
Rubrica di expertise gratuite
Autore: prof. Antonello Ferrero
Prof. d’arte e antiquariato ai sensi della Legge 14-2-2013 comma 1-2
In collaborazione con il Museo del Collezionista d’Arte – Metodi Scientifici d’accertamento, Milano
Hai ereditato o acquistato un oggetto e vuoi sapere quanto vale? Inviaci una richiesta di expertise gratuita!
• E-mail: info@lagazzettadellantiquariato.it
La richiesta di expertise deve essere completa di: foto dettagliate dell’oggetto; misure precise; firme e marchi (ove presenti).
Si dichiara che i pareri esposti nella rubrica sono espressi dallo scrivente in ottemperanza della Legge 14 Gennaio 2013 n° 4 in materia di professioni non organizzate in Ordini o Collegi.
Gentili lettori, stante il crescente numero di expertise che ci pervengono quotidianamente, vi informiamo che tutte le richieste saranno soddisfatte ma che potranno passare anche due/tre mesi dal vostro invio del materiale.
Le risposte, a meno di casi particolari – ritenuti tali dal prof. Antonello Ferrero – verranno date esclusivamente attraverso la rubrica “L’Esperto” pubblicata su www.lagazzettadellantiquariato.it. Pertanto, per poter rimanere aggiornati circa l’uscita periodica di nuove expertise, vi consigliamo l’iscrizione alla nostra newsletter gratuita.
Non so come, si è sparsa la voce che il perito sia un veggente. Non è vero! Per valutazioni corrette servono più foto degli oggetti: fronte, retro, sotto, interni. Inoltre non risponderò più a quesiti su oggetti, quadri, mobili, mancanti di misure. A.F.
Febbraio 2026
Il lettore Paolo Rho pone un quesito riguardante un libricino religioso in cofanetto (cm 13×9) ,“La sposa cristiana”, edito nel 1864, una tipologia classica di “ricordi” che si regalavano nelle cerimonie ecclesiali per le comunioni, le cresime o, come nel caso del lettore, per gli sponsali (e sino agli anni 60), dono in genere di padrini o testimoni. Tratto l’oggetto nella rubrica scritta perché, ai soli fini culturali e conoscitivi, pone dei problemi. La copertina di tali libricini devozionali era solitamente composta di celluloide ad uso avorio, ma la celluloide fu scoperta dall’americano J. Hyatt nel 1869 quindi l’esemplare posto alla mia attenzione potrebbe essere in vero avorio. La sua totale bianchezza, però, e l’assenza (da foto) di minime giallognole invecchiature del tempo consone in un materiale organico, non sembrano poterlo ipotizzare tale.
Allora, fosse avorio (e dalle sole immagini non so accertarlo) il libricino avrebbe un valore collezionistico di 250/300 euro (per l’intaglio della Vergine raffigurata) altrimenti 20/30 euro per curiosità.
E rispondo, sul genere, al signor Stefano Morosetti. Le sue cerchiate miniature (cm 15 ) sono tipiche degli anni 60 del ‘900; dipinte su foglio di celluloide, generalmente hanno anche le attinenze in cui sono contenute in tale materiale, e ciò nonostante la dicitura del bollino retrostante della venditrice, ditta che si qualifica come: A. Esposti – Vero avorio – Milano. L’unico dubbio, ma debole, me lo danno le cornici in ottone di un certo gusto e fattura, che sono le sole ad avere un minimo valore arredativo: 50 euro la coppia. Fossero in avorio, le citate placchette starebbero sui 120/150 euro.
E continuo con la signora Eda Veneziani. Gentile lettrice, da sole immagini è improbabile si possa distinguere il vero avorio dal corno o dall’osso o dalla polvere amalgamata di tali materiali organici o addirittura dalle resine moderne e antiche. Io penserei, per le stecche lavorate del suo parasole (che lei poi manda in pessime immagini e neanche pubblicabili), ad una resina fenolica dei primi del ‘900, la bachelite (inventata dal chimico americano di origine belga Leo Bakeland nel 1907). Ad occhio, il valore del suo “ombrellino” da sole e passeggio potrebbe essere interessante per lo stato ottimale di conservazione, e comunque intorno agli 80/120 euro.
Dott. Alessandro Ruberti, esporrò a lei e ai lettori il CITES (Convention on International Trade in Endangered Species of Wild Fauna and Flora) un organismo internazionale a cui hanno aderito, nel 1973, 180 Paesi tra cui l’Italia. Tale Ente monitora rigorosamente tutto ciò che appartiene a specie minacciate da estinzione: vive, morte e/o parti di esse (pellicce, ossa, avorio). Di tali specie v’è divieto di importazione e quindi di commercializzazione a meno che non sia avvenuta prima del 1975 (ma occorrono documenti per comprovarlo e bisogna rivolgersi all’apposita sezione del CITES dei Carabinieri). Ma per ciò che riguarda qualsiasi tipo di rinoceronte, ne è proibita, e nonostante l’avvenuta entrata anteriormente alla data detta, qualsiasi tipo di commercializzazione.
Benché quindi appartenga, e non ne ho l’excursus, alla sua famiglia da oltre cento anni, non ne può fare alcuna alienazione e anzi dovrebbe farne denuncia agli organi detti.
La signora Anna mi invia una scatola laccata giapponese anni 50-60 di tipo industriale e di non elevato pregio, accompagnata però dall’autentica di un esperto milanese (!!) il quale, sintetizzo, la dichiara: Kobaco-box (che sarebbe un marchio d’impresa della Toyo steel, fondata ad Osaka nel 1969 e producente cassette d’attrezzi), ma forse il perito intendeva semplicemente una Ko-baco, che in giapponese significa appunto una piccola scatola-contenitore in legno. Lui la ascrive al periodo Showa, che non è che il periodo “di pace illuminata” (sì, illuminata dall’Asse con cui il Giappone si alleò con la Germania nazista e L’Italia fascista e dalle successive bombe atomiche della II a Guerra mondiale!) e regno dell’imperatore Hirohito (25-12-1926, 7-1-1989), il più lungo dell’Era giapponese. Null’altro. E ciò è appunto in sintonia con quello che le ho comunicato, ovvero che la sua cassettina purtroppo non ha valore che di poche decine di euro per gli amanti di tali minime cose.
L’attento lettore Alex Merseburgher mi corregge circa la risposta data al signor Morosetti riguardo alla porcellana tedesca pubblicata il gennaio scorso, là dove indico, erroneamente, il termine “beehive” (alveare) come tedesco mentre è inglese. In tedesco il termine è “bienennes” e ambedue poi sono vicini alla voce “bindenshild” che viene usata correntemente ed erroneamente per indicare una serie di manufatti di origine tedesca. Ringrazio il lettore poiché è da una trentina d’anni che, scrivendone, uso a sproposito il termine senza che nessuno mi abbia mai corretto.
Signor Gabriele Rosolin, premetto: lei è uno di quei lettori “difficili” che mi fanno e subito saltare la mosca al naso, e questo benché sia inverno, ed in montagna ove io vivo tali insetti sia difficile reperirli (e tanto meno non vedo come possano albergare sul mio naso). Ma è possibile che taluno mandi un quesito con un determinato oggetto senza indicarne né materiale né misure? L’ha fatto volutamente per saggiare le doti extrasensoriali dell’esperto o è una grave dimenticanza? In ambedue i casi mi sono segnato il suo nome, non lo faccia più. Naturalmente, non è l’unico, indico lei a caso, agli altri nemmeno rispondo!
E veniamo al suo quesito, il busto in bisquit di una bambina alto 14 cm (glielo dico io), firmato Giovanni Barbetta, scultore coroplasta attivo tra gli anni 80-90, creatore di figure di teste e bambine in biscotto (porcellana lasciata bianca e coperta da solo smalto trasparente, per semplificare). Da una primaria contrattuale concessione dei suoi modelli a varie fabbriche del vicentino (come la Flavia Vera Porcellana di Bassano), la copia delle sue opere si “estese” a decine e decine di fabbriche abusive e anche nel napoletano ove le ascrissero, copiandole integralmente o meno, addirittura al “vero Capodimonte”. Naturalmente, ciò ha portato a non differenziare affatto tra modelli e fabbriche varie, e la grande diffusione di riproduzioni ha portato i valori, una volta pur consistenti, alle poche decine di euro per soggetti come la sua bambina. Valore: tra i 30/50/70 euro, variegatamente, si trovano in vendita in rete.
Signora Paola Paolini, complimentandomi per l’estesa fantasia dei suoi genitori – che evidentemente non volevano farla confondere nella compitazione del suo nome – le rispondo circa la sua “orsetta” alta 33 cm. Non conosco l’esperto da lei citatomi, né intendo conoscerlo pur non sapendo nulla sugli asini di pezza, né tanto meno su quelli in carne ed ossa. Voglio rimanerne, nel caso, ignorante.
Il suo esemplare in mohair (fibra tessile naturale ottenuta dal pelo lungo e setoso della capra d’Angora allevata in Texas, Sud Africa, Turchia, e da non confondere con la lana d’angora ottenuta dal coniglio turco) risale ai primi anni della fondazione della fabbrica parigina Alfa (Article de Luxe Fabrication Artisanal) Paris (1934), come deduco dal particolare degli occhi in vetro che lei mi cita. Ebbene, dalla Seconda guerra mondiale essi furono sostituiti con occhi in plastica, e i corpi realizzati in tessuti sintetici. Quindi nulla a che fare con gli orsetti di Joan Rankin canadese che risalgono tra l’altro al 1987, come dettole dall’esperto ciuco. Il valore, nello stato ottimale, e per soli collezionisti, potrebbe essere di 400/600 euro, ma non ho al momento risultati d’asta e/o di vendita confrontabili.
Signora Fabrizia Fabiani Corti, ne scrivo sempre: l’arte moderna per la sua insita semplicità esecutiva è pressoché alla portata di tutti; per essere primariamente valutata ha bisogno quindi di correlate certificazioni e percorsi. E se lei mi risponde che in tal caso non avrebbe bisogno della mia consulenza, allora il discorso da fare sarebbe lungo e difficile da far comprendere. E allora, diciamo che senza tema di smentita le posso dire che il suo disegno in china (cm 30×45), supposto di Renato Guttuso (1911-1987), non è autentico. Ciò innanzitutto perché lei lo ha comprato genericamente ad un mercatino da un qualsiasi espositore e quindi privo di alcun requisito di provenienza (è come se dicesse di averlo trovato per strada) e poi perché sul retro v’è la scritta: per stampa: alleggerire il nero e marcare le linee. Dicitura inconsueta per un disegno che se originale andrebbe riprodotto pedissequamente e senza variazioni. E pur dalle sole immagini, mi pare che la carta non sia quella con cui un artista di rilievo possa aver eseguito una sua opera. Naturalmente ciò è, ed in mancanza d’altro, il mio personale parere e per tale lo prenda.
Il signor Robero da Roma con un altro disegno, sempre un nudo e sul retro la firma di Emilio Greco (1913-1995), scultore celeberrimo e “il più grande disegnatore che abbiamo in Europa” (Pablo Picasso). Signor Robero, mi è estremamente facile dirle che il suo disegno è una semplice stampa, in quanto, ingrandendo le sue belle e professionali immagini, la firma si è rilevata sovrapposta ad arte ad una sotto-stampata. Lei manda in visione, inoltre, un quadro degli anni 60-70 realizzato da decoratori “da sala da pranzo” e mobilia corrente di quell’epoca. Mi spiace! non ha alcun valore.
Famiglia Ciarda da Rovigo, e per farne edotti i signori Milella e Napoli con eguali problemi, il nostro servizio gratuito di expertise non comporta operazioni complesse come la valutazione di un’intera biblioteca di migliaia di volumi estremamente vari per tipologia ed autori di diverse epoche qual è la vostra. In più un perito che si muova dal proprio luogo, nel caso dal centro-Italia per venire sino ai confini, è chiaro come logisticamente per tempi e percorsi produrrà delle spese inerenti non lievi. Vi posso indicare in mail privata, se intendete, un mio caro amico di Rovigo che è un professore di Filosofia, gran lettore e conoscitore che a sua volta, esaminata la biblioteca, vi potrà meglio ragguagliare.
Il fedele lettore dalla bella Quartu Sant’Elena Roberto Desogus, che saluto ricambiando gli auguri, pone due quesiti di arte africana o supposta tale, che io, ignorando la materia, delego alla cortesia e alla maestria del dottor Bruno Albertino di Torino, esperto e collezionista emerito.
Le due statuette sono due bamboline rituali dette Akuaba del gruppo Ashanti del Ghana, utilizzate per propiziare la fertilità e sono di buona qualità e antichità. Il valore: 500/1.000 cadauna.
Questa la risposta del perito Albertino che inoltre indica (ed io concordo) come il vaso (h 30 cm del peso di 4,5 Kg) non sia di provenienza africana ma asiatica e a mio avviso, aggiungo, come sia fatturalmente povero ed inidoneo nella esecuzione a classificazione alcuna. E’ elemento sommariamente arredativo nella sua veste naïf.
E come sempre, un saluto a tutti e un abbraccio ai pochi
Gennaio 2026
Buon anno a tutti, e le solite premesse da trent’anni e più. Voi cari lettori mandate delle immagini non sempre esaustive e a volte incomplete o brutte e, quasi sempre per mettermi alla prova, si capisce, senza alcune informazioni quando non addirittura apposta fuorvianti. Già capirete che identificare, datare, valutare oggetti in tal modo è difficile quando non impossibile. Quindi, vi esorterei, nel vostro interesse, che “a me mi” pagano lo stesso, di agevolare il mio compito sia nell’invio sia nei dati. Grazie.
E viceversa, che piacere esaminare i quesiti del lettore e collezionista Franco Ristori, professore e fine amatore di cose d’arte e bellezza, il quale si perita di inviare insieme alle immagini dati e connotazioni specifiche con scheda tecnica. Stiamo parlando di un bronzo (H 56, larghezza cm 24) firmato A. Vibert (Alerxandre Vibert 1847-1909), bronzista francese legato per notorietà al periodo dell’Art Nouveau. L’opera “Amour se la rit de la sagesse” è a mio avviso ben composta secondo i canoni del primo Vibert e anteriore al periodo nouveau in cui lo stesso si collocò pienamente e fu acclamato, un’allegoria del Cupido che ci dice “vedete l’amore (a freccia scagliata) non vede ragioni”. E passo alla disamina del bronzo ben patinato facendo preliminarmente un po’ di storia. Nel febbraio del 1909 il Vibert si suicidò e nel mese successivo gli eredi indissero un’asta presso la casa d’aste Drouot di Parigi che alienò le tante opere nella sua casa, modelli compresi, pezzi che vennero acquistati dalla ditta fonderia Barbedienne, nota per produzioni “secondarie” di tanti bronzisti francesi. Ora, il Vibert si era legato nel suo periodo nouveau, e dal 1890, alla prestigiosa fonderia parigina Siot – Decauville che “colava” i suoi modelli multipli, li rifiniva con abili cesellatori e li siglava. Le opere del Vibert legate alle nature morte e alle “brocche ed anfore” con spirali vegetali e nudi, artisticamente proprie del periodo, sono quelle ricercate dal mondo collezionistico mentre le altre vanno a collocarsi, e per la mancanza di bolli di fonderia, in fasce più basse di prezzo e meno “concupite”. Il suo bronzo però, signor Ristori, ha la particolarità della grandezza che non lo farebbe propriamente collocare nell’area dei multipli e penso sia una creazione degli anni 70 dell’Ottocento e di quel precipuo periodo. Difficilmente una fonderia a prezzi contenuti per una media borghesia come la Barbedienne, a cui avrei senz’altro assegnato la produzione del bronzo fosse stato sui classici 30-40 cm, avrebbe prodotto un’opera (con un braccio teso) che tecnicamente e difficilmente può essere fusa (a cera perduta) in blocco unico e senza parti separate e saldature. Possono, certo, operarsi dei veri e propri falsi ma… non si sceglie un nome di un artista “secondario” come il Vibert, si copia nelle sue opere conosciute valutate e ricercate nel mercato, come i soggetti di cui si diceva del periodo “art nouveau”. Rimane la mancanza di un bollo che avrebbe e senza tema “datato” e ascritto l’opera, ma il ragionamento svolto è di fatto prodomico all’essere un bronzo di produzione singola e non replicata dall’artista, come scrive anche il lettore che, esperto del ramo, si è evidentemente documentato a fondo su tutto ciò che di reperibile visivamente si trova nella materia. Parlerei quindi oltre che di una creazione dello scultore non attanagliata a fonderia replicante, di un oggetto antiquariale di “saporito gusto” arredativo. Il periodo attuale del mercato antiquariale, purtroppo, non mi consente di esternare valutazioni ben più consone, quindi: tra i 6.000 e gli 8.000 euro.
