono affatto richieste nel mercato. Il valore, come oggetto di arredamento per i pochi amanti di tale genere, può essere, in virtù delle sue dimensioni, tra i 300 e i 500 euro, benché in rete – ma senza esiti di vendita – vengano proposti anche a cifre talvolta molto superiori.


Il signor Manlio Benigni invia un “Bambin Gesù” in teca (cm 38x30x70), una ceroplastica che collocherei nell’Ottocento pieno ed inoltrato, e che comunque, anche fosse di periodo precedente, non cambierebbe di valore economico. Il manufatto, con testa in cera, è adornato con tessuti, ricami e “arte povera” costituita da ritagli di stampe realizzati “alla piccola forbice”, lavoro in cui erano esperte, e a cui si dedicavano, le suore dei conventi di clausura. Tali esempi di arte devozionale venivano esposti dal “padrone” del fondo, tenuta, ecc. nella propria abitazione nei giorni vicini al Natale e/o festivi a beneficio dei propri lavoranti, come conferma lo stesso signor Benigni, discendente di una famiglia di tenutari. Naturalmente, adesso un simile oggetto è ben lontano da qualunque tipo di venerazione e devozione, anzi, nelle sue veritiere sembianze potrebbe essere anche motivo di disagio averlo in esposizione. Come ho già avuto modo di dire, tali cose in cera erano molto collezionate in passato, ad oggi deprezzate anche per via del materiale deperibile, non sono affatto richieste dal mercato e quindi di difficile vendita. Valore tra i 300 e i 400 euro.


Signora Maria Raffaella Spinella, il suo proiettore 16mm degli anni 40 è stato prodotto in Danimarca dalla Kamme&Amp – Zeuton. Se funzionante,  potrebbe valere sui 250/350 euro, in caso contrario solo un tecnico saprebbe determinare il costo della riparazione e conseguentemente stabilirne la differenza in termini di valore commerciale.
Riguardo ai film muti e alle bobine – che non sono patate! – bisognerebbe sapere chi ha prodotto le pellicole, quando, e le condizioni in cui sono, tutte cose verificabili solo “de visu” e valutabili non da remoto come faccio io in questa rubrica. Ad ogni modo, a vederne da foto le confezioni, debbo immaginare siano riproduzioni degli anni 50, del valore di qualche decina di euro cadauno.


Il signor Antonio Cirnelli da Como manda in visione un bel piatto da parata (cm 42) con motivi a grottesche e testa di fanciulla sui tipi della “Primavera” di Botticelli, prodotto a Faenza. La sigla retro impressa “C.C.M.” andrebbe ad indicare il sodalizio costituitosi dal 1923 al 1949 tra i ceramisti Enzo e Francesco Castellini e Luigi Masini nella famosa città romagnola in provincia di Ravenna. Tenderei a collocare il piatto nei primi anni della loro attività giacché in seguito la compagine iniziò a siglarli con il nome societario di “Flaventia ars”. Un pezzo identico per dimensioni e tipologia, stimato 330 euro, è andato invenduto all’asta Catawiki del 2-9-2019; attualmente credo che un valore giusto possa essere tra i 200 e i 250 euro, come da quotazioni di altre aziende d’asta.


Signora Sara Orio, la sua “malconcia” bandiera italiana con asta (cm 2,40×1,70), sui tipi di quella istituita da Re Carlo Alberto di Savoia nel 1848, probabilmente risale ai primi anni del 900. Il suo valore economico è modesto giacché in cattivo stato ed anche perché mancante di riferimenti storici e/o documentali. Le bandiere da collezionismo o esposizione varia devono avere come requisito fondamentale il loro buon stato di conservazione e/o la loro storia documentata. In questo caso, quindi, stiamo parlando solo di 80/100 euro, per amanti “patrioti”.


Voglio ringraziare pubblicamente e vivamente il signor Giuseppe Biagioli da Cesena che mi permetto di definire mio affezionato decennale lettore. Insieme agli elogi – che fanno sempre piacere – egli mi ha inviato un prodotto di sua produzione: un formaggio di fossa veramente prelibato, accompagnato dalla descrizione accurata sulla sua preparazione. Lo abbraccio virtualmente, complimentandomi per la sua passione e la sensibilità avuta nei miei riguardi.


