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Umbertide new wave. Ceramiche Pucci

Ceramiche Pucci
Fantasia e leggerezza nel dopoguerra

Già alla fine degli anni ’40, gioia di vivere e fantasia decorativa trovano compimento nelle arti applicate ad uso dell’emergente classe media. Oggetti dalle forme eclettiche, inclini talvolta al naïf, irrompono sul mercato arricchendo di colore le case, le stesse case da cui usciranno nel corso dei decenni successivi perché superati dalle nuove mode che incalzano, dalle scoperte di materiali che aprono orizzonti alternativi, dalle avanguardie artistiche che sempre influenzano il gusto. Riposti nei cassetti, spediti per un po’ in soffitta, quegli stessi oggetti tanto poco ‘intellettuali’ sono già tornati alla ribalta, rivalutati non solo perché strettamente legati a un periodo storico preciso, ma perché riconosciuti manufatti di pregio, pezzi dall’accurata lavorazione che meritano un posto nella storia delle arti applicate. Già da tempo i collezionisti più attenti hanno colto l’originalità delle ceramiche anni ’50 ed apprezzato tra esse le gradevoli proposte della manifattura Pucci di Umbertide. In questi anni in cui, grazie ai tanti mercatini dell’usato e alle vendite on line, le persone si liberano con disinvoltura dei loro oggetti ‘datati’, molti esemplari della storica manifattura umbra si rendono disponibili a prezzi ancora molto contenuti, per la gioia di quanti amano il disimpegno decorativo di cui il marchio si fece paladino.

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Nel complemento d’arredo, così come in altri settori, gli anni ’50 esprimono il desiderio di guardare avanti dopo gli orrori della guerra


L’origine dell’azienda ad opera dell’ingegnere Domenico Pucci è strettamente legata alla più nota produzione di Umbertide, quella di Settimio Rometti, già presente nella cittadina dal 1927 ed apprezzata per aver espresso in epoca fascista l’alta cifra decorativa di un misurato razionaslismo, attraverso prodotti in serie e pezzi unici disegnati da membri delle avanguardie artistiche. L’ingegnere Domenico Pucci nel 1934 entra come socio della “Ceramiche Rometti Umbertide” in un momento di dissesto finanziario dell’azienda e guida la sua trasformazione prima in SACU (Società Anonima Ceramiche Umbertide) poi in SACRU (Società Anonima Ceramiche Rometti Umbertide, dal 1936). Quando nel 1942 Settimio Rometti decide di uscire dalla SACRU per fondare di nuovo una ditta sua (la Rometti Settimio Fabbricazione Ceramiche Artistiche) inizia un periodo di transizione che vede attive in paese due aziende ceramiche separate che si avvalgono entrambe di marchi in cui compare il nome Rometti. Negli anni seguenti esse sforneranno una produzione analoga se non identica fino a quando, nel 1947, la società SACRU, ponendo fine alla confusione tra le due ditte, cambia la ragione sociale e prende il nome del suo maggiore azionista e amministratore. Il 1° maggio del 1947 nasce ufficialmente la Società a responsabilità limitata “Ceramiche Pucci Umbertide”.