Signor Livio la sua Moka (H 27 cm) a spirito per caffè: La Fedele dei F.lli Bernini e & di Ferrara è degli anni 50, e vale sui 40/50 euro.
Signora Livia non posso suggerirle antiquari “veri” (sic) in quel di Voghera, so, per lessicismi giornalistici di una additata e conosciuta casalinga, ma non conosco antiquari ivi esercitanti.
Il signor Fabrizio Borgia porta alla mia attenzione un putto alato di arte popolare (cm 31×26) che come epoca può essere compreso tra il Sei e il Settecento, se ascritto ad aree di provenienza urbane, o anche all’Ottocento se di pertinenza di provincia e campagna. Da foto non posso esprimermi oltre. E comunque, essendo appunto il prodotto di un’artigianalità da mestieranti in legno dolce (pioppo?) e laccato da tempere, il valore è unicamente di gusto e visivo. La mancanza del braccio lo mutila purtroppo della sua interezza arredativa, quindi parliamo di un valore compreso tra i 120 ed i 170 euro.
Il signor Gianni Ruzzoni di Portogruaro, che si occupa di encomiabile riuso solidale, manda in visione un’opera donata alla sua associazione “L’intreccio”. Si tratta di un quadro ascrivibile nel dettato e nei modi pittorici a Ernst Carl George Zimmerman (1852-1901). Ebbene signor Gianni, purtroppo dalle immagini inviate non riesco proprio a classificare il suo quadro come opera del pittore tedesco. E al di là del telaio, anche la tela adoperata non parla certo di materiale pertinente l’epoca supposta. Per dirgliela tutta, penso che si tratti di una oleografia e cioè una stampa a getto d’inchiostro su tela. Anche nella considerazione precipua che l’opera è perfettamente eguale a quella conosciuta e pubblicata in rete e nei cataloghi da lei stesso inviatami, fosse stata una replica e pur autografa dell’artista non sarebbe mai stata pedissequamente e perfettamente analoga.
Il signor Stefano Morosetti pone un appassionante, per me, quesito che mi permette di vantarmi della mia conoscenza specifica sulle ceramiche tedesche (periodo1800-2000).
Le manifatture documentate in Germania sono a migliaia e come nel resto del mondo soggette a riproduzioni arbitrarie sia nel proprio ambito sia anche altrove, per i più svariati motivi legati, naturalmente, alla migliore commercializzazione del prodotto. Vi sono poi le intese e convenzioni tra fabbriche varie e disparate nei tempi e nei modi. E veniamo a fare un po’ di storia. Il maestro decoratore Josef Kuba, nato nel 1896, fondò nel 1930 un piccolo atelier di decorazione di porcellane nella città di Karlsbad (oggi Karlovy Vary – Repubblica Ceca) che durante la seconda guerra mondiale fu invasa dalle truppe tedesche e sino al 1945. Dopo la fine della guerra Kuba fondò una fabbrica decorativa nella parte meridionale di Wiesan (Baveria) ove si decorava la porcellana “bianca” o biscotto che una serie di manifatture bavaresi gli fornivano (Shumann-Heinrich & C., Hutschenreuther ecc). L’artigiano morì nel 1972 e il figlio ne continuò l’attività sino al 1989. Il bel servizio del signor Stefano, a decoro pittorico e decalco, ha infatti il marchio “J K W” del decoratore, e sovrimpresso a lato riporta, oltre al nome della manifattura ordinante (Hutschenreuther), il simbolo della Manifattura Imperiale di Vienna (1774-1864), il famoso Bindenschild (che significa scudo fasciato) che viene comunemente ed erroneamente tradotto in “alveare” (invece “beehive” in tedesco). Tale marchio venne apposto dal Kuba a partire dal 1952 per identificare i suoi prodotti più validi e qualificanti. Tutto questo per dirle che il servizio in oggetto è degli anni 50 e che vale, incompleto com’è (6 tazzine con relativi piattini) sui 150 euro.
Signora Cristina, purtroppo il suo quesito si presenta ostico. Il piatto ha infatti una decorazione mista tra le “iznik” turche, Tortona e Deruta. Il marchio retrostante non è da me conosciuto. Lo pubblico per esporlo ai tanti ai lettori connoisseur che ne potrebbero sapere più di me. Idem per la dedica alla regina Margherita. Non so che altro dirle.
Signora Elisabetta Laneri, i suoi otto piatti della serie Delft 1661 Hindeloopen (5000 esemplari) prodotti negli anni 70-80 del Novecento, valgono sui 300/400 euro.
Il signor Lucio Vitale dalla bella Porto Ercole di Monte Argentario invia foto di un mosaico (cm 124×93,5) comprato in un negozio di antiquariato più di 20 anni fa! Ebbene, caro signor Lucio, già da un primo sguardo e dalla firma al retro le posso dire che non si tratta di cosa antica, come magari vendutole, ma di un prodotto degli anni 90 – 2000 realizzato da un valente maestro marmoraro romano: Alberto Locatelli, di Tor Bella Monaca – Roma, che aveva tra i canali di vendita il negozio antiquariale “Marme-line sito allora in Via dei Coronari a Roma, specializzato nel far riprodurre, e su marmi antichi, oggetti e mosaici di gusto. Mentre al tempo le sarà costato un milione e mezzo delle vecchie lire, e pur comunque tanto valendo per tecnica, maestria e marmi usati, devo dirle che ora, a causa del crollo del mercato attuale, non penso possa valere più di 500 euro.
Signora Antonella Riguardi, pubblico sotto le firme cronologicalmente conosciute del pittore Antonio Fontanesi (1818-1882). Come può vedere, nessuna di esse è a stampatello. Lei ha presunto trattarsi di opera degli ultimi anni della sua vita, quando il maestro era gravemente malato, ma in quel periodo egli iniziò a dipingere quadri con esplosioni di luce alla Turner – ma con veemenza espressionistica – che siglava “A.F” o nient’affatto, e che stentano ad essere riconosciuti come sua produzione o almeno sono deprezzati dal mercato. L’opera in suo possesso presenta una scena bucolica di campagna “verista” e quindi… le confermo – non pubblicando come richiestomi la foto inviata – che a mio avviso il suo valore è di 800/1.200 sia per le dimensioni (cm 40×70) sia per la buona pittura ottocentista di gusto.

E come sempre, un saluto a tutti e un abbraccio ai pochi
Dicembre 2025
Signor Vanni Tiozzo, il professore d’arte e restauratore (più che altro dalle rarissime fonti) Leone Augusto Rosa, più che come pittore, era conosciuto come tecnico del restauro negli anni 20-40. Di lui non si ha alcuna notizia parimenti alla sua vita. Si ha notizia, che lo dà amico del De Chirico nella trattazione in un piccolo trattato di tecnica pittorica che il Maestro scrisse nel 1928.
Oltre al libro famoso che lei indica: La tecnica della pittura dai tempi preistorici ad oggi, Leone Augusto Rosa fu autore di Espressione e Mimica e di Espressione dei sentimenti.
Il signor Massimiliano Cianchettini porta alla mia attenzione un vaso d’argento di 3,5 kg, e sì!, ipotizzabile di vecchia manifattura russa. Molto bello, ma senza alcun bollo (possibile?). Cosa dire: tra peso, fattura e vecchia lavorazione, darei una valutazione di 5 mila euro.
Il signor Giuseppe Lanzarini manda foto di quadri degli anni 50-70 del ’900 che purtroppo non hanno alcun valore di mercato. Il primo (cm 91×52) è un paesaggio seriale, il secondo – a ingrandimento sommario dell’unica foto senza particolari – probabilmente è una oleografia su tela.
Signora Giuliana Levorato alle prese con eredità di famiglia, il lampadario tipo Murano anni 70-90 vale sui 350 euro; la credenza tra neorinascimento e Liberty fine Ottocento primi Novecento – ai giorni nostri diminuita di valore commerciale – ha una quotazione di 600 euro; l’armadietto impiallacciato a radiche anni 70-90 del Novecento, sui 200 euro.
Signora Fiorella Nardi, la sua salsiera Ginori con mestolo, primi decenni del ’900, vale sui 200 euro.
Signor Antonino Biondo, non siamo una galleria d’arte ma una ex rivista: La Gazzetta dell’Antiquariato, nata più di trenta anni fa come pubblicazione su carta stampata, e da diversi anni presente solo online come blog di associazione culturale. Offriamo da sempre ai nostri lettori una rubrica gratuita di expertise. Detto ciò, andiamo ad esaminare la sua statuetta (45 cm di H) in alabastro colorato che lei ipotizza essere stata prodotta dall’Antonello Gagini o Gaggini, figlio di un Domenico che intorno al 1459, proveniente da Bissone (Cremona), si trasferì con la sua arte scultorea a Palermo ove formò una rinomata bottega considerata la caposcuola del rinascimento siciliano. Tale bottega, alla sua morte nel 1492, passò all’altrettanto valente figlio. Signor Biondo, la sua scultura è valevole, ma sia la scelta del “facile” materiale tenero sia i moduli stilistici mi inducono a considerarla senz’altro di più recente epoca. Ipotizzerei un lavoro ottocentesco di una delle tante botteghe lapidee palermitane che rilevarono, e proprio tra la fine dell’800 ed il ’900, quei moduli detti poi appunto neorinascimentali e diffusi in tutta la nostra penisola, moduli che nella sua stessa essenza abusata a iosa da centinaia di manifatture specialmente del volterrano, hanno prodotto un rigetto specifico nel mercato di tali tipologie. Valutazione: sugli 800/1.200 euro. Le indicherei di rivolgersi comunque a dei valenti antiquari della sua città come i Bova o i Fecarotta, solo per una semplice visione. Se la fermano interessati, allora il mio parere da sola foto si sarà dimostrato fallace, altrimenti…
Signor E.F. 55, se lei cerca: “La Divina Commedia in dialetto napoletano” di Domenico Jaccarino in originale del 1871, devo purtroppo comunicarle che dalle ricerche fatte non ne ho trovato in vendita attualmente alcun esemplare. In caso contrario, basta andare sul sito Amazon per trovarla ristampata (2010) a 53,13 + spese, o presso lo studio bibliografico Biblioteca di Babele a Tarquinia che ha in vendita, però, il solo fascicolo I dell’Inferno stampato nel 1963 a 5 euro + le spese. In alternativa si rivolga alla prestigiosa galleria libraria specializzata Grimaldi di Napoli, tra le migliori d’Italia.
Signora Mainella Marini, lei ha spedito il suo quesito più volte e da tempo. Non le ho risposto volutamente per i seguenti motivi: primo le sue foto ad opera “chiusa” entro la cornice, reintelata (in quanto il retroverso non mi pare proprio di tela settecentesca) non mi hanno convinto, nel senso che mi pare una oleografia su tela (già vista); secondo, anche non fosse così, è sinceramente impossibile valutare un’opera di bella fattura, come appare, in simili condizioni. Ad occhio potrei ascriverla alla scuola di un autore come Jean Baptiste Greuze (1725-1805) ma… ma, mi spiace, è opera da far individuare dal vivo.
Signora Edy Pescalli – e richiamandomi anche alla risposta data alla gentile lettrice sopra – da foto non specialistiche e fatte sommariamente io non sono in grado di dare pareri specifici ma solo sommari sull’opera (cm 75×75). Le nuove foto da lei inviate sono eguali alla prima: cosa vuole le dica? Scuola napoletana, periodo… boh!… sull’Ottocento? Valore, e prendendo la tela per buona, 2.000 euro?
E come sempre, un saluto a tutti e un abbraccio ai pochi
Novembre 2025
Un abbraccio al pregiato esperto della rivista Antiquanuovaserie.it (che invito a leggere essendo anche un magazine specializzato e con persone competenti che ne scrivono) Andrea Bardelli, con cui ci siamo accordati per collaborare ove non arrivassero le nostre competenze e saperi singoli.
E nell’occasione, ricordo ai gentili lettori laureatisi in Wikipedia che se fosse così facile dirimere d’arte e antiquariato potrebbero altresì intraprendere studi in altre Facoltà come Ingegneria, Medicina ecc… e non tediarci e infastidirci con i loro “avvenuti” saperi.
Ne è stato un esempio la signora “pariolina” che, fotografati oggetti da lontano, me ne chiedeva lumi, e che, trovata la mia risposta non confacente, mi rispondeva piccata fornendomi il suo personale expertise, naturalmente più valido del mio. Chissà!… Mi chiedo perché mai questa dotta ed erudita maestra si sia rivolta a me che sono un povero guappo (perito) di cartone o carta, se dir si voglia.
La signora Roberta Papa da Torpignattara, Roma, mi rivolge due quesiti. Il primo riguarda una tavola (cm 26×44) sicuramente autentica, eseguita da Ferruccio Rontini (1893-1964) padre del più famoso Giulio, ma sicuramente artista di eccelsa mano nei periodi più giovanili in cui pose attenzione minuziosa alla forma, forma che poi “sbiadirà” prima in accenni e tocchi di colore e poi nella macchia “maremmana” con minor levatura artistica. Per l’opera sottopostami ipotizzo un valore di 600 euro.
La seconda “pregiata” (sic) stampa di Monet, sia pure con tutte le scritte e le spiegazioni, resta comunque una stampa edita dai suoi aventi diritto o meno, pertanto rimane tale e di nessunissimo valore monetale. Per la cornice, per l’insieme, nonché per essere elemento arredativo poi, ognuno può darle il valore che crede, come è stato per il padre “connoisseur” che l’acquistò negli anni 80 alla bella cifra di mezzo milione delle vecchie lire!
La signora Loredana manda un presepe con 11 figure (H 20 cm). Gentile signora lei scrive che il detto “presepe” abbia cento anni, purtroppo dalle cattive immagini non sembra. Non indica poi se le figure siano in terracotta dipinta o resina, in più la loro fattura non sembra d’origine italiana, cosa vuole che le indichi se non un basso valore come “presepe d’uso” di 200-300 euro? E ripeto a lei come a tutti i lettori che la rivista non compra nulla, né fa da intermediazione.
Angelo Savoca dalla bella Catania pone alla mia attenzione tre bronzi ereditati con affetto. Il primo è di uno degli ultimi scultori di bottega e famiglia italiani: Domenico Mastroianni (1876-1972) – allievo del padre a sua volta allievo del nonno fino a risalire a Gennaro Mastroianni collaboratore dell’eccelso architetto Luigi Vanvitelli alla Reggia di Caserta – zio del celeberrimo scultore internazionale Umberto formatosi alla sua scuola. Si tratta di una “Madonna con Bambino” (26×28 cm) in bronzo, opera di una bellezza plastica e unità stilistica a cuspide nell’onirico cristiano “occhio trinitario”, che credo sia degli anni 20 e appartenga al suo periodo di Via Margutta, quello in cui Domenico Mastroianni produceva maggiormente per i colti inglesi e tedeschi, turisti d’allora nella capitale. Valore sui 600/700 euro.
La seconda opera è dello scultore e artista poliedrico Antonio Mennella (1901-1964) di Torre del Greco (patria di incisori e plasmatori), un gruppo in bronzo raffigurante “Madonna, San Giovanni e la Maddalena” (cm 49×65 H, 30 Kg di peso). Ebbene, signor Savoca, del Mennella vi sono pochissime vendite sul mercato e aliene da quotazioni concordi. Le segnalo la vendita di un’opera religiosa effettuata nel 2005 presso il grande esperto Claudio Cavallari (antiquario-libraio romano che trattava anche quadri e bronzi del 900 italiano): “Cristo ed i fanciulli”, un bronzo simile al suo per dimensioni e peso acquisito per 2 mila euro, e una “Madonna con bambino” (cm 30x20x30 H) comprata nel 2017 a 2.500 presso la Fiera di Parma, venditrice Maria G. Dragone. Ma v’è da dire che le “madonne” in un paese di “mammoni” quale è – e con orgoglio lo dico – il nostro, hanno quotazioni sempre più elevate. La sua – se calcolassimo il costo del bronzo di fonderia a 9 euro il chilo, e considerando i soggetti di stampo marcatamente religioso e non sommariamente “allegorici” – come valutazione reale penso non possa ascendere a più di 1.200/1.500 euro.