Mi permetto di definire “un gallinaccio” il signor Ettore G. di Cesena che, senza nulla conoscere di antiquariato, senza una preparazione visiva né averne le prerogative minime, scrive: “Mi occupo di materiali edili e basta, ma un amico mi ha fatto conoscere un grosso antiquario il quale mi ha fatto fare un vero affare, due “pentole” (in gergo) veneziane del 700, pensi a soli 2.000 euro e mi sono informato ne valgono perlomeno 10.000”. Letto ciò, guardo le tante immagini inviate (splendide foto nei loro particolari del davanti e del retro) e trasecolo! Signor Ettore: sono le persone come lei ad inquietarmi, ad indurmi agli improperi. Conosco laboriosi e onesti commercianti dell’antico che faticano a guadagnarsi la giornata nei mercati vendendo cose favolose a due soldi, strozzati come sono da altri commercianti o dagli oramai scaltri acquirenti, e lei che fa? Dilapida i suoi denari dando fiducia a lestofanti, compari ed imbonitori che non valgono un soldo. Le sue oramai “pentole” (cm 45×30) – che sarebbero semmai delle “ventole” – prodotte industrialmente a pantografo piatto risalgono al massimo negli anni 60 del 900, e varranno sui 120/160 euro in coppia, avendo oltretutto una doratura non “a foglia d’oro” ma “ad oro matto” (in gergo, l’alluminio colorato come il prezioso metallo) che è certamente e industrialmente di facile applicazione. Cosa dirle… di bastonare il suo amico-compare, di denunciare il grosso (o grasso grazie a lei ) antiquario, come consiglio di solito? E no! Stavolta no: penso che lei abbia tanti soldi da spendere senza curarsi di ciò che compra, e che alla fin fine sia anche giusto che degli imbroglioni possano vivere a spese dei ricchi gonzi. Ho solo una domanda: ma dove è andato ad informarsi sul “vero” valore delle due specchierine? Presso un altro “smorzo”, come in gergo si chiamano in provincia di Roma i venditori di materiali edili? Salute e saluti.


Signor Raffaele Moschella il quadro firmato dal pittore Giuseppe Ciavolino (1918-2011) è una bella tela del rispettabile artista di Torre del Greco (Na). Purtroppo, nel mercato le valutazioni delle sue opere non sono conseguenti all’arte espressa, e per questo dipinto (cm70x50) siamo nell’ordine dei 400/500 euro.
Quanto all’altra opera che manda in visione, è molto interessante, me ne comunichi le misure ed invii le immagini anche dei particolari e del retro.


Dottoressa Maria Messina dall’Università di Urbino: la sua maiolica iraniana (cm 29×39) sta a rappresentare, a mio avviso, l’ingresso di una nuova moglie nell’harem del sultano, e relativa accettazione con simbolico scambio di doni. Dalla visione del retro non propenderei per una vetusta età di fabbricazione, anche perché la maiolica non presenta sul davanti “craquelures” di sorta. Per dare un valore commerciale bisognerebbe esaminarla de visu , un valore che comunque non potrà essere certo rilevante.


Ma mancheranno mai i “capodimonte”?

Questa volta è il signor Giuseppe Aresu, nuovissimo lettore che non ha mai letto la mia rubrica, a chiedermi notizie sul marchio capodimonte inviando alla mia attenzione un vaso traforato degli anni 60-80 del Novecento (h 40cm). Anche a lui, la risposta che vado ripetendo da anni: la dizione e/o marchio afferente la manifattura “capodimonte” è stata e viene utilizzata da migliaia di fabbriche in tutto il mondo (negli ultimi anni anche in Cina) per definire un prodotto “sui tipi” dell’antica manifattura borbonica del Settecento che aveva sede appunto nel Regio Parco di Capodimonte. Questo vaso, probabilmente prodotto di una delle tante fabbriche vicentine di oggetti decorativi e bomboniere, riporta tra la corona la sigla GB che ho già riscontrato in altri oggetti ma che ad oggi non sono ancora riuscito a identificare meglio. Il suo valore come pezzo unicamente arredativo, se intonso, può essere tra i 150 e i 200 euro.