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Puntare sul made in Italy

Come già in precedenza per le altre due aziende, Domenico Pucci conduce con abilità e lungimiranza la nuova impresa, traghettandola fuori dalla crisi del dopoguerra. Nel 1947 l’oggettistica voluttuaria è scarsamente richiesta. Gli italiani spendono quel che hanno prima di tutto per i beni necessari mentre il Governo è più incline a sovvenzionare la grande industria per la ricostruzione piuttosto che il piccolo artigianato sofferente per l’incremento dei costi. Nonostante ciò, l’ingegner Pucci guarda avanti con ottimismo. Tiene presenti le esigenze di mercato ma non dimentica la composizione azionaria della sua impresa – una cittadinanza orgogliosa di portare avanti la sua tradizione artigiana ed essere artefice del benessere economico del luogo. Nel corso dei primi anni ’50 Domenico Pucci punta sull’innovazione: apporta modifiche tecniche nello stabilimento, diversifica le linee di prodotto, mantiene gli standard di qualità e migliora la distribuzione. Più che al mercato italiano, guarda a quello europeo, soprattutto a quello americano; si reca oltreoceano in cerca di corrispondenti per la vendita, di negozi cui saranno destinate le ceramiche che escono dalla fabbrica con il marchio “Ceramiche Pucci Umbertide – made in Italy”. Il prodotto Pucci, commercializzato attraverso una rete di rappresentanti, è promosso anche partecipando ai maggiori eventi del settore: fiere campionarie (di Milano, del Levante a Bari) e mostre in Europa, America, Asia. L’obiettivo primario è sostenere e contrastare la concorrenza soprattutto francese e tedesca. Ogni anno, in previsione delle fiere, vengono preparate nuove collezioni, campionari che presentano forme orientate al gusto del momento, mentre una precisa strategia aziendale porta a diversificare il prodotto in funzione della fascia di mercato: da un lato, singoli oggetti arredativi (vasi, centrotavola…) insieme a servizi raffinati e funzionali (per la tavola, il caffè…), dall’altro articoli studiati per accompagnare le confezioni de Lux delle maggiori industrie dolciarie: Perugina, Motta, Pernigotti. Per poter offrire gamme di prezzi differenti, gli oggetti vengono creati nella medesima forma ma in varianti decorative che ne fanno aumentare il pregio: quelli che presentano oro e smalti speciali, richiedenti la terza fase di cottura, costano di più. In questo modo l’azienda riesce ad essere più competitiva della sua rivale cittadina, la Rometti, presentando la medesima qualità.

Niente impegno: siamo Pucci

Anche sul piano estetico le scelte dell’azienda sono ben precise. A differenza della Rometti e di altre ditte italiane – ad esempio la ligure Albissola – la Pucci non rivolge la sua attenzione anche a prodotti slegati dalla destinazione d’uso (oggetti autonomi, spesso pezzi unici disegnati da noti artisti), ma rimane sostanzialmente fedele alla funzionalità del pezzo, ovvero al manufatto di arte applicata legato a uno scopo pratico. Solo negli ultimi anni si riscontra la presenza di qualche opera fine a se stessa. Oltre alla funzione, rimarrà costante nel tempo la ricerca di soluzioni armoniose e aggiornate che possano facilmente incontrare consensi tenendo comunque presenti le nuove istanze artistiche contemporanee. Il desiderio è quello di assorbire un po’ tutte le tendenze ma soprattutto, e molto più semplicemente, è quello di seguire il gusto del pubblico, orientato in quegli anni alla ricerca di spensieratezza fuori e dentro casa. Nel periodo di maggiore successo dell’azienda, il versatile decennio ’50 nel quale i mobili lineari convivono con l’estrosa oggettistica d’arredo, Pucci propone suppellettili dal design efficiente ma anche fantasioso e ludico; forme utili e piacevoli combinate talvolta secondo le indicazioni della corrente che all’epoca contrappone ai movimenti razionalisti e funzionalisti la tendenza definita organica (APAO Associazione per un’Architettura Organica fondata a Roma nel 1944). La ritroviamo proposta nella sagoma stessa degli oggetti a forma di: zucche, tralci di vite, animali…, e nelle morbidezze di modellati che presentano protuberanze, nastri, spirali, riccioli e piccoli elementi zoomorfi applicati che non fanno perdere all’oggetto la sua praticità, il tutto accompagnato da una studiata scelta cromatica di smalti vivaci e sofisticati. Anche tra i motivi rappresentati in superficie troviamo ampia gamma di scelta: dai decori floreali e fitomorfi più o meno stilizzati, alle visioni astratte o lineari; dalle zone campite da smalti rossi, verdi, neri, ai disegni più fantasiosi e irreali come le toppe cucite. Poche, le raffigurazioni umane a tutto tondo, tante le piccole strutture architettoniche che indulgono a un’ambiguità ironica: casette, botti, ombrellini, navicelle, fazzoletti annodati, mulini a vento, sagome di macchinine…, e tutte atte a contenere qualcosa.