La terza scultura, anonima: “Cavalli” (cm 31×46 H), presenta richiami stilistici ad Aligi Sassu (1912-2000), ma la mia valutazione può essere solo per opera d’arredamento: 300/400 euro.
Il signor Andrea Colombo manda in visione una miniatura (cm 6,5×8) montata su una cornice tipica dei primi del 900 in pero (durissimo quello italiano) tinto nero, e non certamente in ebano come poteva sembrare al lettore. Si tratta di pittura del Nord Europa per gli stilemi, ma su cosa sia stata dipinta non posso dirlo certo io che non ho facoltà di aprire “la confezione”. Comunque, credo difficilmente sia in avorio, forse in avoriolina (impasto di polvere d’osso od avorio impastato con cellulosa). Valore, per i bassi prezzi odierni di mercato: 150/200 euro. Fosse realizzata in lastra e non con ritagli incollati di avorio: sui 500 euro, ricordando però che di detto materiale è proibita la circolazione e la vendita senza certificato CITES.
Sempre miniature, ma di ben altro tenore e valore, quelle del signor Diego (cm 10×10 circa), opere degli anni 60 dipinte su celluloide a tempera o ad olio da un decoratore non sommo. Siamo sulle decine di euro tutte.
Il signor Emil Tabacovich dall’immaginifica Trieste manda in visione due statuine in terracotta ereditate (H 24 cm e H 40 cm ), opere dal bel svolto plastico, neoclassico, dell’avanzato 900. Piacevoli ma di non alto valore commerciale odierno, possono valere sui 150 euro l’una, vent’anni fa le vendevano a quattro volte di più.
Signor Carlo Rodini, lei manda in visione un’incisione (la Melanconie) dell’eccelso pittore ed incisore tedesco Albrecht Durer (1471-1528) scrivendo testualmente “stampa” di…, e indicando come parte venditrice la prestigiosa Galleria di Torino Salamon, il cui precipuo fine è di vendere opere originali degli autori trattati. La sua lito (chiusa in vetro!) ha una didascalia stampata, e dalle brutte ed evanescenti foto non riesco a capire se sia su foglio unico con la figura, e allora sarebbe una stampa, o la scritta con le caratteristiche stampate della Galleria sia “a passepartout” del pezzo, e allora sarebbe un’autentica incisione. Ne chieda lumi alla Galleria Salamon: 0117652619 – 3398447653, email: elena@elenasalamon.com.
Signor Piero Savarino, la radio ereditata, una Kennedy mod 546 K (cm 65×33) rivestita con impiallacciatura di piuma di noce, è stata prodotta dalla ditta italiana Capriotti (fondata nel 1924) che importava inizialmente negli anni 20 tali radio dalla ditta omonima, la Colin Kennedy Co di San Francisco. Negli anni 30, sia per il regime autarchico vigente sia per poter guadagnare direttamente e senza i gravosi dazi e spedizioni, la ditta milanese iniziò a fabbricare tali apparecchi mantenendone nome e finta provenienza (le apparecchiature americane erano richiestissime nel mercato italiano). I prodotti non erano certamente all’altezza di quelli d’oltre oceano ma la ditta ci “campò” sino agli anni 70. Il valore di questi oggetti dipende dallo stato delle apparecchiature tecniche a valvola. Fosse la sua funzionante, varrebbe 80/120 euro, se da revisionare e non attiva sui 50 euro.
Il secondo quesito riguarda un orologio-gruppo (cm10x30 40H) in bronzo o antimonio dorato degli anni 70-90 del Novecento. Stampato e seriale di bassa industria non italiana, non ha praticamente alcun valore di mercato se non quello di poche decine di euro.
Signor Manuele Staffolani, per i suoi 60 CD della Fabbri Editori, 1994, “Un secolo di canzoni italiane”, le faccio una valutazione di massima ipotizzandoli in perfette condizioni: sui 100 euro, per i pochi appassionati e nostalgici.
Il signor Marco M. con due quesiti. Il manifesto di Marcello Dudovich per la Martini e Rossi – Vermouth (98×68 cm) non originale degli anni 20 (ininfluente se stampato negli anni 60 o 90), se è in perfette condizioni, vale sui 50 euro.
La Radio Philips-giradischi degli anni 60, a mobiletto (cm 70x40x80 H), serie Mediator, è molto ricercata ma solo se funzionante e in ottimo stato. Può valere tra i 400 e i 600 euro, ma un apparecchio nelle condizioni del suo, tra i 40 ed i 60 euro.
Il signor Angelo Micocci ha ereditato dalla nonna della mobilia ed oggetti vari. Signor Angelo, il primo gruppo con i mobili laccati e stampati con motivi sopra sono degli anni 60 del Novecento e non hanno praticamente mercato alcuno, ma così devo purtroppo comunicarle in inerenza agli altri mobili degli anni 40, similmente al letto (200 euro) con fregi in antimonio e la credenza con i marmi: mobili da 100 euro l’uno e con vendita per case al mare a rischio furti. Il lampadario seriale in vetro (non Murano) vale sui 120/150 euro sempre che non presenti alcunissima rottura.
Al lettore Enzo Tartagni, che manda in visione elementi africani, risponde il collezionista ed esperto a livello internazionale Dott. Bruno Albertino di Torino. Il lettore propone due maschere (cm 35×25), una testa in legno (H 22 cm) e due teste in avorio (cm 22 e 14 cm).
“Le maschere sono effettivamente – come descrive il lettore – degli anni 50-60 del 900. Si tratta di produzioni non per uso rituale ma per mercato turistico occidentale, provenienti dalla Tanzania etnia Makonde. Valore sui 100-200 euro al pezzo per gli oggetti in legno, mentre le maschere d’avorio per poter essere correttamente valutate devono avere la certificazione CITES, altrimenti non hanno mercato legale e sono passibili di sequestro e processo da parte delle autorità giudiziarie”.
E come sempre, un saluto a tutti e un abbraccio ai pochi
Ottobre 2025
Il signor Ezio Valpini dalla provincia di Ferrara manda in visione una bella dracma siracusana in bronzo, 344-340, raffigurante Apollo Archageatas (sommariamente, capo-origine dei greci). La moneta è rara ed io le posso e solo dire che ad un asta Auction di Zurigo del 1998 era stata valutata 3.500 franchi svizzeri (franco svizzero quotato oggi un euro, 7 centesimi). Non ho quotazioni dei nostri giorni, ricorra ad un numismatico come Umberto Moruzzi (Studio Numismatico in rete) dicendogli che l’ho indirizzata io.
Signor Giulio Pozzi, le scrivo attraverso la rubrica (generalmente per quesiti simili al suo lo faccio per email privata) per rispondere anche alla signora Brigidini e al dottor Francialeone di Brindisi.
Tanti pittori degli anni 60-80 del Novecento si affidavano a gallerie a pagamento o a corniciai per tentare di vendere le loro opere facendo apporre sulle stesse – nel retro – attestati e stime di vendita superiori, e di molto, al loro valore di mercato (se mai lo avessero avuto). E così oggi assistiamo ad una serie di equivoci da parte dei loro possessori i cui congiunti li avevano sul serio pagati quelle cifre ipotizzando chissà quale valore avrebbero raggiunto le opere ai nostri giorni! Ed invece la realtà era ed è che si tratta di modesti illustratori e-o copisti e/o decoratori che non avevano mai avuto mercato e quindi quotazioni consone. Il preambolo, per dirle brutalmente che i suoi quadri non hanno valore alcuno.
I bicchieri del Giubileo 1975 Papa Paolo VI valgono una cinquantina di euro per le litofanie (filigrane) incluse.
Signora Elisa Gaudio che chiede il valore di un paesaggio montano (cm 60×120): anche per lei vale la risposta data al quesito sopra.
La signora Emilia Pontini porta alla mia attenzione un quadro a tempera (cm 40×60) firmato Francke Rudolf (Nautschutz aggiungo) 1860-1933. Si tratta di un artista tedesco conosciuto ed apprezzato per le sue sculture che univano bronzo, avorio, osso e porcellana, opere molto decorative e antesignane del “déco”, ma che appunto per la raffinata – troppa – ridondanza figurativa non presentano una eccelsa levatura artistica. Tali manufatti si trovano in varie aste a prezzi contenuti tra i 400 ed i 1.000 euro; pezzi particolari su piedistalli elaborati salgono però anche a cifre di 5.000-7.000. Le sue opere dipinte, invece, non hanno soverchio mercato attestandosi a basse cifre, come riportato dalle case d’asta: sui 300/400 euro.
La signora G.M. invia l’opera “Roses”, 1910 (cm 38×54), del pittore ungherese Janos Pècsi (XIX -XX secolo). Dell’artista ho un’unica notizia di asta (indicata in “Art sales Index 2004” del magnifico editore Duncan Hislop, pubblicazione da vent’anni non più edita con le sue 2500 pagine annue, e a noi della Gazzetta portata sempre negli anni passati in omaggio dai grandi librai Ingeborg Grundmann di Terzorio, Imperia). “Budding roses” (cm 48×68) del 1913, stimata nel 9-12-2004, fu venduta dalla Mu Terem Galeria Budapest a 140.000 H.U.F, che è la stessa cifra indicata sul retro della sua tela. Ma cara signora, purtroppo questa non è come da lei ipotizzato una gran cifra, si tratta infatti di fiorini ungheresi che, al cambio attuale, valgono 359,15 euro! Purtroppo l’artista semisconosciuto fu un grande pittore di fiori a cui purtroppo non arrise, come a tanti artisti, soverchia fortuna.
Signor Stefano Busti, sì! conosco Giovanni Domenico Bossi (1767-1853) considerato a ragione una dei più grandi autori neoclassici italiani, continuatore della grande tradizione miniaturistica veneziana .Valutai diverse sue preziose opere in una delle innumerevoli collezioni del barone Guido Zerilli Merimò, mezzo secolo fa circa. Il Bossi aveva un tratto deciso e poco incline al “facile” sfumato; imperioso nella sua tecnica fotografica, non lasciava che l’emozione prendesse il sopravvento e quindi i suoi ritratti sono altamente apprezzati anche come documenti storici delle figure effigiate. Pittore ufficiale di varie corti europee, so con certezza che eseguiva le sue miniature solo su materiali preziosi: oro, cammei, avori; e a tal proposito mi dovrebbe dire lei su che supporto è dipinta la sua opera simile a quella museale da lei riscontrata e inviatami. Ma al di là di questo, noto nella sua le tipiche sfumature della copia e soprattutto penserei di ascriverla all’opera di Pietro Angiolini, pittore vissuto nel XIX secolo conosciuto per aver dipinto un ritratto in miniatura dello zar Paolo I nel 1801 su commissione della moglie Imperatrice di Russia, dipinto molto apprezzato che però non lo porto alla qualifica di pittore di corte a cui egli bramava. Questo lo indusse, più tardi e in rivalsa, ad emulare diversi più fortunati (e forse più bravi) specialisti dell’epoca tra cui il Bossi. Ho lontano ricordo infatti – e perciò ne scrivo a lei – della replica di una miniatura di una sorella (?) del re Carlo XIV di Svezia di cui era pittore dinastico il Bossi, eseguita dall’Angiolini. Così fosse – e come storia potrebbe starci – il valore del suo bel ritratto comunque, opera non firmata e sempre che sia un vero dipinto, (cosa che io da semplici immagini non posso certamente appurare) si colloca genericamente tra i 300 e i 400 euro, e con la mia “accennata” e non sviscerata attribuzione, al massimo arriva sui 600.
Ai signori Paolo Antigo, Giovanni Ruiu, Salvatore Manni, che mi inviano variegatamente stampe di autori illustri rispondo: le stampe edite sia pur da musei, gallerie, istituti, banche, non valgono nulla! Mancano di qualsivoglia requisito le possa far assurgere a un valore monetario in quanto stampate in migliaia di esemplari; come ad esempio la stampa di Piranesi inviata dal signor Antigo.
Cavaliere del lavoro, specifica Guido Passamone (ed io le assicuro non ne avrei dubitato) la rivista non opera in vendite né fa da tramite ad alcuna operazione commerciale, né lo ha mai fatto. Evidentemente suo cugino ci confonde con una pubblicazione del passato e non più edita (Cose Antiche) che conteneva annunci di compra-vendita e magari si proponeva come intermediaria a tali pratiche dei suoi inserzionisti.
Riguardo al suo quesito e al suo libro “Rifofì,” di Gaetano Fofi, Tipografia editrice Italia – Roma, 1959, l’autore era un gran personaggio “trasteverino”, un poeta romanesco che vendeva i libri declamandoli nelle strade, piazze e luoghi di ritrovo. Sagace, ironico e spontaneo, sdrammatizzava la vita (anche la sua) con la semplicità burlesca del vero romano. Il libro non è raro, la sua copia ha la dedica firmata del 1959 “ar pescatore” che era il proprietario di una vecchia osteria di Roma. Valore, sui 30 euro.
L’altro quesito riguardante una statua in marmo verde (sic) che così descrive: “sarà alta un metro, era di mio nonno che era del 1870 (sic) sarà antica?” non inviando alcuna immagine, eufemisticamente, le debbo confessare mi lascia basito. Ma egualmente le rispondo: perché no?
H.M. da Ladispoli (Roma), il suo quadro di Eliano Fantuzzi è a mio avviso un falso, uno dei migliaia che girano nel mercato. E anche se l’opera inviata ha un certo raffronto stilistico e conserva un’atmosfera probante dell’artista, lei non mi mostra alcuna documentazione inerente indispensabile all’autentificazione, anzi scrive addirittura di averla recuperata in un cassonetto dei rifiuti.
E come sempre, un saluto a tutti e un abbraccio ai pochi
Settembre 2025
Inizio questo mese con alcuni attestati di stima e fiducia da cui evinco che nel corso di trent’anni di rubrica ho saputo dare qualcosa alle persone che mi hanno scritto.
Inizio con una signora maestra, una di quelle di una volta, cappellino démodé, guanti, signorilità ed un’educazione unica, l’amica Pinuccia. Nel corso degli anni mi ha “amato” per il mio lessico “variegato e sarcastico” (sic) e bacchettato a volte per la feroce rappresaglia parolaia con cui tratto alcuni.
Signora maestra le chiedo scusa e venia, non posso prometterle di non farlo più ché un asinaccio, come un lupo “perde il pelo ma non il vizio”. Le assicuro, però, che cercherò di adeguarmi al suo insegnamento evangelico di amare un po’ più il prossimo (per bestia anch’esso che sia). E grazie di cuore per gli auguri che ad ogni ricorrenza ella si ricorda di farmi.
Continuo, con la signora Gabriella che “mi ammira moltissimo” (sic) e che spero continui a farlo dopo il mio giudizio affatto lusinghiero sul suo quadro (cm 40×50) “Sogno di mezza estate”: un brutto sogno, come il valore artistico dell’opera la cui firma sul retro è a me sconosciuta. Le foto inviatemi questa volta sono sufficienti ed idonee al negativo parere. La ringrazio per le belle parole.
Ed ancora, parole di stima ricevo dalla signora Elisa M. Pierpaoli da Roma, che mi ha dedicato una poesia per la mia sensibilità e conoscenza (sic), e che ringrazio sentitamente per lo spirito innovativo e la padronanza del verbo, non disgiunto da una vena ironica e contenuta.
La signora mi chiede lumi circa un pittore della sua natia Grosseto, Carlo Gentili (1910-1996) che è stato un grande-piccolo pittore della provincia maremmana: piccolo perché nasce autodidatta di bottega, decoratore e cartellonista, grande perché sin dalle prime tele seppe infondere nei suoi lavori sia l’accuratezza sia la ricerca del colore aspro della sua maremma-amara, l’impegno sociale e umanitario che poi trasfuse anche nella politica. Era un uomo con il grembiule e le mani sporche, un uomo ed un artista vero. Lei, signora Elisa, possiede dei bei disegni a carboncino e sanguigna (che non ho il permesso di pubblicare) che sono a mio avviso eccezionali. Purtroppo il mercato – non so dire se per mancanza di sue opere gelosamente tesaurizzate dai tanti suoi amici e conterranei o per il triste percorso sociale che ha oramai azzerato il valore di tanti eccellenti artisti – non mi permette di considerare il mero pregio venale se non con una mia singolare valutazione di 500 euro per i pezzi da 20×30 cm, e di 700 euro cadauno per i due cartoni di 30×50 cm.