Similmente, rispondo al signor Giampaolo Q. che manda in visione due damine (h 30 cm) riportanti la famigerata e anonima N coronata. In questo caso, però, devo fare una precisazione: le due statuine, che nel modellato dei volti e delle mani non denotano maestria, presentano viceversa nelle trine e nei merletti degli abiti una tecnica virtuosa appannaggio di una prestigiosa manifattura. Potrebbero essere state eseguite da un solo modellatore specializzato in abiti ma meno abile nel realizzare fattezze anatomiche, oppure – com’è anche solito quando per creare un manufatto vengono impiegati più artigiani che si occupano di eseguire parti differenti di un unico oggetto – essere il frutto del lavoro di un personale meno preparato (per ciò che in questo caso riguarderebbe mani e volti). La datazione proponibile delle damine è metà 900, come luogo di produzione penserei alla Bavaria tedesca, che vantava eccellenze specifiche nella modellazione degli abiti, ma questo tanto per dare un’indicazione. Ciò che è certo, invece, è il valore economico che, per la particolarità detta, può assumersi tra i 400 e i 500 euro la coppia, ma questo solo in mancanza della benché minima lesione che deprezzerebbe le statuine sino al 70%.


Anche Lina Ravo possiede una porcellana industriale (cm 20×12) firmata G. Armani che riporta la sempre presente N coronata. Signora, lo scultore e coroplasta Giuseppe Armani (1935-2002) sin dagli anni 90 cedette i suoi modelli a tante manifatture del settore bomboniere, in più da decenni sono a decine le produzioni, neanche autorizzate, che propongono le sue opere (anche con cartellini fasulli allegati attestanti originalità, valore e quant’altro). In rete i prezzi sono alti ma non si vedono movimenti di vendita, come indicano bene i mercatini ove tali esemplari sono alienati al massimo sui 100 euro ai pochi acquirenti del genere.


E come sempre, un saluto a tutti e un abbraccio ai pochi.



Gennaio 2022


Auguri di buon 2022 a tutti i lettori de lagazzettadellantiquariato.it, ed in particolar modo agli appassionati della mia rubrica. Alcuni di loro mi seguono da trent’anni ed insieme a me sono invecchiati sopportando le mie considerazioni fuori luogo, le battute, e quant’altro ami abbinare alle mie consulenze. Un caloroso abbraccio a tutti.


Con il nuovo anno, invece di mitigare, peggiora sempre più il mio carattere. Sarà a causa dell’età, degli stupidi e di coloro che, pur non essendo stupidi, credono a dei cretini che ci spiegano che la terra è piatta, che il Covid non esiste, oppure sono seguaci dell’ignorante e infantile “gretathumberg” (pubblicizzata ed enfatizzata da un’informazione mediatica penosa) che indica ai potenti e alla scienza come salvare il pianeta… e così via dicendo. Il mio peggiorare, però, è colpa anche di chi – antiquario o meno – alla vista di una tazzina e di un piattino del 600-700 parla di migliaia di euro. E con ciò mi rivolgo proprio a lei signora E. Lu, che ancora dà retta a quella donnona sgargiata nei colori e nella testa, che da anni gravita nei mercati atteggiando una portentosa preparazione nel campo ceramico; a quell’asina che le ha valutato una tazzina con piattino, originale Sevres XVIII secolo, 1.200 euro, mentre può valerne solo 120/160, ed ai suoi emuli che continuano a sciorinare valutazioni senza sapere di cosa parlano. Dia un’occhiata in rete al catalogo d’asta Pandolfini dicembre 2021 (Cento tazzine da collezione), potrà ben vedere come i valori di stima siano “leggermente” più bassi e in linea con quello da me indicatole.


Signora Piera Pirovano, per risponderle in merito ai suoi oggetti di arte africana, non essendo io il perito adatto e ritenendo i due falli in bronzo (alti 180 cm) di una certa importanza, mi sono rivolto al valente collezionista e studioso Bruno Albertino di Torino, il quale ha risposto: “Trattasi di imitazioni di antichi bronzi del Regno del Benin”. Pertanto, il mio compito è solo quello di accennare al valore arredativo che direi potrebbe essere tra i 600 e i 1.200 euro; bisognerebbe saperne il peso e valutare la fusione per poter essere più precisi.


