Arti decorative Rubriche 

Manzù – Fontana. La spiritualità condivisa di due artisti agli antipodi

Dopo gli orrori della Seconda Guerra mondiale il tema della rappresentazione sacra diviene oggetto di dibattito artistico internazionale e fonte di revisione iconografica da parte della Chiesa.
Già all’inizio del Novecento l’evangelizzazione dei popoli attraverso l’arte trovava dinanzi a sé ostacoli, limiti che ancor di più si evidenziarono dopo gli eventi bellici, una volta che a tutti fu chiara la portata degli atti crudeli e inumani perpetrati durante il conflitto.
Di quei tragici anni, due eventi su tutti avevano scosso particolarmente il mondo: lo sterminio degli Ebrei da un lato e l’uso della bomba atomica dall’altro; fatti gravissimi che da subito influirono fortemente sulle coscienze, mettendo in discussione e a rischio il concetto stesso della fede. A tanta barbarie materiale e morale, intellettuali, poeti ed artisti risposero ciascuno secondo la propria sensibilità, contribuendo al formarsi di una nuova dimensione spirituale che si mostra attraverso le opere. I più intimamente colpiti arriveranno a formulare il concetto di “morte dell’arte”.

Dialogo plastico fra due grandi del Novecento, protagonisti della scena artistica del dopoguerra. Gli anni in cui prese vita il dibattito intorno al nuovo modo di vivere e rappresentare la fede

L’iconografia sacra, in particolare, risentirà fortemente del nuovo clima. Da allora in poi, infatti, molti saranno gli artisti che affronteranno i temi della trascendenza partendo dalla crudezza della realtà storica portavoce di sgomento, rabbia, sconforto e interrogativi senza risposta.
Originò da questo, il lungo percorso evolutivo che nei decenni successivi portava la Chiesa a interrogarsi sul significato evangelico dell’arte sacra e al dibattito in merito al ruolo che essa avrebbe dovuto assumere nel futuro. La lunga riflessione porterà alla revisione di alcuni dogmi e alla nuova visione, ancora oggi in divenire, che mira a considerare l’opera d’arte non solo come mezzo finalizzato ad evangelizzare ma anche come strumento attraverso il quale esprimere la vicinanza della Chiesa alle problematiche dell’uomo contemporaneo. Valga da esempio concreto la recente collocazione del “Cristo operaio” dell’argentino Alejandro Marmo nei Giardini Vaticani, un “luogo sacro” dove tradizionalmente trovano posto le sculture dei grandi maestri del passato.

Le ragioni della comunanza

Nel contesto storico del dopoguerra, l’apertura verso le espressioni contemporanee di arte sacra, il loro accoglimento anche in termini sociali e di identificazione con i fedeli, porta il Vaticano ad avvicinarsi all’opera di artisti dal linguaggio nuovo che nell’esplicazione del sacro rivelano originalità e spregiudicatezza; tra essi, lo scultore Giacomo Manzoni, in arte Manzù (Bergamo 1908 – Roma 1991), che con lucidità di pensiero e pratica di fede stabilirà col Vaticano un dialogo durato per sempre, e il maestro Lucio Fontana (Rosario 1899 – Comabbio 1968), che parteciperà al dibattito sulla rappresentazione della spiritualità proponendo opere intimamente connesse al suo originale modo di fare arte, laico e informale.
I due artisti, profondamente diversi per origine e formazione, entreranno in contatto contribuendo ognuno a suo modo a cambiare il corso del sacro.
Molti critici in passato hanno opposto Fontana a Manzù come il nuovo rispetto al passato. La sorpresa, invece, è scoprire che entrambi espressero una certa contemporaneità nel seguire il sentiero della trascendenza: Manzù fu scultore ispirato dalla fede del tutto in linea col suo tempo proprio come lo fu Fontana, artefice di un’interessante plastica sacra innovativa e laica, rimasta poi in ombra rispetto all’opera pittorica e scultorea che tutti conosciamo.
Già negli anni Trenta, quella della Milano di “Corrente”, Manzù e Fontana avevano condiviso una linea di ricerca artistica in contrapposizione alla retorica monumentale del regime, ed espresso una certa vicinanza alla maniera visiva di Medardo Rosso.