Professor Franco Ristori, che soddisfazione quando i lettori, come lei ha fatto, allegano ai quesiti tutta una serie di considerazioni e di notizie. D’altronde lei, mi dicono, sia uno degli ultimi grandi maestri italiani della cornice (nel suo laboratorio-bottega in Firenze) per artigianalità e gusto, e quindi ha converso anche i suoi pareri di conoscenza intima con l’arte. Io la penso come lei, e pur non avendo osservato il quadro dal vivo, credo che l’opera sia senz’altro di pertinenza – come bozzetto – del Luigi Nono (1850-1918). Mi convince il senso mistico – pur popolano – che permea quella pastosità coloristica soffusa e diffusa. Il Nono seppe trasfondere con la luce “alla macchia” tutto il suo realismo vivido e rappresentante. Non sarò io certo a darle lumi sul valore monetale, che senza tema saprà proporre.
Signorina Delia, lei è estremamente “giovine” per scrivere ad un “attempato da tempo” scribacchino di cose d’arte “secondo me e al contrario di lei…” (sic). Nonostante si professi studentessa dell’Accademia d’arte di Roma – che a mio avviso per la sua, se vogliamo dirla eufemisticamente, “eterogeneità” ha prodotto e da sempre nell’ordine: nullafacenti, artisti falliti, scioperanti e manifestanti di indole e professione, ed in misura certo minore valenti artisti e professionisti del designer e dell’arte e dell’artigianalità – v’è da stabilire ove lei potrà essere collocata in futuro, ma le dico sinceramente: parte male! Ma non per aver denigrato miei giudizi di carta e transeunti ed attuati per quel che mi consente la mia preparazione e cultura che scopro ogni giorno ben più modesta di quello che io pensi e consideri. No! ma perché lei manca di una cosa pregevole che, lo confesso, come lei da “piccolo” anche io non ho avuto: l’umiltà. E quindi, adesso mi permetto di deprecare me stesso e nel contempo lei, esortandola a non cadere nel mio macroscopico errore. Può rispondermi a male parole quando vuole e crede, tanto non posso scappare altrimenti non mi pagano più.
Spettabile dottor Giovanni Fogliani, essendo stato nel ramo delle consulenze peritali lei saprà che al di là dell’oggetto e della sua intrinseca bellezza e/o qualità esiste poi ciò che è la sua offerta precipua e dove esso viene collocato. E parliamo quindi, per generalizzare, del mercato che ai nostri giorni, per l’antiquariato ed in special modo per la mobilia inerente ma non solo, è estremamente rastremato. Il suo scrittoio di fattura “sorrentina”, pur essendo un bel mobile per linea ed intarsi (sia pur di non eccelsa maestria e di variegate essenze ma solo in acero o pioppo su tranciato di noce e/o palissandro) è un prodotto otto-novecentesco che quindi non rientra nelle tipologie del mobile di alto prestigio (dal Cinquecento al Settecento) estrinsecamente rilevante o acquistabile, se si voglia, per mero investimento. Voglio dirle che già determinarne il valore è cosa complessa, nel senso che si potrebbe passare da una base – se vogliamo dire di piacevolezza e “figura” – di 1.200 euro a un valore di 2.500 e oltre a seconda di chi ne è interessato. Ho ricordo vago di un’asta privata in una casa nobiliare del Monferrato organizzata tra privati ed antiquari, dove un mobile simile al suo spuntò sui 5.000 euro, ed infatti sorprese la platea. L’acquirente, un industriale, dichiarò che lo avrebbe collocato nella sua sede milanese, un grattacielo dove tutto, naturalmente, era tecnologicamente avanzato, e che lo avrebbe sostituito alla sua attuale scrivania di plexiglas e acciaio di designer costata 12.000 di euro! Sinceramente non saprei cosa consigliarle, difficoltosa la vendita a privati e ardua quella tramite casa d’asta che la potrebbe offrire ad una base minima, sia pur con lei concordata.
La signora Caterina Borello ha ereditato una placca bronzea (cm 30x40x1 kg 5) con bassorilievo a fusione: una madonna con bambino, anni 50-70 del ‘900. Purtroppo si tratta di opere a fusione plurime che non hanno grande valore né artistico né artigianale, relegate ad ambito religioso familiare (capoletti). Valore tra i 50 ed i 70 euro.
Signor Ermanno Zanetti, risponderò sinteticamente ai suoi numerosi quesiti: inizierò dicendole che i suoi piatti e il suo porta pillole degli anni 60 non sono prodotti della celebre manifattura francese ma di fabbrica italiana: la M.A.B.A Porcellane artistiche Limoges T., fondata nel 1942 da Giovanni Fabris (figlio del famoso ceramista Luigi) e poi negli anni 70 assorbita dalla ditta ceramica Tognana. Quindi il valore dei suoi oggetti è basso: 30/40 euro al pezzo.
Il trittico in bronzo con due candelieri e centrale con orologio è degli anni 70, forse è francese ma ha i marmi di accompagno in verde prealpi italiano. È uno di quei modelli fatti in fusione a stampi in serie, ma… ma la sua imponenza (cm 88-62) è altamente arredativa, quindi direi 800/1.000 euro.
Signor Fabio Goglia, c’è un po’ di confusione: il primo quadro con “il vecchio in inverno” è su tela ed è semmai una tempera e gesso e non pastello; il secondo, “invetriato”, non so in che tecnica sia stato eseguito e se sia del pittore genovese Giacomo Parisi che, purtroppo, era un decoratore di basso livello (e nonostante che qualche offeso dal suo dio continui a tentarne in rete lo spaccio a cifre di centinaia di euro). Mi spiace, ma sono opere di assoluta mancanza di valore.
La signora Laura Lanza manda la foto di un apparecchio di misurazione prodotto dalla Siemerns & Halske nei primi del 900. Tecnicamente si tratta di un “misuratore di isolamento” il cui valore, per lo stato in cui si trova, è sui 400/500 euro.
Al fedele lettore signor Carlo Crociatelli espongo primariamente una considerazione sul mio operare: reputandomi non molto dotto, e a ragione, sulle innumerevoli materie di cui mi occupo e tratto nei miei consulti, è d’uopo come debba essere almeno ferrato e dotato in merito a ciò che a tali materie è inerente: il mercato e sui suoi economici aspetti e responsi, come ad esempio quelli delle case d’asta costantemente ed incessantemente da me monitorate in oltre quarant’anni.
E per puntualizzare: lei mi da notizia di un’opera del pittore Lodovico Zambelletti (1881-1966) – simile ad una sua che mi manda in expertise – battuta dalla Sotheby’s il 19-12-2007 (lotto 113) a 38.000 euro, ma mi chiedo: di stima o di vendita? Ad ogni modo, a me (ed al mio catalogo), invece, la detta opera: “Giardini a maggio” (cm 87×85) del 1928 risulta valutata in partenza a 15.000-20.000 euro, mentre è altra, e cioè il lotto 47 “Chiosco al monte Tordo” (cm 69,5×88,5) eseguito tra il 1928-28, ad essere stata valutata tra i 25.000 e 35.000 euro! E ciò, per vanagloriare la mia predisposizione alla precisione delle cose scritte, ma anche per non informarla brutalmente del fatto che purtroppo, signor Carlo, queste stime non ci sono più, e quelle attuali neanche lontanamente ad esse si avvicinano. Quindi la sua opera degli anni 20-30 (cm 89×70): “Damine al parco”, che si può tranquillamente ascrivere allo Zambelletti, penso non possa essere valutata, pur considerando come sia uno dei soggetti “ricercati” dell’artista, più di 3000 euro. E per rimanere con i piedi in terra le elenco anno, misure e stime tratte da alcuni cataloghi d’asta (che sono quelli su cui si confronta chiunque, commerciante o privato che sia, nell’acquisto di un’opera di un determinato autore): 2018, Santa Giulia (cm 47×64), euro 800-1.000; 2022, Pandolfini (cm 40×56), 500-800; 2023, Ars Value (cm 59×90), 1.400-1.600; 2024, Dorotheum (cm 100×115), 1.500-2.000.
Mi scrive il signor Lucio Vitale dalla bella Porto Ercole nell’Argentario, dove ho trascorso parecchie estati negli anni 90. Circa i due quesiti, inizierò dalla sua lastra dipinta su zinco (cm 62×40) raffigurante “Cristo davanti a Pilato”, opera di gusto neoclassico indicata da una expertise allegata a firma Franco Toscano (perito che non conosco) come pezzo della fine del XIX secolo. Purtroppo, monetariamente non posso valutarla che sui 400/600 euro.
Circa il secondo quesito: un lavoro devozionale religioso in merletto racchiuso in una graziosa cornice (cm 82×72), anche qui, e nonostante il bel lavorio artigianale tipico dei primi decenni del ‘900, il mercato non mi consente che di collocarlo in una bassa fascia di prezzo intorno ai 60/100 euro.
Il signor Tommaso Leonetti manda in visione foto di un capoletto o “capezzale” al cui interno è rappresentata l’iconica figura “del trasporto del Cristo morto”, tipica degli anni 20-40 non nelle case contadine ma in quelle borghesi. L’immagine è dettata dall’originale dell’Antonio Ciseri (1821-1891), caposcuola del verismo ottocentesco di mano composta e raffaellesca. Professore e maestro per tanti valenti artisti, fu autore di innumerevoli scene sacre sin d’allora imitate e copiate a dismisura ed in seguito per decenni stampate. Non vorrei, caro lettore, che la sua fosse una oleografia (stampa su tela) apposta non su una cornice a caso, come lei ha ipotizzato, ma su un elemento ligneo decorativo apposito per collocazione – come detto – in quegli anni. Comunque, in ambedue i casi l’opera è pressoché senza alcun mercato, allegorica e ai nostri giorni non certo di attrattiva. Valore: 60 euro se oleografia, 120/150 se dipinta.
Il nome da frate lo ha, la libreria pure. È Il signor Massimo Ferrario da Besozzo (VA) che in più ha per compagnia, insieme ad altre belle cose, un busto in terracotta policroma di Dante (cm 33×39) lascito dei suoi genitori, del quale mi chiede lumi. A mio avviso è opera degli anni 40-50 del 900, ha una verve atipica rispetto alle consuete tipologie del sommo nostro, ed è chiaramente opera di figurinista più che di scultore classico. Trovarne l’autore è quindi cosa ardua, ma lei, signor Massimo, non ne avrà soverchio nocumento, perché gli oggetti cari hanno vita loro e ci appartengono con la loro anima ambientata e soffusa, come nel suo caso, nella sua bella casa. La ringrazio per le parole che complimentano il mio lavoro negli anni e mi permettono di onorarmi di avere lettori sensibili, ironici e colti. A lei, mi consenta, il mio sentito abbraccio.
Signora Ivana, lei manda in visione due tele eseguite da un “decoratore di pizzerie” negli anni 50-60, ma inserite in due belle cornici ottocentesche ebanizzate e lavorate a guilloche che, come lei ben ipotizza, sono le uniche a valere: tra i 50 e i 70 euro cadauna.
Signor Mario più, del suo vaso della Ginori a grottesche anni 50-70 (h 35 cm), per sapere se ha fatto un affare o meno dovrei conoscere il prezzo d’acquisto che lei non comunica. Io, viceversa, le rivelo la mia valutazione che è – se intonso e privo di difetti – sui 150/250 euro.
E come sempre, un saluto a tutti e un abbraccio ai pochi
Luglio / Agosto 2025
Mi scrive la signora E.P. da Roma che da anni sbarca il lunario, come tanti, vendendo in rete non calendari ma oggetti e oggettini che recupera tra i mercatini dell’usato oramai in voga nella capitale e dintorni.
Signora per me va bene, e anzi sono a favore a chi ricicla e valorizza tante cose che andrebbero a finire chissà dove o per strada o in discariche, ma… ma che poi questi si pencolino con l’aiuto e conoscenza della Rete di saperne di più di chi ha studiato ed operato per decenni nelle materie dell’arte e dell’antiquariato, beh… mi parrebbe cosa azzardata per non dire, come in genere scrivo, ben altro. Lei mi invia quadretti senza garanzie, curriculum e fatture, a cui un ignoto o più felloni hanno apposto firme quali: Lindstrom, Lupertz, Arp, Bissier… e mi fa sapere (dopo la mia risposta sarcastica in mail privata): a) di essere io un “rigattiere incompetente” (sic), e b) di avere di già contattato gallerie importanti con cui è in trattative. Io sinceramente non so, nel caso specifico, se il prenderla a calci nel sedere si configuri come un atto coercitivo punitivo illegale o semplicemente opinabile, ma è certo, se è vera la sua volontà di portare “le opere” nelle dette attività, che non se ne lasceranno scappare l’occasione. Io per mio conto le posso rinnovare le mie pedate solo virtuali. Se le spartirà equamente e socialmente tra i suoi simili asinini che deambulano per mercati e mercatini e che ogni tanto affliggono la mia esistenza.
E così mi trovo a rispondere anche al signor Bruno Topazi che con altro garbo e tono mi chiede lumi su un quadro (cm 100×70) firmato da un artista internazionale: Wilfred Lam (1902-1982).
Signor Bruno, anche a lei ripeterei ciò che oramai propino da anni ai miei lettori. Le opere, e specialmente quelle moderne e alla portata di mano pittorica di tutti o quasi, abbisognano di documenti primari: provenienza, fatture, percorsi, cataloghi ed expertise senza i quali non vale la storia del reperimento nella discarica o nel mercatino o una volta nelle soffitte e ora nei garage condominiali. E autentificare dal nulla un’opera che varrebbe centomila euro e oltre, come nel suo caso, e beh, non è cosa così facile, mi creda. E ciò se l’opera fosse pur autentica! figuriamo se non lo fosse, come, caro lettore è nel suo caso, in cui dalle belle nitide grandi foto inviate intravedo: a) una firma cancellata e sovrapposta, b) un timbro apocrifo nel retro di una mai esistita, o esistita in cuor loro, Accademy of the best works of art in the world (accademia delle più belle opere d’arte del mondo!) presso il Contemporary Arts Center, che è un prestigioso Museo ove avrebbe sede anche la fantomatica accademia in 44-6th-St di Cincinnati nell’Ohio. Per mero scrupolo ho telefonato ad amici introdotti negli ambiti museali americani che hanno iniziato a ridere al mio – suo – quesito. Ma sono stato comunque contento della sua richiesta ben dettagliata e scevra da ogni possibile contezza di aver ritrovato un capolavoro.
Voglio inoltre ripetere a tutti i lettori che le opere d’arte moderna sono autentificabili e solo: dall’autore o dai suoi aventi diritto eredi, o da studiosi da loro indicati, o da chi per illustre fama si occupi da sempre di determinati autori. Io, come nel caso, posso dare solo pareri su opere sicuramente non autentiche.
La signora Ivana ha bloccato la “mia somma esperienza” (sic). Ha scritto infatti tutto lei: scatola di travertino con finiture in ottone che lei ipotizza di creazione dell’illustre “padre” del design italiano Enzo Mari (1932-2020), prodotto dalla ditta Fratelli Mannelli, tuttora attiva. E ci siamo, e mi permette solo di valutare la sua scatola portagioie: intorno agli 80 euro. Ma detti pezzi di linee spartane e geometriche non firmati, dovrebbero avere d’accompagno pur una nota d’acquisto, una targhetta, qualcosa da cui si evinca la loro provenienza, altrimenti sono di difficile vendita.
I signori Raina e Franco con due quesiti in merito a due servizi da the da dodici in porcellana. Il primo è quasi certamente cecoslovacco degli anni 50-60 in transfer con ritocchi di colore magari a terzo fuoco. Il valore di questo tipo di servizi, una volta d’uso e di prestigio, ora si è ridotto alla sola esposizione per chi ha credenze e mobili all’uopo e desuetamente. Alla loro epoca le ditte produttrici li tenevano in catalogo 10-15 anni e sostituivano i pezzi fallati o rotti, per questo motivo costavano parecchio all’origine ed erano un “piccolo patrimonio”, insieme ad altri oggetti arredativi della famiglia, che si trasmetteva con cura ed orgoglio. Oggi purtroppo qualità e bellezza non hanno più valori di riferimento monetale ma solo canoni di ricordo famigliare. Quindi, e non ve ne abbiate a male, non posso valutare il vostro bel servizio che tra i 120-150 euro.