Alcuni temi decorativi ripetuti in forme differenti rendono immediatamente riconoscibili le ceramiche Pucci: la rete, la ragnatela, le foglie autunnali, i ragni applicati sul manufatto


Le tre fasi delle Ceramiche Pucci

Anche se in totale si parla di soli 15 anni di attività – dal 1947 al 1962 – è possibile individuare alcune differenze ispirative che inducono a suddividere la produzione Pucci in tre fasi.

Fine anni ’40 inizi ’50. In questo primo periodo i modelli Pucci non brillano per originalità. L’artista-ceramista Dante Baldelli, che in particolare aveva influenzato la produzione degli anni ’40 nel periodo di coesistenza dei marchi SACRU e Rometti, lascia un’impronta che si ripete in manufatti del tutto simili in entrambe le manifatture. A distinguerle, dunque, è soprattutto il marchio riportato sotto la base. Nel decoro prevalgono motivi geometrici, sequenze di fasce e poca gamma di colori; un gusto eclettico combina figure plasmate a elementi vegetali disegnati, e per un breve periodo compare anche il marchio “Pucci già Rometti”.

Pieni anni ’50. Alla metà del decennio la Pucci emerge tra le ditte umbre per le sue soluzioni fantasiose che trasmettono modernità e non guardano mai alla tradizione passata, non propongono mai il revival decorativo. Mentre in generale il design italiano si fa conoscere al mondo veicolato da mostre soprattutto negli Stati Uniti (MoMa di New York), anche le piccole manifatture ceramiche si giovano del crescente interesse straniero. La Pucci, apprezzata per l’estro creativo e i prezzi contenuti, avvia un’intensa attività di esportazione. Forme fantasiose e morbide, smalti vivaci, stilizzazione equilibrata, segnano il successo internazionale della manifattura. In questi anni centrali alcuni nomi di artisti-ceramisti escono dal semplice panorama delle maestranze della fabbrica. Betto Guardabassi, allora docente presso la Scuola di Avviamento professionale di Umbertide, crea presso la Pucci alcuni esemplari unici mentre Alessandro Starnini e Mariano Beccafichi, di cui si conoscono per la certezza della firma riportata solo pochi pezzi, realizzano piccole opere di matrice astratta e materica con zone grumose e crateri, caratteri sperimentali che mostrano una certa apertura dell’azienda verso l’arte contemporanea.

Dal 1958 al 1962. Alla fine del decennio il gusto del pubblico comincia a cambiare traghettato dalle arti decorative in generale. Nuovi materiali diventano di moda. Tutto il settore ceramica è in crisi. L’azienda cerca di arginare allargando l’offerta: nel 1958 cambia nome – da Ceramiche Pucci a Maioliche Pucci – immette sul mercato piastrelle per pavimenti e rivestimenti murali, propone più pezzi unici. Entra a portare il suo contributo creativo Bruno Orfei, artista perugino influenzato dalla ceramica di Picasso; le sue forme geometriche e i decori stilizzati cambieranno la linea estetica caratteristica del marchio. Significativa anche la presenza di Giovannino Beccafichi, nipote di Mariano, che porta negli oggetti Pucci il suo grafismo spontaneo e dinamico, mentre gli ultimi anni di vita della manifattura vedono la presenza di una decoratrice il cui nome è ad oggi ignoto; facilmente riconoscibile per il timbro naïf e lievemente surreale, viene identificata come la ‘Signorina di Gubbio’, forse perché proveniente dalla locale fabbrica del ceramista Aldo Ajò. Con il suo stile estremamente lineare e grafico, disegna allegri decori e forma oggetti d’uso dalle atmosfere giocose.