 

Il signor Maurizio Pancini invia due ceramiche. La prima è un cestello traforato che ricorda di primo impatto le ceramiche settecentesche “cineseggianti” della manifattura bolognese Rolandi e Finck, ma certamente con un decoro più rozzo e popolare abbinato ad una modesta modellazione; dovrebbe essere degli anni 50-60 del Novecento e non superare come valore gli 80 euro. La seconda è una tazza con piattino avente come marchio quello prestigioso della manifattura francese di Sevres; presenta, oltre alle tipiche L intrecciate, due CC divergenti (ad X) volute dall’allora sovrano Carlo X ad indicare un periodo compreso tra il 1824 ed il 1830, ma tali iniziali erano accompagnate o meno da un fiordaliso stilizzato, mentre nel suo esemplare ve ne sono due e ciò nei miei prontuari non risulta. Inoltre e soprattutto, a me pare che i decori del suo insieme non presentino quella grazia e quella levità espresse al tempo dalla famosa manifattura. Potrebbe trattarsi di riproduzione della fabbrica posteriore o di una copia… Non so. Ma stando a ciò che vedo il valore può essere di 120/150 euro.


Signor Giovanni Venturoli da Brescia, alla disamina delle sue maschere già mi ero accorto che presentavano sul retro dei tondini “zigrinati” da cantiere, da costruzione occidentale, e ciò mi aveva indotto verso un giudizio negativo. Ma comunque, non essendo un precipuo esperto di arte africana, mi sono rivolto ad uno dei collezionisti più validi in Italia, il dottor Bruno Albertino di Torino (abbiamo pubblicato alcuni reperti della sua estesa ed importante raccolta sulla rivista – allora cartacea – in occasione di un lungo e bell’articolo di Raffaella Tione nel Marzo 2017), il quale ha risposto: “Trattasi di riproduzioni moderne di maschere tradizionali delle popolazioni Ibo, Pende, Galoa, Lega”. E io aggiungo: i signori africani che per lavoro frequentano il nostro come gli altri Paesi, tendono, ed in parecchi, a rifilare questi “bidoncini”. Lei non è il primo e non sarà l’ultimo a cui è capitato! Naturalmente, il loro valore è solo arredativo e ornamentale: 20-30 euro a pezzo.


La signora Marina Mastronardi manda foto di una prestigiosa cassaforte austriaca Wertheim, modello Wien del 1881, con chiavi, ma arrugginita e nello stato attuale di non funzionamento. Potrebbe trattarsi di un semplice problema di ossidazione eliminabile con bagni di nafta e/o prodotti scrostanti, ma anche di un qualcosa che necessita dell’intervento di un esperto qualificato su molle di acciaio ed ingranaggi complicati, con tutte le doverose e costosissime spese. Direi tra i 500 e i 600 euro la sua valutazione così come si trova al momento.
La signora propone, inoltre, un mobiletto esagonale in copertura di paglia di Vienna, elaborato degli anni 50 del Novecento, valore 200-250, e un armadio tardo liberty degli anni 40 non valutabile se non tra i 100 e i 150 euro.


La signora Tania Colella porta alla mia attenzione quattro piatti decorati con vedute di luoghi di Napoli. Riportano scritto nel retro: “décor à la main” e una T e una C sovrapposte. A primo impatto mi viene in mente la manifattura di oreficeria e ceramica fondata nel capoluogo partenopeo nel 1862 da Alessandro Castellani (discendente di una famosa famiglia di orafi ed antiquari), il cui figlio ceramista Torquato Castellani (1846-1931), anch’egli operante in loco, usava per monogramma di fabbrica le proprie iniziali. Ma questa ipotesi di appartenenza è negata dal decoro in parte a rilievo realizzato con una tecnica “moderna” e dalla scritta a firma su ogni piatto da me non decifrata. Quindi, come oggetti arredativi, sui 200 euro tutti.


Il signor Andrea Chiurazzi da Milano ha svolto un’encomiabile ricerca su una tavoletta ad olio (cm 19×26) raffigurante San Filippo Neri. Egli, avvalendosi unicamente (purtroppo) delle informazioni tratte da internet, ipotizza che il suo piccolo quadro possa essere stato eseguito da Giovanni Maria Morandi (Firenze 1622 – Roma 1712) pittore fiorentino di nascita ma romano d’adozione, che operò nella capitale della Cristianità per tutta la sua lunga vita come grande ritrattista di papi, dell’Imperatore Leopoldo I e di tanti altri potenti personalità laiche e religiose. A riprova della sua indagine il lettore mi manda un’immagine per comparazione, e mi spiace dovergli dire che l’opera in suo possesso nulla ha a che fare con la pittura del notevole artista. Si tratta piuttosto di un ritratto da devozione popolare che non presenta crismi tali da potersi assegnare al Morandi né ad altri artisti di vaglia o a loro scuole. Posto che risalga al 700, il suo valore non può andare oltre i 300/500 euro, cornice in foglia oro compresa.