Il secondo servizio, con stilemi degli anni 40 dell’oramai passato Déco, è più appetibile in quanto potrebbe vendersi anche a pezzi: 10-15 euro tazzina e piattino, 60-80 teiera, 30-40 la zuccheriera.
Il signor Basil Dubs mi sottopone una sculturina di fauno (34 cm) in bronzo, con una firma a monogramma che coinvolge le lettere D C E F a seconda del verso e di come si interpretano. La pubblico perché io non so chi possa esserne l’autore e mi rimetto alla conoscenza di qualcuno dei miei affezionati o meno dotti lettori collezionisti e connoisseur.
Signor Andrea Sassi con un modello in legno (cm 77×21) di un galeone storico della marineria spagnola: il S. Felipe, varato nei cantieri di La Coruna nel Febbraio 1693, era una poderosa nave costruita con fasciami e interni ed esterni sovrapposti e alternanti a resine, bitume e tavole di legni diversi, con cannoni in bronzo più resistenti e duttili di quelli in ferro. Non fu usato in alcuna battaglia e smantellato negli stessi cantieri ove era stato costruito nel 1736. La sua replica in scala degli anni 50-60 del ‘900 non è in perfette condizioni ed in più tali oggetti non hanno più soverchio mercato. La JiviArt indiana nel sito Etsy mette in vendita, di 20 cm più grande del suo, un modello analogo cui assegna un valore sugli 800 euro. Cose come il suo galeone hanno un “sottomercato” che li valuta tra i 350 e i 500 euro, ma sono di difficilissima vendita.
Signora Ilda Veneziani da Latina: ma se lei non legge la mia rubrica che ogni tre mesi, vada a vedere se trova nei mesi passati sulla rivista o via email le mie risposte, è inutile che continui a mandarmi, e con mail diverse, gli stessi quesiti! E comunque, le rispondo nuovamente – e per farne edotti tanti lettori – che stampe od incisioni dell’Ottocento – a meno che non siano rarità – possono considerarsi di valore vicino allo zero.
Signor Nicola Mario Scotti, il quadro (60×80 cm) anni 20 del ‘900 firmato F. Rapell (?), autore di cui non ho alcuna notizia pittorica, lo valuto sui 250-350 euro per il soggetto di buona mano. Anche qui, se qualche diligente lettore ne sa di più…
Dalla sempre bella e magica Sardegna, il fedele lettore Roberto Desogus, fine collezionista coroplasta che questa volta manda in visione una statua in ebano (cm 87×7,5 Kg) di arte africana per averne lumi. Risponde alla sua richiesta un eminente collezionista tra i maggiori conoscitori italiani d’arte africana, il dottor Bruno Albertino di Torino.
“La statua in oggetto è opera di uno scultore di etnia Makonde, popolazione situata tra il sud della Tanzania ed il nord del Mozambico. Scultore di qualità. Bella ed estremamente elegante la figura femminile. Concordo sulla datazione anni 50/70, ebano tipico dell’area Makonde. Trattasi di arte moderna fatta per la vendita e non tribale magico-religiosa. Valutazione media 500-1.000 euro”.
Signora Paola M. da Cinecittà – Roma, purtroppo i tappeti hanno subito nell’antiquariato un tracollo superiore ai mobili. I suoi li posso valutare con il metro dell’oggi e non quello di quando lei li ha acquistati trent’anni fa, quando gli italiani erano oltretutto “pieni di soldi” da spendere.
Il primo è un Rabat del Marocco del 900, e nonostante le sue imponenti misure (cm 500×230) lo valuterei sui 1.200-1.400 euro; il secondo (cm 300×250) è sempre del Marocco e del 900, manufatto di tribù berbere, valore sui 1.500-1.800 euro.
Il signor Oreste Palmieri da Abbiategrasso (MI) manda in visione un olio (cm 60×50) forse del XVIII secolo di scuola romana, raffigurante non genericamente “una suora innamorata”, come scrive lui, ma di una suora innamorata di Cristo, Santa Teresa d’Avila in estasi. Quadro di difficile alienazione, valore sui 1.200-1.600 euro.
E come sempre, un saluto a tutti e un abbraccio ai pochi
Giugno 2025
Signori, repetita juvant: i miei pareri sono indicativi e non forieri di certificazioni di qualsiasi natura. E detto ciò in generale, v’è chi va oltre, come la famiglia Briganti (nomen omen) che, nei mercatini ove deambula incertamente, usa il mio nome e lo accosta alla paccottiglia rigatteriale che propone in vendita. L’avviso di non più ripetersi in queste operazioni! Le opere ad acquarello dai Briganti proposte, e sulla falsariga di quelle vere dell’Ottocento partenopeo (che da oltre mezzo secolo non esistono più nel mercato), sono degli abominevoli falsi addirittura nei materiali usati oltreché nella loro mancanza di artisticità.
È successo questo: i Briganti mi hanno inviato foto di acquarelli autentici tratti da cataloghi d’arte e poi hanno preso le mie risposte positive in merito alle esecuzioni e alla loro bellezza e le hanno appiccicate al retro dei loro brutti falsi similari che, v’è da dirlo, vendono a prezzi risibili di 50-70 euro, e non riesco a capire come vi siano dei “battilocchi” che ancora li comprino.
La signora Emilia Rossetti, dal padovano, ha fatto visionare a diversi esperti una sua bella opera (cm 35×60 circa): “Veduta del Canal Grande, Venezia”. Un noto antiquario di Padova ha proposto come autore il Bernardo Bellotto (1721-1780) allievo prestigioso e nipote del Giovanni Antonio Canal detto il Canaletto (1697-1768). Un altro perito ha pensato piuttosto alla bottega del detto artista e un altro ancora addirittura al Canaletto stesso. Non essendo né esperto del grande vedutismo veneto del XVI-XVIII secolo, né degli artisti a quel periodo legati, mi sarei senz’altro sottratto a parere di competizione con gli illustri colleghi da lei, seppur sommariamente, consultati, se la signora stessa non mi avesse accennato ad una curiosa scritta nel retro del telaio che mi aveva primariamente fatto pensare ad un’epoca più recente del manufatto pittorico, anche se i quadri antichi possono essere nel tempo, eccome, reintelati. La scritta recita: “un melo e non un pero”, seguita da scarabocchio con svolazzo. E allora mi è venuto in mente l’artista veneziano Mario Melo (1887-1955), bravo pittore e grande copista museale di opere del Guardi, Canaletto, Tiepolo ecc. Fu restauratore di chiese, ville e decorazioni sei e settecentesche, allievo di Ettore Tito, del Paggiaro, e influenzato dal Favretto per la sua produzione autonoma. E quindi, gentile signora Emilia, credo che sia proprio l’eccellente e sarcastico artista ad aver apposto la sua divertente firma sul telaio della bella tela. Il Melo non ha gran mercato, ed inoltre il dipinto potrebbe essere copia pedissequa di uno dei grandi artisti capiscuola citati. Tuttavia, lo valuterei intorno ai 1.500 euro.
La signora Manuela Omar, riprende un vecchio quesito del maggio 2023 in cui indicavo al signor Andrea Formica le quotazioni di vari artisti tra cui quelle del pittore Fedhan Omar (1932-2018) – immagino parente. La gentile lettrice garbatamente mi fa notare che, contrariamente a quanto da me scritto e indicante un’assenza di interesse del mercato per le opere di tale artista, viceversa esistono probanti valutazioni! …E cosa propone a conferma di ciò? Un elenco tratto dalle edizioni Mondadori e dal suo catalogo. Gentile signora lei, evidentemente in buona fede, è aliena dal come si formino le valutazioni che vanno a interessare un artista. Esse, purtroppo, non sono fatte dai cataloghi “a pagamento” redatti da case editrici – quali esse siano – e da me peraltro in passato indicate: dalle edizioni Bolaffi, al Quadrato, alle Mondadori appunto, ed altre. Le quotazioni veritiere le forniscono soprattutto i risultati d’asta ed anche, in minor misura, le gallerie ed i mercanti d’arte titolati. Fuori da questi canali è difficile che si possano spuntare indicazioni e cifre differenti. E mi ripeto ancora una volta: dette valutazioni rispecchiano non il valore o meno del pittore o scultore sotto il profilo artistico, tanto è vero che io lamento sempre come ci siano dei “maestri” tralasciati e sottostimati a causa di una serie di motivazioni: di tempo, di critica, di proprio basso “commercio” effettuato da chi manovra il settore. È come lamentarsi degli aumenti dei prodotti alimentari sulle nostre tavole, mentre ingiustificatamente i produttori diretti: agricoltori, pastori e lavoratori, vengono liquidati con cifre da sopravvivenza e fame. Si ingrassa chi non fa nulla, ma propone, trasporta, traffica addirittura per sola voce telefonica. Il bravo pittore Omar è stato purtroppo fuori da questi maneggi ed io non posso dare purtroppo quotazioni diverse, a meno che una petizione popolare di miei lettori e non mi interpelli per fare una trasmissione televisiva nazionale, e io mi ponga a dire (alla maniera di Sgarbi per intenderci) cose più o meno sensate e soprattutto a proporre dimenticati artisti e loro opere a cifre superiori conseguenti.
Signor Paolo Rho pone alla mia attenzione un quadro ottagonale (cm 30×40) di impronta ottocentesca (da sola unica foto) tratto, scrive lui, da un modello di Giovanni Lanfranco (1582-1647). Ebbene, si tratta di un’opera decorativa il cui valore è sui 600/800 euro.
Il signor Roberto da Perugia invia un’icona (cm 38×31): “Decollazione di Giovanni Battista” con una narrazione e configurazione “occidentale”. A mio modesto avviso trattasi di opera eseguita nel ‘900 inoltrato in una tipologia molto iconografica e non riassumente gli stilemi dell’arte russa per questi modelli. Valore, intorno ai 600 euro, più a occhio che per specifica competenza.
Il signor Andrea Polini di Livorno mi presenta una rara multilampada novecentesca (h 180 cm) in ferro battuto laccato. Peccato non vi siano i vetri originali (a flute) contenenti le lampadine. Valore, per le mancanze, sui 900 euro.
In un secondo quesito il lettore mi pone in visione un vasetto (cm 15) in ottone inciso e laccato, turistico da esportazione. E qui, avendo egli sottomano la guida: “Marchi negli oggetti d’oro” (delle famigerate edizioni f.lli Melita immagino), si spertica in punzonature e marchi preziosi. Suvvia, signor Andrea, non è proprio il caso.
Signor Luca Calzetta, il quadro inviato con poche e brutte foto non mi consente che un giudizio sommario. Forse ‘700 e in tavola (cm 65×41), è opera di genere che riporta l’episodio evangelico del “figliol prodigo”. La pittura è di “frescante girovago” di mano seriale, il valore è intorno ai 1.200 euro.
Il signor Nicola Mario Scotti manda in visione una tela a carattere religioso (cm 151×85) di impianto e stilemi popolari, anni 50-60 del ‘900 come tipologia. Purtroppo l’opera non ha valore se non quello devozionale e arredativo di chiese periferiche. Dovendo esprimere comunque una stima: sui 100 euro.
“L’affezionato mio lettore” (sic) Mario Coccia da Peschiera Borromeo (Mi), mi chiede parere circa un libretto edito nel 1876: “Antonio il pescatore”, di Felice Venosta, fecondo scrittore di quel periodo. La pubblicazione è rara, ma certamente di autore minore che non può assurgere a valutazioni di rilievo: diciamo 50/80 euro, per collezionisti.
Signora Nunzia P., la sua tela (cm 30×25), “Madonna, figlio e San Giovannino”, è di scuola fiamminga settecentesca ma molto, molto ritoccata, come mostrano le radiografie inviate. Io, rispetto al suo antiquario (che spero non sia colui che gliel’ha venduta), non credo che il suo valore, e anche senza considerare i vistosi ritocchi all’analisi specifica, possa superare i 2.000 euro.
Il dottor A.E 911 invia una molteplicità di opere: quadri degli anni 50-90 del ‘900 che, sinceramente, potrebbe e senza tema gettare nei cassonetti dell’indifferenziata se non fosse che magari qualcuno, impossessandosene, potrebbe rimetterli in circolazione con gravi danni per l’ars visiva e dei pochi sensibili che ancora deambulano scioccati in questo brutto mondo fatto di guerre ed ignoranza ad oltranza.
E come sempre, un saluto a tutti e un abbraccio ai pochi
Maggio 2025
La signora Flavia Daneo mi aveva inviato un quesito riguardante un’illustrazione di Papia, che io ignorantemente non avevo saputo identificare con Pavia, e ciò a causa, oltre che della mia nulla conoscenza dell’importante città lombarda, per una serie di circostanze che capitano nella disamina di decine di quesiti. Ed invece Pavia – ora leggo informandomi – fu capitale longobarda del Regno d’Italia nel 997 e chiamata nei secoli successivi “la seconda Roma” trasmutando il vecchio nome di Ticinum in Papia. La lettrice, che già lo sapeva, ha preferito – come fanno in tanti – non dirmelo, forse per mettermi alla prova e/o assumendo in me un Pico della Mirandola di antica memoria! Ebbene, si sappia, cosi non è. So quel che so e che è certamente poco rispetto allo scibile storico infinito anche della nostra nazione. E non sono uno storico ma un perito d’arte e semmai un bibliofilo o meglio “libridofilo”(alla Vanni Scheiwiller di grande e venerata memoria), e sulla pubblicazione da cui è tratta la sua xilografia ho risposto, e credo, senza tema d’errore. È che non posso, e certamente, dedicare tanto tempo e indagini specifiche ai quesiti che mi arrivano quindi, e nuovamente, colgo l’occasione per pregare i gentili lettori di aiutarmi nel compito e di non impegnarmi più del dovuto, che… vedete, non funziona. Può anche essere, però, che la lettrice abbia dato per scontato che io subito ne avessi dedotto il facile abbinamento, e ancor più allora – essendo tardo – andrei aiutato! Anche la colta e fedele lettrice Cristina Zannini, connoisseur di medaglie e monete, mi indica Pavia nella raffigurazione che non avevo saputo riconoscere, e la ringrazio.
Signora Emilia Dolci da Viterbo, già ho scritto che quelle trasmissioni televisive (canale 52 e similari) su: modernariato/usato, rovistare in box e amenità del genere, cercatori d’oro e quanti altri, sono in realtà degli sceneggiati televisivi con attori e figuranti. Non c’è nulla di vero e reale se non gli spot televisivi che li inframmezzano. E basti considerare le valutazioni che di volta in volta vengono espresse sia per le cose accettabili sia per il vero e proprio ciarpame che vi chiederebbero di pagare per smaltirlo!
Lei signora, si faccia un giro per i mercatini che una volta trattavano l’antiquariato e l’artigianato e che oggigiorno riguardano semmai il modernariato/usato e il made in Cina, con poche eccezioni. In essi, a differenza delle fiction, ogni tanto può capitare la scoperta e l’affare. Anche se, come ripeto, pure coloro che non sapevano leggere e scrivere o i “podologi” (per dire una categoria) oramai, tutti, sono esperti riconoscitori grazie al web e alla rete, e in genere le occasioni sono veramente poche e non certo alla loro bassa portata, portata che non li esime poi dal criticare chiunque – me compreso – non dia loro ragione. Ma… se qualcuno osteggia anche gli scienziati che propagano la scienza accertata dei laboratori, figuriamoci materie che appartengono alla sfera dell’anima: l’arte, l’antichità, il collezionismo e le cose belle. E il ragliare, poi, è alla portata di tutti.
Il suo dipinto (cm 150×105) di Leone XIII (Gioacchino Pecci di Carpineto Romano 1810-1903) molto interessante e di bella mano italica fine Ottocento, vale sui 3.000 euro minimo. Non lo consegni, la prego, a quel panurgo che le si è presentato come antiquario, in realtà un poveruomo dimorante nei Castelli romani e detentore di una non felice bancarella in quei pressi. Potrebbe succederle di non vederli più (il papa soprattutto, unitamente al sedicente).
Signor Ennio Carotenuto, non conosco il “notissimo pittore” Carlo Pirro Leand di Sorrento, di cui non ho alcuna notizia nei miei prontuari, ma… ma avendone le precise generalità, da ciò che lei invia mi sarebbe parso di poter se non altro avvisare le pubbliche autorità affinché egli fosse non dico posto nelle giuste condizioni di non nuocere ulteriormente all’ars visiva di quanti – che per ciò non esistono giuste leggi conseguenti – ma almeno di essere redarguito e diffidato dall’operare mal oltre. Non posso pubblicare, mi creda, per responsabilità nel senso detto verso i lettori, l’opera inviata.