All’inizio degli anni ’60, il mercato pone Domenico Pucci davanti a una scelta: produrre con minori costi abbassando la qualità del prodotto – cosa che non vuole fare perché significherebbe rinnegare il buon nome del marchio – oppure alzare il tono e produrre pezzi di lusso, da collezione, divenendo un prodotto di nicchia. Nessuna delle due strade viene ritenuta perseguibile dagli azionisti. La Ceramiche Pucci Umbertide chiude nel 1962.


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Vaso dei ragni, ceramica dipinta, elementi in oro a rilievo, 1952-1953. Modello realizzato in tre misure dai 10 ai 23 centimetri di altezza (Collezione Fumagalli – Capretti, Caserta)

Il pezzo icona

Cromatismo misurato e dorature. Trionfa il disimpegno, la pacatezza, il sereno. Il ragno tesse la tela.
Questo vaso è l’immagine più rappresentativa del marchio Pucci. Entrato in catalogo nei primi anni ’50, esprime a pieno lo spirito artistico della fase centrale e più rinomata della manifattura di Umbertide. La sagoma ricorda un pallone da calcio – sport già da tempo nel cuore degli italiani – in una versione afflosciata. Tre ammaccature, infatti, lo deformano donandogli un aspetto morbidoso, per nulla dinamico e competitivo. Contribuiscono a dare un senso di pacatezza e serenità le immagini rappresentate su di esso: gli elementi a forma di S (forse vermetti), le coccinelle in bassorilievo e il grande ragno a tutto tondo appoggiato sulla trama dorata. L’animaletto – da sempre simbolo portafortuna – invita alla speranza. Nel dopoguerra, la sua figura legata alla buona sorte è riscontrabile in molta iconografia delle arti applicate; compare, tra l’altro, anche in gioielleria, proposta in ciondoli per collane e nei famosissimi braccialetti charms. Proprio dalla gioielleria Pucci trasse l’idea di creare le spille-ragno in ceramica. Prodotte in numero limitato, misurano circa 6 centimetri e il loro aspetto è identico a quello degli animaletti applicati sugli oggetti: 7 zampine dorate e corpo in smalto colorato.


Domenico Pucci. Note biografiche
Nato a Umbertide nel 1903, Domenico Pucci studia a Milano dove si laurea nel 1928 in Ingegneria Meccanica presso l’attuale Politecnico. Influenzato da professionisti del calibro di Arturo Danusso e Piero Portaluppi, porta avanti una progettualità modernista che concretizza attraverso la capacità di proporsi in modo nuovo in diversi ambiti lavorativi. Tra il 1933 e il 1940 realizza progetti di ville unifamiliari all’avanguardia per soluzioni tecniche; nel 1934 diventa socio delle Ceramiche Rometti e nel 1947 fonda le Ceramiche Pucci, poi Maioliche Pucci (1958-1962), suo maggior successo imprenditoriale in Italia e all’estero. Personalità dalle multiformi capacità eclettiche, l’ingegnere nel 1950-52 progetta anche un’utilitaria: PUCCI, le cui lettere formano l’acronimo Piccola Utilitaria Carina Confortevole Ideale. Ridenominata simpaticamente Puccina, la piccola automobile rimase un prototipo mai commercializzato; vide anche una riproduzione in miniatura che, a lei del tutto simile, presenta la carrozzeria in azzurro pallido e l’interno rosso. Concepita come gadget per l’acquisto dell’autovettura reale, anche la ceramichetta rimase un prototipo, non entrò mai in catalogo, quindi ne esistono pochissimi esemplari. Dopo la chiusura della manifattura ceramica, Domenico Pucci insegna Disegno Tecnico presso gli Istituti Tecnici Industriali Don Bosco e Alessandro Volta di Perugia dal 1963 fino al 1973. Muore a Umbertide nel 1980.


Articolo pubblicato su La Gazzetta dell’Antiquariato n. 248 – Settembre 2016

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