La signora A.M. amica di Pasquale Tricaro – valente restauratore di mobilia che saluto – da oltre dieci anni ancora insiste per ricevere il mio parere su un certo quadro, ed ogni tanto – per vedere se ho cambiato opinione in merito – me lo rinvia, cambiando le inquadrature. Signora, il suo quadro settecentesco era una crosta allora e tale è rimasta nel tempo nonostante lei sia devota della Madonnina di Medjugorje (sic). Rilevo che ha mantenuto negli anni un modo di scrivere abbastanza saccente e prosopopeico che la confina, oltretutto, tra le persone che non godono punto della mia simpatia, ma per rispetto dell’amico Tricaro, se lei crederà riscrivermi, continuerò a risponderle (naturalmente, sempre la stessa cosa).


 

Signora Elena Sala ricambiando gli auguri, ho da darle un suggerimento in merito a quegli astuti profittatori (e ne gravitano intorno al mondo degli orologi!) che le hanno detto che il suo “Longines” in oro anni 60-70 vale solo il suo peso in oro: li cacci via a pedate! Il suo esemplare, che sembra essere in ottime condizioni, ha – questo sì – valori di mercato altalenanti, ma comunque può collocarsi tra un minimo di 600 euro a un massimo di 1.200, dipende dalle condizioni e altro, tipo: esistenza di una ricevuta d’acquisto, scatola, ecc. Dal sito web della Maison Longines, che ha un archivio storico, gratuitamente, tramite il numero di serie impresso nel fondello, può chiedere con precisione l’anno di fabbricazione del suo modello. Su richiesta (alla voce: “richiedi un certificato di autenticità Longines”) e a pagamento (mi pare sui 100 euro) è possibile ricevere un’autentica, ma nel suo caso non ce n’è bisogno.


Signor Michelangelo, i suoi piatti decorativi hanno una storia nel marchio: Eschenbach (porcellane per casa ed alberghi) della casa bavarese Winterling AG (fondata nel 1907 a Roslau nel Fichtelgebirg in Baviera e fallita nel 2000). Una storia travagliata perché al fallimento del 2000 l’azienda è stata rilevata dalla Porzellan GmbH & CO. KG di Triptis (Turingia) fallita a sua volta nel 2004, e pervenuta infine al Gruppo Eschenbach Porzellan, sempre con sede a Triptis. Tale gruppo propone in ripetizione gli antichi modelli di catalogo. Ora la domanda è: i suoi piatti, che hanno un marchio usato dal 1945 a tutti gli anni 50, sono originali o sono una riproduzione degli anni 2000? Nel primo caso valgono sui 150 euro, nel secondo la metà.


Signor Enrico Manenti, ho preso visione del suo quadretto (cm 23×32) del pittore Antonio Manuel da Fonseca (1796-1890), artista al seguito del Re del Portogallo, valutato “all’epoca della vecchia lira” dal catalogo Bolaffi – che mi spiace dire non costituisce alcun riferimento e non ha alcun valore di rispondenza – sei milioni. Ai nostri giorni (e coi tempi che corrono poi) né il pittore né l’opera possono avere una stima che superi la semplice curiosità per un oggetto iconografico e datato. E così stando i fatti, sui 500/700 euro è il valore massimo, almeno qui in Italia.


Signor Roberto Sambo, lei manda in visione una riproduzione della “Coppa nuziale Barovier”, capolavoro dell’arte vetraria del Rinascimento (1470-80) esposta al Museo del Vetro di Murano. La tipologia, oramai da regalo di nozze, è riprodotta non solo dalla Barovier & Toso ma anche da altre vetrerie. Le misure delle coppe comunemente in vendita (in negozi e in aste) sono: 18 cm di altezza x 20 di diametro, mentre l’esemplare da lei propostomi – oltretutto correlato a una scritta non presente negli originali – misura cm 20×21. Le coppe in vendita vanno dagli 800 euro sino ai 1500: ma la sua? Chi l’ha prodotta e quando? E’ cosa da stabilire con costose analisi e non ne vale la pena, e ciò ad onta del cartellino pseudo certificato che l’accompagna e che nulla certifica giacché che per me ed altri non ha né può avere alcun valore di corrispondenza. Comunque lei potrà sempre venderla alle condizioni delle altre che non possono certo essere – essendo oramai riproduzioni seriali- superiori per qualità alla sua.