Il signor Marco Ricci, che ringrazio per l’attenzione e per i complimenti, invia un doppio olio (cm 50×60) su tavola dipinta da ambedue i lati, lascito dei suoi genitori. Tralasciando il retro, una specie di bozzetto con paesaggio, il fronte rappresenta il busto di una donna a firma “F. Cherubini 62”, che va ad intenderne l’autore Francesco Cherubini, bresciano nato nel 1929. Signor Marco, purtroppo l’artista, che un tempo era fortemente quotato (anni 70-90), ora fa parte di quel limbo dove deambulano con le loro opere migliaia di autori non più recepiti dal pubblico e soprattutto dal mercato. E per riprendere le mie ininterrotte prolusioni riguardanti questi pittori oramai dimenticati, le abbrevio la storia: le ultime aste (anni 2024 e 25) in cui è comparso l’artista sono due, quella della Capitolium Roma asta 372 con un dipinto di cm 40×40 valutato 50/100 euro, e quella della Capitolium Brescia asta 499 con un cm 53×53 valutato 200/300 euro. Ambedue le opere sono andate invendute quindi le quotazioni dette mi impongono, e nonostante la felice mano di impronta novecentista del suo dipinto, una valutazione massimale di 250 euro.
La signora Marisa G. vuol sapere di libri, e ne ha un concetto strano riguardo le loro valutazioni. Crede infatti che a determinarne i valori sia la più o meno vetustà degli stessi. Ed iniziamo con un Codice Civile del 1897 “tenuto come un tesoro” (sic): molto, molto usato, squinternato e mancante del frontespizio indicante l’editore ed il curatore, che ha valore, cara signora, nullo.
L’elenco continua poi con romanzi del 900 di autori secondari e vangeli, bibbie, libri d’ore tra 800 e 900… ce ne fosse uno da cui trarne almeno dieci euro sicure e non trattabili!… Le rispondo comunque sulla rubrica per informarne quanti, non edotti della rete complessiva, non ne sanno: i libri hanno autori ed edizioni ed è lì che sta la loro precipua importanza e, se vogliamo, la loro valutazione monetaria – anch’essa oramai precipitata come il loro interesse – non nell’epoca, ma nella rarità e nell’argomento trattato.
Il signor Renato Di Properzio che stimola sempre il mio sopito sapere, ha trovato in una spiaggia romana un anello raffigurante “l’occhio di Horus” e me ne chiede lumi. L’anello, dal marchio impresso, è in argento “600” come titolo, prodotto in Alexandra (Alessandria d’Egitto) nel 1982 e seguenti anni. L’occhio: udjat in egiziano, è simbolo di salute e forza positiva e protettore per chi lo porta (in questo caso non vorrei dissacrarne il significato azzardando previsioni poco ottimistiche incorse al suo portatore, magari passeggero di linea di gommoni nel Mediterraneo ma, per pura scaramanzia, suggerirei al lettore di non infilarlo). Il valore, naturalmente, è nell’ordine di poche decine di euro.
Signora Cristina Tabar, non posso che dare valutazioni sommarie a tutte le opere che manda con risicate immagini.
Iniziamo: i dipinti del pittore Gracco Ponticelli (1908-1980), 250/300 euro cadauna; i due quadri in terrazza con fiori, 250 euro cadauno per le grandi dimensioni; il “Clown”, 100 euro; l’ovale con cornice e fiori, 250 euro; il nudo a firma Monella, 50 euro; le incisioni, 10/15 euro cadauna. Circa Roberto Andreoli (1955), acquarellista e musicista di talento, le sue opere si vendono sui 300/400 euro, ma si tratta di un’indicazione generica giacché il pittore è vivente ma non ha nome nel mercato globale.
Sui tappeti risponderò nel prossimo numero.

Signor Piero A. da Collalto Sabino (RI), il suo olio su tela (cm 40×60) è uno scorcio del suo paese firmato da Riccardo Francalancia (1886-1995) uno dei più importanti esponenti del movimento novecentista italiano “Valori Plastici”. È opera degli anni 50-60, ma capirà che poterle affermare se sia autentica o meno è altra cosa. Ricordo opere del genere vendute dalla Christie’s negli anni 90, ma null’altro. Fosse autentica, varrebbe sui 20/30mila euro, ma dovrà rivolgersi ad altri esperti in carne ed ossa e non di “cartone” come me che, oltre a non saperne molto in materia precipua, opero dalla visura di semplici immagini. Le consiglio preliminarmente di rivolgersi alla Fondazione Studio Ragghianti di Lucca (tel. 0583 467205), che la indirizzerà alla bisogna.
Il graditissimo collezionista Roberto Desogus mi scrive dalla città “maremonti” di Quartu Sant’Elena, perla della Sardegna da visitare, a dieci chilometri dal mare, con uno dei parchi umidi più interessanti d’Europa nelle ex saline e con ad est il massiccio montuoso dei Sette Fratelli, un’arcaica meraviglia rimasta delle grandiose foreste sarde distrutte nell’Ottocento da una schiatta – ahinoi regnante – di bassi uomini “savoiardi”.
Questa volta lo stimato lettore presenta alla mia attenzione due vasi. Il primo, “Nettuno” (h cm 25), è opera anni 40-50 (?) dell’insigne ceramista torinese Mario Brunetti (1907-1995) ed ha un valore di 400 euro se non 500. Il secondo, un vaso (h 33 cm) sottoscritto dalla manifattura Imola, mi coglie impreparato: trattasi della cooperativa ceramiche Imola (stoviglie e maioliche) fondata nel 1874 da Giuseppe ed Angelo Bucci?… Che ha anche un Museo?… A me parrebbe di sì, ma si informi da loro: marketing@ccimola.it, e mi faccia sapere. Un abbraccio.
Signora Amalia Vallegrande, ora, pur non reputandomi un esperto di metalli preziosi, qualcosa ne ho studiato e appreso. Ad esempio so che il platino, sconosciuto in Europa sino dal 600, cominciò ad essere usato in oreficeria solo nel 1800. Il suo “anello inglese del 1750”, così come dichiaratole dall’antiquario londinese, è sospetto, sospetto in quanto ha un confuso ed illeggibile marchio (ma non per colui che glielo ha venduto). In più, nel Regno Unito l’Hallmarking del 1973 fissava un unico titolo di 950-1000 (in millesimi) per il platino entrato in vigore obbligatoriamente solo nel 1975 con il marchio: globo sormontato dalla croce incuso in forma cuspidata, preceduto dal bollo della città in cui viene lavorato, bollo della provenienza e titolo, per tutti gli oggetti con peso superiore al mezzo grammo. Antecedentemente il platino era venduto di volta in volta dai vari venditori di gioie con garanzie personali scritte d’accompagno e/o punzonato all’interno con il loro numero ordinario dettato a legge per i fabbricatori d’oro e d’argento, e non solo in Inghilterra. Non risulta né a me né alle mie letture altro. Il suo anello, tra l’altro, ha confusi perlomeno otto bolli e tre lettere, un bailamme di invenzione. A questo punto vada a campionarlo da un orefice per saggiare se sia platino o meno, e ciò al di là della supposta datazione.
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Dottor G.M. Piccardi dalla provincia di Caserta, il suo vaso non è né cinese né giapponese ma, con un marchio apocrifo poi, di Chelsea (Londra) per le porcellane del periodo 1745-1785. Io non so perché comunque si continuino a chiamare – come fa lei – antiquari, coloro che vendono meramente cose antiche. Il suo è un “anticagnolo” il quale, per carità, in decine e decine d’anni di “rigattierato” avrà pur sviluppato qualche conoscenza, ma non certo quelle previste a dipanarsi in materie difficili ed ostiche come quelle sulla porcellana di un certo livello. Probabilmente la sua è una produzione partenopea del 900, certamente atta ad imbrogliare qualcuno anche allora.
Famiglia Giannini dalla provincia di Reggio Calabria, il quadro inviato è sì da un’opera di Giuseppe Zais (1709-1781) su tela, ma è un’oleografia che davano in omaggio su stock-cassette della produttrice Buton “Vecchia Romagna Etichetta nera”, in auge negli anni 60-70. Non ha alcun valore.
E come sempre, un saluto a tutti e un abbraccio ai pochi
Aprile 2025
Precisazione indispensabile ai lettori possessori di quadri e concernente anche la crisi dell’arte e dell’antico
Precisazione per i signori vari che insistono a voler valutare a cifre consistenti artisti di cui hanno opere da loro stessi o dai loro parenti stretti acquistate a suon di vecchie centinaia di migliaia di lire se non a cifre vicine al milione ed oltre; artisti, per carità, bravissimi alcuni, un po’ meno altri, ma che riflettevano allora, nei tempi aurei per l’antiquariato, l’arte ed il collezionismo, le quotazioni di mercato. Ma al quel tempo ad instaurare il sistema concorrevano una serie di iniziative editoriali in cui chiunque, qualificatosi artista, poteva inserire il suo nome, originale o d’arte, ed alcune sue opere in “cataloghi generali” come il Quadrato o il prestigioso (nel nome) Catalogo nazionale Bolaffi (azienda leader nella filatelia), naturalmente a pagamento e naturalmente senza selezione alcuna. Adesso, da queste edizioni “pubblicitarie” i miei lettori rilevano e quotazioni e sommari giudizi per il valore delle loro opere, a prescindere che per alcune di esse, come detto, sia giudizi sia valori potevano pur corrispondere nel mercato, e che per altre invece essi fossero solo un pio desiderio. Dagli anni 60-70 in poi e sino grosso modo al 1995 tutto era assorbito da una società in espansione economica e con soldi in contanti a bizzeffe. Dagli antiquari si pagavano tavoloni e chiodi vecchi assemblati e ben lucidati: “fratini”, ovvero tavolame di pseudo conventi e refettori religiosi, a cifre di 3-5-15 milioni, e cassapanche costruite con soffitti di antiche case e porte a 2-4 milioni, ciò come banali esempi. Per non dire poi dei mobili dell’Ottocento retrocessi al Settecento e questi al Seicento e Cinquecento, e dei collezionisti a iosa che si contendevano con soldoni, cartoline, francobolli, libri, ceramiche. In quegli anni tutto era all’apogeo e l’arte non faceva eccezione. Poi è iniziato il declino subitaneo e in pochi anni tutti hanno capito che ciò che avevano incettato e su cui avevano investito (gente che aveva speso tutti i soldi del “fine rapporto contrattuale” di una vita, il famoso TFR, in schede telefoniche personalizzate di allora) pensando ad una continuata pensione da nababbi, non valeva più molto o addirittura si sono ritrovati con nulla! Mobili, quadri, tappeti, argenti (ora rivalutati solo dal prezzo del vile metallo che costava allora centomila lire il chilo ed ora cinquecento-seicento e…) porcellane, sculture, tutto finito. Ora si acquista per arredamento e piacere e sono in auge: bidoni benzina, latte e plastiche pubblicitarie, insegne di negozi, cartelli stradali, il cosiddetto “modernariato”, cose che abbracciano il 900 ma che oramai constano il periodo compreso tra gli anni del dopoguerra ad oggi.
Le gallerie che allora vendevano i quadri e certificavano la maggior parte col solo timbro “di autenticazione” o con indirizzi ove v’erano “negozi per casalinghi” o al massimo corniciai, non esistono più. Oggi quindi esibire come probanti i valori decretati a quei tempi è un’operazione, no, non lecita, ma semplicemente inutile. E se il vostro perito un po’ asino ma non del tutto, vi dice che i vostri quadri valgono 50-100-200 euro, beh dategli retta… perché ha l’insana abitudine di leggere e consultare decine di cataloghi d’asta al mese ove “i vostri artisti” a volte non raggiungono neanche quelle modeste cifre con cui ci si comprerebbe una discreta cornice e che addirittura vanno invenduti.
Signora Alice Zippo con più quesiti. Il primo riguarda sei tazzine e piattini Echt Cobalt (vero cobalto colore) della Lindner, fabbrica di porcellana fondata nel 1929 a Kups, città bavarese o meglio dell’Alta Franconia tedesca, ricca di giacimenti di caolino, base della porcellana. Nel 900 in detta città esistevano decine di fabbriche della porcellana, poi con la crisi del 1970, le massicce importazioni dall’Oriente a bassi prezzi e l’aumento dei salari in Germania, le manifatture mano mano chiusero quasi tutte ad eccezione della Lindner che produce ancora una porcellana inodore, insapore e inalterabile di pregio. Il suo gruppo, signora Alice, senza zuccheriera e teiera o caffettiera è degli anni 60, prodotto per un cliente o rivenditore determinato, Sonell C., ed ha un valore modesto: 60/80 euro. Il secondo quesito riguarda una zuccheriera ed una tazzina con piattino, marchio della Rudolf Wacter (1917-1974) azienda bavarese: RWK e corona, che fu usato solo su pezzi grezzi (o biscotti) acquistati da altre ditte e poi decorati, diciamo grosso modo dagli anni 20 al 1966. Gran bella decorazione lumeggiata oro e però ridotta nel suo caso a due pezzi: diciamo 50/80 euro per la zuccheriera e 25 per piatto e tazzina. Terzo quesito, dulcis in fundo, l’abusato e apocrifo servizio incompleto (o sì) di Capodimonte: zuccheriera (?) e sei piattini con tazzine prodotti da una classica fabbrica vicentina (Bassano?) negli anni 70-90 del ‘900, praticamente dal valore di 40/50 euro al massimo, ma per basso uso e non certo per collezionismo.
La signora Paola Bargi manda in foto un quadretto devozionale composto da una stampa della Madonna di Montenero di Livorno, ornata “marinamente” da conchigliette e carte colorate tipiche del periodo novecentesco e sino agli anni 60. La lettrice non indica misure ma la cosa è ininfluente ai fini di una valutazione. Trattasi infatti di opera popolare e devozionale con interesse minimo per i pochi collezionisti e devoti che verso tali artigianalità concorrerebbero e nell’ordine delle poche decine di euro.
Il fedele lettore signor Paolo Rho mi chiede il valore di sei bellissimi piatti dell’insigne ceramico Fedele Cappelletti (1847-1920) di Rapino (CH), discendente da una dinastia di maiolicari, produttore di altissima capacità e tecnica, qualità che però gli furono solo sommariamente riconosciute in vita. Oggi il mercato lo ha un po’ rivalutato e serie come quelle del lettore sono ricercate. Peccato per il piatto rincollato, e comunque anche così parliamo di 1.000 euro.
Luciana Crestani da Passignano sul Trasimeno (PG), lei cara signora, che già è prediletta dai numi abitando in un borgo meraviglioso affacciato sul lago e pregno di cultura, arte e folclore, in più ha ereditato da sua nonna, collezionista d’arte piemontese, un bel bronzo di Victorien-Antoine Bastet (1852-1905), insigne scultore francese dalla vita travagliata, dalla morte precoce ma dall’indubbio valore. Il suo nudo di fanciulla (h cm 44×20) risente purtroppo della crisi odierna dell’antiquariato e del collezionismo d’arte antica. In più non sono io in grado, dalle immagini, di verificare se si tratti di un multiplo dell’epoca o di una delle tante riproduzioni non autorizzate perpetrate da chicchessia negli anni tra il 1940 e 70, delle opere dei maestri francesi in particolare ma anche dei nostri italici del sud. Valuterei il suo bronzo, fosse originale dell’epoca, sugli 800/1.000 euro anche in ragione del fatto che il Bastet fu falsificato nei suoi bronzetti di tipo archeologico e non mi risulta sul resto.
La signora Ivana Cordani porta alla mia attenzione due sedie eclettiche in faggio tinto noce, novecentesche e imbottite, che purtroppo ai nostri giorni non hanno più quel valore che potevano avere vent’anni fa. Siamo sui 150 euro entrambe e anche meno.
Signor Alberto Zilli, circa la sua litografia (24/100) senza misure (!) di Simone Gentile (1918-1998), devo dirle che il mercato non risponde uniformemente alle quotazioni di questo artista le quali flettono in maniera variabile e secondo delle valutazioni e delle esitazioni d’asta. Per cui, opterei per un valore di 150/200 euro, posto che il foglio abbia una qualche indicazione sulla sua produzione tecnica e/o provenienza.