Sul finire del decennio, entrambi, come tutti gli artisti sensibili a ciò che li circonda, anche loro si interrogano sul futuro, avvertendo l’imminenza della tragedia che di lì a poco si sarebbe compiuta. Ma è Manzù per primo a portare nelle sue opere sacre la riflessione circa l’assenza di umanità che caratterizza il momento storico; nel 1939, autonomamente, senza cioè aver ricevuto committenza alcuna, prende a sviluppare il tema della Passione di Cristo. Le prime formelle di un percorso che si chiuderà nel 1943, vengono esposte a Milano nel ’41 suscitando scandalo, giacché in esse la Passione viene iconograficamente espressa in maniera del tutto non canonica.
Scoppiata la guerra, i due artisti si perdono di vista: Manzù rimane in Italia, Fontana nel 1940 emigra in Argentina; entrambi però, a cavallo tra i due decenni, partecipano a due importanti commesse ecclesiastiche: Manzù all’assegnazione per la realizzazione delle porte di San Pietro nel 1949, Fontana a quella per le porte del Duomo di Milano nel 1950. Per il primo, l’incarico rappresenta la possibilità di emergere in ambito internazionale come scultore del Vaticano, e allo stesso tempo si presenta come l’opportunità che aspettava per riscattarsi dall’accusa di eresia del 1941. Per il secondo, l’invito a partecipare al Concorso è il ricono­scimento ufficiale del suo lavoro come scultore – messo alla pari degli altri invitati: Manzù, Marini e Messina – e l’occasione di confrontarsi con un’alta committenza istituzionale quale quella della Veneranda Fabbrica del Duomo.
Soprattutto in queste due circostanze, l’esigenza di fare propria la storia sacra accomuna i due maestri che non solo condividono la necessità di rappresentare la spiritualità in modo nuovo, ma quasi si sfidano artisticamente nello svolgimento di un tema ristretto dalla liturgia, dando luogo alla scoperta di nuove possibilità espressive.
Proprio nel confronto col sacro, col tema della fede ricondotta alla storia, e nel desiderio di rinnovare in senso contemporaneo antiche iconografie, sta l’elemento cardine che avvicina Manzù a Fontana.


Una mostra due sedi

Lo scorso dicembre si è aperta al pubblico Manzù. Dialoghi sulla spiritualità, con Lucio Fontana, una doppia mostra che coinvolge due sedi: il più noto Museo Nazionale di Castel Sant’Angelo a Roma e il meno conosciuto Museo Giacomo Manzù ad Ardea.
Le esposizioni, curate da Barbara Cinelli e Davide Colombo con l’ausilio di un importante comitato scientifico, accomunano le figure dei due artisti sotto il segno del sacro, pur non forzando un impossibile rapporto visivo tra loro. La parte dedicata esclusivamente a Manzù è allestita a Roma, quella dedicata a Fontana, è esposta ad Ardea e dialoga con le opere già presenti nella casa museo. La sezione visibile nelle stanze cinquecentesche del Castello, entra in contatto con l’antico monumento occupandone le sale affrescate; la sezione allestita al Museo di Ardea mette direttamente a confronto i due artisti: le opere di Fontana, sistemate tra quelle di Manzù in permanenza.
Il motivo di una mostra che vede uniti nello stesso progetto due sedi lontane geograficamente e fortemente distinte, è spiegato da Edith Gabrielli, direttrice del Polo Museale del Lazio che ha in gestione entrambi i musei: «Alla base vi è il desiderio di proporre al pubblico dell’arte, e almeno in questo caso della spiritualità, percorsi nuovi e per certi aspetti addirittura imprevisti. Ma non si tratta solo di questo. Concepire la mostra in due sedi di pari livello significa andar oltre, superare il tradizionale rapporto di sudditanza, o se si vuole di centro-periferia, che normalmente Roma con la sua obiettiva grandezza detta, impone alla provincia e all’intero Lazio. Alla base – continua la direttrice – vi è l’idea fondante del Polo Museale, che è quella di ‘fare rete’ per davvero, non in teoria. Ovvero di realizzare un’idea di tutela e valorizzazione integrate».

Presso il Museo Nazionale di Castel Sant’Angelo si possono ammirare 35 sculture di Manzù: dal ciclo dei bassorilievi Cristo nella nostra umanità ad alcuni esempi dei rilievi eseguiti per la porta della cattedrale di Rotterdam nel 1965. Nella Sala dell’Apollo trovano posto in modo scenografico alcuni grandi Cardinali. Lungo il percorso, visibili anche due dei vetri incisi che il maestro realizzò per l’amico Monsignor Giuseppe De Luca, una delle figure centrali nel dibattito sull’arte sacra.
Il Museo di Ardea accoglie 30 fra sculture e disegni di Lucio Fontana. Significativi, fra gli altri, due bozzetti e una formella per la Porta del Duomo di Milano e una serie di altri importanti lavori concessi in prestito dalla Veneranda Fabbrica del Duomo. Nel complesso, è questa un’occasione unica per accostare dal vero le opere dei due artisti, riflettere in merito alle differenti soluzioni linguistiche in merito al comune tema del sacro, e poter constatare quanto esse risultino essere significative per la storia dell’arte sacra del Novecento.