Signor Daniele Zanutti, sì, la sua sculturina in bronzo si rifà a modelli classici partenopei, ma il modellato ha uno svolto modernissimo e la scritta incisa “Amore” (da cui lei ipotizza “un amorino”) è a mio parere da riferirsi forse alla firma di Antonio Amore (1918-2010). L’artista, nato a Catania, soldato in Africa, dopo gli eventi bellici trascorse nel dopoguerra una decina d’anni a Roma dove si formò artisticamente per poi trasferirsi ad Oristano, in Sardegna, dove visse e operò per tutta la sua lunga vita.
Il bravo autore purtroppo non viene trattato nei canali addetti ed ha mercato collezionistico nella sola Sardegna. Il valore dell’esemplare in suo possesso è quello di un buon bronzetto, quindi non meno di 500 euro.


Signor Andrea Gandini, la sua statuina firmata (cm 34×18) non ha a mio avviso i canoni per poter essere assegnata al ceramista e pittore Giovanni Franceschelli detto Donatino da Celenza (1909-1958). L’artista operò come scultore nella modellazione di ritrattistica, nel religioso e nel monumentale. Non ho alcuna notizia per ciò che concerne il campo della figurazione di statuine e similari. In più nella figurina in suo possesso non noto canoni artistici di rilievo, e la stessa firma incisa non corrisponde. Nel collocarne la produzione alla metà del 900, le assegno un valore di 80/120 euro, se intonsa.


Nell’affrontare il quesito alla signora Vera Demina intendo al contempo rispondere anche al dottor Mino Paoli (oli di Edgardo Pinnone) e alla famiglia Picardo (quadretti con fiori di tale Giusy Incoronata).
Innanzitutto signora Vera, quando nel retro dei quadri trova stampate dichiarazioni di autenticità corredate da valutazioni di cataloghi tipo: Comandini – Bolaffi – Quadrato, ecc., deve prestare attenzione. Queste aziende inseriscono a pagamento nelle loro pagine le opere degli artisti trascrivendo le quotazioni dettate dagli stessi inserzionisti e dalle gallerie, si prestano a fuorvianti informazioni per l’acquirente, il quale crede di acquistare opere di nomi quotati e invece si può ritrovare con quadri che non valgono niente se non il piacere di averli. Nel suo caso, signora Vera, addirittura la sedicente scomparsa galleria d’arte il Cenacolo in Via Latilla n.10 a Napoli dichiara nel retro, con tanto di timbro e scarabocchio – falsamente e con imbroglio – che l’opera dalla stessa venduta (250 mila lire) si sarebbe rivalutata del 30% annuo! Per di più, i quadri inviati alla mia attenzione non sono neanche oli o tempere ma fotolito e serigrafie, cioè nulla di che. Si figuri che le opere realizzate in tali tecniche, a meno che non abbiano specifiche documentazioni allegate, non sono apprezzate sul mercato neanche se firmate da artisti di fama nazionale ed internazionale, figuriamoci se firmate dai “Ciaurro” o dai “Melani” – come si chiamano gli sconosciutissimi autori delle sue. Quindi, neanche parlerei di quotazioni ma, sono spiacente, solo di valori reali di grafiche che raggiungono poche decine di euro ognuna, utili a livello arredativo e piacendo simili cose.


Signor G.O. da Milano centro, esistono vari personaggi che gravitano nei mercatini dell’antico spacciandosi per me. L’“antonelloferrero” che ha conosciuto un mese fa al mercato dei Navigli non sono certo io, che manco dalla sua città da una decina d’anni. L’individuo in questione è un personaggio equivoco di basso spessore culturale ma fantasioso parolaio, si tinge variamente i capelli sporchi ed è mal vestito.
Lettori tutti! Vi invito ad ignorare o anzi meglio a chiamare affinché provveda, il più vicino canile municipale (se soggetto mancante di medaglietta e/o microchip) per prelevare chi nei mercatini o nelle manifestazioni attinenti l’antico in genere si dichiari essere il Ferrero esperto della Gazzetta dell’Antiquariato.


Signora Kanotosa, sinceramente non ho mai visto figure di Meissen alte 50 cm, ma se lei così dichiara… Il marchio è quello classico, ipotizzo primi decenni del 900 sino al 50. Senza alcun difetto e rottura, e in ragione delle misure desuete ed imponenti, il loro valore si aggira sui 2/3000 euro per la coppia.