Signora Flavia Daneo mia attenta lettrice, la ringrazio per la stima e non la considererò una di quelle pseudo esperte che girano senza tema mercati e mercatini, forti di studi e lauree wikipediane. Lei si è ben documentata attentamente circa la sua xilografia (90×71 mm) “Papia urbs Cisalpine Gallia”, ma quale che sia questa città del Papa nella Gallia cisalpina tratta, purtroppo, da uno dei preziosi 15 volumi stampati appena subito dopo l’invenzione dei caratteri mobili, davvero non lo so, e dico purtroppo perché le poche edizioni rimaste hanno sempre qualche mutilazione inerente appunto le incisioni presenti di città. L’opera è il “Supplementum chronicarum…, del monaco eremitano bergamasco Filippo Jacopo Foresti (1434-1520), e a mio avviso, nell’edizione del Bernardino Rizzo a Venezia del 1491 (catalogo BEIC) nella sua 4ª edizione. La sua xilo concernente appunto la misteriosa città non è da me identificata, e pertanto le assegno un valore di 100/120 euro.
Per quanto riguarda l’acquaforte di Stefano Della Bella (1610-1664), valente e quotato incisore: “Viandante con paniere” (158×96 mm), è opera che a mio avviso, e per il soggetto lezioso, potrebbe valutarsi sui 250/300 euro.
Signora E. Turbinati da Pisa, la sua Madonna con sacra famiglia e San Giovannino (cm 76×59) la ascriverei a scuola toscana del XVII secolo e le assegnerei un valore di 10 mila euro, non oltre, anche per le lacune ed i ritocchi di cui lei mi parla. È chiaro che il restauratore/ripulitore della stessa che le ha fatto sborsare 4 mila euro non può che innalzarne il valore per ben, diciamo, giustificare il suo operato, ma 25 mila euro è una cifra esagerata per la qualità di un dipinto di ottima mano e risvolto, ma che non raggiunge quei canoni elevati di arte da giustificarne sì stima.
Dottor Mario La Bruna, sinceramente ho visionato per oltre un mese la sua opera (cm 25×20) acquistata presso una Casa d’asta straniera, e non posso collimare col giudizio dato dai suoi periti che la certificano come dell’Antonio Amorosi (1660-1736) pittore di cui mi sono occupato per anni e sempre costretto a confutare le sue “molteplicissime” opere in giro (come un certo Rosa da Tivoli). Vero è che l’ha pagata poco e ciò supporta il mio giudizio. Il suo quadro a mio parere non è affatto opera italiana ma fiamminga e vale quanto da lei pagato.
E come sempre, un saluto a tutti e un abbraccio ai pochi
Marzo 2025
Simpaticissima (mi vuol bene e ammira il mio lavoro) ma diciamo inesperta (per eufemizzare) fotografa, la signora Gabriella da Como si è affidata ad una macchina pelapatate per riprodurre un piatto (cm 23). Nel retro v’è il marchio della Richard Ginori che le cattive immagini non mi consentono di datare; nel fronte riporta un viso di fanciulla firmato Eprera, o similare, decoro eseguito su un biscotto o piatto smaltato bianco della manifattura milanese da un artista estraneo ad essa di mano non infima, che ha poi provveduto ad apporvi una “vetrina” e ricuocerlo al forno (terzo fuoco). Il valore è modesto, non collezionistico ma arredativo, sugli 80/100 euro.
Dottoressa Odessa Mancini, mi spiace a volte, solo a volte, di essere sgarbato o apparire financo ingiurioso con lettori vari, ma quando mi si provoca oltre il da me consentito è d’uopo che reagisca in malo modo. A lei ho risposto via email mesi fa su alcune tele che sinceramente catalogai eufemisticamente come non valevoli dal punto di vista artistico. Orbene, lei torna sulle stesse addirittura bacchettandomi e sostenendo il mio giudizio fallace e dettato “ da chi sa quali interessi” (sic). E continua: “ho tanti amici nel campo artistico con cui frequento da decine di anni mostre e mercati e anche loro sono concordi con il mio giudizio”, corroborato poi da altro esperto di altra pubblicazione che ha definito le opere in questione “mirevoli” (sic).
Voglio sperare che lei non esista (la mail è d’altronde ad altro nome) o che sia una semplice “svitata” che bazzica la rete che purtroppo non detiene coattamente i tipi come lei, tipi che deambulano nei mercatini e nei negozi e che, forti di una loro atavica ignoranza oppure per aver fatto sommari e incompiuti studi, si sono autoproclamati esperti, connoisseur e quant’altro, pencolandosi arbitrariamente in cose aliene alla loro non espansa o ridotta cervice. E precipuamente, mi pencolo anch’io in una china che potrebbe condurre in pubbliche aule: non scolastiche e neanche giudiziarie ma comiche teatrali! Asserire, e falsamente poi, di aver consultato altro professionista che le ha dato ragione confutandomi è oltremodo disdicevole e, ripeto, spero lei sia una persona scherzante e pungolante l’irascibile autore di questa rubrica. A mia difesa pubblico i suoi “mirevoli” quadri che sono stati valutati “dal prestigioso esperto di altra pubblicazione” (sic), migliaia di euro. Viceversa, il giudizio dello scrivente di carta senza alcun titolo permane: 20 euro cornici comprese per gli amanti di tali cose.
Il signor Massimo Verde pone quesiti su due oggetti. Il primo: “Gladiatore e leone”, scultura in bronzo – mi dice – su colonna di marmo di Carrara (tutto rigorosamente senza misure!) è pezzo arredativo degli anni 60-80 del ‘900 di levatura non artistica, valore sui 300/400 euro. Il secondo, un’icona in legno (cm 38×15), è, a vista, una riproduzione artigianale imitante l’antico, e dal valore di decine di euro.
Signor Elio Barbati, la ringrazio propedeuticamente per le belle parole rivolte al mio operato e che spererò sempre di onorare. La sua scultura lignea (cm 55×25) raffigurante una santa ha impronta seicentesca, ma purtroppo è mutila e in stato conservativo ed espositivo comatoso. Avrebbe bisogno di costosissime cure che poi alla fine non le renderebbero i soldi spesi non avendo dei canoni artistici elevati. Cosi com’è, arredativamente, vale sui 400/500 euro.
Signor Andrea Polini, mi permetta, in seguito alla rettifica di marchi inviatami in merito al suo rinfrescatoio da vino-champagne, vorrei farle presente che l’edizione dei Fratelli Melita “Marchi negli oggetti d’oro” non rappresenta né per me né per altri professionisti del ramo un vademecum a cui affidarsi. Tale opera è divulgativa e, a dirgliela tutta, imprecisa, sommaria nella materia e dedicata appunto ad un vasto pubblico. Ma, e al di là di questo: i titoli sui metalli sono cosa seria, in quanto promulgati ed obbligati da Stati, e appunto si configurano, essendo unità di misura, con lettere, simboli, ma soprattutto numeri. Lei non indica ciò, ovvero il primario titolo numerico attestante la quantità di materiale prezioso presente nell’oggetto, e non glielo indica evidentemente la pubblicazione. Cos’altro poi dirle?… Che, nonostante non avessi avuto conoscenza del “bollo”, ho esaminato in foto un oggetto argentato e con sottostante metallo giallo che non faccio fatica ad indicare come una lega di zinco e rame o similari, ovvero e comunemente, ottone. E le significo che anche tante Case produttrici di oggetti in metalli nobili, eseguivano, e industrialmente, una serie di repliche in metalli secondari per la ristorazione di alberghi, navi, aerei e acquirenti meno abbienti. Pertanto, permane il mio giudizio scorso.
Il fedele lettore Luciano Bruschi porta alla mia attenzione un’opera di Aldo Fornoni (1916-2011), artista milanese di grande mano specializzato in soavi nudi. Purtroppo, come avviene per altri artisti che negli anni 60 vendevano le loro opere a centinaia di migliaia di lire, ad oggi le sue quotazioni sono talmente ridotte che non hanno praticamente acquisizione sul mercato. Pertanto, l’opera (cm 50×65) è valutabile purtroppo sui 250/300 euro.
Signor Paolo Antigo da Merano (Ve), il quadro reperito al mercatino di Soave: “Sant’Antonio di Padova”, è di fattura popolare otto-novecentesca in cornice degli anni 40-60. Naturalmente arredativo e religioso, nello stato in cui si trova può valere sui 250 euro. La ringrazio per l’apprezzamento.
E ogni tanto, a distanza di mesi, devo tornare sulla dizione ‘Capodimonte’ e lo faccio con la signora Paola che mi invia “un’abusata” statuina (cm 21×14) della serie mestieri: “Ciabattino”, con tanto di marchio di industria vicentina. Eh già! cara signora, perché, e lo ripeto da trent’anni in questa rubrica, la dizione ‘Capodimonte’ non rappresenta alcunché. E’ marchio che può essere usato da chiunque ed è stato “certificato” in tutto il mondo da migliaia di diverse fabbriche. Pertanto esso non rappresenta certamente la Real Casa borbonica del Giglio che ne aveva nel XVIII secolo la privativa, e non rappresenta neanche prestigio e qualità. In rete v’è anche gente affatto timorata, non solo degli Dei ma anche della comune ragione, che insiste a vendere tali tipologie a prezzi superiori agli 80/120 euro, ma credo senza realizzare di fattivo alcunché, a meno di trovare dei “caciocavalli” a cui qualcuno ha venduto anche la famosa fontana di Trevi.
La signora Alexandra Kokkinou presenta alla mia attenzione un quadro (cm 50×70) a firma Silvestro T., uno dei tanti pseudonimi di pittori mestieranti che una volta operavano per negozi di cornici di casa o per mobilieri che, insieme al salotto venduto, regalavano i quadri a corredo. Naturalmente tali tipologie valgono poche decine di euro per variegato arredamento.
Il professor Franco Ristori, collezionista di pittura antica, mi domanda di un’incisione su vetro con cornice, incisione che egli ascriverebbe ad Antonio Dalcò, valente incisore italiano (1802-1888). Io sinceramente, e complici le non esaustive immagini, mi dichiaro incompetente al giudizio, non conoscendo peraltro affatto l’opera del citato Dalcò e/o altri della sua cerchia. Posso solo addivenire al suo giudizio come opera del XIX secolo basandomi sulla cornice che presenta una “stanca mossa” negli intagli e non la vitalità propria di un lavoro settecentesco, ma potrebbe essere un lavoro provinciale, e quindi sommesso, di tale epoca. Altro purtroppo e da remoto, caro professore, non so dirle, e in mancanza di misure che ella non indica neanche posso azzardare una sommaria valutazione.
Il signor Giancarlo Cimaglia mi chiede la valutazione di un giornale “La vera Roma”, numero unico e speciale sull’Anno Santo del 1900. Ciò mi offre l’occasione per rispondere al contempo ai signori Pietro Barbagli e Roby Costa rispettivamente in merito a L’osservatore Romano del 3 giugno 1963: morte del Papa buono Giovanni XXIII, e al Mattino del 10 giugno 1940: entrata in guerra dell’Italia a fianco della Germania. Ebbene signori, vi faccio presente che i collezionisti – tutti – sono deceduti o sono ridotti al lumicino e comunque pagano, e poco, i giornali pur vecchi e di titolo interessante. Gli studiosi li reperiscono in rete, mentre gli altri che li comprano per incorniciarli e porli nei loro studi, li pagano ancor meno. Concludendo, siamo nell’ordine dei 15/20 euro al massimo, e se in ottimo stato. Pensate che ultimamente sfogliavo, nei meandri cartacei dei miei magazzini, una copia della rivista americana “Life”, numero speciale a colori sullo sbarco sulla Luna del 1969. Sapevo che negli anni 2000 aveva una quotazione sul mercato intorno ai 250 euro, ma cliccando un po’ in rete adesso: sorpresa!… la offrono intorno ai 30 dollari-euro ma anche a 19!
La signora Daniela Pacini da Perugia invia foto di una tela (cm37x26) di Giorgio Morandi (1890-1964) della quale mi fornisce il racconto particolareggiato di come sia arrivata in suo possesso. La vicenda è lunga: mi parla di soffitte, di cantine di nobili altolocati e di suo nonno muratore che negli anni 70 asportando materiali da una dimora avita dell’illustre famiglia Boncompagni in Roma – beninteso sotto suo ordine – ebbe l’incarico di eliminarli come rifiuti venendo in possesso dell’opera che mi sottopone. Ebbene signora, le famiglie nobili generalmente non produrranno nella loro genia grandi cultori e connoisseur, ma le assicuro che ben conoscono i loro averi e le loro primarie fonti. Ora, avere un Morandi – stiamo parlando di centinaia di migliaia di euro – e non saperlo mi pare che esuli anche dalle loro incapacità tutte. In più, e per adempiere al mio compito fino in fondo, ho voluto informarmi sull’opera presentatami, ovvero “Fiori”: dipinta nel 1953 essa è presente nel Catalogo generale dell’artista curato da Lamberto Vitali Milano 1977, Vol. II tavola 840 con misure simili al suo esemplare, cm 35×25. Tale opera mi risulta però aggiudicata dalla Christie’s nel 1991 per una cifra intorno ai 300 mila euro. Non mi sono informato adeguatamente su tale alienazione ma mi pare si possa affermare che il dipinto in suo possesso sia una copia, pur ben fatta. Preciso che se non avessi trovato i precipui riferimenti che le ho esposto l’avrei certamente indirizzata verso altro ben più preciso e reale consulto presso la Fondazione delle opere del Maestro o ad altri esperti ben superiori, preparati e autorizzati nel campo di me.
E come sempre, un saluto a tutti e un abbraccio ai pochi
Febbraio 2025
Il fedele lettore Renato Di Properzio manda in visione una bella cornice in argento con specchio (cm 45×35). Dal bollo impresso (titolo 800 + l’emblema del biscione visconteo) posso dire che si tratta di una lavorazione della ditta artigianale di argentieri insigni di Milano ancora attiva “Romeo Miracoli&figlio”, fondata nel 1912. La cornice potrebbe essere degli anni 30-50, ma si può chiedere agli interessati in Via Marco Bengozzo 3 Milano, tel 02 58310343, email: info@romeomiracoli.it, anche per una valutazione sommaria. Per me, considerando sia in lamierino d’argento e quindi non influente il suo peso, potrebbe avere stima tra i 500 ed i 700 euro essendo in ottimo stato.
Signor Marco Maini, la sua statua in terracotta mutila e della quale non indica misure, non ha canoni di fattura artigianale ma seriale. Detto questo, che va ad indicare che il suo valore è modesto, debbo dirle anche che l’iconografia del bambino con pesce e rete addossato alla fanciulla sottostante non riveste – che io sappia – un motivo di particolare interesse. Capisco che una statua trovata mezzo secolo fa nel fondo di un lago possa ingenerare chissà quali storie, ma forse meno prosaicamente è stata gettata – e capita purtroppo anche con oggetti meno aulici – perché appunto “rotta”. La tenga per uso arredativo così com’è e ne conti la storia ai quanti, ciò da sempre un tocco aggiunto di mistero.
Signora Clelia, purtroppo la mobilia antica subisce da anni un tracollo e le valutazioni sono giunte a livelli non bassi… di più! non essendovi alcun mercato di riferimento. La sua consolle con specchiera in mogano e impellicciatura tipica dei primi del 900, costava ai tempi sul milione di vecchie lire ma ora non può valere che sui 250/300 euro, trovando chi glieli dia. Spiacerà a lei come, mi creda, spiace a me.
Il signor Stefano Gatto porta alla mia attenzione un servizio da 18 per tè e caffè della Seltmann-Bavari. La rinomata fabbrica, ancora attiva e tra le maggiori della Germania per produzione di porcellane, fu fondata nel 1910 a Weiden, cittadina della Baviera tedesca, da Cristian Wilhem Seltman. A questo servizio, Serie Elisabhet con decori oro del 1949-1959, manca una tazzina con relativo piattino, potrebbe quindi valere sui 250/300 euro se perfetto senza rotture minime o sbiadimenti.
Signor Marco Cava, la sua scultura di donna sarda con copricapo (cm 35×15), appartiene come tipologia agli anni 70 del 900, non ricordo a quale artigiano-artista come prototipo. Comunque la sua non è firmata e ce ne sono sul mercato parecchie. In rete si va dai 50 euro in su; la sua penso sui 150 euro per la dimensione.