Manzù. Dialoghi sulla spiritualità, con Lucio Fontana – Fino al 5 marzo 2017
Sedi espositive: Museo Nazionale di Castel Sant’Angelo Roma – Lungotevere Castello, 50
Museo Giacomo Manzù Ardea (RM) – Via Laurentina km 32 Orario: tutti i giorni 9-19.30
Visite guidate sabato e domenica in entrambe le sedi: ore 11, 12, 16 e 17
Biglietto: Museo Castel Sant’Angelo, 13 euro intero, 6,50 euro ridotto; Museo Giacomo Manzù, gratuito
Catalogo Electa
Info e prenotazioni: Tel. 06.32810 – www.gebart.itwww.polomusealelazio.beniculturali.itwww.mostramanzu.it


Giacomo Manzù. Il Museo e la Fondazione

Il Museo Manzù si trova ad Ardea fra le provincie di Roma e Latina. L’edificio è circondato da un grande giardino dove è sistemata la tomba dell’artista. Aperto nel 1981, fu concepito nel 1965 per volontà della moglie, Inge Schabel affiancata dal Comitato Amici di Manzù (formato, fra l’altro da Cesare Brandi e Alexandre Rosenberg), il cui statuto fu sottoscritto nel 1966. La Raccolta in esso custodita fu donata dallo stesso Maestro allo Stato Italiano. Si tratta di opere che ripercorrono l’intera storia artistica dello scultore dagli anni Venti fino ai suoi studi sulla luce e sulla plasticità delle forme: una novantina di sculture – quasi tutti bronzi, due grandi opere in ebano, una scultura in alabastro ed un bassorilievo in stucco – timbri, coni, medaglie, oltre ad una collezione di trecentotrenta opere grafiche.
Fra i temi più interessanti si segnalano quelli legati alla danza, come Passo di danza, e gli insiemi di schizzi, disegni e sculture legate al tema femminile. Di grande effetto il gruppo degli Amanti in bronzo che rappresenta l’opera principale del “ciclo” degli Amanti, iniziato nel 1965. La collezione annovera anche i bassorilievi preparatori per le porte in bronzo del Duomo di Salisburgo (la porta dell’Amore) e per quello di Rotterdam (la Porta della Pace e della Guerra).

La Fondazione Archivio Giacomo Manzù, istituita nel 2009 per volontà della moglie Inge e dei figli Giulia e Mileto, è sita sul Colle Manzù, ultima residenza dell’artista, collocata vicino ai luoghi, allora selvaggi, teatro della leggenda di Ulisse.
In via eccezionale, in occasione della Mostra “Manzù. Dialoghi sulla spiritualità, con Lucio Fontana”, si può visitare lo studio lasciato intatto dagli eredi.
L’atelier si presenta un luogo accogliente e un’officina ancora attiva, in cui sono presenti fotografie di famiglia e attrezzi del mestiere. Sparsi sui tavoli da lavoro, ancora si conservano libri da consultare, articoli di giornale e opere in fase di elaborazione. Tra gli altri nomi, posò in questo studio l’illustre cardiochirurgo Christian Barnard, venuto appositamente ad Ardea da Città del Capo.
Fondamentale per la ricostruzione della vicenda umana e professionale dell’artista, è la biblioteca, sempre a Colle Manzù, dove sono stati ordinati i suoi libri, fonte di conoscenza artistica e d’ispirazione, sede anche dell’archivio epistolare e dell’archivio fotografico dello scultore.
Dal 2016 presiede l’attività della Fondazione un Comitato Scientifico costituito dalla curatrice della mostra Barbara Cinelli (Storia dell’arte contemporanea, Università degli Studi di Roma Tre), da Flavio Fergonzi (Storia dell’arte contemporanea, Scuola Normale Superiore di Pisa) e Carlo Sisi (Fondazione Cassa di Risparmio di Firenze) insieme a Giulia Manzoni, Presidente, e a Inge Schabel Manzoni oggi Presidente onorario della Fondazione Giacomo Manzù.
È in corso di realizzazione, sotto la supervisione del Comitato Scientifico, il catalogo ragionato delle sculture tra il 1927 e il 1965 a cura di Chiara Fabi e Laura D’Angelo, che sarà consultabile online.

Fondazione Giacomo Manzù
Colle Manzù – Aprilia (LT), via Apriliana 1
Tel. 335.5328894 – archivio@giacomomanzu.comwww.giacomomanzu.com

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