Signora Elena Lalli Pan, non sono un esperto di arte cinese e tanto meno di quella specifica vascolare, però so con certezza che il dittatore e criminale Mao Tse-tung (milioni di persone uccise in vari modi e annichilimento di tutta la cultura e l’arte “imperiale” dell’antica Cina: un genocidio con roghi di libri e distruzione di tutte o quasi le opere d’ingegno, arte e artigianato ad opera delle Guardie Rosse) aveva decretato così tante distruzioni di manufatti che nei dintorni di Pechino – e per citare solo un caso – vi sono delle colline ricoperte di terra create da tonnellate di reperti ceramici rotti e dove ora scavano per recuperarle in parte (con cantieri chiusi e nella segretezza degli apparati comunisti di governo). Inoltre sono altrettanto informato del fatto che con l’avvento della Repubblica maoista, ed in un pentimento tardivo, si organizzarono delle fabbriche di Stato per copiare con antiche tecniche i vecchi manufatti d’arte e artigianato distrutti e richiesti in tutto il mondo da sempre. Questo per dirle che solo grandi esperti possono accertare la datazione dei pezzi, soprattutto se di alta dinastia, particolarità e bellezza come i suoi che, se autentici, varrebbero cifre iperboliche. Le consiglio, onde non buttare via soldi, di rivolgersi a delle case d’asta di livello come Sotheby’s, Christie’s o Dorotheum che hanno esperti e clientela giusta. E a tal proposito pubblico una ciotola smaltata verde come la sua, Periodo Song (meridionale), frammentata e restaurata (frutto sicuro dei recuperi posteriori alle distruzioni maoiste). Proposta all’asta Massol presso l’Hotel Drouot di Parigi nel 2012, questa ceramica Manifattura Xiu Nei Si stimata 2.000-2.200 euro è stata venduta, mi pare, intorno ai 5000, e viste le condizioni i cui è, si figuri a che cifra può arrivare una ciotola intatta ed egualmente autentica.


E parlando della necessità di essere un esperto, risponderò al professor Sante Rossi, perché pur non essendo un perito precipuo della ceramica tedesca del XIX e XX secolo (con il termine voglio indicare anche la porcellana e l’arte coroplastica tutta) posso affermare che il campo sia tra i miei maggiori di studio, uno di quelli nei quali ritengo di avere una solida preparazione; una conoscenza tale, purtroppo, da poter confutare in toto i suoi giudizi ed apprezzamenti in merito alla cosiddetta tipologia di Neundorf (o Porzellan Manifacture Neundorf). In effetti, non si tratta di una fabbrica ma di una società di importazione, la Antik-2000 GmbH della città bavarese di Waging Am See, che aveva “quattro negozi di fabbrica”, degli outlet in realtà, dove vendeva articoli vari di artigianato ed arte di basso costo importati variamente dai paesi asiatici. Col nome Neundorf operavano anche altre società in Belgio e nei Paesi Bassi, alienando dai mobili decorati ai dipinti alle ceramiche. Quindi, riassumendo e venendo al quesito: le ceramiche da lei collezionate, professor Santi, non provengono da una fabbrica singola, né tanto meno da una tedesca, sono manufatti asiatici con marchi fatti a piacimento e/o su ordinazione che, conservando la dizione Neundorf (più o meno, a volte addirittura storpiata nelle lettere di composizione) utilizzavano, abbinandole, parti di marchi famosi come Sevres, Meissen, Ludwig “condite”, a volte, con diciture come “Porzellan Original Germany”, e sui cui lei – mi perdoni – dà fantasiose ed esilaranti spiegazioni. Pubblico solo alcuni dei marchi di tale tipologia, vedrà che in parte corrispondono a quelli dei suoi reperti, e aggiungo che ne esisteranno sicuramente altre decine di simili, e che comunque i miei studi in proposito, come quelli di altri, non potranno mai essere esaustivi riguardo a tali tipologie.