Signor Diego Pisa, la sua consolle fine 800 primi 900 nella tipologia Napoleone III (cm 127x52x98h) è in piuma di mogano e mogano con marmo assente (lei lo ha, ma non lo mostra), e le specifico ciò poiché ai nostri giorni la sua consolle, che decine di anni fa avrebbe avuto un valore compreso tra gli 800 e i 1.200 euro a seconda del marmo usato come pianale (in genere marmo bianco Carrara il meno apprezzato, poi andando su una breccia rossa di Verona, e ancora i più preziosi come il verde prealpi o di Taormina o il Trani filetto rosso o il bronzetto, per rimanere sui marmi nostrani) ad oggi, caro lettore, non è valutabile oltre i 300/500 euro (con marmo colorato).
Signor Vito Antonio Calabrese, correttamente infatti il suo divano ereditato è sullo stile tardo Direttorio, siamo nel ‘900, impiallicciato in radica di noce e in buono stato. Il valore ai nostri giorni è stato azzerato da una passata crisi che durando da oltre dieci anni è oramai assunta a regola. I mobili antichi non hanno più valore oltre a quello arredativo ed essendo “vecchi” seguono la sorte delle cose usate, la metà della metà e anche niente. Si vendevano sui 1.000 euro, ora a dirle 400 euro mi parrebbe di azzardare.
Signor Franco Lotti, già ho evidenziato nei quesiti scorsi, e da anni, come l’antiquariato tutto – soprattutto la mobilia che non sia quella nobiliare e di grande committenza – oramai abbia prezzi bassissimi. Il suo scrittoio-comoncino, intarsiato industrialmente a pantografo sugli stilemi impero e costruito intorno agli anni 40-70 del ‘900, non può essere valutato che sui 400 euro per uso arredativo.
Il signor Strambal72 (nomen omen dicevano i latini), manda in visione un pastello del maestro Umberto Lilloni (1989-1980) che, pensate, ha “trovato sotto un quadro a cui voleva cambiare la cornice”. Le dimensioni, che non indica, le riporto io: cm 20,5×25. Sono un mago? Io no, ma certamente lui sì, perché l’opera identica a quella che manda in visione la vende la società “Maison Cielo Venezia” (info@maisoncielovenezia.com – Mobili d’Arte Muri Lunghi di Baggio Sergio&C. 042-89682, Via Brega 228 Rosà – Vi) a 1.200 euro, in rete. Ma vede, signor Strambal72, l’ho pubblicata egualmente per far capire a tutti quelli come lei e che non hanno altro da fare, che a me viceversa mi pagano.
Ed invece il signor Giovanni Taddeucci è altrimenti uno dei tanti lettori che mi mandano foto e pareri su opere che già sono in vendita in rete, alcuni per vedere se il proprio giudizio o di altri collima con il mio o, come il signor Giovanni, per avere ulteriori informazioni che non hanno. Ebbene, la sua “testa di fanciullo (cm 30×22) smaltata”, 1958 Francia, in vendita nel sito “InTondo” a 2400 euro, secondo me sono troppi per un’opera non firmata e di un livello artistico non infimo, particolare, ma neanche eccellente. Il valore è a mio avviso sui 400/500 euro.
Signor Marco Ricci il suo quadro (cm 45×51) raffigurante una preda di caccia: Ghiandaia appesa, non ha purtroppo stilemi artistici tali da far risalire al suo autore. Trattandosi di una pittura otto-novecentesca, il suo valore, sia perché gli amanti del genere oramai pochi sia perché non in stato ottimale, non può che essere collocato intorno ai 200/300 euro.
La professoressa Elena Angelini manda foto di un’opera (cm 98×63) reperita fortunosamente, recuperata dalla Scuola Arti e Mestieri del San Giacomo dove lavora come insegnante di disegno. La pittura è firmata Renato Natali (1864-1947), eclettico pittore toscano, e raffigura uno dei suoi luoghi cari a Torre del lago di Castiglioncello: “Il capanno vecchio Calambrone”, di cui l’artista ha eseguito diverse versioni. La professoressa ha con senso critico posto l’interrogativo se l’opera sia autentica, e me ne chiede valutazione. Signora Elena penso e soprattutto per le dimensioni ma anche per la scansione coloristica attuata che sia autografa del Natali, il mio è un parere non suffragato dalla visione diretta e che avrebbe bisogno di ulteriore consulto e studio. Che l’autorizzo comunque ad allegare al suo quadro anche per eventuale vendita. Che le dico chiaro avesse l’autenticità confermata varrebbe sui 3 mila euro, altrimenti e così come si trova, tra i 400 ed i 600 euro.
La signora Milena Agnelli manda in visione due belle maioliche riproducenti le Virtù (cm 39×14 + cornici), sul retro indicate come riproduzioni da pitture del Burnes. Siglate con il marchio della Ginori, in realtà non lo sono. Probabilmente sono opera di lavorante decoratore della stessa manifattura che usava, come tanti, fare produzioni extra per clienti propri, siglandoli con marchi neanche ricoperti da vetrina, come in questo caso. Il valore, come prodotti novecenteschi, è sui 500 euro per la coppia.
E come sempre, un saluto a tutti e un abbraccio ai pochi
Gennaio 2025
La redazione mi indica di dare il nuovo felice anno a tutti i lettori, anche se io personalmente lo darei solo a quelli che dispongono di un bell’animo sereno e non a quelli gretti e meschini. Ma tant’è…
Inizierò l’anno con una serie di quesiti sulla coroplastica in sospeso da mesi e mesi, che aspettavo di riunire in un’unica risposta.
Signori Balda e Niccolai: i marchi con le spade incrociate copiate dalla città manifattura Meissen, se hanno un punto sotto di esse sono riferibili alle manifatture inglesi Worcester o Derby, se dipinte in blu-oro sono di Bristol e tutte risalgono alla metà del 700 (1); se hanno sotto una S il marchio appartiene alla Edme Samson Parigi tardo 800 primissimi 900 (2); se le spade presentano una stella o meglio un asterisco sopra e sono dipinte in blu, appartengono alla Caugley e risalgono agli anni 1775-99 (3), di altri colori o incusse, sono spurie di fabbriche inglesi e tedesche del 1920-60; le spade con una crocetta sotto sono di Jacob Petit Fontainebleau – Francia anni 1830-40 (4).
La stella o meglio l’asterisco, identifica non solo il marchio della vecchia Ginori del 700 – purtroppo ripetuto dalla stessa fabbrica anche nel 900 (5) – ma anche quelli di: Isac Farnsworth di Derby tra 700 e 800 (6), Wallendorf manifattura tedesca metà 700 in poi (7), la De Ster Delft – Olanda fine 600 (8) e oltre, ed infine la manifattura di Caughley, Inghilterra metà 700 ed oltre (9).
Signora Alicò da Brindisi: l’unico marchio da me conosciuto e in stampatello: ORIENTAL STONE, appartiene alla J. & Alcock – Cobdrige (10) manifattura inglese della metà dell’800, non risultano ai miei prontuari fabbriche bavaresi impegnate in tale dizione. La sua porcellana mal fotografata non mi consente di spencolarmi o azzardare oltre.
Signor Giulio Pierri da Mondragone (CS), la T e D (11) indicano il marchio di Theodore Deck, Parigi nell’ultimo quarto dell’800, e non Tonio Marini da Napoli che io non conosco minimamente, e lei, esimio lettore, non spedisce alcuna immagine di ceramica o porcellana di riferimento.
Signora Paola De Vito da Salerno, il simbolo dell’euro, come lei scrive, è in realtà il marchio della Elton Pottery Sommerset inglese nella porcellana a pasta dura dell’800 e dipinto in blu o di sua epigona e sconosciuta nei primi del 900 che siglava a vari colori (12).
Signora Ivana Cordani, il suo tavolo in noce (cm 109x87x80h) probabilmente degli anni 20-40 del 900, intarsiato a pantografo e atto a prolunghe, ha purtroppo perso il valore che aveva venti anni fa attestandosi dai 1.200 euro di allora ai 400/500 di oggi ed unicamente per il buono stato arredativo dovuto ad un restauro “vecchia maniera” a tampone eseguito anni fa. Contraccambio i suoi graditi auguri.
Signor Andrea Rogati, la sua croce (cm 25x37x2) in lamierina (argento o argentone ovvero argento a basso titolo 400 o in minori percentuali) è tipologia del XVIII secolo. Completa nelle sue parti varrebbe sui 400/500 euro, con mancanze così come la sua dai 120 ai 170 euro.
La signora A. Venosta da Milano manda foto di una statuina in bronzo, “Fenice” (26 cm), anni 20-40 come tipologia creativa, firmata D.H. Chiparus (1886-1947), artista romeno considerato tra i più importanti del periodo Déco. Gentile signora, lo ha premesso anche lei: di tali bronzetti ne esistono migliaia. Le fonderie autorizzate dallo scultore, formatosi in Italia alla scuola del Romanelli e poi trasferitosi in Francia nei primi decenni del 900, furono in Parigi: la Edmond Etling And Cie Foudri, la Neveux De J. Lehmann, e ultima, prima dell’avvento della Germania occupante, la Friedrich Goldscheider.
A che so io, tutte le opere del maestro, vendute allora a prezzi elevati, dovrebbero riportare sotto i timbri delle fonderie dette ma ciò sicuramente, e per pagarle meno e non essendo numerate, non avvenne e come comunemente operano anche ai nostri giorni tali panurghi. In più e all’epoca innumerevoli manifatture si dedicarono alla produzione seriale di tali modelli in Francia e anche da noi (patria di geni ed artisti ma anche di falsari). Che dirle… senza excursus storico e/o ricevute d’acquisto di negozio o asta e senza timbro di fonderia – tutte cose che lei nella premessa non indica – il valore della statuina è sui 200/300 euro per arredamento. Fosse autentica, autentica e almeno con acclusa parte di ciò che le ho indicato, sui 1.200 euro.
Il fedele lettore Vincenzo Accardo, che mi segue da anni e che ringrazio per le belle parole rivoltemi, mi manda un quesito teso ad avere notizie sul pittore Vincenzo Camerlingo di cui ha varie opere. In rete ha trovato solo traccia di vendite ad infimi prezzi e me ne chiede lumi. Anche io ne so poco di più, ma certamente trattasi di notizie uniche e tratte dai miei studi e carte di “cento anni” fa! A me l’artista risulta nato a Napoli nel 1908 e deceduto negli anni 50. Pittore precocissimo, la sua prima opera è del 1924: “Il golfo di Napoli”. Purtroppo, signor Vincenzo, era un buon colorista e decoratore ma l’opera sua non giungeva all’aria rarefatta dei vertici artistici, aiutante delle botteghe dei più noti partenopei Giuseppe Aprea, Oscar Ricciardi, Gustavo Nacciarone.
Il signor Fabio Goglia mi interpella in merito a una tempera su carta, “Brigantini austriaci”, datata 1870 e firmata A.F. Luppis, autore non noto operante nel XIX secolo. Signor Fabio, essendo abbonato a cataloghi d’asta di tutto il mondo, ho trovato la sua opera presente nella terza tornata d’asta della Casa Stadion, luglio 2024, lotto 437 (tempera su carta, cm 48×70, difetti, autore e data citati), valutazione 800/1200 euro, andata invenduta. Completo dicendole che certamente trattasi della stessa, ma che a mio avviso non può essere valutata che tra i 300 e i 400 euro, per il materiale usato, per l’artista pressoché sconosciuto e per il livello tecnico artistico di non grosso spessore in simili pitture iconografiche.
La signora Barbara Tappero da Torino possiede una collezione di soldatini in argento 925 che il padre usava acquistare negli anni 80 in una famosa gioielleria di Torino: “Algozzini”, che a sua volta li faceva produrre da un laboratorio che non indica. Signora, il valore dei soldatini è dato dai collezionisti, dai particolari e dalla storicità delle figure, più sono “reali” più valgono. Il materiale più usato per tali oggetti è il piombo, il più ricercato è lo stagno, ambedue permettono basse fusioni che non necessitano né di grande calore né di grandi e tecnici impianti di fabbricazione. Quelli in argento come i suoi in realtà sono più da arredamento che da “battaglie e/o esposizioni” tipiche degli altri in metallo o leghe povere. A comprarli sono costati un occhio ma io penso che ora possano valere il loro peso (in argento 925 e cioè quasi puro) più un 50% di detto, o comunque le potrei dire che al massimo possono valere intorno ai 60/80 euro l’uno, ad occhio e senza conoscerne il peso.
Il signor Paolo Nardi manda foto di 6 tazzine e relativi piattini marcati Imperia Limoges. Premetto che la dizione Limoges non si riferisce ad un marchio di azienda specifica né è un marchio tutelato, è solo il nome di una città francese nota per i suoi prodotti di porcellana, grazie ad un’argilla caolinica e bianchissima, traslucida, reperibile nel suo territorio. Pertanto, chiunque può apporre sui prodotti tale dizione. La sua Imperia-Limoges non è tra le aziende che si sono conquistate un mercato autorevole nel campo, pur trattandosi di prodotti di una certa classe e bellezza, almeno in foto. Detto ciò, le sue tazzine, così e senza altro importante componente del servizio come zuccheriera, teiera eccetera, non possono essere valutate che tra gli 80 e i 120 euro.
Signora Ivana Tosti dalla Garbatella (Roma), ha ragione la sua amica: la Knickerbocker Yoy Company di Albany – New York, fondata nel 1869, fabbrica di giocattoli educativi e conosciuta per i Teddy bear, già nel 1960 faceva fabbricare i suoi orsetti all’estero, ma non in Cina però, che era sotto il dominio dittatoriale comunista di Mao, piuttosto in Corea. Il suo peluche (h 38 cm), che sembra in ottime condizioni, vale sui 140/180 euro.

Signor Aldo Randazzo, il suo quadro (cm 33×45) non riveste particolarità artistiche di rilievo. Trattasi del lavoro di uno degli anonimi mestieranti, in genere ambulanti, che battevano le provincie italiane, edotti di avvenute dipartite o di avvenute “fortune”, e che erano parenti gli uni, protagonisti gli altri di commissioni di ritratti. Il suo valore come opera ottocentesca- novecentesca è quindi più arredativo che d’arte: intorno ai 250/350 euro.
Signor Silvano Gori (rispondo così anche alla signora Valeri N. mercatara presso il mercato di Conca d’Oro a Roma-Monte Sacro, che ha una miriade di elementi sparsi di servizi con il marchio esaminato), il suo vassoio in ceramica con bordi in ottone recante il marchio Chateau St Cloud è un prodotto imitante nella sola dicitura una linea di servizi della prestigiosa manifattura di Sevres. Di fabbrica anonima tipica degli anni 60-70 del 900, vale purtroppo poche decine di euro.
Signor Valter Piedironte detto “Pierone”, voglio renderla edotto di quanto da anni scrivo (e, nuovamente, repetita juvant!): sono un perito di carta, o di cartone se si voglia vedere in me una “guapperia” da critico infallibile e saccente. In realtà, visionando arti decorative e applicate per gallerie, musei, raccolte, negozi e auguste magioni, e avendo studiato solo da più di mezzo secolo, può anche accadere che ne sappia meno di tutti quegli specialisti formatisi nei mercatini ed in rete e di cui lei è uomo di punta! straordinario nel citare e sciorinare cose che io non so per non averle mai studiate, né visionate come lei, e continuamente, sul suo telefonino di ultima generazione.
Mi potrebbe dare anche lezioni, a pagamento si intende, con tutti i soldoni che ha speso per dotarsi nel tempo di tutte queste nozioni dello scibile dell’arte e dell’antiquariato, se non fosse che…. se non fosse che intravedo sotto le sue, e di altri come lei, vestimenta delle… mi parrebbero… ma sì, delle lunghe orecchie ed anche una coda, ma ciò che vi tradisce maggiormente, Valter, è l’eloquio ed il lessico: parlate, pardon, ragliate, da asini, e tali siete per non essere andati mai a scuola, ma soprattutto non avere mai letto libri (quegli oggetti con pagine di carta e scritte). Poi, potete pur far sfoggio della vostra pseudo conoscenza solo tra ignavi e/o equidi come voi… in mezzo a banchetti mercantili, e parlarvi ed imbrogliarvi addosso. Mi spiace non sono vostro pari, e pur di carta, non lo sarò mai.
E come sempre, un saluto a tutti e un abbraccio ai pochi!
































































































