Dottor Michele Zampelli la ringrazio innanzitutto per l’elogio. Venendo alla sua specchiera scolpita in legno e foglia d’oro (m 1,95×1,25), dalle esaurienti foto del davanti e del retro evinco che unisce nella cimasa e ai lati un decoro baroccheggiante di fine Settecento ad una cornice classica di gusto e fattura più recente, primi decenni-metà Ottocento, in cui è racchiuso uno specchio al mercurio confacente. Quindi si tratta di un bel matrimonio, frutto di una produzione provinciale ottocentesca e/o realizzata da vecchie maestranze che usavano rimanenze, parti rimaste in bottega di vecchie cornici, su cui costruivano poi altri elementi. In ogni caso un soddisfacente lavoro di artigianalità italica. E siamo, per mia valutazione, sui 2.000/2.500 euro (essendo oramai vere rarità), ma nell’attuale mercato al profondo ribasso vale non più della metà e anche meno, così nello stato espostomi.


Signora Rosa Milella il suo cavallo in ceramica (cm 33x29x10,5) firmato Gambone (Bruno Gambone 1936 – 26 settembre 2021) grande ceramista di Vietri sul Mare, subisce da anni ampie e variegate valutazioni nel mercato. E proprio nella tipologia del suo pezzo, che è degli anni 70, la misura standard di 19 cm di altezza nelle aste va dai 100 ai 400 euro, il suo esemplare di quasi il doppio nelle sue misure, è pochissimo conosciuto, e mi ricordo vagamente una vendita d’asta di anni fa intorno ai 1.200 euro. Ma… stranamente, la sua ceramica è firmata solo Gambone e non Bruno Gambone come usava l’artista. Non so cosa altro dirle se non che comunque – come tutto oramai – nel campo antiquariale collezionistico è di difficilissima vendita.


Signor Jacopo Nannoni, il suo quadro (cm 45×60) firmato e datato 1875 da autore a me e ai miei testi sconosciuto: A. Testi, raffigura un passionista – prelato dell’Ordine della Congregazione della Passione di Gesù Cristo fondata nel 1720.  Il dipinto non presenta i canoni dell’opera d’arte di pregio, e dunque compresa la cornice in pastiglia può aspirare ad una valutazione di 250-300 euro, per arredamento sommario.


Signora Rita Pareschi, le sue tavolette con putti (cm 31×24 circa), non possono essere ascritte al Francois Boucher (1703-1770) o a sua scuola o ambito, un pittore realista classico con svolti pittorici di sfondo conseguenti. Piuttosto mi ricordano alcune opere nella cerchia di Jean-Jacques Bachelier (1724-1806) ma anche qui con particolari, diciamo, più semplici e stilemi di non alta levatura. Si parla di opere, bozzetti, prodotti anche nell’800 e financo nel 900, come anche si evince dalle cornici a foglia di modesto spessore (ma queste potrebbero essere state aggiunte). V’è infatti in ambedue le tavole una succinta descrizione pittorica e un abbandono alle macchie e al non compiuto tipici delle opere create per fare da fondali a scene teatrali oppure essere venduti come affreschi decorativi sui tipi “francese del XVIII secolo” in aste, in negozi e altrove. Mi intenda bene però, io sono un perito che visiona da foto inviatemi (nel suo caso anche brutte) e non ho quindi gli strumenti necessari alla disamina puntuale: la visione della tela, del telaio, delle cornici, dei colori e loro stesura ed altro. Il mio è un parere a distanza e vale appunto come tale. Collocandole come opere arredative di buon gusto e dovendone dare una stima, indicherei – ai sensi di quanto scritto e quanto dettato dal mercato per opere del genere – sugli 800/1.000 euro la coppia.


Il signor Carmine Buia di Perugia vorrebbe vendere ad un buon amico una litografia offset in acetato trasparente su cartoncino (cm 69×87) eseguita dalla Plura edizioni nel 1971 per l’artista Mario Schifano (1934-1988) in 500 esemplari numerati e firmati a mano dall’autore. Si tratta di una serie di fotogrammi incorniciati con la scritta traversale “Intitolata Nancy R.”, omaggio del pittore raffigurante in varie pose la principessa artista e fotografa Nancy de Charbonnier Ruspoli, sua amica e consulente. Mi si chiede di indicarne un prezzo equo e al di là delle quotazioni che si possano raccogliere nel mercato della rete. Ebbene, il valore della litografia, signor Carmine, si attesta nel mercato odierno tra i 400 e i 1.000 euro, ma è di difficile vendita. Ritengo che 500 euro siano un corretto prezzo di alienazione quando, come nel suo caso, l’opera sia corredata da numero di tiratura (126), presenti sul retro il timbro della editrice e sia fornita di ricevuta della Galleria ove fu comprata a 500 mila lire nel 1974.


E come sempre, un saluto a tutti e un abbraccio ai pochi.